venerdì 15 gennaio 2010

Punti di vista

Immigrazione, senza l'impegno dell'Europa ci saranno molte Rosarno di Sandeep Gopalan

I recenti scontri razziali avvenuti in Italia non sono nient’altro che un anticipo di ciò che avverrà in futuro. L’immigrazione illegale di massa e il rancore della gente del posto sono, di fatto, un sottoprodotto inevitabile di un sistema immigratorio europeo ormai sfasciato. La xenofobia e il razzismo rampante minano inoltre l’autorità morale dell’Unione Europea, mettendola allo stesso livello dei vari sistemi tirannici che dichiara di disprezzare. L’Italia e gli altri Paesi europei devono prendere esempio dall’esperienza americana sulla necessità di una vasta riforma dell’immigrazione. Ed ecco perché. Neppure il più irruente degli xenofobi italiani riuscirà mai a cacciare fuori dall’Europa tutti gli stranieri presenti in Italia. Si ritiene che in questo Paese ci siano più di 4,5 milioni di immigranti. E’ difficile, invece, dare una stima sul numero dei clandestini: l’associazione cristiana “Caritas Internationalis” ritiene che ci sia oltre un milione di immigranti clandestini ma altre fonti parlano di una cifra tra i 500mila e i 700mila. Questo dato è niente in confronto ai 12 milioni di clandestini con cui hanno a che fare gli Stati Uniti e fa capire che una riforma del sistema è ancora auspicabile. Per affrontare l’immigrazione illegale, i legislatori italiani hanno deciso di imporre delle pesanti sanzioni finanziarie e la pena del carcere. In base ad una legge passata di recente, i clandestini che vengono scoperti possono essere puniti con una multa fino ai 10mila euro (14mila dollari). All’inizio del 2009, il Senato italiano ha approvato una norma che autorizza i medici a denunciare i clandestini che ricevono trattamento medico. I locatori affrontano il carcere fino a 3 anni se affittano una proprietà ad un clandestino. Il governo è persino arrivato a stringere un accordo con la Libia di Gheddafi per rimandare i migranti illegali in Africa via Libia in cambio di 5 miliardi di dollari nel giro di 25 anni. Tutte queste cose sono follie donchisciottesche. Malgrado tutti i marchingegni legali, i clandestini affollano le carceri italiane: quasi la metà della popolazione carceraria è composta da stranieri che aspettano il processo o scontano la propria sentenza. A parte alienarsi i clandestini e creare dei soft target da biasimare, che cosa hanno esattamente ottenuto gli italiani? La criminalizzazione e la mancanza di opportunità garantiscono un circolo vizioso di continuata ghettizzazione. Se si rafforza lo stereotipo popolare sul fatto che i clandestini africani sono dei pericolosi criminali, per loro il reato diventa l’unica opzione possibile. Il risultato è chiaramente in perdita da un punto di vista sociale. Qual è l’alternativa allora? Nel recente passato gli italiani hanno cercato di procedere attraverso delle amnistie. Con queste amnistie – applicate principalmente tra il 1986 ed il 1998 – è stato dato lo status di “legale” a centinaia di migliaia di persone ma, in realtà, ci sono molti altri milioni di persone attratte dalla possibilità che, magari un giorno, potrebbero essere regolarizzati. Allo stesso modo, qualche anno fa, quando la Spagna cercava di sostenere la sua economia tutta centrata sull’edilizia, il governo legalizzò oltre mezzo milione di clandestini ma, anche in questo Paese, il flusso dei migranti continua imperterrito. La verità è che l’immigrazione clandestina non è un problema solo italiano. E’ un problema europeo e l’Unione Europea deve agire. Molti degli immigranti che entrano in Italia e Spagna vanno poi a finire in altri Paesi. Siccome molta di questa gente viene da Paesi dove c’è una notevole attività terroristica – come per esempio la Somalia – l’immigrazione illegale pone un serio problema rispetto alle minacce che pone alla sicurezza nazionale. Un altro campanello d’allarme è il legame esistente tra i gruppi che trafficano con esseri umani e le organizzazioni criminali. A parte le implicazioni sulla sicurezza, le orrende condizioni in cui si trova la maggior parte degli immigrati illegali sfidano i valori umanitari europei stessi. Tutte queste ragioni sono incentivi sufficientemente forti perché gli Stati europei affrontino il problema a livello europeo. Non c’è modo di scappare da questa realtà. Persino la Gran Bretagna, che è un Paese relativamente amichevole con gli immigranti, ha dovuto fare i conti con terribili attacchi contro gli immigranti in città come Belfast. Se non sarà fatto qualcosa al più presto, la fortezza europea farà vedere al mondo il suo volto più brutto. Questo potrebbe comportare il ritorno all’Europa di Mussolini e non è proprio una immagine da proiettare se l’Europa vuole essere presa davvero sul serio nei rapporti internazionali. La questione non verrà risolta con risposte legislative graduali. In questo modo si crea un buon teatro politico e si incoraggiano i facinorsi locali ad applicare la legge a modo loro. L’esperienza americana con i Minuteman – i vigilantes armati che sorvegliano il confine col Messico – dovrebbe essere un promemoria che faccia riflettere su che cosa potrebbe accadere in futuro. I vigilantes italiani hanno già effettuato controlli a tappeto nei confronti degli immigrati e il giorno in cui le cose potrebbero peggiorare non sembra poi così lontano. In Europa, politici opportunisti cercheranno di trarre profitto dal problema, proprio come è accaduto negli Usa. In questo Paese, molti Stati hanno approvato dure leggi per agire contro i clandestini, in particolare in Arizona, uno Stato che si trova al confine degli Stati Uniti. Sostenuti da agenti di polizia locale particolarmente aggressivi, queste leggi sono state utilizzate per perseguitare sia la gente del posto che gli stranieri. I datori di lavoro, i locatori, gli ospedali e le agenzie dello Stato rischiano delle sanzioni se non si trasformano in "spie" del governo. La situazione attuale non farà altro che incrementare la tolleranza verso la xenofobia ed il razzismo in Europa. Il progresso nei diritti umani, ottenuto dopo decenni di lotte, non avrà più senso. Una riforma completa dell’immigrazione deve essere costruita sulla base di frontiere forti e diritti del lavoro. In primo luogo, tutti i Paesi europei devono contribuire con delle risorse verso gli Stati confinanti per fare in modo di prevenire il passaggio illegale alle frontiere. Questo include un sistema di polizia migliore, recinzioni elettriche e più personale di controllo. I fondi devono essere utilizzati anche per rimandare nel proprio Paese coloro che devono essere rimpatriati dopo un regolare processo. Inoltre, deve essere creato un regime trasparente ed efficiente di permessi di lavoro. La maggior parte degli immigrati viene in Europa perché esiste una domanda del mercato che chiede i loro servizi. La creazione di un sistema di permessi di lavoro temporanei ottenuti nel proprio Paese d’origine è il primo passo. Questo sistema verrebbe finanziato interamente dalle tasse applicate sulla richiesta di permesso. Ai clandestini presenti sul territorio dovrebbero essere concessi questi permessi di lavoro temporanei pagando una multa e con la garanzia che ritorneranno nel loro Paese d’origine non appena scadrà il loro permesso di lavoro. Coloro che hanno il permesso temporaneo dovrebbero avere il diritto di cambiare il datore di lavoro senza perdere il diritto di lavorare, una questione essenziale per prevenire lo sfruttamento sul lavoro. I datori di lavoro dovrebbero poter dare lavoro e licenziare i lavoratori in base a questo schema, e lo Stato non dovrebbe pagare i sussidi per questa gente. Questo tipo di modello contribuirebbe all’eliminazione dell’economia sommersa, assicurerebbe le entrate fiscali e favorirebbe un clima di accettazione e di riconciliazione. Piaccia o no all’Unione Europea, a causa delle sfide demografiche, per molti Stati una società multiculturale è ormai la realtà. Se l’Europa non agisce subito, la sua politica tornerà agli anni bui del razzismo e la xenofobia.

Tratto dal Wall Street Journal - Traduzione di Fabrizia B. Maggi

Ma davvero?

... se solo si pensa che i "fascisti" e i "razzisti" ignoranti leghisti è da una vita che lo dicono...Loro, quelli del Pd dovevano fare una prova... per riuscire a capire cosa è quello straccio.

Islam, politici Pd provano (e bocciano) il burqa: "Come in una prigione". A Imola, alcuni consiglieri comunali indossano il burqa prima di discutere un odg sull'argomento. alla fine, documento approvato: "Donne umiliate, difendere i loro diritti"

