venerdì 3 dicembre 2010

Il partito islamico


Milano - Folklore elettorale o primo embrione italiano dei Fratelli musulmani: questo lo si vedrà nei prossimi mesi. Di certo si sa che la prima uscita della lista degli stranieri ha riscosso una selva di fischi, da sinistra a destra. Ricapitoliamo: l’annuncio mesi fa era sembrato una boutade, ora si sa che, per non farsi mancare nulla, alle elezioni comunali i milanesi dovranno sperimentare anche la lista degli immigrati. Si chiama «Milano nuova», e l’ha presentata ieri il leader islamico della discussa comunità musulmana di viale Jenner, Abdel Hamid Shaari. La lista fondata dal direttore dell’Istituto culturale islamico si dichiara laica e aperta agli italiani, ma fin dal «programma politico» abbozzato ieri dallo stesso Shaari il tentativo è quello di far leva sui «nuovi italiani». Con l’obiettivo, annunciato dall’imam milanese, di creare una forza politica che parta da Milano per poi presentarsi in tutto il Paese. Alla conferenza stampa di ieri sono intervenuti candidati di nazionalità italiana, peruviana, senegalese, siriana, romena ed eritrea.

Ma quanti sono i potenziali «iscritti» del partito degli immigrati. Shaari spara numeri con un mucchio di zeri, sono quelli degli immigrati residenti a Milano e in Italia: 210mila compaiono - riferisce lui - nell’anagrafe di Palazzo Marino. E 5 milioni sono immigrati in Italia. Purtroppo per Shaari, e per alcuni politici italiani, c’è un dettaglio: la legge italiana che (ancora) non riconosce il diritto di voto ai non italiani - neanche alle Amministrative. Quanti sono dunque i potenziali elettori? Secondo il vicesindaco Riccardo De Corato la capacità di attrazione di Shaari la si può misurare sulla partecipazione dei musulmani alle preghiere islamiche: «Se i musulmani votano come partecipano al Ramadan - spiega de Corato - la lista degli stranieri di Shaari non catalizzerà che una manciata di preferenze, nella migliore delle ipotesi pertanto il partito di Shaari varrebbe lo 0,3%». Gli stranieri naturalizzati a Milano sono 15mila.

Al di là dei numeri, l’accoglienza della lista-Shaari è stata a dir poco scoraggiante. Ovviamente la Lega ha bocciato l’iniziativa, con parole pesanti. «È uno sfregio per Milano e per i tanti immigrati onesti che nella nostra città lavorano - ha detto il segretario provinciale del Carroccio, Igor Iezzi - Non permetteremo che nelle istituzioni milanesi siano presenti personaggi vicini al terrorismo internazionale. Visto che Shaari ha più volte dimostrato la mancanza di volontà nel prendere le distanze dal terrorismo nella gestione del suo centro islamico siamo preoccupatissimi e chiediamo che tutte le istituzioni e le associazioni per i diritti civili vigilino affinché in Consiglio comunale non entrino kamikaze». «Una vergogna» ha rincarato Matteo Salvini. Il Pdl con l’europarlamentare Carlo Fidanza liquida il tutto come «una clamorosa patacca mediatica». Ma anche dal Pd la bocciatura è netta: «La lista proposta da Shaari - riflette Roberto Caputo - malgrado il suo tentativo di definirla laica e di riempirla di candidati non solo islamici, è pericolosa perché divide i cittadini. Non può certo aiutare l’integrazione e la solidarietà una lista etnica con forti connotazioni religiose e islamiche».

Il partito islamico sarà il ghetto di Milano di Livio Caputo

Già nel nome che Abdel Hamid Shaari, direttore del molto chiac­chierato Centro islamico di viale Jenner, ha scelto per la lista con cui si è presentato ieri a candida­to sindaco - «Milano nuova» - c’è qualcosa di inquietante. L’archi­tetto di origine libica, cittadino italiano da molti anni e perciò ti­tolare di tutti i diritti politici, pensa evidentemente a quel 2055 in cui, secondo una attendibile proie­zione basata sugli attuali flussi migratori, nella nostra città gli abitanti di origine stra­niera supereranno gli italiani. Sembra un giorno ancora lontano, un pro­blema per i nostri nipoti; ma il fatto che Shaari ritenga utile che la minoranza di im­m­igrati abilitati a votare faccia blocco fin da ora ed entri nell’agone politico la dice lunga su quel che potrà succedere se e quando ­come chiedono a gran voce Fini e la sinistra - tutti i 210mila attualmente iscritti all’ana­grafe, più i nuovi che arrivano ogni giorno, potranno partecipare alle elezioni ammini­­strative: lungi dall’integrarsi e dall’entrare a far parte delle strutture politiche esistenti come prevedono le anime belle, lungi dal diventare milanesi a tutti gli effetti, si pro­pongono di diventare una specie di enclave con i propri referenti, che badino principal­mente ai loro interessi.

La discesa in campo di una lista civica che ha come candidato sindaco un musulma­no e cerca di trovare un minimo comune denominatore tra le esigenze delle principa­li comunità straniere presenti costituisce dunque uno spartiacque nella vita politica della città. Anche se nelle liste dei candidati di «Milano nuova» al Consiglio comunale ci sarà qualche italiano (certamente di sini­stra, o magari vicino alla Curia) a fare da fo­glia di fico, l’unico scopo di Shaari è quello di raccogliere abbastanza voti per funziona­re da gruppo di pressione. Nel presentare la sua candidatura, ha precisato che, al primo turno, non intende apparentarsi né con la destra, né con la sinistra, e che deciderà da che parte schierarsi solo per l’eventuale bal­lottaggio. Dal suo punto di vista si tratta di una tattica intelligente, perché solo in que­sto modo potrà far pesare davvero le sue ri­vendicazioni. Ma da che parte stia lo ha fat­to capire chiaramente quando, dopo avere parlato di solidarietà e multiculturalità, ha detto di «volere rilanciare i valori di acco­glienza, legalità e giustizia che sono propri delle tradizioni di Milano ma che da vent’anni sono stati traditi»: dal momento che la città è governata dal centrodestra da 18, non è difficile indovinare chi, secondo il signor Shaari, siano i cattivi. Un’altra assicurazione che lascia perples­si è che «Milano nuova» sarà una lista laica e non islamica e che non intende inserire nel programma la costruzione di una moschea «per non mettere troppa carne al fuoco». Aspirando a riunire sotto le sue bandiere tut­te le comunità straniere, non poteva fare al­trimenti, e tra i suoi candidati figureranno senz’altro uomini e donne delle più varie et­nie. Ma, come più eminente rappresentan­te della comunità islamica, è difficile im­maginare che non privilegi gli interessi e le esigenze dei suoi correligionari, e la scel­ta per la presentazione della candidatura del Teatro Ciak, dove da due anni si cele­bra il Ramadan, è di per sé un indizio elo­quente. Comunque, Shaari non può non sapere quanto sarà arduo mettere d’accor­do filippini e sudamericani cattolici, rome­ni e ucraini ortodossi, marocchini, egizia­ni, senegalesi, eritrei, tunisini e somali mu­sulmani, cingalesi buddisti e albanesi (più o meno) atei, e che perciò dovrà ap­poggiarsi su un «nucleo duro». Molti milanesi «politicamente corretti» considerano probabilmente la discesa in campo di Shaari un fatto positivo. Noi non siamo di questo parere; e ne traiamo spun­to per augurarci ancora una volta che non si arrivi a un ballottaggio che gli darebbe subito un grosso potere contrattuale.

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