venerdì 2 ottobre 2009
Islam
Kit per fingersi vergine e in Egitto è polemica
Londra - Un kit per simulare la verginità, e aggirare così i vincoli delle società e religioni più conservatrici. Se l’è inventato una ditta cinese ed è distribuito dall’emporio online di giochi per adulti Gigimo: l’"imene artificiale per la verginità" costa circa 15 dollari (poco più di dieci euro) e, inserito nella vagina, se stimolato rilascia un liquido rossastro che assomiglia alla perdita di sangue provocata dalla rottura dell’imene nella deflorazione. Ora la Bbc ha dato notizia della fatwa di un religioso egiziano, Abdul Mouti Bayoumi, che ha chiesto la pena di morte per chi decida di importare o usare il sex toy. Secondo la guida spirituale, studioso della prestigiosa università al-Azhar, utilizzare questo prodotto equivale a diffondere "il vizio nella società".
Spopola in Medioriente. In altre parole, l’imene artificiale metterebbe a rischio ogni "deterrente morale alla fornicazione" che Bayoumi descrive come "un crimine e uno dei peccati capitali dell’Islam". Il religioso non combatte da solo la sua guerra, visto che diversi parlamentari egiziani hanno già chiesto il divieto per l’importazione. Sembra del resto che il giocattolo stia diventando molto diffuso in diversi paesi del Medio Oriente, perché permette alle donne di sembrare vergini alla prima notte di nozze e sconfiggere così il tabù arabo/musulmano del sesso pre-matrimoniale. L’oggetto in questione viene visto d’altronde come un’alternativa semplice e a basso costo alla chirurgia per la riparazione dell’imene, che in Egitto è fuorilegge ma viene praticata dalle donne in gran segreto nel timore di essere punite - anche violentemente - per la loro condotta "immorale".
Londra - Un kit per simulare la verginità, e aggirare così i vincoli delle società e religioni più conservatrici. Se l’è inventato una ditta cinese ed è distribuito dall’emporio online di giochi per adulti Gigimo: l’"imene artificiale per la verginità" costa circa 15 dollari (poco più di dieci euro) e, inserito nella vagina, se stimolato rilascia un liquido rossastro che assomiglia alla perdita di sangue provocata dalla rottura dell’imene nella deflorazione. Ora la Bbc ha dato notizia della fatwa di un religioso egiziano, Abdul Mouti Bayoumi, che ha chiesto la pena di morte per chi decida di importare o usare il sex toy. Secondo la guida spirituale, studioso della prestigiosa università al-Azhar, utilizzare questo prodotto equivale a diffondere "il vizio nella società".
Spopola in Medioriente. In altre parole, l’imene artificiale metterebbe a rischio ogni "deterrente morale alla fornicazione" che Bayoumi descrive come "un crimine e uno dei peccati capitali dell’Islam". Il religioso non combatte da solo la sua guerra, visto che diversi parlamentari egiziani hanno già chiesto il divieto per l’importazione. Sembra del resto che il giocattolo stia diventando molto diffuso in diversi paesi del Medio Oriente, perché permette alle donne di sembrare vergini alla prima notte di nozze e sconfiggere così il tabù arabo/musulmano del sesso pre-matrimoniale. L’oggetto in questione viene visto d’altronde come un’alternativa semplice e a basso costo alla chirurgia per la riparazione dell’imene, che in Egitto è fuorilegge ma viene praticata dalle donne in gran segreto nel timore di essere punite - anche violentemente - per la loro condotta "immorale".
Referendum irlandese
Mi auguro che gli Irlandesi siano più intelligenti dei dinosauri della Ue visto che hanno la possibilità di decidere con tale referendum. Spero che nonostante la crisi, l'Irlanda non si lasci incatenare da tale e obbrobrioso trattato-capestro. Ma non credo che stavolta vinceranno i no.
Aperti i seggi per decidere se ratificare il trattato di Lisbona dopo il clamoroso "no" del 2008. Ultimi sondaggi danno il "sì" vincente: fronte favorevole guidato dal premier Brian Cowen. Irlanda di nuovo alle urne per referendumvoto cruciale per il futuro dell'Ue
DUBLINO - L'Irlanda torna a votare per il referendum sul trattato di Lisbona. I tre milioni di elettori irlandesi sono chiamati per la seconda volta alle urne per decidere se ratificare il testo che deve riformare il funzionamento dell'Unione europea, già respinto nel giugno 2008 con 53,4 per cento dei voti contrari. Il voto di oggi viene così considerato cruciale: a detta di quasi tutte le cancellerie europee, se dovesse rivincere il "no" il nuovo trattato sarà sepolto per sempre. Le urne si sono aperte alle 7 del mattino ora locale e si chiuderanno alle 10 di questa sera. Lo spoglio partirà alle 9 di domattina al Castello di Dublino, dove affluiranno i risultati dai 43 distretti elettorali dell'Eire. Gli ultimi sondaggi prima del voto danno vincente il "sì", ma nel fronte dei favorevoli a Lisbona, guidato dal premier irlandese Brian Cowen, c'è molta prudenza. Gli avversari del trattato dicono che esso limiterà la sovranità nazionale. Una seconda bocciatura avrebbe serie ripercussioni sul processo di riforma dell'Unione a 27, e lo stesso Cowen ha affermato che è in gioco una "delle decisioni più importanti della nostra storia" perché "non ci sarà una terza chance". I leader europei attendono con ansia i risultati, sperando nella fine dello stallo costituzionale in cui si trova l'Ue. L'Irlanda è l'unico Paese obbligato dalla Costituzione a sottoporre il trattato a un referendum prima di convertirlo in legge. L'Italia lo ha ratificato nel luglio 2008. Secondo quanto pubblicato dal giornale Sunday Business Post lo scorso fine settimana, nei dati dell'ultima rilevazione consentita i favorevoli raggiungevano il 55% contro solo il 27% di contrari. A parte le garanzie fornite da Bruxelles su alcuni punti-chiave del testo, come le assicurazioni di non interferenza sul divieto di aborto nella cattolicissima Irlanda e sul suo sistema fiscale, a spingere gli elettori a votare sì sarà soprattutto la crisi. Quest'anno le previsioni sul prodotto interno lordo parlano di una contrazione record dell'8 per cento, mentre la disoccupazione è salita al 15 per cento, tre volte il livello del 2008. I sostenitori del sì sottolineano come senza i 120 miliardi di euro stanziati dalla Banca Centrale Europea gli istituti di credito irlandesi sarebbero stati costretti a chiudere. Tutti i principali partiti sostengono il sì e l'unico timore è il momento di grave impopolarità attraversato dal premier Cowen, visto come il responsabile della pesante crisi economica dopo anni di boom. Intanto il presidente polacco Lech Kaczynski potrebbe firmare il trattato di Lisbona entro la metà della prossima settimana, se nel referendum in Irlanda vincesse il "sì". Lo dichiara oggi al quotidiano Dziennik uno stretto collaboratore di Kaczynski. La testata ricorda diverse dichiarazioni del presidente polacco, che ha condizionato la sua firma al trattato di Lisbona all'esito positivo del odierno referendum irlandese. La firma del Capo dello Stato è necessaria per ultimare il processo della ratifica del trattato da parte della Polonia. Il parlamento di Varsavia ha espresso il voto positivo sulla ratifica il primo aprile scorso. Il voto irlandese potrebbe ripercussioni anche sulla decisione del presidente ceco Vaclav Klaus, che ha sospeso il procedimento di approvazione del Trattato dopo il ricorso di 17 senatori alla corte costituzionale.
Aperti i seggi per decidere se ratificare il trattato di Lisbona dopo il clamoroso "no" del 2008. Ultimi sondaggi danno il "sì" vincente: fronte favorevole guidato dal premier Brian Cowen. Irlanda di nuovo alle urne per referendumvoto cruciale per il futuro dell'Ue
DUBLINO - L'Irlanda torna a votare per il referendum sul trattato di Lisbona. I tre milioni di elettori irlandesi sono chiamati per la seconda volta alle urne per decidere se ratificare il testo che deve riformare il funzionamento dell'Unione europea, già respinto nel giugno 2008 con 53,4 per cento dei voti contrari. Il voto di oggi viene così considerato cruciale: a detta di quasi tutte le cancellerie europee, se dovesse rivincere il "no" il nuovo trattato sarà sepolto per sempre. Le urne si sono aperte alle 7 del mattino ora locale e si chiuderanno alle 10 di questa sera. Lo spoglio partirà alle 9 di domattina al Castello di Dublino, dove affluiranno i risultati dai 43 distretti elettorali dell'Eire. Gli ultimi sondaggi prima del voto danno vincente il "sì", ma nel fronte dei favorevoli a Lisbona, guidato dal premier irlandese Brian Cowen, c'è molta prudenza. Gli avversari del trattato dicono che esso limiterà la sovranità nazionale. Una seconda bocciatura avrebbe serie ripercussioni sul processo di riforma dell'Unione a 27, e lo stesso Cowen ha affermato che è in gioco una "delle decisioni più importanti della nostra storia" perché "non ci sarà una terza chance". I leader europei attendono con ansia i risultati, sperando nella fine dello stallo costituzionale in cui si trova l'Ue. L'Irlanda è l'unico Paese obbligato dalla Costituzione a sottoporre il trattato a un referendum prima di convertirlo in legge. L'Italia lo ha ratificato nel luglio 2008. Secondo quanto pubblicato dal giornale Sunday Business Post lo scorso fine settimana, nei dati dell'ultima rilevazione consentita i favorevoli raggiungevano il 55% contro solo il 27% di contrari. A parte le garanzie fornite da Bruxelles su alcuni punti-chiave del testo, come le assicurazioni di non interferenza sul divieto di aborto nella cattolicissima Irlanda e sul suo sistema fiscale, a spingere gli elettori a votare sì sarà soprattutto la crisi. Quest'anno le previsioni sul prodotto interno lordo parlano di una contrazione record dell'8 per cento, mentre la disoccupazione è salita al 15 per cento, tre volte il livello del 2008. I sostenitori del sì sottolineano come senza i 120 miliardi di euro stanziati dalla Banca Centrale Europea gli istituti di credito irlandesi sarebbero stati costretti a chiudere. Tutti i principali partiti sostengono il sì e l'unico timore è il momento di grave impopolarità attraversato dal premier Cowen, visto come il responsabile della pesante crisi economica dopo anni di boom. Intanto il presidente polacco Lech Kaczynski potrebbe firmare il trattato di Lisbona entro la metà della prossima settimana, se nel referendum in Irlanda vincesse il "sì". Lo dichiara oggi al quotidiano Dziennik uno stretto collaboratore di Kaczynski. La testata ricorda diverse dichiarazioni del presidente polacco, che ha condizionato la sua firma al trattato di Lisbona all'esito positivo del odierno referendum irlandese. La firma del Capo dello Stato è necessaria per ultimare il processo della ratifica del trattato da parte della Polonia. Il parlamento di Varsavia ha espresso il voto positivo sulla ratifica il primo aprile scorso. Il voto irlandese potrebbe ripercussioni anche sulla decisione del presidente ceco Vaclav Klaus, che ha sospeso il procedimento di approvazione del Trattato dopo il ricorso di 17 senatori alla corte costituzionale.