IMOLA - E' una sorta di lenzuolo appena sagomato sulla figura umana, con una fessura ricamata all'altezza degli occhi, e lungo abbastanza da coprire interamente anche la corporatura di un uomo. Come quella del capogruppo Pd al Comune di Imola, Davide Tronconi, che assieme alla presidente del Consiglio comunale, Paola Lanzon, e alla presidente della commissione Sanità, Carla Govoni, prima di votare un ordine del giorno presentato dalla minoranza sull'esclusione dalla città di chiunque si copra col burqa, ha voluto verificare di persona cosa si prova ad indossarlo. "Potevamo limitarci a una bocciatura in Consiglio, ma abbiamo ritenuto giusto fare una riflessione che non restasse chiusa nell'aula", spiega Tronconi. E così, per saperne di più, lo scorso novembre alcuni consiglieri del Pd si sono rivolti all'associazione "Trame di terre", che da circa dieci anni è il punto di riferimento delle donne straniere che arrivano a Imola, e hanno fissato un incontro. In quest'occasione, la presidente dell'associazione, Tiziana Dal Pra, dopo aver riportato le testimonianze di alcune donne musulmane provenienti da diverse nazioni, ha messo a disposizione dei consiglieri un burqa in tutta regola, di tessuto azzurro. "Io quando l'ho provato non respiravo - racconta il capogruppo Pd - è una sensazione di costrizione, anche perché ti obbliga a non avere le mani libere. Non c'è neanche un centimetro scoperto, è fatto per impedire qualsiasi rapporto col mondo". E Govoni è ancora più scossa: "Ti sembra di essere dentro una prigione. Vedi il mondo attraverso questi forellini, e non hai neanche la percezione del pavimento né dei laterali". Senza contare, spiega la presidente della commissione Sanità, che "a lungo andare provoca problemi alla vista, irritazioni alla pelle e agli occhi". Lanzon dice di "non essere riuscita a indossarlo più di due minuti" per via del "senso di soffocamento". Mettere il burqa anche solo per pochi secondi, racconta, "è stata un'esperienza orribile, che anche propando a immaginare non si può capire. Ma Tronconi ci tiene a precisare che hanno voluto indossarlo non per un motivo folkloristico, ma perché è giusto che la politica, quando si approccia a certi temi, abbia l'umiltà e anche la curiosità di avvicinarsi il più possibile. Da qui è nata la prova del burqa". E dopo averlo provato, Govoni non ha dubbi: "Sicuramente per una donna non può essere una scelta libera e consapevole". La questione è poi stata portata in commissione Pari opportunità del Consiglio comunale di Imola, dove se ne è discusso per tre mesi. Infine, ieri sera, il Pd ha presentato in aula una serie di emendamenti al testo del capogruppo della lista civica Ucd, Riccardo Mondini, in cui si dichiarava che "la città di Imola non è disponibile ad accogliere persone con burqa e chador", e si stabiliva di "affiggere un cartello alle entrate della città" con questa scritta, "escludendo da ogni beneficio comunale le persone che si vestono con tali paludamenti". Passaggi, questi, "da rigettare", secondo Tronconi, il cui gruppo, il Pd, infatti, ha riformulato quasi tutto il testo con tre emendamenti. Il risultato è stato un odg votato da tutta la maggioranza, in cui si dice che "il burqa umilia la donna e la discrimina" e si manifesta l'impegno dell'amministrazione a difendere i diritti delle donne e l'integrazione. Intanto, la Consulta degli stranieri fa sapere che a Imola c'è un'unica donna che lo indossa. "Ma questa è una questione di frontiera - afferma Tronconi - e in futuro dovremo misurarci con altre quantità".

mercoledì 13 gennaio 2010

Ah bhe...

"I clandestini? Noi li trattiamo molto peggio"

La sortita anti italiana del Cairo ha provocato una levata di scudi anche tra molti egiziani. Tra questi Nagag Nayel, direttore del Programma arabo per i militanti dei Diritti umani, secondo cui egiziani e arabi sono più razzisti degli occidentali. Nayel, commentando l’intervento egiziano sui fatti di Rosarno, sottolinea come il proprio governo «adotta il più severo razzismo contro gli immigrati clandestini, fra cui gli africani e anche i palestinesi». E ricorda le violenze della polizia egiziana contro un gruppo di rifugiati sudanesi, il 31 dicembre 2005, con 25 immigrati uccisi nello sgombero di un loro accampamento in una piazza del Cairo. Ma Nayel cita anche i migranti disarmati diretti verso Israele talvolta uccisi dai soldati egiziani nel Sinai, e il «rimpatrio inumano dei palestinesi» trovati in condizione di clandestinità in Egitto. Oltre ai numerosi «arresti per reati politici e di opinione», e «torture e violazioni dei diritti umani». Nayel condanna inoltre l’Egitto per le «discriminazioni contro i copti», chiedendo al governo di garantire loro protezione e pari accesso agli incarichi pubblici. Stupore per le dichiarazioni del ministero è stato espresso anche dal direttore della Rete araba di informazione sui diritti umani Gamal Abdel Aziz Eid, dato che «il ministro non ha fatto nulla per i lavoratori egiziani oggetto di aggressione in certi Paesi arabi», con riferimento a quelli del Golfo. Il portavoce del ministero Hossam Zaki, sottolinea ancora Eid, «sembra perorare le cause di tutto l’universo ma si sottrae proprio a quella egiziana». Commenti a cui fa eco anche il messaggio dell’associazione Musulmani moderati che opera nella Penisola: «In Italia non vi è alcuna discriminazione contro le minoranze arabe musulmane. Forse il ministero degli Esteri egiziano non sa che in questo Paese ci sono oltre 800 moschee».

Uccidono i cristiani e ci danno dei razzisti di Paolo Granzotto

Riferendosi ai fatti di Rosarno l’Egitto sale in cattedra e ci mette in riga: siamo razzisti - tremendamente razzisti - e nemici dell’islam. Siamo responsabili di una «campagna di aggressione e violenza subita da arabi immigrati e minoranze arabe e musulmane». Ragion per cui il Cairo chiederà al governo italiano di prendere le misure necessarie per la protezione delle minoranze e degli immigrati e come non bastasse si rivolgerà anche alla comunità internazionale affinché intervenga con tutto il suo peso per impedire che incidenti come quello di Rosarno abbiano a ripetersi e cessi la «discriminazione religiosa, razziale e l’odio contro gli stranieri». E se lo facessimo anche noi? Se anche noi chiedessimo al governo egiziano, per non dire della comunità internazionale, di proteggere invece di scannarle, le minoranze? Di cessare la campagna di aggressione e di violenza subita dagli immigrati (anche, soprattutto musulmani)? L’Egitto che ci impartisce lezioncine di bon ton umanitario è nella lista nera di Amnesty International per gravi violazioni dei diritti umani: respingimento alle frontiere a colpi d’arma da fuoco (solo qualche settimana fa, 28 morti e decine di feriti. Lasciati lì, per terra); torture nei locali della famigerata Ssi (State Security Intelligence) dove vengono rinchiusi, prima d’essere rimandati al mittente, i rifugiati e i richiedenti asilo provenienti dal Sudan e dall’Eritrea. Rimpatri forzati, cioè a suon di botte e scaricati dai camion in corsa. L’Egitto che predica la tolleranza e la protezione delle minoranze è quel posto dove la sera di Natale otto cristiani sono stati accoppati nell’indifferenza delle così dette forze dell’ordine. L’Egitto che ci accusa di essere nemici dell’islam è lo stesso che ha alzato il «muro d’acciaio», una barriera protettiva invalicabile per impedire che i fratelli palestinesi di Gaza si riforniscano di generi di prima necessità dai fratelli egiziani. Non solo: ha allagato con acqua di mare, e chi c’era c’era, le centinaia di cunicoli che precedentemente al «muro d’acciaio» collegavano le due fratellanze islamiche. Siamo sempre pronti a migliorare, a far meglio e dunque a trarre insegnamento dall’esperienza e dalla saggezza altrui, ma è inammissibile che a indicarci, con quel tono, poi, la via da seguire sia una nazione, un governo come quello egiziano, ad alto tasso di inumanità e responsabile a casa propria di cento, mille ben più funesti casi Rosarno. Potremmo rispondergli per le rime, ma ha ragione Bossi: basta un’alzata di spalle.

martedì 12 gennaio 2010

Integrazione facile? Come no...

