martedì 15 gennaio 2013

La cina è vicina... più o meno come l'arabia


Nella scorsa settimana, i servizi segreti hanno presentato un rapporto al governo nel quale lanciano un allarme: i cinesi si stanno comprando l’Italia. Hanno messo gli occhi sull’enorme area dismessa della Falck di Sesto San Giovanni, dove pensano addirittura di aprire una filiale della Bank of China; fanno man bassa azionaria nel settore della automazione industriale, della nautica da diporto, delle tecnologie ambientali, ecc. I brevetti sono a rischio, la posizione concorrenziale dell’Italia pure. Infine –suprema infamia!- nell’anno prossimo, sbarcherà in Italia la temibile Dagong, l’agenzia di rating cinese, per valutare la fattibilità degli investimenti in Italia! Orrore! Scusate ma dove è il problema? Con gli accordi di Marrakesh (1993) abbiamo sancito, in omaggio ai sacri principi liberisti, la libera circolazione dei capitali a livello mondiale senza alcuna barriera protettiva statale. E allora? Dovevate sapere che tutto questo avrebbe comportato anche problemi di sicurezza.

“Ma questi sono cinesi!” E allora, cosa c’è che non va? Il colore giallo? Che differenza farebbe se gli acquirenti fossero americani, francesi, tedeschi? “Ma americani, francesi e tedeschi sono alleati e questi no” A parte il fatto che le agenzie di rating americane (Jp Morgan e Moody’s) o franco-americane (Fitch) non si comportano granché da alleate, queste sono valutazioni di ordine politico che non dovrebbero influenzare le decisioni di mercato. O vi siete dimenticati di quello che ci avere insegnato sulla perfezione del mercato? “Ma americani, inglesi e francesi si muovono attraverso imprenditori privati, mentre dietro gli investitori cinesi si intravede l’ombra del loro Fondo Sovrano, il braccio armato del governo che userà le acquisizioni non per scopi economici, bensì politici”. Appunto: quando avete fatto festa per l’avvento del libero mercato globale dovevate sapere che avrebbe potuto verificarsi anche un rischio del genere. Peraltro, solo un anno fa pregavamo in ginocchio Wen Jabao di far comprare i titoli di debito pubblico italiani da parte del fondo sovrano cinese. Ed allora? I bond si e le aree dismesse e le industrie no? Diciamocela francamente: possiamo sospettare che qualcuno stia cercando di fare un favore a qualche amichetto? Mi spiego meglio: l’Italia si sta apprestando ad un piano di dismissioni che va dalle aree demaniali ai gioielli di famiglia come Eni, Alitalia, Finmeccanica ecce cc. Personalmente sono ostile a questo piano per ragioni che ho spiegato altrove, comunque, se asta di beni pubblici ci deve essere, meglio che ci siano più concorrenti possibili e che ci siano quelli che fanno le offerte più alte. I cinesi, oggi, sono indubbiamente i concorrenti più “liquidi” ed è prevedibile che la loro presenza sul mercato faccia salire il valore delle offerte. Dovremmo esserne contenti, vero? Ma questo potrebbe anche dispiacere a chi vuol partecipare all’asta, ma risparmiando. Ed allora un allarme del genere giunge davvero a proposito. Un Grande ci ha insegnato che “a pensar male si fa peccato, ma ci si indovina”. E noi siamo tanto peccatori!

Suona il Da-Gong su Romano Prodi al colle?

Allarme rosso! I servizi segreti italiani hanno tirato giù dal letto il presidente del Consiglio Mario Monti e già che c'era - no anche il presidente del Copasir, Massimo D'Alema. Non c'è tempo da perdere, perché proprio mentre i politici italiani si baloccano con le elezioni, il nemico è pronto ad approfittarne e sta per infiltrarsi nella Regione più ricca del paese e con furbizia da lì si cuccherà una ad una le più belle aziende italiane, mettendo ko l'economia nazionale. E chi è il nemico, la spia di segreti industriali intercettata dai valorosi 007 italiani? Un tipo da fare andare per traverso colazione, pranzo e cena sia a Monti che a D'Alema: Romano Prodi. Vero che nell'ultima relazione riservata dei servizi a governo e Copasir che lancia l'allarme sulla calata della finanza cinese in Italia il nome dell'ex premier italiano non viene mai fatto. Ma anche i bambini capiscono che a lui ci si riferisce quando nella relazione riservata i servizi italiani si inquietano per la prossima apertura a Milano della sede della «agenzia di rating cinese Dagong - global credit rating - arma strumentale per Pechino per la ricerca e valutazione di fattibilità degli investimenti in Italia».

