sabato 30 maggio 2009

Tutti rifugiati... in europa

Un dossier di Legambiente. Disastri ambientali, sei milioni in fuga. Sono gli ecoprofughi, hanno come meta i Paesi europei «Per loro lo status di rifugiato». L’iniziativa dell’Onu.

La metà sarà costretta a raccoglie­re in fretta i pochi oggetti sottrat­ti alla furia del cielo e del mare, tallonata nella sua fuga da inondazioni e tempeste, cicloni e uragani. L’altra me­tà avrà più tempo per arrendersi ai de­serti che avanzano, divorando i campi e affamando le bestie, o agli oceani che si alzano, erodendo le coste e distruggen­do gli atolli. Tutti, inesorabilmente, se ne dovranno andare. Questione di settimane, mesi, forse qualche anno. Sono 6 milioni, secondo le stime elaborate da Legambiente. Un dossier, quello dedicato al riscaldamen­to globale come fattore scatenante delle migrazioni, che sarà presentato oggi a Terra Futura (www.terrafutura.it), la mostra-convegno internazionale sulla sostenibilità ambientale, economica e sociale; la sesta edizione si chiuderà do­mani alla Fortezza da Basso di Firenze. Li chiamano ecoprofughi, e sono l’ul­timo tassello in ordine di tempo che si unisce al complicato mosaico dei muta­menti climatici. Secondo l’Unhcr, l’agen­zia Onu per i rifugiati, il fenomeno è de­stinato a subire un aumento esponenzia­le: nel 2050, il mondo potrebbe ritrovar­si a gestire la migrazione forzata di 200-250 milioni di persone da terre ina­ridite o completamente sott’acqua, de­vastate dal surriscaldamento o dalla de­forestazione. È per questo che Legam­biente ha scelto di lanciare, proprio a Fi­renze, la proposta per il riconoscimento di uno status giuridico ai profughi am­bientali. E non è un caso, forse, che que­sto avvenga in una Regione che si appre­sta a introdurre — secondo il presiden­te del Consiglio toscano Riccardo Nenci­ni, «l’assemblea la varerà lunedì» — la «sua» legge sull’immigrazione, in aper­ta sfida al ddl sulla sicurezza e alla linea politica del governo. Così come non può essere una coincidenza che proprio nei prossimi giorni — come scriveva ie­ri il New York Times — l’Assemblea ge­nerale delle Nazioni Unite si prepari ad adottare la prima risoluzione che colle­ghi ufficialmente il cambiamento del cli­ma al mantenimento della pace e della sicurezza internazionali. Sono 18 milioni le persone che ogni anno, nel mondo, vengono colpite da di­sastri naturali; la quasi totalità (98%) si concentra nei Paesi in via di sviluppo. Basta un grande fiume che, gonfiato da un monsone anomalo, esca dal suo al­veo per distruggere case, campi, fonti di sostentamento di intere nazioni. Le piogge torrenziali che hanno flagellato la Namibia dal gennaio di quest’anno so­no le dirette responsabili dell’esodo for­zato di 350.000 contadini e allevatori: il 50% delle strade sono danneggiate, a ri­schio il 63% dei raccolti. Tra il 1997 e il 2020, nella sola Africa subsahariana le stime parlano di 60 milioni di migranti per la desertificazione. «Ma il problema è anche l’Italia che, negli ultimi 20 anni, ha visto il 27% del territorio — Basilicata, Calabria, Puglia, Sicilia... — inaridirsi fino al punto limi­te, con il 10% della Sardegna già deserti­ficato». Maurizio Gubbiotti, coordinato­re della segreteria nazionale di Legam­biente, traccia un quadro italiano che è l’esatto rispecchiamento di un dramma mondiale. «Kyoto ci chiedeva di ridurre del 6,5% le emissioni; noi le abbiamo au­mentate del 13, a livello globale sono cresciute del 37%. Gli scienziati dicono che siamo vicini al punto di non ritor­no, quando il pianeta non avrà più capa­cità di adattamento». Nessuno, dunque, può ritirarsi dalla partita. «Le crisi ambientali sono ovunque, quasi tutte provocate dall’uomo. E se fi­no a qualche anno fa il grosso dei rifu­giati scappava dalle persecuzioni, dai conflitti, da due anni in qua il numero dei profughi ambientali ha superato quello dei profughi di guerra — fa il punto Gubbiotti —. All’inizio è un pas­saggio interno, o tra Paesi confinanti; poi diventa la fuga verso Paesi che pos­sono dare più fortuna». «Sappiamo benissimo che d’ora in poi ci saranno sempre più rifugiati — commenta l’economista americana Su­san George, presidente del Transnatio­nal Institute di Amsterdam —. Per un semplice motivo: anche volendo, non saranno in grado di restare dove sono. Prendiamo l’Africa, dove l’agricoltura ha già subito un tracollo pari al 60%, do­ve tutto ciò che è asciutto diventerà an­cora più secco e tutto ciò che è bagnato diventerà fradicio... Le condizioni di vi­ta saranno insostenibili». Gli eco-profughi bussano alle nostre frontiere, «ed è necessario — afferma Gubbiotti — che la politica generale non sia più soltanto il negoziato per ri­durre le emissioni di gas inquinanti, ma anche, appunto, la ridefinizione dello status di rifugiati». La proposta può sembrare una provo­cazione, ma ha i piedi ben piantati sulla terra; già il 31 ottobre scorso, un docu­mento di lavoro dell’Iasc, il comitato in­ter- agenzia per il coordinamento uma­nitario Onu, aveva sottolineato come «né la Convenzione sui cambi climatici né il Protocollo di Kyoto includano mi­sure per l’assistenza o la protezione di coloro che saranno direttamente colpiti dagli effetti dei mutamenti nel clima»; e i criteri della Convenzione sullo status dei rifugiati, adottata nel 1951, non paio­no abbastanza flessibili per gestire le nuove emergenze. Pochi giorni fa, l’Or­ganizzazione mondiale per le migrazio­ni ha diffuso un rapporto in cui si rico­nosce che «i migranti per ragioni am­bientali non cadono direttamente in nessuna delle categorie offerte dal qua­dro giuridico internazionale». E se è ve­ro, ammette Gubbiotti, che «la proposta può sembrare improbabile dal punto di vista della praticabilità», lo è altrettanto che «sul fronte Onu sono già stati fatti passi avanti. E potremmo arrivare a dei risultati concreti». Nel frattempo, in assenza di una gri­glia giuridica «aggiornata», è necessa­rio agire. Per spezzare questo circolo perverso, che intreccia indissolubilmen­te crisi ambientale e crisi sociale. «E la mia proposta — interloquisce la George — è relativamente semplice: l’Europa cancelli subito il debito ai Paesi più po­veri. Iniziando dall’Africa subsahariana, che continua a pagare una somma pari a 19 miliardi all’anno. A una condizio­ne: che quel denaro venga investito in riforestazione, conservazione delle riser­ve idriche, sviluppo di programmi a tu­tela della biodiversità». Con un monito­raggio costante, «perché è inutile far fin­ta che la corruzione non sia un proble­ma»; ma anche in stretta collaborazione «con associazioni ed esperti locali, met­tendo a disposizione un patrimonio di conoscenze tutto europeo — nella sil­vicoltura, nell’agricoltura sostenibi­le...». E poi, dopo l’Africa, «gli altri Paesi più colpiti dall’emergenza ambientale: solo per le deforestazioni, Indonesia, Brasile, Paraguay... il modello, una volta perfezionato, potrebbe essere esportato ovunque».

Gabriela Jacomella

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