Milano, quell'incontro impossibile tra Al Jazeera e Mc Donald's

(...) Paolo Camiciotti, milanese, 28 anni, studi alla Cattolica, con gli immigrati fa i conti tutti i giorni. È il suo lavoro. Lo incontriamo sabato mattina. Oggi non dovrebbe andare al “Centro”, ma ha comunque dato appuntamento ad alcuni dei suoi ragazzi per riaccompagnarli a casa. «Lavoro come educatore in un centro diurno per minori - racconta Paolo al sussidiario.net -. Accogliamo ragazzi dai sei ai diciott’anni con disagio sociale. Molti di loro o perché non hanno i genitori, o perché questi lavorano, se non venissero da noi sarebbero in mezzo a una strada. A mandarli sono i servizi sociali del comune di Milano, le scuole, il Tribunale dei minori». Nelle scuole l’arrivo massiccio di extracomunitari ha posto problemi nuovi. Che prima vanno avanti in modo latente, ma poi esplodono. «Io lavoro con ragazzi delle medie, che dovrebbero essere dagli 11 ai 14 anni, in realtà l’immigrazione ha cambiato tutto. Se arriva dal Marocco un ragazzino di 15 anni e non sa una parola di italiano, non si può inserire nella nostra superiore al posto che gli spetterebbe per età anagrafica, perché non sa una parola, e uno come lui viene messo o in quinta elementare o in prima media. Con la situazione paradossale di una prima media in cui ci sono il ragazzino di 11 e quello di 18 anni». Ma questo è solo uno dei problemi. «La realtà è che il nostro sistema scolastico - va avanti Camiciotti - non è pronto a reggere l’urto dell’immigrazione. A Milano il quartiere di San Siro è ormai un ghetto, ci sono intere scuole dove la presenza di italiani è ridotta al 10 per cento». Proprio l’altro ieri il ministro Gelmini ha proposto di mettere un tetto del 30 per cento alla presenza di stranieri nelle classi. «Secondo me è una buona idea. Ma dev’esserci una prevalenza di ragazzi che parlano l’italiano come prima lingua. Se mi metto nei panni di una famiglia italiana che ha un bambino in una classe dove il 70 per cento è di extracomunitari, cosa faccio? Lo sposto da un’altra parte, è chiaro. Risultato? Il ghetto. Per questi ragazzi la scuola è solo un parcheggio, ha una funzione contenitiva ma non li forma. E alimenta una sindrome del sospetto reciproco». Paolo segue una ventina di ragazzi delle medie. Lo raggiungono al Centro, in zona San Siro, dopo la scuola. La struttura dà loro il pranzo, perché molti di loro non hanno genitori o ne hanno solo uno e quasi sempre è la madre, perché il padre è rimasto nel paese d’origine. Prevalgono egiziani e marocchini, generalmente sono quasi tutti nordafricani. «Cominciamo con i compiti - racconta Camiciotti -. I libri semplificati per stranieri sono ormai indispensabili. Poi facciamo altro, impegniamo tutto il loro tempo: calcetto, teatro. Insomma attività strutturate». Ma chi non ha a che fare con persone del genere non può capire. L’educatore deve spiegare loro tutto: che quando si vuole una cosa si deve chiederla, che la violenza non è l’unica strada, che non si gira per Milano armati di coltello. Persone, insomma, con le quali ripartire da zero, o quasi. E non è raro che da parte loro le prime aperture siano equivoche. «Bisogna stare attenti, il concetto di amicizia è rischioso. Deve essere chiaro che il nostro è un rapporto lavorativo. All’inizio i ragazzi ti chiedono di “colludere” con loro. Io non mi definisco mai loro amico, ma un adulto che si cura di loro, che ha a cuore la loro vita. Nella massima distinzione dei ruoli». E il loro approccio? «Devono capire che li abbiamo tirati fuori da un circuito penale, o da rapporti potenzialmente criminali. Quando arrivano da noi mostrano grande diffidenza. Non rispettano l’autorità. La nostra intendo, perché l’autorità del padre l’hanno molto chiara. Ma hanno forti difficoltà a relazionarsi con un ordine diverso da quello familiare. Per questo comandare serve a poco, vanno presi per mano e persuasi di quello che è bene per loro. Devono capire che possiamo fare un pezzo di strada insieme, e che anche se sono ai margini noi vogliamo loro bene per quello che sono, extracomunitari, poveri, spesso con precedenti penali. Devono capire che ricominciare è sempre possibile». Stando al Centro i ragazzi prendono confidenza, lentamente nasce una stima. Dopo un po’ Camiciotti si è ritrovato ospite dei ragazzi che segue quotidianamente. «Ma quando vai a casa loro - prosegue Camiciotti - rimani stupito, perché non ti sembra più di essere in Italia. Buona parte vive in un contesto di case occupate o di abusivismo; ebbene, mi ha colpito come tutti, e dico tutti, abbiano la parabola satellitare e la tv sia sintonizzata sempre e solo su Al Jazeera. Così tutta la casa sente l’arabo. Poi c’è una differenza abissale tra le famiglie, mettiamo il caso, sudamericane e quelle islamiche. Sono stato a mangiare in molte famiglie, eravamo solo uomini perché le donne non erano ammesse. O mangiavano dopo di noi, per servirci, oppure in un’altra stanza. Le donne stanno in casa, hanno una vita sociale limitata al minimo». (...) Molta confusione nasce dal fatto che vediamo noi stessi al posto loro, come se fossimo a Berlino o New York. E pensiamo che i figli degli immigrati, per il fatto di essere in Italia, entrino spontaneamente in rapporto con noi. Ma non è così. «È come se vivessero contemporaneamente in due mondi - spiega Paolo - il mondo di casa in cui si parla l’arabo, in cui c’è uno spaccato di vita che potrebbe essere pari pari quella del Cairo, di Algeri o Rabat, e poi l’impatto con il mondo esterno, quello che per i ragazzi è l’incontro con i loro coetanei, che vanno al cinema, che fumano, che mangiano da McDonald’s. Da un lato la rigidità di provenienza delle loro tradizioni, dall’altro la “decadenza” della civiltà occidentale. Ne sono affascinati ma al tempo stesso ne hanno paura, perché va contro le loro tradizioni». (...) Ora c’è una squadretta di calcio. Paolo ha messo in piedi una squadra veramente internazionale, su undici otto sono di nazionalità tutte diverse, ma si rispettano e si intendono. E non giocano nemmeno così male. È la prova allora che un’integrazione è possibile, proponiamo convinti. Camiciotti però frena subito. «Ho i miei dubbi - dice -. Questo accade quando due persone anche molto diverse, ma consapevoli della propria storia e dei propri valori, si confrontano. Ma questa certezza della nostra identità noi occidentali l’abbiamo un po’ persa. Nelle scuole ho visto di tutto: presepi con le moschee e statue di Cristo con la kefiah per non turbare la sensibilità dei musulmani. Ma il dialogo non è questo. L’ho imparato dai genitori dei miei ragazzi. Hanno molta più facilità a relazionarsi con un’identità forte, che possa essere individuata e riconosciuta con chiarezza. Chiedono una posizione umana vera, anche se diversa dalla loro, ma non arrendevole. Il resto non importa».

L'egitto e la cei è meglio che tacciano

Il Senatùr: «Noi razzisti? Guardate come trattano i cristiani». La Cei: rivedere cittadinanza. Rosarno, l'Egitto protesta. Bossi: «Lì fanno fuori i cristiani». Il Cairo: in Italia campagna di aggressione contro i musulmani. Frattini: «Rispettiamo le leggi»

MILANO
- Rosarno diventa un caso diplomatico. L'Egitto «condanna» infatti le violenze nel paesino calabrese e chiede al governo italiano di intervenire contro gli episodi di razzismo e discriminazione. Da parte sua il ministro Franco Frattini spiega che il governo italiano vuole solo che si rispettino le leggi, mentre il leader della Lega Umberto Bossi rimanda al mittente le accuse di razzismo del Cairo. «Il governo non può continuare ad agitare i problemi, come quello della clandestinità e dell'immigrazione, ma deve risolverli» tuona il leader del Pd Pier Luigi Bersani. Intanto, all'indomani del duro monito dell'Osservatore Romano, anche la Cei interviene sulla vicenda, rilanciando il tema assai spinoso della cittadinanza.

LA NOTA DEL CAIRO - Riferendosi agli scontri in Calabria, il ministero degli Esteri del Cairo ha denunciato «la campagna di aggressione» e «le violenze» subite dagli «immigrati e le minoranze arabe e musulmane in Italia» e chiedendo al governo italiano di «prendere le misure necessarie per la protezione delle minoranze e degli immigrati». Una dura protesta quella dell'Egitto, che nel comunicato diffuso dal ministero degli Esteri ha citato anche la crescita registrata negli ultimi tempi di episodi «razzisti» e la condizione di disagio degli immigrati in Italia a causa delle «condizioni di detenzione, della violazione dei loro diritti economici e sociali e della pratica delle espulsioni coatte». La questione, ha annunciato il Cairo, sarà sollevata dal ministro Aboul Gheit nell'incontro in programma il 16 gennaio con il titolare della Farnesina Franco Frattini.

LA REPLICA DI FRATTINI - La replica del ministro italiano non si è fatta attendere: «Sono pronto a parlare di qualsiasi cosa» con l'Egitto, ha detto Frattini, respingendo come «inaccettabile» qualunque forma di violenza simile a quella vista a Rosarno. A proposito di quella che il Cairo ha definito una campagna di odio e di discriminazione contro gli immigrati, il capo della Farnesina ha ricordato che «l'Egitto è un Paese amico» e ha anticipato che il 16 gennaio con il collega Aboul Gheit «spiegherà agli egiziani, che come comunità emigrata rispettano d'abitudine la legge, che anche in Italia vogliamo che le leggi siano rispettate». Frattini ha anche assicurato che sullo sfondo degli scontri a Rosarno non ci sono questioni di tipo religioso. «Si trattava di casi di violenza normale a cui le forze di polizia hanno dovuto reagire: violenze inaccettabili che non hanno niente a che fare con l'Egitto e con gli egiziani che, come comunità rispettano abitualmente le leggi italiane». «'Tutta l'Italia, credo tutta l'Europa, ha visto gente dare l'assalto alle case o sfondare e bruciare le macchine. Questo non c'entra assolutamente niente con motivazioni religiose: si tratta di una violenza inaccettabile che giustamente è stata respinta dalle forse di polizia», ha aggiunto.

L'AFFONDO DI BOSSI - Laconico il commento di Umberto Bossi sulla nota ufficiale dell'Egitto. «Guardate - ha detto il leader del Lega conversando con i cronisti in Transatlantico - come trattano i cristiani. Li fanno fuori tutti». «Tranquilli - ha concluso - non sono quelli i problemi». Al ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Maurizio Sacconi ha riunito i presidenti degli Enti previdenziali, Inps e Inail, i Direttori generali dei Servizi ispettivi e della Tutela delle condizioni di lavoro del ministero, il Comandante del Nucleo Carabinieri Tutela del lavoro. Ministro e enti hanno deciso di intensificare una «specifica, coordinata e capillare attività di contrasto dei fenomeni di illegalità e di sfruttamento del lavoro irregolare in agricoltura», improntata al «criterio-guida» della tolleranza zero. Il comunicato del ministero non fa alcun riferimento esplicito agli scontri di Rosarno, ma è evidente che il tema affrontato - l'agricoltura a Sud - prende le mosse proprio dai recenti avvenimenti calabresi.

LA QUESTURA - Da parte sua la questura di Reggio Calabria ha fatto sapere che non ci sono egiziani nel gruppo di immigrati che si trovavano a Rosarno e che, dopo gli incidenti dei giorni scorsi, sono stati portati nei centri di accoglienza di Crotone e Bari. È stata confermata, invece, la presenza tra gli immigrati di persone di lingua araba e di religione musulmana.

LA CEI - I vescovi italiani nel frattempo invitano, attraverso monsignor Bruno Schettino, presidente della Fondazione Migrantes e responsabile Cei per l'Immigrazione a «ricreare un clima di maggiore e migliore accoglienza, superando la tentazione di xenofobia che produce paura, mortificazione dell'uomo, perdita di speranza». «Voglio ricordare - ha aggiunto Schettino - che la tendenza è quella dell'accoglienza dello ius soli (diritto acquisito da nascita su territorio) per una cittadinanza offerta con delle condizioni particolari. Noi non possiamo entrare nei fattori tecnici però è anche vero che il senso di profonda humanitas fa sì che noi desideriamo che si arrivi anche alla formulazione di un principio di cittadinanza che sia veramente favorevole. Con delle condizioni - ha specificato -: la conoscenza della lingua italiana, della Carta costituzionale, e la presenza sul territorio nazionale» condizioni per cui, ha concluso, «diventa anche più sicura e più certa la possibilità della cittadinanza».

