venerdì 31 dicembre 2010

Auguri!


Buon Anno a tutti!

Chiudiamo l'anno in bellezza


Nel giorno in cui l’Italia, grazie alla firma del rivolu­zionario contrat­to salva Fiat, mette un pie­de nel nuovo mondo glo­­balizzato, il Corriere del­la Sera , presunto portavo­c­e della borghesia illumi­nata del Nord, celebra il funerale del Paese. Lo fa attraverso la penna di uno dei suoi commenta­tori di punta, Ernesto Gal­li della Loggia, che nel­l’editoriale di ieri disegna uno scenario apocalitti­co quanto ingeneroso. L’articolo si sarebbe potu­to titolare: «Piove, gover­no ladro». Ma trattandosi dello scritto di un intellet­tuale di chiara fama, in via Solferino hanno opta­to per un so­lenne: «Un disperato qualunqui­smo». Dopo aver elenca­t­o per due co­lonne di te­sto una serie di luoghi co­muni da di­b attito d’osteria (pa­e­saggio scon­volto da fra­ne e alluvioni, bibliote­che che versano in condi­zioni penose, tasse trop­po alte, burocrazia oppri­mente, un premier pateti­co e i suoi oppositori va­cui, sono tutti ladri ecce­tera eccetera), Galli della Loggia conclude che gli italiani sono condannati appunto a un «disperato qualunquismo». L’editorialista del Cor­riere ne ha per tutti: dai politici che ormai suscita­no solo disprezzo, ai gior­nali che «solcano quoti­dianamente l’oceano del nulla» (si riferisce al suo?). Salva, quanto me­no non cita, soltanto la sua casta, quella degli in­tellettuali da salotto e dei professori universitari che in teoria dovrebbero invece essere i primi re­sponsabili del presunto «nulla» che ci avvolge. A chi infatti doveva spetta­re il compito di forgiare e guidare la classe dirigen­te del Paese se non a loro? Qualunquiste, a mio mo­d­esto avviso, sono le paro­le scritte da Galli della Loggia, un ragionamen­to privo di qualsiasi spun­to di proposta e tensione politica. È come andare in chiesa e sentirsi dire dal pulpito: ragazzi, Dio non esiste e anche se esi­ste non conta niente. Mi verrebbe da dire: vabbè, caro Galli della Loggia, ma allora che cosa ti paga­no (e leggono) per fare? Accomunare nel disa­stro, come ha fatto lui, Berlusconi e Bersani, La Russa e Vendola, vuole di­re sfregiare quell’impe­gno ideologico senza il quale una democrazia è inevitabilmente destina­ta alla morte. Questo è il qualunqui­smo che il Corriere del­la Sera sta iniettando nel Paese a dosi massic­ce. Non è ve­ro che Berlu­sconi e Di Pietro, nel bene e nel male, sono sullo stesso piano. Quel­lo che Galli della Loggia non vede, o tace, è che da sedici anni si sta combat­tendo una battaglia epo­cale tra la componente li­berale del Paese (sicura­mente inesperta perché soffocata per cin­quant’anni dalla Dc) e quella ex comunista (an­siosa di potere e rivincita dopo cinquant’anni di forzata opposizione). Da che parte stare non è inin­fluente né inutile. E sareb­be appunto qualunqui­sta scegliere per mera va­lutazione di efficienza o onestà di chi in questo momento è sul campo. Sulle scelte che riguarda­no la politica economica, le riforme istituzionali, la legislazione su temi etici e le libertà individuali, le due strade ancora oggi di­vergono e decidere quale imboccare non è inin­fluente. Non è tra l’altro vero che chi sta guidando oggi non abbia fatto nulla di buono. Sostenerlo è falso nei fatti e disonesto intellettualmente. L’elenco lo lasciamo ai comizi di Berlusconi. Ma così, tanto per citare, se Marchionne l’altro ieri ha potuto firmare il nuovo patto che rivoluziona il lavoro è perché questo governo ha fatto una scelta precisa e liberale: non intervenire, lasciare che fosse il mercato e le parti a trovare il punto d’incontro. Se Giuseppe Recchi, presidente di General Electric Italia, sostiene (come raccontiamo oggi all’interno) che l’Italia resta un mercato interessante per gli investitori stranieri, è perché questo governo sta tenendo i conti in un certo modo. Se la gente ha problemi ma non è disperata è perché le tasse non sono state aumentate. Se da pochi mesi si va in treno da Milano a Roma in tre ore, se l’Alitalia c’è ancora, se l’università può guardare con più ottimismo al suo futuro, se la burocrazia è stata almeno scalfita è perché qualcuno ci avrà pur pensato e lavorato sopra. Oggi sappiamo che a Galli della Loggia tutto ciò non basta. Non basta neppure a noi. La differenza è che non essendo qualunquisti come lui, noi siamo convinti che soltanto dei veri liberali prima o poi sapranno accontentarci. E quindi li sosteniamo, a volte turandoci il naso, perché crediamo che siamo sulla strada giusta.

Torino: via libera a moschea. Sorgera' in ex fabbrica. Unione musulmani: sara'luogo di dialogo

TORINO, 31 DIC - Via libera alla costruzione della moschea di Torino. 'A fine gennaio possono partire i lavori - annuncia Abdelaziz Khounati dell'Umi (Unione musulmani in Italia) - i torinesi stiano tranquilli: il nostro sara' un luogo di culto e di attivita' culturali, un aiuto al dialogo e all'integrazione'. La 'Moschea del misericordioso' sara' realizzata (senza minareto) ristrutturando un ex fabbrica in via Urbino, nel quartiere Aurora, tra il centro e la periferia della citta'.

Autobus bloccato per donna con niqab. E' successo a Mestre. Alla fine ha acconsentito a togliere velo

VENEZIA, 31 DIC - Una donna islamica che portava il niqab - il velo semi-integrale che lascia scoperti solo gli occhi - ha gettato nello scompiglio in un autobus di linea a Mestre: l'autista dell'Actv ha fermato il mezzo, pretendendo che l'immigrata si scoprisse il volto. La donna, una immigrata del Bangladesh, ha provato a resistere spiegando che la sua religione le impone l'uso del velo, ma poi ha acconsentito a toglierselo per farsi riconoscere. Sono intervenuti anche gli agenti di una 'volante'.

martedì 28 dicembre 2010

Il fallimento (anche senza i sondaggi)

Fini è fallito di Fausto Carioti

Più sono grandi, più fanno rumore quando cadono. Gianfranco Fini non è mai stato un titano della politica e questo spiega perché il suo crollo, invece di «boom», stia facendo «plof». La caduta del presidente della Camera però colpisce lo stesso, se non altro per la rapidità con cui è avvenuta. Nel giro di pochi mesi il leader di Fli è stato adottato da Repubblica e almeno metà della sinistra; promosso ad avanguardia della gloriosa revolución antiberlusconiana; scaricato un istante dopo la bocciatura della mozione di sfiducia, appena cioè il delfino di Giorgio Almirante si è rivelato incapace di svolgere l’omicidio per il quale era stato assoldato. Come riconosciuto dalla politologa farefuturista Sofia Ventura, «se la galassia finiana esiste è perché i giornali di sinistra l’hanno legittimata». Verissimo, ma da adesso in poi Fini dovrà reggersi sulle proprie gambette. A sinistra hanno preso atto che la sua “spinta propulsiva” si è esaurita. Futuro e libertà e il suo capo potranno ancora tornare utili di quando in quando, ma per entrare a palazzo Chigi con la borsa in pelle di Caimano quelli del Pd dovranno rivolgersi a qualcun altro. Intanto tocca celebrare le esequie dello sventurato. Le parole giuste per il più sbrigativo dei requiem le trova su Repubblica il politologo Ilvo Diamanti. Il quale riassume così gli ultimi risultati dell’Atlante politico, il sondaggio periodico realizzato dalla sua Demos: «La valutazione su Fini crolla. I giudizi positivi nei suoi confronti (29%) si dimezzano rispetto alla primavera scorsa. E calano di circa nove punti nell’ultimo mese. (…) Fini ha perso e ne paga le conseguenze. Insieme al suo partito. Fli, infatti, perde quasi tre punti, nelle stime di voto, attestandosi poco sopra il 5%. A vantaggio del PdL, che ritorna sopra il 28%». Sic transit gloria mundi.

Uno sguardo all’indietro aiuta a capire meglio quanto sia precaria l’esistenza umana, e quella di Fini in particolare. Nell’aprile del 2009, quando egli era ancora il secondo leader del PdL, nell’Atlante politico di Diamanti si leggeva che «Fini, con il 59% dei consensi, si conferma nel ruolo di personaggio politico più amato dagli italiani». Lo scorso giugno, con lo strappo ormai imminente, Demos lo metteva sempre in cima alla classifica: «Nel gradimento dei leader, Berlusconi (43%) è superato da Fini (54%) e Tremonti( 52%)». A settembre, dopo la nascita di Fli, Diamanti scriveva che «Fini ha perduto molta della fiducia di cui disponeva in passato. Ma è, comunque, ancora molto popolare (41,7% di giudizi positivi). E la sua formazione politica, Fli, nelle stime elettorali ha superato il 6%». Erano i giorni della speranza, in cui a sinistra si pensava davvero di poter mandare Silvio Berlusconi a casa – fuori dai confini italiani, se possibile – grazie ai volenterosi compagni camerati. Tanto che a novembre, sempre nelle rilevazioni di Demos, il partito di Fini superò addirittura la soglia dell’8%, quella che garantisce l’entrata in Senato anche in orgogliosa solitudine, senza alleati. Poi è venuto il momento della delusione, che ha fatto presto a trasformarsi in freddezza. Così oggi, per usare le parole della Ventura, i giornali di sinistra non «legittimano» più la «galassia finiana». Anzi, l’hanno scaricata senza complimenti, scoprendo con ritardo che un leader di partito non può fare il presidente della Camera e accodandosi a chi (come Libero) chiede da mesi le dimissioni di Fini dalla guida di Montecitorio. A questo abbandono si sommano gli effetti della delusione della base di Fli, che proviene in buona parte dall’antiberlusconismo di destra e che in certi casi sembrava disposta persino a digerire l’accordo con i post-comunisti per raggiungere l’obiettivo. Mancato il bersaglio e retrocessi dalle prime pagine ai trafiletti della politica, i resti delle truppe finiane discendono in disordine e senza speranza quei sondaggi che avevano risalito con orgogliosa sicurezza: un crollo come quello di Fli –che secondo Demos in un mese ha perso un voto su tre – e il dimezzamento del gradimento del suo leader in meno di un anno non trovano precedenti nella seconda Repubblica. La laude a Pier Ferdinando Casini apparsa ieri sul quotidiano online della fondazione finiana FareFuturo, dove si elogia il leader dell’Udc per i suoi attacchi al bipolarismo, conferma che un’alleanza elettorale con il sempre più dubbioso Casini è essenziale per la sopravvivenza di Fli, e lo sarà ancora di più se i sondaggi continueranno a precipitare. Conferma pure che il partitino si regge sulla gratitudine dei suoi esponenti verso il capo. Perché delle stesse vecchie idee finiane non è rimasto più nulla: nato bipolarista e presidenzialista, il leader Fini sta chiudendo la sua parabola da centrista e proporzionalista. Morirà democristiano senza mai averne avuto il potere. Chi lo ama lo segua.

