martedì 30 giugno 2009

Pulizie estive

Lo ha annunciato ai giornalisti lo stesso Governatore. Inchiesta Bari, si dimettono tutti gli assessori della regione Puglia. Su richiesta del presidente della Regione Nichi Vendola

BARI
- Il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, ha chiesto e ottenuto da tutti gli assessori regionali di rimettere il mandato nelle sue mani. Lo ha annunciato poco fa lo stesso Vendola ai giornalisti. Vendola ha motivato la decisione affermando che «è legata a fatti politici nuovi» (riferendosi ai risultati elettorali) e «fatti indirettamente politici» (la necessità di una questione morale che deriva dalle inchieste in corso). «La sovrapposizione dei due fatti - ha commentato - è sotto gli occhi di tutti». «Ho il potere in questo momento di riformulare la giunta, con nuovi contenuti e perimetri, con nuove alleanze. Sono molto interessato a discutere con Casini, con Di Pietro», ha detto il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, dopo aver comunicato che tutti gli assessori hanno rimesso il loro mandato nelle sue mani. «Tutto questo - ha detto Vendola - è un atto contrario all'azzeramento, è un atto di straordinaria generosità. È un voler ricominciare e rilanciare la coalizione, rafforzarla». Dialogherà anche con Adriana Poli Bortone che ha fondato il movimento Io Sud?, è stato chiesto a Vendola. «Questo non ve lo dico», ha risposto.

LA VICENDA - La richiesta di Vendola giunge in seguito a un'inchiesta della procura di Bari - coordinata dal pm Desirée Digeronimo - in cui si ipotizza un intreccio tra politica e affari nella fornitura di prodotti e servizi sanitari. La procura di Bari ha convocato come testimone lo stesso Vendola, che sarà ascoltato il 6 luglio, secondo quanto riferiscono fonti vicine alla vicenda.

LA ASL DI BARI - Intanto il direttore generale della Asl Bari, Lea Cosentino, è stata sospesa in via cautelare dalla giunta regionale pugliese dall'incarico: «Ho preso atto della volontà della giunta regionale di adottare un provvedimento di sospensione cautelativa delle mie funzioni che dovrebbe essere a mio avviso però prodromico di altro provvedimento. Ovviamente con i miei legali, con il mio collegio difensivo, adotterò tutte le misure che possano in qualche maniera tutelare la mia posizione sia a livello amministrativo sia a livello penale».

Religione di pace

Al Qaeda minaccia Parigi dopo il "no" al burqa

Parigi
- L’organizzazione maghrebina di al Qaeda ha minacciato attentati in Francia dopo la recente presa di posizione contro il burqa del presidente Nicolas Sarkozy. Lo ha riportato il centro americano Site, citando forum jihadisti su internet. Il burqa è "un segno di avvilimento" e "non è il benvenuto sul territorio francese", aveva dichiarato Sarkozy il 22 giugno scorso, in un intervento davanti al Congresso, organizzato nella reggia di Versailles. Il burqa è un segno "di asservimento" della donna aveva rincarato il presidente.

Minaccia dal Maghreb. Secondo quanto riferito dal sito web Site Intelligence, specializzato nel monitoraggio delle pagine internet delle organizzazioni integraliste la minaccia viene da "al Qaeda nel Maghreb Islamico" (gli ex "Salafiti per la predicazione e il combattimento" - Gpsc - attivi in Algeria, ex colonia Francese).

L'onore delle donne. "Ieri era stato lo hijab (il velo islamico vietato come tutti gli altri simboli religiosi nelle scuole francesi a partire dal 2004, ndr) e oggi tocca al niqab (che copre interamente il volto e parte del corpo, ndr). Per questo vendicheremo l’onore delle nostre figlie e sorelle (colpendo) la Francia e i loro interessi (nel mondo) con ogni mezzo a nostra disposizione", avrebbe detto il leader della branca locale di al Qaeda, Abu Musab Abdul Wadud.

Trattato di lisbona

La Corte costituzionale chiede un provvedimento ad hoc del Parlamento. "Si rischia di ledere la sovranità e le competenze del Bundestag". Trattato di Lisbona, la Germania frena"Serve una legge per poterlo ratificare" di Andrea Tarquini

BERLINO - Duro colpo al processo di ratifica del trattato europeo di Lisbona, e quindi al processo d'integrazione e approfondimento dell'Unione europea, da parte della Corte costituzionale tedesca. La Consulta federale, riunitasi nella sua sede di Karlsruhe, ha infatti deliberato che il trattato di Lisbona è sì, nell'insieme, compatibile con il Grundgesetz, cioè la costituzione tedesca. Ma che in alcuni suoi articoli è contemplabile il pericolo che vengano lese sovranità e competenze del Bundestag, il parlamento federale tedesco. Occorre quindi che il Bundestag stesso vari una legge nazionale per difendere i suoi poteri e garantire che la sua competenza non venga erosa in futuro dalle autorità europee. Solo allora, dicono in sostanza i giudici supremi, la ratifica del Trattato di Lisbona da parte della Repubblica federale sarà compatibile con la Costituzione federale stessa, e quindi possibile. Slitta dunque l'atto finale di ratifica del Trattato da parte della Germania, cioè la firma del Trattato da parte del capo dello Stato federale, Horst Koehler, di obbedienza Cdu, vicino cioè al partito della cancelliera Angela Merkel. Il Trattato infatti era stato già ratificato ad ampia maggioranza dal Bundestag, mancava solo la firma del presidente Koehler. Ma i dettami costituzionali hanno imposto a Koehler, egli stesso un convinto europeista come la cancelliera, la Cdu e la sua alleata di governo Spd del vicecancelliere e ministro degli esteri, Frank Walter Steinmeier, di attendere il verdetto della Corte. E'stata una pattuglia di testardi deputati euroscettici del centrodestra a sporgere ricorso contro il Trattato di Lisbona presso la Consulta, definendolo appunto in contrasto con le prerogative di sovranità del Parlamento definite dalla Costituzione federale. Capofila dell'iniziativa è stato Peter Gauweiler, l'ideologo nazionalconservatore della Csu, cioè il partito fratello bavarese della Cdu di Angela Merkel. La Csu si conferma quindi un alleato scomodo per la cancelliera, che incassa questa sconfitta proprio sulla politica europea, che le sta tanto a cuore, a tre mesi dalle elezioni federali del prossimo 27 settembre. Tra gli euroscettici c'è anche il figlio del conte von Stauffenberg, cioè l'ufficiale della Wehrmacht che divenne un eroe nazionale tentando con la congiura del 20 luglio 1944 di uccidere Hitler e negoziare la pace con gli alleati. L'attentato fallì, tutti i congiurati furono assassinati dalla Gestapo e dalle Ss. Adesso il governo e la maggioranza (Grosse Koalition tra la CduCsu e la Spd) conta comunque di varare entro settembre la legge necessaria a sbloccare il processo di ratifica. Lo stop tedesco incoraggia comunque gli euroscettici in tutto il resto della Ue, e questo è un brutto imbarazzo per Berlino. Gli euroscettici sono particolarmente attivi tra gli altri paesi nella Repubblica cèca dove il presidente Vaclav Klaus si oppone all'integrazione Ue e non ha ancora firmato il Trattato, e in Irlanda dove deve tenersi un secondo referendum sull'Europa. Ieri un sondaggio diceva che almeno 74 tedeschi su cento vorrebbero anche in Germania un referendum per il sì o il no al Trattato di Lisbona.

Roma

Rom. La «caccia» ai vigili urbani a Porta Portese 2 un serio allarme

«L’ennesima aggressione ai danni degli agenti della polizia municipale del VII Gruppo a Porta Portese 2 rappresenta non più un campanello d’allarme per il Campidoglio, ma un’emergenza strutturale alla quale è necessario porre rimedio in tempi brevi».
Ne è convinto Fabrizio Santori, presidente della commissione Sicurezza del Comune. «Esprimiamo tutta la nostra più sentita solidarietà ai vigili aggrediti - scrive Santori in una nota - ma soprattutto ribadiamo la necessità della ferma presenza delle istituzioni capitoline accanto al corpo della polizia municipale per lo straordinario impegno e la professionalità che quotidianamente lo vede operare al fianco dei cittadini su ogni fronte caldo e periferico della città. Continueremo a chiedere al sindaco di rappresentare al prefetto la necessità di una convocazione del Comitato per l’ordine e la sicurezza che affronti a 360 gradi l’espansione incontrollata e illegale del mercato di Porta Portese est. Preoccupano infatti le modalità che questa volta hanno visto i vigili urbani essere aggrediti da un esercito di nomadi. È necessario e opportuno prevenire tali fenomeni di abusivismo emanando un’ordinanza contro il rovistaggio di cassonetti e allo stesso tempo ritenere l’evento di Porta Portese 2 alla pari di una partita di calcio allo stadio Olimpico, al fine di prevedere la presenza di supporto agli agenti di polizia municipale, della polizia e dei carabinieri. Sulla questione della sicurezza serve un cambio di passo innanzitutto aumentando i fondi per la polizia municipale, assumendo in tempi strettissimi i 200 idonei dell’ultimo concorso e concentrando le migliori risorse sulle periferie che necessitano di una sempre più attenta presenza delle istituzioni». Molto critico, invece, l’intervento del capogruppo capitolino de La Destra Francesco Storace: «A Roma i vigili sono aggrediti, i rom sono coccolati. Ed è gravissimo che l’episodio accaduto domenica scorsa (300 rom a caccia di otto agenti della Polizia municipale nel mercato di Porta Portese 2) diventi appena un episodio di cronaca, da relegare in qualche trafiletto, e non solleciti l’indignazione più forte dell’amministrazione capitolina». L’ex governatore della Regione auspica «un’autentica svolta che porti finalmente e definitivamente a schierarsi dalla parte di chi garantisce sicurezza e rispetto della legge e non ad adoperarsi per un’integrazione fasulla, rivolta a chi non mostra di meritarla». «Domani (oggi, ndr) - aggiunge Storace - presenterò una dettagliata interrogazione al sindaco per denunciare che già il mese scorso, nello stesso mercato, c’era stata una violenta contestazione ai vigili urbani da parte di appartenenti ai centri sociali, che avevano insultato pesantemente la polizia municipale, a difesa dell’illegalità presente nel mercato di Porta Portese Est». Storace annuncia che nell’ interrogazione elencherà una serie di episodi di violenza subiti dai vigili da parte di italiani e stranieri. «E davvero - ha concluso - non c’è bisogno di cincischiare con le comunità rom, come se non bastassero i delinquenti di casa nostra».

Il vero immorale

Fini: "E' immorale respingere i clandestini"

Madrid - "Un rigoroso controllo nazionale per la sussistenza dei requisiti per chiedere asilo deve esserci, tuttavia sarebbe immorale dire subito 'sei clandestino e ti rimando al tuo paese'. In alcuni casi, questa sarebbe una condanna a morte per quelle persone".
È questo il punto di vista sulle politiche di controllo dell’immigrazione clandestina che Gianfranco Fini consegna ai giornalisti di El Mundo nel corso del forum nella sede del quotidiano spagnolo. Il presidente della Camera dedica una ampia riflessione al tema e ribadisce tra l’altro che: "investire oggi su politiche per l’immigrazione significa avere un vantaggio domani rispetto a quella che si annuncia come una invasione biblica".

Il rimpatrio dei clandestini. "Sarebbe immorale dire subito 'sei clandestino, ti rimando al tuo paesè. Sarebbe come condannare una persona a morte". Il presidente della Camera torna a fare il punto sul tema dell’immigrazione sottolineando la necessità di effettuare "un rigoroso controllo nazionale" sugli immigrati che arrivano in Italia per verificare "la sussistenza dei requisiti per chiedere asilo politico". "E' assolutamente indispensabile - ammonisce Fini - distinguere chi chiede asilo politico: i rifugiati non possono essere automaticamente equiparati ai clandestini. L’equiparazione automatica farebbe meno la dignità della persona umana". A questo proposito il presidente della Camera ha citato anche il caso di alcune norme contenute inizialmente nel ddl sicurezza all’esame del Senato che obbligavano i medici a denunciare i clandestini: "E' necessario distinguere tra immigrazione regolare e clandestina. Tuttavia anche per gli irregolari vale il principio base della nostra cultura, prima sono uomini e poi immigrati. Non è accettabile che venga messa in secondo piano la dignità della persona rispetto alla condizione di legalità o meno del proprio status".

