mercoledì 16 novembre 2011
Un governo che nessuno ha votato (2)
Pd, Udc e Fli esultano per il nuovo esecutivo di Raffaello Binelli
L'opposizione al governo Berlusconi - Pd, Udc e Fli in primis - esulta già per la nuova squadra di governo appena varata da Mario Monti. I commenti sono entusiastici. "È un grande risultato essere riusciti a varare un governo autorevole, una grande squadra di servitori dello Stato che può davvero salvare questo paese", dice il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa. E subito dopo esprime "grande apprezzamento per il lavoro di Napolitano e di Monti". Dario Franceschini, capogruppo del Pd alla Camera, a stento trattiene l'entusiasmo: "Mi pare che per i modi, i tempi e la qualità delle persone fosse impensabile immaginare di meglio". Mentre Livia Turco tesse le lodi per l'alto livello dell'esecutivo: "E' un governo di alto profilo tecnico, ricco di competenze, che mette con coraggio donne in ruoli chiave. E' apprezzabile la scelta di mantenere il ministero della Sanità e di affidarlo a persona esperta. Così come importante aver indicato al Lavoro e politiche sociali una donna come la professoressa Fornero". La Turco poi sottolinea, con malizia, l'importanza della nomina di Riccardi al ministero della Cooperazione e all'Integrazione. Un vero e proprio segnale di avvertimento alla Lega. Per promuovere a pieni voti la nuova compagine di governo, Italo Bocchino, vicepresidente del Fli, usa come metafora il voto delle agenzie di rating: "Siamo di fronte a un governo di ricostruzione nazionale a cui va riconosciuta la tripla A per competenza e professionalità. Adesso spetta a tutti i partiti politici sostenere questo esecutivo senza se e senza ma, affinché da qui al 2013 si possano fare le riforme di cui necessita il Paese". Parla addirittura di svolta storica per le riforme Benedetto Della Vedova (Fli): "Saluto con soddisfazione la nascita del Governo Monti. Da tempo penso e affermo che è necessario un cambio di clima politico per risalire la china. A maggior ragione questo potrà avvenire con un governo ad ampio sostegno parlamentare. Bisogna ora dare sostegno a Monti per il governo del Paese. Mi auguro che centro destra e centro sinistra capiscano che questo è un momento storico per realizzare riforme". L'unica forza dell'opposizione che non si unisce al carro del vincitore è l'Italia dei valori, che sostiene il governo pur restando fuori dalla maggioranza: "Daremo il nostro contributo - dice Antonio Di Pietro - con un voto di fiducia affinché" il governo Monti, caratterizzato da "discontinuità e professionalità", "inizi il suo lavoro". "Ma poi valuteremo provvedimento per provvedimento. E non faremo parte di maggioranze politiche". La radicale Emma Bonino getta acqua sul fuoco dell'entusiasmo che divampa a sinistra: "Monti come presidente del Consiglio è la persona più appropriata". Salvo poi aggiungere che, vista la difficoltà della situazione complessiva, "la luna di miele finirà presto"... E se non fossero amici Monti, a quest'ora, farebbe già gli scongiuri.
Appoggia ma con riserva. Apre ma lancia l'avvertimento. E' il solito Antonio Di Pietro che, letta la lista dei componenti del neo governo guidato da Mario Monti, ha fatto sapere che all'interno dell'esecutivo ci numerosi ministri che potrebbero avere conflitti d’interesse con la loro azione. Proprio per questo il leader dell'Italia dei Valori ha fatto sapere che vigilerà, "pur non volendo criminalizzarli a priori". In una conferenza stampa a Montecitorio, Di Pietro ha riconosciuto "la qualità e professionalità" della squadra di governo ma ha sottolineato che all'interno del governo non sono "rappresentate le fasce sociali più deboli". "Ci sono forti personalità, ma di un mondo ben definito - ha continuato l'ex magistrato - ma vogliamo confidare che la loro professionalità e serietà li metta in condizioni di occuparsi di tutte le fasce sociali del paese e non ci sia quel conflitto d’interesse con cui ha convissuto il governo passato". Secondo il laeder Idv, "i curricula di alcuni ministri potrebbero andare in conflitto d’interesse con l’attività del governo, però, non li criminalizzerei a priori". Prima, però, l'ex di Mani pulite vuole vederli all’opera: "Sta a loro dimostrare che i curriculum non saranno causa di un conflitto d’intesse più sottile ma per questo ancora più pervasivo".
Il governo che nessuno ha votato
Rotondi, Monti? Centro sinistra con fido banca
ROMA - ''E' una squadra di alto profilo. Politicamente nasce una specie di centrosinistra con fido bancario''. Cosi' l'ex ministro Gianfranco Rotondi sulla lista dei ministri del governo Monti.
Monti scioglie la riserva: il governo c'è. Lista ministri: ci sono Passera e Catricalà di Domenico Ferrara
ROMA - ''E' una squadra di alto profilo. Politicamente nasce una specie di centrosinistra con fido bancario''. Cosi' l'ex ministro Gianfranco Rotondi sulla lista dei ministri del governo Monti.
Monti scioglie la riserva: il governo c'è. Lista ministri: ci sono Passera e Catricalà di Domenico Ferrara
E' il suo giorno. Mario Monti lo sa bene. E lo affronta con serenità, sicuro, come ha detto ieri alla fine delle consultazioni, della "volontà di dare risposte per la crescita sociale" e appoggiato anche dalle parti sociali, oltre che da quelle politiche, disponibili a sacrifici per raggiungere un risultato positivo per il Paese. Il presidente del Consiglio incaricato, Mario Monti, ha lasciato l’hotel Forum dove alloggia da sabato sera intorno alle 10 e 45 e si è recato al Quirinale dove era atteso dal capo dello Stato per sciogliere la riserva sulla formazione del governo e sottoporgli la lista dei ministri. Dopo due ore di colloquio, finalmente la lista dei ministri è stata comunicata. Confermate alcune indiscrezioni.
Corrado Passera sarà ministro delle Infrastrutture e dello Sviluppo economico. Antonio Catricalà, ex presidente dell'Antitrust, è stato nominato sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giulio Terzi agli Esteri, Francesco Profumo all'Istruzione, Lorenzo Ornaghi ai Beni culturali. Enzo Moavero ministro agli Affari europei, Andrea Riccardi va al ministero dell'integrazione e cooperazione, Piero Giarda ministro dei rapporti con il Parlamento, Renato Balduzzi alla Sanità
Sono tre le donne ministro del nuovo governo: Anna Maria Cancellieri all’Interno, Paola Severino alla Giustizia, Elsa Fornero al Lavoro e Pari Opportunità.