Incoerenze altrui
Mi dimetto da giornalista. Non voglio essere collega dei finti martiri di Marcello Veneziani
Domani mi autosospendo dalla professione di giornalista. Perché domani la Federazione nazionale della stampa manifesterà per la libertà di stampa minacciata e io mi vergognerò di essere giornalista. Se mi chiederanno per strada che mestiere faccio, dirò il pescatore o lo scrittore, non certo il giornalista. Se il testimonial della stampa libera è la D’Addario, preferisco dirmi minatore. Mi vergogno innanzitutto per rispetto verso tutti coloro che hanno pagato di persona il duro prezzo della libertà, giornalisti inclusi. Quelli che davvero hanno sofferto sulla propria pelle la perdita della libertà e del diritto d’opinione. Manifestare per la libertà di stampa contro il governo in un Paese dove i tre quarti della stampa sono contro il governo e continuano a esserlo più accaniti di prima, è prima di tutto un’offesa a chi ha pagato anche con la vita, in regimi veramente dispotici, la propria libertà di opinione. Mi vergogno per le vittime, per i giornali chiusi per censura, per i tanti che hanno dovuto umiliarsi per sopravvivere o si sono fatti ammazzare, anche ai nostri giorni, per raccontare la verità. Non vedo martiri, neppure alla lontana, nel nostro Paese tra i giornalisti de la Repubblica e de l’Unità, di Annozero e del Fatto, di Raitre o dell’Avvenire e nella Federazione della stampa. Immolarsi per la patria lo capisco, per la D’Addario no. Mi vergogno poi per l’assurda minaccia alla stampa libera proveniente nientemeno che da un paio di querele con richiesta di risarcimento danni da parte del premier. Nessuna dittatura, cruda o strisciante, ha mai fatto ricorso a querele per zittire gli avversari, ricorrendo perfino ai malfamati giudici. Penso che Berlusconi abbia sbagliato a farlo, ma sul piano della strategia politica e comunicativa, non certo perché mette in pericolo la libertà di stampa. E mi vergogno per la stridente, clamorosa disparità di giudizio che è tornata sotto gli occhi di tutti con la querela di Fini al Giornale, seguita da un plauso unanime da parte di coloro che scendono in piazza proprio per protestare contro l’uso delle querele da parte di chi ha incarichi istituzionali. Perfino la materia è la stessa, l’intreccio di pubblico e privato, le luci rosse. Aggiungo a scanso di equivoci che reputo Fini, come D’Alema del resto, non personalmente coinvolti in storie a luci rosse, che riguardano semmai i loro entourage o le loro emanazioni periferiche. E comunque tra questi mi indignano più gli scandali sulla salute degli italiani che sulla salute sessuale dei politici. Per dirla tutta, reputo lo stesso Berlusconi responsabile sì di leggerezza e senso spiccato del piacere, ma non certo colpevole di istigazione alla prostituzione o reati affini. Comunque sbagliano a querelare, Berlusconi, Fini poi e D’Alema prima. Mi vergogno poi di vedere accomunati in questa grottesca manifestazione vecchi comunisti che della libertà di stampa, ovunque hanno avuto un briciolo di potere, ne hanno fatto carne da porco; giornalisti che nei loro giornali cancellano chi non la pensa come loro, li condannano a morte civile; o se proprio non possono farne a meno, li trattano come criminali e venduti; giornali cattolici che vedono la libertà di stampa minacciata solo perché un giornale, guarda caso il nostro, ha pubblicato una notizia vera e imbarazzante sul loro ex direttore, e anziché difendere la persona circoscrivendo l’episodio deplorevole, preferiscono inveire, negare il fatto e accompagnarsi ad atei, abortisti, ammazzapreti, nemici della religione pur di vendicare l’omertà violata sul loro direttore; giornalisti che della libertà di stampa e della verità ne fanno polpetta avariata, ma gorgheggiano sulle medesime. Questa manifestazione mi ricorda quella sulla libertà in pericolo quando chiuse per eccesso di costi e scarsità di lettori la Voce di Montanelli e tutti, dico tutti, compresi i tg di Stato, scesero a manifestare contro un dittatore che allora era all’opposizione... Ma la verità fu che i lettori del Giornale rimasero liberamente fedeli al loro Giornale e al Montanelli di sempre, piuttosto che seguirlo in un’avventura plaudita dalle sinistre e improntata all’odio verso Berlusconi e i suoi alleati. Mai visto un coro che grida ad alta voce sulla libertà di stampa mutilata; di solito i dissidenti sono voci mozzate e disperse, usano i fogli clandestini e non i principali giornali e telegiornali; sono pochi e malridotti, non cori unanimi da stadio e ben pasciuti. Mai visto poi un coro che insorge contro un solo giornalista e il suo giornale, dico Feltri e il presente quotidiano, e vede in loro, più Libero, la stampa del regime. Dev’essere un regime ridicolo quello che ha un solo giornale, o due al massimo, che non si pubblica come la gazzetta ufficiale e non arriva gratis o d’ufficio agli italiani ma è liberamente comprato ogni mattina da svariati lettori. Cento contro uno, e i cento accusano l’uno di essere conformista e l’altoparlante del regime. Né Kafka né Fantozzi arriverebbero mai a tanto. Con la protesta di domani siamo al rovesciamento del significato di libertà e conformismo, di verità e ideologia. Un gioco al massacro o un becero gossip li chiamate libertà di stampa, una notizia vera o un’opinione schietta le chiamate killeraggio. Se non toccasse anche noi e la maggioranza incolpevole degli italiani, vi meritereste un regime veramente autoritario, perché non riuscite a vivere nella libertà di stampa: a voi vanno bene o i veri despoti, che soffocano il dissenso nel nome di un’ideologia progressiva, o i melliflui sacrestani che addormentano la libertà di stampa, corrompono il dissenso, neutralizzano le voci scomode e nascondono sotto le tonache la verità. Siete clericali senza essere cattolici, siete comunisti senza odiare l’ingiustizia, siete giornalisti senza amare la verità e la libertà. Domani mi autosospendo come giornalista per non sentirmi collega vostro. Amo troppo la libertà di stampa e la verità per accettare l’abuso che ne fate. Non accetto di mandare la libertà a puttane.
