domenica 15 novembre 2009

Teatrini pietosi

Protestano i rifugiati politici iraniani in Italia: «il governo la mandi via». La moglie di Ahmadinejad alle first ladies. «Il capitalismo è la causa della povertà». Primo discorso pubblico di Azam al-Sadat Farahi al vertice Fao, completamente coperta da un chador nero

ROMA - Azam al-Sadat Farahi, completamente coperta da un chador nero e con occhiali scuri, si è scagliata contro «l'attitudine mercantilistica dello sfruttamento delle risorse e la politica dell'occupazione», principali cause della povertà nel mondo. La moglie del presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad ha tenuto il suo primo discorso pubblico davanti a un gruppo di first ladies mondiali, riunite a Roma alla vigilia del vertice Fao. Il marito invece non si farà vedere.

L'ESPERIMENTO IRANIANO - «L'attitudine mercantilistica dello sfruttamento delle risorse e la politica dell'occupazione e del riarmo sono responsabili del l'imposizione della povertà in una larga sezione della popolazione mondiale e in particolare nelle donne» ha detto Azam al-Sadat Farahi, ricordando che oltre un miliardo di persone soffrono la fame nel mondo e proponendo come possibile soluzione l'esperimento iraniano. Realizzato seguendo «gli insegnamenti religiosi», vuole garantire la sicurezza alimentare alle famiglie. Dopo aver donato alle colleghe un libro intitolato «La sicurezza e l'etica nella famiglia iraniana», Azam al-Sadat ha spiegato che nel suo Paese è in atto un progetto che prevede un forte supporto nella diffusione dell'allattamento tra le mamme, ma anche la cooperazione e l'aiuto sociale tra le piccole famiglie. Quindi ha sottolineato l'importanza dei diritti delle donne, cui i mariti devono garantire cibo, vestiti e la casa. Un'attenzione particolare, nel programma iraniano per la sicurezza alimentare, è prevista anche per la protezione e diffusione dell'acqua e dell'agricoltura. In conclusione del suo discorso lady Ahmadinejad ha lanciato un appello per i palestinesi di Gaza, chiedendo che «finisca immediatamente la grave oppressione che impedisce alla popolazione di ricevere medicine e cibo».

VIGILIA DEL VERTICE - Il summit delle first ladies dei Paesi non allineati ha fatto da apripista al vertice Fao, al via lunedì. Guidato da Suzanne Sabet, moglie del presidente egiziano Hosni Mubarak, aveva all'ordine del giorno il tema dell'accesso delle donne alle risorse produttive. Presente anche Isabella Rauti, moglie del sindaco di Roma Gianni Alemanno e capo del Dipartimento per le pari opportunità della Presidenza del Consiglio. La partecipazione della moglie di Ahmadinejad non ha mancato di suscitare polemiche: la sua presenza è stata aspramente criticata dall'associazione dei rifugiati politici iraniani residenti in Italia. «Il regime liberticido e terrorista dei mullah ha mandato a Roma in segno di oltraggio e disappunto alla comunità internazionale la moglie del presidente di un regime che ha represso in sangue e continua a reprimere le pacifiche manifestazioni del popolo iraniano per la libertà e la democrazia» dice il presidente dell'associazione Karimi Davood. I rifugiati chiedono dunque al governo italiano di «espellere la moglie di Ahmadinejad prima possibile, evitando il diffondersi delle propagande terroristiche».

Intervista

Professore di latino e greco nei licei classici, Luca de Martini ha deciso di allungare il suo nome un giorno qualunque di sei anni fa. Si è convertito all’islam valutando in meditata solitudine tutte le conseguenze del caso. Adesso si chiama anche Abdullah (che vuol dire servitore di Dio) e Nur (che vuol dire luce). È già andato in pellegrinaggio alla Mecca. Si propone di essere un musulmano «coerente e rigoroso, onesto e retto».

Significa fondamentalista? «Sì, se il termine non avesse un’accezione offensiva. Dunque non mi dichiaro fondamentalista».

Integralista è meglio? «Neppure. Sa di esasperato rigore e il mio islam non è affatto così. Non amo gli eccessi, non rifiuto il progresso, prendo dalla cultura e dalla tecnologia degli altri quello che ritengo buono».

Cagliaritano, figlio unico di un insegnante, trentacinque anni, esperto di linguistica sarda, Luca dice di non vestire «sempre di nero». Lo puntualizza perché all’appuntamento per l’intervista si presenta con un copricapo nero, un lunghissimo camicione nero, pantaloni neri, stivali neri, folta barba da frate cappuccino (o da imam, se preferite). Laureato in Lettere antiche, specializzato in Russia, è sposato «con una cittadina straniera» ed è padre d’una bimba di un anno.

Qual è la strada che un borghese occidentale deve battere per arrivare all’islam? La curiosità altrui lo lascia indifferente e se accetta di spiegare su un giornale come la pensa è solo perché «in giro c’è troppa confusione, qualche volta troppa malafede».

E precisa meglio: «Storicamente, per un milanese è straniero anche un napoletano, figuriamoci un pakistano o un senegalese».

Non vuole e non intende rappresentare una religione ma semplicemente offrire una storia personale, la storia di un ragazzo che perde pian piano i legami col cattolicesimo ed entra in un’altra dimensione. Dove sostiene di aver trovato finalmente serenità e coerenza, soprattutto. «Non ho mai capito come si possa dire d’essere cattolici ma non praticanti. Che senso ha?».

La regola della fedeltà all’idea non prevede sconti nemmeno per lui. Tantomeno dubbi. «Il dubbio è la radice della miscredenza».

Il professor de Martini è un giovane asciutto, d’una certa eleganza fisica, chiude e spalanca mani bianchissime per sottolineare i concetti importanti. Sospetta diffidenza (ma non lo rivela), si prepara a domande provocatorie mantenendo una calma assoluta salvo, ogni tanto, un leggero tremolìo degli occhi e il discorso che si fa d’un tratto spezzato. Il suo cammino religioso è simile a quello di Cat Stevens, popstar degli anni ‘70 ma con una differenza-chiave: «Non ho avuto maestri. Sono un autodidatta. Ho semplicemente studiato, studiato, studiato». Prega cinque volte al giorno, nei limiti del possibile cura l’alimentazione evitando il maiale, alcolici e comunque la carne di animali che non siano stati macellati secondo il precetto musulmano. Racconta che i genitori hanno seguito questa sua lenta trasformazione con un misto d’attesa e perplessità. Se la madre lo invita a cena si salva in corner con menu di compromesso: pizza, pasta, verdura, pesce. Del mondo di ieri, quello dell’adolescenza e di una verdissima gioventù, non rimpiange niente. «Non ho nostalgia di quello che sono stato».

Quanto pesa il passato cattolico? «Sono stato battezzato, ho fatto Prima comunione e Cresima. Durante la visita di leva ho scoperto che lo Stato italiano mi considera cattolico per il solo fatto d’essere stato battezzato. Singolare, no? Nessuno me lo aveva chiesto. In ogni caso, sbattezzarmi non mi interessa».

Cosa non le piace del cattolicesimo? «Il discorso sarebbe lungo. In sintesi, non condivido il modo di essere della Chiesa di Roma e la teologia. Una dottrina che non fa per me».

Le è rimasto un amico cattolico? «Non vedo più quelli che frequentavo un tempo. Comunque sì, ho conoscenti cattolici».

Amici o conoscenti? «Conoscenti».

Com’è avvenuta la conversione? «Leggendo sull’islam. Pensi che la Shahada, la formula di adesione alla fede, l’ho fatta in assoluta solitudine. Senza maestri, senza suggeritori. Credo di essere stato l’unico sardo presente alla Mecca tre anni fa».

C’è stato un episodio folgorante? «Direi di no. Non sono un fanatico: sono approdato all’islam dopo aver riflettuto con me stesso. C’è tuttavia una vicenda che mi ha colpito: mi trovavo in Russia per ragioni di studio quando le armate di Putin hanno decimato il popolo ceceno. Un genocidio».

Che bisogno aveva di cambiare nome? «Non l’ho cambiato. Ho soltanto aggiunto Abdullah Nur al mio, che resta tale e quale all’anagrafe. È un modo per rafforzare la fratellanza islamica. Fermo restando che ogni musulmano deve rispettare le leggi dello Stato che lo ospita, a patto che non violino i principi fondamentali della fede».

C’è una corrente religiosa nella quale si riconosce? «Quella della tradizione. Seguo le regole delle prime tre generazioni di musulmani».

E da lì non si sposta. «Da lì non mi sposto, anche perché non posso dire sempre e comunque quello che penso».

Chi glielo vieta? «Ho il dovere di proteggere la mia famiglia. Se dico di essere un musulmano moderato sono considerato soltanto un bugiardo. Se mi dichiaro più combattivo, allora vengo etichettato come estremista. Le parole hanno un peso, l’interpretazione delle parole un altro: questa è l’Italia».

Nel liceo dove insegna ha avuto problemi? «No, mai. Mai nessun problema coi colleghi, credo abbiano considerazione di me. Passo per un docente serio ed esigente».

E con gli alunni? «Neppure. A fine lezione è capitato qualcuno che mi abbia chiesto di sapere di più. Ma l’insegnamento, per quel che mi riguarda, è un pubblico servizio. Quando sono in cattedra non rappresento alcun partito e nessuna fede».

Sarà felice il ministro Gelmini. «La scelta religiosa è privata, intima. Non può in alcun modo sfiorare le materie che insegno».