RIPRESE LE DEMOLIZIONI - Dopo gli scontri dei giorni scorsi, Rosarno prova a tornare alla normalità. Polizia e carabinieri continuano a presidiare il paesino calabrese, ma è una presenza che ha finalità puramente preventive e non è legata a situazioni particolari. In mattinata sono ripresi i lavori di demolizione delle strutture di ricovero per immigrati dell'ex fabbrica Rognetta. Nella notte l'automobile di un immigrato è stata incendiata da persone non identificate. Il proprietario della vettura è un ghanese con regolare permesso di soggiorno che fa il bracciante agricolo e che vive nel centro del paese, insieme ad un'altra immigrata, in un'abitazione in affitto. Per spegnere l'incendio l'uomo è stato aiutato da alcuni vicini di casa, cittadini di Rosarno non immigrati. L'immigrato al quale è stata incendiata l'auto non è stato coinvolto nella rivolta scoppiata giovedì scorso né negli scontri con gli abitanti. Secondo i carabinieri, dunque, l'incendio della sua auto sarebbe legato ad un fatto occasionale non collegato agli incidenti dei giorni scorsi.

lunedì 11 gennaio 2010

Calabria

Una regione uccisa dai clandestini in mano agli affaristi

I fatti di Rosarno mettono in luce sia lo sfruttamento della manodopera clandestina nella raccolta delle arance sia lo sfruttamento monopolistico dell’agricoltura da parte degli intermediari. E insieme a tutto ciò c’è la responsabilità della Regione Calabria che non ha promosso lo sviluppo del ciclo agricolo-commercio degli agrumi. Il fatto che la ’ndrangheta si possa essere inserita in tutto ciò non esime dal dover considerare questi tre temi in modo del tutto diverso da quello demagogico e inconcludente della nostra sinistra attuale. Essa, anche in questa circostanza, dimostra di non capire che cosa sia un’economia di mercato e che cosa manchi alla Calabria (e in genere al Mezzogiorno): appunto una vera economia di mercato. Non è con il giustizialismo, l’antirazzismo retorico e il buonismo generico che si risolvono questi problemi, ma facendo funzionare e rispettare l’economia di mercato. E sino ad ora, chi di recente sembra averlo capito meglio è il ministro dell’Interno Maroni, che, secondo il cliché corrente, fa parte d’un partito razzista-nordista. In quella zona le arance (di buona qualità, ma non della migliore ottenibile con buoni investimenti e una adeguata irrigazione) vengono vendute dai proprietari dei terreni sulla pianta, nella stagione precedente a quella del raccolto - attualmente 6-10 centesimi il chilo per le arance comuni della Piana di Gioia Tauro - ad intermediari che provvedono alla raccolta e al trasporto ai mercati all’ingrosso e ai produttori di succhi di frutta. Questi intermediari spuntano attualmente un prezzo medio di 50 centesimi. La legge consente di fare «aranciate» in bottiglia o in scatola con il 6 per cento soltanto di succo di arancia, il resto sono polverine e coloranti (un tempo la percentuale era del 10 per cento, ma quelle attuali sono le regole europee e la tutela del consumatore in questo campo va a farsi benedire). Quindi c’è un surplus di arance rispetto alla domanda. Ma ciò riguarda solo quelle prive di proprio marchio, come sono quelle della piana di Gioia Tauro. Da ciò si desumono due gravi inefficienze di questo mercato, dovute a fattori monopolistici. Il primo è il basso prezzo che ottengono gli agricoltori, perché manca la concorrenza fra gli intermediari e il mercato all’ingrosso di questo prodotto è nelle loro mani. Il secondo è il grande margine di tali intermediari che va dai 44 ai 40 centesimi il chilo. Essi sarebbero in grado di pagare salari migliori alla manodopera addetta alla raccolta, se fosse costituita da lavoratori regolari. Consentendo per falso buonismo che ci siano immigrati irregolari, i salari sono andati alla sopravvivenza bruta. I clandestini non possono reclamare e fanno concorrenza alla manodopera regolare. Così si è generato uno sfruttamento che ha portato malessere sia a loro, sia a chi, immigrato o italiano, vorrebbe lavorare a paghe regolari, sia alla popolazione locale. Dunque ha avuto pienamente ragione Maroni a battersi per il reato di immigrazione clandestina. E hanno torto coloro che vi si sono opposti e coloro che vorrebbero non la flessibilità opportuna nel periodo iniziale di applicazione di tale legge, ma la sua disapplicazione. Quanto al margine di 40-44 centesimi al quintale, per gli intermediari delle arance della piana di Gioia Tauro, essendo anomalo, merita un’indagine del Garante dalla concorrenza, prima ancora che venga avviata un’indagine sul fatto se nel cartello monopolistico ci sia di mezzo la ’ndrangheta. Va aggiunto che nell’economia di mercato è possibile superare le situazioni di monopolio degli acquirenti di prodotti agricoli mediante organizzazioni di intermediari promosse dai produttori. E in altre zone e settori ciò viene fatto, con consorzi di cooperative, che spuntano da 22 a 26 centesimi il chilo per lo stesso tipo di arance nelle stesse stagioni. La Regione Calabria avrebbe potuto promuovere tali organismi, e avrebbe potuto incentivarne la formazione con una tutela delle arance calabresi, mediante marchi a garanzia della loro origine geografica e delle loro caratteristiche merceologiche. Non tutte le arance sono eguali. E se non vi sono modi di identificare quelle di qualità, le cattive scacciano dal mercato le buone, in quanto sono vendute tutte allo stesso prezzo e alle imprese non conviene darsi da fare per migliorare le qualità. I fatti di Rosarno mostrano che una buona economia di mercato risolve molti più problemi di una pur necessaria lotta alla criminalità organizzata. Ma tale economia funziona bene se ci sono regole rispettate e iniziative che impediscono gli abusi di mercato.

domenica 10 gennaio 2010

Imbecilli in tonaca

I parroci dunque, comincino ad aprire le porte delle proprietà del vaticano ma prima, accolgano gli italiani che hanno bisogno e poi accolgano gli stranieri (clandestini) che tanto amano. Solo così possono essere credibili. Tutti. Lo stato deve fare la sua parte ed applicare le leggi vigenti. E questa ci pare la cosa più logica da fare. O la religione preferisce crogiolarsi ancora nell'ignoranza e nell'illegalità?

Nel Duomo molti più fedeli del solito e il sacerdote sottolinea che mancano gli immigrati. "Erano come voi, con la pelle più scura, venivano dall'Africa. Non ci sono perché li hanno cacciati". Rosarno, l'omelia di don Pino. "I cristiani aiutano chi sbaglia". "Se siamo pronti alle violenze nei confronti dei più deboli, allora non veniamo più in chiesa"

ROSARNO
- E' domenica, giorno di festa ma anche di preghiera. E di riflessione. La città si sveglia un po' stordita, confusa e incerta. Le violenze dei giorni scorsi, la caccia all'emigrante che è proseguita ancora nella notte hanno lasciato il segno. Nella parte bassa di Rosarno, le ruspe dei vigili del fuoco sono già al lavoro. Smantellano con i loro lunghi bracci dentati le mura fatiscenti di Rognetta, il piccolo campo dove vivevano trecento immigrati africani. Nella parte alta, davanti al palazzo del Comune, spicca il Duomo. Sono le 10 e per la prima volta, dopo tante settimane, la chiesa torna a riempirsi di fedeli. I bambini, a decine, nelle prime file. Gli adulti, molti anziani, dietro. Sulla sinistra c'è ancora il presepe, la grotta, Giuseppe e Maria piegati su Gesù, il bue e l'asino. Sui nastri rossi che l'avvolgono ci sono parole che in queste ore acquistano ancora più valore. Solidarietà, tolleranza, rispetto, pace, uguaglianza. Don Pino Varrà, parroco di Rosarno, parte da lontano. Afffronta la parabola del Vangelo dedicata al battesimo. La nascita, il riconoscimento ufficiale, l'eguaglianza di tutti i bambini di fronte a Dio. Parla ai più piccoli che gli siedono davanti. Parte da loro per arrivare agli altri. Che lo ascoltano, che intuiscono, che si aspettano qualcosa. Nelle ultime file sostano gli uomini del paese. Molti, in questi giorni, hanno partecipato alle violenze, hanno brandito bastoni e catene. Hanno dato man forte ai blocchi sulla statale per Gioia Tauro. Giù alla vecchia fabbrica di Rognetta e poi più in là, verso l'altro campo dei dannati, all'ex oleificio trasformato in un campo di disperati. Adesso sono qui. Cercano conforto e comprensione. "Bisogna aiutare i fratelli che sbagliano", spiega il sacerdote. "E in questi giorni che stiamo vivendo qualcuno ha sbagliato. Ma questo non ci autorizza a colpirlo, a inseguirlo, a ucciderlo, a cacciarlo. Ci obbliga a capire, a fermarci. Per non sbagliare più. Questo dobbiamo fare se vogliamo essere dei cristiani". Il parroco lascia l'altare, scende tra la gente. Parla a braccio, stringe con le mani il microfono. "Se ho un fratello in famiglia non posso picchiarlo o cacciarlo di casa perché ha rotto un vaso. Devo andargli incontro, sostenerlo, capire cosa è accaduto". Allarga le braccia, sorride: "Vedo finalmente questa chiesa piena, sono contento che moltissimi tra voi sono tornati. Ma vedo anche che manca qualcuno". Don Pino sospira, si rivolge ai bambini. "Lo vedete anche voi. Non c'è John. Vi ricordate di lui? Veniva ogni domenica". I bambini annuiscono. I genitori, dietro, restano in silenzio. Tesi e consapevoli. "Mancano anche Christian, Luarent. E Didou, il piccolo Didou. Mancano i suoi genitori. Erano come voi, con la pelle più scura, venivano dall'Africa. Non ci sono perché li hanno cacciati". E' il culmine dell'omelia. E' il momento dell'appello. E del rimprovero: "Mi rivolgo ai più grandi, ai genitori. Perché loro hanno un ruolo importante, formativo. A voi dico: non vi fate trascinare verso ragionamenti e reazioni che non sono da cristiani. E' facile dire: abbiamo ragione noi. Quando siete nati, Dio è stato chiaro: questo è mio figlio. Lo siamo tutti. Tutti abbiamo diritto alla vita, una vita dignitosa, che non ci umili. Anche quelli di un altro colore, anche quelli che sbagliano sempre. Se vogliamo essere cristiani noi non possiamo avere sentimenti di odio e di disprezzo". Il parroco adesso è al centro della navata. Si rivolge al suo gregge che appare ancora più smarrito. Alza la voce, come un tuono: "Possiamo anche dire che abbiamo sbagliato. Che i miei fratelli, bianchi e neri hanno sbagliato. Ma lo dobbiamo dire sempre. Non solo quando qualcuno ci sfascia la macchina. Lo dobbiamo sostenere con forza anche quando altri fanno delle cose ancora più gravi. Cose terribili. Dobbiamo avere il coraggio di gridare e denunciare". Il sacerdote indica il presepe: "Non avrebbe senso aver allestito questa opera. Non avrebbe senso festeggiare il Natale. Meglio distruggerlo e metterlo sotto i piedi. Dobbiamo celebrarlo convinti dei valori che lo rappresentano. Perché crediamo nella misericordia e nella solidarietà. Se invece non abbiamo la forza di ribbellarci ai soprusi e alle ingiustizie e siamo pronti alle violenze nei confronti dei più deboli, allora non veniamo più in chiesa. Dio saprà giudicare. Saprà chi sono i suoi figli". Il Duomo è avvolto da un silenzio pesante. Molti muovono nervosi le gambe. Don Pino è stato chiarissimo. Ha colpito nel segno. E' riuscito a scavare nell'animo della Rosarno ferita e confusa. "Non mi ero preparato alcuna omelia. Ho detto queste cose perché le sentivo. Perché mi sono state suggerite. Non da qualcuno tra voi. Ma da Dio. Potrò sembrarvi presuntuoso. Ma Dio, che ha assistito alle violenze di questi giorni, mi ha chiesto di dirle ai suoi figli. Figli come voi. Figli che hanno sbagliato e che vanno aiutati a non sbagliare più".

