sabato 18 novembre 2017

Di fake news, testate e rai

Nel frattempo, con questo giochetto idiota, un tizio viene rinchiuso dentro ad un carcere di massima sicurezza perchè la testata è un gesto di stampo "mafioso"... Inoltre, per tutto questo tempo, è circolata una "fake news" (di quelle che la Boldrini vuole debellare) e chi sapeva, ha taciuto.


Spuntano nuove verità sulle botte al giornalista Rai di Nemo picchiato dal clan Spada a Ostia. "Nel corso delle audizioni di oggi in Commissione Vigilanza Rai è emerso che Daniele Piervicenzi, giornalista colpito a Ostia da Roberto Spada, non solo non ha un contratto con la Rai, bensì con la Fremantle, ma anche che lavora come programmista-regista e non come giornalista". Lo dichiara in una nota Michele Anzaldi, deputato del Partito democratico e segretario della Commissione Vigilanza Rai. "Questo fatto è doppiamente grave. Primo perché, a milioni di italiani, è stato fatto credere che quello ferito a Ostia fosse un giornalista Rai, quando, in realtà, si tratta di un precario sotto contratto con un'azienda che ha a sua volta un appalto con la Rai. In altre parole, per una settimana è stata data e ripetuta migliaia di volte una notizia falsa". "In secondo luogo", continua il piddino, "se tutti i giornalisti che vengono mandati, come Daniele Piervincenzi, a fare interviste in periferie o aree pericolose come Ostia, non come giornalisti ma come programmisti-registi o ancora peggio come consulenti a Partita Iva, si pone un serissimo problema di tutele. I lavoratori come Daniele Piervincenzi, infatti, non godono di alcuna garanzia in caso di infortuni". Piervincenzi, in quanto esterno alla Rai, sarebbe pagati il 50% in meno di un lavoratore assunto. Tanto basta per fare urlare (alcuni) allo scandalo. "Sarebbe opportuno e ora che (..) la Rai mettesse fine una volta per tutte all'odiosa e illegale pratica di contrattualizzare lavoratori come programmisti registi per poi far svolgere loro un lavoro da giornalisti", conclude.

Dal fronte immigrazione

Altre notizie sulla salvifica immigrazione qui e anche qui... poi, fate voi se si può andare avanti così, invasi da migliaia e migliaia di clandestini e in moltissimi casi, avanzi di galera...

Via da Conetta, vincono i profughi: il Viminale ne trasferisce 248. Tensione in Veneto. I profughi hanno deciso di svuotare il campo di accoglienza che da due anni li ospita e ci sono riusciti di Serenella Bettin

Venezia - Alla fine hanno vinto loro: i profughi. Quello che sta accadendo a Conetta, nel veneziano, probabilmente rimarrà nella storia. I profughi hanno deciso di svuotare il campo di accoglienza che da due anni li ospita e ci sono riusciti. Ieri pare sia arrivato anche l'ok dal Viminale per ricollocare 248 migranti scappati da Conetta, di cui ora cinquanta, almeno fino a ieri, sembrerebbero non trovarsi più. E c'è il rischio che anche gli altri ottocento, dei 1.119 totali, seguano i loro compagni.

È da lunedì che i richiedenti asilo ospitati nell'ex base militare di Conetta manifestano per le strade, bloccano i centri dei paesi, protestano, urlano, gridano; gridano che a Conetta non ci vogliono più stare, che se ne vogliono andare e così martedì hanno deciso. In centoventi hanno preso le loro cose e si sono messi in viaggio, chi a piedi, chi in bici, tutti a marciare verso Venezia per incontrare il prefetto. È da martedì che i paesi sono invasi dal codazzo dei migranti ed è da martedì che tutti seguono il loro corteo: poliziotti, carabinieri, il patriarca di Venezia che spalanca le porte delle chiese, questori, sindaci, prefetti, giornalisti e parroci. Tutti a seguire i migranti che avanzano nel loro cammino. Perché ora a decidere sono loro. Intere strade bloccate e volanti e lampeggianti delle forze dell'ordine a tutto spiano. Martedì sono partiti da Conetta, poi dopo diciotto chilometri, si sono fermati a «dormire» in un parcheggio di un bar di Codevigo nel padovano, nonostante le proteste della titolare. Il giorno dopo sono ripartiti, ma fatti pochissimi chilometri, si sono fermati davanti la chiesa di Codevigo; qui, gettati davanti le porte della casa di Dio, hanno montato le cucine da campo, si sono tolti le scarpe e si sono accampati. Ma passa qualche ora, e uno di loro, un ivoriano di trentacinque anni, Sadif Laore, mentre fuggiva da Conetta e andava a raggiungere i suoi amici, viene investito, travolto da una monovolume e muore. Un volo di una decina di metri, il cranio fracassato e un telo verde che lo copre. La notizia arriva in Diocesi a Padova e la Diocesi batte i pugni: aprite le porte della chiesa.