D’accordo ma se una sua allieva mettesse il burka? «Non avrei niente da dire. Così come non ho niente da dire quando arrivano in audacissime minigonne. Non mi pare ci siano imposizioni precise per l’abbigliamento in classe. Difatti mi lascia perplesso l’atteggiamento di quei colleghi, soprattutto colleghe, che pretendono di spiegare alle alunne come devono venire vestite a scuola».

Secondo i suoi principi, le donne dovrebbero portare addirittura i guanti. «Non è un obbligo. Certo, se una donna ha mani bellissime coprirle può servire ad allontanare l’attenzione morbosa di un uomo. Intendiamoci, le migliori musulmane sono quelle coperte ma non è detto che quelle coperte siano poi le musulmane migliori. Mi sono spiegato?»

Dev’essere dura per uno come lei vivere nel Paese delle veline. «Misuro il progresso e la civiltà di una nazione dalla Scuola e dalla Sanità, che devono essere servizi rigorosamente pubblici, assolutamente efficienti e indiscutibilmente aperti a tutti, non solo ai ricchi. L’Italia non mi entusiasma ma è un Paese migliore di tanti altri».

Vota? «Non sempre. Quando mi è capitato di farlo, ho scelto liste indipendentiste antiglobalizzazione. È il sistema centralista e accentratore che non funziona, paghiamo ancora a carissimo prezzo il modello sociale imposto da quel carnefice che si chiama Napoleone Bonaparte».


Se sua figlia dovesse innamorarsi di un ragazzo d’altra religione? «Per noi la famiglia è molto, molto importante. Avere una buona educazione islamica significa capire e far capire che uomini e donne hanno ruoli diversi e uguale dignità».

Va bene, ma se sua figlia… «Vorrebbe dire che sta tradendo i principi e che io non sono stato in grado di darle una buona educazione».

E in conclusione? «In conclusione non darei il mio assenso».

Se invece tutto questo lo facesse un figlio maschio? «A un maschio è consentito a patto che si congiunga con una ragazza di fede monoteista. In ogni caso, si tratterebbe della scelta peggiore».

Però è tollerata. «Sì».


Sbagliano gli intellettuali che vi accusano di vivere in culture arcaiche? «Quanto più il progresso scientifico avanza tanto più si rafforza l’islam. Nell’Occidente c’è scontro tra fede e scienza, da noi no. Nel Corano è stato scritto 1.400 anni fa che inizialmente l’universo era una nebulosa di massa gassosa. Figuriamoci se il progresso può preoccuparci».

Relativista o assolutista? «Relativista nello studio delle civiltà, assolutista sul fronte della fede. Gliel’ho detto: il dubbio è la radice della miscredenza».

Se sua moglie la tradisse… «Il musulmano distingue tra fornicazione e adulterio…».

La domanda è un’altra. «L’adulterio è un peccato grave, molto grave».

Che prevede la lapidazione. L’islam è un sistema di vita onnicomprensivo. Ha regole chiare su economia, diritto matrimoniale, alimentazione…».

La domanda: favorevole o contrario alla lapidazione? «Non sono un giurista, quindi non so se una condanna come questa possa essere commutata in altro».

D’accordo ma se sua moglie… «Ho aderito alla legge islamica e ne osservo i precetti».

Le punizioni sono autentica ferocia. «Non sono d’accordo con questa valutazione».

La proposta di legge contro l’omofobia: che ne pensa? «L’Occidente considerava l’omosessualità una malattia fino a poco tempo fa, ora non più. L’islam condanna i rapporti sodomitici e quelli anali in assoluto, cioè anche fra uomo e donna. Non conosco nei dettagli la proposta di legge bocciata in Parlamento ma, in linea di massima, siamo per il dialogo».

L’omosessualità però resta una malattia. «Per noi non c’è dubbio. Siete voi che avete cambiato idea».

La comunità ebraica lamenta intolleranza. «Noi abbiamo rispetto per la cultura e per la religione ebraica. Non ne abbiamo per personaggi come Riccardo Pacifici, rabbino di Roma, sionista che incita all’odio. Pacifici dovrebbe almeno cambiare cognome».

Sbagliano o no a dire d’essere perseguitati? «Perseguitati gli ebrei in Italia? Oggi il clima non è facile in questo Paese. Il musulmano è identificato come immigrato pericoloso. Se viene arrestato uno di noi i giornali precisano subito la religione: musulmano; se arrestano un rumeno non precisano che è di fede cristiano ortodossa. Come mai? Vogliamo chiarire questo aspetto una volta per tutte?»

Chiariamolo. «Un buon musulmano non commette reati. Deve comportarsi da onesto cittadino e in cambio chiede libertà d’abbigliamento, appositi luoghi di culto, cimiteri, mense nelle scuole e nelle prigioni. A Cagliari nel camposanto di San Michele c’è giusto un’aiuola con un cartello che dice acattolici . Vi sembra rispettoso?»

C’è qualcosa dell’islam che non le va a genio? «No, altrimenti torniamo al discorso del sono cattolico ma non praticante. Un buon musulmano deve seguire la legge islamica e non dubitare, mai».

Altrimenti è un traditore. «Altrimenti viola le sacre leggi del Profeta».

Fao

La Fao mangia soldi, poi fa lo sciopero della fame di Luigi Mascheroni

Accade a volte che ammirevoli decisioni, prese con i migliori propositi, causino imprevisti effetti controproducenti. O involontariamente comici. Come lo è, al netto della drammatica situazione che intende denunciare, la scelta del direttore generale della Fao, Jacques Diouf. Il quale, per sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema dell’insicurezza alimentare in vista del vertice dell’Organizzazione previsto domani a Roma, ha scelto di impegnarsi in uno sciopero della fame. Di 24 ore. Jacques Diouf ha iniziato il suo mediaticamente chiassoso digiuno di protesta contro il silenzio dell’informazione sulla fame nel mondo venerdì sera; ha passato la notte scorsa su un materassino all’ingresso del palazzo della Fao, sul viale delle Terme di Caracalla a Roma; e lo ha concluso ieri sera, a cena. «È un atto dimostrativo per spronare i governi a impegnarsi per garantire il diritto al cibo per tutti», ha dichiarato. Guadagnandosi la solidarietà e l’emulazione del segretario generale dell’Onu Ban ki Moon e del sindaco di Roma Gianni Alemanno. Paradosso solo apparente di un gesto che nega in ambito personale ciò che si pretende a livello universale - è indubbio che avrebbe avuto più eco e maggior forza provocatoria un’enorme abbuffata con vergognosi sprechi di cibo imbastita davanti alla sede della Fao -. In realtà l’appello di Jacques Diouf (sacrosanto, intendiamoci) pone l’attenzione mondiale su un evento ad altissima emotività - nel nostro pianeta ogni sei secondi un bambino muore per fame o per malattie collegate alla malnutrizione - spostandola però da un problema invece a bassissima «notiziabilità»: pochi sanno, e pochissimo si dice al proposito, che due terzi del budget della Fao si perdono in costi di gestione dell’elefantiaca struttura, e solo un terzo è impiegato nell’accrescimento dei livelli di nutrizione e nell’aumento della produttività agricola dei Paesi cosiddetti del «terzo mondo». Istituzione benemerita, irrinunciabile e di per sé insostituibile, la Fao nel biennio 2008-2009 ha potuto contare, grazie ai contributi dei 191 Paesi membri, su un budget di 930 milioni di dollari (più 800 milioni di donazioni private) dei quali solo 248 milioni, ossia il 27%, viene destinato concretamente al settore dell’alimentazione e dell’agricoltura. Il resto lo «brucia» la burocrazia. Come dire? Tagliare un pranzo dal proprio regime dietetico è gesto quanto mai nobile e meritevole. Tagliare carte, scartoffie e spese di rappresentanza sarebbe provvedimento più che mai utile e doveroso. Le cifre che compaiono negli schemi illustrativi dei bilanci di previsione della Fao per il biennio in corso - e le proporzioni sono simili per il 2006/2007 quando il budget fu di 765 milioni di dollari - dimostrano che solo una parte dei soldi, abbondantemente al di sotto della metà del totale, viene effettivamente impiegata per incrementare la produzione agricola nelle zone più sfortunate del pianeta e migliorare la vita delle popolazioni rurali. La maggior parte dei fondi scorrono nei dispersivi canali dei vari programmi di «cooperazione tecnica», dell’informazione, dell’«interscambio di conoscenze», della direzione, dell’amministrazione... Si calcola che la Fao, nell’attuale biennio, finirà con lo spendere 21 milioni di dollari per gli uffici della direzione generale e 126 milioni per i servizi di supervisione. L’ufficio del direttore generale costa 9 milioni e 148mila euro. E l’ufficio di coordinamento con l’Onu usufruisce di 2 milioni e 800mila euro. Sono solo alcuni esempi. Poi ci sono le sedi distaccate: la sede dell’Asia di Bangkok, il più costoso degli uffici periferici, ha a disposizione 18 milioni. La sede dell’America latina di Santiago ne ha 12. E l’ufficio africano di Accra quasi 11. Nella comunicazione la Fao investe 19 milioni di dollari a biennio, più di quanto destini ai mezzi e alle infrastrutture agricole; mentre le statistiche di settore costano quasi 13 milioni di dollari. E anche il capitolo dedicato all’«incontro culturale» ha i suoi (sempre inevitabili?) oneri amministrativi: 21 milioni di dollari... In questo senso, lo sciopero della fame di Jacques Diouf per solidarietà con il miliardo di persone che nel mondo soffrono di malnutrizione cronica, è a maggior ragione esemplare ed encomiabile. Perché gratuito.