Domani mi autosospendo dalla professione di giornalista. Perché domani la Federazione nazionale della stampa manifesterà per la libertà di stampa minacciata e io mi vergognerò di essere giornalista. Se mi chiederanno per strada che mestiere faccio, dirò il pescatore o lo scrittore, non certo il giornalista. Se il testimonial della stampa libera è la D’Addario, preferisco dirmi minatore. Mi vergogno innanzitutto per rispetto verso tutti coloro che hanno pagato di persona il duro prezzo della libertà, giornalisti inclusi. Quelli che davvero hanno sofferto sulla propria pelle la perdita della libertà e del diritto d’opinione. Manifestare per la libertà di stampa contro il governo in un Paese dove i tre quarti della stampa sono contro il governo e continuano a esserlo più accaniti di prima, è prima di tutto un’offesa a chi ha pagato anche con la vita, in regimi veramente dispotici, la propria libertà di opinione. Mi vergogno per le vittime, per i giornali chiusi per censura, per i tanti che hanno dovuto umiliarsi per sopravvivere o si sono fatti ammazzare, anche ai nostri giorni, per raccontare la verità. Non vedo martiri, neppure alla lontana, nel nostro Paese tra i giornalisti de la Repubblica e de l’Unità, di Annozero e del Fatto, di Raitre o dell’Avvenire e nella Federazione della stampa. Immolarsi per la patria lo capisco, per la D’Addario no. Mi vergogno poi per l’assurda minaccia alla stampa libera proveniente nientemeno che da un paio di querele con richiesta di risarcimento danni da parte del premier. Nessuna dittatura, cruda o strisciante, ha mai fatto ricorso a querele per zittire gli avversari, ricorrendo perfino ai malfamati giudici. Penso che Berlusconi abbia sbagliato a farlo, ma sul piano della strategia politica e comunicativa, non certo perché mette in pericolo la libertà di stampa. E mi vergogno per la stridente, clamorosa disparità di giudizio che è tornata sotto gli occhi di tutti con la querela di Fini al Giornale, seguita da un plauso unanime da parte di coloro che scendono in piazza proprio per protestare contro l’uso delle querele da parte di chi ha incarichi istituzionali. Perfino la materia è la stessa, l’intreccio di pubblico e privato, le luci rosse. Aggiungo a scanso di equivoci che reputo Fini, come D’Alema del resto, non personalmente coinvolti in storie a luci rosse, che riguardano semmai i loro entourage o le loro emanazioni periferiche. E comunque tra questi mi indignano più gli scandali sulla salute degli italiani che sulla salute sessuale dei politici. Per dirla tutta, reputo lo stesso Berlusconi responsabile sì di leggerezza e senso spiccato del piacere, ma non certo colpevole di istigazione alla prostituzione o reati affini. Comunque sbagliano a querelare, Berlusconi, Fini poi e D’Alema prima. Mi vergogno poi di vedere accomunati in questa grottesca manifestazione vecchi comunisti che della libertà di stampa, ovunque hanno avuto un briciolo di potere, ne hanno fatto carne da porco; giornalisti che nei loro giornali cancellano chi non la pensa come loro, li condannano a morte civile; o se proprio non possono farne a meno, li trattano come criminali e venduti; giornali cattolici che vedono la libertà di stampa minacciata solo perché un giornale, guarda caso il nostro, ha pubblicato una notizia vera e imbarazzante sul loro ex direttore, e anziché difendere la persona circoscrivendo l’episodio deplorevole, preferiscono inveire, negare il fatto e accompagnarsi ad atei, abortisti, ammazzapreti, nemici della religione pur di vendicare l’omertà violata sul loro direttore; giornalisti che della libertà di stampa e della verità ne fanno polpetta avariata, ma gorgheggiano sulle medesime. Questa manifestazione mi ricorda quella sulla libertà in pericolo quando chiuse per eccesso di costi e scarsità di lettori la Voce di Montanelli e tutti, dico tutti, compresi i tg di Stato, scesero a manifestare contro un dittatore che allora era all’opposizione... Ma la verità fu che i lettori del Giornale rimasero liberamente fedeli al loro Giornale e al Montanelli di sempre, piuttosto che seguirlo in un’avventura plaudita dalle sinistre e improntata all’odio verso Berlusconi e i suoi alleati. Mai visto un coro che grida ad alta voce sulla libertà di stampa mutilata; di solito i dissidenti sono voci mozzate e disperse, usano i fogli clandestini e non i principali giornali e telegiornali; sono pochi e malridotti, non cori unanimi da stadio e ben pasciuti. Mai visto poi un coro che insorge contro un solo giornalista e il suo giornale, dico Feltri e il presente quotidiano, e vede in loro, più Libero, la stampa del regime. Dev’essere un regime ridicolo quello che ha un solo giornale, o due al massimo, che non si pubblica come la gazzetta ufficiale e non arriva gratis o d’ufficio agli italiani ma è liberamente comprato ogni mattina da svariati lettori. Cento contro uno, e i cento accusano l’uno di essere conformista e l’altoparlante del regime. Né Kafka né Fantozzi arriverebbero mai a tanto. Con la protesta di domani siamo al rovesciamento del significato di libertà e conformismo, di verità e ideologia. Un gioco al massacro o un becero gossip li chiamate libertà di stampa, una notizia vera o un’opinione schietta le chiamate killeraggio. Se non toccasse anche noi e la maggioranza incolpevole degli italiani, vi meritereste un regime veramente autoritario, perché non riuscite a vivere nella libertà di stampa: a voi vanno bene o i veri despoti, che soffocano il dissenso nel nome di un’ideologia progressiva, o i melliflui sacrestani che addormentano la libertà di stampa, corrompono il dissenso, neutralizzano le voci scomode e nascondono sotto le tonache la verità. Siete clericali senza essere cattolici, siete comunisti senza odiare l’ingiustizia, siete giornalisti senza amare la verità e la libertà. Domani mi autosospendo come giornalista per non sentirmi collega vostro. Amo troppo la libertà di stampa e la verità per accettare l’abuso che ne fate. Non accetto di mandare la libertà a puttane.
Annozero
La puttana[ta] di Annozero. D'Addario star da Santoro di Mario Sechi
Letto su Repubblica, visto su Annozero. Impaginato da Ezio Mauro, montato da Michele Santoro. Stampato da De Benedetti, irradiato dalla Rai «controllata» da Berlusconi. Dopo la campagna estiva di carta, è arrivata quella autunnale in audio-video. E alla fine lo show del furbo Santoro c’è stato. Il Cavaliere nero non ha censurato un bel niente e la «puttanata» in diretta è andata in onda. Diciamolo subito, Santoro ripubblica Repubblica, la replica in tv. E lo fa bene, meglio del giornale-partito, perchè la trasmissione è a tesi, un trappolone mediatico costruito con perfidia catodica. La claque è come sempre fin troppo organizzata e descamisada (leggere per credere il pezzo di Francesco Borgonovo a pagina 2), ma la trasmissione non è monocorde e la tagliola scatterà pure, però si può dire che è scorretto tendere tranelli ed essere più convincenti del triangolo Santoro-Travaglio-D’Addario. Fin dalle prime battute si capisce che l’Aventino dei politici è un errore perchè la discussione tra Maurizio Belpietro, Norma Rangeri, Nicola Porro, Marco Travaglio, Maria Latella e lo stesso Santoro alla fine funziona e il pubblico si fa un’opinione libera e bella del fatto e del misfatto. Va in onda la celebrazione del santorismo, del suo giornalismo fazioso, cattivo, efficace. Dopo mezz’ora si collega da New York Carl Bernstein, autore dello scoop che costò il posto al presidente americano Richard Nixon. Così arriviamo al Watergate alla puttanesca e si passa dal sesso orale nello studio ovale, da Bill e Monica a Silvio e Noemi, Silvio e Patrizia. I democratici dalla protesi facile? Bravi ragazzi che si sono dimessi. Tocca a Belpietro ricordare il particolare che sono indagati e un tal Tedesco ha trovato riparo (e immunità) in Parlamento. La sceneggiatura di Santoro prevede di parlare poco dei compagni che sbagliano, giusto il tanto che basta per dire che la par condicio giudiziaria è salva. Poi compare lei, Patrizia D’Addario. Dopo aver calcato il red carpet del Festival del Cinema di Venezia può fare qualunque cosa. E la fa. E’ più di un quarto d’ora di celebrità, siamo al Paese intero con il fiato sospeso davanti a una prostituta, qualcuno la definisce apoteosi del postmoderno, ma la sociologia di massa qui non serve a spiegare e raccontare. Meglio volare basso. Sembra di sfogliare un Topolino per adulti, dove il commissario Basettoni è Santoroni che fa una retata di escort, le carica tutte sul cellulare di Annozero, poi accende telecamera e microfono per una pubblica confessione. Non è andata in video per diventare un’attrice (è andata al Lido, appunto) o per fare televisione (è in tv, appunto), lei aveva il progetto (edilizio), il piano (premeditato) e il registratore (acceso). «Non ero l’unica escort a Palazzo Grazioli», dice, angelica. Passo dopo passo giunge la «rivelazione»: «Berlusconi sapeva che ero un’escort». Bum. Sul finale Santoro assesta il colpo basso. Senza controprova nè replica del Cavaliere. Alla domanda di Belpietro «che lavoro fa? come vive?» Patty gela, svicola, s’infuria, ma non risponde. Silenzio. Domanda capitale. Tocca a Vauro, scorrono i titoli di coda. Rai, servizio pubblico, prima serata e poi seconda, fascia protetta e poi senza protezione. E vabbè chissenefrega delle regole e di tutto il resto. Michele fa cronaca e pazienza se è una cronica manifestazione di quel che non funziona a Viale Mazzini. Cerchiamo di essere chiari: il programma di Santoro funziona, eccome. Farà il botto degli ascolti, il pieno di pubblicità e passerà alla storia come una pietra miliare della televisione italiana che entra nella camera da letto della politica. Cose mai viste. E l’azienda? Meno che assente. Una lettera dell’ufficio legale avverte Santoro sui rischi della trasmissione. Decisioni? Nessuna. Quelle le prende sempre Michele. E decide di andare in onda. E’ la plastica immagine di cosa sia la Rai: un ottimo ufficio di collocamento dei partiti, di destra, di sinistra, di centro. E basta. Così appare ancor più paradossale la scomparsa dei politici dallo schermo di Santoro ieri sera mentre la più grande industria culturale del Paese veniva sputtanata da una puttanata.
Tuttavia, io ieri sera ho preferito vedermi QUESTO film uscito qualche mese fa MA mai programmato nelle sale cinematografiche. Un consiglio a chi passa da qui, cercatelo anche voi, guardatelo e vi renderete conto del perchè in italia è stato censurato.
