domenica 11 marzo 2012

Le banche uccidono

Mentre ai parlamentari, vengono svenduti i prestiti... in tutta italia, da nord a sud, gli stessi prestiti vengono negati col risultato di un sostanziale aumento di suicidi di piccoli imprenditori ... ma nessuno pare farci caso.


Le banche chiudono lo sportello del credito in faccia alle aziende e alle famiglie. L’iniezione di liquidità erogata dalla Bce al sistema bancario si è tradotta per lo più in redditizi - per gli istituti, naturalmente - acquisti di titoli di Stato, anziché nel promesso sostegno all’economia italiana, che invece soffoca nella morsa del «credit crunch». Un termine ormai tristemente familiare a tutti i settori, dal commercio all’agricoltura. Mai negli ultimi 14 anni, ricorda la Cgia di Mestre, i prestiti bancari erogati alle imprese hanno registrato una contrazione negativa così decisa: - 2,4% per le imprese e -1,6% per le aziende familiari. Allarme anche dalla Confesercenti, che in un’indagine segnala che per quattro piccole e medie imprese su dieci nel 2011 la stretta sul credito si è fatta più dura. Il 37% delle aziende denuncia «maggiori difficoltà» nell’accesso al credito da parte delle banche rispetto al 2010. Il 28,7% degli intervistati dice che le difficoltà sono da ricondursi a richieste di maggiori garanzie e all’aumento dei tassi di interesse. Che suonano come una campana a morto per troppe imprese e, peggio ancora, anche per troppi imprenditori.

«Di fronte ad una situazione diventata ormai eccezionale bisogna rispondere con strumenti eccezionali - commenta il segretario degli artigiani mestrini, Giuseppe Bortolussi - i suicidi dei due piccoli imprenditori di Venezia e di Taranto sono la punta dell’iceberg. Il sistema delle micro imprese rischia di non reggere l’urto della crisi. Spesso - sottolinea - questi imprenditori decidono di compiere un gesto estremo perché si vedono rifiutare dalle banche richieste molto modeste che non superano i cinque o seimila euro. Per interrompere questo bollettino di guerra, chiediamo al governo Monti di istituire un fondo a sostegno di questi casi estremi: probabilmente con un plafond di qualche decina di milioni di euro si potrebbe affrontare con successo questa drammatica situazione». E qui il ruolo dei Consorzi Fidi sarebbe indispensabile: «Grazie al loro radicamento sul territorio potrebbero garantire l’80% e, nei casi più disperati, addirittura il 100% dei prestiti richiesti». Inoltre «ci appelliamo anche al governo Monti - conclude Bortolussi - affinché intervenga in tempi rapidissimi e recepisca la direttiva europea contro i ritardi dei pagamenti. Dobbiamo mettere fine a questo malcostume tutto italiano che sta gettando sul lastrico tantissimi piccoli imprenditori artigiani che si trovano a corto di liquidità anche perché non riescono a recuperare i propri crediti».

Se l’impresa piange, la campagna non ride: «Nel 2001 - sottolinea Coldiretti - sono aumentate di un terzo le aziende del settore agricolo e agroalimentare in sofferenza nel far fronte al pagamento di mutui, mentre si è fatta sempre più drammatica la stretta creditizia che fa venire meno la possibilità di garantire liquidità». Con un’eccezione, «i consorzi fidi che continuano a sostenere le imprese attraverso il rilascio di forme di garanzia». Anche Coldiretti, dunque, condivide il giudizio della Cgia di Mestre sull’opportunità di rafforzare il ruolo di questi strumenti di finanziamento dedicati alle piccole imprese.

Ma resta aperto l’interrogativo: perché le banche non utilizzano i cospicui finanziamenti ricevuti dalla Bce per sostenere il sistema produttivo italiano, come si erano impegnate a fare? «Useremo questa liquidità per finanziare imprese e famiglie», aveva dichiarato Giovanni Sabatini, direttore generale dell’Abi, davanti ai parlamentari della commissione Bilancio della Camera, il 29 febbraio, quando la Bce ha immesso 139 miliardi di euro, al tasso dell’1%, al sistema creditizio italiano. Che si sono aggiunti alla prima tranche di 116 miliardi, sempre all’1%, erogati a dicembre dall’istituto di Francoforte. In tutto, 255 miliardi, che avrebbero dovuto trasformarsi nell’attesa riserva d’ossigeno per il mondo produttivo e le famiglie: ma così non è accaduto, anzi, si è verificato esattamente l’opposto.

Cuore di padre


Antonio Martone ha deciso. Si dimette dall'incarico di presidente della Civit, l'authority che dovrebbe valutare le pubbliche amministrazioni nonché vigilare sulla integrità e la trasparenza della burocrazia. E forse, in futuro, combattere la corruzione. Dice che se ne va «per evitare strumentalizzazioni» contro la stessa Civit. Ma pure contro suo figlio Michel Martone.

Da dove viene «Michel»? «Mia moglie è francese e lui è nato a Nizza. Se all'anagrafe l'avessi registrato come Michele, così si chiamava mio padre, in Francia gli avrei dato un nome da donna. Ecco perché Michel».

Ora è viceministro del Lavoro. «Esatto».

E il padre si fa da parte per alleggerire la pressione su di lui. «Mi dimetto dalla presidenza, ma resto nella commissione».

Il gran giorno? «Martedì prossimo. Mercoledì dovrebbe concludersi la discussione sulla legge anticorruzione, che secondo il testo uscito dal Senato affida alla Civit un compito centrale».

Un momento simbolico. «Il momento più adatto».

Non c'entrano niente tutte le storie nelle quali è stato tirato in ballo, a cominciare dalla vicenda della P3? «Ho dovuto leggere che per quella inchiesta sarei stato tra gli indagati, ed è assolutamente falso: sono stato ascoltato il 3 agosto del 2010 come persona informata sui fatti, poi più nulla. Mi hanno qualificato come frequentatore dello studio di Cesare Previti, che ho incontrato per caso 12 anni fa. Mi sono stati affibbiati rapporti con Luigi Bisignani, che non conosco...».

Una persecuzione. Il suo blog è una lista interminabile di smentite. «Credo che molte di queste uscite siano dirette a colpire mio figlio. Forse c'entra pure l'invidia, chissà... Un giornale ha perfino scritto che la Civit gli avrebbe assegnato una consulenza retribuita. Ho smentito, e loro che hanno fatto? L'hanno ribadito».

La stessa consulenza che suo figlio aveva avuto dall'ex ministro Renato Brunetta, il quale poi ha nominato lei alla Civit? Ricorda quante polemiche? «Altra sciocchezza. Michel è stato consulente del ministero sei mesi prima che si parlasse anche solo lontanamente della mia nomina».

Adesso ci dirà che non conosce Brunetta. «Lo conosco eccome. Siamo amici dai tempi in cui eravamo insieme al Cnel».

E non le disse niente di quella consulenza? «Lo seppi da Michel. Capiamoci: lui è un uomo, all'epoca aveva 36 anni. E sa quanto gli dava Brunetta?».

Quanto? «Milletrecento euro al mese».

