mercoledì 7 marzo 2012

Così, tanto per...

... poi, in queste ultime settimane s'era pensato di partire; pochi giorni ad agosto e altri pochi a novembre o dicembre approfittando dei ponti lunghi. S'era partiti con l'idea di andare pochi giorni in scozia prima e dopo, magari di tornare in irlanda, chessò, magari ad halloween oppure verso fine anno. Cercando on line nel mio tempo libero, ossia, quasi sempre di notte, ho visto che quasi a pari prezzo della scozia, c'è un viaggio più o meno qui per una settimanella. Volo+hotel. Ok, alla mia età dovrei vedere altro e invece, voglio infilarmi in una delle patrie del consumismo sfrenato e del divertimento a pagamento e non pensare ad un cazzo e chissenefrega. La scozia può aspettare un anno. Quindi, è deciso, ad agosto andrò a conoscere Topolino e Harry Potter e a vedere un nuovo spettacolo di Le cirque du soleil. E niente, ora, alcuni fine settimana sono per i pellegrinaggi alle agenzie viaggio e alle scorribande dei tour operators in rete per il confronto dei prezzi. E, al di là della pessima situazione italiana, al di là del mio lavoretto a singhiozzo, quest'anno, finalmente si parte.

Ridurre la spesa pubblica no eh?


Quando una piccola impresa vede ridursi il proprio reddito si arrangia. Riduce innanzitutto le spese e poi si «sbatte» in tutti i modi per lavorare di più. La più grande impresa del Paese, cioè lo Stato, che impiega 3,6 milioni di dipendenti e ha ricavi per 771 miliardi di euro l’anno (le nostre tasse) ragiona diversamente. Fa una legge e per decreto aumenta i ricavi, cioè le nostre tasse. Se la vita economica fosse così facile avremmo risolto i problemi del mondo. Stiamo forse banalizzando? Ma va là. Sentite questa. Ieri in Parlamento hanno deciso di stabilizzare 10mila dipendenti della pubblica istruzione, poi, in serata, sono tornati indietro e hanno bocciato la norma: niente assunzioni. Sventata la follia, ma non il principio che la stava ispirando. Bisognava trovare il denaro per stabilizzare quei 10 mila professori. Già, come? Cercando nelle pieghe dei ministeri? Riducendo gli sprechi? Combattendo l’assenteismo? Ma figurarsi. È bastato toccare una piccola tassa sugli alcolici e la birra. L’equazione è presto fatta: più istruzione meno alcol. E tutti a brindare alla nuova e progressiva norma. Tutte balle. Ma ben confezionate.

Il fatto che questa volta il colpo di mano sia stato sventato, non cancella il problema. Anzi. Abbiamo costruito 1.900 miliardi di euro di debito pubblico proprio su micro manovre di questo genere. La faccia tosta dei nostri politici non ha limiti. Il governo è riuscito ad aumentare le imposte locali retroattivamente, negli ultimi decenni (compresi Berlusconi e Monti) si sono toccate le accise sulla benzina fino a portarla a due euro al litro. E ora anche la birra. Gli italiani hanno dato l’impressione di poter sopportare qualsiasi supplizio fiscale. Crediamo che oggi non sia più così. In queste ore in cui si discute di una norma costituzionale che imponga il pareggio di bilancio pubblico, riteniamo che sia un falso obiettivo. Il problema non è pensare di trovare grazie alla birra le risorse per assumere 10mila dipendenti pubblici (principio del pareggio di bilancio), ma è ridurre i dipendenti pubblici e non toccare le accise (principio della riduzione della spesa pubblica). E per questa via ridurre le imposte. In Costituzione si dovrebbe piuttosto inserire una norma vincolante sulla percentuale totale di reddito che si può sottrarre agli italiani. Oggi lo Stato preleva il 44% della nostra ricchezza. In un Paese libero non dovrebbe superare il 30 per cento. Altro che imposte sulla birra.

Ps. Le accise su benzina e birra e le addizionali Irpef locali sono decisamente regressive. E cioè colpiscono in maniera maggiore le fasce di reddito più basse.

Italia e lavoro


MILANO - In Italia non si può non richiedere «che si lavori di più, in più e più a lungo»: lo ha detto il governatore di Bankitalia Ignazio Visco precisando che «non si tratta di uno slogan ma di un percorso inevitabile da affrontare con determinazione, anche se con gradualità». Per Visco «non può esserne più rinviato l'inizio».

DIVARI - «Il nostro Paese è oggi impegnato in uno sforzo impegnativo sul piano della stabilità finanziaria; ad esso non può non accompagnarsi quello altrettanto importante sul fronte delle riforme strutturali» afferma il Governatore in apertura di un convegno dedicato alle donne nell'economia italiana. Riforme, dice Visco, «volte a recuperare una serie di divari» come quello della disuguaglianza di genere, per puntare a creare un'economia «in grado di crescere più velocemente in modo duraturo e di generale elevati livelli di occupazione e progresso sociale». Una crescita, sintetizza Visco, che deve essere intelligente, sostenibile e inclusiva.

RIFORMARE IL MERCATO DEL LAVORO - Il mercato del lavoro, insomma, va riformato per farlo funzionare meglio, e bisogna evitare resistenze al cambiamento. «Un migliore funzionamento del mercato del lavoro - ha detto Visco - con la capacità di accompagnare e non con la volontà di resistere al cambiamento - nelle tecnologie, nelle produzioni, nell'apertura dei mercati, nelle organizzazioni delle imprese - va di pari passo con mutamenti profondi nella struttura produttiva, dalla dimensione delle imprese manifatturiere alla concorrenza e all'efficienza dei servizi». «L'Italia non resista alla riforma del mercato del lavoro», è il monito del governatore.

PAESE ANZIANO - Molti i divari da recuperare: «L'Italia è innanzitutto un paese anziano. Questo rende la sfida della crescita economica non solo più difficile ma anche decisiva». Secondo il numero uno di palazzo Koch «il mantenimento stesso del livello di vita raggiunto nel nostro paese richiede che si innalzi l'intensità del capitale umano e riprenda a crescere la produttività totale di fattori».

DIVARI DI GENERE - Essenziale poi rimuovere i divari di genere, poiché «dal lavoro delle donne può venire un contributo potenzialmente rilevante» per la crescita. «L'obiettivo di conseguire una piena uguaglianza di genere - ha spiegato Visco - va ovviamente oltre la sola sfera economica. In molte aree i divari sono evidenti, su altre operano effetti indiretti (va di moda nell'economia e nella finanza parlare oggi di "unintended consequences") che vanno studiati e rimossi». Secondo il governatore, «recuperare i divari rispetto alla partecipazione del mercato del lavoro femminile, la mancata valorizzazione di queste competenze, trasformare una grave debolezza in una straordinaria opportunità, è un obiettivo che non possiamo non porci. Dalla strategia di Lisbona ad oggi è una delle aree da cui, non solo, ma soprattutto in Italia - ha osservato -, ci dobbiamo aspettare un contributo potenzialmente rilevante per a crescita economica e civile». Visco ricorda che in Italia «oltre due milioni di giovani oggi non studiano, non lavorano e non partecipano a un'attività formativa; di essi 1,2 milioni sono donne». Occorre quindi «ricercare le ragioni, e rimuoverle, per le quali è così bassa l'occupazione in parti importanti del nostro territorio, tra i giovani, tra le donne». Vanno rimossi gli ostacoli «anche se in qualche caso ciò significa contrastare rendite di posizione o interessi particolari. Bisogna avere la consapevolezza, però, che ne va del nostro futuro».

martedì 6 marzo 2012

Semplificazioni e ulteriori tasse (qualora fossero ancora poche)


MILANO - Birra e prodotti alcolici più cari per pagare la stabilizzazione di personale docente e non per i servizi legati al tempo pieno: lo prevede un emendamento votato in commissione alla Camera durante l'esame del dl semplificazioni. Le norme sulla scuola prevedono, tra l'altro, l'aumento dell'organico dell'autonomia di «ulteriori 10 mila posti» tra personale docente ed Ata, a partire dall'anno scolastico 2012/2013. Sull'emendamento c'è stato un piccolo colpo di scena con i due relatori che si sono espressi in disaccordo: Stefano Saglia del Pdl ha dato parere contrario, mentre Oriano giovanelli (Pd) si è espresso a favore. Di fronte a questa inedita situazione, il governo si è rimesso al voto delle commissioni. Lì l'emendamento è passato con 29 sì e 13 no.

LA SICUREZZA SUL LAVORO - Si stabilisce invece che le semplificazioni non verranno attuate in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Il comma 6 dell'articolo 14, nella formulazione originaria prevedeva invece che fossero salve dalle semplificazioni solo le disposizioni in materia fiscale e finanziaria. Esulta il Pd. Cesare Damiano e Antonio Boccuzzi dicono: «L'emendamento del governo esclude da ulteriori semplificazioni il tema della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro. Il rischio sarebbe stato quello di diminuire i controlli e la loro efficacia, in un momento nel quale purtroppo gli incidenti mortali sul lavoro si susseguono, basti pensare all'ultimo incidente in un cantiere vicino Torino e a quello che è successo a Reggio Calabria mentre si montava il palco del concerto di Laura Pausini».

Il governo dello schifo. Gli inutili professori bocconiani


«La notizia dell’incarcerazione dei marò me l’ha portata uno dei giovani dicendo: Comandante a questo punto mi verrebbe voglia di togliermi l’uniforme e fare altro nella vita», racconta al Giornale un ufficiale della Marina militare. Un misto di amarezza, incredulità e rabbia, per non poter far nulla, sono i sentimenti che emergono dal mondo militare, dopo che i marò sono finiti nelle galere indiane. Il ministro Giampaolo Di Paola, ammiraglio, non parla perché lo fa la Farnesina. Su Facebook la nota di protesta rivolta all’India del segretario generale del ministero degli Esteri, Giampiero Massolo, è oggetto di scherno da parte dei militari: «Ora che abbiamo espresso “vivissima preoccupazione” possiamo risistemare mutande e pantaloni sotto le ginocchia, come ci compete! Vergogna...». Dall’ufficio stampa della Marina si chiudono a guscio e annunciano che nessuno parla per le prossime 48 ore. Basta un giro di telefonate, garantendo l’anonimato, per aprire il vaso di Pandora. «La delusione è a 360°. E adesso con che spirito andremo in missione antipirateria? - si chiede un ufficiale - Se sventolassimo la bandiera inglese o americana non sarebbe finita così. Con il tricolore se fai il tuo dovere e spari rischi di finire in galera in patria o in India».

I marinai sostengono all’unisono che «la nave non doveva tornare indietro. La linea di comando militare aveva detto di non farlo. Il capitano avrà parlato con l’armatore che a sua volta avrà chiamato la Farnesina, che ha consigliato di collaborare ed è scattato il trappolone». Molti si scagliano conto i diplomatici. «Perché l’ambasciatore non è andato subito a prendersi i marò scortandoli in una nostra sede diplomatica? Gli indiani potevano venire a interrogarli, ma non ad arrestarli», sottolinea un ufficiale dell’Esercito in servizio all’estero. «Adesso che la diplomazia ci ha messo nella bocca del lupo ci deve tirare fuori» ribatte un ufficiale della Marina. Un colonnello fa notare che l’Italia è sola: «Dove sono l’Europa, Bruxelles, gli organismi internazionali?». Salendo di grado, con l’incredulità si fa notare anche il bicchiere mezzo pieno. «Sono meravigliato dell’evoluzione negativa - osserva un ammiraglio -. Si sperava in una piega diversa tenendo conto che la giurisdizione rimane italiana». Un altro ammiraglio fa notare che «forzare la mano in questo momento, con le elezioni nello Stato indiano dove sono stati fermati i marò, il 17 marzo, è controproducente. Bisogna cogliere tutti i segnali: i fucilieri non sono stati messi in un carcere duro e godono di un trattamento differenziato. Forse gli stessi indiani si rendono conto che qualcosa non funziona nella loro ricostruzione».

I marò in servizio continuano a chiedere come stanno i fra’ (fratelli)? «La solidarietà è fortissima e pure il senso di impotenza» spiega un ufficiale. L’impotenza «diventa rabbia quando si pensa che gli americani li avrebbero già tirati fuori. I tempi della diplomazia, purtroppo, non sono quelli degli uomini d’azione». Anche i commilitoni dell’Esercito, che spesso hanno combattuto al fianco dei marò in missioni sanguinose sono sulla stessa lunghezza d’onda. «Quello che succede a loro potrebbe accadere a noi. Una condanna in India sarebbe paradossale - fa notare un veterano delle missioni internazionali - E se qualcosa del genere capitasse in Afghanistan? Ci facciamo la galera pure a Kabul?». Un generale ammette che serpeggia una forte «sensazione di amarezza. Sulla linea militare era stato consigliato di tirare dritto e non tornare in porto». Però, in questo momento, «parlare danneggerebbe i tentativi diplomatici». Su Facebook la sottigliezza passa in secondo piano. Lo spirito di corpo è fortissimo come dimostra un messaggio rivolto ai due marò ancora prima che finissero in carcere. «Massimiliano, in questo momento tutti i fucilieri ed ex fucilieri di Marina italiani, sono con te e Salvatore. Se ce lo chiedessero, saremmo pronti per partire e venire a riprendervi fisicamente... anche stasera stessa! Non mollate ragazzi! Un fraterno abbraccio!...Per Mare, Per Terram!».

Nessun limite per gli extracomunitari.


Il Governo Monti è una montatura; non c'è giorno che non ci sia qualche particolare a confermarlo. Alcune delle ultime notizie riguardano l'eliminazione della tassa del 2% sui trasferimenti di denaro tramite i money transfer e l'assenza di limiti di contante in tasca per gli extracomunitari non residenti.

La tassa del 2% era stata voluta dal precedente governo sui trasferimenti di denaro degli stranieri ipoteticamente irregolari, ossia quelli non residenti e magari senza documenti, ma probabilmente abitanti stabilmente in Italia. Il Governo Monti, per seguire accordi internazionali favorevoli al fenomeno delle rimesse, come forma di finanziamento per lo sviluppo dei Paesi d'origine degli immigrati, ha deciso di togliere tale tassa. Il titolare dell'agenzia, in cui viene richiesto il trasferimento, qualora lo straniero non abbia un documento valido, deve solo segnalare la cosa alle forze dell'ordine (e come, se l'irregolare non ha documenti validi? Lo descrive alla buona? Alto/basso, magro/grasso, ecc? Esce per strada e lo indica col dito agli agenti? O come?). Perciò, nessuna tassa sui guadagni irregolari di stranieri irregolari e spediti all'estero (ossia tolti alla nostra comunità nazionale). Su questo, sul giro multimilionario dei money transfer, che servono in particolare i cinesi in Italia, vi consigliamo di leggere i due articoli, riportati più sotto, dell'agenzia ADNKronos. Un bel travaso di bile. Riguardo il limite di contante, gli italiani possono utilizzare al massimo 1000 euro. Oltre questa cifra devono necessariamente appoggiarsi a forme alternative di pagamento. Invece, gli extracomunitari non residenti in Italia non hanno tale limite. La giustificazione è agevolare il turismo e le abitudini dei turisti ricchi, i quali "a casa loro" non amerebbero forme di pagamento come quelle elettroniche (toglieteci un dubbio? Quando arrivano in Italia, prelevano dai bancomat migliaia e migliaia di euro, o portano il loro denaro direttamente dall'estero, cambiandolo una volta arrivati qui, amando girare con tutto quel contante in tasca? Volete farci davvero credere questo?). E il tutto sarebbe "garantito" solo dalla richiesta di una fotocopia del passaporto al momento dell'acquisto... Perciò, nessun limite al riciclaggio di denaro da parte di extracomunitari. Governo Monti: al peggio non c'è limite.