Letto su Repubblica, visto su Annozero. Impaginato da Ezio Mauro, montato da Michele Santoro. Stampato da De Benedetti, irradiato dalla Rai «controllata» da Berlusconi. Dopo la campagna estiva di carta, è arrivata quella autunnale in audio-video. E alla fine lo show del furbo Santoro c’è stato. Il Cavaliere nero non ha censurato un bel niente e la «puttanata» in diretta è andata in onda. Diciamolo subito, Santoro ripubblica Repubblica, la replica in tv. E lo fa bene, meglio del giornale-partito, perchè la trasmissione è a tesi, un trappolone mediatico costruito con perfidia catodica. La claque è come sempre fin troppo organizzata e descamisada (leggere per credere il pezzo di Francesco Borgonovo a pagina 2), ma la trasmissione non è monocorde e la tagliola scatterà pure, però si può dire che è scorretto tendere tranelli ed essere più convincenti del triangolo Santoro-Travaglio-D’Addario. Fin dalle prime battute si capisce che l’Aventino dei politici è un errore perchè la discussione tra Maurizio Belpietro, Norma Rangeri, Nicola Porro, Marco Travaglio, Maria Latella e lo stesso Santoro alla fine funziona e il pubblico si fa un’opinione libera e bella del fatto e del misfatto. Va in onda la celebrazione del santorismo, del suo giornalismo fazioso, cattivo, efficace. Dopo mezz’ora si collega da New York Carl Bernstein, autore dello scoop che costò il posto al presidente americano Richard Nixon. Così arriviamo al Watergate alla puttanesca e si passa dal sesso orale nello studio ovale, da Bill e Monica a Silvio e Noemi, Silvio e Patrizia. I democratici dalla protesi facile? Bravi ragazzi che si sono dimessi. Tocca a Belpietro ricordare il particolare che sono indagati e un tal Tedesco ha trovato riparo (e immunità) in Parlamento. La sceneggiatura di Santoro prevede di parlare poco dei compagni che sbagliano, giusto il tanto che basta per dire che la par condicio giudiziaria è salva. Poi compare lei, Patrizia D’Addario. Dopo aver calcato il red carpet del Festival del Cinema di Venezia può fare qualunque cosa. E la fa. E’ più di un quarto d’ora di celebrità, siamo al Paese intero con il fiato sospeso davanti a una prostituta, qualcuno la definisce apoteosi del postmoderno, ma la sociologia di massa qui non serve a spiegare e raccontare. Meglio volare basso. Sembra di sfogliare un Topolino per adulti, dove il commissario Basettoni è Santoroni che fa una retata di escort, le carica tutte sul cellulare di Annozero, poi accende telecamera e microfono per una pubblica confessione. Non è andata in video per diventare un’attrice (è andata al Lido, appunto) o per fare televisione (è in tv, appunto), lei aveva il progetto (edilizio), il piano (premeditato) e il registratore (acceso). «Non ero l’unica escort a Palazzo Grazioli», dice, angelica. Passo dopo passo giunge la «rivelazione»: «Berlusconi sapeva che ero un’escort». Bum. Sul finale Santoro assesta il colpo basso. Senza controprova nè replica del Cavaliere. Alla domanda di Belpietro «che lavoro fa? come vive?» Patty gela, svicola, s’infuria, ma non risponde. Silenzio. Domanda capitale. Tocca a Vauro, scorrono i titoli di coda. Rai, servizio pubblico, prima serata e poi seconda, fascia protetta e poi senza protezione. E vabbè chissenefrega delle regole e di tutto il resto. Michele fa cronaca e pazienza se è una cronica manifestazione di quel che non funziona a Viale Mazzini. Cerchiamo di essere chiari: il programma di Santoro funziona, eccome. Farà il botto degli ascolti, il pieno di pubblicità e passerà alla storia come una pietra miliare della televisione italiana che entra nella camera da letto della politica. Cose mai viste. E l’azienda? Meno che assente. Una lettera dell’ufficio legale avverte Santoro sui rischi della trasmissione. Decisioni? Nessuna. Quelle le prende sempre Michele. E decide di andare in onda. E’ la plastica immagine di cosa sia la Rai: un ottimo ufficio di collocamento dei partiti, di destra, di sinistra, di centro. E basta. Così appare ancor più paradossale la scomparsa dei politici dallo schermo di Santoro ieri sera mentre la più grande industria culturale del Paese veniva sputtanata da una puttanata.
Tuttavia, io ieri sera ho preferito vedermi QUESTO film uscito qualche mese fa MA mai programmato nelle sale cinematografiche. Un consiglio a chi passa da qui, cercatelo anche voi, guardatelo e vi renderete conto del perchè in italia è stato censurato.
Sull'unione europea
Ma chi sfila si censura sulla tirannide dell’Europa di Ida Magli
C’è chi afferma che in Italia non c’è la libertà di stampa, e chi invece assicura che in nessun Paese quanto in Italia i giornalisti sono liberi di dire qualsiasi cosa vogliano. Qualcuno dovrebbe, allora, spiegare agli italiani chi sia stato a imporre una ferrea censura su tutto quanto riguarda gli avvenimenti politici dell’Unione europea, avvenimenti importantissimi per tutti noi, quale per esempio la ratifica del Trattato di Lisbona, appeso al filo del referendum che si svolge oggi in Irlanda. Bisogna riconoscere che questo silenzio insospettisce, e anzi suscita un senso d’angoscia in quanto non si riesce a trovarne una spiegazione. Prima di tutto perché vi si attengono le fonti di informazione di ogni parte politica. Chi ha ordinato di non parlarne, è dunque sopra i partiti? E perché non se ne deve parlare? Lo Stato italiano l’ha già ratificato, senza permettere neanche la più piccola discussione, basandosi sulla norma più antidemocratica della nostra Costituzione, quella che sottrae alla volontà dei cittadini la «politica estera», anche se, trattandosi in realtà della Costituzione europea trasformata in trattato, definirlo politica estera è già di per sé una bella truffa. C’è da aggiungere che ci si stupisce del silenzio dell’opposizione davanti a un atto del governo berlusconiano, visto l’abituale rumoroso dissenso per ogni sua decisione. Cosa ne dice Santoro, ex parlamentare europeo, di questo silenzio? Noi abbiamo diritto di sapere, vogliamo sapere, chi gli ha imposto di non parlarne. Chi lo ha imposto a lui e a tutti gli altri conduttori di dibattiti televisivi; e perché.Gli irlandesi, che hanno già una volta bocciato il Trattato con un referendum, sono chiamati, a poco più di un anno di distanza, a un secondo referendum. Il risultato è incerto, sebbene i capi dell’Ue abbiano approfittato della crisi economica, che ha colpito molto duramente anche Dublino, per elargirgli abbondanti aiuti (soldi nostri, manco a dirlo) nell’intento di indurre gli irlandesi a più miti consigli. Del resto, la tattica di «comprare» l’adesione all’Ue con regalie di ogni genere è ormai diventata prassi costante, in quanto è stata usata soprattutto per convincere gli Stati dell’Est, i più riottosi, dopo le terribili esperienze dell’impero sovietico, a perdere nuovamente la propria indipendenza. Tuttavia, anche se il Trattato superasse l’esame irlandese, non sarebbe in condizione di diventare operante perché debbono ancora provvedere alla ratifica la Repubblica Ceca, la Polonia e una regione autonoma della Finlandia, l’arcipelago Aland. Il presidente ceco, Vaclav Klaus, è da sempre contrario all’Ue (non per nulla è un poeta) e non intende controfirmare il trattato, già approvato dal Parlamento, senza conoscere prima la decisione degli irlandesi. La stessa cosa vale per il presidente polacco, Lech Kaczynski. A Praga gli oppositori hanno tentato in tutti i modi di impedire la messa in opera del Trattato, inoltrando anche ricorso alla Corte costituzionale. Ma le Corti costituzionali dei vari Paesi cui si sono appellati negli ultimi anni molti degli oppositori all’euro e all’unificazione europea (prima di tutto i tedeschi), non hanno mai accolto le eccezioni presentate: l’Unione europea è un Moloch, ideato e costruito dai Potenti al di fuori di qualsiasi norma giuridica preesistente, e nessuno si arrischia a mettere in dubbio, prima ancora che la legittimità, la logica che la sostiene. Come si spiegherebbe, altrimenti, la furia assurda di coloro che, di fronte al rifiuto di Klaus di apporre la propria firma, minacciano di fargli causa per «scarsa produttività»? Di fronte a una situazione così complessa non si può non chiedersi come mai un trattato tanto importante agli occhi dei governanti da farli quasi impazzire, sembri non esserlo affatto per i responsabili dell’informazione. Purtroppo il silenzio ha delle buone motivazioni in quanto nasconde, insieme al trasferimento a stranieri della maggior parte della sovranità e dell’indipendenza della nazione, anche norme che non esistono nelle Costituzioni degli Stati europei e in primis in quella italiana. Una fra tutte basterà come esempio: «la condanna a morte in caso di guerra o di pericolo di guerra, e l’uccisione di cittadini per impedire l’insorgenza di ribellioni o tumulti». Si tratta di clausole che fanno ben capire una cosa: l’Unione europea ha preso le misure per governare un impero in cui ci si aspetta, dalla somma di tanti popoli diversi unificati a tavolino, l’inevitabile ribellione e lo scoppio di gravissimi conflitti interni. Ha inizio, dunque, così l’ennesimo impero tirannico in Europa.
