sabato 6 marzo 2010

La giustizia di paperopoli

Giacomo Cavalcanti era stato arrestato per un omicidio di camorra. Il Riesame : «E’ recuperato». Scrive favole per i bambini. Torna in libertà «o’ poeta». Scarcerato dopo 10 mesi, era stato condannato a 24 anni

VERONA
— Chissà, magari adesso potrebbe anche chiedere l’applicazione della legge Bacchelli, quella che prevede l'assegnazione di un vitalizio a quei cittadini che si sono distinti nel mondo della cultura, dell'arte, dello spettacolo e dello sport, ma che versano in situazioni di indigenza. Ecco, lui proprio indigente non è. Anzi. Ma visto che proprio per i giudici, a quanto pare la sua vena letteraria è tale da permettergli di non scontare una condanna per omicidio, a questo punto gli si potrebbe concedere anche il vitalizio. Nel frattempo lui, uscito da Poggioreale, è tornato nel suo appartamento in via Ca’ di Cozzi, qui a Verona. E lì che poco meno di dieci mesi fa lo arrestò la squadra mobile. Già, perchè lui, Giacomo Cavalcanti, detto «o’poeta» proprio per le sue velleità poetiche e non per le rimembranze letterarie del cognome, era stato condannato a 24 anni di carcere in primo grado per l’omicidio di Alvino Frizziero, cognato del boss del Vomero Giovanni Alfano, ammazzato in una traversa di Napoli il 27 novembre del 1985. Del resto lui, «o’poeta», nei suoi 57 anni di vita ha sempre avuto tre grandi passioni: quella per la letteratura, quella per il calcio e quella per... la camorra. «Uomo di cultura ed estremista di sinistra», veniva definito Cavalcanti nelle informative della polizia. Ma, soprattutto, uno dei personaggi di maggior rilievo della mala napoletana degli anni Ottanta. Uno dei capi del cartello di clan che andava sotto il nome di «Nuova Famiglia». Dell’omicidio di Frizziero «o’poeta» risultò essere il mandante. Perchè lui ha sempre fatto così. E tra una condanna per associazione a delinquere di stampo mafioso, per estorsione, per rapina, per ricettazione, per porto abusivo di armi da sparo o per lesioni lui il tempo lo trascorreva scrivendo in versi sui fascicoli giudiziari che lo riguardavano. Una «produzione letteraria», la sua, ovviamente imponente, se paragonata alla mole dei fascicoli. Che è sfociata, però, in un’unica pubblicazione, un libercolo dal titolo «La rondine da terra non sa volare». Per lui, non solo come autore, deve trattarsi di un capolavoro. Se non altro perchè gli ha permesso di sfangare 24 anni di carcere. Le composizioni del «poeta» devono aver impressionato anche i giudici della 12esima sezione del tribunale del Riesame di Napoli, che lo hanno scarcerato. Non c’è pericolo di fuga - del resto lui è sempre stato disponibile, nel suo appartamento in via Ca’ di Cozzi - nè il rischio di recidiva - è da quell’85 che sembra non abbia più commissionato omicidi - e ha dalla sua anche la testimonianza di un ex sacerdote impegnato nel sociale. Ma sono i versi del «poeta» a fare la differenza. I suoi avvocati, Mario D’Alessandro e Saverio Senese, hanno portato ai giudici partenopei il libro e alcune favole per bambini che Cavalcanti ha scritto. «Oggi - sostiene il Riesame - deve darsi atto che il Cavalcanti risulta ancora più inserito in un contesto sociale del tutto distante dalla sua vita antefatta». «Distante» almeno 716 chilometri, quelli che separano Napoli da Verona, dove Cavalcanti risiede da una decina di anni. Ma non è che in riva all’Adige il nostro abbia avuto esattamente un’amnesia e si sia dimenticato la «vita antefatta». Già, perchè «o’ poeta» le sue belle tribolazioni le ha avute anche qua. Nel maggio del 2004 in via Ca’ di Cozzi arrivarono i carabinieri del nucleo operativo del Comando di Napoli e della Dia, incaricati dalla direzione distrettuale antimafia di indagare sul calcio (l’altra «passione» del «poeta») e le scommesse. Qui a Verona Giacomo Cavalcanti ha cercato di crearsi una facciata rispettabile con tanto di azienda che commercializza schede telefoniche, la Gjab Card. Un castello di carte che reggeva, se non fosse arrivato a soffiargli sopra un pentito di camorra, Luigi Giuliano. Lui Cavalcanti lo conosce bene. Tanto da averlo indicato come uno degli uomini che lui stesso avrebbe utilizzato per organizzare una «sorta di guerra totale» ai clan rivali dei Giuliano. Il 7 gennaio di due anni fa Cavalcanti era nel suo appartamento in via Ca’ di Cozzi con la moglie e i tre figli, quando tre incendi hanno distrutto la cassetta della posta, il vano ascensore, e la porta di un’abitazione al quarto piano. Quella di casa sua. Quattro mesi dopo allo stesso campanello suonarono gli uomini della squadra mobile scaligera, per portare «o’poeta» in carcere. Ventiquattro anni in primo grado, era la condanna che avrebbe dovuto scontare. Neanche dieci mesi la galera che per «meriti letterari» si è fatto. E ieri, commentando la scarcerazione, c’era chi si riprometteva di tornare a studiare la terzina endecasillaba. Vedi mai che nella vita alla fine la poesia veramente può essere d’aiuto...

Angiola Petronio

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