giovedì 20 giugno 2013

Decreto del (non) fare...

Decreto del fare ancora da fare di Davide Giacalone

Il decreto del fare è ancora da fare. La sera di sabato scorso, conclusa la riunione del Consiglio dei ministri, è stato diramato un comunicato stampa con il riassunto dei contenuti del decreto. Si sono anticipati anche i contenuti di due disegni di legge, uno dei quali è stato esaminato, però, ieri (ne riparliamo fra un anno). Su quei contenuti s’è aperto un ampio dibattito, però manca ancora l’articolato. La prassi di approvare dei decreti, salvo sistemarli dopo il Consiglio non è bella, ma neanche nuova. E’ cattiva condotta, ma diffusa. Diciamo che non ci sarebbe stato scandalo se il decreto avesse preso corpo lunedì. Gliecché siamo a giovedì.

Un Colle occhiuto e severo, già solo per questo, avrebbe ragioni per prendere il testo e rimandarlo indietro, suggerendo la più attenta lettura di due commi dell’articolo 77 della Costituzione: il secondo stabilisce che il decreto legge può essere adottato dal “governo”, non dal suo ufficio legislativo, sicché il testo deve essere approvato dal Consiglio, non scritto dopo la sua riunione, e che, comunque, quel testo deve “il giorno stesso” essere presentato alle Camere. Formalmente la cosa si risolve: dato che il testo non c’è, dato che non è stato pubblicato, è segno che il decreto non esiste, ma quando esisterà lo si presenterà prontamente al Parlamento. Sostanzialmente non si risolve un bel nulla, perché se una misura è necessaria e urgente poi non si può temporeggiare e, in ogni caso, avendo immediato effetto di legge, ed avendolo dettagliatamente descritto sabato, qui si crea una settimana di limbo. Sicuramente non coerente con il dettato costituzionale. Il testo è fermo al Quirinale? Mancano notizie ufficiali. Se così fosse ne deriverebbe che al Colle hanno dei dubbi (fondati). Ma non potendo chiedere modifiche, che sarebbero uno sfregio alla Costituzione e alla sovranità parlamentare, che stanno facendo? Lo rispediscano al Consiglio dei ministri. Ma c’è anche il terzo comma, che prevede una validità massima di 60 giorni, trascorsi inutilmente i quali il decreto perde valore fin dall’inizio. Come non fosse mai esistito (ma è esistito e quel che è stato non può essere rimediato). Mettiamo che lo presentino oggi, 20 giugno, i 60 giorni scadrebbero il 20 agosto. Che fanno, passano il ferragosto a convertire? Non me ne commuoverei punto, ma non ci credo. Potrebbero provare a sbrigarsi prima, ma sono pur sempre 80 articoli, alcuni dei quali lunghi delle pagine. Basta che un paio di parlamentari si mettano in testa di discuterli e ti saluto termini. E, del resto, il costituente non immaginava i decreti fossero scritti in quel modo. Vabbe’, risolveranno mettendo la fiducia e tagliando il dibattito. Ma la fiducia va messa articolo per articolo, che si fa: la mettono 80 volte, per due Camere, che fanno 160, o fanno un bel maxiemendamento con un articolo di centro pagine? Questo a voler tacere sulla coerenza interna del testo e della sua univocità tematica. Napolitano lanciò alti moniti, a tal proposito. Tanto alti che si persero.

Fin qui senza entrare nel merito, perché altrimenti si scopre che la gran parte di quei contenuti poteva essere sbrigata con dei decreti ministeriali, facili e veloci, altra parte appartiene al mondo del già fatto (dal wi-fi ai risarcimenti per inadempienze della pubblica amministrazione), alcuni capitoli dovranno ancora essere scritti (come quello dei minuscoli sgravi nella bolletta energetica), mentre in qualche caso si cammina sul terreno minato, essendo materia già bocciata dalla Corte costituzionale (come per la mediazione obbligatoria prima del processo civile). Un giungla, che il decreto non solo non disbosca, ma rende ancora più fitta. Talché il decreto del fare non solo è ancora da fare, ma si dovrà poi rifare. Il tutto adottando una tecnica legislativa che umilia la decisione politica, consegna il potere normativo ai magistrati che scrivono i testi al posto dei governanti (a proposito: vedo che nessuno intende dare ascolto a Roberto Giachetti, circa il rispetto della norma sui comandi ad altro incarico dei magistrati), salvo poi creare meccanismi così complessi e illeggibili che finiscono con il consegnare il potere di governo ai magistrati giudicanti, chiamati a dirimere le innumerevoli cause che ne derivano. Criticare è facile, stando davanti allo schermo di un computer e con il testo della Costituzione a portata di mano. Me ne rendo conto. Ma è piuttosto fastidioso che taluno pretenda d’essere applaudito per avere chiamato decreto del fare un testo che ricalca un metodo e una dottrina da abbandonare.

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