martedì 15 novembre 2011
Punti di vista
In salita, molto di Angelo Panebianco
La strada è accidentata e per percorrerla non si devono fare errori. Il governo Monti può nascere e vivere solo grazie a «patti chiari». Bisogna dire tutta la verità e agire di conseguenza. Nelle situazioni di emergenza si ricorre a soluzioni di emergenza. Tale sarà, se nascerà, il governo Monti. Sarà un governo del Presidente e non un governo tecnico come assurdamente si continua a dire. I tecnici esistono, i governi tecnici no. Formalmente non c'è differenza fra un governo del Presidente e un normale governo parlamentare: anche il primo deve avere la fiducia del Parlamento salvando così le forme. La differenza è di sostanza: l'emergenza sposta, per un tempo che si intende (e si spera) limitatissimo, dal Parlamento alla presidenza della Repubblica il potere sovrano. In passato ne abbiamo già fatto esperienza. Fu il caso del governo Ciampi del 1993: il Parlamento era nel marasma per le inchieste sulla corruzione e il potere sovrano si trasferì, di fatto, nelle mani del presidente della Repubblica. Data la sua eccezionalità la soluzione adottata deve avere un chiaro limite temporale: i pochi mesi che servono per fare le cose necessarie (gli incisivi interventi da sempre promessi e mai attuati) al fine di rimettere in sicurezza il Paese. Dopo di che, il governo si dimette e la parola passa agli elettori. Il secondo errore da evitare è quello delle mezze misure: si fa un governo del Presidente ma, contemporaneamente, se ne contratta la composizione con i partiti. Il «toto-ministri» e l'emergenza non sono compatibili. Il presidente della Repubblica e Monti devono stabilire loro, autonomamente, la lista dei ministri scegliendoli fuori dai partiti, avendo cura di scartare quelle personalità che per la loro caratura politica potrebbero dare un segno, «di destra» o «di sinistra», al governo mettendo così qualche forza parlamentare in difficoltà. Ai partiti si deve chiedere un temporaneo sostegno esterno e nient'altro.
Un altro errore da evitare (è il problema più delicato) riguarda la navigazione dell'esecutivo. Con i suoi provvedimenti, il governo Monti non dovrà dare l'impressione di penalizzare sistematicamente gli elettori di una parte rispetto a quelli dell'altra, mettendo così in una situazione insostenibile qualcuna delle forze che lo appoggiano. Qui conterà soprattutto la grande esperienza politica di Napolitano. Né si potrà permettere che il governo diventi la copertura di giochi che hanno finalità diverse da quelle di fronteggiare l'emergenza: se diventasse l'alibi che alcuni cercano per togliere definitivamente di mezzo il bipolarismo, le forze che il bipolarismo difendono avrebbero il diritto, e forse il dovere, di far saltare il banco. Da ultimo, occorrerà molto rispetto per i travagli dei partiti poiché essi sono chiamati in questa fase ad accettare lo scomodo ruolo dei comprimari. È insopportabile l'ipocrisia di chi parla con deferenza della democrazia ma poi mostra disprezzo per i politici alle prese con la questione del consenso. È il mestiere dei politici preoccuparsene. I governi del Presidente sono forzature del sistema costituzionale giustificate da situazioni eccezionali. Come quella che stiamo vivendo. Poi però la parentesi va chiusa e si deve tornare a quelle rispettabilissime e difficilissime attività che consistono nell'organizzazione del consenso e nella «caccia ai voti»: la democrazia, appunto.
Un articolo di Antonio Martino, qui su legnostorto. Inoltre, mi sono dimenticata di linkare anche questo. C'è crisi, bisogna risparmiare... col governo tecnico si spenderà meno, via privilegi, via orpelli, via tutto... (si, certo, come no) e se è vero, questa è l'ennesima porcata che il signor prodi ha lasciato in eredità agli italiani. Alla faccia della crisi e del governo tecnico snello. E Napolitano è un affamatore di popolo.
Ignoranza e stupidità
Brindisi in una scuola per la caduta del Cav. Bagarre contro i prof di Andrea Indini
Dietro certe cattedre il Sessantotto non è mai passato. Dietro certe cattedre all'insegnamento si preferisce l'ideologia. E, se durante gli anni di Piombo, c'era quella comunista, oggi è stata sostituita da quella antiberlusconiana. Per questo non deve stupire se in un'aula del liceo scientifico Agnesi di Merate sono spuntate le torte e lo spumante per festeggiare le dimissioni del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Non deve stupire, ma sicuramente dovrebbe ugualmente indignare un Paese che, dagli anni Sessanta, è abituato a vedere la scuola usata come luogo di indottrinamento. Quando Berlusconi lo disse per la prima volta si attirò le ire della stampa progressista. "Bisognerebbe poter educare i figli liberamente - disse il Cavaliere - e liberamente significa non essere costretti a mandarli a studiare in una scuola di Stato, dove ci sono degli insegnanti che vogliono inculcare dei principi che sono il contrario di quelli che i genitori vogliono per i propri figli educandoli nell'ambito della famiglia". Una denuncia, quella lanciata nel febbraio scorso dal premier, tanto vera quanto dolorosa. Non mancano certo gli episodi spiacevoli. Non da ultimo quello denunciato dal Giorno nell'edizione di Lecco. A organizzare il brindisi di addio al Cavaliere e al governo non ci hanno pensato soltanto alcuni ragazzi, ma in una classe se ne sono occupati direttamente i professori. Sono stati, infatti, i docenti della quinta scientifico a invitare gli studenti più giovani a esultare per le dimissioni di Berlusconi. La a preside Maria Teresa Rigato assicura di non saperne nulla. Eppure le manifestazioni, pur non essendo state autorizzate, non sono state affatto improvvisate. I docenti le hanno organizzate con cura il giorno precedente: grazie al passa parola e al bailamme sulla pagina Facebook dell'istituto superiore di via dei Ludovichi la "festicciola" è stata tutt'altro che un fiasco. Torta e Coca Cola? Macché. Una vera e propria festa alcolica. Dalla Bonarda alla birra. Fiumi di vino anche per i docenti che, sempre soprannominati, non possono essere riconosciuti. Non sono mancate le fotografie con bottiglie in bella mostra sulla cattedra e sui banchi. "Io non ne sapevo nulla e non mi risulta niente del genere - ha spiegato la dirigente scolastica al Giorno - se comunque qualcosa è avvenuto in tal senso assicuro che da parte mia non c'è stata alcuna autorizzazione". Adesso ci saranno le verifiche del caso. La Rigato, ad ogni modo, ha condannato l'accaduto parlando di vere e proprie "manifestazioni di partigianeria". La scuola di Merate non è certo la prima che inserisce l'anti berlusconismo tra le materie da insegnare. Gli esempi si sprecano. Dalla professoressa di prima media a Spoleto che chiede agli alunni di disegnare "un carro di Carnevale prendendo spunto dai festini di Berlusconi ad Arcore" ai bambini usati per cantare una canzone contro il Cavaliere. Quello di Merate è solo l'ultimo esempio di una scuola ancora da riformare.
Così, tanto per...
E' che qualche volta, uno ha un blog ed esprime un suo libero pensiero. Che sia sulla vita, sulle cose inutili, sul mondo o sulla politica. In un giorno qualsiasi, tu, nel tuo blog decidi di esporre un tuo pensiero e un tuo dubbio e magari, manco cerchi una risposta. Dopodichè, arrivano i maestrini dalla penna rossa che ti dicono cosa e come pensare e non smetteranno mai di farlo perchè solo loro sono degni mentre gli altri, non sono capaci di fare niente. Perchè infondo, tu, a differenza loro non leggi i giornali e non potresti manco giudicare. Perchè no, può darsi che tu non abbia alcun diritto di avere un dubbio ed esprimerlo.
Nel frattempo, il miracoloso governo Monti ha fatto magicamente abbassare lo sssspread. Infatti, ora è a quota 530. Qui, si dice che, il miracoloso governo Monti sia fallito in soli 3 giorni.
Nel frattempo, il miracoloso governo Monti ha fatto magicamente abbassare lo sssspread. Infatti, ora è a quota 530. Qui, si dice che, il miracoloso governo Monti sia fallito in soli 3 giorni.