Ce ne faremo una ragione...

La proposta su Facebook sull'onda dei fatti di Rosarno: in poche ore 10.000 iscritti. Accordo con il coordinamento "Blacks out" che aveva già in programma un'iniziativa. Sciopero dei migranti a marzo la protesta corre su internet. Calderoli: "I regolari non lo faranno. E per gli irregolari c'è l'espulsione". Casini : "In Calabria lo Stato non c'è, la 'ndrangheta regola i rapporti sociali"

ROSARNO - Dalla Rete un'iniziativa a favore dei immigrati: il movimento 'Primomarzo 2010' propone una giornata di sciopero generale per tutti gli extracomunitari che vivono in Italia, per l'appunto il primo marzo. E si raccorda con il coordinamento "Blacks out" (sindacati, Arci, Acli, Fondazione Migrantes, 15 associazioni di migranti) che aveva già in programma un'analoga iniziativa per il 20 marzo. Venerdì scorso il primo incontro e l'accordo per un momento di protesta comune nel mese di marzo: la data sarà decisa in un'altra riunione fissata per il 15 gennaio. Sarebbero quindi almeno quattro milioni e mezzo di persone ad incrociare le braccia, ma forse anche di più se si dovessero sommare quanti lottano contro il razzismo. Un'iniziativa che viene dileggiata dalla Lega: "Uno sciopero dei lavoratori extracomunitari? Escluderei che vogliano farlo i regolari. Se l'iniziativa partisse invece dagli irregolari, si tratterebbe soltanto di espellerli", dice infatti il ministro per la Semplificazione legislativa Roberto Calderoli. Il ministro ribadisce la posizione del Carroccio e del governo sull'immigrazione, confermando quella del ministro dell'Interno Roberto Maroni: "La linea è quella del rigore" mentre "in passato c'è stato troppo lassismo". Tesi condivisa dal presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri: "Prima l'ordine, poi tutto il resto. Occorre applicare con rigore crescente la politica di espulsione dei clandestini e confermare la politica dei respingimenti". Alla posizione della Lega si contrappone quella dei tanti esponenti politici che comprendono le ragioni degli immigrati e del degrado a Rosarno. "Lo Stato in Calabria non c'è e la 'ndrangheta regola i rapporti sociali - afferma il leader dell'Udc, Pier Ferdinando Casini, intervistato a "Che tempo che fa" - Non possiamo non farci carico dell'indignazione della gente ma dobbiamo anche denunciare che tanti italiani trattano queste persone come delle bestie". Casini critica l'atteggiamento della Lega: "La Lega interpreta umori reali, ma la politica non deve ingigantire i problemi ma risolverli. Hanno parlato delle ronde che sembrava dovessero risolvere i problemi. Dove sono le ronde? In Calabria non aspettavano le ronde ma i carabinieri e la polizia che sono arrivati dopo 48 ore". A Calderoli ribatte anche Andrea Orlando del Pd: "Memore dei brillanti risultati ottenuti sfoggiando la famosa maglietta anti-islam, il ministro Calderoli continua a gettare benzina sul fuoco commentando con poco equilibrio e responsabilità istituzionale l'ipotesi di uno sciopero dei lavoratori extracomunitari". E Livia Turco afferma che "ormai alla retorica della clandestinità non crede più nessuno: vogliamo che il governo sia in grado di promuovere legalità insieme alla lotta alla criminalità e di costruire convivenza". Anche il vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, a Potenza, a margine della cerimonia di consegna del premio "Carmelo Azzara", chiede rispetto per gli immigrati: "Spero che la tranquillità a Rosarno venga ripristinata, con il rispetto degli interessi della zona e degli stessi immigrati. E' necessario tener conto che queste persone arrivano qui e lavorano, e hanno il diritto di essere rispettati. Naturalmente c'è un problema di ordine pubblico, che deve essere gestito con alto senso di responsabilità del governo". Il movimento 'Primomarzo 2010' ha scelto il web per lanciare velocemente la propria proposta e l'impatto è stato immediato. Il primo post è del 9 ottobre. Le adesioni si sono moltiplicate e dopo i fatti di Rosarno sono aumentate a ritmo più sostenuto: su Facebook il gruppo 'primo marzo 2010 sciopero degli stranieri' conta già oltre 10mila iscritti. L'iniziativa è senz'altro nuova per l'Italia, mentre ha un precedente europeo: viene dalla Francia, dove gli immigrati si sono spesso fatti sentire in piazza. Nel paese transalpino il movimento si chiama "La journee sans immigres: 24 h sans nous" e il suo sciopero lo farà proprio il primo marzo. Il logo è appunto "24 h senza di noi - la giornata senza immigrati", logo di Giuseppe Cassibba con i volti di otto persone di colore ripetuti in due sequenze. E la rete di città che fanno da riferimento è già estesa, comprende Genova, Milano, Verona, Bologna, Prato, Roma, Napoli, Palermo, Bergamo, Perugia, e sul blog del movimento ci sono tutte le indicazioni per prendere contatti con i comitati nelle varie località. Il colore giallo è stato scelto perché ormai è anche il colore impiegato nelle manifestazioni contro il razzismo. Inoltre, aspetto questo non trascurabile, è un colore che non rimanda - almeno per ora - ad alcun movimento politico in particolare. Quindi un braccialetto o un nastrino giallo come segno di riconoscimento per chi voglia essere simpatizzante o sostenitore del movimento che dai fatti di questi giorni a Rosarno trae sicuramente elementi di rilancio.

Abusivismo

Uno dei migliori belvedere di Roma ha guardiano abusivo: ma perché? di Benedetto Marcucci

Una situazione incredibile quella denunciata dal Corriere della Sera. Uno dei punti più belli di Roma, il Belvedere Cederna con vista sui Fori e sul Colosseo, gestito da un improbabile guardiano bengalese, che si ritaglia uno stipendio aprendo un varco tra le barriere fissate alla meno peggio. Per mantenere l’esclusiva al “pedaggio” per la vista mozzafiato si è pure organizzato mettendo un suo lucchetto. Ci chiediamo quale sarà la reazione del Sindaco Alemanno a una simile denuncia con tanto di foto e filmato. “Due euro…caffè…mangiare…niente soldi” e un’indicazione con l’indice verso i Fori, questo il servizio reso dal poveraccio improvvisatosi guida turistica., “Ma ci si può venire? E’ aperto?” chiede Carlotta De Leo, giornalista del Corriere e nel suo improbabile italiano il bengalese risponde: “Aperto? No mai aperto, no chiuso…chiuso”. “Ma questo spazio è del Comune?”, “Sì, io lavoro guardare questo”. “Quindi è chiuso?”. Il “guardiano” indica il lucchetto. “Ah… chiudi tu col lucchetto!” dice Massimo Proto che intanto riprende tutto con la telecamera nascosta. Di situazioni simili, di gestioni improvvisate di spazi pubblici, ce ne sono svariate a Roma. Certo, magari non così eclatanti, ma comunque inaccettabili. Come è inaccettabile che gli orribili gazebo che invadono la città e molte zone sensibili, come i sagrati delle chiese o le piazze storiche, non solo vengano utilizzati, ma addirittura siano lasciati per mesi dopo la conclusione delle “manifestazioni” varie. Su questo segnaliamo il blog “Degrado Esquilino” animato da Massimiliano Tonelli, molto puntuale e documentato. Non sempre condividiamo le opinioni espresse, ma apprezziamo sempre la puntualità e il tono degli interventi. Per quanto ancora si dovranno tollerare situazioni di questo tipo? Attendiamo gentile replica.

