venerdì 16 ottobre 2009

Islam di pace

Vescovo del Sudan: «Sette cristiani crocifissi». La denuncia al Sinodo africano: «Attacchi e persecuzioni da parte delle milizie governative»

CITTÀ DEL VATICANO — Si parla di crocifissione dei cri­stiani, al Sinodo per l’Africa che si sta riunendo in Vatica­no. E non è una metafora: «Il 13 agosto i ribelli sono entrati nella chiesa della mia parroc­chia ed hanno preso tante per­sone in ostaggio. Mentre fug­givano nella foresta, ne han­no uccise sette: li hanno croci­fissi agli alberi». Monsignor Hiiboro Kussala è vescovo del­la diocesi di Tombura Yam­bio, nel Sud del Sudan. Il suo racconto a Radio Vaticana , la voce dolente e ferma, testimo­nia come l’odio e i massacri non siano certo finiti con l’in­criminazione del presidente Al Bashir decisa in marzo dal Tribunale internazionale del­l’Aja per crimini contro l’uma­nità, il genocidio nel Darfur. Le violenze continuano anche su un altro fronte, quello che divide «un Nord prevalente­mente arabo che ha imposto la legge coranica», il governo di Al Bashir a Khartoum, «e un Sud cristiano animista», riassume l’emittente della Santa Sede. Le elezioni politi­che, previste dagli accordi di pace del 2005, dovrebbero svolgersi entro il 2010, men­tre nel 2011 si attende il refe­rendum per l’autodetermina­zione del Sud. Appuntamenti messi in pe­ricolo dai «ripetuti attacchi contro i cristiani», violenze «perpetrate da gruppi ribelli legati a Khartoum»: non sol­tanto «stanno ricevendo aiuti dal governo del Nord», accu­sa il vescovo, ma «alcuni di lo­ro sono stati istruiti da Al Qae­da in Afghanistan: sono con­tro la Chiesa, il progetto è inti­midire i cristiani». La crocifissione dei sette parrocchiani di monsignor Kussala non è un orrore isola­to, «si verificano tanti dram­mi come questo», e d’altra parte «tutti questi gruppi han­no fucili, armi: credo ci sia la volontà di lasciare il Sud Su­dan in difficoltà perché non abbia quella pace necessaria per preparare il referendum». Quando gli si chiede se te­stimoniare il Vangelo, in Su­dan, significhi rischiare il martirio, il vescovo non ha esitazioni: «Sì. Noi viviamo proprio in questo senso, per­ché stanno uccidendo la gen­te, bruciano le loro case, le chiese: questo è martirio». An­dare in parrocchia, partecipa­re alla messa, sono cose che fanno paura: «Paura, sì: per­ché i ribelli continuano ad uc­cidere la gente. Ma noi non vogliamo morire: tutto que­sto rafforza la fede della gen­te, la gente continua a venire in chiesa». Del resto la situazione non nasce ora, spiegava al sinodo il cardinale Gabriel Zubeir Wako, arcivescovo di Khar­toum: «Il problema tra il Sud e il Nord del Sudan è vecchio quanto il Sudan stesso: una re­te di questioni complesse, dal­le disuguaglianze nello svilup­po alle disparità nelle oppor­tunità concesse dal governo centrale, cui si aggiungono le differenze etniche e religiose tra i due popoli». La stessa complessità del Darfur, raccontava la settima­na scorsa ai vescovi Rodolphe Adada, già rappresentante congiunto Onu-Unione africa­na della missione di pace: «La situazione è cambiata radical­mente rispetto al 2003-2004. Ma questo non significa asso­lutamente che il conflitto, as­sai più complicato della de­scrizione manichea comune­mente diffusa, sia concluso». E pensare che l’assemblea per l’Africa, fino al 25 ottobre, riu­nisce 244 padri sinodali «a servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace». Non è facile. Monsignor Kussala allarga le braccia: «Questo è il nostro motto. Do­po sei secoli, il cristianesimo è stato praticamente distrutto nel Nord del Sudan, e noi ne soffriamo in nome del Signo­re» . Certo, ieri i vescovi esorta­vano l’Africa a «prendere in mano il proprio destino». Ma lo stesso Benedetto XVI si ri­volgeva agli «uomini e don­ne» della Terra perché «volga­no i loro occhi all’Africa». Co­sì il vescovo di Tombura Yam­bio sospira: «Vogliamo i Buo­ni Samaritani: i nostri fratelli, i nostri amici nella comunità internazionale possono veni­re in nostro aiuto. Ma più an­cora di questo, chiediamo pre­ghiere, tante».

Gian Guido Vecchi

3 commenti:

Maria Luisa ha detto...

Qualche prete fanatico del dialogo interreligioso dovrebbe prendersi la briga di stigmatizzare queste atrocità o meglio sarebbe che partisse per andare in missione in quei luoghi.
Artemisia

Eleonora ha detto...

Bisognerebbe farlo sapere a questo pretino qui http://eleonoraemme.blogspot.com/2009/10/colpa-dellitalia.html

Ma sono sicura che avrebbe una scusa per difendere i "resistenti".

Maria Luisa ha detto...

ma certo che la troverebbe...