C’è chi afferma che in Italia non c’è la libertà di stampa, e chi invece assicura che in nessun Paese quanto in Italia i giornalisti sono liberi di dire qualsiasi cosa vogliano. Qualcuno dovrebbe, allora, spiegare agli italiani chi sia stato a imporre una ferrea censura su tutto quanto riguarda gli avvenimenti politici dell’Unione europea, avvenimenti importantissimi per tutti noi, quale per esempio la ratifica del Trattato di Lisbona, appeso al filo del referendum che si svolge oggi in Irlanda. Bisogna riconoscere che questo silenzio insospettisce, e anzi suscita un senso d’angoscia in quanto non si riesce a trovarne una spiegazione. Prima di tutto perché vi si attengono le fonti di informazione di ogni parte politica. Chi ha ordinato di non parlarne, è dunque sopra i partiti? E perché non se ne deve parlare? Lo Stato italiano l’ha già ratificato, senza permettere neanche la più piccola discussione, basandosi sulla norma più antidemocratica della nostra Costituzione, quella che sottrae alla volontà dei cittadini la «politica estera», anche se, trattandosi in realtà della Costituzione europea trasformata in trattato, definirlo politica estera è già di per sé una bella truffa. C’è da aggiungere che ci si stupisce del silenzio dell’opposizione davanti a un atto del governo berlusconiano, visto l’abituale rumoroso dissenso per ogni sua decisione. Cosa ne dice Santoro, ex parlamentare europeo, di questo silenzio? Noi abbiamo diritto di sapere, vogliamo sapere, chi gli ha imposto di non parlarne. Chi lo ha imposto a lui e a tutti gli altri conduttori di dibattiti televisivi; e perché.Gli irlandesi, che hanno già una volta bocciato il Trattato con un referendum, sono chiamati, a poco più di un anno di distanza, a un secondo referendum. Il risultato è incerto, sebbene i capi dell’Ue abbiano approfittato della crisi economica, che ha colpito molto duramente anche Dublino, per elargirgli abbondanti aiuti (soldi nostri, manco a dirlo) nell’intento di indurre gli irlandesi a più miti consigli. Del resto, la tattica di «comprare» l’adesione all’Ue con regalie di ogni genere è ormai diventata prassi costante, in quanto è stata usata soprattutto per convincere gli Stati dell’Est, i più riottosi, dopo le terribili esperienze dell’impero sovietico, a perdere nuovamente la propria indipendenza. Tuttavia, anche se il Trattato superasse l’esame irlandese, non sarebbe in condizione di diventare operante perché debbono ancora provvedere alla ratifica la Repubblica Ceca, la Polonia e una regione autonoma della Finlandia, l’arcipelago Aland. Il presidente ceco, Vaclav Klaus, è da sempre contrario all’Ue (non per nulla è un poeta) e non intende controfirmare il trattato, già approvato dal Parlamento, senza conoscere prima la decisione degli irlandesi. La stessa cosa vale per il presidente polacco, Lech Kaczynski. A Praga gli oppositori hanno tentato in tutti i modi di impedire la messa in opera del Trattato, inoltrando anche ricorso alla Corte costituzionale. Ma le Corti costituzionali dei vari Paesi cui si sono appellati negli ultimi anni molti degli oppositori all’euro e all’unificazione europea (prima di tutto i tedeschi), non hanno mai accolto le eccezioni presentate: l’Unione europea è un Moloch, ideato e costruito dai Potenti al di fuori di qualsiasi norma giuridica preesistente, e nessuno si arrischia a mettere in dubbio, prima ancora che la legittimità, la logica che la sostiene. Come si spiegherebbe, altrimenti, la furia assurda di coloro che, di fronte al rifiuto di Klaus di apporre la propria firma, minacciano di fargli causa per «scarsa produttività»? Di fronte a una situazione così complessa non si può non chiedersi come mai un trattato tanto importante agli occhi dei governanti da farli quasi impazzire, sembri non esserlo affatto per i responsabili dell’informazione. Purtroppo il silenzio ha delle buone motivazioni in quanto nasconde, insieme al trasferimento a stranieri della maggior parte della sovranità e dell’indipendenza della nazione, anche norme che non esistono nelle Costituzioni degli Stati europei e in primis in quella italiana. Una fra tutte basterà come esempio: «la condanna a morte in caso di guerra o di pericolo di guerra, e l’uccisione di cittadini per impedire l’insorgenza di ribellioni o tumulti». Si tratta di clausole che fanno ben capire una cosa: l’Unione europea ha preso le misure per governare un impero in cui ci si aspetta, dalla somma di tanti popoli diversi unificati a tavolino, l’inevitabile ribellione e lo scoppio di gravissimi conflitti interni. Ha inizio, dunque, così l’ennesimo impero tirannico in Europa.
Irlanda
Referendum a Dublino. La "Tigre celtica" non ruggisce più e l'Irlanda rivota per entrare in Europa di Michele Marchi
Mai come in questo caso verrebbe da dire, naturalmente in maniera paradossale, benedetta crisi economica! Se venerdì 2 ottobre, come tutti i sondaggi confermano, la maggioranza degli irlandesi voterà «sì» al referendum di ratifica al Trattato di Lisbona, una ragione determinante sarà proprio da individuare nella reazione popolare alla crisi finanziaria ed economica esplosa nell’autunno scorso. La «tigre celtica» ha smesso di ruggire e la sua popolazione si è improvvisamente scoperta filo-europeista. Secondo gli ultimi due sondaggi disponibili, pubblicati rispettivamente dal «Sunday Indipendent» e dal «Sunday Business Post», dovrebbero votare «sì» tra il 68 e il 55% dei cittadini. Ma soprattutto a rassicurare è il basso numero degli indecisi, tra il 15 e il 18%, mentre nella settimana precedente al voto del giugno 2008 fu proprio tra la nutrita truppa di indecisi che pescò la propaganda del «no». Dunque ben più delle parole elogiative nei confronti della Ue pronunciate dallo sfiduciato Primo ministro Brian Cowen (all’11% del gradimento, giudicato scarsamente affidabile e tardivo nel far fronte alla crisi d’autunno 2008), il senso di questa seconda campagna referendaria sul Trattato di Lisbona ben si coglie nelle parole del patron di Ryanair, Michael O’Leary: «l’Irlanda è un Paese sull’orlo del fallimento e la Bce, che ha iniettato 120 miliardi di euro nel suo sistema bancario, è tutto ciò che ci ha impedito di ripiombare nella miseria». In realtà la chiave della crisi economica (con l’immagine della bancarotta islandese a ricordare cosa sarebbe potuto accadere se Dublino si fosse trovata fuori dalla Ue e dall’eurozona) è certamente utile per comprendere le nuove intenzioni di voto della maggioranza dei cittadini irlandesi dopo il secco «no» di sedici mesi fa. Non bisogna però fermarsi a questo dato se si vuole avere il quadro completo della situazione. L’altra questione determinante riguarda la serie, abbastanza impressionante, di garanzie e deroghe, ottenute dal governo irlandese prima di accettare l’ipotesi di convocare un nuovo referendum. Magari il 3 ottobre prossimo, anche legittimamente, si potrà esultare e tirare un sospiro di sollievo perché il processo di revisione delle istituzioni avrà superato il complicato ostacolo irlandese. Ma a quale prezzo? Ebbene il prezzo è quello di muoversi sempre di più verso un’idea di «Europa à la carte», dove ognuno si ritaglia il suo modello di integrazione in base alle proprie specificità e alle proprie esigenze di politica interna. Guardare a Dublino è da questo punto di vista particolarmente interessante. Cowen, in occasione del Consiglio europeo di dicembre 2008, ha infatti ottenuto che venissero garantite alcune «specificità celtiche», in particolare che non si potesse modificare a livello europeo la restrittiva legge irlandese sull’aborto (che peraltro poco ha a che fare con il Trattato di Lisbona), che si mantenesse il principio della neutralità militare irlandese e che si garantissero le basse aliquote di imposizione fiscale alla base della grande crescita irlandese dell’ultimo quindicennio. Accanto a queste tre garanzie non si deve poi dimenticare quello che può davvero essere definito il «ricatto massimo». Dublino ha promesso il bis referendario (come peraltro già avvenuto per il Trattato di Nizza nel 2001-2002) solo in cambio dell’assicurazione di veder mantenuto il suo posto da commissario, scardinando così uno dei punti chiave del Trattato di Lisbona che in origine prevedeva la progressiva riduzione dei membri della Commissione fino a portarli ai due terzi del numero dei Paesi membri. Insomma al di là, e forse oltre, al semplice esito del referendum irlandese (peraltro Dublino è l’unico Paese membro ad avere l’obbligo costituzionale di sottoporre a ratifica referendaria ogni variazione istituzionale europea) l’occasione è di quelle propizie per guardare all’intero percorso istituzionale così come avviato dopo Laeken nel 2001. Come non notare il progressivo svuotamento di significato, di efficacia e di coerenza del progetto costituzionale che dal Trattato costituzionale del 2004 giunge oggi al ben più modesto Trattato di Lisbona, dopo una serie impressionante di bocciature referendarie e mediazioni a livello di Capi di Stato e di governo. Dopo il crollo del Muro di Berlino, la costruzione europea ha terminato la sua più importante e storica missione: contribuire, sotto l’ombrello di difesa americano, alla diffusione di benessere e democrazia e giungere a quella riunificazione tra la sua componente occidentale e quella orientale, strumentalmente divise dalla logica di Guerra Fredda. Da quel momento in poi si è marciato a vista, senza più proporre una missione, ma nemmeno degli obiettivi chiari da raggiungere gradualmente. Per descrivere il livello di autoreferenzialità e di distacco dal reale al quale sembra sempre più spesso giungere l’Ue basti pensare che, riflettendo sulla probabile ratifica irlandese (a quel punto mancheranno solo le controfirme dei presidenti della Repubblica polacco e ceco) e sulle nuove nomine previste dal Trattato di Lisbona, per l’importante poltrona di Alto Rappresentante per la politica estera si è fatto il nome dell’ex Ministro degli Esteri Frank-Walter Steinmeier. Probabilmente si tratta di rumors, ma anche soltanto ventilare l’ipotesi che un leader nazionale così indebolito dalla recente debacle elettorale, membro di un partito che ha ottenuto il peggior risultato della sua storia, possa essere scelto soltanto perché la Germania è sottorappresentata nelle istituzioni europee, qualche dubbio, penso legittimo, sulla coerenza del progetto comunitario è legittimo che sorga. Infine, a testimonianza che il cammino tormentato del Trattato di Lisbona appare sempre più come una mission impossible, si aggiungono le dichiarazioni del Presidente ceco Klaus. Da Praga hanno fatto sapere che le intenzioni sarebbero quelle di ritardare la controfirma per attendere la probabile vittoria dei conservatori britannici alle elezioni di giugno 2010 e la convocazione (come promesso da Cameron) di un referendum sul Trattato di Lisbona, che non gode di grande sostegno in terra d’Albione. Nel momento in cui su clima, immigrazione, lotta al terrorismo e crisi economico-finanziaria servirebbe una risposta coerente e salda dell’Ue la notizia davvero preoccupante è questa: dopo Dublino quasi certamente continuerà il «calvario istituzionale» dell’Unione. Al peggio non esiste limite?