Mille

Mille nuovi disperati destinati ad affollare gli altri ghetti d’Italia

L’esodo è iniziato. L’onda dei clandestini sale verso la Campania. Lascia la Calabria e i riflettori accesi sulla rivolta degli ultimi giorni, per ingrossare le file delle altre Rosarno d’Italia, le cento banlieues in procinto di scoppiare. E per un’emergenza che lo Stato sta affrontando, ce ne sono altre che potrebbero accendersi. Il miniflusso dei mille di Rosarno ha, infatti, destinazioni già note, e se dietro le spalle ci sono sparatorie e guerriglia urbana, non è detto che il traguardo sia libero da tensioni. Foggia e i campi di pomodoro possono attendere, ma anche in Puglia la piaga del caporalato ha prodotto e rischia di produrre scintille pericolose: la scorsa primavera bastò a scatenare tensioni la creazione di una linea di autobus riservata agli extracomunitari ospiti di una struttura per richiedenti asilo. Ora il punto d’arrivo per tanti degli africani in fuga è però la Campania. La bidonville di San Nicola Varco, nel Salernitano, è stata sgomberata. Ma c’è la provincia di Caserta: Mondragone, Villa Literno. E Castel Volturno. Dove poco più di un anno fa, a settembre del 2008, il clan dei Casalesi uccise sei africani. Anche lì la comunità di stranieri si ribellò all’attacco subito dalla criminalità organizzata, e anche lì lo Stato corse ai ripari. Quindici mesi dopo le acque si sono calmate. E dai treni fermi alle stazioni della Terra di Lavoro, arrivano i «reduci» di Rosarno. Il timore è che i clandestini cerchino ancora lavoro dal meno affidabile dei datori, spesso l’unico che può offrirlo: la criminalità organizzata. E non c’è solo il clan dei Casalesi (colpito duramente negli ultimi mesi da arresti e confische), ma anche la «mafia nigeriana», che gestisce traffico di droga e prostituzione in zona. Qui, per la prima volta, è stato contestato il reato di associazione per delinquere di stampo mafioso a carico di extracomunitari. Qualcuno di quelli che lasciano la Calabria però non si fermerà in Campania, ma continuerà il viaggio più a Nord. Puntando alle grandi città, come Roma. Per il Viminale da tempo la situazione dell’immigrazione nella Capitale è critica. Nel mirino soprattutto i tanti, troppi insediamenti abusivi. Gli africani, anche clandestini, sono ospiti del Campidoglio nei residence. Ma sono soprattutto i nomadi, stanziali a Roma da anni, a destare preoccupazione: presto gli storici campi al 700 e al 900 di via Casilina, che ospitano rom e non solo, verranno sgomberati. Affrontare questo nodo è una priorità. Come smantellare le baraccopoli che sorgono sugli argini del Tevere o nei parchi, città nascoste nella città. La cronaca nera ha spesso fatto i conti con queste bidonville, ma mai con un possibile «effetto banlieue». Situazione calda anche a Firenze, Bologna, Milano. Dove i clandestini trovano un giaciglio a Porta Romana e Porta Venezia, tra uno sgombero e l’altro. Anche qui gli insediamenti clandestini tengono all’erta il Viminale. Non è solo il riflusso di Rosarno che fa temere nuove tensioni. Da Castel Volturno al Nord del Paese, le polveriere già pronte sono tante.

sabato 9 gennaio 2010

No alla turchia

No all’ingresso di questa Turchia in Europa L'analisi di Piera Prister

E’ proprio grave e sviante che dalle pagine del Corriere della Sera che e’ un punto indiscusso di riferimento culturale per l’Italia e gli Italiani nel mondo, Sergio Romano, forte della tribuna che gli offre lo stesso quotidiano, abbia dato la sua opinione favorevole all’ingresso della Turchia in Europa. Il Corriere della Sera si squalifica! La Turchia non deve assolutamente farne parte perche’ non e’ portatrice di quei valori di civilta’, di tolleranza e di pluralismo culturale e religioso che caratterizzano l’Occidente. La Turchia sta progressivamente scivolando nel sistema totalizzante di massa del fondamentalismo islamico, fanatico, violento ed irreligioso; e per giunta misogino ed omofobo, che vuole solo conquistare e sottomettere l’Occidente alle sue leggi. Non vuole coesistere con le altre religioni, culture e tradizioni, vuole solo perseguitarle e opprimerle fino all’annichilimento totale. Quello che sta avvenendo ai cristiani in Turchia ha molti punti in comune con la sorte degli ebrei e di altre minoranze degli anni quaranta in Europa e ci fa molto pensare per associazionismo, al Museo della Razza Estinta che volevano fondare i nazisti, a guerra conclusa, nella citta’ di Praga nel quartiere ebraico di Josevof. L’attuale primo ministro turco, Recep Tayyip Erdogan non puo’ far parte della cultura occidentale europea, prima perche’ si presenta in pubblico con accanto una moglie sempre a capo chino, i cui capelli sono avvolti da una sciarpa abbassata che le ombreggia la fronte, e poi perche’ e’ amico di persone poco raccomandabili come per esempio quell’Omar Al Bashir il dittatore ammazzacristiani del Sudan su cui pende un mandato di cattura della Corte dell’Aia. Erdogan e’ inoltre negazionista dello sterminio degli Armeni ed e’ stato elogiato dalle TV in arabo per essersi alzato indignato abbandonando la seduta del Summit di Davos sui fatti di Gaza, quando ha iniziato a parlare Shimon Peres, presidente di Israele. Ci basta dire questo per squalificarlo e per disilluderci su quello che e’ e sara’ in breve il destino della Turchia, indegna dell’illuminato Ataturk e di tanti studenti e studentesse intelligenti, amanti dell’opera che qui a Dallas studiano Italiano e che amano parlare magari del turco gentiluomo nel “Ratto dal Serraglio” di Mozart o dei famosi cavalli che adornano la facciata di San Marco a Venezia che i Veneziani, sulla via di ritorno dalle crociate, sottrassero alla basilica di Santa Sofia di Costantinopoli, trasformatasi in moschea e poi in un museo. Questi giovani amano la democrazia e il pensiero divergente, il sapere e l’eguaglianza dei sessi; si rifanno ad Ataturk ma non amano quella Turchia oscurantista e retrograda, anzi la ripudiano pur rimanendo affettivamente legati ad essa. E proprio perche’ conosciamo questi studenti ci immedesimiamo con quella parte della popolazione oppressa dal regime turco che sta togliendo al paese tutti quegli spazi vitali di liberta’ che si godono nelle democrazie, liberta’ di pensiero, di parola e di culto. Troppi giornalisti e religiosi cristiani sono stati intimiditi ed assassinati nel modo piu’ efferato e abbiamo visto le ruspe che sono passate profanamente sui cimiteri cristiani per cancellarne le tracce. Bartolomeo -cosi’ vuole essere chiamato- il patriarca cristiano greco-ortodosso di Istanbul, guida spirituale di trecento milioni di
cristiani greco-ortodossi nel mondo, e’ un leader religioso, canuto e dalla lunga barba, e’ l’ultima testimonianza di una comunita’ cristiana antichissima ormai in via di estinzione. Bartolomeo vive a Istanbul dove e’ nato, ha studiato e ha prestato servizio militare; parla turco ed e’ di nazionalita’ turca. Lo stesso per le strade di Istanbul, mostra a Bob Simon -giornalista di “60 Minutes” che lo ha intervistato in un programma trasmesso in dicembre su CBS- che cosa resta della presenza cristiana in Turchia ora dominata nel paesaggio da minareti. Attualmente il 99% della popolazione turca e’ musulmana l’1% e’ cristiana. Alla fine del secolo scorso c’era una comunita’ cristiana di 2 milioni di persone , di cui 1 milione e mezzo furono espulsi e sterminati nel periodo della I Guerra Mondiale, altri 150.000 lasciarono il paese nel 1955, in seguito ad attacchi sanguinosi ed ora sono rimasti in 4.000 trattati come cittadini di seconda classe. Del comprensorio un tempo grande ed esteso di edifici, biblioteche, chiese, monasteri e scuole e’ rimasto solo il deserto, tutto vuoto e desolato, ora cincondato paurosamente da filo spinato e sorvegliato da telecamere. Sembra tutto deserto, non c’e’ un’anima viva tranne Bartolomeo che non curante delle continue minacce alla sua vita e’ risoluto a rimanere. Questo e’ accaduto celermente nell'arco di una vita. L‘amministrazione Erdogan sta sequestrando tutti quei beni per poi cancellare ogni traccia della presenza cristiana in Turchia. E’questo quello che vogliamo in Europa? E’ questo quello che vuole Sergio Romano?