Napolitano e la linfa vitale immigrata
Napolitano: "Immigrati linfa vitale per il Paese" di Lucio Di Marzo
I giorni sono "complessi e impegnativi", ricchi di rivolgimenti politici e decisioni importanti che tengono il presidente della Repubblica lontano da qualche appuntamento istituzionale meno pressante. Ma Giorgio Napolitano non rinuncia al consueto appuntamento con i nuovi italiani, i figli degli immigrati che hanno scelto la cittadinanza italiana, che incontra al Quirinale. Un appuntamento confermato, per rimarcare, questo il senso delle parole di Napolitano, l'importanza degli immigrati e dei loro figli, un "contributo all'economia", senza il quale sarebbe più gravoso "anche il fardello del debito pubblico". Parla di immigrazione Napolitano. Di un fenomeno che, sue le parole, viene spesso mal valutato, nonostante "non comprendere la portata del fenomeno migratorio e quanto sia un necessario contributo per il paese", sottolinea con forza, "significhi non guardare la realtà". Sì, perché gli immigrati, prima di tutto, sono forza lavoro giovane, "una grande fonte di speranza", che contribuisce "a darci l'energia vitale di cui abbiamo bisogno", senza il quale, ci tiene a dire, "il nostro Paese sarebbe più vecchio e avrebbe meno possibilità". Il presidente della Repubblica continua poi sullo stesso argomento, sottolineando come ritenga necessaria "una riforma di modalità e tempi di riconoscimento della cittadinanza", che porti a "riconoscere come cittadini italiani i bambini nati in Italia da genitori stranieri".
Un cambiamento forte, teso a dare più possibilità ai giovani, nel senso del suo discorso. Giovani che, conclude il presidente della Repubblica, non devono abbandonarsi all'opinione "troppo pessimistica e abusata che le raccomandazioni servano più dell’impegno personale". Un cambiamento di mentalità che deve però essere associato a un cambiamento del "sistema di assunzioni e promozioni", che deve necessariamente diventare più "trasparenti". E conclude: "bisogna far funzionare l’ascensore sociale che è rimasto bloccato per tanto tempo", promuovendo chi merita e dando una chance in più in questo modo non solo a una politica di equità ma anche alla crescita stessa, smontando "la condizione secondo cui nella nostra società le occasioni siano riservate solo a chi appartenga a certi ambienti".
lunedì 14 novembre 2011
Effetto Monti, spread a 500 punti. Il ricattatore
Prima qui e poi anche qui. E poi era B. che denigrava la costituzione italiana... e invece, sono proprio quelli che fino a poco fa, ci si riempivano la bocca parlando appunto di costituzione. Ci si sono puliti le scarpe e il didietro anche.
MILANO - «La politica può lavorare per trasformare questo momento difficile in una opportunità». Ma per questo è necessaria «coesione» e i partiti dovranno dimostrare di sapersi assumere la propria responsabilità: non importa se saranno i leader politici a metterci direttamente la faccia; quello che conta è che diano il loro appoggio convinto. Lo ha spiegato il presidente del Consiglio incaricato, Mario Monti, in una conferenza stampa a Palazzo Giustiniani al termine della prima giornata di consultazioni. «Che i segretari dei partiti che appoggeranno il governo siano presenti in esso non mi sembra condizione indispensabile - ha precisato il premier in pectore -. Che ci sia un convinto appoggio da parte loro sull'ispirazione, le caratteristiche, i valori e la prospettiva operativa del governo mi sembra indispensabile». Non solo: l'ex rettore della Bocconi si è detto indisponibile ad affrontare un incarico con presupposti di breve termine. Per questo, ha sottolineato, l'«orizzonte temporale» che si prefigura per il nuovo esecutivo, qualora nascerà e otterrà la fiducia in parlamento, va di qui «alla fine della legislatura, nella primavera del 2013». «Ma è chiaro - ha aggiunto - che il Parlamento in qualsiasi momento può decidere che un governo non gode più della sua fiducia».
DONNE E GIOVANI - Monti ha ribadito l'impegno a rilanciare l'economia del Paese e ha sottolineato che con le riforme «l'Italia potrà avere un ruolo di protagonista nel mondo». Il presidente incaricato ha poi annunciato di volere incontrare i rappresentanti istituzionali delle donne e dei giovani. Per quanto attiene alla composizione della squadra, sgombrato il campo dalla necessità di un impegno diretto dei rispettivi segretari, Monti ha spiegato che «la compagine sarà efficace e convincente» e di conseguenza potrà raccogliere un consenso ampio in sede parlamentare.
LA PAZIENZA DEI MERCATI - «Mai usato il termine lacrime o il termine sangue - ha poi evidenziato il presidente incaricato rispondendo ad un cronista -. Il termine sacrifici forse sì, ma trovo positivo che le forze politiche abbiano percepito la serietà del momento che stiamo attraversando». «Sono sicuro - ha detto poi Monti - che i mercati avranno un impazienza temperata dalla razionalità».
PDL E LEGA - Intanto i partiti hanno espresso le loro prime valutazioni dopo la prima tornata di incontri tra Monti e i leader politici a Palazzo Giustiziani. Il Pdl ha fatto sapere che non darà a Monti un «consenso al buio». È Fabrizio Cicchitto a farsi portavoce della brusca frenata del suo partito nei confronti dell'economista incaricato di formare il nuovo governo. Il partito di Silvio Berlusconi avrà sì un «atteggiamento costruttivo», ma a condizione che ci si confronti sul programma e sulla struttura del futuro esecutivo. In ogni caso, spiega Maurizio Gasparri, «il Pdl ritiene che non ci debbano essere politici in questo governo». Insomma questo è un «momento molto delicato. Giornata ricca di incontri... e siamo ancora a metá!», scrive su Twitter Angelino Alfano. Dal canto suo Umberto Bossi non cambia idea. Impossibilitato a recarsi a Palazzo Giustiniani per le consultazioni, il Senatùr, ha contattato telefonicamente il premier designato confermandogli l'indisponibilità della Lega a votare la fiducia al nuovo esecutivo. Quanto ai singoli provvedimenti, il Carroccio si impegna a valutarli «caso per caso».
L'IDV E TERZO POLO- Mentre Antonio Di Pietro , subito dopo aver parlato con Monti, ha spiegato: «Noi non ci metteremo di traverso per far nascere il Governo Monti, ma decideremo se votare la fiducia sulla base dei programmi e della squadra». Durante l'incontro, infatti, Monti «si è riservato di "svelare" la squadra e il programma più avanti» e per questo «noi ci riserviamo di decidere dopo averlo sentito». Francesco Rutelli si è fatto portavoce del Terzo Polo, alla fine dell'incontro. «Monti avrà il nostro appoggio senza se e senza ma». Le consultazioni di Monti sono cominciate in mattinata e dureranno fino a martedì pomeriggio con Pd e Pdl.
IL CAPO DELLO STATO- L'importanza del momento la si coglie dalle parole del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che parla di una «crisi delicatissima e cruciale». Quello che già in queste ore inizia a delinearsi, stando alle parole dei rappresentanti dei partiti «minori», è comunque un esecutivo tecnico, con personalità di alto valore, «attento all'equità e al rigore». Ma il Capo dello Stato, in pomeriggio interviene a un convegno organizzato dall'Accademia dei Lincei e dall'istituto Treccani di Giuliano Amato. E ribadisce il suo invito al Paese «a darsi istituzioni credibili» in uno sforzo comune di massima coesione.