Invasione biblica. Il presidente della Camera invita il governo ad "investire oggi sulle politiche per l’immigrazione perché significa avere un vantaggio domani rispetto a quella che si annuncia come una invasione biblica". Nel corso del forum al quotidiano spagnolo, Fini ha sottolineato come "nelle nostre case è impensabile trovare un italiano che assista un anziano o che lavori come cameriera. Questo è un fatto oggettivo che rende indispensabile una politica di immigrazione che si basi su due pilastri: aiutare i Paesi di partenza a progredire e cercare di assorbire con parità di diritti e doveri tutti quegli stranieri disponibili o costretti a lasciare la propria patria e di cui abbiamo drammaticamente bisogno. È anche nel nostro interesse".

Il rapporto con Berlusconi. Fini ha poi ripercorso la sua carriera politica degli ultimi quindici anni, profondamente legata al premier Silvio Berlusconi, individua nella prima alleanza con il Cavaliere il momento in cui "è cambiata la storia italiana" e in cui "si è passati da una democrazia bloccata a una democrazia dell’alternanza". La riflessione della terza carica dello Stato parte da una domanda degli spagnoli su come sarà l’Italia dopo Berlusconi: "E' impossibile dirlo", è la risposta del presidente della Camera. "Io sono lieto che l’Italia sia uscita da una democrazia bloccata entrando nella democrazia dell’alternanza. Dal ’94 ad oggi, pur con molti momenti critici, Berlusconi e io abbiamo camminato sulla stessa strada, anche se con valutazioni diverse. Questo perché nel ’93 ci fu la riforma epocale dell’elezione diretta dei sindaci". Fini ricorda che in quell’occasione "a Roma la Dc candidò un prefetto al Campidoglio, la sinistra Rutelli e io mi candidai da segretario di un partito che aveva il 4-5%. Arrivai al ballottaggio con Rutelli e Berlusconi, che allora era solo un imprenditore, disse che a Roma avrebbe votato per me. Io persi con il 47 per cento, ma da lì è cambiata la storia italiana". "Anche i critici più severi di Berlusconi - conclude Fini - gli riconoscono l’intuizione di aver favorito in Italia la nascita di un sistema bipolare che ha cambiato tutto rispetto al passato. In questo modo siamo diventati tutti più europei".

lunedì 29 giugno 2009

Sul Pd

È meglio che il Pd muoia di Giampaolo Pansa

Diciamoci la verità: il Partito Democratico è un giovin signore che sta morendo. Vale la pena di tenerlo in vita? Per poi vederlo di nuovo in agonia poco tempo dopo? So di dare un dolore a molti che hanno creduto in questo esperimento. Ma l’esperimento è fallito. Meglio prenderne atto e finirla qui. Cercando di immaginare un’altra strada per i riformisti italiani. Tra quelli che hanno creduto nel Pd c’è anche il sottoscritto. Avevo poca fiducia nel suo leader, Walter Veltroni. Mi sembrava un peso piuma a confronto di un Berlusconi peso massimo. Per di più, aveva alle spalle una serie di sconfitte. Tanto che scrissi un Bestiario intitolato: “La favola del Perdente di successo”. Confesso che, lì per lì, mi sembrò un pezzo carogna. Poi mi dissi: per chi scrive sui giornali la cattiveria non è mai troppa. Alle elezioni politiche dell’aprile 2008 ho votato Pd, pur intuendo che sarebbe stato battuto dall’armata del Cavaliere. A sconfitta avvenuta, ho pensato: pazienza, il Pd andrà avanti lo stesso, il ragazzo si farà le ossa e resterà in campo. Diamogli fiducia. Un partito nuovo non s’improvvisa in qualche mese. Invece è accaduto il disastro. Nuove sconfitte elettorali in Abruzzo e in Sardegna. Le dimissioni di Walter. L’ingresso in scena del vice, Dario Franceschini. Una scelta presentata come obbligatoria, ma disastrosa. Il suo primo discorso mi è bastato. E senza essere un mago, ho compreso che la baracca non avrebbe retto. Non è una colpa essere sciocchi. Ma se uno sciocco prende la guida di un partito, soltanto il Padreterno può salvare lui, i suoi iscritti, i suoi elettori. La campagna elettorale per le europee e le amministrative ha ribadito le previsioni più cupe. Una catastrofe politica e d’immagine. Inutile rievocarla, perché è robaccia dell’altro ieri. Al momento del voto, ho deciso di astenermi. Come altri elettori del Pd, non mi sono presentato al seggio. Era la prima volta che lo facevo in tanti anni. Ma non ho esitato a farlo. Tuttavia, all’orizzonte intravedevo uno spiraglio di luce. Franceschini aveva giurato che in autunno avrebbe lasciato la sedia di segretario, cedendo il posto ad altri. Me lo vedo davanti ancora adesso, quando dichiara alla tivù: «Il mio compito si conclude in ottobre!». Aveva un tono ispirato e, al tempo stesso, tagliente. E l’ho quasi ammirato. Mi sono detto: finalmente uno della casta riconosce i propri limiti e se ne ritorna a casa. Erano tutte balle. Il tragico Dario ci ha preso per i fondelli. Infatti eccolo di nuovo qua, a dirci: ci ho ripensato, voglio restare segretario del partito, dunque si aprano le danze! Danze di guerra, naturalmente. Contro un altro candidato, Pier Luigi Bersani. E subito dopo, ecco apparire gli schieramenti dei ras democratici. A cominciare dall’eterno Max D’Alema a fianco di Bersani. E dal redivivo Uolter Veltroni a dar man forte allo spergiuro Franceschini. A quel punto ho immaginato che poteva esserci una terza via. Vale a dire un candidato nuovo: Sergio Chiamparino, il sindaco di Torino. Ho pensato a lui per una serie di motivi. Il Chiampa è un politico serio. Non urla. Non aggredisce l’avversario. Non sbrocca, ossia non parla a vanvera. Ha buon senso. È radicato sul territorio, come si usa dire. Se occorre, sa essere duro, ma conosce il valore della trattativa. Insomma, ecco uno in grado di far uscire il Pd dalle secche in cui si è arenato. E di riportarlo in mare aperto. Sino a qualche giorno fa, volevo dedicare il Bestiario tutto a lui. E fare una dichiarazione di voto a suo favore. Poi ci ho riflettuto. Quel che leggo sul Riformista e sugli altri giornali, mi dice che nel Pd lo scontro sul leader si sta mutando in una guerra civile. Clan contro clan. Tutti contro tutti. Pioggia di pallottole al veleno. Vale la pena di gettare in un conflitto all’ultimo sangue un uomo come Chiamparino? O anche un altro politico per bene come lui? La mia risposta è no. E il mio no mi suggerisce un’ipotesi diversa. Anche il Pd è un amalgama non riuscito. Ex comunisti ed ex democristiani non ce la fanno a convivere nello stesso partito. Chiunque sia il nuovo segretario, la loro guerra continuerà. Sempre più maligna e distruttiva. Ma allora è meglio dichiarare che l’esperimento è fallito. E scrivere la parola fine. Il Pd è praticamente morto. Cercare di mantenerlo in vita sarebbe un’impresa non soltanto vana, ma dannosa. Anzi, tragicamente grottesca. Il risultato potrebbe essere uno soltanto: un cadavere che cammina. Del tutto incapace di contrastare il centrodestra. E meno che mai in grado di batterlo alle prossime elezioni. Dunque ai democratici non resta che una scelta: dividersi e andare ciascuno per la propria strada. Quelli che vengono dai Ds possono dar vita a un partito socialdemocratico e riformista. Cercando un accordo con i reduci del Psi rimasti nel centrosinistra. E con le aree della sinistra radicale che non vogliono essere le frange lunatiche dell’anticapitalismo. Lo stesso vale per i post democristiani della Margherita. Anche per loro c’è una via di uscita: trovare un accordo con l’Udc di Cesa e Casini. E dar vita a un nuovo partito centrista, sordo a tutte le sirene del berlusconismo. Un vecchio motto dice: marciare divisi per colpire uniti. È bene che la truppa dei democratici, a cominciare dai capi, se ne ricordino. Comunque, come sostiene il saggio, per prima cosa bisogna vivere e poi filosofare. Il Pd sta morendo. Salvate il salvabile. In caso contrario, rassegnatevi alla dittatura del Cavaliere. Escort comprese.

Vergogna

Tensione nel centrodestra dopo il naufragio alle urne. “Continuano gli errori dopo quelli alle Comunali”. “La sconfitta? E’ colpa della Romagnoli”. Pdl spaccato, Fi replica alla coordinatrice. Brugnoni: non scarichi le responsabilità sugli altri.

Fermo
- Ormai è guerra aperta all’interno del Pdl dopo la sconfitta di Saturnino Di Ruscio alle Provinciali. La spaccatura si fa ancora più netta con la risposta di Piero Brugnoni, vicecoordinatore provinciale del Pdl, a Franca Romagnoli, che del Pdl è alla guida nel Fermano. Da un alto Forza Italia (Brugnoni), dall’altro An (la Romagnoli). Il consigliere regionale aveva rotto il silenzio dopo molti giorni: è tornata a parlare “paventando - dice ora Brugnoni - complotti (orditi da chi?) per scaricare su altri le responsabilità di una sconfitta che sono solo sue. Riteniamo che in qualità di coordinatrice del Pdl avrebbe dovuto continuare a stare zitta o convocare gli organi del partito per le tante cause che hanno determinato la sconfitta e programmare l’attività in vista delle Regionali 2010 e delle Comunali di Fermo del 2011”. Brugnoni (la nota è firmata dal coordinamento provinciale di Forza Italia) rimarca che la Romagnoli ha la “capacità di teorizzare le sconfitte che vengono determinate dalla sua condotta e puntualmente addebitate alla responsabilità altrui”. Si riferisce in particolare al caso di Sant’Elpidio a Mare con la lista Lattanzi che si era “coraggiosamente staccata dal centrosinistra, che con il suo 14% aveva contribuito a eleggere Martinelli sindaco. La Romagnoli, prendendo a pesci in faccia Lattanzi e la sua lista, ha determinato il voto di sfiducia a Martinelli, la chiusura anticipata della legislatura e la riconsegna del Comune nelle mani della sinistra. Ricordiamo che fu necessario l’intervento dei carabinieri per riportare a casa i consiglieri del gruppo perché pesantemente minacciati”. Ma parla anche delle Comunali a Porto Sant’Elpidio, con la scelta di candidare il maresciallo Spina. “Nello stesso giorno, mentre il centrodestra superava il 50% alle Politiche, alle Comunali si palesava una sonora sconfitta con meno del 25%”. E ancora delle recenti Comunali di Montegranaro: “Il suo uomo, Endrio Ubaldi, fa una lista, da lei avallata, contro Gastone Gismondi, e per poco non determina la vittoria al centrosinistra. I suoi comportamenti muscolari sono perdenti e non fanno paura a nessuno. Nelle Marche del Sud esiste una situazione di sostanziale parità tra centrodestra e sinistra. Le vittorie si conquistano con l’unità, la coesione, l’umiltà e il buon senso. Per vincere in Provincia il centrodestra doveva esprimere un solo candidato. Mentre tutto il coordinamento regionale cercava di far pervenire Basso e Di Ruscio a un accordo, la Romagnoli, presentava Di Ruscio: un braccio di ferro con Basso che alla fine è diventato insanabile”. Forza Italia critica anche l’esclusione dalla lista del Pdl di candidati capaci di apportare centinaia di voti, lo sbilanciamento, con l’aiuto della civica di Di Ruscio, verso An a discapito di Forza Italia. “Basta e avanza - concludono gli azzurri - per vergognarsi”.