D'Alema contro D'Alema

L'autoumiliazione di D'Alema di Davide Giacalone

Perché Massimo D’Alema corre a smentire quel che pensa? Perché un leader orgoglioso accetta l’umiliazione di negare un proprio giudizio? Perché altrimenti lo massacrano. Perché l’avversione di D’Alema al giustizialismo ha una radice tutta politica, quindi pericolosa. Perché si trova esposto al ricatto delle inchieste sospese o potenziali, che lo inducono a chinare il capo. Riflettete sulla sorte di questo ex comunista, che per non negare se stesso neanche accetta quell’“ex”, non confondete il giudizio politico con quello morale (quello penale è insussistente, perché D’Alema è lindo e, per quel che conta, lo credo anche personalmente onesto). Qui si trovano molti indizi sul male che affligge, da troppo tempo, l’Italia. Lasciamo perdere le parole riferite da Ronald Spogli, ambasciatore statunitense a Roma, secondo il quale egli avrebbe definito la magistratura “la più grande minaccia allo Stato italiano”. Ancora una volta Wikileaks rivela quel che già sapevamo. Credo che D’Alema abbia utilizzato esattamente quelle parole, pur non ritenendo del tutto esatto il concetto espresso. Ma la sostanza è chiara: la magistratura è divenuta un contropotere, quindi è fuori dai binari costituzionali. Il resto è fuffa. E non credo che, esprimendosi in quel modo, D’Alema facesse suo un giudizio “berlusconiano”, per due ragioni: a. perché egli lo pensa fin da prima dell’entrata di Silvio Berlusconi in politica; b. perché quel che lo induce alla severità del giudizio e all’asprezza delle parole non sono gli attacchi che riceve, ma l’attacco che il giustizialismo porta al primato della politica. Nel quale D’Alema crede (giustamente) e per il quale non condivise gli entusiasmi verso il manipulitismo, già nel 1992.

La tragedia nasce lì, in un rigurgito di bassezze nazionali. Berlusconi si lanciò all’occupazione del vuoto politico creatosi, dopo che le sue televisioni avevano fatto, per benino, da cassa di risonanza ai forcaioli. La sinistra comunista vide, in quella stagione semifascista, l’occasione per non fare i conti con la propria storia e traghettare sé medesima al governo (senza mai vincere le elezioni). Fu una stagione doppiamente antidemocratica, il che nulla toglie al giudizio storico sulla classe politica cacciata, né a quello penale, sui reati commessi (come su quelli mai commessi, dati per certi e, oramai, incistati nella storia per imbecilli). Berlusconi fu, al tempo stesso, il frutto e l’argine di quella stagione. Per la seconda cosa, credo, conquistandosi un posto, positivo, nei libri di storia. D’Alema ne vide subito i pericoli e ne denunciò l’attentato alla politica, ma poi recitò la parte del cinico e del realista, facendo la figura dell’illuso. Non sarebbe bastato arrestare tutti i democristiani, i socialisti, i liberali e i repubblicani per cancellare i crimini storici del comunismo, compreso quello italiano.

Dopo quel momento la tragedia prese le forme del bipolarismo isterico: ciascuno è garantista con i propri e giustizialista con gli altri. Risultato: la cultura del diritto è finita in minoranza. Berlusoni si fa quindici anni da imputato, senza mai cadere, ma sempre finendo azzoppato. D’Alema si fa quindici anni (un po’ meno, diciamo da quando è stato presidente del Consiglio) da presunto indagato, naturalmente presunto colpevole. Nessuno dei due perderà definitivamente la verginità in tribunale, in compenso l’Italia è violentata quotidianamente. Anche a causa della loro incapacità di mettere a fattor comune quel che comunemente, sebbene per ragioni diverse, hanno maturato.

Berlusconi è accusato di pensare solo a sé stesso. Qualche pezza d’appoggio c’è. E D’Alema, a chi e a cosa sta pensando? Smentisce perché, appunto, pensa a sé. Nel nostro sistema nessuno raggiunge mai la pace dei sensi politici e si esce di scena solo mortis causa. Se così non fosse, se D’Alema avesse idea di potere giocare un ruolo diverso dall’eletto da qualche parte, già da tempo avrebbe messo mano alla battaglia per la riforma costituzionale. E non dica, per carità, che lui ci provò ma Berlusconi lo fermò, perché c’è un limite alla storia raccontata con i fumetti: la bicamerale da lui presieduta pospose la discussione degli emendamenti alla “bozza Boato”, che comprendevano la separazione delle carriere. Il solo che ne parlava con convinzione era Marco Boato, poi giubilato, gli altri ne avevano paura e, al tempo stesso, preferirono non disarmare quel che era puntato contro l’avversario. Pertanto: la colpa politica di quelli della prima Repubblica fu non comprendere le conseguenze della fine della guerra fredda, la colpa politica di quelli della seconda il non essere stati capaci di cauterizzare la piaga giustizialista. La differenza sta nel fatto che i secondi non sono ancora seppelliti. Provino a non rendere inutile la loro sopravvivenza, in questa legislatura o nella prossima, tanto il problema non si risolverà da solo.

venerdì 24 dicembre 2010

Auguri

Buon Natale a tutti!


mercoledì 22 dicembre 2010

Baroni e parentopoli


Università la Sapienza di Roma, Giacomo ha 36 anni, sta passando in questi giorni dal ruolo di professore associato a quello di ordinario. Essere già professore ordinario 36 anni è una specie di rarità nel mondo universitario italiano, di quelle che farebbe pensare che della riforma della Gelmini quasi quasi non ci sarebbe bisogno. Se a 36 anni si può raggiungere il gradino più alto della scalata alla carriera accademica c’è speranza per tutti, anche per i futuri aspiranti giovani ricercatori. Le procedure formali per il passaggio all’ordinariato sono andate in porto il 19 novembre. Giacomo ha battuto ben 25 concorrenti (di cui 24 più anziani di lui). Tutto dovrebbe svolgersi come da copione, e proprio alla vigilia della riforma Gelmini. Peccato che Giacomo di cognome faccia Frati, e che sia il figlio del Magnifico rettore della Sapienza, Luigi. Giacomo Frati, dunque, sarà ordinario nella stessa Facoltà, quella di Medicina e Chirurgia, in cui fino a poco tempo fa insegnava non solo il padre Luigi ma anche la madre Luciana Rita Angeletti, prof. ordinario di Storia della medicina oggi in pensione, e dove insegna anche la sorella Paola, ordinario, laureata in Giurisprudenza.

Università di Roma Tor Vergata. Paola Rogliani sarebbe stata assunta lunedì come professore associato alla cattedra di malattie dell'apparato respiratorio. Niente di strano, a prima vista, solo una concomitanza di tempi, in previsione dell’approvazione della riforma dell’Università. Peccato che la Rogliani sia la nuora del rettore della seconda università di Roma, Renato Lauro, 71 anni, ex preside proprio di Medicina e Chirurgia. Rettore che ha in università anche il figlio Davide, 41 anni, ordinario di Endocrinologia, stessa cattedra del padre prima di lui. Se il ddl Gelmini fosse stato approvato prima, probabilmente né Giacomo Frati né Paola Rogliani avrebbero potuto ottenere quel posto nell’università. Forse a torto, per i loro meriti, questo vogliamo dirlo, ma probabilmente a ragione, come l’ennesimo esempio di parentopoli di successo.

Se il ddl Gelmini fosse stato approvato prima, probabilmente il ministro non avrebbe mai fatto quella telefonata di solidarietà e di cordoglio a Claudio Zarcone, il padre di Norman il dottorando palermitano che a settembre scorso si è suicidato perché non aveva più speranza per il suo futuro. Telefonata che ha indotto Zarcone a dire, a proposito della legge Gelmini: "Apprezzo molto la sua riforma perché in alcuni punti e' addirittura epocale, specialmente quando si vogliono togliere le rendite di posizione dei baroni e dei loro sudditi che si sentono 'baronetti' (come baronetti io riconosco solo quei quattro musicisti di Liverpool), o quando si inserisce il ruolo degli studenti sulla valutazione dei professori. La riforma e' avversata proprio per il ridimensionamento di certe concezioni familistiche e autoconservative degli atenei italiani". Ma il ddl Gelmini è ancora là. In attesa di cambiare il finale di storie come queste. Speriamo

martedì 21 dicembre 2010

Gasparri e il 7 aprile


Il 7 aprile è un ricordo lontano. Maurizio Gasparri lo ha fatto cadere sul dibattito politico e sociale di questi giorni, con Roma ancora sfregiata dalla violenza di un manipolo di studenti ma­scherati, come una provocazione. Gli effetti non sono stati leggeri. Il processo 7 aprile ci riporta al clima degli anni di piombo. È il famoso teorema giudiziario del giudice Calogero con cui si cercava di fare i conti con le responsabilità storiche e penali degli anni di piombo. Sotto accusa finiscono i vertici di Potere operaio, la classe dirigente dei maestri della rivoluzione che aveva Toni Negri come capo carismatico. Non è mai stato facile distinguere le sue responsabilità morali da quelle penali. In quegli anni la lotta armata era vissuta come una necessità storica e nelle assemblee parolaie dei movimenti rivoluzionari non era un tabù. La storia ci dice che il terrorismo nasce da quelle parole, ma poi non tutti i destini personali seguono la stessa storia. Qualcuno ha preso le armi e ammazzato, altri si sono fermati alla predicazione violenta. Negri non era un giovane studente, ma un docente universitario. Ma nessuno oggi pensa, come teorizzava Calogero, che fosse lui il grande vecchio delle Br. Il sasso di Gasparri, forse eccessivo, si inserisce in questo gioco già parecchio ingarbugliato. Cosa dice il capogruppo dei senatori pidiellini? Dopo quello che è successo a Roma forse diventa necessario isolare e processare chi c’è dietro la guerriglia urbana, tutti nomi noti alle forze dell’ordine.Lo spirito delle parole di Gasparri è fermare la deriva di un potenziale ritorno alle P38 prima che sia troppo tardi. Gasparri ha esagerato? Forse. Quegli anni erano un’altra storia.

Non c’è un’ideologia rivoluzionaria forte. Nessuno è convinto che la rivoluzione sia dietro l’angolo.C’è rabbia,frustrazione, c’è la paura verso un futuro incerto, ma la benzina per ridare fuoco alla società è vecchia e annacquata. Le paure di Gasparri non si basano però sul nulla. Il 15 dicembre su giornali, blog e social network vari si sono rivisti i vecchi filosofi dell’anticapitalismo tornare sulla cattedra. Sofri ha espresso soddisfazione per quei volti semicoperti. «Bifo» Berardi non ha fatto mancare l’ennesima profezia, ci aspettano dieci anni di scontri frontali. La domanda è capire se siamo ancora immuni da certi virus. I ventenni del 2010 non hanno vissuto sulla pelle quegli anni. Ne hanno sentito parlare, ma non è la stessa cosa. Non sono protetti da vaccini. Gasparri ha esagerato, ma in qualche modo faceva notare tutto questo.