Ancora su Rosarno

La gente scende in piazza e urla. «Siamo stati traditi dallo Stato». La protesta: a noi bastonate, loro liberi di distruggere tutto. L’ombra della ’ndrangheta

ROSARNO (Reggio Calabria) — All’ora di pranzo davanti al Municipio arrivano le mamme. Alcune tengono i bambini per mano, si piazzano sotto le finestre e cominciano a gridare: «Vergogna! Bastardi!». Perché, che è successo? «Hanno portato da mangiare ai neri!». Cioè hanno fornito un pasto agli extracomunitari nella ex fabbrica dove sono rinchiusi. Forse è vero, forse no, come tutto quello che in queste ore corre di bocca in bocca fra i cittadini di Rosarno. Ma basta per un nuovo scoppio d’ira popolare. «Noi abbiamo pagato 50 euro per la mensa della scuola, bastardi!», e giù altre urla. Non più contro i «neri», ma contro lo Stato che gli dà da mangiare. Se questo è razzismo, il razzismo è qui. Se è solo esasperazione, è qui ed è tanta. Se c’è una fetta di mafia — che da queste parti si chiama ’ndrangheta—a fomentare la protesta, forse è arrivata fin qui, a lanciare anatemi contro il commissario straordinario arrivato a Rosarno poco più di un anno fa, dopo lo scioglimento del consiglio comunale per sospette infiltrazioni mafiose. Di certo, quello che sta accadendo dopo la scintilla che ha scatenato la risposta violenta dei clandestini e adesso la reazione ugualmente violenta della popolazione locale, è la degenerazione di una situazione già degenerata, avviata non si sa bene come e da chi, ma che sembra andare oltre i 1.500 o 2.000 «neri che se ne devono andare», come ripetete ogni rosarnese sceso in strada o affacciato da finestre e balconi, dal più quieto al più esagitato. A ventiquattr’ore di distanza dai primi disordini, nessuno è ancora in grado di dire con esattezza come e perché è scoccata la scintilla. Ci sono due o forse più africani che raccontano di essere stati feriti da proiettili arrivati da un’auto in corsa. Piombini sparati da un fucile ad aria compressa, pare. Quell’episodio ha provocato la protesta «anti-razzista» dei clandestini che lavorano come stagionali nella raccolta degli agrumi, sfociata in distruzioni senza senso e senza limiti. Da lì la reazione dei «bianchi» contro i «neri», con le nuove violenze di chi si lancia nella caccia al «marocchino» da rispedire a casa, trova l’ostacolo delle forze dell’ordine e le aggredisce: «A noi ci prendete a bastonate e a quelli li lasciate liberi di distruggere macchine e case! Fate schifo!». Non più i «neri», ma poliziotti e carabinieri, cioè i rappresentanti dello Stato che tentano di dialogare, con sempre maggiori difficoltà. «Vi avverto, state commettendo reati gravi», cerca di spiegare a metà mattinata un funzionario di polizia ai ragazzi che rovesciano i cassonetti in mezzo alla strada per bloccare il passaggio delle auto. Quelli rispondono a urla, andandogli sotto col viso arrossato e le vene del collo gonfie: «Arrestateci, e poi ci pagate l’avvocato col gratuito patrocinio!». Il funzionario scuote la testa. Anche quelli apparentemente più ragionevoli gli si scagliano contro: «Invece di difendervi da noi, dovreste difenderci da quei bastardi». Il poliziotto prova a dire che lui cerca solo di far rispettare la legge, ed eccone un altro che lo accusa: «La legge dice che questi sono clandestini e se ne devono andare, se non li cacciate voi fatevi da parte, che ci pensiamo noi!». Naturalmente i rosarnesi protagonisti di questi dialoghi calabresi di inizio 2010 raccontano la scintilla in tutt’altro modo. Nessuna spedizione punitiva, nessuna bravata xenofoba: «Uno di questi neri ha fatto i suoi bisogni davanti a una casa, il proprietario s’è scocciato e gli ha sparato coi pallini!». Molti giustificano gli spari, e anche chi non se la sente dice che bisogna comprendere: «Qualche pazzo c’è, ma la situazione ormai è insopportabile!». Nel giorno della rivolta è difficile capire come si sia potuti arrivare a questo punto dopo vent’anni e più di convivenza, magari non allegra ma comunque accettabile, tra Rosarno e questo popolo di sfruttati stagionali, migrati dai loro Paesi e migranti qui, di regione in regione, a seconda delle raccolte pagate una manciata di euro al giorno. Perché gli africani fanno un lavoro che i locali rifiutano (anche se oggi s’incontrano pure ragazzi che assicurano il contrario, ma da abbigliamento e gel tra i capelli non sembrano troppo sinceri), e ad utilizzare le loro braccia sono i proprietari terrieri che ne hanno bisogno. E la ’ndrangheta che qui gestisce i suoi affari non dovrebbe avere interesse a disordini che attirano polizia e controlli. Semmai il contrario. «Ma che mafia e mafia, noi siamo gente onesta e siamo stanchi», ribattono in strada, e raccontano di gente «nera» ubriaca che dà fastidio ai passanti, di boss arrivati da chissà quale angolo d’Africa (ma sono sempre tutti «marocchini») a spacciare droga e gestire prostituzione. Ai piani alti del palazzo comunale, dirigenti in giacca e cravatta riflettono sul possibile diversivo creato dalla ’ndrangheta rispetto alla bomba esplosa meno di una settimana fa a Reggio Calabria, e alla parata di ministri e divise con cui lo Stato ha risposto a tamburo battente. «È solo una coincidenza?», si chiede il commissario prefettizio Domenico Bagnato, lasciando la domanda in sospeso. Alla mafia locale che soffia sulla rivolta non sembrano dare credito i responsabili locali di polizia e carabinieri, investigatori di lungo corso abituati a ragionare su fatti concreti piuttosto che sulle teorie. E qui, adesso, non c’è alcuna certezza nemmeno sul fatto scatenante: «Chi ce lo racconta com’è andata davvero, quelli che da ieri dicono che una donna ha abortito per lo spavento provocato dalle violenze degli extracomunitari, quando è del tutto falso?». Puntano più sul disagio di una terra povera che sfrutta ed è costretta a convivere coi poveri arrivati da altri mondi, i tutori dell’ordine. E su atteggiamenti di ritorsione dei penultimi sugli ultimi che altrove si chiamerebbe bullismo e che qui assume contorni decisamente antistatali. Bullismo mafioso, si potrebbe dire, come quello del ragazzo che urla al funzionario di pubblica sicurezza di togliersi la cravatta se vuole parlare con lui, e quello acconsente e si slaccia pure il collo della camicia, prima di convincerlo a togliersi di mezzo per far passare la macchina. Però che qualche capo-’ndrangheta possa tentare di tele-guidare la rivolta per far vedere che qui non comanda lo Stato ma lui e la sua cosca, è un rischio ammesso anche da qualcuno che partecipa alla protesta: «Ma non ci importa, oggi in piazza c’è Rosarno, che si sente tradita dallo Stato». Il Comune è stato sciolto a ottobre del 2008, per sospette infiltrazioni dopo l’arresto di un sindaco che poi è stato assolto dalle accuse. «Allora dove sta ’sta mafia?», grida uno, mentre si alza uno striscione che chiede il rilascio del giovane arrestato l’anno scorso per altri spari contro altri extracomunitari: «È innocente, liberatelo». Secondo le informazioni della polizia quel giovane è un «manovale» della cosca Pesce, che insieme a quella dei Bellocco fa rispettare le leggi della ’ndrangheta a Rosarno.

Giovanni Bianconi

Rosarno

Guerriglia urbana e violenza extracomunitaria a Rosarno

Rosarno - violenza urbana dagli extracomunitari che distruggono tutto. Le fotografie da sole bastano a mettere in evidenza quello che ormai sta accadendo in molte parti d’Europa e che anche l’Italia non è immune da certi tipi di violenza gratuita che viene scatenata contro i cittadini italiani che con ciò che gli extracomunit6ari rivendicano non hanno nulla a che fare. Poche e lapidarie considerazioni: L’Italia non è il bengodi per tutti i disperati del mondo e anche in Italia come nel resto del mondo chi emigra dovrebbe sapere che esistono leggi relative all’emigrazione in quel Paese. Provate voi a entrare in un Paese africano senza permessi e scoprirete cosa vi succede, altro che sfruttamento di lavoro nero: vi fanno neri! Cosa dovrebbero fare gli italiani che subiscono rapine, omicidi, stupri da parte di troppi extracomunitari, scendere in strada a 10.000 per volta e distruggere tutto ciò che è straniero? Se questi tizi si trovano così male in Italia, possono sempre andarsene, visto che nessuno li trattiene. Sono liberi di tornare da dove sono venuti o cercarsi un Paese più ospitale, vuoi mai che lo trovino? Se gli immigrati invece di spedire 6 miliardi di euro l’anno al proprio paese usassero i soldi che guadagnano per vivere qui, avrebbero certamente una vita più decorosa e sarebbero meno incazzati, e riuscirebbero ad integrarsi, senza vivere ai margini. Qualsiasi altro cittadino italiano, se fosse stato aggredito e qualcuno gli avesse sparato, non sarebbe andato a chiamare 1000 persone per distruggere una città che con l’aggressione non c’entra nulla, ma avrebbe denunciato il reato alla polizia. Questa nuova violenza contro un’intera città assomiglia molto a quella dell’altro anno a Castelvolturno, ove sembrava che gli italiani avessero ammazzato gratuitamente dei poveri immigrati, per poi scoprire che si trattava di un regolamento di gruppi mafiosi per la spartizione del territorio pedr faccende di droga, intanto Castelvolturno fu semidistrutto e gli italiani fecero la figura dei razzisti. Se i politici non interverranno con forza e determinazione affinché i cittadini italiani innocenti, non siano sempre e solo vittime della violenza altrui, le cose potrebbero degenerare e trasformarsi in vendicatori di se stessi e quando il popolo si arrabbia, sono guai e il popolo italiano si sta molto arrabbiando, perché si è reso conto che gli sono stati imposti cambiamenti radicali e sono stati cancellati i suoi diritti a favore di pochi, usando l’immigrazione come mannaia, per annullarne la volontà e farlo regredire a quando non poteva nemmeno aprire bocca. Nessuno può essere contento di questa immigrazione selvaggia, che ottiene con la prepotenza diritti che il popolo italiano ha contribuito fortemente a far realizzare, mentre agli italiani resta solo la beffa. Il popolo italiano potrebbe tornare a scendere in piazza per fare la rivoluzione, sarà bene che qualcuno si accorga che la tensione sta salendo alle stelle e quando gli argini si romperanno chi potrà fermare la fiumana incazzata?