Houston, abbiamo un problema

L'Unione europea ci fa sapere che esiste un allarme immigrati. La gente (xenofoba e razzista, tengo a specificarlo) come me, lo diceva da parecchio tempo. La gente come me, sempre xenofoba e razzista, diceva anche che la Ue faceva di tutto per far si che arrivassero più extracomunitari possibili. Ora, in unione europea, si scopre che c'è un problema. Ma il problema peggiore è la Ue stessa oltre all'immigrazione selvaggia. Allora? Che si fa? Si agisce, si cominciano a bloccare per lunghissimi periodi i flussi migratori. Chi non ha un lavoro, non entra in europa, chi il lavoro lo ha perso, se ne torna a casa propria. Basta questo schifo. Basta l'assistenzialismo e il terzomondismo.

Ue, è allarme immigrati: in Italia il 25% degli arrivi, 12 milioni in più nel 2060

Bruxelles - Da qui al 2060 l’Italia ospiterà 12 milioni di immigrati in più, pari a oltre un quarto degli arrivi previsti nell’intera eurozona (46,2 milioni) e a un quinto di quelli dei Ventisette (59 milioni). È quanto si legge nel Rapporto trimestrale sulla zona euro pubblicato oggi dalla Commissione europea. Secondo Bruxelles gli altri Paesi su cui si concentreranno i flussi migratori sono la Spagna (11,6 milioni) e la Germania (8,2 milioni).

L'allarme di Bruxelles. "Secondo queste stime - osserva Bruxelles - la trasformazione di Spagna e Italia da Paesi di origine a Paesi di destinazione verrà confermata nelle prossime decadi". Tuttavia, a causa dell’invecchiamento della popolazione, l’esecutivo Ue stima che la popolazione italiana diminuirà, insieme a quella di Germania, Malta, Grecia, Slovenia e Slovacchia, mentre si prevedono aumenti per Belgio, Francia e Spagna, Irlanda, Cipro, Olanda, Finlandia, Lussemburgo, Portogallo e Austria.

L'intensità dei flussi migratori. La Commissione prevede che l’intensità dei flussi migratori andrà scemando nel corso dei prossimi decenni: gli ingressi nell’Ue caleranno da 1,422 milioni nel 2008, pari all’1% della popolazione dell’eurozona, a circa 627mila nel 2060, pari allo 0,2%. Nel complesso la popolazione della zona euro dovrebbe salire del 6% dal 2008 al 2040, passando da 324,8 milioni a 345,5 milioni, per poi scendere del 3% a 335,1 milioni nel 2060. La previsioni di Bruxelles rilanciano il problema della "bomba" pensionistica, visto che nei prossimi cinquant’anni il rapporto tra ultrasessantacinquenni e popolazione attiva passerà dal 27% al 54%.

Le previsioni per il 2060. Nel 2060 oltre la metà della popolazione della zona euro avrà più di 55 anni, mentre per ogni dieci minori di 15 anni ci saranno otto ultraottantenni. Tuttavia, la Commissione indica anche che l’Italia è il Paese dell’eurozona dove l’invecchiamento della popolazione avrà l’impatto minore sui conti pubblici, limitato ad un aumento della spesa di circa 1,5 punti percentuali del Pil dal 2007 al 2060. In confronto, l’incremento sarà di 5,2 punti percentuali nella zona euro, e superiore a 7 punti in Lussemburgo, Spagna, Slovenia e Grecia.

domenica 28 giugno 2009

Convertiti

Ho chiesto: "Sacrificheresti tuo figlio in nome del tuo... dio?". Ecco la risposta: "PREMESSA Nell'Islam non ci si sacrifica per Dio (Allah non chiede sacrifici umani). Ci si può sacrificare per l'Islam, ma solo a condizione che questo sacrificio nasca da una giusta causa e questa non può essere che la legittima difesa. Quando l'Islam è perseguitato ha il dovere di reagire; ma non solo: ha il dovere di reagire ovunque avvengano atti persecutori nei confronti di innocenti. In questo caso si abbraccia la JIHAD; senza dimenticare che trattasi di una Jihad "minore" rispetto alla Jihad principale che consiste nello sforzo di divenire migliori e di seguire le vie dell'Islam. Per NESSUN MOTIVO il sacrificio può avere per fine l'imposizione dell'Islam in quanto Fede, visto che la libertà religiosa è un cardine dell'Islam. I BAMBINI Nel caso del mio post precedente ho detto che chi fa dei bambini delle vittime (e non è l'Islam), crea bambini soldato o martiri. Se ci si mette nei panni di bambini o ragazzi che vedono morire sotto i loro occhi fratelli, sorelle, genitori a causa di bombardamenti indiscriminati o di atti di guerra persecutori (è il caso non solo della Palestina, ma di molti altri tristi luoghi su questa terra), è naturale che sentano il bisogno, il dovere e la stessa psicologica necessità di reagire. Se vogliamo preservare i bambini dalla guerra (cosa che sarebbe un bene), dobbiamo preservarli dall'essere vittime, dal rischiare la morte e dal subire persecuzioni e ingiustizie. Ma restare muti (come l'occidente fa) di fronte alle lacrime di migliaia di bambini lacerati dalle bombe e pretendere che non diventino presto soldati è pura incosciente e falsa demagogia. Si smetta di ucciderli e non saranno soldati. QUINDI (CONCLUSIONE) Non sacrificherei mio figlio in nome del mio Dio, perchè il mio Dio non richiede sacrifici umani, ma mio figlio potrebbe un giorno scegliere di abbracciare la JIHAD (solo per fini DIFENSIVI, non ne esistono altri)... più che scegliere, direi ESSERE COSTRETTO A. Se mio figlio fosse un bambino, in questo caso non sarebbe lui a scegliere e nemmeno io... dipenderebbe dalla quantità di bombe (al fosforo o meno) che gli cadono sulla testa".
Cosa altro avrei potuto aspettarmi da uno che, in ordine sparso: appoggia incondizionatamente la "poliginia" (che pare più una malattia venerea che una pratica barbara islamica), appoggia la pena di morte per gay, lesbiche e "adulteri", che non vede altro che va al di là del suo naso, che non si pone domande che esulano dai versetti coranici, che dice un altro mare di stronzate... e che giustifica il massacro dei bambini usati come bombe umane? E questa persona (ma ce ne sono una infinità di altre) è un convertito italiano. Anticristiano, antioccidentale, antisionista, antiamericano, antitutto che però sta attaccato al pc (esattamente come me) e che quando non sa rispondere ti dice che sei ignorante, che devi informarti, leggere e non credere a tutto quello che è antiislamico. Quando sappiamo benissimo che l'islam è pura barbarie. E non esiste alcun dialogo.

Vedovo inconsolabile

Strage di Erba. Azouz si è sposato in Tunisia. La moglie conosciuta a Lecco. «Così ricomincio»

MILANO — Azouz Marzouk si è risposato. In Tunisia, il 18 giugno, ha preso in moglie Michela Lovo, la ragazza che aveva conosciuto un anno fa in un bar di Lecco. Il racconto della cerimonia è un’esclusiva dell’ultimo numero di Gente. «Me lo sono venuta a riprendere — racconta Michela all’inviata di Gente —. Sono pronta a seguirlo ovunque. Voglio una vita normale, una famiglia, dei figli. Vorremmo un maschio e ovviamente lo chiameremo Youssef». Dopo il matrimonio davanti a un notaio del Comune di Zaghouan, 50 chilometri a sud della Capitale, Azouz e Michela per la legge tunisina sono marito e moglie. Ma non per quella italiana, almeno finché il matrimonio non verrà registrato. Le nozze, forse, potrebbero accelerare la procedura per la richiesta della cittadinanza italiana per Azouz, che in questo momento è colpito da decreto di espulsione in quanto «soggetto socialmente pericoloso». L’espulsione è stata decisa il 29 maggio dal gup dopo una condanna per droga, e resa definitiva dalla Cassazione. Marzouk, che ha perso la moglie Raffaella e il figlio Youssef nella strage di Erba il 21 dicembre 2006, aveva patteggiato a settembre del 2008 una condanna a 13 mesi di reclusione per 360 episodi di spaccio di stupefacenti. Il patteggiamento prevedeva anche la pena accessoria dell’espulsione in quanto la sentenza del 2008 si è cumulata con una precedente pena inflitta a Marzouk nel 2005, sempre per droga.

