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domenica 3 ottobre 2021

Spudoratamente

Tre anni di giornalismo infiltrato, cento ore di girato e un montato di dieci minuti per sputtanare un dirigente di Fratelli di Italia e farlo apparire contiguo se non affine a un apologeta del fascismo, una macchietta dell'estrema destra. Una inchiesta su un fatto accaduto il quattordici agosto scorso e relativo a Luca Morisi, ex spin doctor di Salvini, una storia squallida di festini e droga, un fatto che riguarda la vita privata di una persona nei confronti della quale, al momento, non è stato formalizzato alcun reato, ma che da una settimana apre le prime pagine di tutti i quotidiani. Tutto ciò viene fuori solo adesso, in concomitanza delle elezioni comunali con una sincronia così perfetta da non lasciare dubbi di alcun tipo. Corpi contundenti assestati bene allo scopo di colpire i due principali partiti di destra del paese, e, nello specifico, i loro leader, Giorgia Meloni e Matteo Salvini. E' tutto così smaccato, così scoperto, da risultare perfino grottesco, ma non importa, l'importante è il clamore mediatico, è il rimpallo della notizia, è la merda nel ventilatore, azionato al momento giusto, con i tempi giusti. 


"La politica", diceva Rino Formica, "è sangue e merda", ed è esattamente così. In questo caso, prevale soprattutto la sostanza fecale. Paragonate il clamore dato alla vicenda Morisi e a quella che vede implicato Carlo Fidanza, alla sentenza di primo grado nei confronti di Mimmo Lucano, accusato di  reati contro la pubblica amministrazione, la pubblica fede e il patrimonio: associazione per delinquere finalizzata a “commettere un numero indeterminato di delitti”, falso in atto pubblico e in certificato, truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, abuso d’ufficio e peculato, al quale, Il Manifesto esprime "solidarietà". Non c'è  alcuna proporzione.  Gli indignati sono tutti da una parte sola, perchè è automatico indignarsi se a destra qualcuno commette fallo in centro campo, vero o presunto non importa, l'importante è che ci sia la  sua percezione e che questa percezione venga ingigantita. 


LORO sono dalla parte del giusto, e i loro, sono sempre e solo compagni che sbagliano, ai quali, come a Lucano, devono essere riconosciute tutte le attenuanti. Lucano, in fondo, è un umanista meridionale. Morisi invece non ha nessuna attenuante, Fidanza nemmeno. Loro non sbagliano, non hanno ideali, sono solo ontologicamente reprobi, fanno parte del "basket of deplorables" di cui parlò Hillary Clinton, una Giusta, per indicare gli elettori di Donald Trump. "Colpirne uno per educarne cento", era un detto di Mao, poi ripreso dalle Brigate Rosse. E si colpisce chi si teme, se no perchè colpirlo? C'è un chiaro incastro di poteri, trasversalmente compatto, che non può accettare che un domani, un domani dietro l'angolo, al governo possano sedere Giorgia Meloni e Matteo Salvini. Bisogna fare in modo che non accada, così come si fece di tutto per evitare di andare alle elezioni nel 2019, quando il rischio che il centrodestra potesse conquistare Palazzo Chigi era troppo grande. Esiste un antidoto? Sì, solo uno. La scheda elettorale.


Niram Ferretti

mercoledì 2 ottobre 2013

Che Dio ci aiuti


Subito dopo il discorso di Enrico Letta sono iniziate al Senato le dichiarazioni di voto. Il primo a parlare è stato Pier Ferdinando Casini che si era intrattenuto qualche istante con Silvio Berlusconi vicino al banco della presidenza alla fine delle comunicazioni del presidente del Consiglio; dopodichè il Cavaliere è uscito dall'Aula con Denis Verdini mentre il leader dell'Udc ha raggiunto i colleghi del suo gruppo.  "Obbedisco", ha poi detto il leader Udc al presidente del Senato, Pietro Grasso, quando ha, di fatto, negato una sospensione di seduta dopo le comunicazioni del premier Enrico Letta all'aula di palazzo Madama. "Mi permetto di suggerire una sospensione dei lavori d'aula, visto che il gruppo del Pdl ha lasciato l'emiciclo per riunirsi e sarebbe opportuna una riflessione per tutti". "Prosegua senatore" si è limitato a replicare Grasso, suscitando la risposta garibaldina di Casini. "Ci sarà un amplissimo consenso" al governo, "mi auguro che l'ampiezza non penalizzi la chiarezza", ha detto poi Pier Ferdinando Casini intervenendo nell'Aula del Senato. Tuttavia, aggiunge, l'esecutivo di Enrico Letta non può essere "una sorta di rivincita permanente della campagna elettorale, il secondo tempo della campagna elettorale".  Il Parlamento dia "una risposta chiara, limpida e netta. Sono convinto che il consenso al presidente del Consiglio sarà amplissimo e mi auguro che l'ampiezza non penalizzi la chiarezza perchè non possiamo più continuare in una sorta di campagna elettorale". Casini ha chiuso l'intervento con un "che Dio ci aiuti".

La sfiducia dei grillini - "No alla fiducia al governo Letta, elezioni subito per una svolta di civiltà": lo ha detto nell'Aula del Senato Lello Ciampolillo del M5S nel dibattito sulla fiducia chiesta dal governo Letta. Ciampolillo ha dimostrato la ''imbarazzante incapacità di questo governo ad affrontare i problemi del Paese a partire dal caso Telecom. La maggioranza abbandoni il campo e vada a casa'', ha concluso il senatore grillino. Momenti di tensione si sono registrati al termine dell'intervento di Paola De Pin, fuoriuscita del M5S e oggi nel gruppo Misto, che ha annunciato il suo sì al governo dai banchi dei grillini le è stato urlato "Venduta". Un senatore M5S si è avviato verso il banco dove De Pin sedeva, protetta dai senatori del Pd per contestarla: è stato necessario l'intervento dei commessi mentre il presidente Piero Grasso ha stigmatizzato il fatto, annunciando che sara' posto all'attenzione dei questori. La tensione con il Pd non si è placata quando interviene un altro grillino, il senatore Santangelo, il quale chiede l'attenzione "del signor governo" e ha un battibecco con il presidente di Piero Grasso quando chiede silenzio ("all'ordine qui ci penso io", dice Grasso) e lamenta il fatto che il 31 luglio "quando senatori del Pd mi contrastarono nessuno chiese l'intervento della presidenza". Parole sottolineate da commenti duri del Pd.

La fiducia di Gal - "Mi auguro che grazie al voto del Parlamento il governo non debba rassegnare le dimissioni. E lo dico al vicepresidente del Consiglio che nelle ultime ore ha dovuto subire alcuni tackle. Non posso avere ragioni per ritenere Alfano poco berlusconiano. Io penso che il governo debba avere, a garanzia di un dibattito civile, un larghissimo consenso''. Lo afferma il senatore di Gal (ma eletto con il Pdl) Luigi Compagna, intervenendo in Aula al Senato dopo l'intervento del premier. ''Noi di Mpa, pur nel travaglio, faremo prevalere un voto di lealtà a ciò che ci ha consentito una rappresentanza qui in Parlamento'', ha detto in Aula Antonio Scavone, uno dei tre senatori dell'Mpa presenti nel Gal.

mercoledì 31 luglio 2013

De intellighenzia parlamentare, legge (nuova) sullo stalking

Stalker liberi: così crescerà la voglia del dente per dente. I femminicidi sono ormai all'ordine del giorno ma la sensazione è che la Giutsizia non tuteli nessuno di Annamaria Bernardini de Pace

Stalking o non stalking, il problema è che in Italia le istituzioni non funzionano. La sensazione di ogni cittadino è che da parte dei responsabili dell'amministrazione, delle forze dell'ordine, della giustizia, della sanità e di chiunque abbia il dovere della tutela, vi sia ignavia, trascuratezza, ignoranza e persino supponenza. La certezza del diritto è una chimera che si è sperduta nel tempo e che insulta i padri costituenti e soprattutto la convinzione antistorica che l'Italia sia la patria del diritto. Ormai, un giorno sì un giorno no, una ex o una donna che si rifiuta, vengono uccise dalla cattiveria e dal narcisismo presuntuoso di uomini che esercitano il possesso. La vergogna è che queste povere vittime avevano tutte denunciato il carnefice, rivolgendosi disperatamente e inutilmente a chi avrebbe dovuto prendersi cura di loro. Purtroppo i tutori dell'ordine e della giustizia preferiscono interessarsi a questioni di risonanza mediatica, spesso anche clamorosamente infondate, invece di prendersi cura della vita di un semplice cittadino. Centinaia di guardie del corpo proteggono inutilmente il potere di politici profumatamente pagati da noi, come le guardie del corpo del resto, invece di fermare il predatore che ha già annunciato di volersi abbeverare del sangue della sua prossima vittima.