Nel settembre 2011 Prodi apparve infatti con il suo faccione sulla prima pagina del China Daily, che rivelò proprio il suo contratto di consulenza con l'agenzia di rating cinese Dagong, di cui l'ex premier italiano era diventato «punto di riferimento per la strategia di crescita internazionale». Grazie a Prodi la Dagong voleva lanciare l'attacco alle tre sorelle del rating, tutte americane: Moody's, Fitch e S&P. Il fondatore dell'Ulivo che oggi alcuni ex compagni vorrebbero anche candidare alla presidenza della Repubblica è uno dei leader occidentali più gradito al regime di Pechino, tanto da essere stato invitato a tenere corsi alla scuola del Partito comunista cinese. Pochi mesi dopo quel matrimonio la Dagong fece il suo primo scoop, il 9 dicembre 2011 quando il governo Monti si era insediato da un mese: abbassò il rating del debito italiano come giudizio sulla manovra salva-Italia del governo tecnico. Bisogna ammettere che ci azzeccò, ma qualcuno con malizia vide in quel gesto proprio lo zampino di Prodi. È evidente che oggi l'avventura italiana della Dagong che preoccupa tanto gli 007 non può prescindere dai consigli offerti dal superconsulente, che certo è in grado di suggerire quali bocconi prelibati (dal punto di vista industriale) portare via a buon prezzo. Per questo fa ancora più sensazione l'allarme che i servizi italiani hanno lanciato su Prodi e i suoi amici a Monti e D'Alema.

Secondo il rapporto le prime mire dei capitali cinesi sarebbero immobiliari, tanto che già qualcosa si starebbe muovendo intorno alle aree Falck. Sarebbe questo il motivo dell'apertura di una filiale della Bank of China a Sesto San Giovanni. Probabile che gli stessi capitali abbiano qualche mira anche sul business e sugli appalti legati ad Expo 2015. Ma non ci si limiterà a quello. Il rapporto investigativo - il cui contenuto è stato rivelato ieri dal quotidiano Repubblica (che si è dimenticato però del legame Prodi-Dagong) sostiene che i cinesi hanno intenzione di acquistare a man bassa nei «segmenti di lusso dell'automazione industriale, dei beni strumentali e delle tecnologie ambientali». E che qualcosa hanno già portato a casa, come dimostra l'acquisizione avvenuta nel gennaio 2012 per 374 milioni di euro del 75% del gruppo Ferretti (yacht di lusso) da parte della Shandon Heavy Industry, che poi avrebbe già delocalizzato parte delle produzioni. L'allarme è serio, il pericolo Prodi per l'economia nazionale già sperimentato da milioni di italiani fra il 2006 e il 2008, l'unico biennio orribile prima dell'anno di Monti. Resta da capire se questa sia davvero materia per rapporti dei servizi, che spesso incollano ritagli di stampa per costruirli. Forse il caso è più adatto alla scrivania di Passera che a quella di D'Alema. Ma se non abbiamo altri pericoli per la Nazione, questo ci passano i servizi e bisogna accontentarsene.

Franco Bechis

2 commenti:

samuela ha detto...

Sì ma il tono derisorio nei confronti dei pochi Italiani che non vogliono finire completamente colonizzati è sconfortante. L'ho letto prima di cena e mi è passato l'appetito. Guardassero cosa è Pechino in questi giorni, inquinamento tale da non esserci strumenti per misurarlo. Probabile risultato di esperimenti militari. Che poi faranno direttamente qui, come non bastasse il forno a microonde degli yankees in Sicilia e tanto altro. Solo un idiota può pensare che essere colonizzai è bello. Un idiota o un connivente.

Eleonora ha detto...

Appunto. Certe notizie fanno venire altro che mal di stomaco. Qui siamo tra almeno tre fuochi, uno peggio dell'altro; gli americani, gli arabi e i cinesi. Senza poi parlare della orrida ue.