La Human Rights Watch ha di recente pubblicato un’allarmante rapporto sui ricorrenti soprusi perpetrati dal Regno del Marocco verso i propri cittadini berberi. Il Marocco, come molti sanno, è ufficialmente un paese arabo. Ciò che però molti ignorano è che una consistente parte della sua popolazione resta di etnia e di cultura berbera. E che essi erano “gli” abitanti del Maghreb, quando giunsero le prime tribù nomadi arabe. Da allora, successive ondate di “arabizzazione” hanno relegato progressivamente le varie culture ai margini della vita sociale, quando non all’estinzione. Recentemente, l’arabizzazione ha assunto una chiara valenza politica. Una risposta culturale (spesso con i mezzi finanziari delle petromonarchie del Golfo Persico), destinata a promuovere la lingua araba nelle regioni nord-africane ritenute oppresse dalla dominazione coloniale francese. Una politica applaudita da numerosi intellettual(oidi) di sinistra, sufficientemente miopi da non vedere che questa strategia non teneva in alcun conto le lingue autoctone, parlate prima dell'arrivo degli Arabi, sia nel Maghreb (berbero), che nel Medio Oriente (curdo). Eppure, l’imposizione dell'arabo "letterario", prossimo a quello “sacro” del VII secolo, è stato quasi disastroso. Distante dalla lingua parlata quotidianamente dalla gente, ha esitato catastrofici risultati sul tasso di scolarizzazione e sulla qualità dell'insegnamento. Restando specificatamente al Marocco, vale la pena ricordare che una "legge dei nomi" (operativa dal 7 novembre 1997) impone per tutti i neonati, la scelta di un nome tratto obbligatoriamente da una lista chiusa, contenente quasi esclusivamente nomi arabi (anche non necessariamente "tradizionali" in Marocco). Di converso, la stessa (che parrebbe stilata da un wahabita DOC), trascura i nomi berberi. Lo Stato marocchino pratica un razzismo dichiarato (non solo culturale), ed una segregazione tra i suoi cittadini. La costituzione del paese non riconosce la lingua degli Amazigh, il “tamazight”. Anzi, nel suo preambolo proclama che “il regno del Marocco, Stato musulmano sovrano, la cui lingua ufficiale è l'Arabo, costituisce una parte del grande Magreb arabo”. I berberi badassero pure a non irritare le islamiche istanze. Difatti l’islam (sia esso moderato o morbidone, militante o salafita), è tollerante verso le altre culture. Purchè si estinguano alla svelta. Una flagrante violazione alla Dichiarazione dei diritti dell'Uomo, della quale il Regno del Marocco è firmatario dal 13 ottobre 2008, in cambio della concessione, da parte dell’Unione europea, di uno “statuto privilegiato”. I sinistrorsi multiculturalisti, hanno fatto bocca a cul di gallina. Prigionieri dei loro ammuffiti schemi esplicativi, per i quali i colonizzatori possono solo essere bianchi e occidentali, così come i negrieri e gli sfruttatori delle risorse altrui. E, al solito, la migliore risposta l’ha data il drammaturgo algerino (che compose molte opere in arabo parlato, ma mai in arabo "classico"), che spesso rilevò l'assurdità del sistema impositivo: “Se siamo degli Arabi, perché arabizzarci? E se NON siamo degli Arabi, perché arabizzarci?”
giovedì 10 settembre 2009
Imperialismo arabo
Un imperialismo culturale “sfuggito” alle sinistre di Maurizio De Santis
La Human Rights Watch ha di recente pubblicato un’allarmante rapporto sui ricorrenti soprusi perpetrati dal Regno del Marocco verso i propri cittadini berberi. Il Marocco, come molti sanno, è ufficialmente un paese arabo. Ciò che però molti ignorano è che una consistente parte della sua popolazione resta di etnia e di cultura berbera. E che essi erano “gli” abitanti del Maghreb, quando giunsero le prime tribù nomadi arabe. Da allora, successive ondate di “arabizzazione” hanno relegato progressivamente le varie culture ai margini della vita sociale, quando non all’estinzione. Recentemente, l’arabizzazione ha assunto una chiara valenza politica. Una risposta culturale (spesso con i mezzi finanziari delle petromonarchie del Golfo Persico), destinata a promuovere la lingua araba nelle regioni nord-africane ritenute oppresse dalla dominazione coloniale francese. Una politica applaudita da numerosi intellettual(oidi) di sinistra, sufficientemente miopi da non vedere che questa strategia non teneva in alcun conto le lingue autoctone, parlate prima dell'arrivo degli Arabi, sia nel Maghreb (berbero), che nel Medio Oriente (curdo). Eppure, l’imposizione dell'arabo "letterario", prossimo a quello “sacro” del VII secolo, è stato quasi disastroso. Distante dalla lingua parlata quotidianamente dalla gente, ha esitato catastrofici risultati sul tasso di scolarizzazione e sulla qualità dell'insegnamento. Restando specificatamente al Marocco, vale la pena ricordare che una "legge dei nomi" (operativa dal 7 novembre 1997) impone per tutti i neonati, la scelta di un nome tratto obbligatoriamente da una lista chiusa, contenente quasi esclusivamente nomi arabi (anche non necessariamente "tradizionali" in Marocco). Di converso, la stessa (che parrebbe stilata da un wahabita DOC), trascura i nomi berberi. Lo Stato marocchino pratica un razzismo dichiarato (non solo culturale), ed una segregazione tra i suoi cittadini. La costituzione del paese non riconosce la lingua degli Amazigh, il “tamazight”. Anzi, nel suo preambolo proclama che “il regno del Marocco, Stato musulmano sovrano, la cui lingua ufficiale è l'Arabo, costituisce una parte del grande Magreb arabo”. I berberi badassero pure a non irritare le islamiche istanze. Difatti l’islam (sia esso moderato o morbidone, militante o salafita), è tollerante verso le altre culture. Purchè si estinguano alla svelta. Una flagrante violazione alla Dichiarazione dei diritti dell'Uomo, della quale il Regno del Marocco è firmatario dal 13 ottobre 2008, in cambio della concessione, da parte dell’Unione europea, di uno “statuto privilegiato”. I sinistrorsi multiculturalisti, hanno fatto bocca a cul di gallina. Prigionieri dei loro ammuffiti schemi esplicativi, per i quali i colonizzatori possono solo essere bianchi e occidentali, così come i negrieri e gli sfruttatori delle risorse altrui. E, al solito, la migliore risposta l’ha data il drammaturgo algerino (che compose molte opere in arabo parlato, ma mai in arabo "classico"), che spesso rilevò l'assurdità del sistema impositivo: “Se siamo degli Arabi, perché arabizzarci? E se NON siamo degli Arabi, perché arabizzarci?”
La Human Rights Watch ha di recente pubblicato un’allarmante rapporto sui ricorrenti soprusi perpetrati dal Regno del Marocco verso i propri cittadini berberi. Il Marocco, come molti sanno, è ufficialmente un paese arabo. Ciò che però molti ignorano è che una consistente parte della sua popolazione resta di etnia e di cultura berbera. E che essi erano “gli” abitanti del Maghreb, quando giunsero le prime tribù nomadi arabe. Da allora, successive ondate di “arabizzazione” hanno relegato progressivamente le varie culture ai margini della vita sociale, quando non all’estinzione. Recentemente, l’arabizzazione ha assunto una chiara valenza politica. Una risposta culturale (spesso con i mezzi finanziari delle petromonarchie del Golfo Persico), destinata a promuovere la lingua araba nelle regioni nord-africane ritenute oppresse dalla dominazione coloniale francese. Una politica applaudita da numerosi intellettual(oidi) di sinistra, sufficientemente miopi da non vedere che questa strategia non teneva in alcun conto le lingue autoctone, parlate prima dell'arrivo degli Arabi, sia nel Maghreb (berbero), che nel Medio Oriente (curdo). Eppure, l’imposizione dell'arabo "letterario", prossimo a quello “sacro” del VII secolo, è stato quasi disastroso. Distante dalla lingua parlata quotidianamente dalla gente, ha esitato catastrofici risultati sul tasso di scolarizzazione e sulla qualità dell'insegnamento. Restando specificatamente al Marocco, vale la pena ricordare che una "legge dei nomi" (operativa dal 7 novembre 1997) impone per tutti i neonati, la scelta di un nome tratto obbligatoriamente da una lista chiusa, contenente quasi esclusivamente nomi arabi (anche non necessariamente "tradizionali" in Marocco). Di converso, la stessa (che parrebbe stilata da un wahabita DOC), trascura i nomi berberi. Lo Stato marocchino pratica un razzismo dichiarato (non solo culturale), ed una segregazione tra i suoi cittadini. La costituzione del paese non riconosce la lingua degli Amazigh, il “tamazight”. Anzi, nel suo preambolo proclama che “il regno del Marocco, Stato musulmano sovrano, la cui lingua ufficiale è l'Arabo, costituisce una parte del grande Magreb arabo”. I berberi badassero pure a non irritare le islamiche istanze. Difatti l’islam (sia esso moderato o morbidone, militante o salafita), è tollerante verso le altre culture. Purchè si estinguano alla svelta. Una flagrante violazione alla Dichiarazione dei diritti dell'Uomo, della quale il Regno del Marocco è firmatario dal 13 ottobre 2008, in cambio della concessione, da parte dell’Unione europea, di uno “statuto privilegiato”. I sinistrorsi multiculturalisti, hanno fatto bocca a cul di gallina. Prigionieri dei loro ammuffiti schemi esplicativi, per i quali i colonizzatori possono solo essere bianchi e occidentali, così come i negrieri e gli sfruttatori delle risorse altrui. E, al solito, la migliore risposta l’ha data il drammaturgo algerino (che compose molte opere in arabo parlato, ma mai in arabo "classico"), che spesso rilevò l'assurdità del sistema impositivo: “Se siamo degli Arabi, perché arabizzarci? E se NON siamo degli Arabi, perché arabizzarci?”
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1 commenti:
La questione esiste ma rientra nel caso più generale dell'assorbimento che le culture sedentarie tentano continuamente verso le popolazioni nomadi. Vale per lo stato russo con le popolazioni mongole, vale per gli stati dell'area sahariana ...
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