La risposta che è arrivata è ancora più pericolosa. La risposta non è il vaccino. È un frammento di quel vecchio virus. Dalla sinistra illuminata è rimbalzata di nuovo la parola fascista. Gasparri è un fascista, come prima di lui lo è stato il La Russa di Annozero. È una reazione da anni di piombo. È la logica da guerra civile degli anni ’70.È una non risposta. Gasparri mette le mani avanti. Ma chi lo critica sta camminando a marcia indietro. Gasparri fa capire che anche i giudici che lasciano andare senza pagar pegno i violenti innescano un meccanismo pericoloso. Fanno passare il concetto che la guerriglia è legittima. Bisogna fissare un limite. Mettere un paletto. E in questo gli italiani si stanno mostrando più saggi. L’ultima cosa che vogliono è rivivere le follie del passato. Non trovano morale e normale le auto bruciate ai bordi delle strade. Non chiamano tutto questo rivoluzione, ma vandalismo senza giustificazioni. È per questo che non serve portare i nuovi cattivi maestri in tribunale, sono stati già condannati dalla storia e dal buon senso.

lunedì 20 dicembre 2010

Magistratura


MILANO - Il Tribunale civile di Milano ha accolto il ricorso presentato da dieci rom del campo milanese di via Triboniano contro il sindaco Letizia Moratti, il ministro dell'Interno Roberto Maroni e il prefetto Gian Valerio Lombardi, col quale hanno chiesto che vengano assegnate loro le case popolari in adempimento di un progetto di autonomia abitativa che era stato in un primo tempo sottoscritto dall'amministrazione comunale e poi bloccato. La decisione è stata presa dal giudice civile Roberto Bichi e fa riferimento ad un accordo siglato nei mesi scorsi dal Comune e dalla Prefettura che avevano individuato alcune famiglie rom a cui assegnare degli alloggi di edilizia popolare. Il ricorso, firmato dagli avvocati Alberto Guariso e Livio Neri, si riferisce all'assegnazione di 25 case popolari. Con il suo provvedimento il giudice ha disposto che i dieci appartamenti che erano stati in un primo momento assegnati ai dieci nomadi che hanno fatto ricorso «siano posti a disposizione» dei rom «non oltre il termine del 12 gennaio 2011». Fino a quella data, inoltre, i nomadi non potranno essere sgomberati dal campo.

ANCORA SENZA CASA - I legali nel ricorso avevano segnalato l'accordo siglato, nei mesi scorsi, dal Comune e dalla Prefettura, con cui erano state individuate «le famiglie rom destinatarie degli alloggi Aler (di edilizia popolare, ndr)» con «l'assegnazione nominativa a famiglie attualmente residenti nel campo Triboniano». I nomadi nel ricorso avevano chiamato in causa anche il ministro Maroni e in particolare ciò che il ministro dichiarò nel corso di una conferenza stampa il 27 settembre scorso: «Nella conferenza stampa - hanno scritto i legali dei rom - Maroni affermò che i ricorrenti (come gli altri destinatari dei 25 alloggi) non avrebbero potuto acquisire gli alloggi indicati nei rispettivi progetti, bensì altri, che sarebbero stati reperiti facendo leva "sul gran cuore di Milano"». Ad un mese da quelle affermazioni, si legge ancora nel ricorso, i nomadi «non hanno potuto fare ingresso negli alloggi loro assegnati» e il Prefetto «non ha più convocato alcun abitante del campo di via Triboniano per la sottoscrizione dei progetti di autonomia». Nel frattempo, «amministratori e politici hanno ripetutamente dichiarato alla stampa che ai Rom non sarebbe mai stata data alcuna casa popolare», con riferimento per esempio alle parole del sindaco Moratti. Per questo i nomadi hanno chiesto anche che il Tribunale accertasse e dichiarasse «il carattere discriminatorio del comportamento tenuto dalle amministrazioni convenute» e ordinasse «di dare pieno e esatto adempimento» ai progetti di alloggio nelle case popolari.

IN BASE ALL'ETNIA - Tra le motivazioni della decisione del tribunale, c'è il razzismo: la mancata assegnazione è avvenuta «in dipendenza dell'origine etnica» dei nomadi che avrebbero dovuto entrare negli alloggi. Secondo il giudice, Roberto Bichi, come si legge nell'ordinanza, trova riscontro la tesi dei nomadi «circa la motivazione del comportamento omissivo» dell'amministrazione comunale, che non ha assegnato i 25 alloggi, «correlato alla mera constatazione dell'appartenenza all'etnia rom dei beneficiari» degli alloggi. Il giudice inoltre fa riferimento alla «obiettiva constatazione che il diniego all'attuazione delle convenzioni riguarda esclusivamente tutti i soggetti accomunati dall'appartenenza alla medesima etnia». Perciò per il magistrato l'ordinanza emanata serve anche a «impedire che possano trovare spazio nel circuito sociale condotte (...) che, anche indirettamente, determinino una situazione di svantaggio o impediscano il raggiungimento di un legittimo vantaggio a persone, in dipendenza dell'origine etnica».

PROTESTA DELLA LEGA - Immediata la reazione da parte della Lega. Il capogruppo Matteo Salvini ha annunciato un presidio davanti al Tribunale per martedì alle 11. «Le case popolari prima ai rom come vorrebbe un giudice? No grazie!», dice Salvini, avvalorando la leggenda metropolitana di una fantomatica «corsia preferenziale» per i rom (in realtà gli appartamenti sono stati assegnati proprio attraverso il cosiddetto «piano Maroni»). «In Italia per esprimere un giudizio su certi magistrati c’è solo una parola: vergogna», dichiara Igor Iezzi, segretario provinciale della Lega Nord. E il presidente del consiglio regionale, Davide Boni: «Sentenza che suona come una beffa per tutti i cittadini milanesi e lombardi in attesa da molti anni di una casa popolare». Romano La Russa, assessore regionale alla Sicurezza e coordinatore provinciale del Pdl, afferma che «non possono essere tollerate discriminazioni nei confronti dei cittadini italiani», e conclude: «Accetto la decisione dei giudici, per rispetto del mio ruolo istituzionale, ma certo non la condivido e non posso neanche comprenderla».

DON COLMEGNA: BASTA POLEMICHE, FATTI - Di segno diametralmente opposto il commento di don Virginio Colmegna, presidente della Casa della Carità (all'associazione è stato appena conferito l'Ambrogino, come anche al nucleo dei vigili che presiede agli sgomberi, per par condicio). «È una conferma, anche dal punto di vista della magistratura, del percorso che avevamo avviato. Questa decisione credo che serva per svelenire il clima e riuscire a portare avanti quel progetto che si è bloccato per una contrapposizione che si è rivelata evidentemente ideologica più che di fatto, visto che i contratti erano già firmati». «Auspico - aggiunge don Colmegna- che non si faccia più polemica, che ci si rimbocchi le maniche e si superi in fretta il campo attraverso i percorsi che erano stati individuati». Il presidente della Casa di Carità si dice compiaciuto del fatto che «il comitato di quartiere dei cittadini, che condivide con noi i percorsi, si è detto contento perché anche i cittadini non vogliono più il campo che altrimenti, abbandonato a se stesso, diventa un problema anche per questioni sanitarie».

Parentopoli fiorentina


Renziopoli. Spese facili, folli, fantasmagoriche. Gli inciampi di «parentopoli» non danno certo lustro al sindaco di Firenze, Matteo Renzi, incarnazione del nuovo che avanza in casa Pd. La procura della corte dei conti della Toscana ha mandato sotto processo il «piccolo Obama fiorentino» (il copyright del soprannome del primo cittadino è dell’esponente pdl locale Giovanni Donzelli) e la sua ex giunta provinciale per l’assunzione di una ventina di «esterni» che non avrebbero avuto i titoli per occupare le ambite poltrone. I giudici hanno calcolato un danno erariale di oltre due milioni di euro. Situazione analoga al Comune di Firenze dove gli sprechi dell’amministrazione rossa, secondo uno studio dei consiglieri comunali del centrodestra, lieviterebbero a 10 milioni di euro con le assunzioni mirate negli uffici d’interesse del sindaco e della sua giunta: nell’elenco stilato dal consigliere comunale Donzelli figurano due ex assessori, l’ex portavoce di Lapo Pistelli (avversario politico alle primarie di Renzi), la figlia del direttore del Corriere fiorentino, una candidata del Pd non eletta, una giovane dirigente del partito, amici di famiglia, ex scout etc. Poi c’è il Tar che ha da poco revocato l’assunzione nel corpo dei vigili urbani della figlia di un direttore generale che, coincidenza, è stato capo dei vigili urbani ed è attualmente il responsabile di una società partecipata.

Ma andiamo per gradi. E cominciamo dai posti assegnati in Provincia. Stando alle accuse dei magistrati contabili sarebbero state fatte una ventina di assunzioni con modalità non proprio cristalline con un danno erariale di 2 milioni e 155mila euro. Alcuni dei fortunati vincitori dell’impiego pubblico non avrebbero avuto i titoli, altri sarebbero sprovvisti della laurea, altri ancora sarebbero andati a occupare posti già occupati. Le persone assunte a tempo determinato entrarono a far parte dello staff personale di Renzi e delle segreterie particolari dei componenti della giunta, ed è per questo che una trentina di persone sono finite «a giudizio», a cominciare da Renzi e dall’ex assessore Andrea Barducci, già vice di Renzi, attuale presidente dell’amministrazione provinciale fiorentina. La «parentopoli gigliata» è sollevata ovviamente dal Pdl ma anche dalla sinistra. Per dire. Andrea Calò, capogruppo di Rifondazione comunista, rispetto all’avvio del «processo» presso la Corte dei conti, è arrivato addirittura a sollecitare l’istituzione di una apposita commissione d’inchiesta per fare luce «sulla corretta finalizzazione dell’uso delle risorse pubbliche sulle politiche del personale». Achille Totaro, senatore Pdl, ancora si chiede se era proprio necessario, nel 2004, buttare 2 milioni di euro dopo aver sperperato milioni «per iniziative, allegri banchetti, eventi e uno staff degno del suo livello». A difesa di Renzi parla il suo avvocato, Alberto Bianchi, che al Giornale rivendica la correttezza dell’operato di quella giunta a cui la legge, spiega, consentiva l’assunzione degli uffici a supporto dell’azione politica del presidente e degli assessori, e dunque, «vi è stata un’applicazione corretta delle norme che regolano la materia».

Passando dalla Provincia al Comune, il risultato non cambia. Renzi s’è ritrovato a fare i conti col medesimo problema. Solo che qui, a dar retta all’interrogazione del solito Donzelli, i milioni sperperati sarebbero dieci spalmati in cinque anni per coprire ben quaranta assunzioni, ufficio stampa escluso. A detta del consigliere comunale Pdl, più che sui curriculum e sulle competenze specifiche, la scelta sarebbe stata fatta basandosi sull’«intuito personale» di Renzi o di chi gli sta vicino. Con i quaranta nuovi assunti «esterni» per cinque anni, si legge in un’interpellanza al sindaco, «si sfiorano i 10 milioni di euro l’anno, cifra che viene altamente superata se consideriamo che in questo conteggio sono esclusi i premi di produzione e gli straordinari». Tutto ciò, conclude Donzelli insieme al collega Sabatini, «senza dimenticare che il Comune conta 5.250 dipendenti interni, con capacità e competenze specifiche, ergo, 10 milioni di euro è una cifra da Superenalotto, uno schiaffo alla crisi, alle tasche dei fiorentini e ai 5250 dipendenti interni del Comune di Firenze». Settantotto persone solo per lo staff del sindaco portano gli esponenti del Pdl a ironizzare sulla considerazione che il primo cittadino avrebbe di sé: «Davvero crede di essere come Obama e di doversi creare uno staff da presidente degli Stati Uniti...». Il Comune ha risposto a tono ricordando che il numero degli impiegati è lo stesso dell’entourage del predecessore di Renzi a Palazzo Vecchio. «Bugia - ridacchia Donzelli - l’ex sindaco Leonardo Domenici aveva attinto quasi tutto il personale dal Comune, Renzi in grandissima parte da fuori!».