Così i profughi, il cui numero intanto era salito a quasi duecento, dal piazzale sono migrati dentro la struttura religiosa e qui, tra banchi e inginocchiatoi hanno dormito. Il giorno dopo hanno ripulito e se ne sono andati, sempre alla volta di Venezia. Sono arrivati a Mira, con dei pullman, ma qui la situazione era diventata ormai ingestibile e il patriarca di Venezia, Francesco Moraglia dà disposizioni alle parrocchie per accoglierli. Da lì è una corsa contro il tempo, i profughi vengono sistemati per una notte in quattro parrocchie di un comune veneziano e in un istituto di missionari nel rodigino. Da ieri sera invece li hanno smistati verso altre strutture sparse nella regione del Veneto. Questo fino a oggi, quello che verrà dopo sarà l'inizio di una nuova odissea. Amen.

giovedì 9 novembre 2017

Da Marte alle zone terremotate...


Meglio tardi che mai. Anche se forse è già troppo tardi. Ieri, infatti, anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, si è accorto che qualcosa non va nella ricostruzione, anzi nella non ricostruzione. «Ma qui siamo fermi al 30 ottobre?» con questa domanda, rivolta al vicesindaco di Visso Luigi Spiganti Maurizi, il presidente ha da un lato manifestato tutta la sua preoccupazione, ma dall’altro ha evidenziato il distacco, ormai evidente, tra Istituzioni e cittadini. Già, perché il fatto che sui Sibillini le cose siano sostanzialmente ferme al 30 ottobre, non può non essere cosa nota al presidente della Repubblica. Certo le responsabilità non sono sue, è chiaro, ma essere al corrente di quanto accade nel suo Paese dovrebbe essere un fatto scontato. Specialmente nel caso di una serie di terremoti devastanti. Che hanno piegato case, strade e anime. Quelle della gente che si è sentita abbandonata e, purtroppo, non ha retto. Ieri, a Favalanciata, è stato un ragazzo a decidere di farla finita. Con lui sale a 8 il numero delle persone che, prostrate dalla situazione, hanno deciso di dire basta. Perché il terremoto, i suoi danni e le difficoltà hanno aumentato il dolore. Un dolore accresciuto dalla rappresentazione distorta degli eventi, con le false promesse dei politici e la negazione della sofferenza che, al contrario, è fortissima. Così si è uccisa la speranza. Che muore insieme ai paesi. Troppo. Troppo forse per questo ragazzo. Si era comprato un camper pur di restare nel suo paese. E aveva 38 anni. La mia stessa età. 

 

venerdì 3 novembre 2017

I terremotati devono pagare le tasse


Questa è un’azienda terremotata. O meglio quello che ne rimane. Non è importante il nome, né il luogo. Perché è una storia che si ripete in tutto il cratere. Lì, dove c’era un capannone crollato ora non c’è quasi niente. Rimane una base vuota che attende la ricostruzione. Questa è un’azienda terremotata. Danneggiata pesantemente ma, per fortuna, non completamente. E per questo ancora attiva. Negli spazi risparmiati dal sisma si lavora. Con il caschetto di sicurezza a portata di mano. Perché non si sa mai. Perché le scosse continuano. Puntuali. Come puntuale è arrivata un’altra mazzata sulle spalle dei terremotati. A mezzo lettera, infatti, il commissario straordinario per la ricostruzione, Paola De Micheli, ha comunicato che «dal 16 dicembre i terremotati devono tornare a pagare le tasse». Niente da fare per i «titolari di reddito d' impresa e di lavoro autonomo e le attività agricole»: la riscossione dei tributi riprenderà dalla metà del mese prossimo, per le imposte dovute nel periodo dall' 1 dicembre 2017 al 31 dicembre 2017 che erano state sospese dopo la scossa del 24 agosto. Da qui la rabbia: perché l’economia di quei luoghi è ancora in ginocchio, con decine di migliaia di sfollati ancora alla ricerca di una soluzione e tanti piccoli imprenditori esasperati da ritardi e assenza di interventi in loro favore. Ma non è solo questo ad irritare gli imprenditori terremotati. Nella missiva del commissario nominato dal Governo infatti si suggerisce, infatti, di attivare dei mutui con le banche per dilazionare i pagamenti. In pratico lo stesso Governo che non ha fatto niente per loro, o nel migliore dei casi ha fatto molto poco, ora chiede il conto, invitandoli ad indebitarsi. Dimenticando, come denuncia un imprenditore, «che per un’azienda colpita dal sisma il danno non è solo quello strutturale, bensì anche il mancato pagamento dei crediti per via della cancellazione di colpo di una fascia di clienti come bar, ristoranti, pizzerie, hotel ed altre strutture ricettive inagibili». Con l’aggiunta che l’accensione di un mutuo da parte di una azienda già inginocchiata e che si trova magari in piena zona rossa, rappresenta solo ed esclusivamente un ulteriore costo a fronte di zero entrate». Non capire questo, caro commissario De Micheli, significa solo una cosa: ignorare deliberatamente la gravità della situazione. 