Renato Gentilini

Gentilini: "Il mio comizio vietato sul burqa e sulle croci" di Renato Gentilini*

Lo sapete perché mi hanno condannato a non fare comizi? Perché tutto quello che avevo detto negli anni passati era la pura verità, purtroppo confermata dalla cronaca e dai provvedimenti politici adottati a livello nazionale. Volete un esempio? Semplice, la legge ispirata dal ministro Maroni sui clandestini. Dunque, facevano tanto rumore, mostravano scandalo perché io invitavo a rispedire a casa loro i delinquenti, perché chiedevo la blindatura delle frontiere nei confronti degli indesiderati. Bene, e per questo forse sarei razzista? Non mi pare, visto che a distanza di pochi anni questa Repubblica ha una legge che, di fatto, introduce il reato di clandestinità. Eccolo qua il razzista. Chiamatemi piuttosto lungimirante. Vi ricordate quando vietavo il burqa? Anche lì, un pandemonio. Io sarei stato quello che discriminava gli stranieri, che adottava provvedimenti degni di Hitler. Meno male che non mi hanno mai paragonato a Stalin. Sciocchezze, tremende sciocchezze. Io ho fatto il sindaco e so come si governa una città nell’interesse dei cittadini che ci abitano, stranieri compresi. Sì, stranieri compresi, perché se andate a chiedere agli immigrati che vivono e lavorano regolarmente a Treviso vi diranno che ci stanno a meraviglia. E che quello che viene passato per un tiranno ha solo ed esclusivamente chiesto, e ottenuto, che chi arrivava da fuori rispettasse le leggi e le tradizioni di questo territorio. Io i comizi, in ogni caso, li tengo come e dove voglio. Anche perché ho presentato ricorso contro il provvedimento di una magistratura che tende sempre al rosso. Questa è la loro risposta democratica, chiudere la bocca a chi esprime concetti condivisi da tutti. Chiedetelo ai trevigiani, chiedete quanti di loro sono favorevoli alle donne che girano mascherate col burqa. Ma per favore, io ho scritto al Presidente della Repubblica perché venga dato un riconoscimento ufficiale all’usciere del museo di Ca’ Rezzonico che ha impedito l’ingresso a un essere totalmente coperto da un velo inaccettabile. Basta questo per dire che sono razzista? Se bastasse, allora non dovrei essere certo l’unico a cui togliere la parola. No, non passeranno queste tesi fino a quando nel Veneto ci saranno persone che non mollano. Dico, vi siete mai chiesti come mai la Lega continua a guadagnare voti? Provate a fare un fischio a quei burocrati che stanno all’Unione europea e che hanno il tempo di riempire cartacce di oscenità. Sì, perché non è un’oscenità il divieto di crocifisso emesso nei confronti della nostra storia? Allora, noi dovremmo destinare soldi pubblici per aiutare gli islamici a costruire le loro moschee e nel contempo togliere i crocifissi dalle nostre scuole, dai nostri municipi, dalle nostre istituzioni. Fosse per certi preti nostrani, del resto, dovremmo togliere il crocifisso pure dalle nostre chiese, visto che qualcuno ha pensato bene di dare ai musulmani dei locali cristiani perché li potessero trasformare in moschee. Bravi, davvero, questi preti rosa, rosati, rossi, fate voi, che si lasciano sfilare il crocifisso in virtù di una resa spacciata per tolleranza. Nossignori, sul crocifisso non si passa. È la nostra cultura, la nostra storia, la nostra tradizione, vogliamo buttare tutto nel cesso? Vogliamo lasciar fare ai burocrati di Bruxelles? Un popolo che molla sulla sua storia è un popolo che non ha futuro. E non mi vengano a dire che sono razzista perché parlo male delle moschee, perché mi oppongo alla costruzione di questi presunti luoghi di culto. Dietro il paravento del Corano, nelle moschee si ritrovano anche i terroristi. Avete visto quel che è successo a Milano? Dico, a Milano, mica in Afghanistan o in Pakistan, a Milano, grande città del nord Italia: un tipo che frequenta la moschea ha rischiato di compiere una strage. Ci sono segnali che personaggi del genere siano in costante aumento nel nostro Paese. Di fronte a questi fatti, non posso neanche prendere in considerazione l’ipotesi di autorizzare la costruzione di una moschea. Pensate: l’Europa ci chiede di togliere il crocifisso perché potremmo mancare di rispetto agli islamici e in più noi dovremmo metterci a costruire moschee per permettere loro di sentirsi a casa. È una vergogna. E poi dicono che io sono razzista. Magari perché non tollero che nei campi nomadi ai bambini venga insegnata l’arte del furto, dopo mille maltrattamenti. A Treviso la Lega ha sempre ottenuto un mare di voti perché il popolo la pensa esattamente come me. Perché io difenderò fino alla morte il crocifisso sulla parete della scuola, anche se non condivido affatto uno dei precetti cristiani che mi insegnavano al catechismo: se ti danno una sberla, tu porgi l’altra guancia. Mi dispiace, io sono fiero di sapere che la mia cultura ha il crocifisso nelle sue radici, ma io l’altra guancia non la porgo. Io, a questi qui che continuano a fare i delinquenti a casa mia, rifilo un cazzotto. Anzi, due, così imparano a comportarsi bene, a rispettare le città che li hanno accolti. Questi qui sono i motivi per cui un magistrato mi ha condannato, in primo grado, a tener chiusa la bocca in pubblico. E questi qui sono anche i motivi per cui la Lega nord continua ad aumentare il consenso. Per avere il coraggio di dire e fare quello che la maggior parte del popolo pensa. A furia di tollerare i clandestini, a furia di tollerare le moschee frequentate da terroristi, a furia di tollerare gente che gira coperta per le strade, finisce che siamo noi gli stranieri a casa nostra. Nessuna sentenza mi può impedire di denunciare questa deriva. E col prossimo governatore leghista, state pur certi che il Veneto a questa deriva non si rassegnerà mai.

*pro sindaco di Treviso

Razzismo ideologico?

Niente aula gratis agli islamici. Peschiera, bufera sul comune

A Peschiera è polemica sulla decisione di un assessore del comune, Mariangela Bellini, che non vuole concedere gratis un'aula del comune agli arab iguidati da Osama Sayed. Lo riporta La Gazzetta del Sud Milano. La titolare alla delega ai Servizi sociali in seno alla Giunta Falletta è stata accusata di «razzismo ideologico» dalla lista civica di opposizione Base Democratica e dall'associazione islamica «Al Badr». Gli islamici volevano festeggiare la loro ricorrenza coranica chiamata Aid Al Adha, che commemora il sacrificio di un profeta su ordine divino, in uno spazio comunale senza pagare. Dopo il diniego dell'assessore, Osama ha chiamato il Pd e la lista civica e così alcuni esponenti di Base Democratica si sono pronunciati: "La sentenza è lesiva della dignità degli individui che lavorano in quest’associazione e persegue un’idea di ghettizzazione di coloro che vivono con impegno nella nostra comunità. Le associazioni e le forze politiche devono prendere le distanze in modo netto e deciso perché da noi la convivenza tra culture diverse è sempre stata un valore. Non a caso ad esempio la Caritas organizza da alcuni anni la Festa delle Genti". Osama, per protesta, ha cancellato la propria associazione dall’elenco comunale di Peschiera. Una scelta accolta dal parlamentare di zona Marco Rondini con un’alzata di spalle: «Meno male - ha tagliato corto l’onorevole -; vadano pure in Arabia o in Tunisia a fare proseliti».

sabato 14 novembre 2009

Unione di burocrati

A proposito di sprechi, nasce la diplomazia europea di Giovanni Marizza

Immaginate un impenitente crapulone sovrappeso abituato a mettere a repentaglio la propria salute con frequenti mangiate pantagrueliche, che al medico che gli prescrive una ferrea dieta risponde: “Ok, d’ora in poi mangerò e berrò solo ciò che mi ha prescritto… in aggiunta a tutto il resto, ovviamente!” Immaginate poi un incorreggibile donnaiolo con una dozzina di fidanzate che decide di mettere la testa a posto dicendo: “Questo stile di vita è insostenibile, ora faccio la persona seria, prendo moglie… tenendomi anche le dodici amanti, naturalmente”.

Il comportamento suicida del primo caso e libertino del secondo è esattamente quello che l’Unione Europea si appresta ad intraprendere con l’istituzione di un servizio diplomatico comune. Il che sarebbe, in teoria, una gran bella cosa. A che serve, infatti, che a Roma ci siano ventisei ambasciate di altrettanti Paesi dell’Unione (ci sarà un motivo, se l’hanno chiamata “Unione”) Europea? E a cosa serve che l’Italia abbia ventisei ambasciate in altrettanti Paesi comunitari? Solo ed esclusivamente a sprecare il denaro pubblico mantenendo in vita strutture inutili e assurdi privilegi di altri tempi. Pertanto ben venga un servizio diplomatico europeo unico, ma la UE sta per crearlo nel modo peggiore. Il Trattato di Lisbona di imminente entrata in vigore prevede che alle dipendenze del ministro degli Esteri nonché vice presidente della Commissione europea agisca il SEAE (Servizio europeo per l’azione esterna). Come verrà creato questo nuovo ente? Forse unificando (e snellendo alquanto, sottoponendole a sacrosanta cura dimagrante) le corpulente diplomazie già esistenti? No. Forse sulla base della già operante rete di 129 delegazioni europee attive in ogni dove? Nemmeno. Si manterranno in piedi sia le une che le altre. Anzi: le altre verranno potenziate e ampliate anche con il concorso delle une, che saranno “costrette” anch’esse, di conseguenza, ad ampliarsi. Risultato: gli sprechi odierni non solo verranno mantenuti, ma saranno addirittura scientificamente e volutamente ingigantiti. Alla faccia della crisi.