MINISTRI POLITICI E TECNICI - Il principale interrogativo in queste ore è legato alla presenza di politici oltre che di tecnici nel nuovo esecutivo. Mario Monti vuole una «rappresentanza politica ai massimi livelli» del governo, il che significa anche a livello di ministri, ha detto Roberto Antonione, del gruppo dei Liberali per l'Italia, al termine del colloquio con il presidente del Consiglio incaricato.
IL PROGRAMMA - Quanto al programma, Francesco Nucara, a Palazzo Giustiniani in rappresentanza del Pri, ha riferito poi di un piano «importante, con molti sacrifici» . «Se abbiamo bene interpretato le sue parole - ha aggiunto - tenterà di equilibrare tra lacrime e sangue e i sacrifici saranno accompagnati da interventi per il lavoro dei giovani e per più crescita per tutti». Ancora più esplicito Silvano Moffa, di Popolo e Territorio: il professore Monti, ha riferito al termine della consultazione, «ha detto che forse ci sarà qualche problema per i provvedimenti impopolari» necessari per far uscire l'Italia dalla crisi. Il tutto, avendo come orizzonte temporale il 2013, come ha riferito il segretario dell'Adc Francesco Pionati.
GLI ALTRI PARTITI - «Pensiamo che Monti realizzerà un governo tecnico con persone di grande valore per giungere poi ad un bipolarismo normale nel segno del bipolarismo europeo», ha detto Adolfo Urso, di Fareitalia per la Costituente Popolare (che raggruppa alcuni ex Fli ed ex Pdl). Pieno appoggio anche da parte di Daniela Melchiorre e dei Liberal democratici. «Mario Monti è assolutamente determinato a elaborare il programma economico in base al principio dell'equità», ha riferito il segretario dei socialisti, Riccardo Nencini.
SACRIFICI NECESSARI - In vista del nuovo esecutivo e in attesa di conoscere gli estremi del programma di Monti, il concetto di «sacrifici necessari» viene usato anche da Bruxelles: «La nostra diagnosi dell'economia italiana non cambia solo perché è cambiato governo in Italia», ha detto il portavoce del Commissario agli affari economici Olli Rehn. Il presidente della Commissione europea, Josè Manuel Barroso, si è detto certo che Monti rifarà dell'Italia un grande Pese Ue.
L'AGENDA - I due partiti principali, Pd e Pdl, saranno ricevuti per ultimi martedì mattina. Al termine delle consultazioni - la chiusura sarà martedì alle 15 con le parti sociali - Monti metterà a punto la lista dei ministri da portare a Giorgio Napolitano. «La mia previsione - ha detto il presidente della Camera Gianfranco Fini - è che il governo nascerà entro venerdì e riceverà la fiducia da entrambi i rami del Parlamento».
LA LEGGE ELETTORALE - Con le dimissioni di Berlusconi e l'incarico a Monti si apre una partita delicatissima, tutta da giocare. «Se si coglie l'occasione per mettere mano a riforme significative, il ruolo della politica ne sarà rilanciato», ha affermato Massimo D'Alema, sottolineando la necessità, accanto alle riforme economiche, di una nuova legge elettorale. Tema toccato anche da Fini: «Da gennaio il tema della legge elettorale torna ad essere centrale nel dibattito politico» visto che ci sarà la sentenza della Corte costituzionale sul quesito referendario.
IMPRESE E SINDACATI - «Ora i partiti pensino soprattutto al bene del Paese, quindi si abbassino i toni», è l'appello della presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, convinta dell'importanza che «questo governo nasca presto e metta mano alle riforme fondamentali per tornare a crescere». La leader Cgil, Susanna Camusso, dal canto suo ribadisce il suo «no» alla reintroduzione dell'Ici ed elenca le proposte che il sindacato farà a Monti: «Una patrimoniale sulle grandi ricchezze, agire sulle rendite finanziarie e sui grandi immobili e le seconde case». Infine una puntualizzazione della leader della Cgil: «Ai governi tecnici, ai governi d'emergenza, ai governi su Marte diciamo con chiarezza: noi l'art.18 non lo cancelleremo mai, perché è un legge a scopo deterrente».
Così tanto per...
Tutta questa speculazione contro i titoli italiani è solo un grande bluff di Alessandro Marrone
Berlusconi si è dimesso e Monti gli succede con un governo tecnico. Le dimissioni sono avvenute sotto la pressione della crisi del debito pubblico, con la speculazione all’attacco dei titoli italiani e lo spread tra i BTP e i Bund tedeschi che è passato dai 200 punti di luglio ai 600 di novembre, e gli interessi pagati sul debito italiano saliti al 7%. Perché questa improvvisa pressione speculativa contro l'Italia, se fino a metà giugno il FMI e le altre istituzioni internazionali ritenevano il Paese non a rischio? I fondamentali dell’Italia sono buoni. Nessuna banca è fallita in Italia, a differenza della Gran Bretagna. Non c’è stata e non c’è nessuna bolla immobiliare, a differenza degli Stati Uniti. Le banche italiane non posseggono grandi somme di titoli tossici greci, a differenza di quelle francesi e tedesche che sono esposte per 350 miliardi di euro. Il deficit italiano nel 2011 è inferiore a quello francese, il debito pubblico in valore assoluto è inferiore a quello tedesco. Nel 2009 la somma del debito pubblico e del debito privato dell’Italia (337% del PIL) grazie agli altri risparmi delle famiglie era più basso di quello della Gran Bretagna (531%), della Spagna (371%) e della Francia (352%). Il PIL italiano nel 2010, nonostante la crisi mondiale, è cresciuto dell’1,5%. Ad agosto 2011 la disoccupazione italiana era al 7,9%, 2,1 punti in meno della media dei paesi aderenti all’euro che è al 10%. Sempre ad agosto 2011 la produzione industriale dell'Italia è salita del 4,3%, e il fatturato delle imprese italiane è cresciuto del 12% su base annua, trainato da un buon export. L’inflazione per tutto il 2011 è rimasta sotto il 3%.
Insomma una economia sana e solida, per quanto dannatamente frenata da bassa crescita e bassa produttività. Anche la gestione del debito pubblico da parte del governo Berlusconi è stata buona: il debito pubblico italiano tra il 2008 e il 2011 è cresciuto del 12,7%, contro il 25,6% della Gran Bretagna, il 20,3% della Spagna, il 16,9% della Germania e il 14% della Francia. Nel 2008 sono stati recuperati 11 miliardi di euro dalla lotta all’evasione fiscale, somma più che raddoppiata a 25,4 miliardi nel 2009. Da giugno a novembre, in cinque mesi, il governo ha approvato due manovre finanziarie e la legge di stabilità che prevedono tra l’altro:
- il raggiungimento del pareggio di bilancio nel 2013, e l’abbassamento del debito pubblico dal 119 al 112,6% del PIL nel 2014, anche tramite l’aumento dell’IVA e altre misure per un totale da 70 miliardi di euro. Già nel 2011 si registra un avanzo primario nel bilancio dello stato, al netto cioè della spesa per interessi sul debito, dello 0,9% del PIL;
- la riforma delle pensioni, con l’equiparazione dell’età di pensionamento per le donne nel settore pubblico e privato, l’innalzamento dell’età pensionabile a 67 anni dal 2026, il passaggio definitivo al sistema contributivo, l’aggancio dell’età pensionabile alla vita media;
- la riforma del mercato del lavoro, il famoso articolo 8 della finanziaria, che permette la contrattazione a livello aziendale necessaria alle imprese per investire, come successo dagli accordi di Pomigliano e Mirafiori tra la FIAT e tutti i sindacati tranne la CGIL;
- la riduzione delle tasse sui conti correnti, dal 27,5% al 20%, e l’aumento della tassazione sulle rendite finanziarie, dal 12,5% al 20%, un provvedimento che aiuta i cittadini risparmiatori e pone un freno alle transazioni finanziarie;
- la dismissione di immobili e terreni pubblici.