sabato 21 ottobre 2017

Ecatombe

Martedì, fonzarelli è arrivato nel distretto calzaturiero col suo treno carico di supercazzole. Ha incontrato, blindato (hanno sequestrato persino uno striscione con scritto "non vi lasceremo soli"), il patron di una grande ditta (azienda che lavora per Gucci calzature), una delegazione di sodali PD e un paio di industriali per parlare di difesa del made in italy e rilanciare il suo industria 4.0. I lacchè, continuano a chiamarlo "presidente"... non si sa di che, ma così lo hanno chiamato dal suo arrivo finchè non se n'è andato. Il problema, non è solo la delocalizzazione, il problema è il lavoro che ormai non c'è più e noi che viviamo col distretto calzaturiero, scendiamo ogni giorno di più nel girone dell'inferno. Intanto, a pochi chilometri dall'azienda che ospitava fonzarelli, succedeva questo (ed è la seconda grande azienda che chiude nel giro di pochi mesi, altre aziende più piccole, stanno licenziando dai 20 ai 60 operai): 

Montecosaro, crisi Alma: ora è ufficiale. Annunciata la mobilità per 40 lavoratori

Alla storica azienda di Montecosaro, stretta nella morsa della crisi, non sono stati sufficienti fusione tra Manas ed Alfiere, la prima tornata di licenziamenti di fine 2015 e l'applicazione del contratto di solidarietà dello scorso aprile per rimettere i conti in ordine e nella giornata di giovedì 19 ottobre sono comparse nelle bacheche aziendali le copie della dichiarazione di avvio di procedura di mobilità. L'azienda di via Tangenziale occupa attualmente 92 dipendenti, divisi in 40 impiegati, 46 operai e 6 intermedi e la procedura di licenziamento collettivo riguarda 27 operai, 12 impiegati e 1 intermedio.

Anche se la notizia era nell'aria già da parecchio tempo, vederlo scritto nero su bianco ha gettato nello sconforto quanti si sono riconosciuti tra i profili professionali in eccedenza (al momento non figurano i nomi) che a meno di un salvataggio in extremis per qualcuno, andranno inesorabilmente ad ingrossare le fila dei disoccupati, già numerose, mettendo in difficoltà molti nuclei familiari della zona.

venerdì 20 ottobre 2017

La Bonino e il calo demografico italico

Dice la Bonino che siccome in Italia c'è un calo demografico, allora è giusto fare lo ius soli per tutti gli immigrati. Sentirla parlare di calo demografico quando qualche tempo fa, con tutta probabilità, praticava aborti clandestini... fa un tantino ribrezzo. Inoltre, continua a berciare sull'importazione degli immigrati pur sapendo che esistono famiglie italiane che vorrebbero avere figli ma non possono averne perchè per loro, non ci sono politiche adatte. Chè certe politiche, vanno come quasi sempre, agli immigrati.

mercoledì 18 ottobre 2017

L'armata brancaleone nelle marche...

E mentre la desertificazione del lavoro e del territorio continua e il pugno in faccia della non ricostruzione post terremoto è ferma, il trenino PD passa anche da qui... a fare cosa, non è dato di sapere. Perchè fonzarelli (e il suo partito), poteva fare qualcosa quando era premier, qualcosa di positivo, non il jobs act con la totale cancellazione dei diritti dei lavoratori...

Fermo, la crisi del calzaturiero e le proposte di Confindustria. Melchiorri: “Siamo una piccola Ilva, bisogna riconoscere la crisi del settore”

Fermo, 16 ottobre 2017“Anche se la meccanica, l’agroalimentare, i gioielli e la chimica hanno ripreso a correre, la crescita nel Fermano è una chimera, specialmente per il comparto calzaturiero”. L’analisi del presidente di Confindustria Fermo, Giampietro Melchiorri, è drammatica. Ma non mancano le proposte.

L’oggetto è un settore che rappresenta il 10% dell’economia fermana. “Seguiamo ogni giorno la situazione – spiega Melchiorri -, ma la questione va affrontata con politiche industriali mirate, bisogna far capire a Roma che siamo una piccola Ilva”.