Fisco, con Money transfer evasione da 3 miliardi anche a portata di click (ADNKronos, 25 febbraio 2012):

In Italia evadere o riciclare denaro non ha ostacoli. Intermediari compiacenti, pagamenti frazionati per aggirare le norme, ma soprattutto un solo click. Il fenomeno money transfer nasconde sempre più insidie, specialmente online. Un affare da capogiro se si considera che il riciclaggio delle criminalità organizzata tocca i 150 miliardi di fatturato. Secondo le stime prudenti di Ranieri Razzante, consulente della Commissione parlamentare antimafia, ogni anno sfuggono ai controlli "circa 3 miliardi di euro" - dice all'Adnkronos -, poco meno della metà dei circa 6,5 miliardi inviati all'estero con i money transfer. Cifre che spaventano e hanno indotto il senatore del Pdl, Raffaele Lauro, a chiedere di aprire un'inchiesta sul tema. Se Bankitalia prova a stringere i cordoni della vigilanza, inviare soldi illeciti all'estero è un gioco da ragazzi. E internet offre due vantaggi: farlo comodamente da casa e senza problemi di orario. I controlli? Nulli. O facilmente aggirabili. Provare per credere.

"Secondo le leggi bancarie, dopo la seconda transazione devi fornirci un documento di identità per continuare a utilizzare le transazioni online", l'avvertimento di un sito specializzato. Un'agevolazione non da poco per un'operazione che dura una manciata di minuti: basta registrarsi sul sito, compilare un modulo con i propri dati - si può tranquillamente barare -, indicare la somma che si vuole inviare e gli estremi della carta di credito o di una prepagata. Tutto qui. L'operazione si può ripetere all'infinito. E se ci si imbatte in un sito internet che richiede un documento, l'affare non si complica: basta fotocopiarlo o scansionarlo, vero o falso è un dettaglio, firmare un modulo di conferma dell'identità e inviare i documenti via posta o via mail. I vantaggi? Può farlo anche un minorenne e sono attive promozioni che rendono l'invio più conveniente dei classici money transfer. Riciclare denaro sembra quasi gratis. E la tecnologia continua a dare una mano: ora è possibile inviare denaro con un semplice sms. Un affare visto il numero di cellulari esistenti. Ma per chi è a digiuno di tecnologia i negozi ad hoc non mancano. In 9 anni le agenzie sono aumentate di quasi il 5000%: da 687 nel 2002 a 34.181 nel 2010. Solo nel 2009 c'è stato un incremento di circa 6.500 sportelli: più di tutte le filiali del gruppo Intesa Sanpaolo in Italia. Nell'ultimo triennio, invece, l'incremento ha superato le 16.000 unità, superiore all'intera rete di Poste Italiane. Anche dieci volte più costoso del canale bancario, il sistema offre la garanzia di operare anche in Paesi dove è assente una regolare rete bancaria o non esiste una legislazione antiriciclaggio.

Né chi invia, né il beneficiario, devono essere titolari di un conto corrente. Né occorre giustificare la provenienza del denaro. Bastano i contanti, il governo Monti ha abbassato il limite a mille euro, e un documento d'identità. Solo nel 2011 il denaro spedito all'estero attraverso i money transfer ha superato i 6,5 miliardi di euro, secondo gli ultimi dati forniti dalla Guardia di Finanza. Circa 1,7 miliardi hanno come destinazione la Cina, pari al 26% della torta globale. Bisogna sommare le cifre inviate da Romania, Marocco, Filippine, Senegal e Bangladesh per bilanciare la quota di denaro trasferita nella sola Repubblica popolare. In quattro anni è di oltre 7 miliardi la cifra che i cinesi hanno inviato in patria. Solo a Prato ogni straniero spedisce in media 16.760 euro, quasi 1.400 euro al mese. Più di quanto guadagna un operaio. Il trucco? Basta entrare in qualsiasi money transfer con soldi e fotocopie di documenti di diverse persone, quindi eseguire in più tranche il trasferimento di denaro. Nessun apparente illecito in caso di controllo. Tranne uno: il fortunato destinatario di migliaia di euro è sempre lo stesso. Lo sa bene Aldo Milone, assessore alla sicurezza urbana e alla polizia municipale del Comune di Prato che invoca "l'intervento del Governo, più strumenti e uomini per combattere un'evasione dilagante. Altro che Cortina, chiediamo ai militari delle Fiamme Gialle di venire a farsi un giro tra money transfer, bar e ristoranti stranieri". Una provocazione che sembra un grido d'allarme.

Mentre il riciclaggio affina le armi c'è chi corre ai ripari come Dante Cattaneo, il sindaco di Ceriano Laghetto (Monza) primo in Italia ad aver vietato i money transfer, o chi invece come Laura Garavini, deputata del Pd e componente della Commissione antimafia chiede di introdurre il reato di autoriciclaggio. Davide Boni, presidente del Consiglio regionale lombardo, ed Emanuele Fisicaro, presidente del centro studi sull'Antiriciclaggio, invitano ad aumentare i controlli. Nel 2011 la Guardia di Finanza ha eseguito 296 controlli su oltre 34mila money transfer. Ben 155 le violazioni e 114 le persone coinvolte o indagate. Negli ultimi 4 anni sono state svolte dalle Fiamme Gialle 1.836 ispezioni nei confronti di altrettanti operatori: 933 le violazioni penali e amministrative riscontrate. Più di un money transfer su due è risultato 'fuorilegge'. Esercizio abusivo dell'attivita' finanziaria e violazione della normativa antiriciclaggio (violazione del limite di denaro da inviare), i reati piu' diffusi. "In più operazioni -spiega il colonnello Antonio Graziano, capo ufficio operazioni del Nucleo di Polizia valutaria della Guardia di Finanza di Roma- abbiamo trovato documenti falsi o di persone morte da anni. La tecnica del frazionamento, più invii di denaro sotto il limite consentito con la complicità di prestanomi o amici compiacenti, resta un evergreen, come dimostrano le sempre più numerose indagini". Se le norme si possono sempre eludere, talvolta con la complicita' degli intermediari, ora il riciclaggio scorre sempre piu' veloce anche sul filo della rete e del telefono.

Comune Prato: Monti intervenga su money transfer, cinesi evadono fisco per 800 mln (ADNKronos, 25 febbraio 2012):

C'e' chi li teme e chi li aspetta. Mentre i controlli della Guardia di Finanza impazzano in tutta Italia dal Comune di Prato arriva l'invito al premier Monti: "Chiediamo l'intervento del Governo, piu' strumenti e uomini per combattere un'evasione dilagante. Altro che Cortina, chiediamo ai militari delle Fiamme Gialle di venire a farsi un giro tra money transfer, bar e ristoranti stranieri". Una provocazione lanciata da Aldo Milone, assessore alla sicurezza urbana e alla polizia municipale, che sembra quasi un grido d'allarme. "La realta' pratese -dice all'Adnkronos- e' diversa dal resto d'Italia. Qui c'e' un distretto parallelo del tessile dove ho stimato un evasione annua di circa 800 milioni di euro". Una citta' nella citta' popolata da 12mila cinesi "ma, si arriva a 40mila contando i clandestini", dove gli stranieri sfrecciano con potenti Suv e le loro dichiarazioni dei redditi "sono da pensione sociale". Sconcertanti gli ultimi dati su bar e ristoranti cinesi: "su 250 controlli in 240 hanno presentato una dichiarazione in perdita o con un utile sotto i 5mila euro".

