giovedì 18 gennaio 2018

Gli italiani non lo meritano

E fortunatamente in italia c'è lei a spiegarci la satira imbecille dei radical chic nostrani. Claretta Petacci o Giorgia Meloni, in ogni caso è una brutta satira. Chissà che sarebbe successo se avesse fatto satira su una qualche figura femminile di sinistra, chissà cosa avrebbero detto in sua difesa. Però, non ci meritiamo Gene Gnocchi e la sua bruttissima satira.

Gene Gnocchi e Claretta Petacci: perle (dell’ironia) ai porci. La satira va per eccessi, iperboli, paradossi e mastica, rimastica e sputa tutte le figure retoriche che vuole e che probabilmente voi che vi siete incarogniti dandogli del cretino, non sapete manco che siano. di Selvaggia Lucarelli

Gene Gnocchi è un intellettuale. Uno scrittore. Un uomo di tv. Ed è soprattutto un comico. Il fatto che io abbia premesso il resto non è casuale. Vederlo trattato come un cretino, in questi giorni, per via della battuta su Claretta Petacci e il finto maiale della Meloni, mi fa incazzare come poche cose al mondo. Assistere al linciaggio selvaggio da parte di un’orda di barbari che non conosce, non ha letto, non pratica la satira e pretende di dare lezioni a uno che ha fatto cose meravigliose per decenni, riuscendo sempre a percorrere sentieri poco battuti, a inventare, creare, divertire, stupire, stravolgere con originalità e cultura, è una di quelle faccende per cui mi prende il male di vivere.

Assistere allo sdegno di editorialisti e gente che i mezzi per comprendere la satira li avrebbe pure, mi incupisce ancora di più. La battuta (e dover spiegare la costruzione di una battuta è un’operazione deprimente quanto spiegare una barzelletta o perché uno non ama più un altro o perché la pena di morte fa schifo e tante altre cose che dovrebbero essere chiare e definitive), non era “Claretta Petacci era un maiale”. La battuta era “il maiale era di Giorgia Meloni, le è scappato, è un maiale femmina tra l’altro e l’ha chiamato Claretta Petacci”. Ora. Mi sembra evidente che Gnocchi volesse dire, molto banalmente, che il nome del suo fantomatico e surreale animale domestico potrebbe essere il nome di un personaggio legato alle sue idee politiche di destra. La battuta beffeggiava la Meloni, non la Petacci. E qui apro parentesi.

Sembra una storia comica o inventata per l’occasione, ma io ho avuto un cane che si chiamava Duce. Era tutto nero, mio fratello ha avuto un periodo demenziale-fascista nell’adolescenza e mentre noi altri pensavamo ai soliti Bobby, Nerino e Jack, lui prese a chiamare il nuovo arrivato Duce. Detestavamo tutti quel nome, i miei gli davano dell’ imbecille, ma alla fine vinse lui, perché il cagnolino, ormai, vittima della propaganda fascista del fratello maggiore che lo corrompeva a suon di biscotti e frattaglie, rispondeva solo al nome “Duce”.  Mio fratello derideva il Duce? No, purtroppo. Lo omaggiava.

Gene Gnocchi dava del maiale alla Petacci? No, intendeva dire che la Meloni, in un ipotetico mondo che non esiste ma è una sua costruzione ironica, un suo animale lo chiamerebbe Claretta o Benito o perfino Adolf o Goebbels (benché la Meloni non sia filo-nazista presumo), perché la satira fa questo. Va per eccessi, iperboli, paradossi e mastica, rimastica e sputa tutte le figure retoriche che vuole e che probabilmente voi che vi siete incarogniti dandogli del cretino, non sapete manco che siano. Gene Gnocchi non se lo merita il vostro “imbecille”. I vostri editoriali saccenti. Le lezioncine “I morti si rispettano”. Siete sguaiati. Siete fuori fuoco. E infine, lasciatevelo dire, nei recinti non andrebbero messi i maiali, figuriamoci la satira.

lunedì 15 gennaio 2018

E poi le scuse...