Il leader degli industriali fermani individua i motivi per i quali la situazione è precipitata: “Un calo dei mercati di riferimento, la perdita di alcune griffe che hanno portato via il lavoro dal nostro distretto, la perdita di appeal per i marchi che producono per la grande distribuzione”. E, sullo sfondo, “un problema di costo del lavoro, che rende il distretto fermano-maceratese meno competitivo”.

Cosa fare, allora? “La vera necessità, appunto, è ridurre il costo del lavoro, perché altrimenti è impossibile incidere sul prezzo delle calzature e concorrere con i Paesi dell’Est Europa e con gli altri distretti italiani”. Melchiorri, però, si rivolge anche agli associati: “Noi imprenditori dobbiamo fare qualcosa a cominciare dalle nostre dimensioni, troppo piccole per reggere il mercato”. Serve un salto culturale, la ricetta è questa: “Fare sistema anche tra imprese concorrenti, ad esempio comprando materie prime con un unico ordine, prendendo consulenti comuni, partecipando a stand unici nelle fiere all’estero”.

lunedì 16 ottobre 2017

Fin dove possono arrivare...

Pesaro, vietato fotografare i profughi. Bufera sul diktat del prefetto. Nel documento si chiede alle forze dell'ordine di controllare i cittadini "con rigore" di Alessandro Mazzanti

Pesaro, 15 ottobre 2017
- Quella circolare sui migranti, firmata pochi giorni fa dal prefetto di Pesaro Urbino, Luigi Pizzi, e recapitata ai vertici delle forze dell’ordine, è diventata in un attimo una specie di bomba a grappolo che mentre deflagra coinvolge la politica, l’animo della gente e i rapporti cittadini-istituzioni. Venti righe pesanti in cui la massima autorità del governo sul territorio ordina due cose ‘semplici’ ai colonnelli di carabinieri e Finanza e al questore: bisogna impedire che i residenti di Borgo Santa Maria e Pozzo Alto (due quartieri alla periferia di Pesaro che si erano lamentate dell’eccessiva presenza di migranti sul loro territorio, ndr) facciano foto ai migranti e chiedano loro le generalità. Perché se continuiamo così, argomenta il prefetto, se la logica insomma resta quella della ‘schedatura’ e del conflitto strisciante, rischiamo che dagli scontri verbali si passi a quelli fisici. Il clima è già teso, evitiamo di incancrenirlo definitivamente. Quindi? "Disponete servizi di vigilanza e di controllo del territorio, con impiego di tutte le forze di polizia, onde prevenire e reprimere con rigore qualunque condotta del tipo sopra segnalati".

Apriti cielo. La circolare, che era ‘segreta’, diventa pubblica esattamente il giorno dopo che una delegazione proprio, guarda caso, del quartiere di Borgo si era recata da Pizzi con una lettera che diceva: "Signor prefetto, qui i migranti sono troppi: da 92, vorremmo che ne rimanessero solo 15". In contemporanea, i residenti leggono sul giornale le venti righe esplosive: chi fa foto o chiede un nome a un profugo rischia un procedimento per esercizio abusivo di pubbliche funzioni. Ma è davvero così? Dice Francesco Coli, legale espertissimo, già difensore di Lucia Annibali: "Uno può tranquillamente chiedere il nome a un’altra persona, senza incorrere in nessuna violazione. E l’altra può rifiutarsi di dare le generalità, a meno, ovviamente, che a chiederle non sia un pubblico ufficiale. Sulla privacy, poi, non ci vedo estremi di violazione facendo una foto, se è in luogo pubblico. Chiaro, che se poi ne faccio un uso diffamatorio, il discorso cambia". Ma, diritto a parte, come l’avranno presa, la circolare, a Borgo Santa Maria e dintorni? La prima risposta: "Una cosa molto grave".

Poche ore dopo, gli stessi residenti diramano una nota ufficiale: "Siamo delusi. Qui non vogliamo creare allarmismo, ma segnalare un disagio sentito da tutta la comunità del quartiere. La problematica dei migranti è reale, vogliamo creare un dialogo costruttivo con le Istituzioni per risolverla". Sono i politici i più avvelenati. Il centrodestra, i cui sindaci (di 13 comuni di questa provincia) sono già entrati in collisione con lo stesso prefetto giorni fa sempre sulla questione migranti, prende la palla al balzo: "Fare foto ai profughi è vietato – argomenta il consigliere comunale di Pesaro della Lega Nord, Giovanni Dallasta –. Anche mettere 110 immigrati in un quartiere dovrebbe essere vietato. Perché chi fa le foto agli ospiti deve essere perseguito e chi sistema in maniera irrazionale i profughi no?".