Numeri che stonano con i dati reali. Solo a Prato, secondo i dati della Guardia di Finanza, ogni straniero spedisce in media 16.760 euro, quasi 1.400 euro al mese. Piu' di quanto guadagna un operaio. E al danno si aggiunge la beffa: "con questi redditi cosi' bassi pagano meno addizionale comunale Irpef e meno addizionale regionale" e il danno si traduce per il Comune in mancati introiti "per 6 milioni l'anno" rivela l'assessore. Guai a parlare di razzismo: "non abbiamo nulla in contrario -spiega l'assessore Milone- se si fa concorrenza in modo corretto", ma la sensazione e' che, al di la dei dati ufficiali, "la cifra ufficiosa di denaro esportata in Cina sia almeno il doppio". C'e' chi li nasconde tra valigie e vestiti prima di un lungo viaggio verso casa, chi sfrutta l'invio tramite Internet molto poco sorvegliato e chi si affida ai classici trucchi. Basta entrare in qualsiasi money transfer con soldi e fotocopie di documenti di diverse persone, ed eseguire in piu' tranche il trasferimento di denaro. Nessun apparente illecito, in caso di controllo. Tranne uno: il fortunato destinatario di migliaia di euro e' sempre lo stesso. "Di fronte a un'evasone spaventosa cosi' non si possono chiudere gli occhi, bene aver abbassato il limite dell'invio di denaro, ma servono strumenti piu' incisivi; e occorre che il governo metta mano a una legge per regolamentare meglio il settore". I due cardini? Piu' controlli e una riscossione piu' 'snella'. "Basterebbero 50 uomini in divisa in piu' per dare un segnale di presenza forte sul territorio", insieme a "regole per una riscossione piu' semplice". Dopo un intervento degli agenti di Equitalia ai danni di un cinese, "i connazionali che sono andati a pagare per non vedersi auto o merce sequestrata e' raddoppiato quel giorno. La vittima ha versato, immediatamente, un assegno circolare da 70mila euro. Ci fa piacere che la Cina compra il debito italiano, il sospetto -conclude tra amarezza e ironia- e' che lo stiano comprando con i soldi nostri".

Money transfer. Non si paga più la tassa del 2% (Elvio Pasca, Stranieri in Italia, 5 marzo 2012):

Venerdì scorso è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale ed è immediatamente entrato in vigore il decreto legge sulle semplificazioni fiscali, che ha abolito la tassa sulle rimesse dei migranti irregolari (qui). Il balzello era stato introdotto qualche mese fa, su impulso della Lega Nord, e costringeva chi spediva denaro all’estero a pagare anche un’imposta di bollo pari al 2% del denaro spedito. Erano esentati i cittadini Ue e i cittadini extraue muniti di matricola inps e codice fiscale, quindi regolarmente soggiornanti in italia. Il governo Monti l’ha eliminato, giustificando la sua scelta con gli impegni internazionali dell’Italia sul fronte della riduzione dei costi delle rimesse. Proprio l’invio di denaro in patria da parte dei migranti (regolari o irregolari che siano) è infatti una leva fondamentale per lo sviluppo dei Paesi d’Origine, serve a sostenere le famiglie, ma anche ad avviare piccole attività imprenditoriali. “Al fine di adempiere agli impegni internazionali assunti dall'Italia in occasione, tra l'altro dei vertici G8 de L'Aquila (8-10 luglio 2009) e G20 di Cannes (3-4 novembre 2011) l'articolo 2, comma 35-octies, del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138, convertito, con modificazioni, dalla legge 14 settembre 2011, n. 148, e' abrogato” recita quindi uno dei commi dell’articolo 3 del decreto legge n. 16/2012. Naturalmente rimangono in vigore tutti gli altri paletti previsti dalla legge per l’invio delle rimesse, comprese le norme introdotte dal pacchetto sicurezza del 2009, che già volevano disincentivare l’utilizzo dei money transfer da parte dei clandestini. Chi spedisce denaro all'estero, infatti, è tenuto a mostrare il permesso di soggiorno, se non lo fa deve essere segnalato dall’operatore alle forze dell’ordine.

Evasione fiscale, gli stranieri potranno pagare in contanti oltre i mille euro (Virgilio Economia, 1 marzo 2012):

Novità dal Consiglio dei Ministri. Il decreto fiscale prevede una deroga alla norma sulla tracciabilità per consentire agli stranieri non comunitari e non residenti in Italia di pagare in contanti anche somme superiori ai 1.000 euro. In base a quanto prevede la nuova norma, i commercianti all’atto dell’acquisto in contanti dovranno fotocopiare il passaporto dei clienti e depositare entro due giorni i soldi incassati sul proprio conto corrente, consegnando alla banca la fotocopia del documento. Una procedura che è stata pensata anche per scongiurare eventuali operazioni di riciclaggio architettate dalle organizzazioni criminali attraverso stranieri compiacenti. La deroga è stata introdotta per favorire il turismo, soprattutto quello di russi e dei cinesi. Secondo i commercianti, infatti, chi proviene da quei Paesi ama pagare in contanti. In base ad un sondaggio condotto dall’Associazione di via Montenapoleone su 60 associati, un cliente su tre, di fronte a un conto superiore ai mille euro, ha preferito non acquistare nulla anziché utilizzare sistemi di pagamento elettronici, come carte di credito e bancomat.

lunedì 5 marzo 2012

L'irlanda, il referendum e il fiscal compact

L'irlanda di nuovo al referendum. SE non dovesse accettare il fiscal compact (ossia la morte totale della tigre celtica), l'unione europea imporrà un nuovo referendum per fare in modo che il fiscal compact venga accettato a forza. Infondo, gli ultimi referendum che sono stati fatti in irlanda, andavano contro la ue e poi... bhe, poi le cose sono cambiate.


Ancora una volta il destino dell’Europa potrebbe essere nelle mani degli irlandesi. Visti i precedenti, forse è il caso di preoccuparsi. Il capo del governo Enda Kenny, ha confermato che il Paese intende sottoporre a referendum popolare l’accordo sul rafforzamento della governance economica battezzato “Fiscal compact”, il nuovo insieme di regole concertate tra Paesi Ue che prevede criteri stringenti sulla disciplina di bilancio che di fatto segna un primo passo di rinuncia a parte delle sovranità nazionali su questo versante. Gli orgogliosi irlandesi potrebbero decidere di non starci, considerato che hanno l’abitudine di fare lo sgambetto all’Europa. L’Irlanda ha bloccato due volte i trattati europei, dicendo no nel 2001 al trattato di Nizza e nel 2008 a quello di Lisbona (in entrambi i casi il governo ha indetto poi ulteriori referendum, nel 2002 e nel 2009, che hanno superato il sentimento antieuropeo). Un rifiuto da parte degli elettori irlandesi non ucciderebbe il “Fiscal compact”, che richiede l’approvazione di 12 paesi per entrare in vigore. Il risultato più immediato di un rifiuto sarebbe l’obbligo a rinunciare al programma di assistenza finanziaria del Fondo salva Stati. Un no al referendum avrebbe, però, implicazioni sull’adesione dell'Irlanda alla zona euro. Sarebbe un ennesimo segnale di sfiducia nei confronti di un Europa che deve mostrarsi compatta e risoluta se vuole davvero sconfiggere la crisi dei debiti sovrani. L’esito della consultazione elettorale non è affatto scontato. Kenny ha detto che non intende condannare il paese ad altri anni di austerità dopo quelli già subiti.