Mai come in questo caso verrebbe da dire, naturalmente in maniera paradossale, benedetta crisi economica! Se venerdì 2 ottobre, come tutti i sondaggi confermano, la maggioranza degli irlandesi voterà «sì» al referendum di ratifica al Trattato di Lisbona, una ragione determinante sarà proprio da individuare nella reazione popolare alla crisi finanziaria ed economica esplosa nell’autunno scorso. La «tigre celtica» ha smesso di ruggire e la sua popolazione si è improvvisamente scoperta filo-europeista. Secondo gli ultimi due sondaggi disponibili, pubblicati rispettivamente dal «Sunday Indipendent» e dal «Sunday Business Post», dovrebbero votare «sì» tra il 68 e il 55% dei cittadini. Ma soprattutto a rassicurare è il basso numero degli indecisi, tra il 15 e il 18%, mentre nella settimana precedente al voto del giugno 2008 fu proprio tra la nutrita truppa di indecisi che pescò la propaganda del «no». Dunque ben più delle parole elogiative nei confronti della Ue pronunciate dallo sfiduciato Primo ministro Brian Cowen (all’11% del gradimento, giudicato scarsamente affidabile e tardivo nel far fronte alla crisi d’autunno 2008), il senso di questa seconda campagna referendaria sul Trattato di Lisbona ben si coglie nelle parole del patron di Ryanair, Michael O’Leary: «l’Irlanda è un Paese sull’orlo del fallimento e la Bce, che ha iniettato 120 miliardi di euro nel suo sistema bancario, è tutto ciò che ci ha impedito di ripiombare nella miseria». In realtà la chiave della crisi economica (con l’immagine della bancarotta islandese a ricordare cosa sarebbe potuto accadere se Dublino si fosse trovata fuori dalla Ue e dall’eurozona) è certamente utile per comprendere le nuove intenzioni di voto della maggioranza dei cittadini irlandesi dopo il secco «no» di sedici mesi fa. Non bisogna però fermarsi a questo dato se si vuole avere il quadro completo della situazione. L’altra questione determinante riguarda la serie, abbastanza impressionante, di garanzie e deroghe, ottenute dal governo irlandese prima di accettare l’ipotesi di convocare un nuovo referendum. Magari il 3 ottobre prossimo, anche legittimamente, si potrà esultare e tirare un sospiro di sollievo perché il processo di revisione delle istituzioni avrà superato il complicato ostacolo irlandese. Ma a quale prezzo? Ebbene il prezzo è quello di muoversi sempre di più verso un’idea di «Europa à la carte», dove ognuno si ritaglia il suo modello di integrazione in base alle proprie specificità e alle proprie esigenze di politica interna. Guardare a Dublino è da questo punto di vista particolarmente interessante. Cowen, in occasione del Consiglio europeo di dicembre 2008, ha infatti ottenuto che venissero garantite alcune «specificità celtiche», in particolare che non si potesse modificare a livello europeo la restrittiva legge irlandese sull’aborto (che peraltro poco ha a che fare con il Trattato di Lisbona), che si mantenesse il principio della neutralità militare irlandese e che si garantissero le basse aliquote di imposizione fiscale alla base della grande crescita irlandese dell’ultimo quindicennio. Accanto a queste tre garanzie non si deve poi dimenticare quello che può davvero essere definito il «ricatto massimo». Dublino ha promesso il bis referendario (come peraltro già avvenuto per il Trattato di Nizza nel 2001-2002) solo in cambio dell’assicurazione di veder mantenuto il suo posto da commissario, scardinando così uno dei punti chiave del Trattato di Lisbona che in origine prevedeva la progressiva riduzione dei membri della Commissione fino a portarli ai due terzi del numero dei Paesi membri. Insomma al di là, e forse oltre, al semplice esito del referendum irlandese (peraltro Dublino è l’unico Paese membro ad avere l’obbligo costituzionale di sottoporre a ratifica referendaria ogni variazione istituzionale europea) l’occasione è di quelle propizie per guardare all’intero percorso istituzionale così come avviato dopo Laeken nel 2001. Come non notare il progressivo svuotamento di significato, di efficacia e di coerenza del progetto costituzionale che dal Trattato costituzionale del 2004 giunge oggi al ben più modesto Trattato di Lisbona, dopo una serie impressionante di bocciature referendarie e mediazioni a livello di Capi di Stato e di governo. Dopo il crollo del Muro di Berlino, la costruzione europea ha terminato la sua più importante e storica missione: contribuire, sotto l’ombrello di difesa americano, alla diffusione di benessere e democrazia e giungere a quella riunificazione tra la sua componente occidentale e quella orientale, strumentalmente divise dalla logica di Guerra Fredda. Da quel momento in poi si è marciato a vista, senza più proporre una missione, ma nemmeno degli obiettivi chiari da raggiungere gradualmente. Per descrivere il livello di autoreferenzialità e di distacco dal reale al quale sembra sempre più spesso giungere l’Ue basti pensare che, riflettendo sulla probabile ratifica irlandese (a quel punto mancheranno solo le controfirme dei presidenti della Repubblica polacco e ceco) e sulle nuove nomine previste dal Trattato di Lisbona, per l’importante poltrona di Alto Rappresentante per la politica estera si è fatto il nome dell’ex Ministro degli Esteri Frank-Walter Steinmeier. Probabilmente si tratta di rumors, ma anche soltanto ventilare l’ipotesi che un leader nazionale così indebolito dalla recente debacle elettorale, membro di un partito che ha ottenuto il peggior risultato della sua storia, possa essere scelto soltanto perché la Germania è sottorappresentata nelle istituzioni europee, qualche dubbio, penso legittimo, sulla coerenza del progetto comunitario è legittimo che sorga. Infine, a testimonianza che il cammino tormentato del Trattato di Lisbona appare sempre più come una mission impossible, si aggiungono le dichiarazioni del Presidente ceco Klaus. Da Praga hanno fatto sapere che le intenzioni sarebbero quelle di ritardare la controfirma per attendere la probabile vittoria dei conservatori britannici alle elezioni di giugno 2010 e la convocazione (come promesso da Cameron) di un referendum sul Trattato di Lisbona, che non gode di grande sostegno in terra d’Albione. Nel momento in cui su clima, immigrazione, lotta al terrorismo e crisi economico-finanziaria servirebbe una risposta coerente e salda dell’Ue la notizia davvero preoccupante è questa: dopo Dublino quasi certamente continuerà il «calvario istituzionale» dell’Unione. Al peggio non esiste limite?
giovedì 1 ottobre 2009
Sotto esame...
Immigrazione. Il rapporto del governo e la replica dei sindacati confederali sul tavolo dell'Organizzazione internazionale del lavoro. Si valuta il rispetto della Convenzione 143. Respingimenti e discriminazioni il caso Italia sotto esame all'Onu
Dalla discriminazione degli immigrati sul lavoro ai nuovi accordi con la Libia. Con un rapporto di trenta pagine il governo ha risposto all'Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), agenzia Onu che aveva espresso perplessità e chiesto chiarimenti sul trattamento degli immigrati in Italia. Al documento dell'esecutivo ieri è seguito il commento, altrettanto dettagliato, dei tre sindacati confederali che, con il governo e le imprese, rappresentano l'Italia all'interno dell'Ilo. "Tutte le osservazioni critiche in materia di discriminazione dei migranti già espresse dai rappresentanti dei lavoratori italiani davanti alla Commissione dell'Ilo sono, purtroppo, completamente confermate", scrivono dagli uffici internazionale e immigrazione di Cgil, Cisl e Uil.
Le domande dell'Ilo. I sindacati avevano già manifestato il proprio dissenso sulla politica dell'immigrazione a giugno, quando l'Ilo aveva chiamato il governo alla Conferenza internazionale del lavoro, a Ginevra, per rispondere della mancata applicazione della convenzione 143, che tutela gli immigrati da abusi e discriminazioni. L'Italia era tra i 25 paesi - nessun altro europeo - accusati di violare gli standard internazionali del lavoro, tanto che il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, ha disertato la conferenza ed ha protestato con l'Organizzazione per la convocazione. Al termine dell'audizione, l'agenzia Onu ha chiesto formalmente una serie di chiarimenti sulle situazioni di discriminazione denunciate dal sindacato, sull'introduzione del reato di clandestinità e sull'accordo con la Libia, dato che la convenzione 143 prevede anche la tutela per le vittime di abusi e di tratta, in evidente contrasto con la politica dei respingimenti indiscriminati.
Il reato di clandestinità e i respingimenti. A quelle obiezioni il governo ha risposto rivendicando l'istituzione del reato di clandestinità e negando i respingimenti. "Le norme internazionali in materia di protezione dei diritti umani - sostiene nel documento - non escludono espressamente il principio che allo straniero possano essere applicate anche sanzioni di carattere penale, fermo restando gli obblighi relativi alla protezione internazionale e al rispetto del principio di non refoulement". Secondo il sindacato, invece, nella pratica avviene proprio il contrario, con il "refoulement", il respingimento senza alcuna distinzione, che contravviene al diritto costituzionale e a quello internazionale.