Ecco come funzioneranno le cose. La nuova “diplomazia europea” sorgerà sulla base (ma non sulle ceneri) della fitta rete di Delegazioni della Commissione europea. La prima Delegazione in ordine di tempo fu istituita a Londra da parte della CECA negli anni ’50, poi la cosa fu ritenuta utile e dilettevole e oggi, di delegazioni simili, ce ne sono già 123 in “Paesi terzi” (compresi quelli della UE) e altre sei presso organismi internazionali (OCSE, OSCE, WTO, ONU, Unione Africana e FAO), senza contare gli undici uffici dei Rappresentanti speciali della UE in particolari aree (Afghanistan, Grandi Laghi africani, Bosnia-Erzegovina, Kosovo, Macedonia, Moldova, Medio Oriente, Caucaso meridionale, Asia Centrale, Sudan e Birmania), per un totale di oltre cinquemila funzionari. Ogni delegazione ha lo status di missione diplomatica in ossequio alla Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche e ciascun capo delegazione ha il rango di ambasciatore. Non ci sarebbe nulla di male se il nuovo corpo diplomatico europeo nascesse basandosi su questa rete, ma gli sprechi risultano evidenti (e difficilmente giustificabili) nel momento in cui si dichiara che questo servizio comune non sostituirà i 27 servizi diplomatici nazionali già esistenti. Al contrario, le diplomazie nazionali saranno invitate a distaccare presso le nuove strutture europee un certo numero di funzionari, con la conseguente creazione di posti aggiuntivi.

Ecco dunque che a Roma le già inutili 27 ambasciate dei Paesi comunitari, lungi dallo sparire, verranno affiancate da una ventottesima ambasciata, quella dell’Unione Europea in Italia (ve li immaginate gli Stati Uniti d’America che istituiscono ambasciate americane nel Missouri, nel Wisconsin o nel Montana?) E la medesima assurda duplicazione avverrà in tutte le altre capitali europee e non europee. Evidentemente non bastavano le 27 forze armate che continuano a difendere i 27 confini nazionali che non esistono più. Non bastavano i dispendiosi giri di valzer delle presidenze semestrali (a proposito: lo sapevate che l’assurdo rituale delle presidenze semestrali continuerà anche dopo il mese di gennaio 2010, quando avremo il Presidente europeo “permanente”?). Non bastavano le 27 lingue ufficiali che fanno impazzire il servizio traduzioni, provocano immense perdite di tempo e causano l’abbattimento di intere foreste per ricavare le montagne di carta necessarie a stampare in 27 lingue ogni minimo documento europeo. Non bastava tutto questo, ora avremo anche la diplomazia europea “unica”. O meglio la ventottesima. E non è finita qui, perché questo nuovo servizio diplomatico europeo avrà bisogno di una apposita scuola in cui formare i nuovi diplomatici blu a stelle gialle. Verrà forse utilizzato uno dei 27 istituti diplomatici già esistenti, sopprimendo i rimanenti 26? Naturalmente no: verrà fondata ex novo un’Accademia diplomatica europea, la ventottesima. Sembra proprio che non esista un solo settore in cui l’Europa sia capace di ottimizzare le risorse, risparmiando qualche euro. Anzi, un settore c’è: la produzione di Crocefissi.

Autocensure

Il commento. Se anche Hollywood si autocensura per paura dell’islam

Nel calcio la chiamano «sudditanza psicologica» degli arbitri o di una squadra nei confronti dei club più ricchi e potenti, ma ora vale anche nel cinema. E nelle banche. E sui giornali. E nella vita sociale per chiunque osi criticare l’islam. Ma con una differenza rispetto al calcio: nel confronto tra mondo occidentale e mondo musulmano a prevalere siamo noi. Siamo più ricchi, più colti, più progrediti. Eppure anche più pavidi, al punto di rinunciare alle nostre libertà pur di non correre il rischio di offendere chi crede nella religione di Maometto. Il regista Roland Emmerich ha ammesso di essersi lasciato condizionare. Nel film 2012, in cui narra la fine del mondo annunciata in una profezia Maya, distrugge con abbondanza di effetti speciali molti simboli dell’umanità come la Casa Bianca, il Cristo di Rio de Janeiro e la Basilica di San Pietro. Emmerich non è nuovo a sceneggiature del genere, in passato ha mostrato l’annientamento dell’Empire State Building e di Manhattan, ma sebbene gli Usa siano patriottici, nessun americano se n’è scandalizzato. E in queste ore nessun cattolico prevede sit-in di protesta contro la devastazione del Vaticano. È fiction, forse grottesca, esagerata, ma pur sempre finzione narrativa. Lo spettatore non vedrà la distruzione di moschee o di simboli islamici, benché fossero previsti nel copione originale, per rendere 2012 più credibile, considerato che il giorno del Giudizio dell’umanità non risparmierà di certo i musulmani. «Nel film volevo far crollare anche la Kaaba, l’edificio a forma di cubo sacro della Mecca - ha ammesso ieri Emmerich - ma me l’hanno sconsigliato dicendomi: chi te lo fa fare di beccarti una fatwa per un film? E credo che avessero ragione, così non l’ho fatto». Come vogliamo considerarlo? Vigliacco? Opportunista o, forse, semplicemente sincero? «Così la pensiamo noi occidentali - ha spiegato -. I simboli cristiani infatti si possono distruggere, ma se lo fai con quelli arabi ti becchi una sentenza di un imam, spesso di morte e questo dà un po’ il senso del mondo in cui viviamo». Già, nel mondo in cui viviamo è sconsigliabile non solo criticare i musulmani ma anche trattarli al pari di cristiani e di ebrei. La loro suscettibilità sta diventando debordante, se non pretestuosa. E forse è giunto il momento per noi europei di ritrovare il coraggio di essere fedeli a noi stessi. Senza inutili isterismi, sia chiaro, ed evitando le provocazioni, ma pretendendo da chi immigra in Europa il rispetto dei nostri valori e delle nostre libertà, anche quella religiosa. L’islam, nella Ue, ha gli stessi diritti del cristianesimo, dell’ebraismo o del buddhismo; ma ai musulmani non deve essere consentito di imporci costumi sociali e mentalità arcaiche comunque a noi sgradite. E invece si sta scivolando nella direzione opposta. In tempi recenti la Sony ha rinviato l’uscita di un videogioco, perché nella colonna sonora era presente una canzone che semplicemente citava due frasi del Corano. A Bruxelles la banca Fortis ha deciso di ritirare il porcellino-salvadanaio, amatissimo dai bambini belgi, ma potenzialmente offensivo per i musulmani; i quali a Malmoe hanno di fatto vietato alle svedesi di recarsi in spiaggia in topless. Per non parlare dei tanti crocifissi tolti nelle scuole italiane da zelanti maestre italiane. Tolleranti sì, arrendevoli no. Non è complicato, a condizione di volerlo davvero.

venerdì 13 novembre 2009

Inghilterra

Inghilterra: supremazista Islamico assunto in posizione chiave dell'anti-terrorismo da Jihadwatch

Com'e' egualitario, com'e' meravigliosamente multiculturale, nominare una volpe a guardia del pollaio. "Islamista radicale assunto in posizione chiave dell'anti-terrorismo all'Ufficio degli Interni", di Martin Bright per TheJC.com, 5 Novembre: Un Islamista "radicale" e' stato nominato in una posizione chiave dell'anti-terrorismo all'Ufficio degli Interni per affrontare il terrorismo e allontanare i confratelli Musulmani dalla strada della violenza. La nomina di Asim Hafeez come direttore degli interventi all'Ufficio della Sicurezza e del Contro-Terrorismo ha causato seria preoccupazione tra i consulenti Musulmani piu' moderati. E' visto come un segno di cambiamento nella politica del governo sull'Islam radicale, come un allontanamento dal raccordo con i gruppi piu' moderati. Ci sono posizioni contrastanti nel governo circa la scelta di intrattenere relazioni con i Musulmani a rischio di radicalizzazione o concentrarsi sul forgiare legami con i moderati. Mr Hafeez e' stato descritto da un consigliere come un "Salafita radicale". Il Salafismo e' una branca dell'Islam strettamente puritana, spesso associata con l'Arabia Saudita. Non promuove la violenza, ma spinge alla creazione di uno stato Islamico...