L’Irlanda, assieme a Grecia e Portogallo, ha ottenuto aiuti da Ue e Fmi, in cambio dei quali ha avviato un piano di risanamento e riforme. Se l’Italia ha fatto i compiti a casa, gli irlandesi si sono laureati in austerity. La scure si è abbattuta su welfare, costi della politica e beni immobili. Nel dicembre 2010, per incassare 85 miliardi di aiuti, Dublino varò una delle manovre più drammatiche della sua storia. Tasse, tagli drastici allo stato sociale (salari minimi, assegni familiari, pensioni) anche per le fasce basse di reddito. Aumento dell’Iva (al 22% nel 2013 e al 23% nel 2014), patrimoniale sugli immobili. In quattro anni, servono 15 miliardi di sacrifici per portare il deficit sotto il 3% entro il 2014, di cui 10 miliardi di soli tagli. Misure che hanno profondamente segnato la società irlandese. Tanto per fare un esempio, i pub (“tempio” intorno ai quali ruota la vita sociale della società irlandese) chiudono al ritmo di due al giorno. La batosta è stata ancora più dura perché la crisi è arrivata dopo anni di impetuosa crescita economica. Il modello di Dublino ha funzionato fino all'ingresso nell’euro, poi è mancata la capacità di controllare i forti flussi di capitali in ingresso che hanno portato a una crescita ipertrofica di banche e mercato immobiliare. Alla fine la bolla è esplosa impedendo alla tigre celtica di mordere ancora. Gli irlandesi sono stati costretti a fare i conti con la durezza dell’austerity ma ora sembrano essere nella direzione giusta per essere ripagati. L’economia da segni di ripresa. Le esportazioni sono aumentate del 40%, gran parte degli aumenti dipendono dagli investimenti delle imprese multinazionali nell’isola gaelica. Anche nei momenti più difficili, infatti, il governo di Dublino ha rifiutato di aumentare la tassazione sulle imprese per proteggere la crescita.

Con il tasso di disoccupazione oltre il 14%, l'Irlanda ha una lunga strada da percorrere. Ma la determinazione l’unità con cui il Paese ha reagito fanno ben sperare. Tanto che un articolo del Wall Street Journal indica nell’Irlanda un esempio da seguire per Spagna, Italia, Grecia e Portogallo. Membri del “club Med” che sembrano essere in grado di ridurre i disavanzi mettere a posto i conti pubblici. Bisognerebbe imparare dalla diligente Irlanda che continua ad incassare complimenti. Il Fmi ha appena sbloccato altri 3,2 miliardi di euro promessi all'Irlanda nell'ambito del piano di aiuti concordato nel 2010. In tutto, fino ad oggi, l'istituto di Washington ha erogato a Dublino 16,05 miliardi (su un totale messo a disposizione di 22,6 miliardi). “Il governo irlandese continua a implementare riforme che permetteranno un ritorno alla crescita”, ha sottolineato l’istituto di Washington. Gli irlandesi sperano che si a davvero così. Che l’economia torni a correre e che i pub tornino ad aprire.

Io sto con lui


ROMA - «A differenza di Monti noi amiamo Roma e l'Italia, non Bruxelles e la Germania»: lo ha detto il leader della Destra Francesco Storace concludendo con un comizio il corteo che si è svolto questo pomeriggio a Roma. Il premier, secondo Storace, «terrorizza» gli italiani con «una gragnuola di tasse» e con «manovre antipopolari» e merita per questo una «denuncia per appropriazione indebita» e il soprannome ironico di «bin Loden» che mescola il nome del soprabito all'inglese con quello del fondatore di Al Qaida. Storace si è rivolto dal palco all'ex premier Silvio Berlusconi («stacca la spina a questo governo«), al sindaco di Roma ed ex sodale politico Gianni Alemanno che ieri ha festeggiato il suo compleanno («auguri di una bellissima carriera politica nazionale lontana da Roma«) nonché al suo ex leader Gianfranco Fini («la casa di Montecarlo è il patrimonio del partito: tutto questo ci fa schifo«). Storace ha poi rilanciato l'iniziativa politica del suo partito («la diaspora finiana della destra finisce qui«) e ha auspicato una modifica della legge elettorale per reintrodurre le preferenze e vietare la ricandidatura ai «ragazzi dell'83», coloro che in quella data entrarono in Parlamento: «A Fini, Rutelli, Casini, D'Alema, Veltroni e Bersani diciamo che si può fare politica anche ai domiciliari».

Donna Assunta: Sono qui per Storace, non so del Governo Monti - Donna Assunta Almirante, vedova del leader storico del Movimento sociale italiano, è seduta sul retro del palco montato sulla piazza antistante la Bocca della verità dove si conclude una manifestazione del movimento politico della Destra di Francesco Storace. Campeggia la scritta 'Contro il governo delle tasse' e un corteo partito da piazza Esedra arriva portando lo striscione 'Sovranità monetaria'. «Sono venuta qui per Francesco, lo conosco da quando era ragazzino e gli voglio un sacco di bene», ha detto Donna Assunta intrattenendosi con i giornalisti. «Non sapevo che questa manifestazione fosse contro il governo. Manco so' che c'è il governo Monti, ho l'impressione che è un po' assente, io ricordo Berlusconi...». Al cronista che domanda cosa pensi dell'ipotesi di una grande coalizione, che è sembrata inizialmente avallata dallo stesso Berlusconi, Donna Assunta ha risposto: «A me le ammucchiate non piacciono mai, dalle ammucchiate nascono tanti partiti e già ne abbiamo troppi. Berlusconi l'ha già smentita. Bisogna fare una sola cosa: una legge elettorale come quella c'era precedentemente perché io ho il dovere di sapere chi voto e oggi siamo in questo degrado perché non sappiamo chi votiamo».

Buonasorte: Oltre 20 mila persone al corteo, nuovo record - La Destra esulta: al corteo che si sta snodando per le vie di Roma ci sono «oltre 20 mila persone», calcola Roberto Buonasorte, capo dell'organizzazione del partito di Storace. La manifestazione è partita da piazza Esedra e si conclude alla Bocca della Verità: «A corteo appena iniziato - riferisce Buonasorte - registriamo una partecipazione che ai cortei di destra non si vedeva dal 1992, anno di tangentopoli. Tra pullman, auto e presenze individuali contiamo di superare le 20 mila presenze tra corteo e comizio finale. Una folla oceanica. La Destra è tornata!».

Il governo monti e i due Soldati italiani

Pochi giorni fa, dopo 15 minuti di colloquio (tanto ha concesso ai soldati che rischiano la pena di morte per un fatto forse non commesso), il ministro degli esteri italiano ci disse che le cose si stavano mettendo per il meglio... e sono finiti in carcere. La vigliaccheria e la non reazione delle istituzioni italiane fa capire che ormai sono prone ad ogni governo estero. Una infinita vergogna.

Un commento: "Una nazione, in campo internazionale, vale per il “peso” che sa dare alle sue azioni a tutela dei suoi diritti e della sua autorevolezza specialmente in difesa dei propri cittadini, imprese e istituzioni. Siamo senza peso! Avrei voluto vedere gli indiani fare lo stesso con Russi, Americani, Cinesi, Inglesi… Prima di tutto nessuno dei loro comandanti avrebbe fatto rotta verso il porto indiano; qualsiasi fatto successo, è successo in acque internazionali e non credo che i nostri marò sono idioti senza cervello che senza motivo si divertono a fare il tiro a segno a ogni cosa si muova sul mare. Perché non è stato fatto un casino infernale all’ONU, a Strasburgo, ai nostri alleati Europei (quelli che hanno preteso le nostre basi per l’aggressione alla Libia per esempio), all’ambasciata indiana e davanti a qualsiasi organismo internazionale in grado di fare valere propriamente i nostri diritti internazionali? Napolitano, Monti & Co., avete poco rispetto in Italia… non fatelo sapere a tutti!"


La decisione era attesa. Il giudice indiano della corte di Kollam, chiamato a giudicare sulla vicenda della Enrica Lexie e sull'uccisione di due pescatori indiani, di cui sono accusati Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, marò del battaglione San Marco a bordo dell'italiana Enrica Lexie, fa sapere il suo verdetto. E il risultato non è positivo per gli italiani. I due militari, attualmente in stato di fermo, trascorreranno tre mesi di carcere preventivo nell'istituto penitenziario di Trivandrum, nel Kerala. Saranno trasferiti con effetto immediato. Unica concessione un trattamento differenziato, da imputare allo status particolare dei due marò. E la possibilità per la polizia e la direzione generale delle prigioni di disporre in seguito una forma di custodia differente. La decisione del giudice arriva annunciata, dopo che questa mattina il Chief Minister del Kerala, Oommen Chandy, aveva parlato a Times of India di "prove incontrovertibili" a carico dei due militari italiani, nei confronti dei quali auspicava un trattamento identico a quello di qualunque altra persona e "nessuna indulgenza".