Il governo è fascista e i teppisti cosa sono?


MILANO - Dopo la proposta di estendere il Daspo alle piazze, lanciata dal sottosegretario dell'Interno Mantovano e accolta dal ministro Maroni, arriva quella di «una vasta e decisa azione preventiva». Autore, il presidente dei senatori del Pdl Maurizio Gasparri. Parlando degli scontri del 14 dicembre a Roma si è espresso così: «Invece delle sciocchezze che vanno dicendo i vari Cascini e Palamara (segretario e presidente dell'Associazione nazionale magistrati, ndr), qui ci vuole un 7 aprile. Mi riferisco a quel giorno del 1978 (in realtà era il 1979, ndr) in cui furono arrestati tanti capi dell'estrema sinistra collusi con il terrorismo. Si sa chi c'è dietro la violenza scoppiata a Roma: tutti i centri sociali i cui nomi sono ben noti città per città. La sinistra, per coprire i violenti, ha mentito parlando di infiltrati. Bugie. Per non far vivere all'Italia nuove stagioni di terrore occorre agire con immediatezza. Chi protesta in modo pacifico e democratico va diviso dai vasti gruppi di violenti criminali che costellano l'area della sinistra. Solo un deciso intervento può difendere l'Italia».

«ANNUNCIO DI FASCISMO» - Parole che suonano come un «annuncio di fascismo» alle orecchie di Nichi Vendola. «Con la consueta finezza argomentativa Gasparri propone una riesumazione dell'arresto preventivo che è annuncio di fascismo - ha detto il leader di Sel al programma In mezz'ora-, soprattutto quando parliamo di movimenti sociali che vivono in situazione di antagonismo senza rete. Gasparri - aggiunge - all'età di questi ragazzini aveva una attitudine a una violenza teppistica che forse ha dimenticato. Questo Parlamento non è la cattedra giusta per fare critica alla violenza». Meno esplicito però non meno duro Massimo D'Alema risponde a distanza, ospite di Fabio Fazio a Che tempo che fa che gli domanda se prevede che, nei prossimi mesi, possa succedere qualcosa di serio. «Bisogna stare molto attenti», dice il presidente del Copasir, «perché l'interesse alla violenza è un interesse dei gruppi violenti, ma potrebbe diventare anche un modo di chi è al potere di rafforzare il proprio potere. È un gioco che abbiamo già visto anche nel passato». Sulla stessa linea Antonio Di Pietro: «Gli arresti preventivi sono le misure tipiche del Ventennio». Dura la replica del senatore pdl: «Vendola è solito dire sciocchezze per protagonismo e difende i violenti per le sue contiguità e la sua storia politica. Sono sempre stato contro ogni violenza e proprio per questo dico che chi protesta pacificamente va ascoltato, chi lo fa con violenza va arrestato». Per Andrea Orlando, responsabile giustizia del Pd, «Gasparri è un irresponsabile che gioca con il fuoco. A fronte di un malessere sociale che necessiterebbe risposte politiche, la destra sa offrire assurde ricette poliziesche. La proposta di Gasparri, a parte il trascurabile fatto che è contraria alla nostra Costituzione, avrà come effetto quello di far diventare agli occhi di un'intera generazione degli eroi, vittime della repressione, gli esponenti delle frange violente».

SCONTRO ANM-ALFANO - Venerdì l'Associazione nazionale magistrati aveva espresso preoccupazione per l'invio di ispettori da parte del ministro Alfano che ha chiesto accertamenti sulla scarcerazione dei 22 manifestanti arrestati. «Siamo di fronte a un'indebita interferenza nello svolgimento dell'attività giudiziaria che rischia di pregiudicare il regolare accertamento dei fatti e delle responsabilità dei singoli - avevano scritto in una nota Luca Palamara e Giuseppe Cascini -. La nostra condanna degli episodi di violenza è ferma e netta e l'Anm esprime solidarietà agli appartenenti alle forze dell'ordine che sono rimasti feriti nello svolgimento delle loro funzioni. Ma abbiamo il dovere di ricordare che alla magistratura è affidato il delicatissimo compito di accertare responsabilità individuali, di verificare la fondatezza delle accuse e di valutare la sussistenza dei presupposti per l'applicazione di misure cautelari». Gasparri aveva subito definito tali affermazioni «sconcertanti, perché finiscono con l'incoraggiare chi manifesta in modo violento. La rapida scarcerazione dei manifestanti fermati è una pagina vergognosa per la giustizia italiana. Chi la giustifica, insieme a chi ha preso quella decisione, si assume una grave responsabilità». Secca la replica di Alfano all'Anm: «Il mio dovere è stare dalla parte dei cittadini, anche quando non sono togati».

MANIFESTAZIONE IL 22 - Dal canto loro gli studenti annunciano una nuova manifestazione per mercoledì 22, quando in Senato sarà votato il ddl Gelmini sulla riforma dell'università. «Quel che è successo il 14 non ci ha fermato - spiega l'Unione degli Studenti -. Il nostro obiettivo saranno i palazzi del potere, la zona rossa. Sarà un assedio». «È tutto ancora in discussione - dicono gli esponenti di Link Collettivo -. Lunedì sera forse si saprà qualcosa sulle modalità che abbiamo scelto per manifestare. Riguardo una possibile "trattativa" con la Questura di Roma, non ci risulta che qualcuno di noi la stia facendo. Non abbiamo ancora deciso dove andare, quindi non ha ragione di esserci alcuna trattativa». Secondo il sindaco di Roma Alemanno «bisogna convincere gli studenti a fare un percorso autorizzato che abbia un obiettivo diverso dalle sedi istituzionali perché altrimenti la situazione potrebbe ricreare tensioni. Il centro storico è già zona rossa - aggiunge - e sarà rafforzato con la massima mobilitazione delle forze dell'ordine». Walter Veltroni (Pd) propone invece una "pacificazione": «C'è un clima difficile e teso. Torno a ribadire la necessità di garantire la legittima protesta degli studenti e insieme la sicurezza dei cittadini e il difficile lavoro delle forze di polizia. Propongo che il prefetto convochi i responsabili dell'ordine pubblico e gli studenti, per fare in modo che le manifestazioni legittimamente convocate si svolgano in un clima civile, isolando provocatori e violenti».

domenica 19 dicembre 2010

Contro i delinquenti non si può...

Loro, gli studenti, minacciano l'assalto ai palazzi il 22 dicembre. Gasparri parla di arresti preventivi e la sinistra, ovviamente insorge. Andrea Orlando, responsabile giustizia del Pd dice che: "La proposta di Gasparri, a parte il trascurabile fatto che é contraria alla nostra Costituzione, avrà come effetto quello di far diventare agli occhi di un'intera generazione degli eroi, vittime della repressione, gli esponenti delle frange violente. Noi riteniamo che la polizia e la magistratura abbiano gli strumenti e le professionalità per fronteggiare i pericolosi fenomeni di violenza, che la politica e le forze sociali devono saper isolare senza l'esigenza di mettere in campo rigurgiti di stampo fascista". E perchè? Vedere Roma messa a ferro e fuoco con tanto di vetrine e auto distrutte  cosa è? Non è forse dittatura delle minoranze? Ma daltronde, sono nelle loro fila e in quelle di Vendola e dunque in qualunque modo devono pur proteggere quei delinquenti.

sabato 18 dicembre 2010

E Renzi sta su facebook...


FIRENZE - «La vera emergenza è sulle autostrade, fuori città, specie nel tratto sud». Comincia così la mattina del sindaco di Firenze, Matteo Renzi, che su Facebook, torna a dare notizie e informazioni sulla situazione che si è creata ieri in città a causa della pesante nevicata. «Il tram funziona - aggiunge Renzi - Ataf ha un terzo dei mezzi in circolazione. I viali sono percorribili (ma mi raccomando: prudenza! E chi può rinunci a mettersi in macchina oggi). Le scuole sono chiuse». Il sindaco ha poi anche ringraziato «chi ha lavorato tutta la notte in città». Da Palazzo Vecchio, fa poi l'analisi di quanto accaduto: «È stato un evento eccezionale, la nevicata più intensa degli ultimi 50 anni. Le previsioni sulle quali ci basavamo davano al massimo 5 centimetri di neve, ci siamo preparati per far fronte al doppio, 10 centimetri anche 15, ma la neve è arrivata a venticinque. E Firenze è stata strangolata: le autostrade bloccate, la stazione di Santa Maria Novella chiusa e i treni cancellati. Se ci sono stati degli errori la responsabilità è tutta mia. Verificheremo quanto successo».

Ma sono moltissimi i commenti dei lettori sulla bacheca del sindaco che smentiscono che a Firenze oggi le cose vadano bene e in molti accusano come il piano di emergenza del Comune non abbia affatto funzionato: Marco scrive: «Vorrei fare presente che stamani alle 11 via Mariti (per chi non lo sapesse) quella che porta a Careggi (l'ospedale di Firenze, sempre per chi non lo sapesse) era ancora piena di neve... ditemi se è possibile una cosa del genere...». Sandra racconta ancora Firenze questa mattina: «Ma se in città non c'è una strada libera, è tutto ghiaccio!!! Senza considerare i rami degli alberi che di spezzano!!! In autostrada c'è gente che ha passato la notte al ghiaccio senza nemmeno un po' d'acqua!!!! E si sapeva che nevicava! Inaccettabile». Ilaria, pragmatica, dà un consiglio: «Se posso darti un consiglio quando le previsioni danno neve ordina di non fare più circolare nè far entrare in Firenze macchine senza catene a bordo o gomme termiche: ieri sera i vigili stavano ad assistere macchine bloccate in mezzo ai viali perchè nonostante la neve fosse alta 15 centimetri le gente partiva od entrava in città nonostante non avesse le catene! Anch'io ringrazio i vigili per l'assistenza e la presenza in strada. Per arrivare a casa ho fatto 10 KM e la presenza dei vigili mi ha dato sicurezza». Massimo dice: «Bastava guardare il meteo per portarsi almeno uno spalaneve e uno spargisale a firenze. Almeno uno di questi due macchinari. Uno». Manuela: «ll'è inutile che tu continui a fare lo scarica barile!! son 3 gg che prevedono 230 mm di neve; le macchine spazzaneve e spargisale pronte avrebbero evitato tanti disagi anche a Firenze; se invece di farti pubblicità tu avessi AVVERTITO i tuoi cittadini di portarsi le catene o optare per i mezzi pubblici sarebbe stato già qualcosa!!! ma tanto l'è colpa delle autostrade di trenitalia di topolino e minnie... vien viaaaa». Guglielmo è laconico ma efficace: «Hai toppato».

Filippo: «La vergogna sono i mezzi pubblici che stamani presto non si sono visti e quindi non si sono attrezzati. Il mio pensiero va a quelle persone che si sono arrangiate pur di garantire un servizio pubblico, vedi ospedali e sevizi sanitari territoriali. Voi fate a scarica barile sulle responsabilità mentre la gente per bene con senso del dovere e' riuscita ad andare al lavoro. Di queste non ne parla mai nessuno». Manuela: «Il nostro sindaco ogni giorno ci racconta di cosa fa dove va cosa ha fatto la sua amministrazione, magari un accenno al fatto che firenze sarebbe andata nel caos in caso di neve, poteva anche farlo far uscire i mezzi prima che rimanessero bloccati nei vari stabilimenti». Daniele: «L'emergenza non è finita per niente. tante, troppe persone sono in autostrada e in stazione, i ritardi sono inconcepibili... chi dice dovevate portare le catene o le gomme da neve, credo non si renda conto che i mezzi di soccorso, spargineve e sale non riuscivano a circolare... chi è rimasto in autostrada stanotte ha visto coperte e viveri distribuiti? chiedo perché non lo so e vorrei capire se almeno gli aiuti sono arrivati».