Il commento

L'Apocalisse maschera del potere di Barbara Spinelli

Ci sono abitudini simili a bende sugli occhi, che impediscono di vedere. O simili a guinzagli, che accorciano il pensiero annodandolo al conformismo. Il nostro sguardo sull’Iran è prigioniero di queste bende e questi guinzagli, fin dai tempi dello Scià e poi anche dopo la rivoluzione di Khomeini. L’Iran lo identifichiamo ormai da trent’anni con il turbante, con il Corano, con la violenza in nome di Dio, con la religione che s’intreccia alla politica e l’inghiotte. Quando i suoi dirigenti si ergono contro il mondo esterno o contro il proprio popolo, subito tendiamo a scorgere la mano e la mente d’un clero retrogrado. Il suo establishment usiamo chiamarlo religioso, nell’élite sacerdotale ci ostiniamo a non vedere altro che integralismo. È dagli Anni 50 che le amministrazioni americane sbagliano politica in Persia, suscitando sistematicamente le soluzioni peggiori e trascinando negli errori anche l’Europa. Tanto più urgente è congedarsi da bende e guinzagli, e cominciare a guardare quel che veramente sta succedendo in Iran. Da quando si sono svolte le elezioni, il 12 giugno, sui tetti delle case si aggirano giovani assetati di libertà che gridano nella notte «Allah Akbar», Dio è grande, aggiungendo immediatamente dopo: «A morte il dittatore», proprio come nel 1979. Sono cittadini che di giorno hanno sfilato per strada contro i brogli elettorali: che hanno smesso la paura, e rischiano la vita parlando con frequenza di sacrificio di sé. Anche Mir Hossein Mousavi, il loro leader, annuncia che resisterà «fino al martirio». A Qom, che è una delle città sacre dell’Islam sciita ­ di qui partì la rivoluzione khomeinista ­ vive una classe sacerdotale che nella stragrande maggioranza avversa il presidente. Non più di tre, quattro ayatollah lo sostengono, anche se i loro uomini occupano i principali centri di potere (Pasdaran, servizi, giustizia). I massimi teologi del Seminario di Qom hanno scritto una lettera aperta, dopo il voto, in cui dichiarano i risultati «nulli e non avvenuti». Viene da Qom ed è figlio di un ayatollah il presidente del Parlamento Larjiani, ostile a Ahmadinejad. Si è rinchiuso a Qom il numero due dello Stato, l’ayatollah Rafsanjani, per verificare se sia possibile mettere in piedi una maggioranza di religiosi, nel Consiglio degli esperti che presiede, capace di destabilizzare e forse spodestare la Guida suprema, l’ayatollah Khamenei che ancora difende la legittimità di Ahmadinejad. Il Consiglio degli esperti nomina la Guida suprema a vita, ma può destituirla se essa non mostra saggezza. Sembra che Rafsanjani abbia già convinto 40 capi religiosi, sugli 86 che compongono il Consiglio. Nella città religiosa di Mashhad, molti sacerdoti musulmani hanno partecipato alle manifestazioni contro il regime. Non trascurabile è infine il simbolo della resistenza: verde è il colore dell’Islam. Questo significa che non siamo di fronte a una sollevazione contro lo Stato religioso. Per il momento, siamo di fronte a un’insurrezione fatta in nome dell’Islam contro un gruppo dirigente considerato blasfemo e nemico del clero. Ahmadinejad ha questo vizio blasfemo, agli occhi della maggioranza dei sacerdoti tradizionali e di grandissima parte della popolazione. In lui non si percepisce un leader integralista, ma un dittatore che ha motivazioni tutt’altro che religiose. Il suo potere è innanzitutto militare, e nel frattempo è anche divenuto economico. Le sue parole d’ordine sono improntate a un nazionalismo radicale, estraneo alla spiritualità. Il corrispondente della Frankfurter Allgemeine, Rainer Hermann, è un fine conoscitore del paese e parla di «svolta pakistana»: sotto la presidenza Ahmadinejad, negli ultimi quattro anni, avrebbe preso il potere un’élite che nella sostanza è laica, e che usa la religione non solo per abbattere ogni forma di democrazia ma per distruggere il clero tradizionale. L’uso della religione è sin da principio politico, in Ahmadinejad. Fedele alle dottrine apocalittiche dell’ayatollah Mesbah Yazdi, il presidente si dice convinto che l’era dell’ultimo Imam ­ il dodicesimo Imam messianico, il Mahdi occultato da Dio per oltre 1100 anni ­ stia per riaprirsi, con il ritorno del Mahdi. Tutte le apocalissi, anche quelle ebraiche e cristiane, sono rivelazioni che presuppongono tempi torbidi, in cui il male s’intensifica. Anche per la scuola Hakkani, che Yazdi dirige e cui appartengono gli Hezbollah iraniani, il male va massimizzato per produrre il Bene finale. L’ayatollah ha insegnato a Ahmadinejad l’uso del messianesimo a fini politici, non teologici. I politici messianici in genere parlano di Apocalisse non perché credono nella Rivelazione, ma perché nell’Apocalisse il dialogo con Dio è diretto (nell’Apocalisse di Giovanni scompaiono i templi) e il capopopolo non ha più bisogno del clero come intermediario. L’apocalisse serve a escludere il clero dalla politica e forse anche la religione. Il segno più evidente della svolta laico-pakistana di Ahmadinejad è la militarizzazione del regime. I guardiani della rivoluzione, i Pasdaran, dipendono da lui oltre che da Khamenei. E i picchiatori delle milizie Basiji non sono nati nel fervore religioso ma nel fervore della guerra di otto anni tra Iran e Iraq. I Basiji erano i bambini o i giovanissimi che in quella terribile guerra, tra il 1980 e il 1988, venivano gettati, inermi, nei campi minati dal nemico: perirono in migliaia. Secondo alcuni storici (tra cui lo specialista Hussein Hassan) Ahmadinejad fu il giovane istruttore di quei martiri forzati. Il suo disegno: rompere il singolare equilibrio di poteri tra sovranità popolare-democratica, sovranità religiosa e sovranità militarizzata che caratterizza l’Iran. Un equilibrio ripetutamente violato ma che rispecchia la storia del paese, sempre oscillante fra il costituzionalismo democratico affermatosi nel 1906 e la brama mai spenta di Stato assoluto. Il potere di Ahmadinejad e dei Guardiani è ormai più forte ­ anche presso i più poveri del paese ­ di quello dei Mullah, i sacerdoti che fecero la rivoluzione. Quel che è avvenuto sotto Ahmadinejad è una sorta di colpo di Stato modernista, che ha intronizzato l’élite formatasi nella guerra contro l’Iraq. È il potere di quest’élite che Ahmadinejad protegge, e esso non coincide con il potere religioso. Tra molti esempi si può citare la decisione di togliere al clero la gestione dei pellegrinaggi e di affidarla al ministero del Turismo: una misura che ha profondamente umiliato i religiosi. L’apocalisse è strumento di lotta molto terreno: nella conferenza stampa dopo le elezioni, Ahmadinejad ha ripetuto la formula d’obbligo che impone di parlare «in nome di Allah il Misericordioso», ma subito dopo ha rotto la tradizione invocando il dodicesimo Imam. Le milizie Basiji da qualche tempo si son tagliate la barba: è un altro segno di ribellione ai Mullah. Nella campagna elettorale, Mousavi si è presentato con il verde dell’Islam e del movimento riformatore. Ahmadinejad con la bandiera nazionale. È dunque il nazionalismo militarizzato, il regime che oggi vacilla e sta riducendo al silenzio i riformatori. È il nazionalismo che si è abbarbicato all’atomica, e fatica a negoziare su di essa. Ma l’atomica è al tempo stesso la risposta dell’Iran intero ai tanti errori di valutazione dell’Occidente e alla cecità delle amministrazioni Usa, che mai hanno capito le riforme di cui questo paese aveva bisogno (non lo capirono con il Premier Mossadeq, che spodestarono nel 1953 per tutelare lo Scià e le vie del petrolio; non lo capirono quando minacciarono Teheran nonostante al governo ci fossero riformatori come Rafsanjani o Khatami). La sfida atomica iraniana non verrà meno, il giorno in cui vincessero i riformatori. Ma almeno non sarà al servizio del più tremendo dei nazionalismi: quello che sceglie come maschera l’Apocalisse.

Il diario

Oggi alle 13 (ora iraniana), a Teheran e in tanti altri Paesi verranno lanciati in aria come simbolo della resistenza della gente dell'Iran. "Fate volare palloncini verdinel cielo di tutto il mondo". Si cercano e s'inventano altre forme di lotta dopo la sanguinosa repressione dei giorni scorsi. Qualcuno è scomparso anche dal web: E ha scritto: "Ricordate il nostro martirio" di Fatemeh Karimi

Fatemeh Karimi è una studentessa iraniana che, come tanti altri, sta vivendo questi giorni di paura, rabbia ed emozioni. Giorno per giorno, riferisce sul nostro sito quello che vede e sente, quello che vedono e sentono i suoi amici. Fatemeh aveva cominciato il suo racconto sul sito "AgendaComunicazione.it" che da tempo si occupa di comunicazione. I colleghi di "AgendaComunicazione" ci hanno chiesto di accogliere la sua voce su Repubblica.it per ampliarne la portata.

TEHERAN - Oggi sono stata tutto il giorno in casa sono uscita soltanto per comprare i palloncini esclusivamente verdi all'inizio della mia via. Ne ho comprati ben 12 e ho intenzione di gonfiarli e lanciarli in aria domani (venerdì) alle 13 ore iraniana non ho ancora scoperto come gli devo gonfiare per farli volare bene. Sono un po' depressa e stanca non ho tanta voglia di uscire comunque non so dove andare e cosa fare. Il tam tam è iniziato ieri dopo la sanguinosa repressione del regime, catene di mail e gruppi su Facebook chiedono a tutti iraniani e non, dentro l'Iran e negli altri paesi di far volare dei palloncini verdi in segno di solidarietà, speranza e per mostrare che la nostra battaglia non è finita continua. Gli sms non funzionano e comunque ho deciso che non ne farò più uso. Voglio anche legare dei nastri verdi e bigliettini ai miei palloncini scrivendo libertà e Allaho Akbar. Oggi non c'erano in programma manifestazioni e comunque io ormai sono a casa e non mi hanno avvertita vedrò stasera o domani se e come si sono svolte. Ci sono gruppi che vogliono far saltare l'elettricità con l'accensione di elettrodomestici, ma io non sono d'accordo non potrò più andare su internet e ci saltano tutti i contatti, visto che ho installato un rompi filtro fantastico (your freedom). Ho solo qualche problema con Youtube la lettura dei video è veramente lenta. Per il resto ho accesso alla rete senza problemi. I giornali ormai sono inaffidabili ci informiamo come possiamo nei blog, media stranieri e social network. Via mail mi hanno mandato un nuovo giornale clandestino Khyaban ''La Strada'' in formato pdf che critica aspramente le ultime violenze. Ho già scritto un articolo completo per Agenda News. Ho appena letto il comunicato di Mir Hossein Mousavi, finalmente, afferma che la tv di stato, le agenzie di stato e i giornali come Keyhan hanno distorto la verità dei fatti prima e dopo le elezioni. Dopo giorni di accuse rivolte al candidato riformista di avere fomentato la rivolta titolo di Keyhan giornale ultra conservatore diretto da Hossein Shariatmadari molto vicino al leader supremo. Inoltre Mousavi dice che le elezioni sono state una grande bugia e che i manifestanti sono stati massacrati di botte, uccisi e arrestati. Lo staff del candidato ha inoltre chiesto l'autorizzazione a celebrare una cerimonia per i martiri degli ultimi giorni. Se verrà concessa, il luogo verrà comunicato. Dopo il volo dei palloncini domani abbiamo in programma di accendere dei lumi per il tramonto e per la sera. Si devono calmare gli animi e forse dobbiamo sperimentare altre forme di protesta come gridare Allaho Akbar dai tetti. Faccio un ultimo giro su Facebook e Twitter e noto con grande preoccupazione che Persiankiwi non scrive dalla sera del 24 giugno i suoi ultimi post sono stati : ''dobbiamo muoverci - non so quando potrò ricollegarmi - hanno arrestato uno di noi sarà torturato e farà dei nomi - adesso dobbiamo muoverci in fretta'' poi ''grazie a tutti quelli che hanno supportato l'onda verde - perfavore ricordate il nostro martirio - Allaho Akbar'' e infine ''Allah- tu sei il creatore di tutte le cose e ritorneremo da te Allaho Akbar''. Sperò che non gli sia successo nulla, era un punto di riferimento su Twitter . Sono esausta domani è un giorno importante è il secondo venerdi dopo le elezioni e staremo a vedere chi guiderà la preghiera e che parole useranno. Sono quasi le due e mezza o forse tre è in chat si scatenano è morto Michael Jackson il re del pop, mi dispiace è stato un idolo ed è molto amato dagli iraniani come tanti altri cantanti occidentali. Poi mi sorge il dubbio non sarà che la morte di un grandissimo della storia della musica oscurerà la nostra battaglia?

Guerra civile

Il regime spegne le voci della rivolta. Blitz notturni contro i canti dai tetti

Miliziani e forze di sicurezza caricano e bastonano ancora. Succede nel pomeriggio di ieri intorno al parco di Laleh, a poca distanza dall'università, quando studenti e oppositori si ritrovano schiacciati dalla testuggine di moto, caschi e bastoni. Succede all'incrocio dove è caduta Neda quando una cinquantina di ragazzi arrivati a ricordarla finiscono arrestati. Continua nel buio di ogni notte quando bande di miliziani basiji assaltano case e università per spegnere gli slogan dell'opposizone, prosegue dietro le sbarre del carcere di Evin, dove i luogotenenti di Hossein Moussavi subiscono torture e pressioni psicologiche per confessare la partecipazione ai cosiddetti "complotti" dell'Occidente. Gli stessi complotti denunciati dal presidente Mahmoud Ahmadinejad che proprio ieri ha accusato l'America di Barack Obama e i suoi alleati europei di interferire negli affari interni dell'Iran promettendo reazioni «dure e decisive» in grado di «far pentire e vergognare» l'Occidente. A denunciare le scorrerie notturne dei basiji ci pensa Human Right Watch pubblicando numerose testimonianze e un filmato in cui si vede l'assalto ad un condomino nel cuore della capitale. «Mentre il mondo si concentra sulle manifestazioni i basij mettono a segno brutali raid notturni contro case e appartamenti per bloccare i canti dai tetti» - denuncia Sarah Leah Whitson, direttrice della sezione mediorientale dell'organizzazione. Quei canti dai tetti sono un’autentica nemesi storica capace di regalare sonni tormentati ai capi storici della Repubblica islamica. Ad inventarli furono proprio loro ai tempi della lotta allo Scià. Allora ogni notte a Teheran e nelle principali città risuonava il coro di migliaia di "Allah Akbar" gridati da tetti e finestre. Trent'anni dopo quell'"Allah è Grande" è la litania notturna dall'onda verde di Mir Hossein Moussavi. Una litania organizzata per ricordare al regime che proiettili, manganelli e lacrimogeni non bastano a spegnere l'indignazione, ma capace anche di scatenare la spietata reazione dei basiji. Il filmato di una notte giallo neon in cui miliziani in moto si avventano contro le porte di un condominio, bastonano i passanti, fanno irruzione nella palazzina distruggendo porte, vetri e mobili parla chiaro. Come parlano chiaro i testimoni. «La sera del 22 giugno mentre gridavamo Allah Akhbar i basiji sono entrati nel nostro caseggiato ed hanno sparato verso il tetto da cui salivano le urla» racconta un signore di mezza età del quartiere Vanak a Teheran. Le scorribande notturne fuori da ogni controllo legale servono anche a ripulire i tetti dalle parabole sintonizzate su quelle tv straniere utilizzate, a dar retta alla propaganda, per organizzare e mettere a segno i complotti contro la Repubblica islamica. Ma i messaggi del leader arrivano lo stesso. Ieri Moussavi ha fatto arrivare al regime il suo no alla proposta di riconta del 10 per cento dei voti e ha ribadito la richiesta di nuove elezioni.Intanto, per dimostrare la tesi di un piano internazionale ai danni della Rivoluzione sono al lavoro da giorni i grandi inquisitori del regime. Al centro delle loro rudi attenzioni vi sarebbero Mostafa Tajzadeh, Abdollah Ramezanzadeh e Moohsen Aminzadeh, tre alti esponenti dell'ex governo riformista del presidente Mohammed Khatami trasformatisi durante la campagna elettorale nei principali collaboratori di Moussavi. Secondo le voci uscite dal carcere di Evin e definite attendibili da Amnesty International i detenuti della sezione 209 riservata ai "politici" avrebbero sentito nei giorni scorsi le urla disperate del vice ministro dell'Interno Tajzadeh e quella di Ramezanzdeh ex portavoce del presidente Khamenei. Aminzadeh, un ex vice ministro degli Esteri dell'era Khatami sarebbe stato sentito strillare «Non vi concederò mai un'intervista». Le interviste televisive in cui i detenuti politici confessano inesistenti complotti sono, da sempre, uno degli strumenti più usati per dimostrare la colpevolezza degli arrestati.