Quando non c'è la certezza del diritto, il popolo ha voglia di vendetta. La giustizia si deteriora in giustizialismo, il bisogno di fermare i criminali in desiderio di ghigliottina. Ecco perché l'ipotesi di emendamento procedurale del numero 2 dell'articolo 280 del codice di procedura penale ha innescato una polemica sia tra i politici sia tra i cittadini. Con questa modifica si vuole elevare a cinque anni il limite minimo di pena massima, in forza della quale può essere disposta la custodia preventiva in carcere del presunto colpevole del reato. Prima questo limite era di quattro anni, cioè, ove il reato prevedesse una pena massima di quattro anni, già l'indagato poteva subire il carcere preventivo. Non è sbagliato aumentare questo limite a cinque: non si sbatte in galera uno, prima che venga dichiarata la sua colpevolezza, se accusato di un reato che neppure arriva a cinque anni di pena massima (massima non minima!). Per quanto riguarda lo stalking, il problema non è questa modifica procedurale, ma la norma sostanziale dell'articolo 612bis codice penale, che prevede solo la pena massima di quattro anni per chi è dichiarato colpevole di questo reato. Con la modifica procedurale del 280, l'indagato non sarà più soggetto al carcere preventivo. La logica della popolazione si chiede: ma com'è possibile che Giulia Ligresti, che non ha minacciato di uccidere nessuno, debba essere messa in carcere in attesa del processo e invece chi scrive o urla alla moglie «ucciderò te e i tuoi bambini» debba circolare spensieratamente? Com'è possibile che i giudici non facciano differenze, e se le fanno le sbagliano, tra il valore della vita e il valore del denaro? Nel caso dello stalking per esempio, sarebbe più giusto elevare a cinque anni la pena del 612bis codice penale (come da proposta del Pdl), invece di criticare la riforma che limita per tutti la galera preventiva. Questa riforma, d'altra parte, incide solo sul carcere preventivo e non su tutte le altre misure di prevenzione e repressione del reato, che rimangono, ivi compresi gli arresti domiciliari. In Italia, in effetti, si abusa in modo sconcertante del carcere preventivo, e non è neppure il caso di elencare tutti coloro che l'hanno dovuto subire per l'umorale interpretazione della legge da parte di pm e gip, per poi essere clamorosamente prosciolti. Invece in Italia c'è un mondo di ladri e assassini che annunciano e attuano nella massima tranquillità i loro delittuosi obiettivi, senza che né l'occhio né la mano della legge adempiano alle loro funzioni. Di fatto il carcere preventivo, in attesa della promessa pena di morte, viene imposto, dai rappresentanti della legge, a quelle povere donne che attendono l'annunciata esecuzione capitale tra le mura della prigione domestica; ciò è inevitabile, se i cosiddetti tutori della legge appaiono più vogliosi di individuare pomposi, e spesso inconsistenti, reati dal buco della serratura delle camere da letto dei ricchi e dei potenti.

Con soddisfazione estrema degli anonimi aguzzini che, per attuare i loro sanguinari scopi, contano sulla complicità di chi li rende liberi di uccidere. Alla faccia degli emendamenti, delle norme del codice e della non responsabilità di chi è pagato per essere responsabile. Anche della vita altrui.

venerdì 18 gennaio 2013

Retroscena


Dall'inciucio tra Mario Monti e Pier Luigi Bersani, tanto "chiacchierato" quanto smentito, dà conto in un luingo indiscreto il sito Dagospia. I due si sono incontrati all'alba, e secondo la ricostruzione avrebbe parlato soprattutto il leader del Pd, forte dei suoi voti, secondo i sondaggi molti di più di quelli appannaggio del professore. Dagospia dà conto di appunti che "noi abbiamo potuto scorrere" e "ve li riportiamo pressochè alla lettera". Noi, invece, ve ne offriamo un'ampia sintesi.

"Io premier, tu scegli il ministro dell'Economia" - Prima di tutto, Bersani spiega che "il Pd non molla, se vinciamo io farò il premier anche se al Senato dovesse mancare qualcosa, colpa di questa assurda legge elettorale che si chiama porcellum". Monti, invece ha "la prima scelta sul ministero dell'Economia o sul ministero degli Esteri per stare dentro la partita ai vertici dello Stato, in attesa che maturino le scadenze della presidenza della Commissione europea e di presidente del Consiglio d'Europa, presidenze che ti stanno particolarmente a cuore" (perché, al Professore, l'Europa interessa eccome ed è la sua vera ambizione; un'ambizione che con Draghi al vertice della Bce sarebbe difficile da appagare).

"Draghi al Colle" - Si parla poi del Colle, e Bersani spiega che "dobbiamo accordarci sul fatto che esprimiamo noi il presidente della Repubblica, che non potrà che essere Mario Draghi". Il motivo? Ve lo abbiamo anticipato: se non libera il posto all'Eurotower, le porte dell'Europa non si spalancherebbero per il Professore. Il nome di Draghi, inoltre, sarebbe apprezzato dalla Merkel.

"Casini presidente del Senato" - Il segretario democratico mette poi in guardia Monti sul suo futuro politico: "E' molto difficile che tu possa avere la credibilità necessaria per dare una casa ai moderati", e questo perché gli alleati - Fini, Casini, Cesa, etc - non avranno più la forza politica per attirare consenso. Secondo Bersani, Casini può "anche aspirare alla presidenza del Senato", poiché "forte del suo rapporto personale con Massimo D'Alema", anche se "baffino", secondo il resoconto di Dagospia e secondo quanto avrebbe detto Bersani, "non esprime più una influenza decisiva". Sempre sul Senato, Bersani avrebbe spiegato di contare "sul senso di responsabilità dei tuoi senatori", quelli di Monti.

"Il nemico è Berlusconi" - Infine il leader democratico avrebbe profetizzato che Monti andrà "via rapidamente", mentre "io rimarrò qui e mi assumerò la responsabilità pesante di una prospettiva lacrime e sangue". Poi Bersani avrebbe ribadito che "la maggior parte dei parlamentari che sono espressione della tua lista, appena tu andrai via prenderanno strade diverse. Fini e Casini, se mai hanno avuto una forza, sono in declino", mentre "Montezemolo ha preferito restare a occuparsi dei suoi affari". Infine, dopo la rituale stretta di mano, Bersani si sarebbe congedato con Monti ribadendo che "mi raccomando, il nemico è Berlusconi. Questo ha sette vite. Diamogli addosso".

domenica 30 dicembre 2012

Terzomondismi, mondialismi e massoneria...


Pauperismo e marketing. Terzomondismo, ma senza perdere la consuetudine con il potere. L'abilità è la prima virtù nella comunità di Sant'Egidio, uno degli snodi strategici nelle ore in cui Monti sta partorendo la sua creatura. E la nascita è assistita dai guru della comunità, elegante biglietto da visita delle migliori istanze pacifiste della nostra epoca. Sant'Egidio ha meriti indubbi, per esempio aver portato la pace nel Mozambico devastato da una lunghissima guerra civile, ma Sant'Egidio gode anche di buona stampa. Specialmente quella di sinistra che poi è quella che forma buona parte della coscienza nazionale. E Sant'Egidio ha ottime entrature nei palazzi che contano, nelle stanze di chi comanda, nelle sagrestie più accreditate. Così quando nel 1992 la diplomazia parallela della comunità fece scoppiare la pace nel paese africano, nessuno si ricordò dell'opera preziosa e infaticabile del sottosegretario Gabrielli. I giornali lo oscurarono, come capita in una eclissi, e tributarono la standing ovation d'ordinanza alla comunità romana. In principio, un trentina d'anni fa, c'erano due preti. Don Vincenzo Paglia, classe 1945, e don Matteo Zuppi, di dieci anni più giovane. Il primo è stato per molti anni parroco della basilica romana di Santa Maria in Trastevere, l'altro il suo vice. Poi, sia pure a tappe, entrambi hanno fatto carriera. Oggi Paglia è vescovo di Terni, Zuppi è vescovo ausiliare di Roma con raggio d'azione fra i vip del centro storico. Il terzo del gruppo, Andrea Riccardi esce dai fermenti postsessantottini del Virgilio, uno dei licei storici della Capitale. I tre fondano Sant'Egidio, una comunità che mette le proprie energie al servizio dei poveri. È un po' la loro chiave di violino: il cristianesimo viene a liberare gli ultimi. E i poveri, per loro, sono soprattutto quelli che non ce la fanno, che non arrivano alla fine del mese, che faticano a mettere insieme il pranzo con la cena. Intendiamoci: non c'è niente di più cristiano, ma l'enfasi è tutta in quella direzione perché Nostro Signore è venuto a salvare tutti, chi sta bene e chi se la passa male. Insomma, la realtà viene letta con il cannocchiale della tradizione cattolica democratica. Un menù perfetto per la sinistra, anche se la comunità sa essere trasversale. Lo si capisce bene quando Paglia diventa, il 2 aprile 2000, vescovo di Terni: la consacrazione avviene davanti a migliaia di persone nella basilica d San Giovanni in Laterano. Paglia fa il giro del tempio, manco fosse il Papa, per raccogliere l'applauso scrosciante dei fedeli fra i quali ci sono politici di tutto l'arco costituzionale. Paglia, e con lui i suoi amici e collaboratori, è fatto così: sembra intimo della destra, del centro e della sinistra e infatti, come una lobby superaddestrata, Sant'Egidio batte cassa con tutti i governi. Ma il cuore sta a sinistra, nella cornice di quel pauperismo che privilegia chi si dibatte in fondo alla scala sociale. Dove il povero non è il povero di spirito ma quello cui manca tutto. A Sant'Egidio invece non manca nulla: finanziamenti, consenso, sostegno dei grandi giornali. Se Cl e l'Opus Dei sono sempre state nel mirino dei quotidiani progressisti, con accuse talvolta al limite della fantascienza, Sant'Egidio e i suoi capitani sono sempre stati portati in palmo di mano e la comunità ha sempre ricevuto cospicui aiuti per i propri progetti: per esempio 600 milioni di lire per combattere l'Aids in Mozambico con tanto di assegno arrivato da Bill Gates tramite il presidente di Microsoft Italia Roberto Paolucci.

Si sanno vendere bene, benissimo, gli apostoli della pace universale: l'Onu di Trastevere, la chiamano i suoi ammiratori. E anche ora, alle grandi manovre del governo Monti, non si sono fatti cogliere impreparati. Con quella collocazione, vicina alla lista Monti cui è approdato Riccardi, e la spiccata sensibilità per i temi sociali cari alla sinistra, sono all'incrocio strategico fra Monti e Bersani, al crocevia di quello che dovrebbe essere il domani dell'Italia. Formalmente solo Riccardi è sceso in campo, ma di fatto tutta la comunità è schierata sulle stesse posizioni e non vive quella lacerazione che ha attraversato l'area che fa riferimento a Comunione e liberazione. Anzi, Riccardi e Paglia sono di casa non solo nelle capitali africane sfregiate dalla miseria e dalla guerriglia, ma anche nei salotti che contano. E così, non c'è da stupirsi che l'altro giorno si sia sparsa la voce, poi smentita in una giostra incontrollabile di versioni, che l'incontro chiave per il costituendo centro montiano, cui ha partecipato anche Riccardi, si sia svolto nell'istituto di Nostra Signora di Sion, ai piedi del Gianicolo, residenza di monsignor Paglia che è vescovo e Presidente del pontificio Consiglio per la famiglia ma resta consigliere spirituale di Sant'Egidio. E si prepara a dare la benedizione al nuovo governo.

venerdì 28 dicembre 2012

La "nuova formazione politica"...