Adriana Bolchini

Islam di pace

In Malesia parte l’assalto alle chiese di Gian Micalessin

Tre chiese bruciate, la comunità cristiana asserragliata, Kuala Lampur la capitale della Malesia in stato d’assedio. Succede da ieri all’alba e di per se non è una grande novità. Nel nome di Allah ai cristiani succede anche di peggio. In Malesia però è diverso. In Malesia non si brucia, non si profana, non si dà la caccia ai ai fedeli della croce nel nome di Allah, ma per il nome di Allah. La differenza, per chi si ritrova in una chiesa in fiamme o inseguito da una folla assatanata, non è poi tanta. Vallo a raccontare ai malesi che terrorizzano e minacciano i cristiani. Vallo a raccontare ai musulmani di Mompracem e dintorni che ieri hanno scatenato l’apocalisse assaltando a colpi di molotov una chiesa protestante e due cattoliche. A dar retta a loro la vera fede si nasconde anche nella semantica. O meglio nelle parole. In Malesia non n’esistono per esprimere il concetto di Dio unico e monoteista, o meglio ne esiste una sola, quell’Allah importato - assieme a tutta la religione - dai mercanti arabi arrivati nel XII secolo a colonizzare le coste. Da allora i convertiti al cristianesimo, siano di origine malese indiana o cinese, usano anche loro la parola Allah per nominare o pregare il loro Dio. Da dieci secoli quell’abitudine imposta dal linguaggio non scandalizza nessuno. Lo stesso del resto succede nella vicina Indonesia, in Egitto e in altri paesi mediorientale dove la lingua araba costringe tutti a pregare solo e soltanto nel nome di Allah. Anche da noi molti musulmani usano, del resto, la parola Dio intendendo implicitamente non il Signore dei vangeli , ma quello del Corano. Vallo a spiegare ai musulmani di Kuala Lampur convinti, nel nome di un nuovo e assai diffuso fondamentalismo, di poter vantare l’assoluta esclusiva su quella parola. Aggiungici la politica è il gioco è fatto. Per comprendere l’esplosione di violenza e integralismo che ispira gli autori dei pogrom contro le chiese cristiane bisogna tenere presente la complessa geografia politico etnico-religiosa del paese. E considerare i sempre più difficili rapporti tra governo e minoranza non musulmana. La Malesia annovera tra i ventotto milioni di abitanti una consistente minoranza di indiani e cinesi, pari a circa il quaranta per cento della popolazione, che pratica il cristianesimo o altre religione non musulmane. Il Fronte nazionale - partito di governo e di maggioranza - da qualche anno sembra deciso a ignorare quel 40 per cento di elettori cristiani, indiani e cinesi per corteggiare la crescente ondata integralista e ad assecondare le richieste della maggioranza musulmana. Tra queste rientra anche quella che prevede l’esclusiva sull’uso della parola Allah. Tre anni fa il governo emette un decreto che impone al Catholic Herald, uno dei giornali più diffusi tra la minoranza indiana e cinese, di cancellare dalle proprie pagine la parola Allah e inventarsene un’altra capace d’identificare l’Uno e Trino. Il risultato di questa e altre iniziative assunte in omaggio ai voleri della maggioranza musulmana è un immediato calo di consensi alle elezioni del 2008. Un calo che priva il Fronte nazionale della maggioranza di due terzi all’interno del parlamento. Ad aggravare la situazione e a riaccendere lo scontro ci pensa la Corte costituzionale che lo scorso 31 dicembre accoglie il ricorso del Catholic Herald e sancisce il diritto del giornale di utilizzare, scrivere e stampare il termine Allah intendendo semplicemente Dio . Da quel momento è il caos. La maggioranza musulmana insorge. «Per un non musulmano l’uso di questa parola e un’inutile provocazione» - sancisce Faisal Aziz presidente dell’Unione nazionale degli studenti musulmani mentre le folle con le bandiere verdi scatenano l’assalto alle chiese al grido di «Allah Akbar, Dio è grande». E ancor più grande è l’imbarazzo del primo ministro Najiib Razak. Il premier da una parte predica - sottovoce - la condanna di «quell’eccesso di zelo che minaccia l’armonia del paese», dall’altro si guarda bene dal mandar la polizia a difendere i luoghi di culto cristiani. Il paese brucia e i cristiani tornano nelle catacombe, ma prima di difenderli il Fronte nazionale, fedele alle finezze della semantica, pretende di sapere quanti voti contino.

Sarebbe ora?

Il commento. La Chiesa si ribelli contro il cieco odio islamista

Da troppi anni si aspetta invano che «preoccupazione, tristezza, angoscia» espresse ieri dal Papa dopo la strage di copti a Nagaa Hammadi in Egitto si trasformino in una decisa levata di scudi, in una posizione politica definitiva e scandalizzata in difesa dei cristiani nel mondo musulmano, anche a costo di qualche rottura. Eppure, è senz’altro chiaro a un teologo dell’importanza di Benedetto XVI, che l’islam non porrà fine al disastro in omaggio ai sentimenti, persino se espressi in così alta sede. L’odio islamista contro i cristiani è un odio teologico e oggi di profondo significato strategico, un odio che ambisce alla sostituzione, che ha lontane origini: basta pensare a come nel 1009 il sesto califfo fatimide Al Hakim Bi Amr Allah ordinò la completa distruzione del Santo sepolcro, poi ricostruito nel 1048, o come a Gerusalemme cent’anni dopo la conquista crociata i musulmani, tornati all’attacco, rimossero i siti cristiani dal Monte del Tempio, proprio come i crociati avevano rimosso i loro. Il volgere delle epoche si svolgeva sul filo della spada, e oggi purtroppo non è diverso. L’impero ottomano, nonostante le sue zone di tolleranza e i suoi angoli di convivenza, usava rapire i fanciulli cristiani specie nell’area balcanica e indottrinarli per poi usarli spesso come giannizzeri. Inutile dire che ovunque si sia disegnato il predominio islamico sempre la condizione del cristiano è stata quella del dhimmi, minoranza sottoposta e soggetta a leggi diverse da quelle create per i veri cittadini, i musulmani. Oggi spesso si attribuiscono le aggressioni contro i cristiani a estremisti o fondamentalisti, ma è un atteggiamento di comodo: il sentimento anticristiano è diffuso ed elaborato, e il suo precipitato è sempre la persecuzione in varie forme e a molte diverse latitudini. Naturalmente non solo i musulmani, nel mondo, perseguitano i cristiani, ma è come per il terrorismo: il massimo numero dei crimini è perpetrato da islamisti. Si tratta, come accennavamo, della determinazione a sostituire, cancellandone i rappresentanti e i riti, una delle due religioni che genera l’islam. Non possono bastare a tranquillizzarci gli indubbi tentativi di dialogo fra le tre religioni, gli spazi costruiti da qualche personaggio o da qualche teorico di buona volontà. E non possiamo più condividere il rifiuto della Chiesa di fronteggiare il problema con tutta la franchezza possibile per paura che le minoranze cristiane subiscano ulteriori persecuzioni. Questo, piuttosto, crea situazioni paradossali e definitive, come lo svuotamento progressivo di Betlemme dai suoi millenari cristiani (dal 90 al 25 per cento). La sua componente cristiana è stata ricattata, sfruttata, intimidita, sottoposta a violenze morali e fisiche specie nella componente femminile. Donne rapite, convertite per forza, sposate contro la loro volontà, sottoposte al ludibrio pubblico e a persecuzioni per strada e in casa per il fatto di andare a capo scoperto e con la gonna al ginocchio; cittadini cristiani costretti a vendere i loro beni, casa, campo o bottega, per un tozzo di pane; preti e civili messi in fuga per aver cercato di rendere pubblica la loro sofferenza; riti disturbati, chiese vandalizzate. Tutto questo è sempre stato inghiottito dalla Chiesa e sostenuto dalle fragili spalle di qualche prete povero, le cui case abbiamo visitato. La Chiesa ha commesso errori importanti nel sottovalutare la necessità di condurre una guerra di idee, di alleanze politiche, di posizioni di forza nei confronti della persecuzione contro i cristiani. Ancora è difficile capire come di fronte all’invasione, al sequestro e al vandalismo terroristico di una Chiesa importante come quella della Mangiatoia a Betlemme, la Chiesa non si schierò apertamente contro i responsabili del crimine e preferì prendere una strana posizione antisraeliana. Un esempio palese del fatto che errori di questo genere sono stati letali lo si vede nel fatto che specie il precedente patriarca di Gerusalemme, monsignore Sabbah, con la sua terribile antipatia, per non dir di più, per lo Stato ebraico, ha rafforzato, certo involontariamente, proprio quelle componenti palestinesi che hanno portato a persecuzioni e stragi, specialmente nella Gaza di Hamas. Tre settimane fa il reverendo Majed El Shafie, presidente dell’organizzazione One Free World International, un’organizzazione di diritti umani, ha accusato Hamas di distruggere le tombe cristiane sostenendo che inquinano il terreno. Da tempo i leader cristiani a Gaza vengono perseguitati da Hamas e costretti a nascondere il loro culto. Sono noti gli attacchi dell’organizzazione Jihadia Salafia a istituzioni cristiani, gli spari contro la scuola delle Nazioni Unite che permette agli alunni di giocare insieme bambini e bambine, l’attacco a un centro biblico, l’unico della regione, l’assassinio del proprietario Ramy Ayyad nel 2007, il cui corpo fu trovato straziato di torture e crivellato di colpi, la susseguente fuga della moglie con i bambini nell’West Bank. Ma anche l’West Bank è testimone di persecuzioni di cristiani. Con attacchi persino all’Ymca nel nord West Bank, razziata e distrutta nel 2006 dopo essere stata accusata di attività missionaria. Nazareth, Ramallah, ovunque ci sia una componente cristiana il disprezzo è umiliante e sanguinoso. Il mondo intero è testimone di questa inciviltà: secondo i dati del reverendo Majed el Shafie nel 2009 sono stai uccisi più di 165mila cristiani per la loro fede, fra i 200 e i 300 milioni vengono perseguitati, l’80 per cento nei paesi islamici, e orribile a sentirsi, ogni tre minuti un cristiano viene torturato. Se questi dati siano precisi, difficile saperlo. Certo, immaginiamo che l’allarme che essi destano sia più forte nella Curia che in qualsiasi altro luogo: ci aspettiamo di vederne nascere una battaglia politica e morale.