Iran

Teheran, i falchi incitano il presidente: nessuna pietà. "Su Neda solo falsità, è stata uccisa dai manifestanti". Iran, pugno di ferro del regime. "Pena di morte ai rivoltosi" di Angeles Espinosa

TEHERAN - Pena di morte per quelli che guidano le proteste contro la rielezione di Mahmud Ahmadinejad e maggiori controlli nei confronti della stampa estera. Questo è ciò che ha chiesto l'ayatollah Ahmad Khatami dal pulpito della preghiera del venerdì all'università di Teheran. Khatami (che non ha nessun legame di parentela con l'ex presidente Mohammed Khatami) è un fedele alleato della Guida suprema e di Ahmadinejad. Le sue parole riflettono la decisione degli ultraconservatori di non cedere. Tuttavia, dimostrando nuovamente che esistono delle divergenze nella cupola clericale, il grande ayatollah Naser Makarem Shirazi ha lanciato un appello alla "riconciliazione nazionale". "Voglio che il potere giudiziario punisca i capi di queste manifestazioni illegali con fermezza e senza mostrare alcuna compassione, perché serva di lezione a tutti", ha detto l'ayatollah Khatami. Per questo ha suggerito che la magistratura accusi i responsabili di mohareb, termine arabo che nella legislazione islamica (sharia) si applica a chi combatte contro Dio. Un delitto punito con la pena capitale. Khatami, uno degli ayatollah più conservatori dell'Assemblea degli Esperti, ha anche accusato i giornalisti stranieri di diffondere notizie false. "Pensate alla vicenda di quella donna uccisa e per la quale Obama ha versato lacrime di coccodrillo. Chiunque osservi il video si rende conto che sono stati i manifestanti ad assassinarla", ha detto. Si riferiva alla morte di Neda Agha Soltan. Le immagini della sua agonia, mentre si dissangua in una strada di Teheran, hanno fatto il giro del mondo. Sullo sfondo della repressione delle manifestazioni di piazza, il radicalismo di Khatami trasmette l'immagine di un regime che stringe i suoi ranghi attorno alla Guida suprema, l'ayatollah Khamenei. Ci sono, tuttavia, segnali di divisioni nella cupola clericale, dove si svolge una lotta interna, anche se tutti hanno interesse a mantenerla entro i limiti istituzionali. Un altro segnale delle difficoltà che la Guida suprema si trova ad affrontare per imporre la sua visione al settore critico del regime sono i tentennamenti del Consiglio dei Guardiani. Ieri sera, questo organo di supervisione dei risultati elettorali aveva annunciato la creazione di una commissione speciale per indagare sul contestato risultato delle elezioni. Sembrava un gesto di disponibilità nei confronti del principale candidato dell'opposizione, che ha chiesto un'indagine indipendente. Ma il portavoce del Consiglio, Abbas Ali Kadkhodai, ha poi definito le presidenziali come "le elezioni più pulite che abbiamo avuto dalla rivoluzione del 1979".

(Copyright El Paìs/La Repubblica traduzione di Luis E. Moriones)

sabato 27 giugno 2009

Nuovi provvedimenti

Una risposta che serviva

Una boccata d’ossigeno per l’Italia manifatturiera. I provvedimenti approvati dal Consiglio dei ministri vanno nella giusta direzione e accolgono— in che misura lo sapremo quando il decreto con la relazione tecnica sarà presentato in Parlamento —le richieste che erano venute dal mondo della produzione. Come del resto testimoniano gli apprezzamenti giunti dalle varie associazioni di rappresentanza. Il giudizio positivo vale soprattutto per la Tremonti-ter, che appare come la misura-regina nel pur ampio ventaglio di decisioni sfornate ieri. La detassazione «secca» del 50% degli investimenti in nuovi impianti e macchinari disegna un meccanismo facile da applicare, molto focalizzato e che dovrebbe raddoppiare (se non triplicare) gli effetti fiscali della Tremonti-bis. Punta ad aiutare quell’Italia che gli addetti ai lavori chiamano—con un pizzico di snobismo—fordista, che ci ha consentito finora di reggere l’urto della grande crisi ed evitare che si producesse nel Paese un’altrettanto grave frattura sociale. La ripresina della primavera 2009, purtroppo, sembra aver già consumato i suoi effetti positivi, forse ci aveva anche illuso e il quadro che ci si presenta davanti adesso è a tinte fosche. Si è parlato di cento giorni decisivi e le notizie che arrivano da alcuni distretti non sono incoraggianti perché si sta silenziosamente modificando settimana dopo settimana la mappa dell’Italia industriale. Il distretto trevigiano degli accessori sportivi rischia di sparire e il triangolo della sedia, le 1.200 piccole aziende che fabbricavano nelle valli friulane del Natisone il 50% della produzione mondiale, sta subendo un drastico ridimensionamento. Le stime dicono che di quelle aziende ne resteranno in vita meno della metà. E stiamo parlando del Nord Est che, anche quando le cose vanno malissimo, vanta un sovrappiù di motivazione imprenditoriale e di integrazione impresa-società. Altrove la situazione è ancora peggiore. Per tutti questi motivi era attesa una risposta da parte della politica e non si può dire che non sia arrivata. Stavolta senza creare incomprensibili asimmetrie tra grandi e piccole imprese: la Tremonti-ter non è un provvedimento per i soliti noti. Ne capiremo di più quando si conoscerà l’ammontare del costo della detassazione (e le relative coperture finanziarie) ma la parte più dinamica dell’imprenditoria italiana, a prescindere dalla taglia delle aziende, potrà accelerare la propria riorganizzazione, ammodernare i propri apparati, diventare più competitiva e mettersi così in condizione di sfruttare le occasioni di uscita dalla crisi. Certamente ciò non vale per tutte le aziende perché laddove il rischio chiusura è legato al crollo della domanda internazionale le politiche nazionali possono intervenire quasi esclusivamente con gli ammortizzatori sociali. Il decreto governativo contiene molte altre misure, alcune di sicuro segno positivo come gli stanziamenti per la banda larga tesi a colmare il ritardo italiano nelle tecnologie digitali, il provvedimento di liberalizzazione di parte delle forniture di gas che dovrebbe dare benefici alle aziende energivore, i bonus per le aziende che non licenziano voluti dal ministro Sacconi, le norme per rafforzare la lotta ai paradisi fiscali. Non è ancora del tutto chiaro, invece, come verrà affrontata la spinosissima questione dei mancati pagamenti della pubblica amministrazione verso le imprese, un caso che ha rischiato di compromettere gravemente i rapporti tra l’esecutivo e la Confindustria e che ha messo in dubbio l’esistenza stessa di numerose piccole imprese.

Dario Di Vico

Neda, l'Iran e i silenzi

Iran: ora il regime ha paura di Neda, simbolo laico.

(AGI) - Teheran, 24 giu. - La famiglia di Neda e' stata costretta a lasciare l'appartamento in cui viveva, in via Meshkini, nella parte orientale di Teheran. La polizia, hanno detto i vicini, non ha restituito il corpo, il funerale e' stato cancellato, lei e' stata sepolta senza che la famiglia stessa lo sapesse e il governo ha vietato le cerimonie per ricordarla. Un giornale filogovernativo ha addirittura scritto che il corrispondente della BBC in Iran, poi espulso, aveva assunto dei "criminali" per ucciderla e fare cosi' uno scoop contro il governo. La famiglia della ragazza, in ossequio alla tradizione persiana, aveva messo un annuncio di lutto e appeso una striscia mera all'edificio. La polizia non lo ha permesso, il giorno dopo ha ordinato loro di andare e ai vicini ha intimato di non parlare. Per giorni, hanno raccontato i vicini, l'isolato e' stato praticamente assediato dai volontari basiji. "Abbiamo paura", ha detto un vicino al Guardian, "in Iran quando qualcuno muore, i vicini vanno a visitare la famiglia. Ma loro sono stati costretti alla solitudine. Nessuno ha potuto consolarli, la loro figlia era stata appena uccisa e nessuno ha potuto essere loro vicino". La famiglia di Neda e' stata costretta a lasciare l'appartamento in cui viveva, in via Meshkini, nella parte orientale di Teheran. La polizia, hanno detto i vicini, non ha restituito il corpo, il funerale e' stato cancellato, lei e' stata sepolta senza che la famiglia stessa lo sapesse e il governo ha vietato le cerimonie per ricordarla. Un giornale filogovernativo ha addirittura scritto che il corrispondente della BBC in Iran, poi espulso, aveva assunto dei "criminali" per ucciderla e fare cosi' uno scoop contro il governo. La famiglia della ragazza, in ossequio alla tradizione persiana, aveva messo un annuncio di lutto e appeso una striscia mera all'edificio. La polizia non lo ha permesso, il giorno dopo ha ordinato loro di andare e ai vicini ha intimato di non parlare. Per giorni, hanno raccontato i vicini, l'isolato e' stato praticamente assediato dai volontari basiji. "Abbiamo paura", ha detto un vicino al Guardian, "in Iran quando qualcuno muore, i vicini vanno a visitare la famiglia. Ma loro sono stati costretti alla solitudine. Nessuno ha potuto consolarli, la loro figlia era stata appena uccisa e nessuno ha potuto essere loro vicino".