La politica economica del governo, per quanto discutibile, c’è stata ed è andata nella direzione delle richieste dell’UE quanto a riforma delle pensioni, tagli alla spesa, dismissioni e pareggio di bilancio. Niente a che vedere dunque con il rischio default della Grecia o con la paralisi di governo. Ma allora perché tutta questa speculazione contro i titoli italiani? Si è detto per la mancanza di credibilità internazionale del governo Berlusconi. E’ vero. Ma la mancanza di credibilità non è dovuta alla mancanza di una politica economica, che nel bene o nel male c’è stata. E' dipesa piuttosto da tre fattori.
1) Gli scandali, le gaffe, e l’incapacità di Berlusconi di creare consenso nell’establishment internazionale, dalle istituzioni europee ai poteri forti che pubblicano giornali come Time o Economist (da qui le critiche continue su questi giornali, a volte fondate e a volte no).
2) La tendenza di molti italiani, inclusi giornalisti, intellettuali e analisti che fanno opinione, a parlare esageratamente male del proprio Paese all'estero, molto più di quanto fanno gli altri europei: gli inglesi all'estero non criticavano la Sterlina neanche quando in due mesi perdeva il 20% del proprio valore contro l'Euro, figurarsi poi i francesi che ancora non ammettono avere le proprie banche a rischio perchè piene di titoli tossici greci.
3) La campagna mediatica e politica condotta per anni da una parte dell’opposizione basata sullo sputtanamento continuo della vita privata del premier, violando le norme sul segreto istruttorio o sul rispetto della privacy. Se Le Monde avesse pubblicato per anni le intercettazioni delle telefonate di Sarkozy a Carla Bruni in cui il presidente parlava di sesso o faceva battute sulla Merkel, anche la credibilità internazionale di Sarkozy ne sarebbe stata danneggiata.
Ma Le Monde a differenza di Repubblica non sputtana il proprio paese pur di attaccare l’avversario politico. Molti italiani invece continuano a fare come i Comuni e i Principati italiani dal Medioevo in poi, che pur di sconfiggere la fazione avversa chiamavano in aiuto gli eserciti francesi o inglesi o tedeschi in Italia. Così negli anni scorsi c’è chi a sinistra diceva “Berlusconi non può governare perché il Financial Times dice che se ne deve andare”, come se fosse un giornale di Londra e non il popolo italiano a decidere chi debba governare l’Italia. A loro volta francesi o inglesi o tedeschi, oggi come secoli fa, sono ben contenti che gli italiani siano divisi e li chiamino in soccorso, perché passando possono fare razzia nel nostro Paese. Certo oggi non si tratta più di portare la Monna Lisa al Louvre come fece Napoleone giusto due secoli fa, ma di comprare a prezzi di saldo industrie e banche strategiche italiane. Cosa già accaduta nel 1992-1993, quando con la crisi politica e il governo tecnico di allora furono svendute a compratori stranieri gran parte dell’industria chimica e farmaceutica italiana. Ed è per questo che anche a grossi investitori europei non dispiace che la speculazione attacchi l’Italia, che lo spread aumenti, che le azioni delle grandi imprese e banche italiane vadano giù a prezzi di saldo, e che il governo democraticamente eletto se ne vada per far posto a un ex Commissario dell’UE come Monti. Monti è un bravo tecnico e speriamo che faccia bene. Soprattutto, speriamo che Monti non faccia come i Comuni e i Principi italiani del passato, sennò il sacco economico dell’Italia sarà ben maggiore del valore della Monna Lisa.
L'imbecille e la cadrega
Al mondo esistono uomini, ominicchi e quaqquaraqquà... solo pochi giorni fa, l'elisabetto nazionale superpartes diceva che si sarebbe dimesso dopo le dimissioni di Berlusconi... ma il passato è passato... secondo lui.
Quanto rideva ieri mattina Gianfranco Fini al cospetto del capo dello Stato Giorgio Napolitano. Volto disteso, guizzo negli occhi e ghigno sotto i baffi. Silvio Berlusconi è caduto, l'asse Pdl-Lega è in stallo, e il leader del Fli gongola tra le stanze del potere. Adesso ha le mani libere: vecchi avversari sono stati messi nell'angolo e lui siede ancora sullo scranno più alto di Montecitorio. Si sente un vincitore. Eppure, davanti agli italiani a cui aveva promesso di dimettersi da presidente della Camera non appena il Cavaliere avesse fatto un passo indietro, non sta facendo una gran bella figura. "Le polemiche sulle mie dimissioni appartengono a un’altra stagione. A un anno fa. Cerchiamo di guardare in avanti". Adesso che è in piena campagna elettorale, Fini non ha certo tempo di ricordare la promessa fatta a Michele Santoro, nell'allora salotto di Annozero. "Io sono pronto a dimettermi da presidente della Camera - aveva detto - nello stesso momento in cui Berlusconi si dimette da presidente del Consiglio". Era il 24 febbraio del 2011 (guarda il video). E adesso che fa? Archivia la questione delle dimissioni e ricorda che oggi ci si trova di fronte a "una situazione radicalmente diversa per cui non avrebbe senso rivangare il passato".
"Lo strappo di un anno fa - continua il leader di Futuro e Libertà - fu l’ultimo anello di una catena di polemiche e rotture con Berlusconi". A 60 minuti su Gr Parlamento Fini si dice addirittura rammaricato perché nessuno si è reso conto che la sua "non era un’azione frondista ma critica, non del tutto immotivata come dimostra quello che è successo e se il Pdl dell’epoca fosse stato più simile a quello di oggi non avremmo avuto gli esiti drammatici che abbiamo avuto". In realtà, come ha spiegato ieri Berlusconi, "la fronda della componente finiania" ha rappresentato "il peccato originale" che ha minato "il percorso di una legislatura che avrebbe dovuto essere costituente e che si è invece incagliata nelle secche di una politica che non ci appartiene". Queste colpe, Fini non le ammetterà mai. Anzi. D'altra parte nemmeno lo scandalo sull'appartamento di Montecarlo che dal patrimonio dell'allora Alleanza nazionale a una società off shore che è risultata essere di Giancarlo Tulliani, è riuscito a far fare un passo indietro a Fini nonostante avesse promesso agli italiani che si sarebbe dimesso qualora fosse emerso un legame tra la dismissione della casa monegasca e il fratello di Elisabetta.
Non ci penserà nemmeno ora a mantenere le promesse. Adesso ha da gustarsi la caduta del governo a cui lui, per primo, aveva voltato le spalle. "Il berlusconismo è finito? Mah... E' finito il governo Berlusconi, accontentiamoci intanto di questo...", ha detto settimana scorsa il presidente della Camera alla trasmissione di Santoro, Servizio pubblico. E, ora che inziata la campagna elettorale, Fini ha bisogno dell'alta carica per ottenere la massima visibilità. Proprio per questo, è interessato a far durare Mario Monti il più possibile...
domenica 13 novembre 2011
Così tanto per...