A cui si aggiungeva lo stipendio da professore universitario. «È ordinario da quando aveva 29 anni».

Lo sappiamo. Ci sono state polemiche anche a proposito di quel concorso. Lei che dice? «L'ennesima strumentalizzazione. Mi si stanno attribuendo poteri che non ho mai avuto. Crede davvero che io sia come quei baroni che si portano appresso i figli?». Michel Martone insegna diritto del lavoro alla Luiss, come ha fatto anche lei per 13 anni: ho controllato. «Era un'altra era geologica. Sono uscito dalla Luiss che Michel aveva 14 anni. Mio figlio è andato via di casa a 23 anni e ha sempre lavorato. Scrive libri, è apprezzato da tutti». Perciò non è uno di quegli «sfigati», parole del viceministro, che non lavorano e a 28 anni ancora fanno finta di studiare? Ma sono sfigati? «Se fosse un imprenditore privato, lo assumerebbe uno che fra i 18 e i 28 anni è stato parcheggiato all'Università senza fare altro? Detto questo, mi sono stufato di leggermi sui giornali come il padre di quello che ha detto "sfigati". Non è giusto per lui né per me. Vorrei che finissero tutte le strumentalizzazioni. E per questo lascio il posto. Aggiungo che dei quattro componenti della Civit che mi avevano eletto, tre se ne sono andati. Mi pare giusto che i nuovi facciano la loro scelta».

Scelta alla quale, va spiegato, contribuirà anche lei, dato che resta commissario. Il più giovane di quei tre, Pietro Micheli, se ne andò sbattendo la porta. Fece capire che la Civit era inutile. Vaneggiava? «Non facciamo un lavoro facile: non creda che nelle pubbliche amministrazioni siano tutti felici di essere valutati. Per di più i componenti avevano provenienze diverse, con difficoltà di amalgama. Poi è stata bloccata la contrattazione, Luisa Torchia si è dimessa, si è dimesso anche Filippo Patroni Griffi (che come ministro ora designerà il suo rimpiazzo, ndr )...».

Un calvario! «Nelle authority, mi hanno detto illustri colleghi, all'inizio succede».

Lei non era già stato per anni presidente di un'altra authority, quella sugli scioperi? «Certo. Ma non ero fuori ruolo, tengo a precisare».

Come? «Dico che quell'incarico l'ho svolto continuando a fare il giudice. Avevo il record delle udienze».

Era presidente di un'authority e contemporaneamente giudicava? «Il Csm mi aveva regolarmente autorizzato».

Capisco: intende dire che non faceva come quasi tutti i suoi colleghi magistrati con altri incarichi, che mettendosi fuori ruolo beccano due stipendi per fare un solo lavoro. Sono solo curioso di sapere come conciliasse i due mestieri. «Non ero alla sezione lavoro, tutto qui. L'unica volta che sono andato fuori ruolo è stato con l'incarico alla Civit».

La Civit dovrebbe vigilare anche sulla trasparenza. Le sembra normale che qui non si possa sapere quanto intascano i più alti burocrati dello Stato? «Abbiamo sollecitato le amministrazioni a mettere tutto online. Anzi, abbiamo anche predisposto il modello tecnico. Una volta verificato che non tutte si erano adeguate, sono state dettate nuove disposizioni, precisando che si dovevano pubblicizzare i trattamenti onnicomprensivi».

Non l'ha fatto quasi nessuno, garantisco. «Il fatto è che non abbiamo strumenti per verificare».

Controllate sui siti. «Non ci sono i dati degli incarichi extra, quello è il problema».

Possibile che non ci sia la possibilità di sanzionare chi li tiene nascosti? «Ci siamo riservati di segnalare alla Funzione pubblica le negligenze. Ma non creda che non abbiamo fatto presente la necessità di avere più poteri. È vero che c'è stato il problema di rilevare il trattamento complessivo di certi soggetti, ma ora il 90% del problema è superato...».

Ne è certo? Sappiamo tutto dello stipendio del più piccolo dirigente di seconda fascia mentre la vera retribuzione del braccio destro del ministro è segreta. Per esempio: nel sito dell'Economia non c'è il trattamento economico del capo di gabinetto Vincenzo Fortunato. «Purtroppo posso soltanto sollecitare, e ho scritto a Monti. Il fatto è che le nostre disposizioni sulla trasparenza si applicano a tutti, tranne che a Palazzo Chigi e al ministero dell'Economia. Per loro serve un altro decreto».

E dove sta? «Non c'è ancora».

Da quanto? «Sette, otto mesi».

Ah.

Sergio Rizzo

sabato 10 marzo 2012

Punti di vista sulla credibilità italiana

Il peso dell'Italia di Davide Giacalone

Preoccupa la perdita di peso internazionale dell’Italia. Fatti diversi, non collegabili fra di loro, indicano la poca considerazione in cui viene tenuta la nostra collocazione e la nostra forza nel mondo. Sgomberiamo subito il campo da possibili riduzioni nella miseria del dibattito interno, spesso privo di spessore: è una perdita che risale almeno alla guerra di Libia, quando fummo messi davanti al fatto compiuto e reagimmo con colpevole lentezza di riflessi. Quando fummo costretti a scegliere fra l’allinearci all’iniziativa franco-inglese o restare nella scomoda posizione di ultimi disposti a far affidamento su un despota prossimo alla fine. Eravamo quelli con i maggiori interessi economici e il maggiore coinvolgimento, fummo gli ultimi a sapere e a essere chiamati. La storia non comincia e non finisce mai in un singolo punto, quello, comunque, fu un passaggio d’indubbio significato.

Adesso ci ritroviamo con due militari in un carcere indiano, di cui non ha molto senso discutere la colpevolezza o l’innocenza, accertamento che spetta al tribunale competente, ma che operavano in missione legittima e si sono trovati coinvolti in un possibile reato in acque internazionali. A dispetto del diritto sono stati portati dentro acque territoriali e indotti a sbarcare, divenendo prigionieri in un Paese di cui si dovrebbe contestare la giurisdizione e, invece, si contesta la designazione dei periti balistici. Dice il nostro governo: se la perizia sarà sfavorevole interverremo. Troppo tardi: se la perizia sarà sfavorevole il guaio sarà solo più grave, ma non cambierà natura giuridica. Ieri capita il caso di due ostaggi in Nigeria, uno cittadino italiano e l’altro inglese. L’intervento delle teste di cuoio britanniche s’è risolto in una tragedia. In questo genere di cose si deve sempre mettere in conto l’esito infausto, ma quel che colpisce è che le nostre autorità non fossero neanche state informate. Fra due alleati Nato, due Paesi dell’Unione europea, non è stato ritenuto utile, e men che meno necessario, avvertire di quel che era in preparazione. Perché? Noncuranza, timore di una fuga di notizie, ipotesi che ci si sarebbe potuti trovare davanti ad un ostacolo? In tutti i casi è il nostro peso internazionale a uscirne intaccato.