«Così Neda è morta fra le mie braccia»

Ha sentito lo sparo, l’ha vista barcollare, cadere, morirgli tra le braccia. È successo sabato scorso, lo può raccontare solo ora. È arrivato a Londra la notte di giovedì, si è lasciato dietro l’Iran, l’incubo sanguinoso di quell’agonia, la paura di esser cercato e sbattuto in galera. E ora il dottor Arash Hejazi, medico trentottenne appassionato di letteratura e famoso per essere il traduttore di Paul Coelho in iraniano, può raccontare la sua verità. «Dopo quest’intervista rientrare nel mio paese sarà impossibile, ma glielo dovevo - spiega alla giornalista della Bbc che lo ascolta - Neda lottava per i diritti di tutti, il suo sangue non può venir sparso invano, lei rappresenta tutti noi, lei era una ragazza come tante... non sopportava più le ingiustizie e loro l’hanno uccisa per questo». Neda Agha Sultani è la martire dell’opposizione iraniana, la ragazza di 26 anni colpita da un proiettile durante le manifestazioni di sabato scorso a Teheran e spirata tra le braccia di Arash mentre lui tentava di soccorrerla. Da quel giorno Arash non dorme più. Il suo volto ripreso dal telefonino che filma la morte di Neda fa il giro del mondo. Paul Coelho lo riconosce, gli scrive, lo invita a fuggire. Lui lo ascolta, vola a Londra, ma intanto vive nel tormento. Risente l’urlo di Nada «mi brucia il petto», rivede il suo volto, i fiotti di sangue da naso e bocca, gli occhi rovesciati al cielo. «Premevo sulla ferita cercavo di fermare il sangue, ma usciva da ovunque, non avevo mai visto una cosa del genere, il proiettile deve esserle esploso nel petto, è morta in meno di un minuto». Dal racconto di Arash emerge anche la chiara, incontrovertibile responsabilità delle milizie Basiji, dei volontari di regime mandati a confrontare i dimostranti con moto, bastoni e armi da fuoco. Il dottore lo capisce quando inebetito si alza da quel cadavere e si mescola alla folla. «Mi guardavo i vestiti e le mani coperte di sangue, non mi davo pace per non esser riuscito a salvarla». Mentre tenta di scacciare orrore e senso di colpa, sente un urlo, assiste alla caccia ad un miliziano in fuga. «La gente intorno a me sembra impazzita, sbanda, corre urla poi sento altre grida “l’abbiamo preso, l’abbiamo preso”... vedo quell’uomo, lo stanno bloccando e disarmando qualcuno gli strappa la carta d’identità mostra che è proprio un volontario Basiji. Le persone tutt’attorno sembrano imbestialite, pronte a ucciderlo, lui per difendersi grida “non la volevo uccidere, non la volevo uccidere”». Quella frase, ripetuta senza motivo è la prova, secondo Arash, della sua colpevolezza, della sua responsabilità di cecchino mandato a sparare sulla folla, di esecutore materiale di Neda. «La gente a quel punto si domanda che fare - spiega Arash - sa che consegnarlo alla polizia è inutile, ma non vuole neppure farsi giustizia da sola... lo fotografano, si tengono i suoi documenti, lo cacciano via. Oggi però - ricorda Arash - sono in molti in Iran a ricordarsi il suo nome».

Il G8 con il freno tirato: niente condanna a Teheran di Alessandro M. Caprettini

Più che il diritto, poté la Realpolitik. E così, nonostante dichiarazioni verbali ferme nei toni e assicurazioni di non aver ingranato nessuna retromarcia, i ministri degli Esteri del G8 lasciano Trieste siglando un documentino appena allarmato per quanto è accaduto e accade in Iran nel dopo-voto, ma senza metterne in discussione l'esito. Ovvero: un riconoscimento di fatto della nuova presidenza di Mahmoud Ahmadinejad. «È chiaro che le posizioni non erano le stesse... » cercava di giustificare Bernard Kouchner, ministro degli Esteri francese, poco prima che trapelassero i testi messi a punto proprio sulle vicende di Teheran. Era effettivamente già noto che la Russia di Putin aveva storto a lungo il naso sulla possibilità di una dura condanna del regime teocratico - come avrebbero voluto i governi di Parigi, Londra, Berlino e anche Roma - ma non era stato messo in preventivo che alla fine Mosca avrebbe avuto la meglio nel rendere così soft il documento. E infatti nel testo messo a punto, come poi illustrava Frattini al termine della sessione di lavoro, il G8 si limitava ad avanzare la richiesta che le violenze «cessassero immediatamente», aggiungendo un «forte invito a cercare soluzioni pacifiche per la crisi in corso» e notando che i ministri degli Esteri del G8 erano «costernati e addolorati per le vite perdute». Non era un po' pochino? La deplorazione non era riduttiva rispetto alla condanna annunciata? Sempre Frattini lo escludeva seccamente: «Il G8 non ha rinunciato per niente a una propria espressione di forte condanna per la perdita di vite umane e per la repressione in atto». E teneva ad aggiungere: «Non si può ancora considerare chiusa a oggi la partita» sui risultati del voto. «Abbiamo usato un linguaggio chiaro per condannare le limitazioni della libertà» gli faceva eco il tedesco Frank-Walter Steinmeier. «Nessun cambio di linea!» giuravano altresì Kouchner e il britannico Milliband. In realtà i toni erano smorzati, e di parecchio, rispetto alle previsioni. Forse anche perché - al di là del niet russo - è un work in progress quello che si appresta sull'Iran. Intanto c'è da fare i conti con le richiese d'asilo di tanti oppositori che si affacciano nelle ambasciate occidentali a Teheran (Frattini ha confermato il rilascio di 50 visti individuali nei giorni scorsi, lasciando nel vago il resto, ma da fonti consolari sembra che cresca il numero di richieste e di quei 50 visti parecchi sarebbero stati dati a feriti negli scontri); e della questione visti si discuterà nella Ue già quest'oggi a Corfù, nel vertice Ue-Russia e in quello dell'Osce. In secondo luogo i toni non ultimativi si devono forse anche alla necessità di trovare spiragli nella spinosa questione del nucleare dei mullah. Frattini ha fatto sapere a nome del G8 tutto che resta «necessario» trovare una soluzione diplomatica ma che «il tempo non è illimitato». Da quel che è trapelato, gli 8 grandi si sono dati un nuovo appuntamento a New York a settembre (prima della consueta assemblea Onu) e se per quella data Teheran non sarà tornata disponibile ai controlli dell'Aiea si riservano di intervenire con sanzioni ancora più pesanti nei confronti del governo di Ahamadinejad. Morbidi o comunque cauti con gli iraniani, i ministri degli Esteri degli 8 grandi - dopo consulto del "quartetto" sul Medio Oriente guidato da Tony Blair giunto appositamente a Trieste per guidarne i lavori - sono apparsi invece molto più ultimativi con gli israeliani, specie sugli insediamenti dei coloni ultrà su territori palestinesi. Dopo aver chiesto infatti «a entrambe le parti di adempiere ai loro impegni nella Road Map», i ministri degli Esteri reclamano l'immediato «congelamento degli insediamenti, compresi quelli cresciuti naturalmente», nonché la fine della «insostenibile situazione di Gaza» e di atti terroristici. Duro il G8 anche con i nord-coreani, cui si chiede l'immediata cessazione di esperimenti nucleari e missilistici. Mentre sull'Afghanistan si pensa ad una serie di nuovi aiuti economici e militari in attesa del risultato del voto presidenziale di agosto, con i russi che contestano la strategia Nato e si candidano a guidare un nuovo processo di pace.

Teheran, "punire i rivoltosi anche con la morte". E per quanti non avessero ancora capito chi è il "moderato Moussavi", qui c'è un bell'articolo da leggere.

Consolazioni veltroniane

Walter si ritira: per me è game over. Ma anche Berlusconi è alla fine.

«Non parteciperò alla fase interna del congresso. Per me vale quello che ha detto Prodi: game over». Intervistato da Repubblica, l'ex segretario del Pd Walter Veltroni si dice stufo del duello con D'Alema, parla delle sue dimissioni e dei sospetti di Prodi sulla caduta del governo, preannuncia la fine di Berlusconi e delinea il profilo del futuro segretario del Pd. «Sono stufo io per primo di questo gioco, tanto più quando dovesse grottescamente manifestarsi per interposta persona», afferma Veltroni. «Si confrontano dirigenti validi, sperimentati. Non hanno bisogno di king maker. Tirarmi fuori anche unilateralmente da questo schema - dichiara - è per me un altro atto d'amore per il Pd». Per Walter Berlusconi «è vicino alla fine. Non da ora, non per gli scandali. Ha fallito. Governa da nove anni - dice Veltroni - con in mezzo i venti mesi di Prodi, e il Paese sta molto peggio del 2001... Nella crisi ha dimostrato per intero la propria inadeguatezza». Chi assumerà la guida del Pd dovrà «dire cose nuove sui problemi sui quali sta franando il consenso della sinistra in Europa, a cominciare dalla sicurezza e dal nuovo welfare. Impegnarsi ad affrontare emergenze nazionali, l'evasione fiscale e la corruzione». Per sopravvivere, sottolinea Veltroni, il partito dovrà «far avanzare una nuova generazione» e «blindarsi dai segatori di rami». Un Pd «vero», aggiunge, «può essere fra il 35 e il 40%», ma per conquistare gli italiani deve proporsi come «un grande partito riformista», non come «un'armata Brancaleone da Cuffaro a Ferrero».

venerdì 26 giugno 2009

Iran

Il video clandestino di Ahmadinejad: «La nostra rivoluzione è planetaria». Il filosofo Bernard-Henri Lévy diffonde un discorso del leader iraniano: «E' fascismo».

«Un vero discorso di ispirazione fascista-messianica, perché seppur in modo diverso dal nostro in Europa quel mélange di culto della forza e di ossessione della purezza altro non è: fascismo». «Un chiaro annuncio del progetto di rivolgimento planetario e di esportazione della rivoluzione islamica nel mondo: terrificante». Bernard-Henri Lévy, noto filosofo e intellettuale francese, impegnato in politica nonché reporter, non ha dubbi sull'importanza del video appena uscito clandestinamente dall'Iran e di cui è venuto in possesso. «Un documento straordinario» che riprende il presidente Mahmoud Ahmadinejad mentre arringa, con voce sommessa, una quindicina di religiosi iraniani in turbante bianco o nero, alla presenza del suo mentore, l'ayatollah oltranzista Mesbah Yazdi. «Ho deciso di mettere quel filmato sulla mia pagina di Facebook — spiega Lévy al Corriere — perché la gente deve sapere. E perché i giovani e l'opposizione in Iran non vanno lasciati soli in questo momento. È un atto di solidarietà come cittadino, anche se non so chi l'abbia ripreso, nè chi l'abbia inviato». Nel video, oltre dieci minuti di audio e immagini scadenti, probabilmente filmato di nascosto con il telefonino da un partecipante, Ahmadinejad sussurra con voce e occhi bassi rivolgendosi ai «cari» invitati, seduti a un tavolo ingombro di fiori e microfoni. Dice di essere a Qom, la città santa sciita dove risiede e predica Mesbah Yazdi (e molti altri ayatollah anche dell'opposizione, come Ali Montazeri o Yousef Sanei). Ringrazia i presenti per i «servigi» offerti, dice che questi serviranno a preparare finalmente una «grande vittoria, perché i tempi sono propizi». «Non sappiamo quando sia avvenuto l'incontro ma penso che fosse il 13 giugno, all'indomani delle elezioni — dice Lévy —. Quel ringraziamento riguarda i brogli che hanno hanno consentito al presidente di "vincere", anche se qualcuno tra i miei amici iraniani pensa sia precedente al voto e che il grazie sia invece per la preparazione delle elezioni truccate. Ma se i tempi sono ambigui, non lo è il resto: la "grande vittoria" di cui parla Ahmadinejad è la futura esportazione della rivoluzione islamica nel mondo che il presidente sogna da tempo. Un progetto terrificante. Un video che fa ancora più impressione di quelli sulle proteste a Teheran». Nel consueto mix di Corano e politica, toni profetici e apparente umiltà, Ahmadinejad si dice in effetti certo che «la rivoluzione islamica ha ormai trovato la sua strada e un grande rivolgimento è iniziato: avrà dimensioni planetarie poiché il mondo ha sete di cultura musulmana, come diceva sempre l'Imam Khomeini». Il movimento, di cui lui si dice «solo uno dei partecipanti», ha una «forza immensa». «E se qualcuno pensa che l'organizzazione o le forze armate a nostra disposizione non siano sufficienti — continua Ahmadinejad sussurrando monotono — ebbene si sbaglia, poiché la logica comune non si applica a movimenti come questo, sostenuti dalla volontà e dalla misericordia divina». Se da un lato Ahmadinejad si dichiara certo del «sostegno di Dio», dall'altra chiede però ai presenti di fare il possibile per rafforzare il movimento: «Bisogna mobilitare tutti i potenziali intellettuali e manager per realizzare la legge e la giustizia dell'Islam e instaurare una società sul modello islamico nella nostra cara patria», dice, convinto come Yazdi che lo spirito della Repubblica Islamica in Iran si sia perso, e che prima di esportare la rivoluzione nel mondo si debba far pulizia in casa. Poi parla del popolo iraniano «che nel suo insieme non è malvagio» anche se «chi si basa su analisi e non su Dio non è certo un illuminato», e se «tutti quei giovani cresciuti in casa e a scuola non sanno niente dei grandi avvenimenti. Che noi, umani e maturi invece conosciamo». Discorsi che preludono a un golpe, come qualche commentatore iraniano su siti e forum sostiene?, chiediamo a Lévy. «Non saprei, difficile dirlo — risponde lui —. Ma di certo so che il regime è condannato. Se cercate in archivio gli articoli che il filosofo Michel Foucault scrisse proprio per il Corriere della Sera nel 1979, vedrete che dall'inizio delle proteste alla caduta dello Scià passò un anno. Ci volle del tempo allora, ce ne vorrà adesso. Ma alla fine accadrà».