Da commissario perseguì il colosso Usa. Che dopo lo ha assunto.Un debole per la Coca-Cola. La indagò, ora ne è advisor di Stefano Sansonetti
Prima feroce censore della bibita più famosa del mondo. Poi addirittura assunto come advisor dal gruppo che la produce. Mettendo insieme i fatti, puri e semplici, la storia è questa. Da commissario europeo alla concorrenza, Mario Monti perseguì il gruppo Coca-Cola per abuso di posizione dominante. Nel 2004, per evitare un contenzioso, raggiunse un accordo in base al quale il colosso americano rinunciò ad alcuni comportamenti censurati dal commissario Ue. Giusto il tempo di far dimenticare il braccio di ferro e nel 2006, sorpresa, Monti viene assunto dalla Coca-Cola come membro dell'international advisory board. Ruolo, quest'ultimo, che il probabile futuro premier italiano conserva ancora oggi. Eh già, nella caterva di incarichi che il presidente della Bocconi vanta, dal gruppo Bilderberg alla Trilaterale, da Goldman Sachs al think tank Bruegel (già ricordati da ItaliaOggi del 3 novembre scorso), c'è anche una poltrona particolarmente «frizzante». La vicenda, a ogni modo, parte nel 1999. Monti, appena nominato commissario Ue alla concorrenza su proposta del governo D'Alema, fa partire un procedimento nei confronti della Coca Cola per l'ipotesi di abuso di posizione dominante. Il Professore, all'epoca, accusa il colosso statunitense di offrire agevolazioni sleali ai rivenditori del prodotto. Tra queste, in particolare entrano nel mirino alcuni rimborsi promozionali garantiti ai rivenditori che facevano scorta di prodotti Coca-Cola e alcuni contratti in esclusiva che obbligavano i rivenditori a comprare solo dalla multinazionale di Atlanta.
L'inchiesta di Monti dura la bellezza di cinque anni fino a quando nel 2004, alla vigilia della sua uscita dalla Commissione Ue, Monti riesce a ottenere dalla Coca-Cola un accordo in base al quale la società rinunciava agli accordi in esclusiva con i rivenditori. Passano due anni e il colosso americano, forse memore della recente battaglia, decide di farsi amico l'ex commissario-censore. E offre a Monti un posto nel suo international advisory board. Dove tutt'ora siede il premier italiano in pectore.
MILANO - Forse ieri Mario Monti per prima cosa avrà ripensato a quando proprio lui, nel febbraio 1986, ha chiesto con lettera aperta pubblicata dal Corriere della Sera all' allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga la nomina a senatore a vita di Paolo Baffi. Nell' appello, sottoscritto con Ricardo Franco Levi, c' era il senso dell' onore evidentemente rintracciato per una nomina che poteva figurare come un risarcimento dello Stato al governatore della Banca d' Italia che, per aver fatto muro contro le trame del sistema P2-Sindona-Calvi, era stato accusato ingiustamente e alla fine si era dimesso da Via Nazionale. Un quarto di secolo dopo a ricevere «quella nomina» è ora lo stesso Monti, uno degli italiani che può vantare un curriculum fra i più europei, con una vocazione internazionale che ha ispirato anche la sua presidenza alla Università Bocconi. Carica «ereditata» da Giovanni Spadolini, al quale è stato spesso paragonato oltre che per affinità intellettuali e spirito liberale, anche per i numerosi incarichi da «tecnico» che ha ricoperto. Spesso su indicazioni che potrebbero essere definite bipartisan, nel senso che sono arrivate sia da governi di centrodestra sia di centrosinistra. Con Spadolini poi ha condiviso sempre l' europeismo. E sarà probabilmente il richiamo all' «Agenda 2020» uno dei suoi primi atti da senatore a vita nei quali potrà essere cercata, da chi lo desidera e anche da chi proprio non se lo augura, una prima traccia di «programma» ideale da (eventuale) nuovo premier. Ne ha riparlato pubblicamente solo qualche mese fa definendo quegli impegni sottoscritti dall' Europa come un «ancoraggio che per l' Italia è particolarmente importante sfruttare». Ancoraggio che del resto, alla luce anche degli impegni stringenti nei confronti della Ue, assume un significato ancora più forte quando si ricorda una delle frasi che forse descrive meglio l' italiano-europeo Monti: quando, nel ' 99, il suo nome è stato in ballottaggio con quello di Emma Bonino per il posto di commissario Ue, il giorno dopo la sua nomina Marco Pannella ha organizzato una conferenza stampa per sostenere che «con Monti» avevano vinto i «poteri forti». E lui a un giornalista ha risposto così, sorridendo: «Di poteri forti non ne conosco. Tranne uno: l' Europa e da oggi mi fa piacere aver contribuito a renderlo più forte». Del resto non era nemmeno la sua prima volta in Commissione. Il suo nome per la nomina viene segnalato come indipendente nel 1994 dal governo di Silvio Berlusconi. E gli vengono assegnate le deleghe a Mercato interno, servizi finanziari e integrazione finanziaria. Ma è nel suo secondo incarico, quello appunto conteso con Emma Bonino, che Monti diventa SuperMario. Perché questa volta, riconfermato per la Commissione Prodi da Massimo D' Alema, riceve la delega alla Concorrenza. Diventa dunque il numero uno dell' Antitrust europeo. E con la «sfida» alla Microsoft di Bill Gates afferma con i fatti che l' Europa può diventare più forte, se lo vuole. Il 14 dicembre ' 98 un camion si ferma in Avenue Cortenbergh a Bruxelles e scarica le molte scatole che contengono le carte e le carpette del ricorso di Sun Microsystem alla Commissione europea contro il gigante Microsoft. Una causa che si protrae per anni. Nel 2004 Monti infligge al gruppo americano una maximulta da 497 milioni di euro e lo condanna a consegnare agli altri produttori i codici sorgente di Windows per rendere i server compatibili con quello di Gates. Una sentenza che segna una svolta anche nell' hi tech: Monti ha spiegato più tardi che la Commissione non ha accettato, pur rischiando, un compromesso perché era fondamentale «stabilire una certezza giuridica su cosa vuole dire abuso di posizione dominante nelle tecnologie dell' informazione e della comunicazione». E sette anni dopo un «riconoscimento» gli viene attribuito proprio dagli Stati Uniti quando, qualche mese fa, Monti è il primo non americano a ricevere l' Antitrust Achievement Award, premio che l' American Antitrust Institute attribuisce ogni anno. Per la Commissione non verrà più appoggiato da Berlusconi del 2004. Ma in Europa Monti continua a svolgere un ruolo fondamentale. E chi aspira ad assegnargli come riduttiva l' etichetta di tecnico, dovrebbe seguire con attenzione il percorso diplomatico e di ricerca di consenso che Monti effettua nei 27 Paesi quando, su incarico del presidente Josè Barroso, lavora al rapporto risultato fondamentale e presentato nel maggio 2010 sulla integrazione fra le varie economie mirato a rimuovere gli ostacoli al mercato interno e a organizzare una strategia per il suo rilancio. Spezzando anche una lancia a favore degli eurobond. Nel nome della convergenza. E proprio sull' Europa e sull' euro Monti, da editorialista del Corriere della Sera , rivolge, pur con la consueta forma pacata, discreta e in sintesi «british», una delle critiche più severe a Berlusconi nella «Lettera al premier» intitolata «L' euro, la crisi e il nostro Paese» pubblicata il 30 ottobre. Gli ricorda le sue parole: «L' euro non ha convinto nessuno» e lo ammonisce: «A ogni rialzo dei tassi, dovuto alla scarsa fiducia nell' Italia, Lei finisce per imporre sacrifici ancora maggiori agli italiani. Anche le parole non sorvegliate hanno un costo». Parole molto sorvegliate e con uno sfondo tecnico, critiche che peraltro ricorrono con grande frequenza nei suoi ultimi scritti. Si può rintracciare la volontà o anche solo la disponibilità a guidare un nuovo governo? Lui, che dice «di non aver mai partecipato alla disputa fra governo tecnico sì governo tecnico no», ha sempre sottolineato di preferire «i governi politici, che guidino i cittadini nelle scelte anche difficili da fare». Tuttavia, quando dopo il ribaltone di fine ' 94 gli è stato proposto dal presidente Oscar Luigi Scalfaro di guidare un nuovo esecutivo, Monti ha declinato l' invito. Ma non per un dubbio sulla natura tecnica o politica del governo. Bensì ha subordinato la disponibilità all' ampiezza dell' appoggio. E per la stessa ragione ha rifiutato altre offerte da parte di Berlusconi (ministro degli Esteri nel 2001 e dell' Economia in sostituzione di Giulio Tremonti nel 2004). Perché se c' è un' anima politica nel tecnico Monti risiede proprio nel «dovere del consenso». Che può far dire di no. Ma pure di sì a chi ha reso più forte l' Europa anche battendo Bill Gates.