Tutto questo senza dimenticare che Il Tempo di ieri recava in prima pagina la foto di Cesare Battisti, comodamente seduto al sole brasiliano e irridente verso l’Italia, la cui giustizia lo ha condannato all’ergastolo, da omicida quale è. Se ne può stare in quella posizione perché i francesi lo protessero, e quando l’estradizione non era più evitabile il terrorista scomparve dalla Francia e riapparve miracolosamente in Brasile, avviando un conflitto giuridico e diplomatico fra noi e quel Paese, dove non solo risiede una numerosa comunità italiana, ma è anche fra quelli con cui abbiamo maggiori e più frequenti rapporti economici. Può essere un caso, ma sta di fatto che importanti commesse militari furono, proprio in quel frangente, perse dalla nostra Finmeccanica e acquisite dai francesi. Gli stessi che avevano fra le mani Battisti. Credo che anche in quel caso la nostra diplomazia abbia gestito la faccenda con imprudenza. Quando l’allora presidente del Consiglio disse: se lo tengano, fu irriso da molti e scandalizzò i più. Non noi, che vedevamo non solo il rischio di quel conflitto, ma anche l’amo cui ci apprestavamo ad abboccare. Ma pur ammettendo tutte le possibili mancanze italiane, sta di fatto che quella roba fu possibile, come le altre dopo, perché altri poterono supporre che fosse possibile procedere fregando l’Italia. Ed è questo il problema.

Quando sostenni, nel pieno della crisi dell’euro e degli attacchi speculativi contro i debiti sovrani, e segnatamente il nostro, che avremmo fatto bene a ricordare il nostro peso nella Nato, la parte che avevamo svolto nelle recenti guerre e il posizionamento geostrategico dell’Italia, non pochi ebbero l’impressione fossi fuori di testa. Una specie di guerrafondaio in pantofole. Ma nella considerazione internazionale di un Paese il tema delle armi conta. Eccome. Se lo si mette d’un canto, se si accetta di conformarsi alle direttive di altri, quasi sia colpa nostra il divaricarsi degli spread, se si finisce in amministrazione controllata, facendosi dettare le politiche interne, è difficile poi esercitare un ruolo in quelle internazionali. E non esercitandolo diminuisce la considerazione di cui si gode, al punto che sono gli alleati a non informarci di quel che ci riguarda e i concorrenti a supporre di poterci impunemente sottrarre gli affari. Non si tratta, oggi, di schierare le nostre truppe ad un qualche confine, o di far inutilmente la faccia dell’arme. Si tratta di far osservare che esiste ancora un governo forte di un Paese sovrano. Uno dei più ricchi e potenti del mondo. Un Paese che ancora vede crescere le proprie esportazioni più di quelle degli altri europei e che non è minimamente disposto a veder minacciati i propri interessi. Non il governo di Tizio o di Caio, ma il governo della Repubblica italiana.

Prestito negato


I carabinieri hanno iniziato ad indagare dopo la morte di un commerciante sessantenne di Marina di Ginosa, un comune del versante occidentale dell'area jonica. L'uomo, che era titolare di un negozio di abbigliamento, in difficoltà economiche legate anche a un lungo contenzioso con la banca, si è tolto la vita impiccandosi giovedì sera nelle campagne di Ginosa Marina. Dai primi accertamenti dei carabinieri, il suicidio sarebbe stato causato da ricollegare alla situazione finanziaria del commerciante, che avrebbe spiegato i motivi del gesto estremo in un quaderno in cui ha ricostruito tutta la vicensa. Secondo quanto si è appreso, poche ore prima del suicidio, l'uomo aveva chiesto in baca un prestito di 1.300 euro per coprire un assegno consegnato a un fornitore. L'istituto di credito avrebbe negato il prestito, e quindi il suicidio. Secondo quanto si è appreso tra la vittima e la banca c'era già un contenzioso. La famiglia del commerciante ha nominato un legale, l'avvocato Giuseppe Lecce del foro di Taranto, e chiede che si apra un'inchiesta per istigazione al suicidio.

Figuracce e arroganza del ministro in loden


E' il mese nero della Farnesina targata Giulio Terzi. Un mese da dimenticare, che si è aperto con l'arresto dei due marò ostaggi dell'India dallo scorso 15 febbraio, è proseguito con le notizie sulla liberazione poi smentita della cooperante Rossella Urru rapita in Algeria, e quindi con l'uccissione in Nigeria dell'ingegnere italiano Franco Lamolinara. Tre faccende che spingono a pensare che l'Italia in politica estera conti in questa fase meno di zero. Monti dice infatti di aver saputo del blitz inglese in Nigeria solo a cose fatte e la farnesina ha mostrato più imbarazzo che indignazione nei confronti degli inglesi, tanto che ancora ieri mattina sul sito della Farnesina non compariva alcuna notizia sull'uccisione di Lamolinara nè alcuna dichiarazione in proposito del ministro terzi. Sul caso Urru, prima è comparsa la notizia della liberazione della cooperante, poi la Farnesina ha smentito e poi non ha più detto nulla, dimostrando di non avere la situazione sotto controllo della situazione. Quanto ai marò, il sottosegretario De Mistura è in India da settimane e lo stesso terzi si è fatto vedere da quelle parti. Risultato? Aspettiamo ancora il ritorno dei due militari italiano.


Botta e risposta a distanza tra il ministro degli Esteri, Terzi, e l'ex ministro dell'Interno, Roberto Maroni. Ad iniziare le danze era stato lo stesso esponente leghista che, con un post sulla sua pagina personale di Facebook, era intervenuto sul caso dell'ostaggio italiano ucciso in Nigeria durante il blitz delle teste di cuoio britanniche. "Dopo la figuraccia sui marò il governo (per nulla) autorevole dei professori si fa prendere per il culo dagli inglesi nella tragica vicenda dell'italiano ucciso in Nigeria: 'Nessuno ci aveva informati del blitz' si lamenta il ministro degli esteri Terzi (che intanto manda a scuola i figli con l'auto blu). Ma che ci sta a fare uno così alla Farnesina? Dimissioni subito!". Il leghista, oltre al commento, ha pubblicato anche l'immagine di un nostro articolo: "Terzi il ministro che ha inguaiato i nostri marò manda i figli a scuola con l'auto blu". A stretto giro è arrivata la replica piccata del ministro degli Esteri, Giulio Terzi, già attaccato in mattinata anche da altri esponenti politici. "Maroni farebbe meglio ad occuparsi delle vicende interne alla Lega e spieghi cosa sta accadendo a Milano, invece di distogliere l’attenzione parlandi di vicende che non conosce". Che ha poi aggiunto: "Lavoro quotidianamente con il massimo impegno per difendere gli interessi degli italiani e del Paese".

venerdì 9 marzo 2012

Soldi pubblici ai clandestini


Di fronte a certe cifre, stupisce che il Governo Monti non ci abbia ancora messo mano. I 30 milioni di euro spesi dallo scorso aprile per dare ospitalità in Lombardia a circa 3 mila immigrati che hanno fatto richiesta di asilo nel nostro Paese, sembrano infatti la classica voce su cui intervenire in una fase di tagli e austerità come quella avviata dall’Esecutivo. Invece, mentre “dagli enti locali fino ai Ministeri è tutto un parlare di tagli, sull’ingente esborso economico che lo Stato sta sostenendo per mantenere in Lombardia e nelle altre regioni i richiedenti asilo provenienti dalla Libia, c’è silenzio pressoché totale”. A lanciare l’allarme è l’assessore regionale alla Protezione civile, Romano La Russa, il quale sottolinea come “attualmente siano quasi 3 mila, più precisamente 2.940, i profughi ospitati in Lombardia da strutture di vario tipo”.

