giovedì 22 ottobre 2009

Immigrazione

Studio dell'Unicef sui minori nelle famiglie di stranieri in 8 Paesi ricchi. Qui erano 350mila nel 2003, sono arrivati a oltre 660mila nel 2007. Italia, il popolo dei piccoli immigrati. Sono il 10% della popolazione infantile. Affrontano sfide educative maggiori e tassi di povertà più alti dei coetanei italiani. I curatori dello studio: "Le risposte politiche sono ancora inadeguate"

ROMA - Il numero dei bambini stranieri in Italia è raddoppiato negli ultimi anni. Oggi rappresentano il 10% del totale complessivo della popolazione infantile. Lo rivela il rapporto "Innocenti Insight" dell'Unicef, che presenta lo studio sulla situazione dei bambini in famiglie di immigrati in otto Paesi ricchi. Rispetto agli altri, il nostro Paese rimane ancora il fanalino di coda: nel Regno Unito i bimbi stranieri rappresentano il 16%, in Francia il 17%, nei Paesi Bassi e negli Stati Uniti d'America il 22%, in Germania il 26%, in Australia il 33% e in Svizzera il 39%.

I mutamenti demografici. Secondo i dati del censimento 2001, i bambini tra 0 e 17 anni presenti sul territorio italiano, ma nati all'estero o con almeno uno dei genitori nati all'estero, erano oltre 900mila. Di questi, oltre 500mila avevano almeno un genitore proveniente da un paese a medio o basso reddito. Complessivamente, i bambini rappresentavano il 23 per cento della popolazione immigrata. Nel 2006, circa 57mila nuovi nati in Italia avevano entrambi i genitori stranieri, oltre il 10 per cento delle nascite avvenute nel Paese quell'anno. ll numero di bambini che vivono in famiglie di immigrati è cresciuto rapidamente, raddoppiando negli ultimi 5 anni e quadruplicando nell'ultimo decennio. I bambini di nazionalità straniera erano poco più di 350mila nel 2003, ma oltre 660mila nel 2007. Una delle caratteristiche salienti è il vasto ventaglio dei paesi di origine delle famiglie, uno dei più ampi d'Europa.

Le condizioni di vita. La situazione socioeconomica e le condizioni di vita dei bambini di famiglie immigrate in Italia sono tutt'altro che omogenee. La provenienza da un paese ad alto reddito o da un paese a medio e basso reddito è un importante fattore di differenziazione, così come la regione del mondo di origine. In media, il 92 per cento dei bambini in famiglie migranti vive con entrambi i genitori. La stessa percentuale vale per i bambini in famiglie native. Tuttavia, per alcuni gruppi (ad esempio per i figli di genitori provenienti dall'Eritrea, la Somalia, la Moldavia, l'Ecuador o il Perù) la percentuale di bambini che vive in famiglie in cui il padre è assente è di oltre il 15 per cento.

Scolarizzazione e lavoro. Soltanto un quarto dei giovani tra 18 e 24 anni che vive in famiglie immigrate in Italia è impegnato in un corso di insegnamento (scuola o università), contro il 40 % dei loro coetanei italiani. I giovani che vivono nelle famiglie straniere sono più presenti nelle scuole professionali e tendono generalmente a trovarsi in una situazione di svantaggio sul mercato del lavoro. Anche i genitori provenienti da paesi di origine con flussi storici di immigrazione verso l'Italia tendono ad avere posti di lavoro meno qualificati.

"Risposte politiche inadeguate". Nelle conclusioni dello specifico studio sull'Italia, curato da Letizia Mencarini dell'università di Torino, Emiliana Baldoni dell'università di Firenze e Gianpiero Dalla Zuanna dell'università di Padova, si sottolinea che "in Italia, il numero dei bambini figli di migranti è in crescita ed è destinato ad aumentare ancora negli anni a venire in termini assoluti e come proporzione della popolazione di età 0-17. I bambini in famiglie migranti rappresentano una realtà importante, variegata, con molte potenzialità e allo stesso tempo poco conosciuta". La "diagnosi" finale è poco rassicurante. "Le risposte politiche non sono ben coordinate e non riflettono una visione o un coordinamento d'insieme".

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