Il Capitano Ultimo

E' Sergio De Caprio, l’ufficiale dell’Arma che guidò sul campo la cattura di Totò Riina. Il «capitano Ultimo» senza scorta. I colleghi: «Lo proteggiamo noi». «Andremo a prenderlo all’aeroporto, lo accompagneremo in albergo, lo seguiremo ovunque»

Ad ottobre, nei giorni in cui è tornata alla ribalta la presunta trattativa del «papello» tra lo Stato e Cosa Nostra per far cessare la stagione delle stragi di mafia, "Studio Aperto" rivelò che al «capitano Ultimo» era stata tolta la scorta. Sì, davanti ai telespettatori, è stato detto che Sergio De Caprio, l’ufficiale dell’Arma che la mafia non ha dimenticato perché fu lui a guidare sul campo la cattura di Totò Riina, era ormai privo di protezione. E così, ora, ­quella protezione assicurata fino a tre anni fa all’ex ufficiale dei Ros viene di nuovo assicurata «in forma privata» dai colleghi del Nucleo scorte del comando provinciale di Palermo. Liberi dal servizio e con le proprie autovetture (pagando anche la benzina, s’intende) i 120 militari del reparto hanno deciso di alternarsi per coprire i turni se e quando il tenente colonnello De Caprio (che oggi lavora a Roma al Noe, il nucleo operativo ecologico dei carabinieri) dovesse recarsi in Sicilia per servizio: «Andremo a prenderlo all’aeroporto, lo accompagneremo in albergo, lo seguiremo ovunque», confermano i militari che hanno deciso di prendere un’iniziativa senza precedenti. Il tam-tam, tuttavia, ha raggiunto anche altre regioni e non è escluso che anche altri reparti scorte dell’Arma (Milano, Roma, etc) si adeguino alla decisione dei colleghi siciliani.

L’arresto di Riina (15 gennaio 1993) e la ritardata perquisizione del covo: La notizia della scorta privata assicurata dai colleghi al «capitano Ultimo» ­ - diffusa dal delegato del Cobar Sicilia (il sindacato dei carabinieri, ndr) Alessandro Rumore ­­­– ha certamente delle ricadute e negli ambienti vicini all’Arma viene letta come un forte segnale di solidarietà verso De Caprio che ha spesso fatto parlare di sé per i contrasti avuti con i superiori nell’Arma e con la magistratura inquirente. Lui, infatti, non è solo l’eroe del passato che con la sua squadretta mimetizzata è riuscito a mettere le manette ai polsi del boss dei corleonesi. «Ultimo» è tornato di recente al centro dell’attenzione quando, lo scorso 6 novembre, ha appreso che Massimo Ciancimino, il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino, aveva deciso di querelato: il motivo del contendere è sempre l’arresto di Riina che avvenne, secondo la versione di Ciancimino jr, solo «perché venduto da Provenzano». A questa ricostruzione, De Caprio, che all’epoca era sotto il comando del colonnello Mario Mori (Ros), ha risposto a modo suo: «Ciancimino? Un servo di Riina». Ma per il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo questo va oltre il diritto di critica: «Ciascuno ha il diritto di esporre il proprio pensiero ma le offese sono un’altra cosa».

Contrasti con la procura di Palermo:
Intervistato dalla trasmissione «Chi l’ha visto?» di Federica Sciarelli, il 6 novembre scorso De Caprio ha dato la sua ricostruzione dalla quale emerge quanto meno un forte contrasto con la magistratura su metodi investigativi da seguire: «Nessun mafioso, nessuna persona ci ha mai indicato il covo, l’abitazione dove abitava Totò Riina… Per avere commesso questa grave azione sono stato anche processato e assolto: basta leggere la sentenza di assoluzione per rendersi conto che quell’arresto e le azioni collegate si sono svolte in maniera legittima e trasparente senza inganno alcuno verso al procura e senza alcuna trattativa. Dunque chi parla di trattativa e di accordi è solo un vile, uno dei tanti vili servi di Riina… La verità che ho ripetuto in ogni sede è che l’arresto di Riina è stato ostacolato dalla Procura di Palermo e oggi capisco che ha dato fastidio a tutte quelle persone che evidentemente avevano interesse a tenere in libertà Riina... gli stessi che hanno isolato e ucciso professionalmente Giovanni Falcone, gli stessi che hanno isolato Paolo Borsellino, poi fisicamente ammazzati dai sicari di Cosa Nostra». Ecco, c’è anche tutto questo, compresa la storia mai chiarita fino in fondo della ritardata perquisizione del covo di Riina che dopo l’arresto fu setacciato dagli investigatori quando ormai era «freddo» da giorni, dietro la decisione dei colleghi carabinieri siciliani di schierarsi in modo plateale dalla parte del «capitano Ultimo».

Il Cocer Sicilia: Dunque, senza scorta (ormai da tre anni) e molto esposto da un punto di vista mediatico, il tenente colonnello De Caprio incassa ora la solidarietà dei 120 colleghi di stanza in Sicilia che sono disposti anche a rinunciare a un pomeriggio da trascorrere con a moglie figli pur di tutelare un ufficiale che in molti ritengono un eroe. «La lodevole iniziativa», spiega Alessandro Rumore (Cocer), «è un chiaro segno alla mafia al fine di renderla edotta che il capitano Ultimo non sarà mai lasciato solo allorquando dovrà intervenire nei processi contro Cosa nostra». Gesti questi, incalza il delegato Cocer, «che uniscono in un momento particolare per l’Arma dei carabinieri…».

Interrogazione parlamentare: La vicenda della scorta tolta al capitano Ultimo è anche oggetto di una interrogazione parlamentare al ministro dell’Interno presentata dal deputato Nino Germanà (Pdl): «Sergio De Caprio è oggi un uomo solo, abbandonato dallo Stato che ha servito. Per le mansioni attualmente svolte è senza scorta che possa tutelarlo e la mafia non dimentica. L’assenza di una scorta a tutela del colonnello De Caprio appare tanto più incredibile in un momento in cui le oscure vicende legate alla strategia stragista di Cosa Nostra negli anni 1992- 1993 stanno riconquistando gli onori della cronaca…». Chissà, dunque, se il ministro Roberto Maroni (Interno), nel rispondere a questa interrogazione, dovrà anche affrontare il tema delicato della «tutela privata» assicurata a De Caprio dal reparto scorte di Palermo fuori dall’orario di servizio e con mezzi propri. Un’iniziativa, questa, che potrebbe imbarazzare il Viminale. Al punto da far scattare richiami e sanzioni disciplinari all’interno dell’Arma.

Dino Martirano

Per quel che può valere, la mia solidarietà al Capitano Ultimo e a chi come lui ha fatto e continua a fare il proprio mestiere con devozione. Mi auguro che gli venga dato ciò che gli spetta di diritto. E direi... cominciamo a togliere i privilegi ai pentiti di mafia... e diamoli a chi rischia di morire ogni giorno per noi.

Processo

Il ministro della Giustizia Holder: «Serve massima pena prevista». 11 settembre, processo a New York. «Chiederemo la pena di morte». La presunta mente degli attacchi alle Torri e altri 4 detenuti saranno giudicati da un tribunale federale civile

WASHINGTON
- I cinque uomini sotto accusa per gli attentati dell'11 settembre negli Stati Uniti saranno trasferiti dal carcere militare di Guantanamo a New York per essere processati da un tribunale civile. Tra i cinque c'è anche Khalid Sheik Mohammed, presunta mente degli attentati alle Torri Gemelle.

«PUNTIAMO ALLA PENA DI MORTE» - Per i cinque terroristi l'amministrazione del presidente degli Stati Uniti punta alla pena di morte. Lo ha esplicitato a Washington il ministro della Giustizia Usa Eric Holder. «Chiederemo la pena di morte per i responsabili dell’11 settembre. Porteremo avanti questi procedimenti con determinazione», ha aggiunto Holder, dicendo che si tratta di un reato straordinario per il quale sarà richiesta la massima pena prevista dall’ordinamento.

PROCESSO VICINO A GROUND ZERO - Eric Holder ha poi precisato che i cinque sospetti delle stragi «risponderanno delle loro azioni in una corte a pochi passi da dove sorgevano le Torri Gemelle». Holder ha detto di avere parlato con il governatore di New York David Paterson e con il sindaco Michael Bloomberg per garantire che «tutte le preoccupazioni sulla sicurezza» legate al trasferimento dei detenuti da Guantanamo siano soddisfatte. Il Dipartimento della Giustizia ha annunciato che i cinque saranno trasferiti a New York dopo che l'amministrazione Obama avrà comunicato al Congresso il preavviso richiesto di 45 giorni e dopo consultazioni con le autorità locali. Il segretario alla giustizia ha anche spiegato di non ritenere «un problema» ai fini del risultato dei processi il fatto che uno dei sospetti terroristi sia stato torturato ripetutamente con la tecnica del «waterboarding», l'annegamento simulato. «Non avrei autorizzato il via a questi processi se non fossi fiducioso sul loro esito», ha detto Holder.

LA CHIUSURA DI GUANTANAMO - Processare Khalid Sheik Mohammed e gli altri quattro in territorio americano potrebbe rappresentare un passo decisivo verso la chiusura del centro di detenzione per i presunti terroristi di Guantanamo, a Cuba, annunciata dal presidente Obama all’inizio del suo mandato. Punto sul quale Holder prende tempo, spiegando che, a meno di colpi di scena, il carcere americano non chiuderà il 22 gennaio prossimo. Le parole del segretario alla Giustizia seguono di poche ore la decisione di Greg Craig, consigliere giuridico della Casa Bianca, di presentare le sue dimissioni, una scelta che dipende proprio dai ritardi nel processo che dovrebbe portare alla chiusura del carcere speciale americano.

giovedì 12 novembre 2009

Condanne ridicole...