Qualche commento: "E' inutile dire che a questo individuo è consentito tutto, ma la legge elettorale attualmente in vigore, il tanto vituperato porcellum non consentirebbe la manovra che questo bieco individuo vorrebbe fare, ma lo farà perchè lui può."

"Semplicemente osceno, in quanto si tratta di un vero e proprio attentato alla democrazia, attraverso un pesante ridimensionamento del voto popolare, probabilmente suggerito anche dagli amici del signor Monti a Bruxelles. Sicuramente non verra' valutato come tale dalle presunte grandi firme giornalistiche italiane, nella realta' assolutamente inesistenti."


Non ha in mente un vero e proprio partito, piuttosto una federazione delle forze centriste che possano portarlo nuovamente sullo scranno di Palazzo Chigi. Così, per mera opportunità, il premier dimissionario Mario Monti ha deciso di correre al Senato con una lista unica, mentre alla Camera si presenterà con una coalizione di liste. "Non immaginiamo alleanze con gli uni o gli altri - ha spiegato il Professore - questa è una operazione di rinnovamento nel profondo della politica italiana che deve avere un giorno vocazione maggioritaria". Tuttavia, per provare ad essere rieletto premier, si è visto costretto ad allearsi con Pier Ferdinando Casini, Gianfranco Fini e Luca Cordero di Montezemolo. "Oggi nasce una nuova formazione politica". Dopo oltre quattro ore, il vertice tra il Professore e le forze centriste si conclude con l'archiviazione dell’idea di scegliere, come modalità operativa della aggregazione centrista, un nuovo partito da presentare a entrambe le Camere. "Non ho mai pensato di creare un nuovo partito, non sono l’uomo della provvidenza", ha spiegato lo stesso Monti che, nei giorni scorsi, aveva sollecitato l'opzione di creare una lista unica anche a Montecitorio. Ci sarà dunque una sola lista, che si richiamerà a Monti, al Senato e più liste alla Camera (una dell’Udc e una civica) così da accantonare i personalismi della politica e, al tempo stesso, rispettare diverse storie. L'idea, di per sé, è piuttosto semplice: aggregare le forze di centro in modo da essere alternative al bipolarismo tra destra e sinistra e creare un terzo polo, appunto, che raccolga il consenso di movimenti, spicchi della società civile e individui singoli che si riconoscono nell'agenda presentata settimana scorsa dal Professore. A Enrico Bondi ha affidato una sorta di due diligence per valutare i candidati. Tuttavia, alcuni nomi è lo stesso Monti a snocciolarli: oltre agli scontatissimi centristi (Pier Ferdinando Casini, Benedetto Della Vedova, Linda Lanzillotta e Nicola Rossi), si sono già schierati il piddì Pietro Ichino, il ciellino Mario Mauro, i vertici di ItaliaFutura (all'incontro erano presenti Carlo Calenda e Andrea Romano), il presidente della Provincia Autonoma di Trento Lorenzo Dellai e il presidente delle Acli Andrea Olivero. Dei tecnici, invece, erano presenti Corrado Passera, Andrea Riccardi, Ezio Moavero Milanesi e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Antonio Catricalà.

Durante il vertice di oggi pomeriggio i centristi hanno preparato uno statuto che permetterà la coesistenza tra forze politiche, associazioni, movimenti e individui. E sta tutto qui il "trucchetto" del Professore che potrà contare su una macchina ben oliata per fare la campagna elettorale senza partecipare ai comizi, su cui ammette di non aver molta pratica. "La mia terzietà nell'esercizio dei poteri dell'ordinaria amministrazione non verrà assolutamente messa in gioco", ha continuato Monti, convinto di aver dimostrato in questi mesi di "essere fuori dalla pressione degli interessi di parte". Dribblando abilmente l'endorsement fatto nelle ultime ore dal Vaticano e la marcata componente cattolica presente tra i suoi sostenitori, il premier ci ha tenuto a sottolineare che si tratta di movimento teso a persone credenti e non credenti. "Credo che le questioni etiche siano fondamentali, non le considero meno importanti delle situazioni dell'economia ma non è su queste questioni che si articola questa formazione e questo impegno", ha aggiunto rimandando alla coscienza personale e alle sedi parlamentari il confronto.

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Nel frattempo, in rai per par condicio, succede anche questo.

mercoledì 28 novembre 2012

Ultime dal cielo...


Mentre un tornado s'invortica sull' ILVA di Taranto, abbattendone le ciminiere proprio nel giorno in cui il governo si appresta a decidere il futuro del cancrificio della famiglia Riva, segno di un destino beffardo o piuttosto del fatto che gli strumenti di controllo climatico hanno ormai raggiunto una perfezione in grado di stupire anche il "complottista" più consumato, l'Italia intera continua a girare in tondo, senza trovare una sola coordinata alla quale potersi aggrappare... I dati oggettivi provenienti dalle più svariate fonti, seppur edulcorati nel nome del politicamente corretto, raccontano un paese che sta crollando su sé stesso, vittima di una demolizione controllata messa in atto con cura certosina. Crollano i redditi delle famiglie, crollano i consumi, crollano i posti di lavoro, crollano le imprese, crolla la qualità e la quantità dei servizi pubblici, crollano le prospettive occupazionali e la capcità di arrivare a fine mese attraverso qualche alchimia, crolla la fiducia nel futuro e perfino il convincimento che sia possibile averlo, un futuro. I banchieri golpisti diretti dall'usuraio Mario Monti continuano a dispensare le riforme necessarie per la demolizione controllata, mentre i camerieri politici, recentemente degradati al ruolo d'impiegati le "firmano" senza proferire parola.

Dopo avere eliminato il "fardello" delle pensioni, creando il dramma degli esodati e quello ben più grande di tutti coloro che pur pagando i contributi una pensione non la vedranno mai, lo stesso Monti sembra intenzionato a volgere la sua attenzione verso il sistema sanitario, da lui giudicato economicamente insostenibile per le casse dello stato. Quello stesso stato che senza porsi alcun problema dissipa miliardi per la guerra e per le grandi opere di "mafia" ( gli F35 ed il TAV sono solo due esempi), ma nonostante una pressione fiscale fra le più alte al mondo sembra aver deciso che per garantire la sopravvivenza dei cittadini non c'é più una lira (o meglio un euro), ragione per cui é giunta l'ora che inizino ad arrangiarsi in qualche modo. Smantellate le pensioni e smantellata la sanità pubblica, tramite cessione ai privati, in un paese dove non c'é lavoro e quel poco esistente diminuisce quotidianamente, le prospettive attraverso le quali "arrangiarsi" non sembrano poi molte e il ventaglio delle scelte finisce per ridursi a quella di mettersi un cappio al collo volontariamente o lasciare che l'inedia e le malattie lo facciano per te.

Ma mentre i tornadi imperversano, scuotendo il paese fin nelle fondamenta, il popolo italiano sembra non accorgersi di nulla e continua ad eseguire pedissequamente tutto ciò che gli viene ordinato dalla TV. S'infervora dinanzi alle campagne elettorali dei camerieri degradati, che quando torneranno in parlamento non avranno alcuna voce in capitolo, così come non ne hanno oggi. Corre a milioni alle urne per regalare due euro ad una pletora di buffoni senza arte nè parte. E soprattutto si recherà a votare in primavera una delle congreghe di faccendieri che lavorano per Mario Monti e una volta insediatasi nel consiglio di amministrazione della "banca Italia" di euro ne pretenderà molti ma molti di più, fintanto che il cappio non sarà ben chiuso e la persona deprivata di ogni avere potrà venire smaltita in quanto rappresenta un peso "insostenibile" per la società. In fila per tre, dai qua i due euro, cosa vuoi, Legacoop Bersani, liberista Renzi, reduce della sinistra Vendola, faccia pulita ambientalista Puppato o democristiano pentito Tabacci? Spicciati che il tempo é denaro e tanto si tratta di attori che non valgono un cazzo, vincerà Bersani e la commedia é venuta pure male. Avanti i prossimi, in fila per tre, due euro qui e muovete quelle ginocchia che fra pochi giorni inizia la sceneggiata del PDL e si ricomincia daccapo.

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E mentre succede tutto questo, complottisti o no, il signor Johannes Jooste dice che: "Le prossime elezioni politiche rappresentano un "rischio potenziale" per l'Italia, con i mercati finanziari che sarebbero rassicurati dalla conferma di Mario Monti alla presidenza del Consiglio." E la rai, (esattamente su rai uno) tv di stato pagata coi nostri soldi, in prima serata trasmette un faccia a faccia di ben 105 minuti di becera propaganda stalinista... delle primarie fuffa del pd. Intanto, la strada verso il baratro è corta e dritta e siamo arrivati. Ah, si, inoltre, qualche notizia in più sull' ILVA e sulla famiglia fondatrice. Ancora una notizia, per la sanità non ci sono soldi... ma per le (nuove e ulteriori probabili) missioni all'estero, si?

domenica 28 ottobre 2012

Il misero col bisogno di alleanze per vincere la poltroncina...