È un mezzo passo indietro quello che Catherine Deneuve fa in una lettera aperta pubblicata dal quotidiano francese Liberation, in cui torna a parlare del tema delle molestie, dopo avere messo il suo nome nell'elenco di cento persone firmatarie di un appello finito sulle pagine di Le Monde e che difende la "libertà di importunare", parlando di una "caccia alle streghe" avviata dopo l'emergere del caso Weinstein.

"Lo stupro è un crimine, ma tentare di sedurre qualcuno, anche ostinatamente o in maniera maldestra, non lo è, come la galanteria non è un'aggressione machista", si leggeva nell'appello. Ma se la Deneuve ribadisce "sono libera, e lo resterò", la fiumana di critiche che le si è rivolta contro dopo avere firmato l'appello la porta ora a correggere la rotta, spiegando il perché e che cosa significasse per lei aderire.

"Saluto fraternamente tutte le vittime di atti odiosi che possono essersi sentite offese. È a loro e soltanto a loro che presento le mie scuse", spiega l'attrice francese, dopo che anche Le Monde ha dovuto pubblicare un articolo in cui argomentava la sua decisione di pubblicare l'appello. E dice che se avesse ritenuto che ci fosse alcunché sul tema delle molestie "non l'avrebbe firmato", condannando al contempo "un'era dove le semplice accuse sono sufficienti a ottenere punizioni, dimissioni... e spesso un linciaggio mediatico".

La lettera aperta della Deneuve arriva dopo commenti sui media da parte di alcune delle donne che hanno firmato l'appello, per nulla in linea con il suo modo di vedere. In molte l'hanno condannata, a partire da Asia Argento, che sui social ha criticato le firmatarie: "La loro misoginia interiorizzata - ha scritto - le ha lobotomizzate fino a un punto di non ritorno". Altrove sono arrivate invece dimostrazioni di sostegno. "Senza le avances - ha detto Claudia Gerini - finisce il mondo"-

Ora la Deneuve chiarisce: "Vorrei dire ai conservatori, razzisti, tradizionalisti di ogni bordo che hanno trovato strategico darmi il loro sostegno, che non sono sciocca. Non avranno la mia gratitudine né la mia amicizia, anzi".

venerdì 5 gennaio 2018

Schizofrenia... pd





mercoledì 3 gennaio 2018

Franceschini e gli immigrati

Altri soldi degli italiani che vengono buttati via. Giorgia Meloni ce lo fa sapere dal suo facebook:

"Per il Pd non bastavano i miliardi di euro spesi ogni anno per pagare vitto e alloggio a centinaia di migliaia di clandestini e foraggiare l'enorme business dell'accoglienza: ora il ministro della Cultura Franceschini stanzia un altro milione e mezzo di euro per finanziare "progetti di cinema e teatro" sugli immigrati e sui "nuovi italiani". In pratica, si sono inventati la versione cinematografica dello ius soli, ovviamente con i soldi pubblici. Non se ne può più, la misura è colma. Quando andremo al Governo cancelleremo una ad una queste porcate della sinistra: per me e Fratelli d'Italia vengono PRIMA GLI ITALIANI."

Ce lo chiede l'europa...

Come diceva fonzarelli? "Abbiamo abbassato le tasse". La signora Bonafè, ad esempio, ieri diceva che nel 2015 il governo gentiloni ha eliminato addirittura l'imu sulla prima casa... 7 anni di governi di tasse, sangue, lacrime e distruzione totale ad uso e consumo soltanto della propria cerchia di amici.

Sacchetti ortofrutta a pagamento, il divieto di quelli in plastica non l’ha imposto la Ue. La decisione è del governo. La direttiva comunitaria, recepita con un emendamento al Dl Mezzogiorno, consentiva di esonerare dall'obbligo di compostabilità gli involucri destinati agli alimentari. Tanto che solo Italia e Francia hanno bandito quelli non biodegradabili. Festeggia il leader italiano della produzione di biopolimeri: la Novamont guidata da Catia Bastioli, che Renzi nel 2014 ha nominato presidente di Terna di Veronica Ulivieri