La Cassazione conferma: 30 anni al padre di Hina

Roma
- La Prima sezione penale della Cassazione ha confermato la condanna a 30 anni di carcere per il padre di Hina, Mohammed Saleem accusato di aver ucciso la figlia a Sarezzo, in provincia di Brescia, l’11 agosto 2006 nella propria abitazione perchè la ragazza voleva condurre uno stile di vita occidentale diverso dalle tradizioni della famiglia pachistana. Confermate anche le condanne a 17 anni nei confronti dei cognati di Hina, Khalid Mahmood e Zahid Mahmood, che al momento dell’omicidio si trovavano in casa e avrebbero aiutato il padre a compiere il delitto.

La condanna. La Corte d’assise d’appello di Brescia il 5 dicembre 2008 con una riforma parziale del processo di primo grado, aveva condannato a 30 anni di carcere il padre della ragazza pachistana, Mohammed Saleem che nell’agosto del 2006 aveva inseguito la figlia in casa e accoltellata dopo una serie di contrasti emersi in famiglia perchè Hina era andata a convivere con un ragazzo e conduceva uno stile di vita contrario alle tradizioni della famiglia.

L'omicidio. Il corpo di Hina venne ritrovato nel giardino dell’abitazione di Sarezzo (Brescia) sembra con la testa rivolta alla Mecca. Nel delitto vennero coinvolti anche i cognati della vittima, Kahlid Mahmood e Zahid Mahmood che erano poi stati condannati con rito abbreviato a 17 anni di carcere perchè al momento dell’omicidio erano presenti, e avevano ostacolato la fuga della ragazza e aiutato il padre ad occultare il cadavere. Nell’udienza di oggi la prima sezione penale della Cassazione, presieduta da Giovanni Silvestri, ha rigettato tutti i ricorsi presentati dalle difese. Anche il pg della Cassazione, Francesco Lo Voi, questa mattina nella pubblica udienza aveva chiesto la conferma delle condanne ritenendo l’omicidio di Hina un delitto premeditato compiuto "con la volontà di sopraffazione della vittima come se la figlia appartenesse al padre". Presenti in aula anche il legale del fidanzato di Hina, Giuseppe Tentini, che ha chiesto il risarcimento danni per la perdita della propria fidanzata. I supremi giudici nel rigettare tutti i ricorsi e confermare le condanne hanno riconosciuto alla parte civile un risarcimento delle spese per 3 mila euro.

Mondialismi

Il Governo mondiale si avvicina di Ida Magli

Anche la Borsa ha gli “invisibili”. E’ questo il sorprendente titolo apparso in prima pagina sul Corriere Economia del 26 ottobre. scorso. Chi sono questi “invisibili”? Certo non è un caso che si alluda agli invisibili nel contesto di normali riflessioni sull’andamento della Borsa. Pare, infatti, che essi siano quasi tutti ricchissimi banchieri, i più grandi capitalisti (dico “pare” perché un alone di mistero li circonda). E’sorprendente invece che compaia apertamente un riferimento, sia pure per scherzosa analogia, a quella élite del Potere che di fatto guida il mondo, ma di cui non si parla mai, e che appunto deve a questo silenzio la sua “invisibilità”. Gli effetti, però, si vedono: la “globalizzazione” avanza a grandi passi, perseguita con una volontà implacabile e con una strategia abilissima proprio da quegli invisibili che stanno ormai per raggiungere il Governo Mondiale, il Nuovo Ordine che si erano prefissati. Per realizzarlo era necessario livellare, uniformare, omogeneizzare, unificare tutto: i mercati, le monete, i territori, le nazioni, i governi, i costumi, i valori, le religioni, i sessi, i corpi. Nulla è rimasto indenne dall’opera uniformatrice, e in America come in Europa siamo adesso di fronte al fatto compiuto. C’è una cosa, però, che gli “ invisibili” non possono unificare subito, a viso aperto, fino a quando non avranno in mano tutto il potere: i governi democratici. Il motivo è evidente: in qualsiasi democrazia i parlamenti hanno bisogno per vivere di almeno due idee contrapposte. Contrapposte significa che devono essere diverse fra loro, diseguali. Come mandare avanti, dunque, nell’appiattimento del pensiero unico, nell’uniformità dei bisogni, dei desideri, dei valori, il sistema democratico con i suoi Partiti, le sue Destre e Sinistre, i suoi Liberali e Socialisti, le sue votazioni in Parlamento? Di qui la pseudo- politica del bisticcio continuo, la vacuità dei mille pettegolezzi, le discussioni sulle inezie, l’invenzione del nulla. Un quadro questo che non è per niente, come qualcuno potrebbe pensare, precipuo dell’Italia, perché in realtà si presenta analogo in quasi tutti gli Stati democratici, in America come in Francia o in Inghilterra, ognuno con i propri scandali sessuali, con le tangenti, le ruberie, i favoritismi. Da qualche parte non si chiamano già più “partiti”, ma “associazioni”, lobbies. In realtà tutti sanno, e per primi i politici, che i parlamenti sono diventati una pura facciata. In Italia, però, la situazione è molto più difficile che negli altri Stati a causa della presenza di una Sinistra ferma agli ideali del comunismo; ideali che coincidono quasi tutti con quelli del Governo Mondiale che si sta realizzando, e che quindi le impediscono di svolgere perfino la parvenza di una opposizione. Uguaglianza, internazionalismo, mondialismo, sono sostanza del suo credo; per questo a nessuno, quanto alla Sinistra, piace l’unificazione europea, l’eliminazione delle Nazioni, il governo sovra - nazionale, l’uguaglianza fra religioni, etnie, popoli, individui, sessi, con quello che ne consegue di passione smodata per gli immigrati, per gli islamici, per gli omosessuali. Peccato, però, che siano i più grandi banchieri e i maggiori capitalisti del mondo quelli che spingono verso l’unificazione dei popoli e dei governi. Sembrerebbe una contraddizione ma non lo è, in quanto più i sudditi sono uguali e più è facile governarli. Ma per la Sinistra che, in Italia, ha per anni condannato come i peggior nemici, i “padroni”, padroni di casa, padroni della fabbrica, padroni dell’industria, insomma “i ricchi”, questa situazione l’ha praticamente paralizzata, ridotta a non saper più quale programma proporre, visto che non è in grado neanche di denunciare i crimini delle grandi banche americane, massime colpevoli della crisi economica. Contro le banche neppure uno sciopero. Si potrebbe concludere che, non avendo nulla a cui opporsi, alla Sinistra non è rimasto altro nemico che Berlusconi. Ma è proprio così? Anche Berlusconi è un entusiasta sostenitore dell’unificazione europea, passo determinante per l’unificazione mondiale, firmandone senza esitare tutti i Trattati; anche Berlusconi simpatizza con le Organizzazioni Mondiali e lavora per estenderne il potere all’Est come in Africa; anche Berlusconi partecipa ai summit dei Banchieri. Un odio personale, dunque, come ritengono molti opinionisti? L’odio personale non è una politica e, com’è evidente, significherebbe la fine della Sinistra. E’ più probabile, invece, che, dietro all’odio per Berlusconi, che serve a nutrire i fedelissimi, la Sinistra stia silenziosamente lavorando per svuotare la dialettica parlamentare e affrettare così quella fine dei parlamenti nazionali indispensabile all’instaurazione e al funzionamento del governo mondiale.

British National Party

"Vogliamo una Gran Bretagna fatta di bianchi e fuori dall'Europa" di Roberto Santoro

Il British National Party ha conquistato per la prima volta due seggi al parlamento di Strasburgo. Lo accusano di essere un'organizzazione neofascista, antisemita e islamofoba. Alcuni membri, compreso l’attuale chairman Nick Griffin, sono stati condannati per possesso di esplosivo, raid ai danni di ebrei ed immigrati, incitamento all’odio razziale. Per adesso il BNP non ha ancora dei rappresentanti nel parlamento inglese anche se negli ultimi anni è cresciuto a livello locale. Secondo lo “Spectator” il consenso acquisito con il passare del tempo nelle classi medie e nella working class, insieme allo storico risultato ottenuto alle europee, mostrano che qualcosa sta cambiando nell’estrema destra inglese. Per capire esattamente cosa abbiamo parlato con Giuseppe De Santis, un italiano che vive da lunghi anni a Londra dove è diventato un funzionario del partito. “Siamo stati censurati per molto tempo – esordisce De Santis con uno spiccato accento calabrese – la National Union of Journalists, il sindacato dei giornalisti inglesi, ha stabilito che il BNP deve essere ignorato oppure descritto soltanto in termini negativi. Noi siamo contro il sistema e come accade a ogni forza anti-sistema veniamo zittiti". Il rapporto con la stampa del BNP, in effetti, non è dei migliori. Basta guardare questo documentario girato in incognito da un reporter della BBC. "L’elezione dei nostri europarlamentari potrà esserci utile - è l'augurio che si fa De Santis - ogni membro del parlamento ha a disposizione dei fondi e questo ci permetterà di promuovere meglio il nostro programma. Attualmente il BNP non ha grossi finanziatori, andiamo avanti esclusivamente con i soldi dei nostri membri e dei nostri sostenitori”. Lo slogan usato durante la campagna elettorale per le europee è stato "Punisci i porci". Un modo per sfruttare gli scandali che hanno travolto la politica inglese. “Di fatto non c’è differenza fra i tre principali partiti della Gran Bretagna – spiega De Santis – tutte le forze politiche inglesi sono a favore dell’immigrazione incontrollata e credono nell’Unione Europea”. Il BNP viene abitualmente considerato un’organizzazione razzista e xenofoba ma, proprio sotto la guida di Griffin, il partito si starebbe ‘modernizzando’. Lasciata alle spalle la tradizionale retorica blood & honour ha puntato sui temi caldi che influenzano l’opinione pubblica inglese, dalla sicurezza alle questione dell'immigrazione. Argomenti che hanno decretato il successo di forze molto diverse tra loro in tutta l’Europa. “Il nostro programma è molto semplice – dice De Santis – Fermare l’immigrazione. Cacciare via tutti i clandestini e coloro che hanno commesso reati. E infine dare degli incentivi finanziari a chi è venuto a vivere in Gran Bretagna da anni per favorirlo se intende tornare nel suo Paese d’origine”. Una ricetta che non suona poi così nuova anche se non è mai stata messa in pratica e quindi non si sa quali effetti avrebbe. “La cosa più importante è sospendere i sussidi agli immigrati, smetterla di dargli le case popolari, spendiamo una barca di soldi per gli interpreti ma la maggior parte degli immigrati non parla inglese. La metà delle persone che arrivano nel nostro Paese vengono qui solo perché sanno di ottenere dei sussidi. Nel momento in cui eliminassimo queste garanzie molti di loro se ne andrebbero e la musica cambierebbe. Il problema infatti non è l’immigrazione di per sé ma il numero”. Nonostante queste parole d’ordine inequivocabili il BNP pesca anche nell’elettorato composto da immigrati. “L’immigrazione senza regole è diventata un problema per gli stessi immigrati – suggerisce il nostro interlocutore – c’è gente che è arrivata qui in Gran Bretagna anche 30 o 40 anni fa e che adesso si sente minacciata da un fenomeno che ormai è incontrollabile”.