Cecilia Zecchinelli

Provincia

... ho ancora la speranza che accada esattamente a ciò che accadde a Prodi meno di due anni fa. Io spero che per il 2010, oltre alle regionali ci siano nuove provinciali per Fermo. Troppo ottimista? Ma anche no chè il mio infantilismo vorrebbe convincermi che mi ricandiderò ancora una volta prima delle prossime comunali.

Giunta, Cesetti parla chiaro Partiti in azione, il Pd chiede 5 posti.

Lunedì incontro con Celani Fermo Primo summit, mercoledì, dei partiti della coalizione di centrosinistra dopo la vittoria elettorale con il presidente Fabrizio Cesetti. In discussione la formazione della giunta provinciale. Un po’ a sorpresa il Partito democratico, principale azionista della maggioranza, con il segretario Cinzia De Santis, ha buttato là, nel corso della serata, la richiesta di cinque posti. Ha provato, un po’ a sorpresa, ad alzare il prezzo forse perché, come dimostrano ad esempio le richieste avanzate esplicitamente ieri dal Pd sangiorgese, sono in molti a nutrire ambizioni. Una velleità pare subito stroncata però dal presidente che, sui criteri della scelta degli assessori vuole attenersi rigorosamente al manuale Cencelli. Tradotto: un posto a ciascuno dei partiti della coalizione (Sinistra e Libertà, lista del presidente, Pdci-Rc, Italia dei valori e il centro di Massucci), tre posti al Pd a cui spetterebbe però anche la presidenza del Consiglio. Cesetti non sembra voler transigere rispetto allo schema di partenza che prevede un secco 5+3. “Abbiamo fatto una valutazione dei criteri da adottare nella scelta degli assessori - spiega il presidente -. Ho ribadito che ciascuna forza politica avrà una sua rappresentanza in giunta, così come ciascun territorio della provincia. Ho aggiunto che dai partiti vorrei arrivasse l’indicazione di qualche presenza femminile. Le donne non sono una specie protetta - aggiunge - ma credo debbano correttamente avere rappresentanza”. Cesetti ha sottolineato anche la necessità della competenza politica. La nuova provincia è tutta da costruire. Chi ha avuto modo di girare all’interno della sede al polo scolastico si è reso conto di quanto c’è ancora da fare per mettere a regime la macchina. E’ per questo che gli assessori, in questa fase più che mai, dovranno avere una qualche competenza nel settore di cui andranno ad occuparsi, dovranno portare un vero valore aggiunto. Di certo, anche se la legge prevede che gli assessori siano sei, la prima giunta sarà composta da otto elementi. “Abbiamo intenzione di attenerci allo stesso statuto di Ascoli - spiega Cesetti -. La giunta dovrà necessariamente salire a otto unità perché in questa fase è giusto così, le competenze della provincia sono molte, ci sono i territori e i vari settori da seguire. Il mio impegno, però, come ribadito più volte, sarà quello di limitare al massimo i costi della politica, le spese di rappresentanza, ciascuno userà l’auto propria. Voglio sobrietà”, sottolinea il presidente. Il centrosinistra tornerà a riunirsi martedì. Nel frattempo i partiti sono stati invitati a confrontarsi al loro interno per preparare le rose di nomi da sottoporre al presidente. Intanto pare che Cesetti sia riuscito a prendere contatto con il presidente della provincia di Ascoli Piceno Piero Celani con il quale dovrebbe avere un incontro lunedì prossimo. Incontro che stando alle indiscrezioni, dovrebbe tenersi a Fermo. Sarà un momento di confronto tra due neo presidenti alle prese con una divisione ancora da completare e due province da far partire con efficienza e una certa celerità.

Il nuovismo

Via alla direzione dei democratici. Il segretario: "No al rinvio". E' deciso: l'assise sarà l'11 ottobre, le primarie il 25. Pd, la sfida di Franceschini". Congresso vero, largo al nuovo". Finocchiaro: "Così si rischia la resa dei conti". Marini: "Sto con Dario ma lo Statuto è da cambiare"

ROMA - "Il rinvio del congresso è improponibile. Lo Statuto parla chiaro. Serve un congresso vero per aprire una fase nuova". Dario Franceschini apre così la direzione del Pd. Ribandendo il suo "no" all'ipotesi di rinviare a dopo le regionali del 2010 il congresso. "Vi invito a non avere paura di un congresso vero, anche dividerci e scontrarci su linee politiche diverse ci farà bene" dice il segretario democratico in corsa con Pierluigi Bersani. Parole accompagnate dal voto della direzione che, con sette contrari, fissa al 21 luglio il termine ultimo per le candidature alla segreteria. Il 24 luglio è invece la data stabilita per la formalizzazione delle candidature. Il congresso si terrà l' 11 ottobre. La data fissata per le primarie è invece il 25 ottobre. I congressi nei circoli si svolgeranno nel mese di settembre, mentre le convenzioni provinciali si terranno entro il 4 ottobre. Sul rischio di una guerra fratricida nel Pd, alza la voce Anna Finocchiaro, rilanciando la sua proposta di separare la discussione politica dall'elezione del segretario, da svolgere in un secondo momento: "Serve un congresso vero, profondo, senza reticenze e paure, ma si è messa in moto una dinamica potenzialmente pericolosa. Una competizione per la leadership che ha le caratteristiche di una mera conta interna, che rischierà di oscurare l'oggetto del congresso, cioè il Pd e questa Italia". Ed è sempre la Finocchiaro a dare voci ai malumori interni suscitati dal videomessaggio di candidatura di Franceschini. Quell'attacco al "vecchio" che vuole tornare non è piaciuto a tutti. "C'è il rischio di una conta interna che gli argomenti usati ieri dal segretario per annunciare la propria candidatura rischiano di trasformare in una resa dei conti'' continua la Finocchiaro. Ma Franceschini insiste con la sua idea di rinnovamento e così la spiega. "Penso di investire sulla forza straordinaria del nostro territorio: sindaci, amministratori, segretari provinciali e regionali, consiglieri comunali, presidenti di circolo e giovani parlamentari". Saranno loro che, se Franceschini sarà eletto, saranno messi nelle condizioni di crescere "verso ruoli sempre più alti di responsabilità nel partito nazionale". Franceschini, davanti ai vertici diessini che lo ascoltavano, ha ricordato che negli ultimi 15 anni il centrodestra ha saputo offrire agli elettori una leadership stabile, pochi messaggi ma diretti e chiari, facilmente comprensibili. Il centrosinistra, invece, ha offerto instabilità di governo e di leadership. "E' su questo che bisogna riflettere e dare risposte - spiega il segretario - Serve una identità definita e certa al centrosinistra e al Pd, perchè fin ora è stata costruita 'grossolanamente': all'opposizione come antiberlusconismo, al governo come coloro che risanano i conti". Questo, per Franceschini, non basta. Ed anche per questo è necessario, è stato il ragionamento del segretario, costruire una nuova alleanza perchè va bene la vocazione maggioritaria ma non significa certo restare soli. Allo stesso tempo, nuova alleanza non vuol dire affatto ritorno all'Unione. Nuova alleanza da costruire attorno al Pd di cui ne è il perno e a cui spetta indicare le scelte. Con Franceschini si schiera Franco Marini che però lo avverte: "Nessuna ideologia sul nuovismo". E sullo statuto l'ex sindacalista è categorico: "Facciamo il congresso poi è da cambiare". Modificare lo Statuto. Nel corso della riunione della direzione avrebbe trovato consensi l'ipotesi di andare ad una modifica dello Statuto nella parte che regolamenta le primarie in modo da rivedere quelle norme che individuano la platea dei votanti. L'ipotesi, a quanto si apprende, è di circoscrivere ai soli iscritti, o comunque ad una platea più ristretta, il diritto di votare per i candidati alla segreteria alle primarie. Il nodo della questione è che le platee, così come prevede attualmente lo statuto, del congresso e delle primarie sono differenti con il risultato che si potrebbe avere un esito del tutto differente da un passaggio all'altro. Le reazioni. "Un terzo candidato? Beh, intanto non c'è. E poi mi sembra che nel Pd ci sia una tendenza al bipolarismo, un nuovo bipolarismo". Così Rosy Bindi che si dice ancora indecisa su qualche candidato sostenere. "Allo stato attuale è no ma in politica non si deve mai dire mai e le cose possono cambiare. Non è l'ultima ora dell'ultimo giorno per decidere". Così il sindaco di Torino Sergio Chiamparino risponde a chi gli chiede se si candiderà alla segreteria del Partito democratico. Chi spinge per un terzo candidato è l'ex braccio destra di Veltroni, Goffredo Bettini: "Bersani è una candidatura un po' troppo tradizionale. Franceschini, da parte sua, non rappresenta certo il futuro ma la sua candidatura è legata a quest'ultimo anno e mezzo in cui c'è stato un appannamento del Pd e del suo progetto".

Clandestini

I respingimenti funzionano: Lampedusa senza clandestini di Emanuela Fontana

Una barca in mezzo al mare, una bandierina con scritto Italia. Un cuore grande e dentro una cinquantina di piccoli cuori. Solo i disegni testimoniano che qui ha abitato qualcuno. Ci sono immagini e scritte in arabo, frasi al contrario, lasciate da sdraiati. Dicono della vita e della noia di chi dormiva qui. Ora è tutto vuoto, le porte socchiuse, i letti azzurri chiusi nella plastica. Operatori, soldati, carabinieri, finanzieri, fanno la guardia a un luogo dove si piangeva, si urlava e si bruciavano i materassi ma che ora è un deserto dei Tartari davanti a un mare chiaro come il cielo appena dopo l’alba. Un mare dove gli occhi non cercano più barconi carichi di immigrati. Ecco quello che chiamavano «lager» di Lampedusa, il centro per clandestini più sovraffollato d’Italia. A febbraio, quando andò a fuoco un padiglione, erano 863. Prima chi lavorava qui correva, non dormiva la notte, rispondeva a un milione di domande. Ora, da quella frontiera immaginaria che si chiama orizzonte, si aspettano carrette che probabilmente non arriveranno più. I letti, a castello, sono dodici per camerata. Su una parete ci sono macchie rosso scuro. Accanto a un cuscino ancora una bottiglia di acqua liscia. In infermeria una chitarra poggiata su una sedia. Tutto si è fermato da quando l’Italia ha avviato la politica dei respingimenti in mare con la Libia. Un poco alla volta il centro si è svuotato. Ora il numero degli ospiti è sceso a zero. Il centro è una fortezza Bastiani dove 89 persone rimangono assunte, perché il loro posto è tutelato, ma non stanno più lavorando: sono in attesa di un’invasione che è finita, e forse lo sarà per sempre. Il ministro per le Politiche europee Andrea Ronchi, ieri in visita qui sull’isola, ne è sicuro: «Lampedusa torna la perla del turismo, questo è il risultato del lavoro del governo. L’Europa ci ha lasciati soli, ha fatto da scaricabarile sull’immigrazione, ma siamo riusciti a essere guida in Europa, abbiamo bloccato l’infame commercio di esseri umani». Si torna indietro nel tempo, a prima che iniziassero gli sbarchi, le polemiche, le rivolte: «Possiamo dire che l’isola è stata restituita alla sua comunità». Due volontarie di Save the Children lo avvicinano: anche l’immigrato clandestino dà lavoro, assegna un significato all’esistenza di molti volontari e associazioni. In un certo senso su quest’isola c’è il complesso di esser definiti razzisti, ma i lampedusani non lo sono, tutt’altro: «Gli immigrati non davano fastidio al turismo, nessun turista li vedeva mai», ti dicono quelli che non condividono le politiche del governo. Ma anche se il turista non li vedeva, qui c’era un’angoscia insidiosa: facevi il bagno e sapevi che da qualche parte, su un letto azzurro, c’era qualcuno che aspettava di tornare a casa o di scappare. Ora non c’è quel pensiero di fondo, quel sottile dubbio che in questo mare, al largo, si potesse morire in traversata. «È un’isola diversa, quest’anno ce la godiamo», confermano a Ronchi due ragazzi di Como che fanno il bagno nella spiaggia della Guitgia. Solo che bisogna ripartire da zero. Il turismo quest’anno è crollato «del 50%, le politiche dei trasporti non ci aiutano, il volo da Milano può costare anche 550 euro», mostra i suoi calcoli l’assessore al Turismo Giovanni Sparma: «Le Pelagie sono al collasso. Hanno inciso negativamente le immagini dell’incendio nel centro dello scorso febbraio, proprio nel momento in cui le famiglie si stavano organizzando per le vacanze». Ma «ancora possiamo salvare la stagione - prova a sperare il sindaco, Bernardino de Rubeis, dell’Mpa - Bisogna riportare un po’ di serenità». Ronchi ha garantito che si farà promotore di un tavolo su Lampedusa con il neoministro per il Turismo Michela Vittoria Brambilla. Alla sala operativa della guardia di Finanza lo schermo radar non segnala nessun barcone in arrivo. Un gruppo di pescatori conferma: «Siamo contenti, ma adesso ci vuole un altro passo». E Luigi Solina, pescatore per trent’anni aggiunge: «Bravo Maroni, bravo il governo, ma ora scrivetelo che non ci sono più sbarchi, sono finiti! Bisogna fare un po’ di pubblicità a quest’isola bella».