Dagli alberghi alle case di accoglienza, dalle associazioni di volontariato ai dormitori comunali, sono tantissime le strutture che ormai da quasi un anno ospitano gli immigrati, il cui costo medio giornaliero per le casse dello Stato è di 46 euro solamente tra vitto e alloggio. A questo, si devono poi sommare gli eventuali costi per i trasporti, l’assistenza sanitaria e altri interventi che fanno parte dell’accoglienza agli immigrati, il cui arrivo in Lombardia si è svolto con ondate successive a partire dalla scorsa primavera, fino a raggiungere quota 4 mila la scorsa estate. Un numero tanto alto da mettere in crisi la commissione prefettizia che si occupa delle domande di asilo, attrezzata per esaminare un migliaio richieste all’anno. Nonostante l’attivazione di una seconda commissione straordinaria, perché tutte le domande vengano evase si dovrà quindi aspettare perlomeno fino alla prossima estate.

Mentre in Libia il colonnello Gheddafi rappresenta ormai solo un ricordo, in Italia siamo infatti ancora alle prese con le pratiche dei profughi fuggiti durante la guerra. Con buona pace dei soldi pubblici, la maggior parte dei quali, peraltro, è destinata a finanziare la presenza sul nostro territorio di immigrati che vedranno rigettata la propria domanda di asilo. Solo una minima percentuale di richieste di asilo, infatti, viene accolta. Due domande su tre si concludono invece con una bocciatura. “Come avevamo previsto, molti di questi profughi non hanno i requisiti. - conferma Stefano Bolognini, assessore alla Protezione civile della Provincia di Milano - Si sarebbe dovuto dare con fermezza il segnale che non eravamo disponibili ad accogliere chiunque. Invece, la sinistra ha lanciato il messaggio opposto, facendo in questo modo parecchi danni”. Spesso, infatti, gli immigrati rimangono in Italia anche dopo la bocciatura della domanda di asilo. “Se lo status di rifugiato non viene concesso, si può fare ricorso al tribunale”, spiega Rocco Pinto, sindaco di Pieve Emanuele, comune dell’hinterland che ha ancora in carico il 20% dei 910 immigrati ospitati in provincia di Milano. “E tra chi è stato accolto qui, diversi l’hanno già fatto”.

di Marco Ferrari

Prestigio e credibilità...

Dopo la caduta del satiro-dittatore e l'arrivo di Mario Monti e i suoi uominicchi in loden, l'italia ha riavuto prestigio e credibilità nel mondo... Qui e anche Qui. E, nel frattempo che i nostri due soldati aspettano di poter continuare a vivere o di morire, il ministro Terzi (colui che li dovrebbe seguire) sfrutta come può, tutti i privilegi che ha acquisito da quando ha messo piede dentro montecitorio... tanto, a lui dei soldati che gliene frega?

Su Andrea Riccardi

Andrea Riccardi il misericordioso che non avrebbe MAI e poi MAI voluto entrare in politica...


Tecnico e ubiquo. Andrea Riccardi, ministro per la Cooperazione internazionale, e come tale titolare di un sobrio ufficio al secondo piano di largo Chigi, ha chiesto ed ottenuto l’assegnazione di un altro ufficio, stavolta all’interno del ministero degli Esteri e meno sobrio del precedente. La delega per la cooperazione, infatti, è sempre stata inquadrata tra le competenze della Farnesina. Così al fondatore della comunità di Sant’Egidio è venuto naturale, dopo aver sottratto il dossier al collega, sfilargli anche una stanza. La sua richiesta è stata accolta a tempo di record: il nuovo ufficio è già pronto e operativo ed il suo staff è in contatto col personale del dipartimento Cooperazione del ministero degli Esteri.

Il ministero di Riccardi, che Giorgio Napolitano e Mario Monti hanno ritagliato su misura per lui, è una novità senza precedenti nella storia repubblicana: una sorta di dicastero omnibus - l’elenco ufficiale delle deleghe dura cinque pagine ed è suddiviso in dodici articoli - che attinge le proprie competenze da settori tradizionalmente in mano ad altri ministeri. La Cooperazione è stata sottratta agli Esteri, l’immigrazione all’Interno, la famiglia al Welfare... Una situazione che determina qualche comprensibile malumore tra i colleghi di governo, i quali non hanno preso bene la deminutio. Che, per essere chiari, non riguarda solo le deleghe, ma anche i fondi per gestirle. La pratica Esteri, poi, è particolarmente sensibile: la Cooperazione è da sempre uno degli asset più importanti (per motivi economici, politici e strategici) della nostra struttura diplomatica. Raccontano che lo stesso ministro degli Esteri, Giulio Terzi di Santagata, non abbia gradito lo strabordare di Riccardi. L’ultima frizione tra i due risale a poche settimane fa, durante la definizione del nuovo decreto di finanziamento delle missioni internazionali, con il quale si è stabilito che, in occasione degli interventi di peace-keeping, il ruolo del ministero di Riccardi sarebbe stato rafforzato. Adesso, la stanza: anch’essa chiesta e ottenuta. E domani, si chiedono i colleghi di governo?

di Marco Gorra

giovedì 8 marzo 2012

L'llegalità? Va là


PRATO - «Un caloroso benvenuto all'onorevole ministro»: la scritta, in cinese e italiano, accoglie il ministro della Cooperazione internazionale e l'integrazione Andrea Riccardi nel centro culturale della chinatown pratese, mentre a Roma infuria la polemica politica dopo la lettera di 46 senatori Pdl che chiedono le sue dimissioni per quelle frasi del ministro contro il Pdl intercettate dai cronisti. «Quando sarò a Roma leggerò questa lettera con molta attenzione perchè quello che viene dal Senato, nello spirito di questo governo, è molto importante», taglia corteo il ministro alle insistenze dei cronisti. Più in là non va e preferisce invece parlare di integrazione. Accompagnato dal sindaco di Prato Maurizio Cenni, visita via Pistoiese, dove sorgono decine di negozi gestiti da cinesi.