Ma il problema, poi, è: come possono le forze dell’ordine controllare e impedire che nessuno faccia foto o chieda nome e cognome a un migrante? E non era un dogma – è il ragionamento di tanti, vedi Stefano Pollegioni carabiniere a riposo – il fatto che la gente debba collaborare con le forze di polizia, se necessario anche informandosi su chi sono i volti nuovi che girano per i quartieri, o documentando, anche con foto, se si creano situazioni sospette? Il segretario provinciale del Siulp, il sindacato di polizia, Marco Lanzi: "La nostra priorità è la caccia ai criminali, non ai cittadini che fanno foto. Dove troviamo gli uomini, risicati come siamo, con una Volante sola per notte sul territorio?". Eppure solo a fine agosto gli animi si erano stemperati in un maxi-provino fatto ai profughi calciatori proprio sul campo di Vallefoglia, zona calda. Gli unici contrasti erano sulla linea del fallo. Ma evidentemente mancava un tempo supplementare.

giovedì 12 ottobre 2017

"Non vi lasceremo soli"...


C’è una sola parola che ci viene in mente: «ricatto». E se questo è l’esordio del commissario alla ricostruzione Paola De Micheli il rischio è di dover rimpiangere Vasco Errani. Parlando con “Il Messaggero”, nelle scorse ore, la De Micheli ha chiarito la sua posizione, che evidentemente è anche quella del Governo, sulle cosiddette “casette fai da te”. Eccola: «Il provvedimento contempla due possibilità - sottolinea la De Micheli, al quotidiano romano - : la prima prevede che chi si è organizzato con una casa mobile, la potrà tenere se rispetta tutti i vincoli, paesaggistici e di edificabilità, quindi rinuncia alla casetta e al contributo di autonoma sistemazione. Una volta realizzata la ricostruzione della sua abitazione, la casa mobile sparisce. Il secondo caso riguarda le strutture fisse per le quali è possibile chiedere una regolarizzazione rinunciando alla casette e al contributo per la ricostruzione. Ma devono sempre rispettare i criteri edilizi e paesaggistici». Fuori dal politichese, e ci permettiamo noi di tradurre, il succo è questo: ogni terremotato che esasperato dai ritardi della Sae, o addirittura non inserito in coloro che hanno diritto alle casette d’emergenza, potrebbe costruirsi a sue spese, e ripetiamo a sue spese, una casetta. Magari l’unica soluzione possibile per non abbandonare la propria terra. Ma così facendo, cioè provvedendo di tasca sua a dotarsi di un tetto, dovrà dire addio ad ogni contributo statale per la ricostruzione di quella che una volta era la sua vera abitazione. Perchè se vuoi fare da solo sarai abbandonato a te stesso. In pratica, e se a qualcuno viene in mente un altro termine ce lo suggerisca pure, un autentico ricatto.

martedì 10 ottobre 2017

Senza altre parole...

lunedì 9 ottobre 2017

Fare di tutto per lo ius soli

Nel frattempo, sale la lista dei radical chic che fanno lo sciopero della fame a "staffetta". E' la volta dell'archistar Renzo Piano... Niente altro che omuncoli ridicoli.


"Don Minniti" ora apre alla Chiesa. L'ultima mossa per salire a Palazzo Chigi. Il sì allo ius soli lo ha riavvicinato ai cattolici. E il Pd trema di Angelo Amante

Roma - I cattolici lo abbracciano, la destra lo rispetta. Le sindache 5 Stelle di Torino e Roma, Chiara Appendino e Virginia Raggi, non negano di apprezzarne l'atteggiamento. Il sostegno trasversale al ministro dell'Interno, Marco Minniti preoccupa invece la sinistra. Il titolare del Viminale potrebbe essere un nome da spendere per Palazzo Chigi, specie se dalle prossime Politiche non dovesse venire fuori una chiara maggioranza di governo.

Da mesi, Minniti vola nei sondaggi. Il ministro gode di grande considerazione anche all'estero: lo scorso agosto il New York Times lo definì «Lord of the Spies», signore delle spie, facendone un ritratto lusinghiero. Ne hanno tracciato il profilo anche gli inglesi del Guardian, i francesi di Le Figaro e i tedeschi della Süddeutsche Zeitung. I risultati ottenuti da Minniti sul fronte sbarchi (meno 25% rispetto al 2016), hanno fatto tirare un sospiro di sollievo a tutte le cancellerie europee. E piace anche a destra. «Chi pensa alla sharia deve capire che in Italia no, su questo non ci possono essere mediazioni, sono valori non discutibili», ha detto ieri il ministro, parlando ad Aosta alla Scuola per la democrazia.