L'intesa con la Libia. Anche sull'accordo con Gheddafi, Cgil, Cisl e Uil ribadiscono "la profonda preoccupazione per la nuova politica inaugurata lo scorso 7 maggio", mentre l'esecutivo ne fa un motivo di vanto: "La Libia sta collaborando in modo più efficace rispetto al passato - scrive il governo - , dal maggio scorso, 679 clandestini, partiti dalle coste libiche a bordo di più imbarcazioni e intercettati da unità italiane in acque internazionali a sud di Lampedusa, sono stati soccorsi e riconsegnati alle autorità libiche, su esplicita richiesta di queste ultime, ai cui controlli si erano sottratti".
Gli accordi di rimpatrio. Nel rapporto ci sono anche alcune anticipazioni, come il potenziamento dell'Ufficio dell'esperto immigrazione italiano a Tripoli con componenti investigative, per un raccordo diretto con la polizia libica. Inoltre, viene menzionato il Progetto per il potenziamento dei sistemi di controllo delle frontiere meridionali della Libia, cioè nel deserto, per respingere direttamente in Africa. La Commissione europea avrebbe incaricato il ministero dell'Interno italiano di elaborare e implementare questo progetto - ora fermo perché Tripoli non ha ancora aderito - stanziando fondi per 10 milioni di euro, a cui si aggiungono i 600 mila euro già assegnati dal Dipartimento della Pubblica Sicurezza e della Polizia delle Frontiere. Con l'elenco numerico dei migranti rimpatriati nell'ultimo anno, sono citati anche altri accordi bilaterali in corso con Nigeria, Algeria, Egitto, Ghana, Niger, Senegal e Gambia, tutti mirati a rispedire a casa chi arriva irregolarmente in Italia, ma senza fare alcuna considerazione sul motivo della fuga da quei paesi.
Discriminazioni sul lavoro. Riguardo alla discriminazione degli immigrati sul lavoro, in forme dirette e indirette, l'esecutivo ha ripetuto le iniziative dell'Ufficio per la promozione della parità di trattamento (Unar), come corsi di formazione, la creazione di siti web e di un numero verde. "È evidente - scrivono i confederali - che si tratta di un'elencazione di buoni propositi di attività promozionale e propagandistica, di piccoli progetti sperimentali che non hanno inciso minimamente sul fenomeno né offerto tutela reale a casi specifici e concreti". Anche perché, spiegano i sindacati, la funzione principale dell'Unar è ostacolata dall'assoluta mancanza di autonomia rispetto all'esecutivo. Cgil, Cisl e Uil citano nuove e varie forme di discriminazione diretta che rendono sempre più difficile ai lavoratori migranti l'accesso a un'occupazione regolare, a condizioni eque, a benefici previdenziali e servizi sociali. Una situazione ulteriormente aggravata dalla crisi economica. Ad esempio, il limite di sei mesi nel permesso di soggiorno per ricerca di occupazione di fatto discrimina il lavoratore straniero rispetto all'indennità di disoccupazione o alla mobilità, mentre i lavoratori italiani possono goderne fino a dodici o ventiquattro mesi.
Rapporto sotto esame. La lista delle obiezioni del sindacato è lunga, insomma, e tocca tutta la problematica dell'immigrazione, dalle pensioni alle regolarizzazioni delle badanti. A questo punto, il documento sarà valutato dalla Commissione di esperti Ilo, che terrà conto anche dei commenti delle organizzazioni sindacali e deciderà se le informazioni e le iniziative dell'esecutivo sono sufficienti a garantire il rispetto della convenzione 143 oppure se le violazioni persistono.
Dalla discriminazione degli immigrati sul lavoro ai nuovi accordi con la Libia. Con un rapporto di trenta pagine il governo ha risposto all'Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), agenzia Onu che aveva espresso perplessità e chiesto chiarimenti sul trattamento degli immigrati in Italia. Al documento dell'esecutivo ieri è seguito il commento, altrettanto dettagliato, dei tre sindacati confederali che, con il governo e le imprese, rappresentano l'Italia all'interno dell'Ilo. "Tutte le osservazioni critiche in materia di discriminazione dei migranti già espresse dai rappresentanti dei lavoratori italiani davanti alla Commissione dell'Ilo sono, purtroppo, completamente confermate", scrivono dagli uffici internazionale e immigrazione di Cgil, Cisl e Uil.
Le domande dell'Ilo. I sindacati avevano già manifestato il proprio dissenso sulla politica dell'immigrazione a giugno, quando l'Ilo aveva chiamato il governo alla Conferenza internazionale del lavoro, a Ginevra, per rispondere della mancata applicazione della convenzione 143, che tutela gli immigrati da abusi e discriminazioni. L'Italia era tra i 25 paesi - nessun altro europeo - accusati di violare gli standard internazionali del lavoro, tanto che il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, ha disertato la conferenza ed ha protestato con l'Organizzazione per la convocazione. Al termine dell'audizione, l'agenzia Onu ha chiesto formalmente una serie di chiarimenti sulle situazioni di discriminazione denunciate dal sindacato, sull'introduzione del reato di clandestinità e sull'accordo con la Libia, dato che la convenzione 143 prevede anche la tutela per le vittime di abusi e di tratta, in evidente contrasto con la politica dei respingimenti indiscriminati.
Il reato di clandestinità e i respingimenti. A quelle obiezioni il governo ha risposto rivendicando l'istituzione del reato di clandestinità e negando i respingimenti. "Le norme internazionali in materia di protezione dei diritti umani - sostiene nel documento - non escludono espressamente il principio che allo straniero possano essere applicate anche sanzioni di carattere penale, fermo restando gli obblighi relativi alla protezione internazionale e al rispetto del principio di non refoulement". Secondo il sindacato, invece, nella pratica avviene proprio il contrario, con il "refoulement", il respingimento senza alcuna distinzione, che contravviene al diritto costituzionale e a quello internazionale.
L'intesa con la Libia. Anche sull'accordo con Gheddafi, Cgil, Cisl e Uil ribadiscono "la profonda preoccupazione per la nuova politica inaugurata lo scorso 7 maggio", mentre l'esecutivo ne fa un motivo di vanto: "La Libia sta collaborando in modo più efficace rispetto al passato - scrive il governo - , dal maggio scorso, 679 clandestini, partiti dalle coste libiche a bordo di più imbarcazioni e intercettati da unità italiane in acque internazionali a sud di Lampedusa, sono stati soccorsi e riconsegnati alle autorità libiche, su esplicita richiesta di queste ultime, ai cui controlli si erano sottratti".
Gli accordi di rimpatrio. Nel rapporto ci sono anche alcune anticipazioni, come il potenziamento dell'Ufficio dell'esperto immigrazione italiano a Tripoli con componenti investigative, per un raccordo diretto con la polizia libica. Inoltre, viene menzionato il Progetto per il potenziamento dei sistemi di controllo delle frontiere meridionali della Libia, cioè nel deserto, per respingere direttamente in Africa. La Commissione europea avrebbe incaricato il ministero dell'Interno italiano di elaborare e implementare questo progetto - ora fermo perché Tripoli non ha ancora aderito - stanziando fondi per 10 milioni di euro, a cui si aggiungono i 600 mila euro già assegnati dal Dipartimento della Pubblica Sicurezza e della Polizia delle Frontiere. Con l'elenco numerico dei migranti rimpatriati nell'ultimo anno, sono citati anche altri accordi bilaterali in corso con Nigeria, Algeria, Egitto, Ghana, Niger, Senegal e Gambia, tutti mirati a rispedire a casa chi arriva irregolarmente in Italia, ma senza fare alcuna considerazione sul motivo della fuga da quei paesi.
Discriminazioni sul lavoro. Riguardo alla discriminazione degli immigrati sul lavoro, in forme dirette e indirette, l'esecutivo ha ripetuto le iniziative dell'Ufficio per la promozione della parità di trattamento (Unar), come corsi di formazione, la creazione di siti web e di un numero verde. "È evidente - scrivono i confederali - che si tratta di un'elencazione di buoni propositi di attività promozionale e propagandistica, di piccoli progetti sperimentali che non hanno inciso minimamente sul fenomeno né offerto tutela reale a casi specifici e concreti". Anche perché, spiegano i sindacati, la funzione principale dell'Unar è ostacolata dall'assoluta mancanza di autonomia rispetto all'esecutivo. Cgil, Cisl e Uil citano nuove e varie forme di discriminazione diretta che rendono sempre più difficile ai lavoratori migranti l'accesso a un'occupazione regolare, a condizioni eque, a benefici previdenziali e servizi sociali. Una situazione ulteriormente aggravata dalla crisi economica. Ad esempio, il limite di sei mesi nel permesso di soggiorno per ricerca di occupazione di fatto discrimina il lavoratore straniero rispetto all'indennità di disoccupazione o alla mobilità, mentre i lavoratori italiani possono goderne fino a dodici o ventiquattro mesi.
Rapporto sotto esame. La lista delle obiezioni del sindacato è lunga, insomma, e tocca tutta la problematica dell'immigrazione, dalle pensioni alle regolarizzazioni delle badanti. A questo punto, il documento sarà valutato dalla Commissione di esperti Ilo, che terrà conto anche dei commenti delle organizzazioni sindacali e deciderà se le informazioni e le iniziative dell'esecutivo sono sufficienti a garantire il rispetto della convenzione 143 oppure se le violazioni persistono.
Sul serio?