Renzi replica di nuovo su Facebook con una lunga seconda nota, dopo quella di venerdì sera. I fatti. 1) La neve ha fatto venticinque centimetri, record assoluto degli ultimi 50 anni. I fiorentini ricorderanno la gelata del 1985: allora i centimetri furono 21. Le previsioni ufficiali ci davano massimo 5 centimetri. Le stesse previsioni assicuravano la pioggia per le ore 17 di venerdì. Difficile negare che si tratti di un fatto eccezionale. 2) Fuori da Firenze è scoppiato il finimondo. Non era MAI accaduto che si bloccassero INSIEME autostrada, fipili, aereoporto, stazione SMN. Mai accaduto prima. Nessuna di queste chiusure è imputabile all'Amministrazione Comunale che ha invece dovuto affrontare il peso dell'emergenza (per esempio aprendo la Fortezza da Basso per i pendolari lasciati a piedi dalle FS). Difficile negare che si tratti di un fatto eccezionale. 3) La città ha avuto un momento di blocco stradale per alcune ore, nel pomeriggio, specie sui viali. Tutti i codici rosso sono riusciti comunque a raggiungere gli ospedali e tutti i bambini sono stati riaccompagnati a casa dalle scuole al massimo entro l'ora di cena. Sono caduti per la neve oltre 120 rami di alberi nei soli viali lungo le strade, fortunatamente senza feriti. Quasi tutti i pini marittimi caduti erano stati recentemente potati. I posti dell'emergenza freddo hanno dato riparo a tutte le donne e gli uomini della marginalità. Si poteva fare di più? Certo. Il piano emergenza studiato dal Comune andrà migliorato? Certo. Quando qualcosa non funziona, il Sindaco deve sempre assumersi la responsabilità. Ora spaliamo, poi verificheremo le colpe. Ma l'idea che l'Amministrazione Comunale sia la responsabile di ciò che ha diviso l'Italia in questi giorni è poco più che una barzelletta, neanche troppo divertente. Qualcuno sta cercando di mischiare i disagi della città di Firenze con il caos che è accaduto intorno. Operazione politica, ma inaccettabile. A Firenze nessuno ha passato la notte in macchina, come accaduto a migliaia di cittadini in autostrada. Chi ha dormito alla Fortezza è stato ospite della nostra protezione civile ma era lì per responsabilità delle Ferrovie. Firenze paga i danni prodotti dal fatto che la città è stata strangolata, strangolata dal laccio autostradale, dai treni fermi, dalle strade esterne come la FiPiLi chiuse. Ma stamattina i viali di circonvallazione erano percorribili, purtroppo anche per i tanti curiosi che andavano a vedere in macchina gli alberi abbattuti sulle strade».

«E non è un caso se il Pdl - la nostra opposizione in città - stasera svolgerà regolarmente una cena da cinquemila persone alla Fortezza da Basso. Non male per essere "una città disastrata" Abbiamo informato minuto dopo minuto come fosse una diretta sulle radio, sulle tv, su internet, persino su Facebook. Abbiamo centinaia di persone che si sono mobilitate e altrettante che lo stanno facendo in queste ore. Abbiamo sparso 250 tonnellate di sale e stiamo proseguendo grazie all'aiuto delle associazioni di volontariato e dei fiorentini di buona volontà. Se ci sono dei meriti in questa vicenda li lascio alle donne e gli uomini del Comune e di tutte le strutture collegate. Io mi prendo solo, a viso aperto, le critiche. E lunedì relazioneremo in Consiglio Comunale con la mappa completa di tutti gli interventi fatti in città in queste lunghe ore di lavoro e anche indicando alcuni errori (col senno di poi avrei dovuto chiudere le scuole venerdì, ma ho sbagliato e lo dico chiaramente: non sopporto quelli che il giorno dopo hanno sempre tutti ragione. Che sono gli stessi che magari hanno preso la macchina senza catene). Respingo però al mittente il tentativo di far credere che a Firenze sia scoppiato lo stesso caos che abbiamo visto in tv sulle autostrade e fuori dai treni. Firenze è un'altra cosa, con buona pace di chi vuol fare solo polemica».

Intanto, sul fronte trasporti, la stazione ha ripreso a funzionare intorno alle 9.30 con l’ingresso dell’Intercity 580 Terni-Milano. Lo rendono noto le Ferrovie dello Stato. I tecnici delle Fs hanno lavorato ininterrottamente nel corso della notte per ripulire dalla neve binari e scambi e consentire il ritorno alla normalità, ma questa mattina i binari erano ancora pieni di neve e i treni ripartono con una lentezza esasperante. È ripresa anche la percorrenza dei treni ad alta velocità dalla stazione Santa Maria Novella di Firenze, dopo l’interruzione causata dalla nevicata di ieri. Lo riferiscono le Ferrovie dello Stato. La situazione, spiegano le Ferrovie, è progressivamente in fase di normalizzazione anche per i treni regionali, che hanno ripreso a circolare nella regione, anche se in numero ancora ridotto.

Questa mattina Ataf effettua un servizio ridotto con circa 40 autobus impiegati sulle linee 14, 29 e 30, 17, 22, 6, 7, 31 e 32. Man mano che le strade verranno pulite e risulteranno percorribili, Ataf aumenterà il livello di servizio. (Nel link l'aggiornamento di Ataf per le linee che entrano in funzione). La linea T1 del tram è in funzione con una frequenza di 10-15 minuti: i convogli viaggiano a velocità ridotta per ragioni di sicurezza. Quadrifoglio informa i cittadini che la raccolta nel centro storico è in funzione mentre fuori è stata sospesa fino a domenica. L'aeroporto di Firenze rimarrà chiuso fino alle 17. Fino alle 12, al momento, il blocco dello scalo pisano. Entrambi gli aeroporti si sono fermati ieri a causa delle neve a Firenze, soprattutto per la scarsa visibilità a Pisa. A complicare la situazione oggi è invece il ghiaccio. Per Firenze, la società che gestisce l’aeroporto, Adf, comunica che a seguito della «formazione di pericolose lastre di ghiaccio sulla pista di volo dovuto all’abbassamento della temperatura seguito alla nevicata, lo scalo rimarrà chiuso fino alle ore 17. I passeggeri sono pregati non recarsi in aerostazione e di contattare le compagnie aeree prima di mettersi in viaggio, il sovraffollamento del terminal potrebbe creare difficoltà nello svolgimento della corretta assistenza».

Alessandra Bravi e Federica Sanna

Se la neve è rossa il disastro non ha padri di Alessandro Sallusti

Mezza Italia è rimasta paralizzata sotto pochi centimetri di neve. È incredibile come in questo Paese la maggior parte della gente creda a Babbo Natale, ai miracoli, alle cartomanti e alla leggenda Maya che fissa la fine nel mondo nel 2015 ma nessuno creda alle previsioni del tempo. Che sarebbe nevicato era noto da giorni, ma i più non si sono attrezzati neppure un minimo, contribuendo alla paralisi della viabilità che ovviamente ha responsabili ben precisi. Con una variante rispetto al solito. Quando, dopo settimane di pioggia, cade un muro di Pompei la colpa è dei politici (il ministro Bondi); se invece la neve blocca strade e autostrade della rossa Toscana, i cattivi sono solo i tecnici. A nessuno viene in mente di mettere sotto processo il sindaco di Firenze, Renzi, o il governatore della Regione, Rossi. Ovvio, sono del Pd e per questo bravi ed efficienti. Gli automobilisti rimasti in coda per ora devono ringraziare anche quei magistrati e quei giornalisti che hanno distrutto la Protezione civile modello Bertolaso, spacciando alcuni fatti di presunto malaffare per un sistema criminale, e come tale da smantellare. Purtroppo ci sono riusciti e oggi noi cittadini ne paghiamo le conseguenze. Come diceva Benedetto Croce, i politici e gli amministratori non andrebbero giudicati dalla loro moralità privata, ma in base alla loro efficienza pubblica. È degno di governare chi sa risolvere i problemi del Paese. Quando siamo malati al chirurgo chiediamo di salvarci la vita, il fatto che paghi le tasse fino all'ultima lira o che sia marito fedele poco ci importa. È il moralismo più bigotto, per giunta applicato a senso unico, che sta rovinando il Paese. Non so se Vendola, nuovo astro della sinistra, abbia amanti o scheletri nell'armadio, certo è che la sua Puglia è tra le regioni peggio amministrate, con buchi nel bilancio da brivido. Dicono che non abbia ombre anche Rosa Russo Iervolino, ma da quando lei è sindaco Napoli è precipitata ancora di più nell'abisso dell'abbandono oltre che dell'immondizia. Ora tocca alla Toscana.

Il giovane sindaco Renzi passa ore in televisione a spiegare come sia giunto il momento di rottamare Bersani e D'Alema. Il successo mediatico lo ha distratto, è scivolato sul ghiaccio. Per molto meno, due anni fa Letizia Moratti fu messa in croce da giornali e sinistra. Lui se la caverà con qualche rimbrotto, non finirà certo nel tritacarne di Annozero o dell'Infedele. Se piove, insomma, il governo è ladro ma solo se è di centrodestra. E mai come questa volta la neve non ha colore.

Due pesi, due misure...

22 teppisti su 23 sono stati scarcerati... ora si cerca il tizio che forse (si, forse no) ha fatto il saluto romano. Eh, se i teppisti devastano una città e malmenano le forze dell'ordine, diventano eroi. Non per niente, l'altro teppista, tal Carlo Giuliani è stato e continua ad essere incensato dai deficienti come lui... ma chi fa il saluto romano (e non è nemmeno detto che sia un fascista), è da mettere dentro e buttare via la chiave.

Napolitano


ROMA, 18 DIC - Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in un messaggio per la 'Giornata internazionale del Migrante' sottolinea 'l'imprescindibile contributo' che gli immigrati forniscono al nostro Paese. Se da una parte, sottolinea il capo dello Stato, occorre fermare la ''emorragia'' di talenti nazionali verso l'estero, dall'altra occorre anche favorire 'l'integrazione fondata sul rispetto reciproco'. Per Napolitano la fuga di cervelli e' una ''debolezza'' del nostro sistema.

Assalto alla maggioranza


Spiato mezzo Esecutivo. Spiati parlamentari e magistrati. Spiati carabinieri. Spiati giornalisti. Spiati asseriti massoni. C’è una procura che notoriamente brilla poco per le inchieste sul centrosinistra (laddove lo stesso centrosinistra governa ininterrottamente da vent’anni) e che in questo momento, attraverso alcuni fascicoli, è invece in grado di lavorare a tempo pieno sul Pdl locale, nazionale e di governo. Questa procura ha sede nel centro direzionale di Napoli, alle spalle della stazione, e vede alcune sue toghe impegnate in indagini delicatissime, l’ultima delle quali - anticipata ieri da Repubblica e dai sempre attenti giornalisti del Fatto Quotidiano - riguarderebbe due filoni paralleli nati dagli accertamenti svolti su un carabiniere napoletano che, secondo l’ipotesi d’accusa formulata dai pm Woodcock e Curcio (coordinati dal procuratore Greco), avrebbe intrattenuto rapporti con il direttore del quotidiano l’Avanti, Walter Lavitola (quello delle e-mail caraibiche sull’affaire Tulliani-Fini-Montecarlo) e con il parlamentare del centrodestra, Alfonso Papa, membro della commissione Giustizia della Camera.