Italia e pensionamenti


ROMA - Adesso anche l'Europa prende atto, nero su bianco, che con l'ultima riforma della previdenza l'Italia avrà la più alta età di pensionamento tra i Paesi membri, uguale per uomini e donne. E ciò non accadrà chissà tra quanto ma già nel 2020. Lo certifica il Libro bianco sulle pensioni diffuso sotto la regia del commissario per l'Occupazione e gli affari sociali, László Andor. E finalmente non c'è più, come accadeva in tutti i documenti ufficiali di Bruxelles, alcuna raccomandazione all'Italia, come invece c'è per gli altri Paesi, a eccezione di Germania e Ungheria. Abbiamo insomma fatto «i compiti a casa», direbbero il presidente del Consiglio, Mario Monti, e il ministro del Lavoro, Elsa Fornero. Secondo la tabella di marcia della riforma, già nel 2020 l'età di pensionamento in Italia sarà la più alta in Europa, con 66 anni e 11 mesi per uomini e donne, a fronte dei 65 anni e 9 mesi della Germania e i 66 della Danimarca, si legge nel Libro bianco. E questo primato si consoliderà successivamente perché la stessa riforma prevede adeguamenti periodici dell'età di pensionamento alla speranza di vita. Così si arriverà, secondo le previsioni, a 68 anni e 11 mesi nel 2040, a 69 anni e 9 mesi nel 2050 e a 70 anni e 3 mesi nel 2060, anno in cui la Germania, se non interverranno riforme, sarà ferma a 67 anni, il Regno Unito a 68.

Il salto è enorme se si pensa che fino allo scorso anno nel nostro Paese l'età di pensionamento di vecchiaia era di 65 anni per gli uomini e 60 per le donne e c'era la possibilità di uscire dal lavoro con la pensione di anzianità a «quota 96» (60 anni d'età e 36 di contributi oppure 61+35). Ciò faceva sì che nei confronti internazionali sull'età media effettiva di pensionamento l'Italia accusasse un paio d'anni in meno della Germania: nel 2009 essa era di 60,8 anni per gli uomini e 59,4 per le donne in Italia contro i 62,6 anni e i 61,9 anni per i lavoratori e le lavoratrici tedesche. L'aumento dell'età pensionabile è inevitabile, si sottolinea nel documento della Commissione, visto che entro il 2060 la speranza di vita alla nascita dovrebbe aumentare in Europa di 7,9 anni per i maschi e di 6,5 anni per le femmine. Le riforme serviranno inoltre a contenere la spesa, che attualmente supera in media il 10% del prodotto interno lordo (in Italia siamo intorno al 15%, ma la nostra è la società più vecchia del continente) e che arriverà «probabilmente al 12,5%» nonostante i correttivi già decisi in numerosi Paesi. L'equilibrio dei conti, però, non è tutto. Non a caso il Libro bianco è intitolato a pensioni «adeguate, sicure e sostenibili». L'adeguatezza ha a che fare con l'importo degli assegni e il tenore di vita di 120 milioni di anziani in Europa. I sistemi previdenziali, dice la Commissione, dovranno continuare a garantire l'«indipendenza economica» dei pensionati.

In questo quadro viene analizzata la riduzione del tasso medio di sostituzione (rapporto tra la pensione e la retribuzione) nei vari Paesi conseguente all'adozione di riforme. In Italia il taglio teorico è pesante: 15 punti tra il 2008 e il 2048. Nella realtà, però, esso si ridurrà di «soli» 5 punti per effetto dell'aumento dell'età pensionabile che, col sistema contributivo, fa crescere anche l'importo della pensione. Ad incrementare il tasso di sostituzione potranno concorrere, dice il rapporto, anche i fondi pensione integrativi: «Occorrerebbe, tuttavia, che i regimi di pensione finanziati privatamente fossero più sicuri, avessero un miglior rapporto costi/efficacia e fossero più compatibili con la mobilità di un mercato del lavoro flessibile». Ed è proprio sul mercato del lavoro che si sofferma la seconda parte del Libro bianco, raccomandando di «aumentare la partecipazione delle donne e dei lavoratori più anziani». Più occupazione, soprattutto se di qualità, significa infatti più entrate contributive per pagare le pensioni, oltre ad avere riflessi positivi sulla crescita e quindi sul rapporto tra spesa previdenziale e Pil. Si raccomandano quindi politiche di formazione permanente e di conciliazione tra lavoro e famiglia. Anche di questo è chiamata a occuparsi la trattativa sul mercato del lavoro tra governo e parti sociali, attualmente arenata sulla difficoltà di trovare risorse per gli ammortizzatori sociali (cassa integrazione e disoccupazione).

Enrico Marro

domenica 4 marzo 2012

La casta e le banche


Tutti allineati e coperti. La bagarre sull’emendamento antibanche e la pagliacciata dell’Abi con le incomprensibili dimissioni (a proposito: chi avrebbero voluto danneggiare i banchieri?) restituiscono un’amara verità: non solo il Governo di Mario Monti, pure il Parlamento è dalla parte dei cosiddetti poteri forti. La norma proposta dal Pd nel decreto liberalizzazioni - volta a spazzare via le commissioni su fidi e sconfinamenti - è forse tecnicamente sbagliata: può cagionare effetti pericolosi e mettere in discussione linee di credito da decine di miliardi di euro. Un incidente di percorso, insomma, che (salvo sorprese) verrà corretto. Di là dalla disquisizione in punto di diritto, c’è però un altro aspetto su cui puntare i riflettori. L’immagine della Casta che corre a mettersi in ginocchio dai banchieri è la rappresentazione plastica dello sfascio istituzionale e politico del nostro Paese. Il sospetto c’era stato subito. Giovedì, pochi minuti dopo lo strappo dei vertici dell’Assobancaria, parecchi big dei partiti si sono messi a disposizione dell’industria finanziaria. Financo la Confindustria si è schierata contro lo stop alle commissioni sul credito. Si è piano piano formato un inedito fronte compatto a sostegno delle banche, dunque. Ieri è arrivata un’ulteriore conferma. Da Maurizio Gasparri (Pdl) a Pierferdinando Casini (Udc) ed Enrico Letta (Pd), tutti pronti a rispettare le consegne. L’ex aennino se l’è presa col centro sinistra parlando di «confusione che non può essere occultata da bugie». Secondo il numero uno Udc la norma «è una follia allo stato puro che rischia di bloccare» il canale dei prestiti.

Il fatto che il suocero di Casini, Francesco Gaetano Caltagirone, sia un imprenditore assai attivo nel settore bancario con partecipazioni di peso in Mps e Unicredit, è certamente irrilevante. Del resto, un altro esponente Udc ha sposato la linea del leader del partito. Lorenzo Cesa si è persino preoccupato di indicare la strada per correggere il tiro: un «emendamento nel dl semplificazioni». Per il Pd, dopo che giovedì avevano preso posizione Pierluigi Bersani e Annamaria Finocchiaro, ieri è intervenuto Letta, chiedendo a Monti di «scendere in campo».

Dall’altra parte della barricata sono rimaste Lega e Italia dei valori. Il Carroccio non rinuncia a criticare le banche: «Dovrebbero impegnarsi con le pmi» ha dichiarato Maurizio Fugatti. Per Antonio Di Pietro (Idv) è stato fatto «troppo poco» per smuovere le acque nel settore. Tante rassicurazioni, quindi, e poche, isolate punzecchiate. Il premier Monti, da Bruxelles, ha cercato di mostrare i muscoli: «Così c’è più concorrenza». Fatto sta che il risultato, dal punto di vista degli istituti, non è ancora stato portato a casa. Di qui il piano B esccogitato dall’Abi, che sta valutando ricorsi sia in Italia sia in sede Ue. Nel primo caso, secondo quanto risulta a Libero, l’ipotesi è bussare alla Corte costituzionale: «I ricorsi verrebbero proposti in relazione agli articoli 41 e 47» della Legge fondamentale dello Stato, speiga una fonte vicina al dossier. Si tratta delle norme che tutelano «l’iniziativa economica privata» e che garantiscono «l’esercizio del credito». Principi che sarebbero calpestati dal contestato articolo 27 bis del decreto liberalizzazioni. L’altra ipotesi è il ricorso alla Corte di giustizia Ue per una «palese violazione delle direttive europee».