La chinatown pratese è una della più grandi d'Italia. Nella città toscana tra regolari e no si contano ben oltre trentamila cinesi su 188 mila abitanti. «Prato - spiega il ministro - è un laboratorio di convivenza con le minoranze immigrate. Ci sono criticità di integrazione e problemi di legalità ma qui ci sono anche potenzialità». In questo momento di crisi economica, dice ai rappresentanti della comunità cinese, «dobbiamo sviluppare la collaborazione e il rispetto della legge». La scuola multiculturale del quartiere, fondata nel 1998, che lo accoglie con calore è frequentata da un migliaio di ragazzini cinesi. «Vengono qui - spiega il direttore Chen - il sabato e la domenica, quando la scuola italiana è chiusa, imparano soprattutto il cinese, perchè sono bambini nati in Italia che sanno perfettamente l'italiano ma rischiano di dimenticare il cinese». Alla scuola sono iscritti anche 3-4 bambini italiani. La lunga giornata toscana del ministro Riccardi era cominciata di prima mattina a Firenze all'Istituto degli Innocenti per parlare di integrazione nelle scuole, per poi proseguire a Prato, nella sede della Provincia, dove ha incontrato giovani delle seconde generazioni di immigrati, i sindaci della provincia e, quindi, nella sede del Comune, dove ha assegnato la cittadinanza italiana a tre ragazze straniere. Da Prato trasferimento a San Donnino (Campi Bisenzio) al centro 'Spazio Realè che opera sul piano culturale per favorire l'integrazione in un'area, anch'essa ad alta densità di immigrati. Ad accoglierlo, gli amministratori locali, ma anche il cardinale di Firenze Giuseppe Betori e l'Imam Ezedin Ezir. L'emergenza immigrazione esiste, martella il ministro, «ma non può essere trattata solo quella». Fondamentale, ripete, è la strada dell'integrazione. «Dobbiamo valorizzare i processi di integrazione esistenti». A Prato e Campi Riccardi ribadisce inoltre l'importanza dell'apprendimento della lingua italiana da parte degli immigrati per una effettiva integrazione. Le polemiche romane sollevate da quella frase di critica al Pdl sembrano lontane. «Quando arriverò a Roma leggerò quella lettera con il rispetto dovuto ai parlamentari», ripete mentre già in mattinata, il ministro aveva voluto subito sgombrare il campo: «Con Alfano ho un rapporto sereno e sincero da tempo».

Nel burrone ma con tanti elogi


Mai così alto il prezzo della benzina, mai così alte le tasse sulla casa, mai così alta la disoccupazione e la cassa integrazione, mai così alto il prezzo della verdura... Mi fermo al carciofo per non infierire, ma potrei continuare a lungo. Poi vedo il governo Monti e sento solo elogi sperticati. Istituzioni, Quirinale, Parlamento, Partiti- eccetto pochi- Poteri Sparsi, Media... Bravo, bis. Stiamo vivendo il Miracolo Italiano, abbiamo un governo favoloso, ce lo invidiano tutti, anzi Monti salverà l’Europa intera, dice Time, e poi penserà al pianeta e alle galassie... Per carità, non voglio rovesciare la frittata e attribuire a 110 giorni e lode di governo Monti tutta questa ecatombe; però trovo perlomeno stridente la situazione drammatica senza precedenti del nostro Paese e l’entusiasmo senza precedenti per il tecno-governo in carica. E continuo, come un bambino dell’asilo, a non capire perché- senza che sia accaduto nessun evento traumatico, una guerra, un’invasione degli alieni, un cataclisma - da un giorno all’altro, una situazione di debiti stratificata da decenni sia esplosa con questa drammatica urgenza. Ho l’impressione che qualcosa di enorme ci sfugga, qualcosa di non detto o solo misteriosamente alluso.Un’omertà euromafiosa, una camorra globale e indecifrata ha improvvisamente decretato questo Allarme Generale con Mazzate. E più sprofondiamo nella melma, nome gentile ma assonante, e più siamo costretti a cantare in gita distruzione (senza apostrofo) verso il burrone: battiam battiam le mani evviva il Professor.

Che schifo Riccardi!

Il mio commento l'ho scritto qui. E questo è solo l'ennesimo omucolo che pensa d'essere un padreterno.


Mario Monti aveva invitato i suoi ministri a tenersi lontani dalle dispute politiche. A mantenere, insomma, un profilo “tecnico” e a passare, in caso di difficoltà, per la diplomazia collaudata di Palazzo Chigi. Dove, ieri, è scattato l’allarme rosso che ha visto come protagonista Andrea Riccardi, ministro per la Cooperazione e l’Integrazione. La causa è uno scambio di battute per niente curiale del fondatore della Comunità di Sant’Egidio con la Guardasigilli Severino e il titolare della Sanità Balduzzi. Alla presentazione di una mostra sui rapporti tra Stato e Chiesa a Palazzo Giustiniani, noncurante della presenza di alcuni giornalisti, Severino esordisce: «Hai visto oggi?». Riccardi raccoglie: «Alfano voleva solo creare il caso», risponde. «Vogliono solo strumentalizzare: è la cosa che mi fa più schifo della politica, ma quei tempi sono finiti», aggiunge. Parole pesanti, ultimative, contro il principale partito della maggioranza. Parole che hanno causato una pioggia di critiche e richieste di dimissioni del Pdl. «Smentisca immediatamente o si dimetta», ha chiesto il capogruppo al Senato, Maurizio Gasparri. «Se gli facciamo così schifo può benissimo dimettersi», gli ha fatto eco l’omologo alla Camera, Fabrizio Cicchitto. Intanto Giorgio Stracquadanio ventilava l’ipotesi di un voto di «sfiducia individuale», magari al Senato, dove pidiellini e Lega ancora hanno la maggioranza.

Il premier, conscio che il governo rischia di non reggere una iniziativa di questo genere, ha invitato il suo ministro a chiedere scusa per «svelenire il clima». Una richiesta ferma, raccontano. Tantopiù che Monti si sarebbe già irritato nei giorni scorsi con il fondatore della Comunità di Sant’Egidio per la polemica aperta con il collega Ministro degli Esteri, Giulio Terzi, circa la delega e i finanziamenti per la Cooperazione internazionale. Le scuse di Riccardi sono puntualmente arrivate in serata: «Si è trattato di battute, estrapolate nel corso di una conversazione informale e non riportate nella loro interezza», ha premesso Riccardi in una nota. «Mi scuso se qualcuno si possa ritenere offeso», ha aggiunto. Il ministro ha voluto ribadire stima per il segretario del Pdl: «Ho sempre avuto con l’onorevole Alfano un rapporto cordiale e sincero». La nota ha soddisfatto solo in parte i berlusconiani, già indispettiti in passato per alcune uscite poco “tecniche” e molto “politiche” del ministro. Nessuna sfiducia individuale, però, per non terremotare l’esecutivo. Alfano e gli altri non vogliono accelerazioni. Dal canto suo Monti ha ribadito ai colleghi di governo che bisogna proseguire con determinazione nelle misure economiche e per la crescita, ma non avventurarsi su altre vie perché il rischio è che «la maggioranza si squagli». Il rischio è più concreto di quanto si immagini: in un solo giorno, ieri, Pd e Pdl, su due provvedimenti diversi, hanno minacciato di staccare la spina all’esecutivo. E già oggi, alla Camera, il governo è destinato ad una nuova prova: voto di fiducia sul dl Semplificazioni.

di Paolo Emilio Russo

mercoledì 7 marzo 2012

Stangate e fiducie


Nulla da fare: la stangata sull'Iva arriverà dal prossimo 1° ottobre. Il balzello che porterà l'Imposta sul valore aggiunto al 23% era prevista già dalla cosiddetta manovra salva-Italia, e il viceministro dell'Economia, Vittorio Grilli, nel corso della trasmissione Ballarò di martedì sera, ha detto chiaro e tondo che non si farà retromarcia. Il governo non ha individuato misure alternative per ottenere il gettito che deriverà dall'aumento dell'Iva, che così, puntuale, scatterà il prossimo inverno. La notizia ha subito innescato le proteste delle associazioni dei consumatori.