Il rapporto tra il numero uno del Viminale e il mondo cattolico è stato segnato da alti e bassi. Ma i segnali di convergenza si moltiplicano. Sempre ieri, il ministro è tornato a parlare dalle colonne di Avvenire. Il direttore del giornale dei vescovi, Marco Tarquinio, non aveva lesinato critiche nei confronti del codice di condotta varato la scorsa estate per le Ong che operano nel Mediterraneo. Su questo tema, si era anche arrivati vicini a uno scontro interno al governo con un altro cattolico, Graziano Delrio. Ora la musica è cambiata. Il punto di contatto decisivo è la questione ius soli. Ad Avvenire, Minniti ha ribadito che si deve «fare di tutto» per approvare la legge sulla cittadinanza ai figli di immigrati «anche così com'è, in questa legislatura». Per sostenere la linea di maggiore fermezza nella gestione degli sbarchi, Minniti ha cercato fin da subito il sostegno dei cattolici, contando anche sui buoni uffici del premier, Paolo Gentiloni. Il ministro dell'Interno ha stabilito una relazione salda con il suo omologo in Vaticano, monsignor Giovanni Angelo Becciu, e con il segretario di Stato, Pietro Parolin.

Chi non vede di buon occhio l'irresistibile ascesa di Minniti è la sua stessa famiglia politica. Le scelte sulle Ong furono criticate dall'area cattolica del Pd guidata da Delrio, mentre la sinistra interna al partito, che fa capo al Guardasigilli Andrea Orlando, prese le difese delle organizzazioni non governative. Si è schierato contro Minniti anche il suo vecchio mentore, Massimo D'Alema, che pochi giorni fa, sprezzante, lo ha definito un «tecnico della sicurezza». Ma è tutto Mdp a considerare le politiche sull'immigrazione un tentativo di rincorrere la destra. Infine c'è Matteo Renzi, preoccupato dai consensi al ministro, che dal Viminale potrebbe dare scacco matto prima al Nazareno e poi a Palazzo Chigi.

sabato 7 ottobre 2017

Lo stato contro Peppina


 Hanno cacciato Peppina. Lo Stato ha cacciato Peppina, con la sua assurda severità. I giudici hanno cacciato Peppina, con la loro ingiusta e insensata decisione. Ma soprattutto i politici, tutti, hanno cacciato Peppina. Incapaci di rimediare a una legge sbagliata nonostante le passerelle da campagna elettorale, giocata sulle spalle di una signora di 95 anni. È stato, infatti, rigettato il ricorso contro il sequestro della casetta dove vive l’anziana Giuseppa Fattori. La decisione è stata presa dai giudici già nella serata di ieri e comunicata oggi a procura e legale della famiglia. Peppina sarà così cacciata dalla casetta di legno, di poco più di 60 metri quadrati, edificata in località San Martino di Fiastra. Una casetta realizzata dai familiari dell’anziana questa estate per consentire alla donna di rimanere là dove ha sempre vissuto. Al suo paese. Un paese martoriato dal terremoto, dove la signora chiedeva solamente di poter morire in pace. Ora, invece, dovrà andarsene. Come annunciato dalla figlia Agata Turchetti.

E mentre a Fiastra, cacciano Peppina, a Castelluccio Di Norcia 1452 Mt., il vento ha distrutto il tendone provvisorio pensato per offrire un asilo momentaneo ai ristoratori e un banco di prodotti tipici. Perché a non far niente di concreto questo succede. Che si buttano anziane fuori di casa e si scopre che le soluzioni tampone non valgono nulla. O quasi. 


Pagliacci di governo


L’uomo dei diritti del Pd ha un problema a riconoscerli: da 5 anni non versa i contributi all’assistente parlamentare. Il deputato Khalid Chaouki, coordinatore dell'intergruppo cittadinanza e immigrazione, è citato in giudizio dalla sua assistente parlamentare per omessi versamenti. Il Fatto.it lo chiama e per magia "tutto risolto, pagherò". Ma agli atti non risulta. C'è poi il caso di Scilipoti che ha pagato 1.500 euro per conciliare la causa con un portaborse al nero. E pure chi alla fine cede, ma pretende il silenzio con una clausola penale da 50mila euro di Thomas Mackinson    