Gli ipocriti

Le prediche dei cattolici ipocriti di Luigi Amicone

Nel Vangelo di Matteo Gesù designa «farisei» e «falsi profeti» come «lupi vestiti da agnelli». Sembra proprio fare al caso nostro. Con il suo tratto tipicamente mellifluo, come di un san Paolo trascinato in catene e recluso nelle viscere di Roma in attesa di essere suppliziato dal Nerone di turno - e invece egli predica dalla prima pagina di Repubblica, simbolo di un potere ultrasecolarizzato, irreligioso e conformista – il teologo Vito Mancuso ha scomodato ieri i profeti e la lunga schiera dei «beati» cattolici-democratici, per fiancheggiare la Famiglia Cristiana di don Sciortino nella richiesta di «una netta e pubblica condanna dei comportamenti dell’attuale capo del governo per il disprezzo della morale cattolica che essi rivelano». Già, per questo tipo di cattolico, con la postura da vittima sacrificale e la realtà simbiotica al fior fiore del clero potente, superbo, curiale, che ha in Romano Prodi e Dario Franceschini i suoi preclari referenti politici, non contano i fatti di governo, contano i «comportamenti morali». Già, per costoro il sostegno all’otto per mille con cui la chiesa campa e lavora tra la gente, la difesa della scuola cattolica, il decreto per Eluana, la difesa della famiglia intesa come alleanza tra uomo e donna, non sono nulla. Per loro qualunque Costantino sarebbe stato da mandare al rogo perché, come predicava Savonarola, è la «morale cattolica» che conta. Che peccato. Chiedono la condanna di Silvio Berlusconi per il suo «disprezzo della morale cattolica». Ma siamo sicuri che il cattolicesimo insegna che un politico debba essere giudicato in base alla sua condotta rispetto alla «morale cattolica» piuttosto che per l’efficacia e bontà della sua azione di governo (anche nei confronti della Chiesa)? Non solo c’è da dubitarne, ma è totalmente fuori da ogni dottrina teologica e sociale della chiesa questa posizione che rinvia alle più classiche delle eresie, il manicheismo. In realtà la chiesa insegna, a prescindere da qualunque credo o nefandezza morale di cui si possa macchiare l’autorità politica, che «si facciano suppliche e preghiere per i re e per tutte le autorità, affinché possiamo menare una vita quieta e tranquilla con tutta pietà e onestà» (San Paolo, 1 Tim. 2, 1-2). Ma non occorre scomodare i santi, parecchi dei quali furono assassini (san Paolo), dissoluti (san Camillo de Lellis), fornicatori (sant’Agostino), per rammentare che la Chiesa, fin dagli inizi paolini (meditate Paolini, meditate), non invitò mai a sostenere Principi e Imperatori perché i loro comportamenti non erano disdicevoli rispetto alla cosiddetta «morale cattolica». La chiesa, certo, ha sempre chiamato alla conversione dei cuori. Ma «conversione», cattolicamente parlando, è il conformarsi dei cuori e, a Dio piacendo, delle conseguenti azioni umane, a Gesù Cristo, a imitazione della vita di Gesù, non alla morale. O c’è bisogno che si ricordi al chierico Mancuso (che certamente sarebbe stato tra gli astanti farisei schifati dalla pubblica moralità del Nazareno), questo Gesù che «andava con i pubblicani e siedeva con le prostitute»? È significativo che il teologo dell’agonia catto-democratica badi bene a definirsi cattolico osservante. Che ipocrisia. Quanti politici fanno a gara per mettersi sotto le ali del cattolicesimo per sostenere tutto e il contrario di tutto? Comodo essere per i Dico della Bindi, per la moralità secondo Luxuria, per l’idea di sacralità della vita secondo Beppino Englaro e poi dire, da Dario Franceschini a Romano Prodi: «Ma io sono cattolico!». Il diavolo però fa le pentole. È il coperchio che dimentica sempre. E infatti, puntuale, l’angelico Mancuso dice di avere una ispirazione profetica. Mentre basta leggere la carrellata che Mancuso fa della storia della chiesa per capire che il suo approccio è quello dell’«ateo perfetto» Eugenio Scalfari. Suppone di non sapere, il teologo sois disant «cattolico», che la visione della storia della Chiesa che egli offre - visione centrata sull’idea di un continuum di alleanza tra il Trono e l’Altare - non è una visione della chiesa. Ma la caricatura grottesca della chiesa. Quando sessant’anni orsono Pier Paolo Pasolini venne denunciato dai preti filo democristiani e venne poi espulso dal Partito comunista italiano «per indegnità morale» a causa della sua omosessualità, in una lettera a un compagno partigiano scrisse: «Non mi meraviglia la perfidia democristiana, mi meraviglia la vostra disumanità». Ecco, i cascami dell’ultimo cattolicesimo democratico riescono a compiere il miracolo che non riuscì né ai democristiani né ai comunisti. Il miracolo di unire la perfidia democristiana alla disumanità comunista.

giovedì 25 giugno 2009

Quando...

... si perde un amore, la mente vacilla, la persona diventa insicura e... da lì può cominciare il lavaggio del cervello. Qui.
Qui, problemi vari tra musulmani e convertiti italiani. Ma non lo dite a nessuno...

Sicurezza

Striscia la giustizia - Napoli, le ronde, la camorra di Mauro Mellini

Volete le “ronde”? Eccovele. A Napoli qualcuno deve aver pensato e detto così. Eccovele anche qui, mica solo a Como, a Treviso, a Milano. Ronde d.o.c., prodotto tipico partenopeo, mica semplice imitazione di quelli lassù. E se in Padania a fare le ronde ci andranno pensionati, magari ex Carabinieri e Poliziotti, gente che deve trovare il modo di passare il tempo senza malinconiche e lunghe soste sulle panchine dei giardinetti, a Napoli, dove anche i pensionati sono, spesso, dei post-disoccupati e come i disoccupati “s’hanno d’arrangià”, anche le ronde debbono essere un’occasione per “arrangiarsi”, non per passare il tempo rendendosi utili “dandose un pò da fà”. I disoccupati napoletani sono i più “attivi” del mondo. La loro disoccupazione è “organizzata”, le loro manifestazioni, clamorose e devastanti. Tra i disoccupati, in prima fila, gli ex detenuti, disoccupati in quanto tali, organizzati in quanto disoccupati, ché, altrimenti, dovrebbero anche loro cercare, magari invano, “de faticà”. Dunque le ronde. Con i disoccupati, ché quelli che “faticano” la notte devono dormire. Ed in prima fila, naturalmente, gli ex detenuti, tra tutti i disoccupati i più disoccupati (così sembra). Le “ronde” napoletane saranno fatte di componenti di non so quale cooperativa di ex detenuti. Alla loro sagacia è affidata la sicurezza dei cittadini, quella dei loro averi, delle loro case. La storia, in fondo, si ripete. Quando Francesco II di Borbone, incalzato da Garibaldi, scappò da Napoli, dove si attendeva l’arrivo dell’Eroe, che effettivamente vi giunse dopo qualche giorno con un treno speciale da Salerno, Don Liborio Romano, personaggio troppo poco noto e studiato, che tra tutti quelli di quel magico 1860, si direbbe abbia lasciato più profonda traccia di sé e fatto più duratura scuola alla futura classe dirigente dell’Italia Unita, provvide al mantenimento dell’ordine, essenziale per non provocare interventi indesiderati e per non dare esca a manovre delle potenze europee, affidandone la custodia alla camorra, nominando delegati, di P.S. i capibastone ed agenti i “guaglione ‘e malavita”. Funzionò alla perfezione. Garibaldi trovò una città ordinata e, come oggi si direbbe, “sicura”. Non so, in quell’occasione, come si comportarono le spie, tali al servizio della polizia borbonica e in procinto di passare a quello della polizia regia. A Palermo, durante e dopo le eroiche giornate delle barricate e tra le bombe spedite da Palazzo Reale e da Castellammare furono linciati parecchi “surici” topi, come venivano chiamate le spie. Mancava ancora la cultura della legalità.

Moralismi...

Una volta la Escort era una macchina della Ford, esattamente questa qui, in versione sportiva. Ultimamente di escort ce ne sono altre che, ovviamente non sono macchine. Le "escort" sono le "accompagnatrici" o anche probabilmente prostitute d'alto bordo. Ben pagate qualsiasi cosa facciano. In questo ultimo periodo, la escort più famosa d'italia si chiama Patrizia D'Addario. Pare che sia stata pagata dal premier. Pare. Così come pare che D'Alema e il suo clan ne abbiano avuta più di una. Pare. Epperò lui si incazza e decide di querelare... per diffamazione? E lì, tutti a sbraitare di un certo moralismo. Persino un pretino sbraita. Contro cosa? Io ancora non l'ho capito. Ci sono colpevoli? Le prove? Le condanne? Non ancora, allora io continuo a pensare che nessuno è colpevole fino a prova contraria.

Islam di pace

Troppo occidentale, padre la uccide. Germania, arrestato il padre omicida

Un nuovo, drammatico caso Hina, la giovane di religione islamica uccisa dal padre nel Varesotto, perché non abbastanza "ortodossa". Un turco residente a Schweinfurt (Sud della Germania) ha ucciso la figlia di 15 anni perché, ha spiegato l'uomo, la ragazza conduceva una vita troppo occidentale. Memeth Oe, 45 anni, ha ucciso la figlia Buesra durante la notte di mercoledì ed è stato arrestato nella cittadina bavarese. Buesra è stata pugnalata a morte nel sonno mentre sua sorella maggiore atterrita chiamava un'ambulanza. Ma quando i soccorsi sono arrivati la ragazza aveva perso ormai troppo sangue e non c'è stato nulla da fare. Il padre è stato fermato dagli agenti poco più tardi per strada, mentre tentava la fuga. ''Avevano stili di vita molto diversi'', ha spiegato un portavoce della polizia. ''Il padre diventava rosso dalla rabbia per le abitudini occidentali della figlia, che amava la vita e l'Hip-hop'', hanno raccontato alcune amiche della giovane al giornale Bild. Una di queste, ha spiegato che la vittima, sua sorella e sua madre erano costrette dall'uomo a indossare sempre il velo.