Il divieto è scattato al grido di “Ce lo chiede l’Europa”. Ma Bruxelles, a ben guardare, non c’entra nulla con il diktat che dall’1 gennaio impone ai consumatori italiani che acquistano frutta e verdura di confezionarle in sacchettini di plastica biodegradabile e compostabile rigorosamente usa e getta e a pagamento. E’ stato il governo Gentiloni, con un emendamento infilato la scorsa estate nel Dl Mezzogiorno durante il passaggio al Senato, a imporre un diktat che la direttiva comunitaria del 2015 non prevedeva affatto. Il testo europeo, infatti, si focalizzava soprattutto sulle borse in plastica per insacchettare la spesa (quelle che in Italia sono state messe fuori legge già dal 2012) e precisava esplicitamente la possibilità di escludere dalle misure le bustine trasparenti per frutta e verdura. Tanto che solo la Francia ha imboccato la stessa strada dell’Italia, mentre la maggior parte degli stati membri si è limitato alle buste per la spesa in plastica tradizionale, mettendole a pagamento.

Risultato: mentre i benefici ambientali del provvedimento italiano rimangono da verificare, a guadagnarci sarà chi produce polimeri a base vegetale e sacchettini in bioplastica. A partire dal leader italiano del comparto, la piemontese Novamont guidata da Catia Bastioli, che ha inventato la bioplastica biodegradabile e compostabile Mater-bi. Bastioli nel 2011 ha partecipato alla Leopolda e nell’aprile 2014, due mesi dopo l’insediamento di Matteo Renzi a Palazzo Chigi, è stata da lui nominata presidente della partecipata pubblica Terna. A metà novembre 2017, poi, il segretario Pd durante il suo tour in treno ha visitato l’azienda e incontrato a porte chiuse i vertici

Un mercato ghiotto
 
Secondo le prime stime della società di consulenza specializzata Plastic Consult, il mercato dei sacchettini per l’ortofrutta in bioplastica potrebbe valere in Italia circa 100 milioni di euro all’anno, per un volume di circa 25mila tonnellate. Un mercato ghiotto. E nei giorni scorsi Il Giornale ha sottolineato come la novità legislativa “farà ricco” il gruppo della chimica verde Novamont, maggiore produttore italiano di biopolimeri e tra i leader mondiali del settore. “Ma non è così. Oggi sul mercato ci sono dieci diverse aziende chimiche attive a livello mondiale”, dice a ilfattoquotidiano.it Stefano Ciafani direttore generale di Legambiente e tra i maggiori sostenitori della legge. Novamont è da anni partner dell’associazione, che comunque assicura “coerenza e libertà”. Se è vero che Novamont non è l’unico produttore di bioplastica, certo è che la misura farà lievitare il giro d’affari di queste aziende. E proprio il gruppo con sede a Novara si è mosso in anticipo commissionando a Ipsos, lo scorso ottobre, un sondaggio da cui è emerso che il 71% degli intervistati ipotizzava un esborso economico per i sacchetti e il 59% valutava il costo di 2 centesimi per sacchetto del tutto accettabile. Dati frutto dell’ampia attenzione sul fronte delle plastiche a base vegetale registrata negli ultimi anni in Italia e in Francia?

Nessun obbligo nella direttiva
 
L’Italia è stato il primo Paese europeo a mettere al bando i sacchetti in plastica per la spesa a partire dal 2012. Un divieto che da una parte non ha dato i frutti sperati (secondo Assobioplastiche il 60% dei sacchetti è ancora irregolare) e dall’altra è costato all’Italia anche una procedura di infrazione europea, poi chiusa e sfociata in una direttiva che chiede invece a tutti gli stati membri maggiore sensibilità sul problema dell’uso troppo massiccio di sacchetti di plastica. La direttiva europea prevede azioni per diminuire queste quantità, ma lasciando libertà di movimento. Si propone di darsi degli obiettivi di riduzione o, in alternativa, di far ricorso alla leva economica: le buste a pagamento da parte dei consumatori, insomma, sono una delle possibilità, non un requisito inviolabile. Non solo: Bruxelles precisa anche che “gli stati membri possono scegliere di esonerare le borse di plastica con uno spessore inferiore a 15 micron («borse di plastica in materiale ultraleggero») fornite come imballaggio primario per prodotti alimentari sfusi”. La decisione di sottoporli a restrizioni, dunque, è tutta dei governi nazionali.