"Berlusconi in 24 ore è passato dagli elogi, agli attacchi, alle minacce. Ma la politica non ha bisogno di ricatti", ha detto Pierferdinando Casini commentando le parole pronunciate dal Cavaliere ieri pomeriggio a villa Gernetto. "Se Berlusconi andrà dritto per questa strada si troverà solo. C’è una grande parte di moderati, anche nel Pdl, che non è disposta a mettere a rischio la tenuta del Paese", ha aggiunto il leader dell’Udc. "Berlusconi ha devastato, in questi anni, l’unità dei moderati per cui ieri ha dimostrato che su quella base si può creare un partito populista di destra che non ha nulla a che fare con il Partito popolare europeo nè con i moderati", ha poi detto Casini a SkyTg24. "Mi sembra che siamo in uno stato di confusione generalizzato, ma da questa vicenda penso che i moderati possano uscire rafforzati - ha aggiunto -. Oggi sappiamo qual è la rota e non è questa, è certamente un’altra e io mi auguro che tanti moderati, anche nel Pdl, facciano sentire la loro voce. Il silenzio è già eloquente".

domenica 30 settembre 2012

Comicismi


«Serve una grande lista civica nazionale, una grande lista per l'Italia che chiami a raccolta le energie sane del paese senza personalismi». Così si richiama alla proposta avanzata da Luca Cordero di Montezemolo sul Corriere della Sera il leader di Fli Gianfranco Fini alla convention «Mille per L'Italia» In platea, oltre ai mille esponenti della società civile, il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini ed i dirigenti di Fli.

«NO ROTTAMAZIONI O DEMAGOGIA»- «Tocca a voi fare sentire la vostra voce - ha dettoFini - ed evitare così che il governo Monti sia una parentesi. Dovete continuare con impegno e rinnovato vigore nel vostro quotidiano lavoro, per rendere possibile alle urne la nascita dell'unica vera autentica novità politica in questo scenario: non nuovismo o rottamazione dell'esistente o facile demagogia, ma un incontro alla luce del sole e virtuoso tra una buona politica, che c'è anche all'interno dei partiti, e settori della società organizzata che la politica la fanno nel quotidiano».

«MONTI SIA SCELTA DEGLI ITALIANI» -Il presidente della Camera prosegue nel suo endorsement per il professore, spiegando che «ha ragione Mario Monti quando dice che la luce comincia a vedersi. Ma dipende anche dalle scelte degli italiani, è importante che Monti dica "se il popolo sovrano riterrà, sono disponibile a continuare". Non è una scelta dei partiti ma di tutti italiani, che oggi spero dicano che non aveva sbagliato chi voleva chiudere una fase e aprirne un'altra».

CASINI: «PAZZO CHI PENSA MONTI SIA INCIDENTE» - Poi è intervenuto anche il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini: «Chi pensa che Monti sia un incidente di percorso di cui bisogna disfarsi è fuori di senno. Il prestigio che ha ridato all'Italia è un importante e prezioso punto di riferimento non solo per oggi».

«HA RIDATO CREDIBILITA' ALL'ITALIA» -  «Io - ha continuato - non sono un entusiasta di Monti, come mi dipingono, perché l'entusiasmo è degli sciocchi. Io semplicemente vedo come era stato ridotto il nostro Paese dopo una certa politica per vent'anni e come lui ha ridato credibilità all'Italia». Ed ha concluso: «Se si creerà un contenitore «che sta tra Pdl e Pd» ed è «alternativo al grillismo, io aderisco a questa lista».

ALFANO: «MONTI SI DEVE CANDIDARE» - Di avviso non proprio coincidente è invece Angelino Alfano, segretario del Pdl: «Se si vota la prossima primavera e se Monti non è candidato è difficile» ipotizzare un Monti Bis. Se l'attuale premier non scende in campo: «Tecnicamente sarebbe inspiegabile».

L'ennesimo parassita del quale non avevamo bisogno


Presidente Montezemolo, il premier Monti ha dato la sua disponibilità a restare a Palazzo Chigi anche dopo le elezioni. È una buona notizia per il Paese? E per lei cosa cambia? «È un’ottima notizia. La stagione delle riforme è appena iniziata. Mario Monti è riuscito a dare agli italiani l’idea che si possa voltare pagina, affrontando un momento drammatico della nostra storia. Adesso è necessario un passaggio elettorale per consolidare il lavoro svolto e andare oltre. Dobbiamo legittimare con il voto di milioni di italiani l’apertura di una stagione di ricostruzione nazionale, che sarà lunga e difficile».

Non crede sia arrivato per lei il tempo di dire una parola definitiva su quel che intende fare? «Il progetto a cui è sempre stata interessata Italia Futura è contribuire al rinnovamento della politica nelle persone, nelle idee e nelle proposte. Per questo è necessario costruire una grande forza popolare, riformatrice e autenticamente liberale, che nasca dall’incontro tra società civile e politica responsabile e si ponga l’obiettivo di dare consenso elettorale al percorso avviato da Monti. Personalmente intendo impegnarmi perché questo progetto abbia successo, senza rivendicare alcun ruolo o leadership. La mia speranza e quella di molti cittadini è che il premier voglia continuare a guidare la fase che si aprirà dopo le elezioni, insieme a tanti altri italiani che dovranno abbandonare le tribune, impegnandosi in prima persona, senza nulla chiedere in cambio in termini di ruoli o ricompense».

Non teme che l’operazione possa essere considerata debole fin dalle premesse? Nelle democrazie occidentali si mette in campo un partito o una lista con l’ambizione di guidare il Paese, non di sostenere un premier che alle elezioni non è neppure candidato. «Il Paese è a pezzi, il sistema produttivo sopravvive solo quando esporta, il disagio sociale enorme e il distacco tra politica, istituzioni e cittadini non ha precedenti. Ogni giorno scopriamo con sgomento nuovi scandali, ruberie e inaccettabili privilegi. Lo spettacolo che sta dando la politica è passato dal cinepanettone di cui parlavamo due anni fa a un horror di serie b. Stiamo vivendo una situazione esplosiva. È ora che il governo intervenga subito e con determinazione, e quindi per decreto, sui centri di spesa regionali. La prossima legislatura non potrà che essere costituente, è impossibile pensare di tornare alla conflittualità permanente della Seconda Repubblica. L’Italia non ha bisogno dell’ennesimo partito personale, grande o piccolo che sia, e Italia Futura non è mai stata interessata a esserlo. Serve un ampio movimento civico che si ponga l’obiettivo di dare rappresentanza ai milioni di italiani che si sono riconosciuti almeno in parte nel percorso di Monti, che non credono alla retorica populista antieuropea della destra o ai neostatalismi della sinistra. Milioni di italiani che in assenza di una vera novità non andranno a votare».

Quindi l’alleanza con il Pdl, di cui si parla e si scrive da settimane, non ci sarà? «Alleanza, no; del resto l’abbiamo sempre smentita. È opportuno invece dialogare con le persone responsabili che sono nel Pdl e guardano con preoccupazione al futuro di un partito che resta una realtà importante del mondo moderato.
Così come abbiamo ottimi rapporti con la parte più responsabile del Pd».

Ma il nuovo movimento dovrà pure fare alleanze. O no? «È mai possibile che i tanti milioni di italiani che non si riconoscono nel Pd o nel Pdl siano condannati a disperdere il loro voto in piccoli partiti, la cui massima aspirazione sembra essere quella di accordarsi con questo o con quello, invece di ritrovarsi in un unico grande soggetto che abbia l’ambizione di essere il primo partito? Serve un movimento che nasca dalla scelta comune di tante personalità e associazioni, provenienti da matrici ed esperienze diverse ma unite dalla convinzione che nessuno degli attuali partiti sia da solo in grado di rispondere alla crisi italiana. Oltre la destra e la sinistra di questa fallimentare Seconda Repubblica occorre dare finalmente un approdo agli elettori liberali, democratici e riformisti».

Lei elogia il governo del rigore. Ma di troppo rigore non si rischia di morire? Quale sono le sue proposte per la crescita? «La crescita è il grande tema della prossima legislatura. Con molta franchezza, è su questo tema che dall’attuale governo sono venute le maggiori delusioni. Si è data l’impressione di perdersi in mille rivoli e annunci mirabolanti, mentre occorreva una visione netta e pochi obiettivi chiari. Io penso che dobbiamo rimettere al centro lavoro, produzione e cultura: i tre pilastri su cui costruire il rilancio italiano e sui quali concentrare ogni euro disponibile. E l’unica via per trovarne è ripensare radicalmente il perimetro dello Stato. Agli italiani serve uno Stato più forte nei suoi compiti fondamentali ma meno pervasivo. Un solo esempio: non è possibile con una spesa pubblica gigantesca a otto anni dall’ultimo indulto, siamo di fronte a una nuova emergenza carceri. Non è pensabile che si costituisca ogni giorno un nuovo fondo per questa o quella categoria d’imprese, quando a migliaia chiudono per il peso insostenibile del fisco. Meno incentivi, meno tasse e soprattutto molte più dismissioni. Agli italiani sono stati richiesti sacrifici immani. Ora è lo Stato che deve fare la sua parte».

La collocazione naturale del nuovo movimento sembra essere il centro. Che è già presidiato da Casini, contro cui Italia Futura ha preso una posizione critica. Perché? È vero che c’entra qualcosa la presenza della Marcegaglia? «Non ho alcun pregiudizio nei confronti dell’Udc, di Casini che conosco da trent’anni, o di Emma Marcegaglia che è stata tra l’altro una mia vicepresidente in Confindustria per quattro anni. Anzi, ho apprezzato che l’Udc sia stato l’unico partito ad ammettere di aver bisogno della società civile, ed è positivo che Emma Marcegaglia si sia dichiarata disponibile a impegnarsi. Detto questo, esiste una questione che riguarda la credibilità oggettiva del progetto presentato a Chianciano. Non credo basti cambiare la cornice del simbolo, o reclutare due o tre figure dalla società civile o dal governo, per realizzare operazioni di vero rinnovamento. Se i partiti del centro hanno in testa qualcosa di diverso da una “Udc 2.0”, da un remake dello stesso film, e pensano invece a contenuti, idee e rinnovamento vero della classe dirigente, allora vale assolutamente la pena aprire un dialogo. Senza tatticismi o idiosincrasie, perché gli italiani non capirebbero operazioni all’insegna dello slogan “tutto cambi perché niente cambi”. Il tempo in cui si poteva essere per il rigore a Roma e per gli sprechi in Sicilia è finito».