Codacons: "Ammazza l'Italia" - "Il Governo Monti non si accontenta di risanare i conti azzerando il deficit, ma vuole abbattere il debito anche a costo di ammazzare l'Italia e gli italiani". Così in una nota di fuoco il Codacons, che definisce il balzello sull'Iva una scelta "sciagurata, anche in considerazione del fatto che debito e deficit sono sempre considerati in rapporto al Pil e che non potrà esserci crescita nel nostro Paese se il Governo, già obbligato a ridurre la spesa pubblica, va ad incidere anche sui consumi già in calo, ossia su una componente fondamentale della domanda". Il Codacons sottolinea poi come "il governo si è dimenticato della denuncia della Corte dei Conti che per l'iva ha evidenziato un tax gap superiore al 36%, di gran lunga il più elevato tra i grandi Paesi europei". Quindi le stime: secondo l'associazione, con il balzo dell'Iva al 23%, per la famiglia media Istat da 2,5 componenti, la stangata sarebbe su base annua di 352 euro, "limitandosi a calcolare il solo effetto diretto, senza cioè arrotondamenti dei prezzi". Per una famiglia di tre persone la tassa schizzerebbe a 418 euro, sempre senza arrotondamenti. "Incassi però - conclude il Condacons - che sarebbero ben inferiori a quelli che si otterrebbero se il Governo recuperasse anche solo il 10% dell'evasione denunciata dalla Corte dei Conti".

Cia: "Un duro colpo" - Quindi la denuncia della Cia, che spiega che l'aumento dell'Iva "sarà un nuovo duro colpo per i consumi alimentari e di conseguenza si avranno ulteriori problemi per i produttori agricoli". E' netta la contrarietà della Confederazione italiana agricoltori al provvedimento: "Già il settore agroalimentare vive una fase molto complessa. Lo scorso anno i consumi hanno subito una decisa frenata (meno 1,3%). La crisi economica, il calo del potere d'acquisto e il minore reddito disponibile hanno costretto quattro famiglie su dieci a tagliare il carrello della spesa alimentare", sottolinea l'organizzazione agricola. E ancora: "Il carrello della spesa alimentare nel 2011 è cambiato e sono diminuiti i consumi a tavola di alcuni prodotti, tra cui carne, frutta, verdura, latte fresco. Di riflesso l'incremento dell'Iva farà sentire i suoi effetti sulle imprese agricole che operano in contesto difficile, con costi in forte crescita (caro-gasolio e aumenti contribuitivi) e con la prospettiva del nuovo gravoso onere dell'Imu sui fabbricarti rurali e sui terreni agricoli". Di qui l'esigenza, conclude la Cia, che "il governo riveda queste misure che non favoriscono certo lo sviluppo, ma rischiano di aggravare ulteriormente al situazione economica del Paese".

Coldiretti: "Effetti depressivi" - Per ultimo il grido di dolore della Coldiretti, secondo la quale l'aumento dell'Iva costerà agli italiani oltre un miliardo soltanto per le spese alimentari. Secondo l'analisi della Coldiretti un aumento del 2% delle aliquote Iva del 10 per cento e del 21 per cento, applicate a numerosi prodotti alimentari, "non mancherà di determinare ulteriori effetti depressivi sulla spesa per i generi alimentari che nel 2011 sono calati dell' 1,3 per cento secondo l'Istat". L'aumento dell'iva dal 21 al 23 per cento colpirebbe alcuni prodotti di largo consumo come l'acqua minerale, la birra e il vino ma anche specialità come i tartufi mentre a quello dal 10 al 12 per cento sono interessati dalla carne al pesce, dallo yogurt alle uova ma anche il riso, il miele e lo zucchero.


Il governo si salva in corner dopo una giornata di tremori e minacce sul decreto semplificazioni. Il ministro per i rapporti con il parlamento, Piero Giarda, ha annunciato che l'esecutivo porrà sì la fiducia sul testo, ma sulla versione uscita dalle Commissioni con tanto di modifiche. Niente braccio di ferro, dunque, come paventato dal sottosegretario all'Economia Gianfranco Polillo secondo cui alla pioggia di emendamenti dei partiti si poteva mettere fine solo con un maxiemendamento. Un ricatto al Parlamento e alla sua sovranità, ha subito attaccato il democratico Gianclaudio Bressa: "Inaccettabile, se sarà confermato il parere il Pd non voterà la fiducia". Emergenza rientrata in serata, ma i problemi restano.

Insofferenza - Le parole di Polillo almeno erano chiare: il governo è stufo della melina del Parlamento. Troppe modfiche, si rischiava di snaturare il provvedimento che prevede, tra l'altro la stabilizzazione di un imprecisato numero di precari della scuola. "Le strade a questo punto sono due: o un maxi-emendamento senza le modifiche delle commissioni oppure modificheremo il testo in Senato", ha annunciato il sottosegretario all’Economia a margine delle Commissioni Affari Costituzioni e Attività Produttive. E i democratici non ci stanno: "Se sarà confermato il parere, il Pd non voterà la fiducia", il commento a caldo del Pd Bressa parlando di "un atto politicamente inaccettabile, un atteggiamento che non potrà non avere conseguenze". "Il Parlamento - ha concluso l'esponente del Pd - non può essere trattato così".

Acqua sul fuoco - I vertici democratici hanno poi minimazzato. "Mai pensato di non votare la fiducia sul dl Semplificazioni - fa parziale retromarcia il capogruppo alla Camera Dario Franceschini -, ma resta un problema molto grave dal punto di vista istituzionale". "Non esiste che un sottosegretario, Polillo minacci una commissione parlamentare senza averne titolo di ricorrere a un maxiemendamento su cui mettere la fiducia anzichè sul testo votato dalle commissioni se non viene modificata una norma già approvata e non gradita. Mi aspetto che il governo chiarisca che l'improvvida uscita del sottosegretario non era in alcun modo autorizzata". Anche il segretario Pier Luigi Bersani, davanti alle telecamere di Sky Tg24, dichiara di sostenere il governo: "Monti va avanti fino al 2013. Ma - ecco l'altra questione caldissima - deve decidere cosa fare sulla governance della Rai". Come dire: i rischi per il professore restano tutti.

Le modifiche - Tutto questo mentre alla Camera si era raggiunta finalmente un'intesa sulle assunzioni nella scuola. Dopo la retromarcia di ieri sera, martedì 7 marzo, sulla norma che prevedeva la stabilizzazione di diecimila precari della scuola da finanziare anche con un aumento delle accise sulla birra, si è trovato un nuovo accordo: tolta l'indicazione delle 10mila assunzioni si parla genericamente di aumenti di organico e affida il finanziamento a un fondo del ministero dell’Istruzione e al ministero dell’Economia il compito di rivedere, entro 6 mesi, il prelievo sui giochi. Dal 2013, quindi, il Lotto e altrri giochi finanzieranno la scuola. Il testo dovrà ora passare nuovamente al vaglio della commissione Bilancio, quindi le commissioni competenti daranno il mandato al relatore e il provvedimento approderà nell’aula di Montecitorio. E anche sul decreto semplificazioni si concretizza la possibilità che venga messa la fiducia in vista sul dl semplificazioni alla camera. Alla conferenza dei capigruppo si è stabilito che se questa sera il Governo porrà la fiducia la relativa votazione si terrà domani dalle 13.30.