E mentre i legali delle banche mettono a punto la strategia difensiva e gli sherpa di palazzo Altieri tengono sotto controllo i lavori parlamentari, c’è da registare la strigliata di Bankitalia che ieri ha invitato i big del credito a tagliare utili degli azionisti e superstipendi dei top manager. Tutto questo a poche ore dall’accordo tra la Cassa depositi e prestiti e la stessa Abi per favorire lo sblocco di 2 miliardi di crediti della Pa per le imprese. Segnali negativi, invece, sono arrivati da Francoforte. Stiamo parlando dei cosiddetti depositi overnight della Bce: ieri sono volati a 776,9 miliardi, livello mai raggiunto nei 13 anni di storia dell’Eurotower. Una cifra molto vicina ai circa 850 miliardi di liquidità in eccesso stimata per il sistema bancario dell’Eurozona, che ha fatto gridare alcuni allo scandalo, come Adusbef e Federconsumatori. In effetti la montagna di quattrini prestata dalla Banca centrale all’1% per ora resta parcheggiata nel salvadanio ipersicuro di Francoforte. Così il denaro non finisce nel circuito interbancario e il credito annaspa. È un po’ come mettere i soldi sotto il materasso e dormire sonni tranquilli. Ecco perché sarebbe il caso di far suonare la sveglia allo sportello.

di Francesco De Dominicis

sabato 3 marzo 2012

Stangate

Un commento: "IRAPinatori. L' IRAP è la tassa introdotta dai rapinatori a mano armata che hanno ideato un' imposta non sul reddito prodotto ma sulle spese per produrlo. E' una mostruosità unica nel mondo civile, una vergogna tutta italiana nata per finanziare le sanguisughe regionali che tolgono i servizi e aumentano la rapina fiscale. Fioriscono così i cancri come la sanitopoli pugliese, la voragine calabrese del compagno Loiero, o quella campana del compagno Bassolino. Tutte fogne che inghiottono miliardi di euro e saccheggiano le tasche di chi lavora. E' giunto il momento dello sciopero fiscale ad oltranza".


"Lo sblocco dei tributi locali e regionali previsto per l’anno di imposta 2012 dal recente decreto sulle semplificazioni fiscali rischia di tramutarsi in una vera e propria stangata per le imprese del Centro-Nord". A lanciare l'allarme è stato il segretario della Cgia di Mestre Giuseppe Bortolussi dopo aver letto la relazione illustrativa che accompagna il decreto sulle semplificazioni fiscali. La stangata, annunciata dall'Ufficio studi della Cgia, va ad aggiungersi alla lunga lista di "balzelli" introdotti dal governo Monti negli ultimi provvedimenti e arriverà a pesare sulle imprese (soprattutto quelle del Nord Italia) con un aggravio di circa 3,5 miliardi di euro. Tempi duri per gli imprenditori italiani. I tecnici della Cgia di Mestre ha fatto le pulci al decreto sulle semplificazioni fiscali. E, calcolatrice alla mano, emerge che, "se le Regioni, ormai sempre più a corto di risorse finanziarie, decideranno di aumentare l’aliquota Irap di circa un punto, portandola al limite massimo del 4,82 per cento l’aggravio fiscale sulle imprese sarà di 3,5 miliardi di euro". Tra le diciannove Regioni e le due Provincie autonome di Trento e Bolzano non tutte potranno eventualmente mettere mano agli aumenti. Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Calabria e Sicilia non possono farlo dal momento che già da alcuni mesi hanno dovuto portare l’aliquota al livello massimo per "comprimere" il disavanzo sanitario maturato in passato. Molise, Campania e Calabria sono andate addirittura oltre: non essendo state in grado di rispettare il piano di rientro imposto dal tavolo di monitoraggio guidato dal dicastero dell’Economia e da quello della Sanità, sono state costrette ad applicare un'aliquota aggiuntiva dello 0,15%. Il risultato? I probabili aumenti interesseranno solo le imprese ubicate nelle Regioni del Centro-Nord. Secondo i calcoli pubblicati dalla Cgia di Mestre, nel 2012 con le aliquote attualmente in vigore, il gettito Irap a carico delle imprese private dovrebbe attestarsi attorno ai 21,4 miliardi di euro. Nell’ipotesi che tutte le Regioni autorizzate aumentino di un punto l’aliquota Irap, il nuovo gettito si dovrebbe attestare attorno ai 25 miliardi di euro, con un saldo positivo di 3,5 miliardi. "Lo sblocco delle tasse locali non riguarderà solo l’Irap - ha quindi concluso Bortolussi - ma, anche il bollo auto, l’addizionale regionale sul gas metano e l’imposta regionale sostitutiva, i tributi ambientali provinciali, l’imposta di pubblicità, l’imposta sull’occupazione degli spazi pubblici ed altri tributi minori". Vista la difficoltà che stanno vivendo le Regioni e gli enti locali, Bortolussi non ha escluso che per i cittadini e le imprese il peso delle tasse locali sia destinato ad aumentare a dismisura. Il numero uno della Cgia ha, comunque, espresso la speranza che i sindaci e i governatori "non approfittino di questo sblocco per fare cassa, altrimenti gli effetti della crisi sono destinati ad aumentare".

venerdì 2 marzo 2012

La condanna a morte


Oggi, venerdì 2 marzo, Mario Monti ha firmato la condanna a morte dell'Italia. Il premier, insieme agli altri leader europei riuniti a Bruxelles, ha detto sì al fiscal compact, il trattato europeo che a partire dal 2013 e per i decenni a seguire ci costringerà a manovre lacrime e sangue. Secondo il fiscal compact, tra le altre norme, il bilancio annuale dello Stato dovrà sempre essere in pareggio e non potrà superare lo 0,5% del Pil. Un obiettivo difficile, una morsa che renderà l'Italia un paese a sovranità militata, un paese con un Parlamento (e un popolo) esautorato.

Soddisfatta la Merkel - Il fiscal compact è stato firmato da 25 paesi dell'Unione Europa, tutti eccetto Regno Unito e Repubblica Ceca. Il patto di bilancio prevede regole più stringenti per i conti pubblici ed è stato fortemente voluto dalla Germania e dai paesi più virtuosi. "Gli effetti saranno profondi e di lunga durata", ha commentato il presidente del Consiglio Ue Herman Van Rompuy, che ha aggiunto: "Abbiamo raggiunto un equilibrio fra i 17, i 25 e i 27, praticabile per tutti. Dopo la firma di oggi arriva il momento delle ratifiche: dovete ora convincere i parlamenti e gli elettori che questo trattato è un passo importante per riportare l’Euro stabilmente in acque sicure. Sono sicuro che avrete successo. I benefici del trattato sono chiari". Secondo la cancelliera tedesca Angela Merkel "il fiscal compact è una pietra miliare nella storia dell'Unione Europea. E' un segnale forte che stiamo imparando la lezione della crisi e che abbiamo capito i segnali. Stiamo scommettendo sul futuro di un'Europa politicamente unita".