Molti tra gli elettori delusi dai partiti guardano a Grillo. Che ne pensa? «È inevitabile che sia così. E io penso che ogni nuova forza che affronta il giudizio degli elettori abbia il diritto ad essere rispettata. D’altra parte i partiti non sono riusciti, neanche di fronte al totale discredito pubblico e a un’emergenza economica che costringe gli italiani a enormi sacrifici, a realizzare riforme di una qualche rilevanza. Ma le risposte non possono essere distruttive o populiste, perché il populismo è una delle cause della crisi italiana. Affrontare una profonda riforma dello Stato è il migliore antidoto».

Renzi che impressione le fa? «È un fatto nuovo, una bella dimostrazione di democrazia. È giusto che il sindaco di una grande città europea possa ambire a essere il leader di un partito. Non possiamo da un lato lamentarci dei professionisti della politica e dall’altro allarmarci se un giovane si fa avanti».

Della Valle, suo socio in Ntv e suo amico, ha usato un linguaggio molto duro verso Marchionne ed Elkann. Chi ha ragione? «Guardi, con la famiglia Agnelli ho da quarant’anni rapporti di stima e di affetto che attraversano le generazioni, da Gianni Agnelli a Leone Elkann, il figlio di John. Mi sono sempre sentito orgoglioso di far parte di una quadra. Quando la famiglia mi chiese di assumermi responsabilità, non mi sono tirato indietro. Le lascio immaginare la mia profonda amarezza di fronte alle parole di Diego, che non condivido nella sostanza e tanto meno nella forma, in rapporto a una polemica nei confronti della famiglia e di Sergio Marchionne che considero dannosa e sbagliata. Sono stato presidente della Fiat per sei anni, e posso ben dire che Marchionne ha salvato l’azienda».

Ma della Fiat che sarà? Manterrà gli stabilimenti e la "testa" in Italia? O rischia di diventare la sottomarca europea della Chrysler? «La Fiat opera in uno dei settori più difficili e competitivi del mondo, con un mercato europeo tornato indietro di trent’anni. Eppure ha confermato di voler rimanere in Italia. L’operazione Chrysler sarà fondamentale per il futuro di Fiat. E non dimentichiamoci mai che una grande azienda come Peugeot, e altre presenti in Europa, si trovano oggi in enormi difficoltà. La questione a cui dobbiamo dare una risposta è se l’Italia vuole continuare a essere un grande Paese industriale, con regole e condizioni da grande Paese industriale. Io sono sicuro di sì, e anche per questo ho investito in Ntv. Ma attenzione, Ntv è un’esperienza che se da un lato conferma che c’è grande potenziale di crescita, dall’altro mette in evidenza che fare impresa in Italia oggi è una missione quasi impossibile».

Perché dice questo? «Perché tra barriere alla concorrenza e insufficiente attenzione da parte del governo siamo l’unico Paese al mondo dove sembra che la politica faccia una cortesia a lasciar investire i privati. Per questo dico: dobbiamo favorire e premiare l’Italia che rema e che continua ad avere fiducia nelle proprie potenzialità, restituendo al lavoro e alla produzione il posto che meritano, anche nelle politiche fiscali. Lavoratori e imprese sono legati in maniera molto forte in questo momento storico. Con una tassazione sulle imprese che è vicina al 70%, con un costo dell’energia del 30% superiore alla media europea, con una burocrazia asfissiante, una produttività bassa, norme spesso assurde e liberalizzazioni insufficienti o continuamente rinviate, come possiamo pensare che gli imprenditori continuino ad investire e l’occupazione cresca?».

Aldo Cazzullo

venerdì 28 settembre 2012

Fini chi? Quello dei tortellini?


"Fli non si scioglie e, a quanto mi risulta, nemmeno l’Udc. Vedremo se presentare il simbolo". Non ha dubbi il presidente della Camera, Gianfranco Fini parlando a Otto e mezzo su La7 delle prospettive di quello che era il Terzo polo. Poi il leader di Fli ha spalleggiato il Monti-bis: "Tanti italiani attendono dalla politica più responsabile un riferimento con una cultura di governo per rendere possibile un assetto politico che sia all’insegna dell’interesse nazionale. Il presidente del Consiglio più idoneo a fare ciò è Mario Monti". Per quanto riguarda il centrodestra, Fini si è autoproclamato insieme a Casini come l'alternativa credibile: "Il Terzo Polo non c’è più ma ciò che abbiamo detto Casini ed io a Chianciano e ciò che spero Casini dirà ad Arezzo significa che c’è un obiettivo comune: costruire un’alternativa credibile di governo di centrodestra a Bersani e a Berlusconi. Una aggregazione che vada molto oltre Fli, che non si scioglie come mi risulta si sciolga l’Udc, ed altre eventuali altri liste di cui si parla".

lunedì 25 giugno 2012

Viscidume democristiano


Casini esce allo scoperto e dice chiaramente di volere un accordo con la sinistra. L'ammissione arriva in questo preciso momento perché il leader Udc è convinto che il voto anticipato sia più vicino: per "colpa" di Berlusconi. Dunque occorre prepararsi per tempo alle urne. "Ho sempre ritenuto - dice il leader Udc a margine della direzione nazionale del suo partito - che la prospettiva sia un patto per affrontare le emergenze tra progressisti e moderati", . "Oggi - prosegue - si è realizzato con il governo tecnico, ma la strada è un governo politico per risollevare il Paese a affrontare l’emergenza che non durerà poco per arrivare così agli Stati Uniti d’Europa costruiti attorno al rapporto tra le due grandi famiglie del Ppe e del Pse".

Chi dice via dall'euro è fuori dal Ppe: Casini sferza un duro colpo a Berlusconi ricordando che "basta fare un giro in Europa per capire che il Ppe non ha niente a che fare con chi ha voglia di uscire dall’Europa". "I mercati - osserva il leader Udc - prendono di mira diversi Paesi, non perché non credono a misure specifiche, ma per chiedere se crediamo all’Unione europea e negli Stati Uniti d’Europa".

Il Pdl vuole solo indebolire Monti: In un passaggio del suo ragionamento Casini denuncia quello che, a suo dire, è un disegno subdolo e per certi versi diabolico del Pdl: paventare l'uscita dall'euro non per convinzione ma solo per danneggiare il governo. "Qualcuno chiede a Monti di fare miracoli, ben sapendo che questo non è possibile. Spazio per furberie non ce n’è più. Da che lato degli schieramenti politici arrivi il rischio" di far mancare il sostegno al governo è sotto gli occhi di tutti. "Nel Pdl - aggiunge - parlano un giorno di uscita dall’euro e il giorno dopo dicono di voler sostenere il governo. Tanta confusione fa male però all’esecutivo".

domenica 10 giugno 2012

Incartati fino al 2013

Ko tecnico di Davide Giacalone

Dicono che cresce la voglia di elezioni a ottobre, a me pare che cresca l’incapacità di credere che, in queste condizioni, si possa tirare a campare ancora un anno. Si sono incartati e non sanno come uscirne. Manifestano la loro paura sotto forma d’arroganza. Vale per il governo come anche per le forze politiche maggiori, il che innesca uno scontro fra gruppi che saranno comunque chiamati a convivere e collaborare, mentre ora inscenano una falsa rissa, al solo scopo di allontanare da sé le nerbate qualunquistiche e protestatarie con le quali viene flagellato il loro elettorato. Poi si ritrovano in accordi spartitori, colonizzando autorità che offrono garanzia solo a quelli che ne campano. Non si accorgono, i tapini, che così procedendo di nerbate ne meritano e se ne aggiudicano il doppio. Il governo è in stato confusionale. I tecnici sono in ko tecnico. Nel mentre la pressione fiscale cresce il gettito fiscale scende sotto le previsioni. E’ la dimostrazione che il corpo non reagisce, che la terapia è sbagliata. Ed è un errore tecnico, che giustifica il licenziamento in tronco dei presunti tecnici. Guardate quel che succede con l’Imu: tutti sappiamo di doverla pagare, molti non sanno dove prendere i soldi, quasi nessuno sa come e quanto, in compenso sappiamo che la prima rata è a giorni e la seconda entro la fine dell’anno. Di fronte a questo terrorismo, innescato dall’incapacità tecnica, quale credete che possa essere la reazione più consueta? Aspetto a spendere e tengo i soldi da parte. Così i geni che hanno aumentato l’iva constatano che il gettito di quell’imposta diminuisce. Cosa rispondono? Aumento delle tasse e lotta all’evasione (in omaggio al velenosissimo moralismo fiscale). In condizioni normali sarebbero restituiti alle loro università, non a caso sprofondate sotto il centesimo posto nella classifica mondiale della qualità.

Ma le forze politiche maggiori hanno paura delle elezioni. Il centro destra non sa neanche come presentarsi, avendo maturato la convinzione d’essere complessivamente impresentabile. Il centro sinistra è un caleidoscopio impazzito: se si presenta aggregato vince, ma il Pd viene polverizzato; se si presenta disaggregato perde sicurezza, acquisendo solo la certezza che al Senato non ci sarà alcuna maggioranza. Da novembre andiamo ripetendo che il tempo del governo Monti doveva essere occupato stringendo un accordo riformatore, ma è stato sprecato in tatticismi autodistruttivi. Prima si sono attese le amministrative, il cui esisto era scontato e, difatti, qui annunciato. Dopo quelle, la disperazione. Alfano e Berlusconi dovrebbero sapere che annunciare in quel modo la scelta per il sistema francese serve a segnare una posizione, non a costruire una politica. Bersani dovrebbe sapere che rispondere chiedendo il doppio turno, ma rifiutando il sistema istituzionale connesso, serve solo a non fare un accidente (Letta ha ragione sul patto costituente, ma serve che la direzione Pd di oggi dica sì al modello francese, senza escluderne pezzi). Il presidente della Repubblica sa benissimo che mettendo i piedi in questo piatto ne fa schizzare e sprecare il contenuto. Questi signori giocano una partita che non ha nulla a che vedere con il futuro.