Il gruppo Bilderberg

Dietro ad ogni cosa piccola e grande, c'è sempre qualcuno... E avevano ragione Samuela e Josh in un post pubblicato precedentemente da me.


Il gruppo Bilderberg, cupola finanziaria mondiale, sembra aver 'commissariato' anche la valle di Susa per la realizzazione della linea Tav Torino-Lione. L’olandese Jan Brinkhorst, coordinatore per la politica europea dei trasporti ferroviari e membro del più esclusivo club mondiale dell’oligarchia finanziaria, farà parte del nuovo organismo italo-francese che il 20 dicembre i governi di Roma e Parigi hanno stabilito di costituire per realizzare entro dieci anni, a partire dal 2012, la tratta ferroviaria più controversa del pianeta. Il gruppo Bilderberg, cupola finanziaria mondiale che ha piazzato a Bruxelles l’euro-presidente Van Rompuy e a Palazzo Chigi il professor Monti, sembra aver 'commissariato' anche la valle di Susa per la realizzazione della linea Tav Torino-Lione: l’olandese Jan Brinkhorst, coordinatore per la politica europea dei trasporti ferroviari e membro del più esclusivo club mondiale dell’oligarchia finanziaria, farà parte del nuovo organismo italo-francese che il 20 dicembre i governi di Roma e Parigi hanno stabilito di costituire per realizzare entro dieci anni, a partire dal 2012, la tratta ferroviaria più controversa del pianeta.

Vano l’appello di 150 docenti universitari italiani al presidente Napolitano: la Torino-Lione si farà, anche se finora i promotori non ne hanno mai dimostrato l’utilità. E i lavori di Chiomonte saranno affidati alla Cmc di Ravenna, coop 'rossa' considerata storicamente vicina al leader del Pd, Pierluigi Bersani. Il nuovo accordo italo-francese prevede un tunnel di 57 chilometri che unisca le future stazioni internazionali di Susa e St. Jean de Maurienne: i lavori per il traforo alpino partirebbero dal versante francese, mentre in Italia si prevedono cantieri a Bussoleno per l’interconnessione con l’attuale linea ferroviaria internazionale Torino-Modane, che già attraversa la valle di Susa ma, dato il crollo ormai clamoroso del traffico merci, è utilizzata per meno del 20% della sua capacità di trasporto. I lavori di Chiomonte, nell’area della Maddalena sgomberata a giugno dalla polizia e ora trasformata in 'fortino' militarizzato per tenere lontana la protesta popolare, riguardano un 'cunicolo esplorativo': costoso sondaggio geognostico orizzontale, che intersecherebbe la direttrice sotterranea del futuro traforo ferroviario. L’incarico alla Cmc, osservano i No-Tav, è stato affidato senza gara d’appalto: forse per evitare le penali innescate dalla cooperativa, che già nel 2005 si vide bloccare il cantiere di Venaus dopo le proteste di massa che misero fine al primo progetto Torino-Lione.

La nuova società ferroviaria per l’alta velocità transalpina avrà in Francia la sede legale e in Italia quella operativa: sarà il terzo organismo societario creato in vent’anni per la Torino-Lione dopo Alpetunnel eLyon-Turin Ferroviaire, due autentiche 'fabbriche di progetti', finora soltanto cartacei. Ufficialmente mista, la nuova società sarà verosimilmente strutturata secondo le modalità del famigerato business pubblico-privato all’italiana: al general contractor privato gli enormi proventi dei lavori di cantiere, mentre al contribuente il peso finanziario schiacciante di un’opera faraonica, la più grande mai progettata in Italia: 8 miliardi il valore nominale dichiarato nell’accordo del 20 dicembre, ma in realtà oppositori e tecnici universitari parlano di almeno 20 miliardi; per il professor Ivan Cicconi della Sapienza di Roma, massimo esperto italiano in materia di project financing e annesse voragini di bilancio, la Torino-Lione potrebbe aggravare il debito pubblico per una cifra di addirittura 40 miliardi di euro. E la tenace protesta popolare della valle di Susa? Carta straccia, come il pronunciamento democratico degli italiani, decisi a tutelare i beni comuni coi referendum di giugno? Se l’opposizione contesta innanzitutto l’impatto ambientale devastante di un’opera così oscuramente faraonica – paure per l’uranio e l’amianto del sottosuolo, ma anche per le falde acquifere, senza contare il disagio incalcolabile dei maxi-cantieri (nessuno crede che potrebbero davvero durare 'solo' dieci anni) – ad aggravare il quadro è la stima preoccupante dei costi, sociali e finanziari, imposti all’Italia in piena recessione, che dal 2012 assaggerà tutto l’amaro della manovra 'lacrime e sangue', disposta da Mario Monti in ossequio al diktat della Bce firmato da Trichet e Draghi.

Se, come dice Beppe Grillo, la Torino-Lione è “un crimine contro l’umanità di domani”, costretta a pagare l’eredità di un debito mostruoso, in questo caso sfugge completamente il 'movente': perché dissanguarsi per un’opera che i migliori specialisti universitari definiscono già obsoleta e comunque inutile, dato che la direttrice delle merci è ormai la Genova-Rotterdam? Per essere dei buoni cremlinologi, scrisse Guido Ceronetti prima ancora che crollasse l’Unione Sovietica, occorreva essere innanzitutto valenti criminologi. Lo stesso Ceronetti, grande eretico della letteratura italiana, la scorsa estate visitò le barricate di Chiomonte e scrisse un eccezionale reportage per La Stampa, concludendo che la valle di Susa fa benissimo ad opporsi, perché anche la Torino-Lione fa parte di un grande disegno tecnocratico-demoniaco che ha per obiettivo la devastazione e la riduzione in schiavitù. Suggestioni culturali a parte, ecco che ora in mezzo ai monti della valle di Susa compare l’ombra del Bilderberg, sotto le sembianze del liberal-democratico olandese Brinkhorst: un commissario di Bruxelles, messo a guardia di questa anomala frontiera ferroviaria. Mandante: il super-potere finanziario mondiale, che per sviluppare i suoi affari nel Vecchio Continente si avvale degli euro-tecnocrati, quelli che stanno confiscando la sovranità dei popoli europei tagliando il welfare, imponendo rigore e promettendo una crescita ormai palesemente impossibile.