Lo stop ai sacchettini tradizionali solo in Italia e Francia
 
La Francia è l’unico altro Paese europeo dove, al pari dell’Italia, le buste in plastica per la spesa sono vietate dal 2016 e i sacchettini trasparenti per l’ortofrutta sono stati banditi dal 2017. Nel resto dell’Europa la soluzione più diffusa è un costo fisso delle buste: i negozianti non possono più dare ai clienti sacchetti in plastica gratuiti nei Paesi Bassi, in Gran Bretagna, Croazia, Svezia, mentre in base ai dati della Commissione europea sul recepimento della normativa – i cui termini sono scaduti a novembre 2016 – Germania, Danimarca, Austria, Grecia e Finlandia mancano ancora all’appello.

E se in Italia, secondo Legambiente, nonostante la carenza dei controlli e un divieto applicato solo a metà l’uso di buste della spesa si è dimezzato in favore di borse riutilizzabili, al momento sull’uso di queste ultime per l’ortofrutta rimane una certa confusione: escluso dal ministero dell’Ambiente per motivi igienico-sanitari e ammesso da quello dello Sviluppo economico. Si attende ora il pronunciamento del ministero della Salute. Un tema su cui le maggiori associazioni ambientaliste non si sono finora nemmeno espresse. Il direttore generale di Legambiente però assicura: “Se si riesce a modificare la normativa sanitaria per consentire l’uso di sacchetti riutilizzabili anche per frutta e verdura, è una misura che va promossa e praticata come già avviene per le buste della spesa. Bisogna fare un’azione di pressing sul ministero della Salute”. Sarebbe l’unica misura in grado di disincentivare davvero la produzione di imballaggi. In una lettera indirizzata dal ministero dell’Ambiente ai responsabili delle principali insegne di supermercati, si legge che l’obbligo di pagamento è stato introdotto con l’obiettivo di “avviare una progressiva riduzione della commercializzazione delle borse in plastica ultraleggere più inquinanti”. Ma senza alternative, il costo da pagare in più, anche se limitato (il Mise ha autorizzato i supermercati anche a vendere i sacchettini sottocosto) rimane di fatto una nuova tassa.

Effetti sul mare ancora poco chiari
 
Ancora da approfondire rimangono gli aspetti ambientali della questione. Più evidenti quelli legati alla sostituzione del petrolio con materia prima vegetale, anche se solo parziale: i sacchettini in bioplastica, infatti, secondo la legge italiana, devono già contenere il 40% di materia prima rinnovabile dal 2018 e la quota dovrà essere portata al 50% dal 2020 e al 60% dal 2021. Più dibattuto il tema degli impatti della bioplastica sull’ambiente marino. Legambiente sollecita da tempo la messa al bando delle borse in plastica tradizionali in tutto il bacino del Mediterraneo per la salvaguardia del mare e la stessa Novamont, in una conferenza delle Nazioni Unite a dicembre 2017 ha presentato i suoi test di biodegradabilità delle bioplastiche in acqua marina: “Alti livelli di biodegradazione sono stati raggiunti in tempi relativamente brevi (meno di 1 anno), suggerendo che il Mater-Bi può essere adatto alla realizzazione di oggetti in plastica con alto rischio di dispersione in mare (ad esempio, attrezzi da pesca)”, ha annunciato l’azienda. Ma ci sono studi scientifici che sono più critici sulle buste biodegradabili e consigliano maggiori approfondimenti. “I potenziali effetti delle borse biodegradabili sulle praterie dei fondali sabbiosi, che rappresentano gli ecosistemi più comuni e produttivi nelle zone costiere, sono stati ignorati”, si legge nella ricerca pubblicata da un gruppo di studiosi dell‘università di Pisa a luglio 2017 sulla rivista “Science of the Total Environment”. Il tema, spiega ancora l’articolo degli scienziati pisani guidati da Elena Balestri, richiede maggiore attenzione, perché questi sacchetti “non sono velocemente degradabili nei sedimenti marini” e possono alterare la vita sul fondale.