Riassumendo: non c’è governo della crisi, non ci sono riforme istituzionali e non si cambia nemmeno il sistema elettorale. Bingo. I benpensanti, prima di condannare la politica economica del governo, dicono: grazie a Monti, però, l’Italia ha riconquistato un ruolo internazionale. Sembra il ritorno della “grande proletaria”, di pascoliana e libica memoria. Ma da cosa lo intuiscono? Quando David Cameron sostenne che il fiscal compact era da considerarsi al pari della corazzata Potemkin lo si è lasciato da solo, neanche cogliendo la novità storica: un inglese che propone maggiore integrazione. Quando il lussemburghese Jean-Claude Juncker s’è dimesso da presidente dell’eurogruppo, protestando contro la folle dottrina cui la Germania aveva (allora) piegato la Francia, non s’è sentito un fiato, laddove avrei urlato solidarietà. Neanche si usano le parole dei migliori statisti tedeschi (che noi segnaliamo dall’estate scorsa), per contrastare una politica che distruggerà l’Europa. S’è atteso che i socialisti vincessero le presidenziali francesi per accorgersi che si poteva anche manifestare dissenso. Ruolo ficcante e astuto, non c’è che dire. E allora? Le regole vorrebbero che si fosse già votato, o, almeno, che ci si andasse. Ma l’uomo del Colle non vuole, per concludere il settennato assieme al resto del sistema. Gli omarini che stanno sotto al Colle ne hanno paura, tirando a campare qualche settimana in più. Mentre i descamisados del “vaffa” godono nel vedere tanta brava gente, moderata, pensare: piuttosto che questi incapaci voto per chi ce li manda. E pensare che si sa con esattezza cosa è necessario fare e come far ripartire l’Italia (che è forte, ricca, capace), e si sa a quali componenti sociali e politiche tocca farlo. Ma non ci si riesce, perché ai morti rode che i vivi vivano.

sabato 5 maggio 2012

Zero virgola ma alleato di tutti... detta legge?


Adesso Pier Ferdinando Casini vuole governare la regia del parlamento. Adesso il ledaer centrista entra in pressing sulla maggioranza che fino ad ora ha sostenuto il premier Mario Monti per avere certezze sul futuro. "Chiederò un appuntamento a Bersani e a Berlusconi per sapere se vogliono sostenere il governo e vogliono andare avanti o se ogni giorno vogliono trovare un modo per distinguersi - ha spiegato Casini - finiamo la campagna elettorale, poi parliamo seriamente di tutto". A margine del suo intervento al congresso nazionale delle Acli, il leader centrista ha chiesto agli "alleati" una scelta di campo: o dentro o fuori. Il suo intento è quello di garantire ai tecnici la sopravvivenza fino al 2013.

Casini si sta rendendo conto di essere rimasto in minoranza. Sia il Pdl sia il Pd non nascondono più il proprio mal di pancia nei confronti del Professore: vuoi la raffica di nuove tasse, vuoi l'incapacità di partorire una riforma del lavoro incisiva, vuoi la reintroduzione della tassa sulla prima casa. Il parlamento sta - poco a poco - abbandonando Monti. "Ormai è il mio destino, in minoranza con Prodi, in minoranza con Berlusconi, resterò in minoranza anche adesso - ha aggiunto Casini - io le promesse e la demagogia fiscale ritengo che siano un tumore per il nostro paese". Secondo il leader centrista, la maggioranza deve andare avanti a rafforzare il governo nonostante la pressione fiscale eccessiva. Tanto che Casini sembra (quasi) giustificarla: "Questo avviene a causa dei tanti che non pagano le tasse. Se ci fosse meno evasione ci sarebbe una pressione fiscale più compatibile per tutti". Sul piano degli interventi in parlamento, Casini è tornato a chiedere una maggiore incisività nella lotta all’evasione fiscale che potrebbe portare nelle casse dello Stato un extragettito che, dopo la burrasca della crisi economica, potrebbe essere usato proprio per alleggerire le tasse sulle famglie e sulle imprese. "Oggi - ha concluso il leader centrista - non è il momento delle promesse demagogiche con le quali questo paese è arrivato dove è, cioè vicino alla grecia non solo geograficamente".

giovedì 2 febbraio 2012

Il (finto) volare di stracci

Nonostante stia distruggendo l'italia (ed è evidente), tutti gli idioti di destra, di sinistra e di centro, continuano a sostenerlo apertamente. Chi è causa del suo mal, pianga se stesso. Il peggio è che con questo governo tecnico del salvaitalia e cresciitalia, andiamo a fondo soprattutto noi. Ipocrita è chi prima lo osanna, poi lo critica e poi ancora dice che rimandare a casa nonno Monti, sarebbe una pazzia.


MILANO - Il posto fisso per tutta la vita non ci sarà più e, in ogni caso, sarebbe monotono, per cui è anche bello cambiare e accettare nuove sfide. Le parole pronunciate da Mario Monti a Matrix non sono passate inosservate e subito si sono levate critiche da destra e da sinistra.

L'AFFONDO DI STORACE - Francesco Storace, leader de La Destra, si affida all'ironia e ricorda che «Monti farà il senatore a vita e avrà il suo posto fisso, quindi dovrebbe fare molta attenzione quando usa le parole». «Mi indigno per la leggerezza con cui vengono dette certe cose - ha aggiunto intervenendo a Tgcom24 - davvero Monti pensa che si possa saltellare da un lavoro all'altro con tanta facilità come accade negli altri Paesi?».

«LUOGO COMUNE MA CORAGGIOSO» - «Ho una grande simpatia per il luogo comune di Monti perchè è coraggioso - commenta invece l'ex ministro Renato Brunetta, a sua volta finito spesso al centro delle polemiche per parole pronunciate in occasioni pubbliche - . Ho detto anch'io tanti luoghi comuni e sono stato crocifisso, insultato ma anche apprezzato, dai fannulloni ai panzoni e così via: ma questo Paese, la stampa soprattutto, ha dei tassi di ipocrisia spaventosi». E un altro ex ministro di Berlusconi, Giorgia Meloni, che si è occupata di Politiche giovanili: «Monti sa benissimo che i giovani non inseguono più da tempo la chimera del posto fisso. Ormai, loro malgrado, se ne sono fatta una ragione. Chi sembra invece non averlo capito sono le banche e gli istituti di credito che, senza busta paga e, appunto la garanzia di un lavoro a tempo indeterminato, non fanno nulla e non concedono mutui per l'acquisto della prima casa. Il nodo quindi non la mobilità, ma il precariato e l'instabilitá del posto di lavoro, che rendono la maggior parte dei ragazzi e delle ragazze al primo impiego, figli di un dio minore dal punto di vista delle prospettive di vita».

CRITICHE DA SINISTRA - Ma critiche al presidente del Consiglio sono arrivate anche dal fronte del centrosinistra. «È stata una delle peggiori performance televisive del presidente del Consiglio - taglia corto Nicola Latorre, vicepresidente del Pd al Senato, prendendo la parola ad Agorà, su Raitre -. Teorizzare che la società non è dinamica perchè c'è l'articolo 18, perché c'è il posto fisso è una sciocchezza. Teorizzare che il posto fisso è noioso credo sia discutibile e io non la penso proprio così». Nicola Zingaretti, presidente della Provincia di Roma, liquida l'intervento di Monti come «battuta infelice». E aggiunge: «La vera tragedia in Italia sono la disoccupazione e il lavoro precario». Più duro il giudizio che arriva dalle fila dell'Idv per bocca di Antonio Borghesi, vicecapogruppo dei deputati dipietristi: «Sono parole inopportune e inappropriate, tipo quelle di Padoa Schioppa quando disse che le tasse sono bellissime». E ancora: «Monti ha sbagliato profondamente - ha aggiunto - e dovrebbe chiedere scusa a tutti quegli italiani che in questo momento vivono un momento estremamente difficile».

«LA DISTANZA DEI MINISTRI» - La Cgil si affida invece al twitter istituzionale per commentare l'uscita del capo del governo: «Precari per tutta la vita? Ma che noia e che monotonia». Certo, prosegue il sindacato, con la «disoccupazione oltre l'11%, un giovane su tre disoccupato, due su tre al Sud. Quanto tempo libero, chissà come si annoiano e che monotonia». Insomma, si sottolinea, «i professori stanno lavorando con impegno ma di tanto in tanto spunta il loro snobismo. I ministri non vivono fra noi».


