Quando leggo che la comunità marocchina sta piazzando, nei pressi dei laghi del Nord Italia, dei cartelli nella sua lingua per porre rimedio agli annegamenti dei nordafricani che non sono in grado di comprendere la lingua italiana, mi vengono in mentre cose distinte ma connesse.
La prima è che il fatto di non conoscere la lingua del Paese ospitante testimonia definitivamente il mancato desiderio di integrarsi e di considerare l'occidente solo una terra da depredare.
La seconda è che, pur non conoscendo alcuna lingua, un quoziente intellettivo appena sufficiente dovrebbe suggerire che, se non sai nuotare, non ti tuffi in uno specchio d'acqua la cui profondità è superiore alla tua altezza, altrimenti confermi che esistono etnie sottosviluppate ed altre maggiormente evolute.
La terza è che, quando ricevo l'accusa di essere un razzista, talvolta questa è accompagnata da una frase che suona così: "viaggia un po', così eviti di fare distinzioni razziali e comprendi meglio il mondo". Ora, indubbiamente non è importante conoscere le mie abitudini di vita, ma io viaggio abbastanza e negli ultimi anni ho visitato differenti Paesi tanto in Asia quanto in Sudamerica e questo conoscere realtà differenti, abitudini differenti, religioni differenti, non ha fatto altro che rafforzare in me le idee "razziste". Più amplio la conoscenza di palcoscenici lontani, più resta inviolata la mia convinzione che un occidente imperfetto rimanga preferibile ad una realtà involuta, incivile, incompatibile con le più semplici norme morali che un individuo dovrebbe possedere per inserirsi in un ecosistema fragile e permeabile alle invasioni barbariche. Del resto, in che modo visitare la Tunisia o il Gambia e provare le loro spezie o comprare i loro tappeti dovrebbe farmi "rinsavire" quando a dettare legge resta la statistica, sui crimini commessi dai tunisini e gambiani, che è una scienza asettica e democratica, lontana dall'idea che conoscere un luogo possa effettivamente influire sui numeri che raccontano una verità inoppugnabile e non interpretabile? Non è dato saperlo.
Il razzismo è oggi solo la preservazione delle virtù insindacabili che sono sotto costante attacco dai traditori ancor prima che dagli invasori. "Razzista", superato il mostro della dialettica, viene svuotato di significato e diviene per me una ode alla lotta al male che viaggia sulle note di un ribaltamento dei ruoli, proprio perché la dialettica effimera distrae dalla sostanza che si adegua ai tempi bui. Che io viaggi o meno, che io legga o meno, la tangibilità del mondo reale resta inamovibile esattamente come le mie convinzioni.
Giovy Novaro
