mercoledì 11 febbraio 2009

La colpa? Degli italiani

I nuovi barbari sono tra noi di Fabrizio Gatti

Aggressioni. Stupri. Rappresaglie. La questione immigrazione fa esplodere paura e ostilità. E la cultura della violenza trionfa. Alle cinque del mattino, sulla provinciale 101, c'è un solo bar aperto. Il busto di Benito Mussolini osserva il viavai di clienti da uno scaffale dietro la cassa. Una foto del duce ribadisce le simpatie del proprietario che, sui 50 anni e rigorosa camicia nera, batte gli scontrini. La vetrina non espone liquori ma magliette e gadget del Ventennio. Caffè, affari e fascio littorio. Questa è la banlieue appena fuori Roma. Via dei Castelli Romani, la strada che dal mare sale alle zone industriali. Una periferia che nella cronaca di questi giorni sembra aver perso l'anima. La geografia della violenza gira intorno a questi paesi. A pochi chilometri da qui, per passatempo, una gang di italiani ha bruciato un disoccupato indiano che dormiva alla stazione di Nettuno. Più a nord una banda di romeni ha massacrato un ragazzo e violentato la sua fidanzata italiana di 21 anni nelle campagne di Guidonia. Un altro stupro a Primavalle. Le ritorsioni contro i negozi degli immigrati. Gli striscioni di solidarietà allo stupratore italiano arrestato per l'aggressione alla festa di Capodanno del Comune di Roma. Una centrifuga che in pochi giorni ha mostrato la faccia di un Paese in crisi economica e soprattutto di identità. I sintomi sono qui davanti: il busto di Mussolini e la testa rasata del barista in camicia nera, unico ritrovo aperto per i giovani operai del primo turno che salgono a lavorare nella zona industriale di Pomezia. È il Nord-est dell'Italia centrale. Fabbriche, contratti precari. E competizione al ribasso. Immigrati e locali sono obbligati a convivere. E a volte i ruoli si invertono: il capo è straniero, il sottoposto italiano. Basta mandare un curriculum per scoprire quanto sia profonda la trasformazione. Risponde una cooperativa che imballa i prodotti di una grossa industria alimentare. La caposquadra è romena, una signora minuta sulla quarantina. Lei decide i contratti e i turni di lavoro. Il colloquio dura pochi minuti: "Seicento euro al mese", dice la caposquadra: "Sei ore al giorno pagate, ma ne facciamo almeno dieci. Si comincia alle sei del mattino. Un mese di prova e tre mesi di contratto co.co.co". I suoi sottoposti sono qualche immigrato e molti ragazzi della periferia romana. Falliti a scuola, senza titolo di studio. Per raggiungere 800-900 euro al mese, quando ci sono commesse, lavorano anche 12, 13 ore al giorno. Non leggono giornali. Non ne hanno il tempo e, dicono, nemmeno i soldi. Guardano poca tv. Dormono e lavorano. Il calcio è l'unico argomento di cui parlano. Ma mai un contatto con i colleghi stranieri. Su questo hanno le idee chiare: "Se c'è lavoro per tutti bene. Altrimenti gli immigrati, clandestini o no, se ne devono andare". Simpatizzano a destra. Ma da queste parti la Lega che grida 'Roma ladrona' non può attecchire. La tolleranza zero nei loro discorsi è il mito del duce. Italiani brava gente o fascisti incalliti? Dalla celebrazione di Mussolini all'annuncio del ministro dell'Interno Roberto Maroni per il quale contro i clandestini bisogna essere "cattivi": come leggere tutto questo con quanto è avvenuto negli ultimi giorni? Bastano la xenofobia o il razzismo? "Il contesto sicuramente indirizza la violenza", osserva Anna Lisa Tota, professore associato dell'Università Roma Tre e studiosa dei processi di comunicazione e di integrazione culturale: "Il discorso mediatico così forte contro gli immigrati e anche contro le persone che vivono ai margini ha un peso molto forte nel far sì che questi eventi siano possibili". Le autorità però minimizzano l'aggressione di Nettuno escludendo il movente razzista. "Questa sorta di visione soft è molto grave. Peggiora la situazione", spiega la ricercatrice, "perché non dà nemmeno il nome al fenomeno, non lo riconosciamo nemmeno. Il problema è l'immaginario della violenza che circola. Ma può esserlo anche il modo in cui i mezzi di informazione trattano la notizia". In che senso? "La stampa aumenta la probabilità di costruire razzismo. I media finiscono con il fare cassa di risonanza e questo può avere effetti perversi. Diventa cruciale il fatto che un senzatetto sia immigrato, oppure che in un atto criminale ci sia l'appartenenza etnica". Allora come se ne esce? "Minimizzando la componente etnica: fare quello che ha fatto Tony Blair e hanno fatto gli inglesi dopo gli attentati a Londra nel 2005. Dopo l'11 settembre ci si è accorti che i media erano diventati funzionali al terrorismo. Colpita Londra, Blair chiese ai media di non pubblicare foto degli attentati per ridurre l'impatto emotivo e non scatenare ritorsioni razziste. Questo tipo di strategia può essere vincente".

Italia e Romania a confronto. Se avessero commesso il reato nel loro Paese, i quattro romeni arrestati per lo stupro di Guidonia rischierebbero da 15 a 20 anni di carcere. Il codice penale italiano punisce lo stesso delitto con una condanna da 5 a 10 anni. La rapina in Italia è invece punita con la reclusione da 3 a 10 anni. In Romania lo stesso reato prevede condanne da uno a 12 anni che salgono da 3 a 15 se si tratta di due o più rapinatori, se vengono mostrate armi, se la vittima viene immobilizzata, da 5 a 20 anni se la vittima subisce violenza, da 15 a 25 anni se l'aggressione si conclude con l'omicidio. Il rischio di pene più basse, secondo la polizia, avrebbe richiamato in Italia criminali con precedenti penali in Romania, non appena il Paese è entrato nell'Unione europea. Come successo nei casi di questi giorni, molto sfruttata è la possibilità di ottenere gli arresti domiciliari concessa dal nostro codice. Negli accordi tra i governi di Bucarest e Roma erano previsti la possibilità di far scontare ai detenuti romeni le condanne in Romania e il rimpatrio dei cittadini arrivati in Italia senza mezzi di sostentamento. Ma i provvedimenti sono rimasti sulla carta e intorno a Roma sono riapparse le baraccopoli.

0 commenti: