sabato 11 febbraio 2012

Viscidi leccaculismi


Roma - «Troppa enfasi sul viaggio di Monti. Maggiore sobrietà anche nei commenti». Ferruccio De Bortoli su Twitter scatta una fotografia sullo stato delle cronache montiane dagli Usa. Bacchetta il tuffo sincronizzato della grande stampa italiana nel mare delle iperboli. E invita tutti a darsi una regolata e a riporre le trombe per recuperare un minimo di distacco professionale.

In effetti, scorrendo la rassegna stampa sulla missione del nostro presidente del Consiglio, non si può certo dire che i quotidiani facciano economia di superlativi. Non che sia una novità. «Meno male che Monti c’è» è una hit consolidata. Questa volta, però, titolisti e commentatori sfidano loro stessi. E rilanciano. Su Repubblica c’è un ritratto firmato da Vittorio Zucconi sul «Professore che piace all’America». Un articolo da cui apprendiamo che «un premier italiano così a Washington non l’avevano mai visto. Un leader senza corte, un presidente senza partito, un esperto che parla poco ma almeno sa di cosa parla. Un enigma avvolto in un mistero, questo Monti l’Americano, “the man in loden”». Il tutto corredato un classico, gustoso aneddoto: «Ma siete sicuri che Monti sia italiano? È arrivato a chiedere un giornalista locale». In prima pagina spicca anche un retroscena nel quale viene accreditato Barack Obama di un virgolettato di questo tenore: «Mario, il lavoro che stai facendo in Italia è eccezionale. Mi è piaciuta la tua partenza a razzo, hai tutto il mio sostegno».

Il titolo interno del pezzo è attestato sulla stessa tonalità sferzante: «Barack scopre SuperMario. Roma una diga per l’euro, aiuterà la ripresa americana». Più discreto il Corriere della Sera che comunque si concede un ottimo: «E Nonno Mario sconfigge gli stereotipi». E titola pagina due con un eloquente: «Obama rinnova la fiducia a Monti. Porterà l’Italia fuori dalla tempesta». La Stampa apre con un sobrio (e fedele alle parole del presidente Usa) «La crescita imperativo comune». Illude, però, con un editoriale che, al primo impatto, ci regala brividi di grandeur, lasciando immaginare l’economia più grande del pianeta improvvisamente legata ai destini italici. «Perché Barack ha bisogno di noi». Ci pensa, però, il Messaggero a riportarci alla realtà. «Ci piace sempre credere che l’Italia sia un interlocutore particolarmente importante per gli Stati Uniti. Che la nostra relazione contenga qualcosa di speciale e unico, in una retorica stucchevole per la nostra presunta abilità diplomatica. Così ovviamente non è anche se certi miti e il velleitarismo sono duri a morire». Un brusco ritorno alla realtà che forse solo i titoli dei quotidiani di oggi potranno far dimenticare. Il premier, ieri, per la seconda giornata negli States, ha fatto tappa nella sede del New York Times. Il premier «senza corte» era accompagnato da una trentina di persone, tra cui il ministro degli Esteri Giulio Terzi. A seguire una visita alla sede di Bloomberg, per un faccia a faccia col finanziere George Soros, poi una serie di appuntamenti a Wall Street insieme anche al vice ministro dell’Economia Vittorio Grilli.

Appuntamenti strategici per cercare di convincere i mercati americani della bontà delle misure del governo italiano. «Penso di sì» ha risposto a chi gli chiedeva se avesse convinto gli investitori americani. «Ma non lo dicono - ha precisato sorridendo - seduta stante. C’è molto interesse per l’Italia e il mercato italiano una volta che l’economia si consoliderà, ma già oggi c’è questo interesse». Quindi un’iniezione di fiducia: «Il mercato è già tornato a investire nei Btp. A giudicare dall’andamento del mercato qualcuno deve aver già investito e penso che l’opinione che i mercati, così come gli altri governi si stanno formando sulla serietà con cui l’Italia sta affrontando i problemi, non possa che far aumentare l’atteggiamento positivo verso tutto ciò che è italiano compresi i titoli di Stato». Al rullare di tamburi della stampa nostrana, si uniscono anche le campane politiche che suonano a festa. Pier Ferdinando Casini, ad esempio, saluta una Italia «tornata in due mesi fondamentale in Europa e nel rapporto con gli Stati Uniti». Una vera rivoluzione. Eppure nel giugno 2009 un altro leader italiano venne accolto alla Casa Bianca. «Great to see you, my friend!» (è bello vederti, amico mio), il saluto riservato da Barack Obama al premier in questione, poggiandogli entrambe le mani sulle spalle. «Oltre al fatto che a me il premier italiano piace personalmente - proseguì Obama - anche i nostri popoli si amano e hanno profondi legami e profonda comunità di valori». Il leader in questione? Silvio Berlusconi.

2 commenti:

samuela ha detto...

Da leggere i commenti sotto per disperare ulteriormente della razza italica da riporto:

http://www.giornalettismo.com/archives/199257/vittorio-zucconi/

Obama civile, pensa se fosse un militare!

Comunque anche Hitler disprezzava i tedeschi.Per dire.

Eleonora ha detto...

Allucinanti i commenti. Specie il tizio che dice che nonno mario sta facendo tantissimo...