C’è un campione dei diritti umani e del Pd che si scopre evasore contributivo totale e pure contumace. Ha appena aderito allo sciopero della fame per lo ius soli e da sempre difende parità di diritti tra stranieri e italiani, ma alla sua assistente parlamentare – italianissima – da cinque anni non versa un contributo che sia uno, come fosse una colf in nero, totalizzando nell’arco di un’intera legislatura la bellezza di 12.500 euro di mancati versamenti previdenziali. La storia che tira in ballo Khalid Chaouki – deputato e coordinatore dell’intergruppo cittadinanza e immigrazione – racconta meglio di altre la doppia morale del ceto politico nostrano. Diceva Ghandi che la democrazia si vede da come si tengono gli animali. In Italia anche da come i parlamentari trattano i loro assistenti, come conferma lo scandalo appena costato le deleghe a un sottosegretario. Nel caso specifico Chaouki appena eletto ha assunto una collaboratrice ma nonostante le richieste di regolarizzare la posizione non le ha versato i contributi per quasi 5 anni. Così lei lo trascina in giudizio, al quale lui si sottrae finendo per essere dichiarato contumace dal giudice, come un qualunque gestore di pub in fuga dal Fisco.

Parliamo di un giovane politicamente cresciuto sulla battaglia per i diritti degli ultimi fino a diventare un pezzo grosso del Partito Democratico. “Ma è tutto risolto – assicura lui al telefono, preso alla sprovvista – è vero, c’è stato un ritardo nel versamento (di 5 anni, ndr) che è dovuto a problemi personali, ma ora abbiamo trovato un accordo, per cui la causa sarà ritirata. Altro non dico”. Il legale di lei, avvocato Marzia Rositani, avvertito dell’interesse della stampa in serata precisa: “Un possibile accordo è in avanzato stato di composizione”. Accordo che arriva dunque dopo il vorticoso giro di telefonate ma agli atti, per ora, non risulta nulla di tutto ciò. Tanto che è già fissata la prossima udienza che si terrà il 20 febbraio 2018, alla fine della Legislatura.

Per saperne di più bisogna superare i cancelloni grigi di Piazza Buozzi, sede del tribunale civile di Latina. Muoversi tra le cancellerie e ruolini delle udienze. Col numero di protocollo 906/2017, da marzo scorso, pende qui l’azione giudiziale proposta dall’assistente S.M. contro Chaouki Khalid da Casablanca. Si scopre allora che in verità Chaouki è anche uno dei pochi che dopo un biennio di cocopro ha fatto un contratto regolare alla Camera, anzi coi fiocchi, approfittando degli incentivi previdenziali del JobsAct. Quando però ha capito che non coprivano tutti i costi e che una parte della previdenza sarebbe stata a suo carico ha deciso semplicemente di non pagare, ipotecando senza troppe remore il futuro pensionistico. Perché alla fine è come se lei non avesse mai lavorato. E poco importa se l’evasione contributiva, per certa giurisprudenza, si configura come un reato di appropriazione indebita, giacché i contributi sono trattenuti in buona parte anche dallo stipendio del lavoratore. E infatti lui non sembra preoccuparsene più di tanto.

A giugno si è svolta la prima udienza alla quale non ha partecipato alcun legale del citato in giudizio, per il semplice fatto che il deputato non si è mai costituito. Era presente però l’Inps perché avendo anticipato i contribuiti figurativi, e verificato di non aver mai ricevuto i pagamenti effettivi, ha aderito al giudizio contro il “datore”. I giudizi in realtà sono poi due, perché l’assistente ha almeno preteso il pagamento della 13esima prevista dal contratto sottoscritto post Jobs Act che il deputato non voleva pagare. Il giudice ha emesso un decreto ingiuntivo, mr Chaouki ha pagato. E forse un giorno pagherà davvero il resto.

La vicenda è un’ulteriore anomalia dell’anomalo sistema di lavoro nei palazzi della Repubblica. Fabio Santoro è il legale che segue alcune delle cause al fianco dell’Associazione degli assistenti parlamentari (Aicp) che giovedì era in piazza Montecitorio a protestare contro la condizione di precariato e sfruttamento della categoria. Dalla sua viva voce si scopre una notizia: quando gli onorevoli sono citati in giudizio corrono a conciliare. E’ successo con Domenico Scilipoti contro il quale ha difeso un assistente che sosteneva di essere stato impiegato al nero per alcuni mesi, e alla fine ha pagato 1.500 euro per conciliare la causa davanti al giudice.

Ma gli onorevoli conciliatori – che da datori sfruttavano i loro stessi collaboratori – nei panni del debitore spesso tengono la posizione fino all’ultimo. “Di solito propongono accordi stragiudiziali o direttamente in giudizio, appena inizia il processo, nei quali fanno balenare la restituzione del dovuto a fronte di un impegno alla riservatezza totale, a tutela della loro immagine, circa l’irregolarità dei rapporti in essere”. Impegno che in un caso è arrivato a una proposta di penale record di 50mila euro. Tanto, a giudizio dell’onorevole in questione, valeva la reputazione di un deputato. Non per nulla la proposta è stata rifiutata. E lui ha conciliato lo stesso.