I Marò


I marò accusati di aver sparato a due pescatori hanno evitato per un soffio di finire dall’umana guest house della polizia alle ben peggiori galere indiane. Purtroppo è solo un rinvio, fino al 5 marzo. Non solo: sta trapelando la notizia che il calibro dei proiettili che hanno ucciso i due pescatori indiani sia lo stesso delle armi dei fucilieri di marina. E ieri è saltato fuori un altro incidente misterioso. Un mercantile sconosciuto ha speronato un’imbarcazione ammazzando due pescatori indiani nella stessa zona dove è avvenuto il sospetto attacco dei pirati al mercantile italiano difeso dai marò. In questo caso, però, la nave assassina si è volatilizzata. Ieri Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i due marò agli arresti dal 20 febbraio, hanno rischiato di finire in galera. Non a caso una fotografia scattata nella mattinata li ritrae con gli zaini pieni in spalla che si dirigono verso il tribunale scortati dai poliziotti indiani. Evidentemente anche i marò temevano di venir trasferiti dalla guest house di Kochi al carcere. La corte ha deciso di prolungare il fermo di polizia fino a lunedì prossimo. Un quotidiano locale, il Deccan Chronicle, ha citato il direttore generale della polizia dello stato del Kerala, Jacob Punnoos, che non lascia spazio a dubbi. Secondo l’ufficiale la squadra speciale che indaga sul caso dei marò solleciterà l’applicazione del fermo giudiziario, ovvero la galera.

Un pugno nello stomaco legale degli indiani rimandato al 5 marzo. Non è stato l’unico tenendo conto che il giudice P.S. Gopinathan ci ha razzolato per bene in aula affermando che il ricorso per processare i marò in Italia presenta «seri difetti» che devono essere «sanati» prima di ottenere una risposta. Il magistrato ha messo in dubbio anche la firma sull’affidavit difensivo di uno dei marò. L’impressione è che il processo sia già scritto e che i due fucilieri di marina finiranno in carcere o addirittura condannati. Il sottosegretario agli Esteri, Staffan de Mistura, che rimane a Kochi, dove si trovano i marò e la petroliera italiana Enrica Lexie, ha parlato di giornata segnata da «alti e bassi», ma alla fine con buoni risultati. A parte il rinvio dell'incarcerazione sul lato delle perizie balistiche i carabinieri continuano a non avere il permesso di assistere all'intera procedura. La polizia ha fatto trapelare la notizia che il calibro dei proiettili mortali sarebbe di 5,56 mm, lo stesso delle armi dei marò. Prima avevano parlato di altri calibri, ma proprio dall’esame balistico dei proiettili, che gli indiani vogliono fare da soli, si può capire da quale specifica arma sono partiti. A patto che si tratti delle ogive estratte dai corpi delle vittime, mai visti dagli italiani, e che siano intatte.

La stessa polizia indiana, che aveva scortato il peschereccio colpito senza chiarire rotta e orari, ha in dotazione l’Insas, un fucile mitragliatore 5,56. Pure i militari dello Sri Lanka, che spesso sparano ai pescatori indiani per il controllo delle aree ittiche, hanno in dotazione il cinese T97 sempre 5,56 mm. La fetta di mare dove è avvenuto l’incidente con i marò è pericolosa e contesa. Ventidue indiani sono nelle galere dello Sri Lanka dopo essere stati catturati dalla marina con i loro 5 pescherecci. Guarda caso solo ieri è trapelata la notizia che nello stesso tratto di mare, dove i fucilieri del reggimento San Marco hanno sparato a sospetti pirati, è capitato un grave incidente. La barca indiana Dawn II è stata speronata da un mercantile provocando la morte di due pescatori, mentre altri sono dispersi. Michael, uno dei sopravvissuti, ha dichiarato: «Ci hanno urtato di proposito. L’impatto ha fatto rovesciare il peschereccio». Il mercantile si è dileguato e nonostante l’allarme gli indiani non sono riusciti ad identificarlo. Non si capisce bene se lo speronamento è avvenuto domenica scorsa, oppure mercoledì notte. In ogni caso non è scattata la «trappola» che ha incastrato i marò. De Mistura ha giustamente sottolineato il diverso comportamento del comandante di «questa nave-pirata in senso automobilistico» rispetto a quello della Enrica Lexie. «Non ci si può non soffermare - ha commentato il sottosegretario - sulla limpidezza delle procedure adottate dalla petroliera italiana che non ha avuto problemi a farsi localizzare e che in buona fede ha immediatamente accettato di tornare indietro, quando è stata contattata dalla Guardia costiera indiana».

Zombie tra gli zombie...

... 28 anni e un figlio buttati nel cesso. Ma si sa... lo fanno parlare comunque.


Adesso Marco Bruno ci prende tutti per scemi. Da Santoro va in onda la difesa d'ufficio della rivolta No Tav. Michele mette subito le mani avanti all'inizio della trasmissione: "Quelle che arrivano dalla Val di Susa non sono immagini di guerriglia ma di resistenza alle forze ordine". Il Santoro-pensiero è questo e i suoi alfieri lo declinano fedelmente nel corso di tutto Servizio Pubblico. L'ospite della serata è il segretario del Pd Pier Luigi Bersani, che durante la trasmissione ha modo di polemizzare sia col leader No Tav Perino che con uno scatenatissimo Marco Travaglio, ma la chicca del talk show è l'intervista a Marco Bruno. Il nome non vi dice nulla? E' quello della "pecorella", il ragazzo che per un paio di interminabili minuti provoca il carabiniere in asetto antisommossa, lo sfotte, gli dice - appunto - che è una "pecorella" e gli suggerisce di impugnare la pistola. Invano. L'agente rimane fermo e immobile come una sfinge. Due ragazzi, si scoprirà in seguito; ventotto anni il provocatore e venticinque il rappresentante della Benemerita. Una sequenza catturata dalle telecamere del Corriere.it e finita su tutti i media nazionali. Un simbolo, in positivo e in negativo. In tutti i sensi. Ieri su Twitter spopolava l'hashtag "siamotuttipecorelle" e oggi i manifestanti No Tav si riunivano sotto gli scudi della Polizia belando provocatoriamente. Ecco, Santoro manda in onda la versione di Marco Bruno. Una versione dei fatti zoppicante e a tratti ridicola. Bruno ha gli occhi chiarissimi e la barba lunga, parla sommessamente e sfoggia un'espressione quasi dimessa, da bravo ragazzo cresciuto a "pane e no tav". Gli scappa un sorriso un po' sbilenco solo quando Sandro Ruotolo gli ricorda che tutt'Italia parla di lui. Anche i No Tav non disdegnano il famoso quarto d'ora di celebrità. "Sono nato nella valle e faccio l'agricoltore", racconta Marco. "Non è stata solo una provocazione ma anche un'offesa. Ci spieghi il gesto", chiede il giornalista di Santoro. Qui inizia la tortuosa versione di Marco Bruno: "Il mio gesto è un gesto che compio spesso quando faccio i blocchi e da dieci anni che facciamo queste cose". Poi l'improbabile giustificazione: "Quando mi trovo di fronte a centinaia di forze dell'ordine armate fino ai denti, noi in dieci, in quindici, in cinquanta anche in cento seduti con le mani in alto... Per vincere la paura mi immedesimo nel mio idolo che è Peppino Impastato, cerco di essere un po' più canzonatorio. Mi avvicino ai cordoni e provo a interagire con le forze dell'ordine". Ruotolo gli fa notare che Peppino Impastato se la prendeva con la mafia e non con la polizia, ma fa scivolare in sordina quella giustificazione che sembra una nuova provocazione: "Lo faccio perché ho paura, cerco di interagire". "Ieri ero molto arrabbiato: abbiamo un compagno all'ospedale in fin di vita", si giustifica il ragazzo. Dopo tergiversa si impappina e poi passa alla mistificazione buonista: "Poi ho visto la giovinezza negli occhi dell'agente: ha 25 anni, io ne ho 28, ha l'età di mio fratello. E poi ho concluso con vi vogliamo bene lo stesso, noi non odiamo nessuno". Provocazione su provocazione perché il tono, lo ha visto tutto il Paese, era quello dell'arroganza di chi sa di essere impunito. E così è stato.