Come sempre avviene in inchieste predestinate ad avere più successo in edicola che nelle aule dei tribunali, le ultime intercettazioni a «strascico» avvenute su utenze intestate a terze persone (Papa avrebbe la colpa di aver acquistato due apparecchi da un negoziante amico che abita nel suo stesso palazzo) avrebbero colpito, direttamente o indirettamente, parlamentari e ministri di questo governo. E non solo. Intersecandosi con altri procedimenti già avviati o in fase di definizione (parliamo di vicende legate all’eolico, ai filoni su Nicola Cosentino e sul presidente della Provincia Cesaro) i magistrati campani starebbero cercando di chiudere il cerchio su una P4 campana, dove massoneria, politica e appalti sarebbero il collante della presunta associazione segreta.

C’è da chiedersi, come se lo chiede il deputato Papa nell’intervista qui a fianco, se non siano state lese le prerogative parlamentari di deputati e senatori a vario titolo «investigati». Perché sembra certo che Papa, assieme a magistrati e politici, sia stato a lungo intercettato, pedinato e fotografato persino in piazza Montecitorio. La sua foto sarebbe stata mostrata dai pm a un ministro interrogato (Mara Carfagna). Esibita a funzionari delle forze dell’ordine. A politici di medio livello ascoltati per questioni varie di affari e politica campana. Informazioni su Papa e sui suoi contatti istituzionali sono state chieste, sempre a verbale, a funzionari del ministero della Giustizia (a cominciare da Arcibaldo Miller, capo degli ispettori di via Arenula, da anni molto legato al pm Woodcock).

Non è invece chiaro come mai sia stato costretto a sfilare in procura il direttore dei servizi segreti militari, generale Adriano Santini. Per non dire della spasmodica ricerca di riscontri a contatti telefonici che convergerebbero su Gianni Letta e sul suo entourage. Qui il ramo d’indagine è quello dell’affaire Marcegaglia culminato con le perquisizioni al Giornale di Sallusti e Porro, e Letta sarebbe stato «attenzionato» indagando sul numero due di Confindustria, Cesare Trevisani al quale i magistrati campani arrivano con l’inchiesta sull’ex moglie di Gianni De Michelis (condannata per truffa) nella quale si finì per monitorare un incontro a cui parteciparono quattro ministri, cinque parlamentari, lo stesso Trevisani e altri big.

Inoltre, qui e qui e anche qui.

L'imbecillità della Ue


La Commissione Europea ha prodotto più di tre milioni di copie di un diario dell’Unione Europea per le scuole secondarie che non contiene nessun riferimento al Natale, ma include festività ebraiche, indù sikh e musulmane. Più di 330 mila copie del diario, accompagnate da 51 pagine di informazioni in carta lucida sull’Unione Europea sono state consegnate alle scuola britanniche, scrive il Daily Telegraph, come un omaggio agli allievi da parte della Commissione. Con grande stupore dei cristiani britannici la sezione relativa al 25 dicembre è vuota e in calce alla pagina c’è questo messaggio: “Un vero amico è qualcuno che condivide le tue preoccupazioni e la tua gioia”. Il calendario comprende festività musulmane, indù, sikh, ebraiche e cinesi, e altre, come il giorno dell’Europa e altri anniversari chiave dell’unione Europea; ma non ci sono festività cristiane segnalate, a dispetto del fatto che il cristianesimo è la religione della maggioranza degli europei. E d’altronde anche i cartoncini d’auguri della Commissione dicono semplicemente “Auguri di stagione” senza nessun riferimento a feste cristiane, come il Natale. Johanna Touzel, portavoce della Commissione cattolica delle Conferenze dei vescovi, ha detto che tutto questo è “proprio sbalorditivo”.

venerdì 17 dicembre 2010

La dittatura rossa della magistratura


Roma - "Apprezzamento" per le forze di polizia impegnati martedì scorso a Roma è stato espresso dal ministro dell’Interno, Roberto Maroni, in un’informativa al Senato. Con il loro comportamento, ha aggiunto, "hanno evitato incidenti più gravi". Il ministro ha anche espresso "vicinanza e solidarietà a chi è rimasto ferito per porre argine ad una guerriglia messa in atto da gruppi violenti animati solo dall’intento di creare incidenti". Dal ministero di Giustizia, intanto, vengono mandati gli ispettori per fare luce "sulla conformità formale e sostanziale alle norme, del provvedimento disposto dall’Autorità Giudiziaria". Ma l'Anm va subito all'attacco: "Da Alfano un'appropriazione indebita"

Le preoccupazioni di Maroni. "Sono destituite da ogni fondamento le illazioni sulla presenza di infiltrati negli scontri di martedì scorso a Roma: sono ipotesi offensive nei confronti delle forze dell’ordine", spiega il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, in un’informativa al Senato. "La verità è che gli agenti hanno agito con senso di responsabilità esemplare per tutelare l’esercizio delle istituzioni dall’attacco di violenti, di veri e propri delinquenti - continua Maroni - solo grazie a loro non ci sono state né vittime nè feriti gravi". "I professionisti della violenza - invoca il ministro leghista - non possono trovare sponda da forze politiche, ma vanno isolati e perseguiti con il massimo rigore".

Le illazioni sugli infiltrati. "La verità dei fatti - sottolinea Maroni - si è affermata peraltro nella stessa giornata di ieri: la persona travisata e ritratta durante gli scontri con in mano un manganello e delle manette, indicata da alcuni organi di stampa come un agente infiltrato, è stata identificata in un ragazzo minorenne, sottoposto a stato di fermo di indiziato del delitto di rapina aggravata nei confronti di un militare della Guardia di finanza a cui aveva sottratto con violenza le manette e lo sfollagente". "Pure infondati - prosegue il titolare del Viminale - si sono rivelati i clamori suscitati dalle immagini che hanno ritratto, rispettivamente, un Carabiniere ed un operatore della Guardia di finanza, che impugnavano una pistola durante le fasi concitate della manifestazione. In questi casi è stato appurato che i militari erano impegnati proprio a proteggere le armi di ordinanza dai tentativi dei manifestanti di sottrargliele".

Il Guardasigilli invia gli ispettori. Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, a seguito della scarcerazione dei soggetti responsabili, appena poche ore prima, di gravi atti di guerriglia urbana e di violenta contestazione delle istituzioni, ha incaricato l’Ispettorato generale di effettuare l’accertamento urgente sulla conformità formale e sostanziale alle norme, del provvedimento disposto dall’Autorità giudiziaria.

L'Anm contro Alfano. L’Anm esprime "preoccupazione" per l’iniziativa del ministro della Giustizia di inviare gli ispettori per compiere accertamenti sulle scarcerazioni di alcuni manifestanti accusati di aver partecipato agli scontri del 14 dicembre. "Siamo di fronte a un’indebita interferenza nello svolgimento dell’attività giudiziaria - tuona il sindacato delle toghe - si rischia di pregiudicare il regolare accertamento dei fatti e delle responsabilità dei singoli". "La nostra condanna degli episodi di violenza cui abbiamo assistito - affermano nota il presidente e il segretario dell’Anm, Luca Palamara e Giuseppe Cascini - è ferma e netta e l’Anm esprime solidarietà agli appartenenti alle forze dell’ordine che sono rimasti feriti nello svolgimento delle loro funzioni". "Ma - aggiungono - abbiamo il dovere di ricordare che alla magistratura è affidato il delicatissimo compito di accertare responsabilità individuali, di verificare la fondatezza delle accuse e di valutare la sussistenza dei presupposti per l’applicazione di misure cautelari, a partire dai fondamentali principi della presunzione di non colpevolezza e di assoluta eccezionalità della custodia in corso di processo". "Sono principi - concludo i vertici dell’Anm - che sovente molti politici ci ricordano in occasione di inchieste che toccano la pubblica amministrazione e che troppo facilmente vengono dimenticati in altre occasioni".

Alfano: "Sto dalla parte dei cittadini" "Invito l’Anm a non trincerarsi dietro un sindacalismo esasperato che difende sempre e comunque i magistrati. Il mio dovere è stare dalla parte dei cittadini, anche quando non sono togati". Così il ministro della Giustizia Angelino Alfano replica in una nota al sindacato delle toghe che ha definito una "indebita interferenza" quella del Guardasigilli di avviare un’ispezione in merito alla decisione della magistratura di rimettere in libertà i fermati negli scontri di martedì scorso. 

Immigrazione clandestina e magistratura


MILANO - La Corte Costituzionale scalfisce la legge che ha introdotto il «reato di clandestinità». Nel particolare, la Consulta ha sancito l'impunibilità dell'immigrato estremamente indigente che non ha lasciato l'Italia nonostante abbia ricevuto, anche più volte, l'ordine di allontanamento o di espulsione. In questo modo la Corte costituzionale dichiara illegittimo («nella parte in cui non dispone che l'inottemperanza all'ordine di allontanamento sia punita nel solo caso che abbia luogo senza giustificato motivo») un articolo contenuto nel cosiddetto «pacchetto sicurezza» entrato in vigore nel luglio 2009.

IL CASO - A sollevare la questione dinanzi alla Consulta è stato il Tribunale di Voghera, chiamato a giudicare sul caso di una donna clandestina più volte raggiunta da un decreto di espulsione ma che, per motivi di estrema indigenza, non aveva potuto lasciare l'Italia con i propri mezzi. La donna, che era già stata arrestata, era stata poi rintracciata nel sottoscala di uno stabile, dove abitava. Il luogo era abbandonato, privo di servizi e di riscaldamento, nonostante la temperatura fosse di molto inferiore allo zero. Secondo il tribunale, le condizioni di estrema indigenza della donna dovevano ritenersi «giustificato motivo» per impedirle di lasciare l'Italia con i propri mezzi. Si tratterebbe, dunque, di un «giustificato motivo» che però non era stato previsto dall'art.14, comma 5 quater del testo unico sull'immigrazione, così come modificato dall'ultimo «pacchetto sicurezza» del governo Berlusconi (legge 94 del luglio 2009).

VALVOLA DI SICUREZZA - Ebbene, dopo aver rilevato che il «pacchetto sicurezza» ha aumentato nel massimo (da quattro a cinque anni) le pene per lo straniero destinatario di un decreto di espulsione adottato dopo l'inottemperanza ad un precedente ordine di allontanamento, la Corte Costituzionale censura la mancata previsione di un «giustificato motivo». Si tratta infatti - scrivono i giudici costituzionali nella sentenza n.359 depositata il 17 dicembre in cancelleria - di una clausola che, come la Corte ha già rilevato, è tra quelle destinate in linea di massima a fungere da «valvola di sicurezza» del meccanismo repressivo. «È manifestamente irragionevole - si legge nella sentenza numero 359 - che una situazione ritenuta dalla legge idonea ad escludere la punibilità dell'omissione, in occasione del primo inadempimento, perda validità se permane nel tempo». Esiste infatti «un ragionevole bilanciamento - sottolinea la Consulta - tra l'interesse pubblico all'osservanza dei provvedimenti dell'autorità, in tema di controllo dell'immigrazione illegale, e l'insopprimibile tutela della persona umana».