Bocconi Sergio
Ma, il neopremier Mario Monti è anche questo: "Forse non tutti i cittadini lo sanno o se lo ricordano (e su questa ignoranza ha contato, oltre che sul complice silenzio dei politici e dei giornalisti, Giorgio Napolitano nel nominarlo) che Mario Monti è stato costretto, nella sua qualità di Commissario europeo sotto la presidenza Santer, a dare le dimissioni “per l’accertata responsabilità collegiale dei Commissari nei casi di frode, cattiva gestione e nepotismo” messi in luce dal Collegio di periti nominato appositamente dal Parlamento Europeo. La Relazione fatta da questi Saggi al Parlamento, nonostante la prudenza del linguaggio ufficiale, fa paura. Si parla infatti dell’assoluta mancanza di controllo nella “rete di favoritismi nell’amministrazione”, di “ausiliari esterni” e di “agenti temporanei”, di “minibilanci espressamente vietati dalle procedure amministrative”, di “numerosissimi esterni fuori bilancio, ben noti all’interno della Commissione con il soprannome di sottomarini”, che operano con “contratti fittizi”, dietro “raccomandazioni e favoritismi”; di abusi che hanno comportato, con il sistema dei “sottomarini” l’erogazione non controllata di oltre 7.000 miliardi nell’ambito dell’Ufficio Europeo per gli Aiuti umanitari d’Emergenza (miliardi usciti dalle nostre tasche, naturalmente, e che dovevano andare, ma non ci sono arrivati se non in minima parte, ai bambini della Bosnia, del Ruanda morenti di fame)." (Continua qui)
Vigliaccherie sinistre
La folla assiepata nella notte romana sotto il Quirinale e Palazzo Grazioli - più quella che ha puntato su Palazzo Chigi deserto - a urlare insulti, invocare le manette e gettare monetine al passaggio del premier dimissionario rappresenta uno spettacolo preoccupante. Preoccupante anche per chi del premier non ha mai condiviso un'idea o una parola. Nell'ora delicatissima in cui tra mille difficoltà potrebbe nascere un governo di solidarietà nazionale, in un momento drammatico in cui il Paese è chiamato al massimo sforzo di unità, nessuno può chiamarsi fuori, ognuno è tenuto a rinunciare alle asprezze polemiche, a cercare un minimo comune denominatore con l'avversario, per percorrere insieme un tratto di strada prima di tornare a dividersi nella competizione elettorale.
È un sentiero stretto, quello su cui sta tentando di incamminarsi la politica italiana. Sarebbe stato impensabile, ancora poco tempo fa. Ma è un sentiero reso obbligato dalla crisi e dall'attacco della speculazione internazionale contro il nostro Paese. Inscenare una gazzarra come quella di ieri sera, con le forze dell'ordine costrette a intervenire per l'ennesima volta nel cuore della capitale, è il contrario di ciò che il mondo si aspetta dall'Italia. Soprattutto, è il contrario di ciò di cui l'Italia ha bisogno. È vero che i fischi al leader perdente - non un assedio con il centro di Roma bloccato e momenti di tensione, come quella di ieri - sono una consuetudine delle democrazie. Un gigante come François Mitterrand trovò ad attenderlo all'uscita dall'Eliseo dopo quattordici anni una folla non proprio amichevole, e non se ne adontò. Occorre però ricordare che Berlusconi non è stato battuto da un voto elettorale.
Il governo cade a causa della crisi internazionale, e alla propria inadeguatezza a farvi fronte. Ma non va dimenticato che in questi diciassette anni Berlusconi ha sempre avuto un consenso vasto nel Paese, che oggi si è ridotto ma non è certo scomparso. Nel 1996 perse perché non aveva con sé Bossi. Dieci anni dopo per sconfiggerlo si dovette riunire in un'unica coalizione Dini e Cossutta, Mastella e il no global Caruso, la Binetti col cilicio e Luxuria vestito da donna: un'alleanza a malapena capace di vincere le elezioni, ma del tutto incapace di governare. La premessa di una nuova stagione non può prescindere dal rispetto per i sentimenti e le opinioni di chi in Berlusconi ha creduto. Prendersi vendette o rivincite alla fine di un ciclo lascia sempre un retrogusto amaro. Farlo ora, a metà del guado, è un esercizio imprudente oltre che improvvido. Non occorre grande coraggio per andare a urlare sotto casa di Berlusconi, o davanti alla sedi istituzionali. Ne occorre di più per unire le forze nell'emergenza anche con chi ha un sentire diverso dal proprio, nel nome di un interesse e di una responsabilità che mai come oggi sono comuni.
Aldo Cazzullo
La disonorevole sconfitta del belpaese
Quando la democrazia si arrende alle Borse di Marcello Veneziani
La politica esce a mani alzate dal Parlamento e si consegna alla Signoria del Mercato. La democrazia si è arresa alla borsa. Il Popolo Sovrano, tramite i suoi rappresentanti, abdica e lascia il regno nelle mani dei tecnici eurocrati. E la cosa più triste è che la sottomissione dell’Italia,della sua sovranità nazionale, popolare e democratica allo spread ci sembra logica, naturale, inevitabile, indiscutibile. È inutile menarsela, la democrazia si è arresa e la politica finisce con lei. In giro non lo dicono, anzi ieri il pittoresco Galli della Loggia è arrivato a sostenere che ha vinto la politica. Ma come, professor Ernesto, la politica alza bandiera bianca, si arrende a una soluzione tecnica, si ritira sui Monti, e sarebbe la rivincita della politica? Dite piuttosto che la politica tutta ha fallito, dite che si è mostrata inadeguata e ha tradito gli elettori. Dite questo semmai, ma per favore non raccontateci che la resa della politica all’economia sia una vittoria della stessa politica. Qui non perde solo Berlusconi e non cade solo un governo, decade il valore della democrazia e il verdetto delle urne. Pensate che Parlamento uscì dal voto, con che maggioranza, e pensate cos’è oggi. Una sconfitta della politica, per tutti. Ma non solo: la politica si è mostrata incapace di gestire pure il vuoto che ha propiziato, non ha proposto programmi alternativi e spaventata dal tracollo dell’economia, ha invocato il Tennico. Una democrazia commissariata, anche se i nuovi Generali non vengono dalla Scuola di guerra ma dalla Bocconi.
sabato 12 novembre 2011
Schiavi della finanza e della stupidità
MILANO - «Oggi è una giornata della liberazione». Con queste poche battute Pierluigi Bersani ha festeggiato la caduta del governo Berlusconi nella storica sezione del Pd di via dei Giubbonari, a Roma. «Anche io - ha detto fra l'altro Bersani- ho dato il mio contributo per mandare a casa Berlusconi. Alle primarie avevo detto che il più antiberlusconiano di tutti sarebbe stato quello che lo avrebbe mandato a casa. Non mi riferivo alla persona, ma al mio partito. Ed è stato il Pd che lo ha mandato a casa».