Un sondaggio ha mostrato che le comunità asiatiche o africane sostengono che ormai ci sono troppi immigrati. Per esempio i sick hanno avuto dei problemi con i musulmani. Oppure ci sono stati dei musulmani che si lamentavano degli zingari che chiedevano l’elemosina ogni venerdì davanti alle moschee. "Perché i governi che si sono succeduti in questo ventennio non hanno fatto niente per frenare o bloccare i flussi migratori? Esiste un limite alla gente che può assorbire un Paese". E per non superare questo limite, ecco la ricetta di De Santis, “basterebbe che la Gran Bretagna uscisse dall’Unione Europea e che reintroducesse i controlli alle frontiere eliminati molti anni fa”. In passato il BNP si è macchiato di episodi di antisemitismo. Nel 1996 l’attuale segretario Griffin scrisse nel saggio The Rune: “Mi rendo conto che l’opinione ortodossa è che sei milioni di ebrei furono gasati e cremati o trasformati in saponi e paralumi. Ma sono arrivato alla conclusione che il racconto sullo ‘sterminio’ sia il risultato della propaganda degli Alleati durante la guerra, una bugia estremamente proficua e da ultimo un’isteria da caccia alle streghe”. Sono trascorsi 12 anni da allora e attualmente Griffin sembra aver cambiato idea. Nel frattempo la sua ex guardia del corpo ha scontato otto mesi di prigione per aver spedito per posta delle lamette di rasoio a cittadini ebrei . De Santis però non ci sta ad essere accusato: “Abbiamo membri del partito che sono ebrei, anche in ruoli importanti, come quello di consigliere comunale. Da quando Griffin è diventato leader posizioni come quelle espresse da Tyndall (l'ex segretario del partito che una volta definì il Mein Kampf 'la mia Bibbia', nda) sono state superate perché i nostri dirigenti hanno capito che non portavano da nessuna parte. Noi riteniamo che l’Olocausto ci sia stato e che purtroppo fu una evento terribile. Nessuno lo nega, nella maniera più assoluta. Molti giornali hanno interesse a dipingerci come degli antisemiti perché gli conviene, è un ottimo sistema per attaccarci. Ma in ogni caso chi ci vota è interessato ad altre questioni, il crimine, l’immigrazione, una malsana idea di multiculturalismo”. Attualmente Griffin sembra aver rimosso l’antisemitismo indirizzando i suoi strali verso l'Islam. De Santis ci spiega che il problema non è l'Islam in quanto tale ma l'immigrazione islamica in Gran Bretagna. “A nostro parere i musulmani non possono integrarsi nella società occidentale visto che lo dice il Corano stesso. Il BNP denuncia l’islamificazione dell’Inghilterra perché, non appena i musulmani iniziano diventare la maggioranza, cominciano a fare pressione perché si adottino le leggi islamiche. E’ un fenomeno già in corso visto che in alcune scuole del Paese viene servito solo cibo halal. Questo è l’Islam, una cultura che non vuole integrarsi con le altre. Noi riteniamo che la Gran Bretagna è cristiana e debba rimanere cristiana”.

Che una forza come il BNP non sia in guerra con la civiltà islamica lo dimostrano anche le posizioni in politica estera del partito. Come accade spesso all’estrema destra continentale si tratta di una visione fortemente isolazionista. “Griffin fa un discorso molto semplice – osserva De Santis – Noi non vogliamo che altri interferiscano con il nostro stile di vita ma al tempo stesso siamo contro la guerra in Iraq perché riteniamo di non avere alcun diritto di dire ai musulmani come devono vivere in casa loro. Nelle fila del nostro partito ci sono veterani e militari dei Royal Marines e sono tutti convinti che le guerre in Iraq e in Afghanistan non possono essere vinte. Questi conflitti non sono nell’interesse della Gran Bretagna. Il nostro obiettivo è difenderci dal terrorismo che colpisce il Paese, preservare le nostre frontiere e intervenire solo in caso di minacce dirette alla nostra sicurezza nazionale. Mandare a morire i nostri soldati altrove è sbagliato. Griffin denuncia questo stato di cose proprio per far capire ai musulmani che il BNP non è contro l’Islam”. Il ‘nuovo’ British National Party, insomma, non sarebbe “né una forza di destra né di sinistra”. Potremmo definirlo un partito etnico e nazionalista che vuole difendere l’identità inglese, o meglio una visione dell’identità inglese che si può far risalire alla fine degli anni Quaranta quando i bianchi erano ancora la maggioranza dominante del Paese e la Gran Bretagna si cullava nel suo impero al tramonto. “Ci battiamo contro le forze del globalismo e contro il totalitarismo liberale che si è impossessato del nostro Paese e che lo porterà alla rovina”, conclude De Santis. Gli chiediamo: “Lei è calabrese. E’ emigrato in Gran Bretagna. Se il governo le offrisse dei soldi per tornare in Italia accetterebbe?”. Risponde senza esitazione: “No, resterei a Londra”.

(Intervista a Giuseppe De Santis di Roberto Santoro)

Nick Griffin

Dopo l'invito a Question Time. Nick Griffin "buca il video" perché gli inglesi temono il multiculturalismo di Daniela Coli