Follow the money, raccomanda il manuale di criminologia: se vuoi trovare l’assassino, ti conviene risalire il flusso di denaro, esattamente come fa la magistratura antimafia. L’Europa, avverte il giallista Massimo Carlotto, è diventata la più grande 'lavanderia di denaro' del mondo, e le grandi opere sono perfette per riciclare denaro sporco. Ma la ‘ndrangheta e i suoi protettori della casta nostrana in doppiopetto, sostiene il giornalista Paolo Barnard, sono soltanto 'mafie regionali', se si considera il paese-mondo. La cittadinanza planetaria, infatti, ormai soggiace a poteri ben più pericolosi, come quello del grande capitale che, attraverso la finanza e la manipolazione politico-mediatica, è riuscito a privare un intero continente – l’Europa – della propria sovranità democratica: grazie all’adozione dell’euro, moneta comune ma non pubblica, non erogabile a favore dei cittadini, gli Stati non possono più fare i necessari investimenti sociali e vengono inesorabilmente trascinati in una logica finanziaria non più autonoma, ma subordinata agli interessi dell’oligarchia planetaria di cui proprio gli uomini del Bilderberg sono tra i più influenti portavoce.

Allora, dov’è il 'movente' per la Torino-Lione? Il blog Anarchismo Comidad fa nomi e cognomi: italiani ma, soprattutto, francesi. Se fino all’inizio degli anni ’90 il debito pubblico italiano era essenzialmente interno, “progressivamente è diventato anche un debito nei confronti di banche straniere, in gran parte francesi, come la mega-multinazionale Bnp Paribas, che detiene oggi anche la proprietà della Bnl, la banca italiana che prima apparteneva al Ministero del Tesoro (a proposito di privatizzazioni suicide)”. L’altra multinazionale francese interessata al debito pubblico italiano è Crédit Agricole, che possiede anche Cariparma. Entrambe le banche francesi, continua Comidad, negli ultimi mesi hanno improvvisamente ridotto la loro esposizione nei confronti dei titoli italiani: se ormai è acquisito che il fatale attacco al nostro debito pubblico è stato avviato da Deutsche Bank e da Goldman Sachs, è altrettanto certo che anche Bnp Paribas esercita il suo peso in termini di pressioni sull’Italia. Obiettivo: ottenere grandi profitti attraverso grandi opere. “Qualche sospettoso – continua l’analisi di Comidad – potrebbe ipotizzare che Bnp Paribas sia interessata anche al settore dell’alta velocità in Italia”. Sospetto confermato: la maxi-banca francese ha in effetti acquistato lotti di terreno italiano destinati ad aree ferroviarie Tav, come quella di Roma-Tiburtina. Lo stesso colosso finanziario transalpino è anche la banca di riferimento della multinazionale francese dell’alta velocità, la Alstom. Dunque, il legame tra il debito pubblico italiano e il business dell’alta velocità non è più solo un’ipotesi: “Le multinazionali francesi hanno compiuto una tipica operazione di colonialismo commercial-finanziario: si compra il debito di un Paese per costringerlo ad acquistare i propri prodotti, specialmente i più costosi e meno convenienti”. In valle di Susa i No-Tav hanno frenato il maxi-affare? La grande finanza allora ha agito premendo sul fantasma del default: "Ed ecco perché, in piena emergenza-debito, l’alta velocità non si tocca". Lumi e spiegazioni diverse dal signor Bilderberg? Macché: la Torino-Lione è semplicemente “strategica per l’Europa”, ha ripetuto Jan Brinkhorst, sciorinando il consueto dogma teologico che finora nessuno, nel Parlamento italiano, si è premurato di verificare.

Giorgio Cattaneo

Ostaggi degli extracomunitari


MILANO - Diciotto nigeriani richiedenti asilo hanno occupato il centro di accoglienza in cui sono ospitati a Palma di Montechiaro (Agrigento) e si sono barricati all'interno, dove hanno trattenuto anche un addetto della comunità che gestisce la struttura. Sul posto sono intervenuti poliziotti del locale commissariato e i vigili del fuoco, nell'eventualità che i migranti possano appiccare il fuoco alle suppelletteli. L'uomo trattenuto dai nigeriani secondo quanto si apprende sta bene e non sarebbe stato sottoposto ad alcun maltrattamento.

ANDARE A MINEO - I profughi, da 10 mesi a Palma di Montechiaro, hanno chiesto di essere trasferiti nel centro di Mineo (Catania), per raggiungere congiunti e connazionali che vi si trovano. L'ostaggio è Luigi Tannorella, 33 anni, di Palma di Montechiaro, addetto della comunità. L'uomo è ancora tenuto all'interno del centro di accoglienza dai nigeriani, tutti uomini e maggiorenni, che non hanno raccolto i ripetuti inviti della polizia a rilasciare l'ostaggio. La tensione è alta e sul posto i poliziotti del commissariato di Palma di Montechiaro attendono rinforzi dalla Questura di Agrigento.

Togli una tassa, metti una tassa...


MILANO - Trovata l'intesa sulle assunzioni nella scuola previste dal decreto legge semplificazioni all'esame della Camera. La norma, rivista dopo una lunga riunione tra Governo, relatori e rappresentanti Pd e Udc, non indica più la cifra di diecimila assunzioni, affida il finanziamento di eventuali aumenti di organico a un fondo del ministero dell'Istruzione e al ministero dell'Economia il compito di rivedere, entro sei mesi, il prelievo sui giochi, senza introdurne di nuovi. Queste risorse aggiuntive andranno a finanziare l'autonomia scolastica prevista dal provvedimento. Non ci sarà, pertanto, l'aumento delle accise su birra e alcolici, che in un primo tempo si ipotizzava potesse servire a coprire l'assunzione di precari.

PRELIEVO SU LOTTO E SUPERENALOTTO - Un comma aggiuntivo «di salvaguardia» consente eventualmente al Miur di trovare risorse altrove, cioè dall'esterno: si dà la delega al ministero dell'Economia, attraverso i Monopoli di Stato, di variare il prelievo (ossia rivedere le convenzioni) sui giochi già esistenti (come Lotto o Superenalotto), senza istituirne dei nuovi, ai fini di finanziare aumenti dell'organico di docenti e personale Ata. Solo che dal testo del nuovo emendamento riformulato, non c'è più l'indicazione delle 10 mila nuove unità. In pratica nessun numero sui nuovi assunti.

«COPERTURA SUBITO CONGRUA» - Secondo quanto riferito dal relatore del dl semplificazioni in commissione Bilancio, Roberto Occhiuto, «la norma considera il numero dell'organico esistente e l'eventuale sforamento sarà coperto con un fondo del ministero dell'Istruzione, quello per il merito, che è un fondo capiente». Il fondo del Miur è di circa 900 milioni, «anche se non tutti saranno ovviamente utilizzati per le nuove assunzioni». Per ammortizzare la spesa per il ministero si è pensato quindi alla nuova tassazione sui giochi già esistenti che però, essendo in sé aleatoria, non poteva essere l'unica fonte di copertura per la scuola. «Con i giochi - spiega Occhiuto - non si possono coprire spese strutturali come l'organico» di docenti e personale Ata. «Il nuovo emendamento però - ribadisce - considera l'organico che già c'è». «Serviva una copertura - ha aggiunto Occhiuto - che fosse da subito congrua». L'emendamento riscritto deve avere ora l'ok per l'aula da parte delle commissioni di merito Affari costituzionali e Attività produttive.