BINDI: GUARDARE AVANTI - Per Rosy Bindi, il premier dimissionario «ha fatto bene ad evitare la folla davanti al Quirinale e davanti a palazzo Grazioli, anche se vedo gente più festosa che non arrabbiata, ma era prevedibile che ciò avvenisse». Ospite dello speciale di Ballaro dedicato alla crisi, il presidente del Pd ha ribadito che «Berlusconi non ha avuto la capacità di apparire credibile ai mercati. Ora dobbiamo guardare avanti, con una persona di assoluta fiducia come Monti».
IL PARERE DELLA CAMUSSO - Il leader della Cgil Susanna Camusso cerca di guardare lontano: «Gli storici si domanderanno se si è dimesso in ragione dello spread o se si è dimesso in ragione del giudizio del paese». Ebbene, Berlusconi «si è dimesso per il giudizio del Paese», perchè «si sono fatte poliche sbagliate».
LA GIOIA DELL'IDV - «Abbiamo detronizzato il satrapo», esulta il capogruppo IdV al Senato, Felice Belisario. E il suo leader Antonio Di Pietro: «Bisogna ricostruire un Paese dalle macerie. Ora siamo in attesa di sapere cosa vorrà fare il Governo nuovo. Ci comporteremo come San Tommaso».
LA POLVERINI: RISPETTO DEL VOTO - Sul governo tecnico il Pdl ha chiesto al Quirinale «paletti di garanzia e in particolare il rispetto della scadenza elettorale. Non una data certa, ma abbiamo chiesto di capire le intenzioni del Capo dello Stato». Lo ha detto la presidente della Regione Lazio, Renata Polverini, al termine dell'Ufficio di Presidenza del Pdl, che ha avuto ad oggetto, sottolinea Polverini, «una discussione importante su argomenti seri».
Demokratz, odiatori di professione
I demokraz stanno ammassati davanti al quirinale e cantano obbellacciao obbellacciao, contestano, fischiano, gridano e insultano il premier uscente, Di Pietro gli fa il gentile gesto dell'ombrello e gli urla accasafinalmente. Mi chiedo come si possa odiare così tanto una persona e il proprio paese per festeggiare la fine di questo ultimo. No, non riescono a capire che SE si sono liberati di Berlusconi (che credevano e credono tuttora un dittatore), non vogliono nemmeno capire che ora siamo finiti in mani peggiori. Non possiamo votare e dobbiamo "accettare" (per forza... ah, la democrazia...) un governo che NON è MAI stato eletto.
Ciò che dice Scilipoti è questo: «Oggi si sta facendo un colpo di Stato perchè questo è l'ultimo parlamento eletto dai cittadini italiani», ha gridato. «Da domani saremo commissariati da un personaggio che appartiene alla lobby delle banche ed è stato indicato non certo per salvare l'Italia, ma per garantire un gruppo di mercenari e di delinquenti».
E, molto probabilmente, da domani avremo 5000 euro in più in tasca, una macchina di media cilindrata nuova e le bollette pagate dallo stato...
Mormorii...
Due commenti: "Se quello scritto in questo articolo fosse vero, non capisco perchè il centro destra dovrebbe appoggiarlo. Hanno la maggioranza al Senato e quasi alla Camera e questi si fanno dare ordini da Bersani? Ma fatemi il piacere. G. Letta no ed Amato (centrosx) sì. Allora è meglio andare subito a votare. Ce li avete gli attributi? Se sì non fatevi imporre soluzioni non condivise".
"Rabbrividisco nel leggere i nomi dei docenti universitari della Bocconi. Un golpe dei bocconiani? Quali meriti internazionali possono esibire queste persone? Qual'è il fattivo contributo dato n passato all'Italia? Questa gente non sa nulla di politica ed agisce spesso in spregio alla stessa. Come si può affidargli le sorti del Paese? Capisco che un uomo di oltre novanta anni possa avere difficoltà nella visione del mondo contemporaneo. Lui è uomo d'altri tempi, altra generazione che è largamente superata nell'era moderna. Non capire che così stiamo regalando l'Italia ai poteri forti è una via di non ritorno che pagheranno le futura generazioni. Forse è il caso di rifugiarsi nella fede e sperare che Dio ci salvi! I bocconiani? Non credo proprio combineranno alcunché!"
Tra boatos, smentite e quotazioni da bookmaker, il toto ministri delll'imminente governo tecnico guidato dal neo senatore Mario Monti impazza tra i corridoi dei Palazzi romani. E non solo. Anche sul web è un continuo inseguirsi di rumors. Eppure niente è certo, anche perché qui nomi che spuntano oggi rischiano di bruciarsi nel giro di poche ore. Al momento, però, Guido Tabellini, professore di economia all’università Bocconi, è dato sulla strada del dicastero di via xx settembre. A lui toccherà, infatti, l'importate compito di sostituire Giulio Tremonti all'Economia. Un altro bocconiano, Carlo Secchi, è dato tra i favoriti: a lui andrebbe il ministero dello Sviluppo economico. Il rettore della Cattolica, Lorenzo Ornaghi, è visto invece in pole position per l’Istruzione. A Lanfranco Senn toccherebbero le Infrastrutture, mentre Cesare Mirabelli sarebbero il nuovo Guardasigilli. Rispunta Giuliano Amato che Monti vorrebbe mandare alla guida della Farnesina. Come sottosegretario alla presidenza del Consiglio spunta, a detta dell’Agi, Enzo Moavero. Se i nomi fatti da Monti venissero confermati, Napolitano darebbe il via a un governo prettamente tecnico. Il presidente del Consiglio uscente Silvio Berlusconi avrebbe aperto al governo Monti ponendo, tuttavia, un’unica vincolante condizione: la presenza di Gianni Letta nel governo. Sulla nomina dell'attuale sottosegretario alla presidenza del Consiglio c’è, però, il niet dei Democratici che vorrebbero soltanto tecnici. Spunta, ad ogni modo, una soluzione di compromesso che potrebbe portare nell’esecutivo sia Gianni Letta sia Enrico. Tutt'altro discorso va fatto per quanto riguarda il programma. Sul quale il Cavalere avrebbe posto un'altra "condizione": no alla patrimoniale. Berlusconi avrebbe, infatti, confidato ai suoi di non voler sostenere un "esecutivo delle tasse". Il neo senatore, sostengono fonti di via dell’Umiltà, vorrebbe però una larga convergenza anche sul programma. Dalla liberalizzazione delle professioni alle dismissioni, fino alla reintroduzione dell'Ici. Sebbene non voterà la fiducia, la Lega ha già fatto capire che potrebbe "sposare" alcuni punti del programma.
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