mercoledì 11 gennaio 2012

Ammazzacorporazioni, risparmio zero


Più che impegnarsi a difendere i lavoratori italiani, i partiti sembrano voler pianificare la loro povertà. L’accetta delle liberalizzazioni e privatizzazioni è brandita soprattutto dai partiti di centrosinistra. Il Pd e il Terzo polo e l’IdV sono la testa di ponte di questa volontà del governo di abbattere le cosiddette corporazioni, da quella dei tassisti a quella dei notai a quella dei farmacisti. Ma ce ne sono tante altre, anche perché il benessere degli italiani è cresciuto grazie alle tante corporazioni sviluppatesi nel corso del secolo scorso. Dai ferrovieri agli insegnanti, dagli avvocati ai notai, dai netturbini agli autisti del trasporto pubblico per finire ai tassisti c’è sempre stato un orgoglio di appartenenza alla categoria, gratificato anche da alcuni privilegi. Ognuna di queste categorie di lavoratori aveva la sua befana, le sue feste e le proprie ricorrenze. E soprattutto un reddito dignitoso. Certo ci sono gli eccessi come i notai ma questo non può essere un valido motivo per azzerare tutte le professioni. Ora tutto, già da diversi anni, viene messo in discussione. Dopo gli attacchi di Amato, Ciampi e Prodi arrivarono le lenzuolate di Bersani a minacciare le professioni, con il pretesto di dare maggiori opportunità di lavoro ai giovani e di rendere attraverso la concorrenza meno esosi i costi per i consumatori. L’operazione, invece, è volta solo a spalmare tanta povertà. Queste politiche liberiste, infatti, non hanno avuto quasi mai nessun riscontro positivo in fatto di risparmio per i cittadini. Anche la liberalizzazione degli orari dei negozi, sponsorizzata soprattutto dal Pd, serve solo ad ammazzare la piccola rivendita per favorire i mega centri commerciali. Nonché le coop. Le nuove lenzuolate che il governo si appresta a varare nei prossimi giorni andranno a colpire proprio le professioni, salvaguardando le proprie e quelle dei cortigiani. Si pensa così di creare lavoro, soprattutto per i giovani sempre più in bocca a Napolitano, Monti, Bersani e compagnia bella. Solo che dalla bocca escono solo belle parole e nulla più. Come può un giovane continuare ad accettare per anni e anni un salario di 800-1000 euro? E in questa fascia di reddito ci vogliono far finire tutte le professioni, a cominciare dai tassisti e farmacisti. A queste cifre ci vada a lavorare il figlio di Bersani, di Casini, di Fini, di Prodi e perché no di Monti. C ome si può pensare che un tassista che ha pagato a caro prezzo la licenza (molti indebitandosi) possa accettare condizioni di concorrenza? E’ chiaro che anche in questo settore finiranno per dominare i grandi gruppi, sfruttando i poveracci. Non è certo un segno di civiltà e di dignità vedere un nordafricano o un bengalese alla guida di un taxi. Si tratta solo di schiavizzazione controllata. Questo succede in America e difatti sono tra gli ultimi nella piramide del reddito. Non è che quando si sta in Parlamento è giustificato l’alto stipendio mentre quando si fanno altri lavori ci si deve accontentare delle briciole. Oltretutto si chiede anche la rinuncia a quei piccoli privilegi delle corporazioni. I privilegi li debbono mantenere solo i politici, i banchieri, gli alti magistrati e i manager? Con le liberalizzazioni, sponsorizzate da quasi tutti i partiti, non si produce nessuna crescita economica se non tanta altra povertà. Basta con questi professori della miseria e con questi maggiordomi di centrodestra e di centrosinistra. Riprendiamoci la nostra lira e teniamoci strette le corporazioni. Dove sono state abolite c’è solo tanta precarietà e sfruttamento. Se il futuro è questo allora l’italiano-lavoratore sarà destinato alla sparizione, in quanto non accetta più di essere sfruttato. Resteranno solo gli immigrati? Ora capiamo perché vengono considerati come una risorsa. Vero Napolitano?

sabato 7 gennaio 2012

Tempi di crisi, vacanze di lusso... per i politici

Dopo i tre porcellini (beccati alle maldive in un resort esclusivo) e non solo loro, eccone un altro che fa parte della casta... beccato in un altro resort esclusivo. E la sobrietà di tutti (soprattutto quella comunista) va a farsi fottere.


Cari lavoratori della Wagon Lits arroccati su una delle torri della Centrale da 15 giorni, anche a Natale Giuliano Pisapia era con voi. Ve l’ha detto decine di volte ed è venuto personalmente a ricordarvelo pochi giorni fa. E questo era vero almeno per quanto riguardava il suo spirito. Il corpo, invece, era gentilmente posato su una delle comodissime sdraio del mega-hotel Rayavadee, Thailandia. Una location da sogno. E il sogno in questione costa 900 euro circa a notte. Perché va bene essere compagni, purché lo si faccia con stile. Il sindaco di Milano è stato fotografato così poco dopo il 25 dicembre: panzetta all’aria sotto il caldo sole del sud-est asiatico, nel cuore del parco nazionale Krabi Marine. Al suo fianco, l’immancabile first lady Cinzia Sasso, inviatissimo di Repubblica a sua volta in libera uscita. Una vacanziella in grande stile, che sicuramente non avrà prosciugato il conto in banca del sindaco, come si può tranquillamente intuire dalla dichiarazione dei redditi 2009 presentata del politico vendoliano durante le primarie. Il suo lavoro da avvocato gli è fruttato ben 805.887 euro. Una bella cifretta, con la quale non sarà stato un problema affrontare le tariffe monstre del resort asiatico.

Purtroppo, non ci è dato di sapere su quale delle tante suite sia caduta la scelta del nostro primo cittadino. Si parte dagli 866 euro necessari per la stanzaccia più pezzente (e si fa veramente per dire, consultare il sito www.rayavadee.com per credere, se le foto a fianco non dovessero bastare) per arrivare alla “villa Prhanang”, accessibile per poco meno di quattromila euro a notte e comprensiva di boschetto privato, lettone imperiale, due stanze per gli eventuali ospiti, idromassaggio e ovviamente piscina delle dimensioni del golfo persico in esclusiva. Il mini-castello è disponibile anche a prezzi inferiori, purché si scelga la bassa stagione. Come detto, tuttavia, non è questo il caso dell’avvocato Giuliano, partito da Malpensa con il volo TG941 della Thai Airways International per Bangkok il 20 dicembre, ovvero nel periodo della grande migrazione dei veri ricchi italiani verso i tropici per un break invernale.

Certo, non sono queste le passioni del nostro sindaco, abituato dalla sua passione politica a sistemazioni decisamente più popolari. Parliamo di un uomo che il giorno della prima della Scala dichiarava di non aver dormito al pensiero di dover indossare il borghese smoking. Di fatto, però, si trattava del viaggio di nozze della coppia Pisapia-Sasso, civilmente uniti a Venezia la primavera scorsa, proprio prima del primo turno delle comunali. L’imprevista vittoria aveva costretto il neo-primo cittadino a cancellare qualche progetto sfizioso. E da lì era iniziato un periodo molto più faticoso del previsto, come lui stesso aveva confessato in una lettera-sfogo sul suo blog su internet. «Ora ci sono mille impegni che incalzano», aveva spiegato, «comincio la mattina e finisco la sera in una girandola di incontri, a volte mi pare di essere una macchina che pigia un bottone e poi un altro, cambiando interlocutori e problemi ogni mezz’ora». Serviva un attimo di relax sotto una palma. Ultima nota: «Ci eravamo dimenticati, quanto fosse difficile governare». Molto meglio fare opposizione dai tropici. Un viaggio forse un po’ troppo borghese per un viaggiatore come Giuliano, che aveva programmato di passare la sua estate girando il Canada in camper e che ha sempre indicato come meta prediletta l’India. Questa volta, tuttavia, non c’era spazio per avventure. Meglio la finissima sabbia thailandese. D’altra parte, pur da avversario, Giuliano l’ha sempre ammesso: lo stile-Berlusconi non è tutto da buttare.

di Lorenzo Mottola

giovedì 5 gennaio 2012

Immigrati esentasse...


Roma - C'è crisi, più tasse per gli italiani. C'è crisi, meno tasse agli immigrati. Dopo un mese di salassi annunciati e applicati, ora il governo Monti lancia l'unico messaggio anti-imposte dal giorno dell'insediamento. Seguendo un ragionamento che potrebbe essere corretto se non arrivasse da chi ha appena flagellato sessanta milioni di cittadini, i ministri dell'Interno Anna Maria Cancellieri e della Cooperazione internazionale Andrea Riccardi stanno lavorando ora in una direzione opposta: hanno deciso di «avviare un'approfondita riflessione e attenta valutazione sul contributo per il rilascio e il rinnovo dei permessi di soggiorno degli immigrati regolarmente presenti in Italia».

Il contributo sarebbe il nuovo balzello deciso da un decreto del governo Berlusconi, a firma degli ex ministri Maroni e Tremonti, pubblicato in Gazzetta ufficiale il 31 dicembre, che sarà in vigore dal prossimo 30 gennaio. Nel decreto è previsto che gli stranieri che chiedano il permesso di soggiorno debbano pagare tra gli 80 e i 200 euro, a seconda del tipo di documento: la quota minima è per il permesso classico di un anno, 200 euro è invece l'obolo necessario per la carta di soggiorno, destinata ai «soggiornanti di lungo periodo», da rinnovarsi ogni cinque anni. La nuova tassa non riguarda in nessun modo i ragazzi minorenni, gli immigrati che vengono in Italia per cure mediche e coloro che richiedono asilo.

Il ragionamento dei ministri Cancellieri e Riccardi è questo: «In un momento di crisi che colpisce non solo gli italiani, ma anche i lavoratori stranieri presenti nel nostro Paese, c'è da verificare se la sua applicazione può essere modulata rispetto al reddito del lavoratore straniero e alla composizione del suo nucleo familiare». Il Pd applaude, ma la mossa filo-immigrati piace soprattutto agli ambienti cattolici, che questo governo rappresenta in effetti con molti ministri, e soprattutto con il premier Monti. La Lega è sulle barricate, annuncia l'ex ministro dell'Interno Roberto Maroni. Ma anche il Pdl è gravemente perplesso: intervenire su questa materia sarebbe «uno sfottò al Parlamento», avverte l'ex sottosegretario Alfredo Mantovano. Questo perch´ la tassa era definita nell'ultimo decreto attuativo di ottobre, ma il contributo «è stato introdotto con la legge 94/2009, che a sua volta ha modificato il testo unico sull'immigrazione; è quindi legge dello Stato, varata dopo un confronto parlamentare consapevole e acceso». Se si modifica questa materia, bisogna quindi ripassare dal Parlamento, avverte anche il Pdl Lucio Malan.

Maroni ha subito reagito sulla sua pagina Facebook: «Il governo vuole cancellare il mio decreto sul permesso di soggiorno a pagamento. Io dico alla ministra Cancellieri di non azzardarsi a farlo, sarebbe un atto di vera e propria discriminazione nei confronti dei cittadini padani e italiani, un attacco ai diritti di chi lavora e paga la crisi che la Lega non può accettare». E il vicepresidente del Carroccio al Senato Sandro Mazzatorta ha ricordato che in Francia sono necessari ben 1.600 euro a un immigrato per ottenere il permesso di lavoro.