Mirandola


Modena, 17 dicembre 2010 -  "Inginocchiati verso la Mecca, e prega Allah". Non è l’invito di un imam a un fedele di credo islamico, ma l’imperativo rivolto da un diciassettenne di nazionalità turca a un compagno di classe, sotto la minaccia di un punteruolo alla gola. Dalla guerriglia studentesca sulle piazze a quella nelle aule. L’ennesimo episodio di violenza scolastica si è verificato in una seconda classe dell’Istituto Galilei, nella Bassa modenese. Un ragazzo di nazionalità turca, col vizietto di farsi consegnare dai compagni di classe denaro o merenda, ha prima strattonato la vittima di turno, poi gli ha intimato di genuflettersi e di pregare Allah rivolto verso il luogo sacro per i musulmani, la Mecca.

La scena è stata ripresa col telefonino da un compagno di classe ed è apparsa su Facebook, dove dopo pochi giorni è stata rimossa. Il fatto, che si è verificato pochi giorni fa durante la ricreazione, è stato denunciato alle forze dell’ordine da alcuni genitori di ragazzi che da mesi subirebbero le vessazioni di compagni di classe extracomunitari. Senza contare che anche i docenti sono spesso oggetto di atteggiamenti aggressivi e intimidatori. La vittima di turno, una volta terminate le lezioni, ha taciuto il fatto ai genitori per timore di ulteriori ritorsioni. Tuttavia, ci hanno pensato i compagni di classe a raccontare in famiglia quanto successo. Si contano ormai quasi settimanalmente gli episodi di violenza al Galilei, frequentato da circa milleduecento studenti, molti dei quali di nazionalità straniera.

Dopo il litigio verbale, sfociato poi a calci e i pugni tra due ragazzi di una classe seconda, circa un mese fa, dove il lancio di alcune sedie, usate come strumenti di lotta, ha provocato il ferimento di due ragazzi e lo svenimento dell’insegnante di matematica, l’ultimo grave episodio registra il clima ‘caldo’ che si respira nelle aule scolastiche dell’istituto. "Purtroppo - dichiara il preside dottor Giuseppe Pedrielli - i giovani vivono sulla loro pelle l’assenza di valori. La televisione, pessima maestra, insegna modelli culturali e atteggiamenti negativi che i ragazzi imitano. Il vuoto ormai impera - continua il preside - e la scuola è spesso sola a lottare per tenere alto i valori della dignità e del rispetto umano. Senza contare - aggiunge-_ che numerosi ragazzi extracomunitari, affidati in Italia a zii e parenti, manifestano il loro malessere interiore con atteggiamenti di aggressività e ribellione".

di Viviana Bruschi

Riprendo la risposta del preside (imbecille) che fa distinguo tra bulli italiani e bulli stranieri ma i bulli stranieri sono da comprendere: "Purtroppo - dichiara il preside dottor Giuseppe Pedrielli - i giovani vivono sulla loro pelle l’assenza di valori. La televisione, pessima maestra, insegna modelli culturali e atteggiamenti negativi che i ragazzi imitano. Il vuoto ormai impera - continua il preside - e la scuola è spesso sola a lottare per tenere alto i valori della dignità e del rispetto umano. Senza contare - aggiunge-_ che numerosi ragazzi extracomunitari, affidati in Italia a zii e parenti, manifestano il loro malessere interiore con atteggiamenti di aggressività e ribellione".

Ancora sulle merde di piazza


Il Grande bluff del Pd, ripiombato negli anni Settanta: agenti «infiltrati», sbirri pronti a sparare, professionisti d’incidenti istruiti in questura. Prove? Nessuna. Indizi? Nemmeno. Sospetti? Tanti, sbirciando foto o spezzoni di video su internet che si riveleranno un boomerang per chi li ha incautamente utilizzati. Dopo le pietre alle forze dell’ordine, a lanciare il sasso in politica ci ha pensato la senatrice Anna Finocchiaro: «C’erano evidentemente degli infiltrati che hanno messo a rischio i manifestanti e le forze dell’ordine. Chi li ha mandati? Chi li paga? Cosa devono causare?». Purtroppo per la Finocchiaro, e per chi l’ha pensa come lei, questa storia degli infiltrati è una bufala commovente.

1) Lo «sbirro» smascherato: Per ore sul web, in tv e persino in Parlamento, si è fantasticato sull’infiltrato della polizia col giaccone beige, sciarpa bianca, viso incappucciato, guanto rosso, che - giurano i fan della Finocchiaro - finge di accanirsi sul corpo di un finanziere. In altre immagini lo «sbirro smascherato» viene ridicolizzato dai commenti postati in serie mentre lancia un bidone o mulina una pala: «Un vero attore» ridacchia il web. Attore consumato, visto le urla lanciate ai poliziotti e riprese da un cameraman studentesco: «Sono minorenne». Tutta scena. L’asserito poliziotto travestito spunta sempre nei punti più infuocati della città. E questa cosa, ohibò, ai più è sembrata sospetta al pari delle manette e del manganello trovati in suo possesso: ecco, è uno sbirro infiltrato. E invece quel finto manifestante in realtà è un teppista vero, che le manette e il manganello aveva personalmente fregato al finanziere tramortito a terra. Un minorenne per giunta, S.M., studente del liceo romano Caetani, catalogato nel collettivo Senza Tregua, figlio di un esponente dell’estremismo rosso degli Anni ’70, con precedenti per rissa e resistenza a pubblico ufficiale. Altro che Actor Studios: verrà arrestato per rapina aggravata. Pure il mistero sul suo primo fermo, e successivo rilascio, è stato chiarito: il ragazzo era stato bloccato per un episodio diverso rispetto a quello dell’aggressione al finanziere, fotosegnalato e poi rilasciato, in attesa del riscontro della documentazione acquisita durante gli scontri.

2) Stesse scarpe per agenti e Black bloc: Altra foto, ennesimo bidone. La didascalia non inganna: finanzieri aggrediscono manifestanti, ma c’è un giallo. Quale? A ben guardare l’immagine, un manifestante sembra un infiltrato. Nel groviglio c’è un dettaglio che cattura l'attenzione dei reporter: gli stivali delle forze dell’ordine e quelli degli studenti sono identici. Tali e quali anche nel marchio ovale, colorato di giallo, sotto il carrarmato gommato della suola. È la prova delle prove. Così, almeno, viene spacciata online. Ma è una comica patacca: l’immagine si riferisce a scontri avvenuti a giugno dall’altra parte del mondo. Non si tratta di picchiatori finanzieri ma di agenti antisommossa canadesi...

3) La pistola impugnata dal finanziere...: A chi s’è scandalizzato per la foto del finanziere con la pistola in mano, sopraffatto da sprangate e bombe carta, bisognerebbe chiedere cosa sarebbe successo se quello stesso finanziere, per salvare la pelle, avesse sparato in aria oppure alla cieca come il carabiniere Placanica sotto attacco di Carlo Giuliani e di altri non global nel 2001 a Genova. Miracolosamente è rimasto calmo. Ha impugnato la rivoltella solo perché nel pestaggio era scivolata fuori dalla fondina e grazie alla cordicella attaccata al calcio l’ha sottratta ai teppisti che s’erano fregati manette e manganello. Nelle foto l’arma è sempre rivolta verso il basso, mai ad altezza d’uomo. L’altra mano, poi, è spesso sopra la pistola: se avesse fatto fuoco l’appuntato avrebbe perso tutte e cinque le dita.

4) La rivoltella in mano al carabiniere: Altro capolavoro lo fa il quotidiano il Manifesto. Fotografie ritraggono un maresciallo dei carabinieri del «Battaglione Campania» con una pistola nella mano destra, non impugnata. Nell’articolo, e nella didascalia, si evita di raccontare la storia per intero: e cioè che il sottufficiale ritratto aveva appena recuperato l’arma di un collega di nome Paolo portato via con l’ambulanza perché ferito a una gamba da un palo della segnaletica divelto dai Black bloc all’angolo tra via del Plebiscito e via Astalli, vicino la residenza del premier. Il maresciallo non faceva altro che mettere in sicurezza l’arma del collega finito all’ospedale. Al Manifesto, dove lavorano gli ex terroristi rossi Francesco Piccioni e Geraldina Colotti, se ne sono fregati pensando al doppio senso di un titolo a effetto: «Fiducia nell’Arma».

5) Il carretto delle munizioni di Stato: Altro argomento surreale quello del camioncino pieno di pietre lasciato di proposito a disposizione dei manifestanti vicino Palazzo Madama. Lo scrive il Fatto, riprendendo il tam tam del pomeriggio che imputava al governo la sciagurata decisione di non togliere dal centro storico il furgone con gli attrezzi dei lavori in corso Rinascimento. Testuale: «Resta però da capire, per esempio, cosa ci facesse un camion pieno di mattonelle “a disposizione” dei manifestanti sotto il Senato. Lo stesso tipo di camion che due anni fa riuscì ad entrare in piazza Navona, durante altri scontri, pieno di mazze e bastoni». Stesso tipo di camion, stessa zona, stessa situazione. La solita idiozia.
 
E dopo essere stati liberati da certa magistratura criminale, dopo che la sinistra li difende, ieri sera è sceso in campo anche Sant'Oro che in diretta decide di fare "apologia di reato". (E noi coglioni, tramite il canone rai lo paghiamo lautamente)

Premiati i devastatori di Roma di Massimo De Manzoni

Tutti liberi. E senza alcuna restrizione: da ieri i 23 manife­stanti fermati nel corso dei violentissimi scontri che martedì han­no devastato il centro di Roma possono tornare a girare per le strade della Capitale. E, all’occorren­za, metterle di nuovo a fer­ro e fuoco. I giudici si dico­no certi che non lo faran­no: scrivono che nei con­fronti dei giovanotti ci so­no «gravi indizi di colpe­volezza», ma ritengono che il paio di notti trascor­se in carcere siano suffi­cienti a «dissuaderli dalla reiterazione di analoghe condotte delittuose». Ci sarebbe quasi da con­gratularsi per lo straordi­nario sussulto garantista di magistrati che, nel re­cente passato, questo Giornale aveva aspra­mente criticato per ragio­ni opposte. Il tribunale di Piazzale Clodio, infatti, è lo stesso che ha lasciato per tre mesi in cella il fon­datore di Fastweb, Silvio Scaglia, malgrado non sussistesse alcuna delle tre condizioni (pericolo di fuga, di inquinamento delle prove o di reiterazio­ne del reato) previste dal­la legge per la carcerazio­ne preventiva. E quando poi l’ha tirato fuori di gale­ra, l’ha spedito agli arre­sti domiciliari, dove tutto­ra si trova da ormai sette mesi. Ed è sempre quel tri­bunale che nel maggio scorso aveva tenuto in guardina per otto giorni un ragazzo accusato di violenza nei confronti di alcuni poliziotti malgra­do un video dimostrasse al di là di ogni ragionevo­le dubbio che le violenze era stato lui a subirle. In questo caso, invece, mano di velluto in guan­to di velluto. Troppo. E le congratulazioni rimango­no nella penna. Perché questo, più che garanti­smo, sembra eccesso di garantismo: le ferite infer­te alla città di Roma san­guinano ancora ed è intol­lerabile pensare che chi le ha provocate ci possa ri­provare subito. Stavolta, infatti, il rischio di reitera­zione del reato è concre­to, concretissimo. Già mercoledì prossimo i guerriglieri tornano al­l’assalto del Parlamento: al Senato si approva la ri­forma Gelmini e i colletti­vi universitari, ispiratori dell’ultima manifestazio­ne, della quale rivendica­no con un comunicato ogni singolo atto di vio­lenza (altro che la favola dei black bloc venuti dal­­l’estero), informano che porteranno ancora in piazza la loro «rabbia dif­fusa». Ora, per molti dei teppi­sti messi in libertà ieri il processo è fissato per il 23 dicembre, vale a dire il giorno dopo l’annuncia­ta nuova ondata di tumul­ti. Era proprio scandalo­so trattenere i fermati in custodia cautelare fino a quel momento? Chi si è dimenticato in cella Sca­glia e tanti altri come lui avrebbe davvero perso il sonno a causa dei rimorsi di coscienza? E i signori magistrati non sono stati neppure sfiorati dal so­spetto che tanto buoni­smo sarà interpretato da­gli hooligan degli atenei come un sostanziale via li­bera per le loro prossime prodezze? Nessuno, sia chiaro, vuole giustizia somma­ria. Ma tanta disparità nei trattamenti (persecutori per qualcuno, arrendevo­li per altri) lascia sbalordi­ti. Tanto da indurre il so­spetto che la matrice ideo­logica della protesta, quelle bandiere rosse che garrivano nel corteo, il patrocinio del Pd («infil­trati, infiltrati») e il fatto che il bersaglio alla fine sia il governo Berlusconi, abbia avuto il suo peso. Ma non fateci caso: sia­mo noi cattivoni del Gior­nale che pensiamo sem­pre male.