Crede all’impegno della Boldrini per una revisione delle norme che metta fine agli abusi? “Non ci credo, spero di essere smentito. Ha avuto quasi cinque anni di tempo per occuparsene e la situazione le è stata prospettata dal primo giorno della legislatura esattamente come con Bertinotti e Fini prima di lei. Promettere ora, a fine legislatura, un impegno sembra una premura pre-elettorale. Basta una delibera del suo ufficio, e se in quello non ha l’appoggio dei capigruppo lo convochi in modo da formalizzare le posizioni, così che ciascun partito si assume la sua responsabilità in questa storia di fronte agli elettori. Ha il sostegno di tutto il Paese su questo. Vediamo se vincerà ancora una volta l’ipocrisia”.

venerdì 6 ottobre 2017

I lavori che gli italiani non vogliono più fare...


Adesso i migranti non vengono a svolgere solo i lavori che gli italiani non intendono più fare. Ma anche quelli piuttosto ambiti, o che comunque hanno lunghe file di attesa a causa della crisi del mercato del lavoro. Come i bidelli. Un decreto del ministro Valeria Fedeli, infatti, permetterà agli stranieri, anche i migranti con semplice permesso di soggiorno, di accedere alla terza fascia della graduatoria Ata per le scuole. Scavalcando così migliaia di italiani in attesa da anni. Da lungo tempo infatti le graduatorie per le supplenze del personale amministrativo, tecnico e ausiliario nelle scuole italiane scorre a rilento. In molti vi aspirano, anche solo per lavorare qualche mese. Ma adesso dovranno fare i conti con la concorrenza degli stranieri.

Il governo per far fronte alla richiesta dell'Ue di permettere a tutti gli immigrati comunitari, profughi e titolari di protezione sussidiaria o permesso di soggiorno di contendere agli italiani le supplenze o i posti fissi del settore Ata nella scuola. Il decreto dice per la precisione "titolari del diritto di soggiorno o del diritto di soggiorno permenente". Quindi via libera agli extracomunitari. La protesta, come spiega La Verità oggi in edcola, è stata portata avanti dal Presidente nazionale di Feder.ata, Giuseppe Mancuso: "Negli ultimi anni si sono persi posti di lavoro nel settore del personale non docente della scuola - dice - I pensionati non sono stati rimpiazzati e circa 15- 20.000 precari attendono un inserimento stabile: sono precari che hanno già avuto una formazione e hanno un’esperienza del lavoro, molto delicato, da compiere nella scuola". Precari che potrebbero essere superati dagli immigrati. "È decisamente irrazionale scavalcare questi precari che attendono da anni e immettere cittadini di altri Paesi che possono avere tutte le qualità e anche titoli equivalenti ma non possono avere l’esperienza già maturata sul campo dai precari italiani".

venerdì 29 settembre 2017

Sull'essere indegni

Un predisente della repubblica che parla contro il proprio paese, è un presidente indegno di ricoprire una carica del genere.

Mattarella: “No ad un ritorno alla sovranità nazionale”. È bufera: “Parla contro la Costituzione”

È il tema della sovranità a tenere banco in occasione delle celebrazioni per l’anniversario dei Trattati di Roma. Per il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, «nessun ritorno alle sovranità nazionali potrà garantire ai cittadini europei pace, sicurezza, benessere e prosperità». «Nessun Paese europeo, da solo, potrà mai affacciarsi sulla scena internazionale con la pretesa di influire sugli eventi, considerate le proprie dimensioni e la scala dei problemi», ha aggiunto il capo dello Stato, durante la cerimonia a Montecitorio per il sessantesimo del trattato con cui sono state istituite la Comunità economica europea e la Comunità europea dell’energia atomica, gettando le basi per l’attuale Unione.
 
Meloni: «La nostra sfida è quella della sovranità»

Proprio ciò che è diventata l’Unione europea oggi, però, impone di ritrovare una nuova centralità per gli Stati. «La sfida che dobbiamo riuscire ad interpretare è la sfida della sovranità, di una proposta politica che dica “prima gli italiani”, che dica “difesa del nostro prodotto, dei nostri lavoratori, del nostro made in Italy, dei nostri diritti, dei nostri confini”», ha ricordato ai microfoni di RTL 102.5 Giorgia Meloni, che sabato all’Angelicum di Roma, nel corso dell’incontro “Italia Sovrana in Europa”, presenterà un’idea di Europa ispirata al modello  della confederazione di Stati. «Dobbiamo fare cartello come Italia, come fanno le altre nazioni anche quando tentano di venire a occupare la nostra realtà, come fanno le altre nazioni europee», ha sottolineato ancora la presidente di Fratelli d’Italia.