Il nuovo meccanismo era stato pensato per rifinanziare in parte i considerevoli costi sostenuti dallo Stato per la gestione dell'immigrazione: rimpatrio degli irregolari e amministrazione delle pratiche dei permessi di soggiorno. Metà delle entrate erano infatti destinate al fondo rimpatri, per sostenere gli straordinari degli agenti di polizia. L'altra metà andrebbe invece a finanziare gli sportelli unici per l'immigrazione e l'integrazione. Il provvedimento avrebbe portato nel giro di poco tempo circa 200 milioni nelle casse dello Stato. L'imposta era stata duramente criticata dalla Chiesa, «una tassa ingiusta», l'aveva definita martedì monsignor Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes della Cei. E ieri dal Vaticano e ambienti vicini sono arrivate lodi al governo che nella crisi pensa agli immigrati: il ripensamento del contributo sul permesso di soggiorno «è il segno di una grande apertura che accogliamo con favore», è stato il commento di Oliviero Forti, responsabile immigrazione della Caritas Italiana. «Un segnale importante e coraggioso» per le Acli.

domenica 6 novembre 2011

Disarmanti ovvietà


Si riparla di continuo di governo tecnico, presieduto da un’eminente personalità del mondo finanziario a cui la sinistra ha dato la sua disponibilità, come il vero modo per risolvere i problemi del nostro debito pubblico. Il cittadino normale potrebbe essere stupito di questa alleanza, apparentemente anomala, tra il Pd, Nichi Vendola e il cosiddetto salotto buono del mondo degli affari. Come si possono mettere assieme interessi così diversi?

La risposta però c’è. Si chiama imposte patrimoniale e sul risparmio, in cambio delle quali la sinistra accetterebbe un nuovo patto sociale il cui contenuto per altro è molto dubbio, dato che la Cgil rifiuta sia i contratti aziendali di Fiat, sia la possibilità che esistano contratti di lavoro a tempo indeterminato, che prevedano la possibilità di licenziamento per la necessità di ridurre la forza lavoro sulla base di congrui ammortizzatori sociali, allo scopo di agevolare le nuove assunzioni, in un periodo caratterizzato da incertezze, per le imprese. Che una guida cosiddetta tecnica abbia come suo elemento caratterizzante la tassazione del risparmio lo si desume chiaramente da ciò che hanno dichiarato i candidati a questo esecutivo, del mondo degli affari, da ciò che ha fatto il governo di Giuliano Amato,nel luglio del ’92,che pose le basi della politica di concertazione tra Confindustria e Cgil al timone della coalizione sindacale unitaria centralizzata che fu varata il mese dopo. Amato nel 1992, nottetempo, varò due patrimoniali straordinarie, una del 6 per mille sui depositi bancari eun’altra della metà sugli immobili e le aree fabbricabili sulla base del loro valore catastale rivalutato. La prima imposta straordinaria generò un considerevole terrore nei risparmiatori e diede luogo a un grande esodo di risparmi dalle nostre banche a quelle svizzere e di altri rifugi. La seconda imposta, formalmente straordinaria, divenne ordinaria perché mentre i denari e i titoli possono scappare all’estero, gli immobili non possono farlo.

Essa si trasformò nell’Ici: con una beffa, perché l’Ici che si era progettata doveva comportare l’abolizione delle imposte di registro e di successione sugli immobili, mentre queste sono rimaste e anzi inasprite in particolare con il decreto legge Visco-Bersani che ha ingessato il mercato immobiliare, alla vigilia della crisi del 1997, facendo «piovere sul bagnato». Il progetto di tassare i patrimoni è ora tornato e si trova in salse diverse, in tutti i menu dei governo tecnici e nei programmi della sinistra. Si va dal progetto di Amato che vorrebbe tassare tutti i patrimoni di un terzo degli italiani, cioè 20 milioni, con un tributo straordinario medio di 30mila euro, che darebbe luogo a un gettito di 600 miliardi, pari al 33% del Pil, a quello del professor Pellegrino Capaldo, vicino all’Udc, che la vuole di gettito analogo sugli immobili, sul loro aumento di valore dagli anni postbellici, pagabile a rate e garantita da ipoteca sugli stessi, a quella di Alessandro Profumo, ex ad di Unicredit, aspirante ministro del governo tecnico, di importo pari a 400 miliardi, con base imponibile indeterminata, a quella poi di Emma Marcegaglia, presidente uscente di Confindustria che voleva una patrimoniale ordinaria di 1,5 per mille sopra 1-1,5 milioni di euro, tra titoli, depositi e immobili, che darebbe 6 miliardi. Luigi Abete, altro candidato a governi tecnici, la vuole dell’uno per mille, ma con gettito di 9 miliardi e base imponibile a livelli inferiori. Infatti, nelle discussioni sul governo tecnico, ora la base della patrimoniale ordinaria è scesa a un milione e per la Cgil a 800mila euro. Il Pd, invece, la pone fra 1,2 e 1,7 milioni, ma con un’aliquota del 5%, ossia 3,3 volte quella confindustriale e dello 0,8 oltre 1,7, ossia 8,3 volte. Vendola vuole una «patrimoniale pesante» e la tassazione delle rendite finanziarie «per ridurre il debito e rilanciare la crescita». Mario Monti non si sbilancia, ma allude chiaramente alla patrimoniale, dicendo che tutti debbono fare i sacrifici. poiché i partiti che lo sostengono hanno, come scelta obbligata, la patrimoniale, egli ne sarebbe lo sponsor. Frattanto i capitali scappano perché, come la storia insegna, la tassazione dei risparmi si espanderebbe dall’alto verso il basso. Le banche potrebbero maneggiare le operazioni di smobilizzo degli impieghi di risparmio, per consentire ai loro clienti di raggranellare il liquido per il nuovo tributo o gruppo di tributi.

venerdì 4 novembre 2011

Due pesi, due misure

Mi piacerebbe sapere dove sta ora l'onorevole Di Pietro. Perchè sarebbe lo stesso mercato delle vacche che ogni tanto denuncia alla magistratura...


Sono tutti Scilipoti. Questo è un Parlamento dove i confini tra uno schieramento e l’altro non sono di granito, si viaggia, si passa, si cambia colore, casacca, c’è un traffico da autostrade di Ferragosto. Solo che non tutti i passaggi sono uguali, dipende da dove uno svolta. Se un deputato, per esempio, svolta a destra è un venduto, un traditore, un peripatetico, un uomo senza legge e senza morale, uno che nasconde in banca qualcosa di losco. Se invece svolta a sinistra è tutta un’altra musica. È un eroe, un salvatore della patria, un santo subito, uno che ha visto la luce, da invitare senza indugio a talk show televisivi alla moda come Che tempo che fa o Ballarò, quest’ultimo non a caso prende il nome da un famoso mercato di Palermo. È un po’ quello che è successo a Fini, passato con un balzo da ex fascista a tirannicida. Queste ore stanno confermando che la svolta a sinistra non scandalizza i benpensanti della morale pubblica.

Berlusconi, dicono le cronache, non ha più la maggioranza assoluta alla Camera. Ida D’Ippolito Viale e Alessio Bonciani sono passati dal Pdl all’Udc, sono finiti quindi nell’area dell’opposizione. Casini ha fatto sapere a Napolitano e Bersani che almeno altre 18 anime sono pronte a trasmigrare dall’altra parte. Antonione due giorni fa aveva già annunciato l’addio al Pdl. Tutti quanti dichiarano di spostarsi non per interessi personali ma per ragioni alte e nobili. Nessuno verrà mai chiamato traditore. Nessuno sarà messo all’indice. L’onorevole Di Pietro, dalla denuncia facile, questa volta si guarderà bene da fare esposti alla Procura competente per traffico clandestino di parlamentari. Svoltare a destra è reato, a sinistra è sana e robusta partigianeria.

Lo stesso Scilipoti avrà presto la sua redenzione e il suo perdono, bastano un pater noster e quattro ave Maria. Poi forse come Sant’Agostino scriverà le sue confessioni. Non c’è nulla di più cristiano del figliol prodigo o della pecorella smarrita. Anche qui l’importante è che la pecorella si smarrisca a destra e ritorni a sinistra. Nel frattempo il simbolo dei peones migranti fa sapere che il suo cuore è pieno di dubbi: «Potrei votare sì come potrei votare no la fiducia al maxiemendamento. Auguri ai deputati del Pdl che lasciano per andare nell’Udc. Pensano di avere delle buone ragioni. Questa scelta l’avranno fatta sicuramente nell’interesse del popolo italiano». Povero popolo, che sta sempre lì a coprire le ragioni di tutti quelli che svoltano a sinistra. Scilipoti comunque entro martedì scioglierà la riserva e anche lui ci farà sapere da che parte sta. Se il richiamo dell’opposizione dovesse essere troppo forte si affretterà a strappare la prefazione del Cavaliere al suo libro «Scilipoti re dei peones». E così anche lui avrà la sua bella presentazione da Fazio.

Ognuno in fondo ha il sacrosanto diritto di ripensarci. L’unica cosa che stona in questa stagione di indignati e onorevoli viaggiatori è questo velo di ipocrisia che oscura l’Italia. Questa doppia morale di chi si scandalizza a corrente alternata. Non è più semplice dire che gli interessi del popolo italiano non c’entrano mai nulla e lo spettacolo è sempre lo stesso: la danza dei voltagabbana che da sempre in questo Paese vanno in soccorso del vincitore? Berlusconi andrà in Parlamento a cercare la sua maggioranza. La troverà, non la troverà? Vedremo. Di certo è l’unica mossa normale, simile a tutte le democrazie, che andrà in scena in questo Paese. Il resto è traffico e ipocrisia.