giovedì 16 dicembre 2010

Forze dell'ordine


Il testo che pubblichiamo è stato postato sul sito del Giornale, www.ilgiornale.it, nel blog dell’inviato speciale Marcello Foa, da un poliziotto. È la replica a un lettore di sinistra che sullo stesso blog aveva scritto che la violenza a Roma è stata alimentata da agenti infiltrati.

Salve!!!! Il discorso sarebbe un po’ articolato. Faccio il celerino da 16 anni e di caz... ne sento così tante che oramai non replico quasi più, ma stasera voglio provarci. Per quanti si stupiscono della presenza e dell’arrivo indenne di questi personaggi nel luogo della manifestazione: avete presente il web? Questi sono simpatizzanti-aderenti-militanti, chiamateli come volete, della sinistra che appena ne hanno l’occasione fanno casino. Magari alcuni non sono mai entrati in un centro sociale. Ma tengono contatti con i vari forum, blog eccetera. Come fanno ad organizzarsi? Non vi siete mai chiesti come fanno ad organizzare un rave party? Si danno appuntamento in rete (che non è poi così facile da controllare) poi arrivano in un posto un po’ periferico e in quattro e quattr’otto montano tutto.

Questo grazie al web! Stessa cosa per le manifestazioni. E noi quando e come potremmo fermarli? Prima del loro arrivo? Ma se sono in viaggio su un pullman e noi siamo schierati a difendere in forze un perimetro, chi ci va? (bisogna essere numerosi per non essere sopraffatti). E poi come dovremmo agire? Signor Roberto? Facciamo un fermo di Polizia? E con quali motivazioni? E quale sarebbe il pm che ci autorizza? Hanno commesso reati? No! Non ancora! E i caschi? Se non vengono indossati in piazza non c’è reato! E le armi e gli oggetti atti ad offendere? I bastoni? Tranquilli: lungo il percorso della manifestazione se ne può racimolare di roba! E le bombe carta? D’accordo allora perquisiamoli tutti! Poi reagiscono perché non accetterebbero passivamente e da lì CASINO! Quindi sarebbe casino comunque!

Certo in qualche caso si riesce a fare della prevenzione ma mai in modo esaustivo. Comunque vorrei ribadire il concetto che il lavoro del poliziotto o carabiniere è reso efficace se coordinato con quello della magistratura. Ma vi assicuro che 9 volte su 10 (e ne ho le prove inconfutabili dato che ho subito aggressioni con lesioni) al processo l’imputato a piede libero o in stato di arresto subisce pene irrisorie o viene scarcerato subito! Allora dove sta il cancro? Se non siamo supportati dal magistrato il nostro lavoro non è efficace. Anche in presenza di prove evidenti e inconfutabili i magistrati danno (spessissimo) un buffetto sulla guancia e mandano a casa il violento! Per quanto riguarda i black bloc: per favore non fatemi ridere. Non sono i miei colleghi. Non lo erano nemmeno quei tifosi del Livorno che alla partita ad Arezzo-Livorno prima del G8 di Genova ci minacciavano e ci dicevano che ci avrebbero fatto il culo a Genova! E poi se per caso uno sbirro parla con un black bloc. Qual è il problema? È un infiltrato? O magari lo sta mandando affan... perché non può rompergli la testa allontanandosi dalla propria squadra o dall’obiettivo che deve presidiare.

Non c’è bisogno degli infiltrati immaginari delle menti della sinistra per reagire con una carica. Anche le Brigate rosse erano chiamate sedicenti dai puristi del Pci! Ma erano Brigate rosse per il comunismo finanziate anche con fondi dei paesi dell’Est! Poi le hanno chiamate «compagni che sbagliano». Perché secondo loro i «compagni» non potevano fare tutte quelle mattanze! E INVECE SI!!!! ERANO COMPAGNI INTRISI DI ODIO, CHE FACEVANO QUELLO CHE ABBIAMO VISTO! COME I VARI COSIDDETTI BLACK BLOC FANNO OGNI VOLTA CHE SE NE PRESENTA LORO L’OCCASIONE. Per favore Roberto vieni a fare un po’ di servizio di ordine pubblico con noi. Ogni giorno per ore in piedi! Sotto ogni tempo meteorologico! Con la fidanzata che ti lascia perché dice che non ci sei mai! Con gli str.. davanti a te che non sanno un c... del mondo e invece di bruciare la macchina o la casa di un mafioso estorsore taglieggiatore, (con lui dentro magari) vengono a rompere il c... a noi! VIENI CON NOI E VEDRAI CHE APRI GLI OCCHI. Sennò ti aprono a te. Distinti saluti. Corrado (poliziotto)

Liberi tutti! Grazie alla magistratura...


ROMA - Undici in libertà e uno agli arresti domiciliari. Questo un primo bilancio dei processi per direttissima nei confronti dei 23 arresti effettuati mercoledì nel corso degli scontri avvenuti martedì nella Capitale, dopo il voto sulla fiducia al Governo. Per questo primo gruppo di arrestati la decisione è stata presa dai collegi della V e II sezione penale del Tribunale capitolino dove sono in corso i processi per direttissima.

PROCESSO IL 23 DICEMBRE - Il tribunale ha confermato gli arresti disponendo i domiciliari per Mario Miliucci (secondo l'accusa trovato con due sassi addosso), la scarcerazione per i genovesi Dario Campagnolo, Emanuele Gatti e Fabrizio Ripoli (per loro ha stabilito il divieto di tornare a Roma), libertà senza misure per il cittadino francese Charlie Plaza, così come per Edoardo Zanetti, mentre per Patrizio D'Acunzo ha imposto l'obbligo di firma. Il processo per loro è fissato il 23 dicembre.

ALTRI CINQUE LIBERI - Liberi anche i ragazzi processati davanti ai giudici della I sezione del tribunale di Roma. Dopo la convalida dell’arresto è stata disposta la remissione in libertà di Michele Luciani, Matteo Angius e Leo Fantoni. Alessandro Zeruoli e Matteo Sordini, invece, dovranno rispettare l’obbligo di firma due volte a settimana. Per tutti e cinque il processo è stato aggiornato al 13 giugno prossimo. Un amico di Angius, fuori dall’aula, ha spiegato: «È’ un attore come me. Eravamo nel gruppo dei precari dello spettacolo, tranquilli, per manifestare con civiltà le nostre ragioni. Lui è stato preso mentre mi camminava accanto. Non stava facendo assolutamente nulla».

LO STRISCIONE - Davanti all'ingresso principale del Tribunale, in piazzale Clodio, da giovedì mattina sono radunati gruppi di ragazzi in attesa dei verdetti. Il gruppo di studenti ha esposto uno striscione: «Reprimete e processate ciò che non potrete mai fermare la Libertà per tutti/e». E non ci fermerete vuol dire anche che le forze di polizia non sono riuscite ad evitare momenti di tensione nel tribunale stesso: cori, spintoni e qualche tafferuglio tra agenti e persone che attendevano fuori dall’aula della II sezione, al primo piano del palazzo A della cittadella giudiziaria di piazzale Clodio.

CORDONE DI SICUREZZA - All’uscita degli indagati, dopo la decisione del giudice, polizia e carabinieri hanno formato un cordone di sicurezza per far uscire avvocati e ragazzi dall’aula. «Li potrete riportare tutti a casa tra poco», è stato spiegato. Ma dopo che il piccolo corteo di alcune decine di persone aveva iniziato a percorrere il lungo corridoio verso l’uscita dall’edificio, è partito un coro: «Tutti liberi. Tutti liberi». Subito dopo alcuni giovani hanno cercato di raggiungere i loro amici e compagni. Una ragazza, con occhiali da vista e sciarpa verde, nel tentativo di forzare lo schieramento, ha preso a spinte alcuni agenti e ha dato poi uno schiaffo. Allora è partita l’indicazione da parte dei dirigenti di polizia: «Fermatela. Fermatela». Dopo altre spinte, urla, grida, la giovane è stata presa e portata negli uffici di polizia. La giornata di cortei e manifestazioni di martedì 14 si era conclusa con 57 feriti, danni per 15 milioni di euro e ben 41 fermati nella guerriglia urbana che aveva messo a ferro e fuoco il centro dell'Urbe.

PRESIDIO DELLA LEGGE - Decine di ragazzi e ragazze hanno formato un piccolo «presidio per la legge» tra la recinzione d’ingresso del Tribunale e un fast food che si trova a lato dell'edificio. Gli slogan scanditi sono in solidarietà con i «compagni fermati», come spiegano i manifestanti. Giovedì mattina, in 5 diverse aule del tribunale, si tengono le udienze di convalida. Sono circa una decina, tra blindati e auto, i mezzi delle forze dell'ordine che stazionano nella zona dell'ingresso del tribunale di Piazzale Clodio. In calendario le udienze in cui i giudici dovranno vagliare le accuse nei confronti di 23 giovani, tra cui due ragazze. Si attende l’arrivo degli indagati dai carceri di Regina Coeli e Rebibbia. La Procura contesta, a seconda delle singole posizioni, i reati di lesioni e resistenza a pubblico ufficiale.

Qualche notizia; il minorenne con la pala era un pregiudicato (dicono per rapina aggravata) e figlio di un ex brigatista rosso.

Aggiornamento: Scontri Roma, 22 in liberta'. Alemanno, scarcerazioni ingiuste. Anm: critiche si', non insulti

ROMA, 16 DIC - Ventidue in liberta', uno ai domiciliari. Questo l'esito dei processi per direttissima a carico dei giovani arrestati per gli scontri di martedi' a Roma. Confermati tutti i fermi. Agli arresti domiciliari e' finito Mario Miliucci, 32 anni, figlio di uno dei leader di Autonomia Operaia negli anni '70. Ed e' polemica sulle scarcerazioni. Per il sindaco di Roma Alemanno si tratta di una profonda ingiustizia. Replica l'Anm: le critiche sono lecite, non gli insulti nei confronti dei magistrati.

Certa magistratura è merda.