Il 22 ottobre la BBC ha invitato Nick Griffin, il capo del British National Party, a "Question Time", il programma politico più importante in Inghilterra, che dura da trent’anni. La decisione ha suscitato le proteste labour e tory, che hanno occupato le prime pagine dei giornali, con editoriali ed interventi delle più importanti firme inglesi. Già prima di apparire in tv, Griffin era un evento e nella flemmatica Londra si è assistito pure a una manifestazione antifascista sotto gli studi della BBC di White City. Question Time ha abitualmente dai due ai tre milioni di spettatori, con Griffin è arrivato a otto milioni, il livello più alto da quando va in onda la trasmissione, sorpassando addirittura lo show del sabato sera nello share settimanale. Nick Griffin è un politico di estrema destra, amico di Roberto Fiore in Italia, di Le Pen in Francia e del Ku Klux Klan in America, al centro della cui agenda c’è la razza, l’immigrazione e l’omofobia. Attaccato dal ministro della giustizia Straw, dalla baronessa Warsi e dalla scrittrice Bonnie Greer, Griffin ha detto di non avere negato l’Olocausto, ma ha anche dichiarato di non considerare violento il Ku Klux Klan. Ha detto di volere una Gran Bretagna bianca al 99%, com’era nel 1948, undici anni prima della sua nascita, e che Winston Churchill, se oggi fosse vivo, starebbe nel BNP, “perché nessun altro partito lo accetterebbe, dopo che nei primi tempi dell’immigrazione di massa disse che venivano qui solo per il welfare e in gioventù avvertì il pericolo islamico in termini che oggi sarebbero definiti islamofobi”. Griffin ha anche dichiarato che la vista di due uomini che si baciano in pubblico gli fa accapponare la pelle. Ha però smentito di avere mai detto che le persone di colore camminano come scimmie. L’Inghilterra è il paese del free speech e la scelta del direttore della BBC Mark Thompson di permettere a Griffin di avere una tribuna per esprimere le sue idee è stata il trionfo del free speech, come ci si aspettava in una nazione che considera sacro il diritto alla libertà di parola. Il trionfo del free speech non si è concluso però, come ci si aspettava nei giorni precedenti, con un disastro per Griffin e le sue idee razziste. Minette Marrin il giorno dopo, ha protestato sul Times per il trattamento ostile riservato dalla BBC al leader del BNP, trattato come il toro da matar in una corrida selvaggia e sconclusionata. Nonostante Griffin sia stato trattato come il nemico pubblico numero uno, il 22% degli elettori inglesi sarebbero disposti a votare il BNP nelle prossime lezioni generali, locali ed europee, secondo un sondaggio fatto il giorno dopo dall’autorevole YouGov per il Daily Telegraph su un campione di 1.314 persone. Di esse soltanto il 3% ha detto di avere preso in considerazione di votare Griffin alle elezioni europee di questo giugno, dove per la prima volta il BNP ha avuto due seggi a Bruxelles. Secondo altri sondaggi, in alcune regioni chiave come in Yorkshire e nel nordoverst, il BNP potrebbe arrivare addirittura al 50% alle prossime elezioni generale. Quindi, Griffin raccoglierebbe il consenso di laburisti e conservatori delusi dal multiculturalismo. Cosa sta accadendo in Gran Bretagna, il paese del multiculturalismo par excellence in Europa? Intanto, nel 2008, in piena crisi economica, la popolazione è cresciuta di 408mila unità fino a raggiungere i 61 milioni, ma metà dei bimbi nati sono figli di stranieri. Se questa tendenza demografica continuasse, si prevede che nel 2033 la popolazione raggiungerà i 72 milioni e la Gran Bretagna diventerà il secondo stato più popoloso dell’Europa occidentale, dopo la Germania. Questo ritmo di crescita spaventa però gli inglesi, che si sentono invasi e governati da élite impazzite che vogliono far scomparire i "nativi", come si definiscono. Inoltre, un rapporto del ministero degli interni mette in evidenza che i lavoratori stranieri hanno salari più alti, perché lavorano più duramente dei brits, hanno standards diversi da quelli british e non si curano di essere trattati secondo i diritti sanciti dalle Trade Unions. Per questo, molti lavoratori che votavano labour sono inclini a votare il British National Party. Il dibattito che si è sviluppato sul Times dopo l’apparizione televisiva di Griffin ha registrato due articoli importanti: uno di David Aaronovitch e uno di Minette Marin. Aaronovitch sostiene che gli inglesi attratti da Griffin non sono razzisti, ma solo xenofobi, hanno paura degli stranieri, hanno paura di cambiare, non comprendono l’arricchimento culturale ed economico che l’immigrazione porta alla Gran Bretagna. Contro l’articolo di Aaronovitch vi è stata una vera e propria rivolta da parte dei lettori del Times, che nei messaggi hanno dichiarato di avere paura, di avere diritto di essere xenofobi, di non volere cambiare la loro Great Britain e di avere il diritto di essere inglesi, scozzesi e gallesi, come i loro padri e antenati che hanno sempre combattuto per difendere l’isola da qualsiasi invasione. “Chi è riuscito a venire a vivere qui – ha scritto un lettore – ha sempre dovuto combattere duramente per poterlo fare, anche i Romani”. Chiedendo se l’arricchimento dell’immigrazione sia il kebab, hanno dichiarato che l’immigrazione produce solo degrado e hanno consigliato a Aaronovitch di andare nelle periferie a dare un’occhiata. Minette Marin, editorialista di punta del Sunday Times, ha ripreso il 1° novembre la notizia bomba pubblicata dall’Evening Standard il giorno prima: il successo del British National Party non dipenderebbe soltanto dall’incapacità labour di controllare l’immigrazione, ma da un vero e proprio “plot”( sic!) deciso dai capi del Labour durante un meeting segreto nell’estate 2000. Il “plot” – parola che in inglese comporta l’accusa di treason, tradimento – è stato svelato sull’Evening Standard da Andrew Neather, uomo del governo Blair e Brown, nonché segretario di stato e degli affari esteri. Neather ha rivelato che nell’estate 2000 il governo labour, consapevole di avere un centro conservatore, ha deciso che un’immigrazione di massa capace di trasformare la Gran Bretagna in un paese completamente multiculturale era l’unica garanzia per avere un vivaio di voti inesauribile per il futuro. Insomma, solo un calcolo politico per la sopravvivenza del partito, senza porsi il problema delle conseguenze di una immigrazione incontrollata per il paese e neppure del disagio dei lavoratori nativi che votano labour. L’invito a Griffin a Question Time non è stato quindi soltanto il risultato della tradizione del free speech, ma la presa d’atto di un malessere profondo della società inglese e della necessità di dare ad esso una tribuna.

Guerre nell'Islam

Nello Yemen si combatte la guerra mondiale islamica tra sunniti e sciiti di Bernardino Ferrero

Uno dei cliché più duraturi degli ultimi nove anni può essere riassunto grosso modo così: tutto ciò che sta accadendo nel mondo arabo e musulmano è il frutto dell’imperialismo occidentale e del grilletto facile americano. Da una parte l’imperialismo occidentale, dall’altra quello arabo e musulmano, due mondi che si contendono la Storia da un millennio. Si tratta di una visione essenzialistica che non corrisponde pienamente alla realtà. Prima di esserci uno scontro tra le civiltà c'è uno scontro nelle civiltà. Quello che sta avvenendo in questi giorni nello Yemen, il piccolo stato del Golfo Persico squassato da scontri etnici, contese religiose, questioni territoriali, pressioni geopolitiche, terrorismo, lo dimostra chiaramente. Nel 2001 gli Usa e i loro alleati occidentali sono intervenuti direttamente in un conflitto che andava avanti da molto più tempo, una guerra mondiale islamica che si combatte su fronti diversi. Una guerra religiosa tra il potere sciita e quello sunnita, in cui l’Arabia Saudita - dopo decenni di silente predominio ed influenza nella regione, grazie all’incondizionato appoggio degli Usa - si trova a fare i conti con l’aggressivo espansionismo di Teheran, e l'Iran, dopo la rivoluzione khomeinista, si presenta agli occhi della grande comunità islamica globale come un modello forte e attraente. E’ anche un conflitto che si combatte all’interno dei rispettivi Paesi: il 65 per cento degli iracheni è sciita (come la loro massima guida spirituale), e oggi l’Iraq è guidato da forze politiche che appertengono a questa denominazione religiosa. Ci sono forti comunità sciite nei Paesi del Golfo (Kuwait, Bahrein, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, oltre all’Arabia Saudita), e i ribelli nello Yemen settentrionale sconfinano in territorio saudita per innervosire la grande monarchia sunnita, spingendola ad intervenire (nei giorni scorsi Riad ha fatto bombardare le postazioni nemiche). Il ministro degli esteri iraniano Mottaki è subito intervenuto per dire che le potenze regionali non devono interferire nelle questioni nazionali dello Yemen, e che Teheran farà il possibile per “riportare la pace nella regione”. Una promessa che messa in bocca al regime iraniano sembra proprio un allarme. Se lo Yemen settentrionale è terra d'irredentismo sciita, quello meridionale è una roccaforte storica dell'internazionae jihadista, degli uomini di Al Qaeda e del fondamentalismo armato wahhabita. In una registrazione audio diffusa su alcuni siti islamisti, Mohamed bin Abdul Rahman al-Rashid, uno dei supericercati dalle forze di sicurezza saudite, dice: “l’Iran sciita pone una minaccia estrema ai sunniti dello Yemen e dell’Arabia Saudita, un pericolo maggiore di quello portato dai Crociati e dagli Ebrei”, incitando la popolazione a ribellarsi. La guerra mondiale islamica si combatte quindi a tutti i livelli: fra potenze-guida dei rispettivi blocchi (l’Iran nucleare che spingerà l’Arabia Saudita a una rincorsa atomica dagli esiti imprevedibili); paesi che si affrontano in teatri locali differenziati (lo Yemen), appoggiati dalle rispettive fazioni, in modo tradizionale (come fa l’Iran appoggiando l’Hezbollah libanese), ma anche secondo schemi più inconsueti (sempre l’Iran con i sunniti di Hamas). Poteri che possono unirsi in modo contingente per contrastare gli americani e le potenze occidentali (l'Iran che ora favorisce, ora perseguita, i Talebani). E’ uno scontro fra grandi denominazioni religiose interne alla fede musulmana (il “revival sciita”, la proliferazione del wahabismo salafita, i Talebani piuttosto che i Fratelli musulmani), ma anche una guerra condotta all’interno di Paesi certamente autoritari e poco democratici (l’Arabia Saudita, l’Egitto, il Pakistan) contro quelle forze che mirano a rovesciare il potere costituito, in nome di una interpretazione letterale del Corano. I governi arabi e islamici che dicono di essere alleati dell’Occidente nella lotta al terrorismo, vengono accusati dagli estremisti di essere corrotti, incapaci di difendere l'identità araba dall'espansionismo occidentale (come da quello persiano... Al Qaeda punta a rovesciare i Saud ma anche a destabilizzare l’Iran). In questo lacerante scontro geopolitico e religioso c’è spazio anche per un ulteriore dimensione conflittuale, forse la più appariscente agli occhi degli osservatori occidentale, che è anche la ragione che ha spinto l’America a impegnarsi in due guerre e in un ambizioso progetto di riforma del mondo islamico. Un progetto che agli occhi di molti appare irrealizzabile, e con cui ben presto anche Obama dovrà fare i conti se non vuole che l’Afghanistan diventi il suo chiodo fisso. Quella dimensione è la lotta per la libertà. Le guerre nell’Islam sono tante ma la principale, quella in cui l'America e altri Paesi occidentali si sono impegnati con i loro alleati nel mondo arabo e musulmano, è lo scontro tra chi vuole essere libero e chi invece pensa di imporre il Corano come la sola dimensione politica e vitale. Per adesso, gli Usa hanno assicurato protezione al legittimo governo yemenita.