Durissimo attacco del settimanale britannico: "I giornalisti hanno ragione a preoccuparsi e protestare. Italia democrazia fragile, come all'Est". Economist: "Come con Mussolini museruola a chi informa". El Pais: "Berlusconi dichiara guerra alla Rai". Sulla stampa estera molti titoli sullo scudo fiscale: "amnistia per gli evasori"
LONDRA - Sono anni che definisce Silvio Berlusconi "inadatto" a governare l'Italia, a causa del conflitto d'interessi mediatico e dei numerosi processi a cui è stato sottoposto, ma adesso il settimanale l'Economist aumenta se possibile ancora di più il livello della critica, paragonando l'Italia del Cavaliere a una delle deboli democrazie dell'Est Europa, sempre più lontana dal concetto di democrazia occidentale, ed evocando perfino il fantasma del Duce. "E' dai tempi di Mussolini che non si aveva un governo italiano che interferisse con i media in maniera così lampante e allarmante", scrive l'autorevole settimanale, britannico come sede centrale ma globale nella diffusione poiché vende al di fuori del Regno Unito i due terzi della sua tiratura di quasi un milione e mezzo di copie. "I giornalisti, e gli altri italiani, hanno ogni motivo di protestare", continua l'articolo, intitolato "Museruola a chi informa", alludendo alla manifestazione in difesa della libertà di stampa indetta per questo fine settimana in tutta Italia e anche all'estero. "Questo sabato 3 ottobre si terrà a Roma una manifestazione per difendere la libertà di stampa", scrive l'Economist, "non in una lontana dittatura, ma proprio in Italia. Ebbene, i giornalisti che l'hanno indetta hanno buone ragioni per preoccuparsi". Il settimanale osserva poi che basta consultare la classifica 2009 sull'indipendenza dei media di Freedom House, l'istituto americano di controllo e studio sulla libertà di informazione e di pensiero, per accorgersi che l'Italia è declassata nella categoria di quelli "parzialmente liberi", al 73esimo posto, su un totale di 195, appena sopra alla Bulgaria. Quanto meno sotto questo aspetto, afferma l'Economist, "l'Italia di Berlusconi si sta allontanando dall'Europa occidentale per diventare più simile alle deboli democrazie dell'est". Il giornale fa poi una lunga ricostruzione degli ultimi sviluppi, dalle domande di Repubblica al premier alla richiesta di danni per diffamazione avanzata da Berlusconi per tali domande, fino al caso della trasmissione AnnoZero e alla campagna lanciata dal Giornale, "quotidiano vicino al primo ministro, contro il pagamento del canone Rai, da cui dipendono almeno la metà degli introiti dell'azienda pubblica". Conclude l'Economist: "Le ordinanze di Berlusconi sembrano parte di un progetto per spazzare via le ultime enclavi ribelli rimaste in Italia". Del caso Berlusconi continua ad occuparsi anche il resto della stampa internazionale. Il quotidiano spagnolo El Pais pubblica oggi un ampio servizio intitolato: "Berlusconi dichiara guerra alla Rai". Il corrispondente da Roma, Miguel Mora, racconta gli attacchi alla trasmissione "AnnoZero" per la puntata dedicata allo scandalo delle escort e all'intervista a Patrizia D'Addario, soffermandosi sulla campagna lanciata "dai media del Cavaliere" per esortare gli italiani a non pagare più il canone d'abbonamento alla Rai in segno di protesta. "Berlusconi ha celebrato il suo 73esimo compleanno dichiarando guerra non solo a Michele Santoro", il conduttore della trasmissione in questione, "ma a tutti i programmi che lo criticano", scrive El Pais, affermando che l'invito a non pagare il canone è "un'iniziativa teatrale del tutto priva di legalità, in pratica una chiamata generale all'evasione fiscale, un'abitudine quest'ultima assai popolare in Italia e a cui lo stesso Berlusconi non è alieno, come testimoniano i suoi numerosi processi in materia". Un altro tema a cui i giornali stranieri dedicano l'attenzione è per l'appunto il perdono fiscale per coloro che rimpatriano capitali dall'estero. "Berlusconi prepara un colossale perdono, il più grosso d'Europa", titola il Clarin. "Il governo Berlusconi ha imposto un voto di fiducia in parlamento per far passare la sua amnistia fiscale", titola Les Echos. "Berlusconi concede l'amnistia agli evasori dei paradisi", titola El Mundo. Il settimanale francese L'Express torna invece sulle polemiche degli ultimi mesi tra la Chiesa cattolica e il nostro primo ministro, con un lungo reportage intitolato "Divorzio all'italiana", che ripercorre tutte le tappe della vicenda, dalle proteste nelle chiese per i party con escort e veline nelle ville del presidente del Consiglio, alle critiche espresse dall'Avvenire e da Famiglia Cristiana, agli attacchi del Giornale al direttore dell'Avvenire e alle dimissioni di quest'ultimo. Il settimanale riporta il parere di un assicuratore di 59 anni di nome Giorgio che dice: "Non comprendo più la mia Chiesa. Mi sento perduto davanti alla sua sottomissione a Berlusconi, alla sua politica, al suo modello di una società barbara". Tuttavia, afferma L'Express, numerosi segnali indicano che la Chiesa sta preparandosi "al dopo-Berlusconi". E una notizia che nei giorni scorsi ha riempito le pagine dei giornali in Occidente è arrivata stamani fino in Pakistan, dove la Plus News Pakistan riporta la gaffe di Berlusconi su Michelle Obama, definita "abbronzata" come suo marito dal premier italiano al ritorno dal summit del G20.
LONDRA - Sono anni che definisce Silvio Berlusconi "inadatto" a governare l'Italia, a causa del conflitto d'interessi mediatico e dei numerosi processi a cui è stato sottoposto, ma adesso il settimanale l'Economist aumenta se possibile ancora di più il livello della critica, paragonando l'Italia del Cavaliere a una delle deboli democrazie dell'Est Europa, sempre più lontana dal concetto di democrazia occidentale, ed evocando perfino il fantasma del Duce. "E' dai tempi di Mussolini che non si aveva un governo italiano che interferisse con i media in maniera così lampante e allarmante", scrive l'autorevole settimanale, britannico come sede centrale ma globale nella diffusione poiché vende al di fuori del Regno Unito i due terzi della sua tiratura di quasi un milione e mezzo di copie. "I giornalisti, e gli altri italiani, hanno ogni motivo di protestare", continua l'articolo, intitolato "Museruola a chi informa", alludendo alla manifestazione in difesa della libertà di stampa indetta per questo fine settimana in tutta Italia e anche all'estero. "Questo sabato 3 ottobre si terrà a Roma una manifestazione per difendere la libertà di stampa", scrive l'Economist, "non in una lontana dittatura, ma proprio in Italia. Ebbene, i giornalisti che l'hanno indetta hanno buone ragioni per preoccuparsi". Il settimanale osserva poi che basta consultare la classifica 2009 sull'indipendenza dei media di Freedom House, l'istituto americano di controllo e studio sulla libertà di informazione e di pensiero, per accorgersi che l'Italia è declassata nella categoria di quelli "parzialmente liberi", al 73esimo posto, su un totale di 195, appena sopra alla Bulgaria. Quanto meno sotto questo aspetto, afferma l'Economist, "l'Italia di Berlusconi si sta allontanando dall'Europa occidentale per diventare più simile alle deboli democrazie dell'est". Il giornale fa poi una lunga ricostruzione degli ultimi sviluppi, dalle domande di Repubblica al premier alla richiesta di danni per diffamazione avanzata da Berlusconi per tali domande, fino al caso della trasmissione AnnoZero e alla campagna lanciata dal Giornale, "quotidiano vicino al primo ministro, contro il pagamento del canone Rai, da cui dipendono almeno la metà degli introiti dell'azienda pubblica". Conclude l'Economist: "Le ordinanze di Berlusconi sembrano parte di un progetto per spazzare via le ultime enclavi ribelli rimaste in Italia". Del caso Berlusconi continua ad occuparsi anche il resto della stampa internazionale. Il quotidiano spagnolo El Pais pubblica oggi un ampio servizio intitolato: "Berlusconi dichiara guerra alla Rai". Il corrispondente da Roma, Miguel Mora, racconta gli attacchi alla trasmissione "AnnoZero" per la puntata dedicata allo scandalo delle escort e all'intervista a Patrizia D'Addario, soffermandosi sulla campagna lanciata "dai media del Cavaliere" per esortare gli italiani a non pagare più il canone d'abbonamento alla Rai in segno di protesta. "Berlusconi ha celebrato il suo 73esimo compleanno dichiarando guerra non solo a Michele Santoro", il conduttore della trasmissione in questione, "ma a tutti i programmi che lo criticano", scrive El Pais, affermando che l'invito a non pagare il canone è "un'iniziativa teatrale del tutto priva di legalità, in pratica una chiamata generale all'evasione fiscale, un'abitudine quest'ultima assai popolare in Italia e a cui lo stesso Berlusconi non è alieno, come testimoniano i suoi numerosi processi in materia". Un altro tema a cui i giornali stranieri dedicano l'attenzione è per l'appunto il perdono fiscale per coloro che rimpatriano capitali dall'estero. "Berlusconi prepara un colossale perdono, il più grosso d'Europa", titola il Clarin. "Il governo Berlusconi ha imposto un voto di fiducia in parlamento per far passare la sua amnistia fiscale", titola Les Echos. "Berlusconi concede l'amnistia agli evasori dei paradisi", titola El Mundo. Il settimanale francese L'Express torna invece sulle polemiche degli ultimi mesi tra la Chiesa cattolica e il nostro primo ministro, con un lungo reportage intitolato "Divorzio all'italiana", che ripercorre tutte le tappe della vicenda, dalle proteste nelle chiese per i party con escort e veline nelle ville del presidente del Consiglio, alle critiche espresse dall'Avvenire e da Famiglia Cristiana, agli attacchi del Giornale al direttore dell'Avvenire e alle dimissioni di quest'ultimo. Il settimanale riporta il parere di un assicuratore di 59 anni di nome Giorgio che dice: "Non comprendo più la mia Chiesa. Mi sento perduto davanti alla sua sottomissione a Berlusconi, alla sua politica, al suo modello di una società barbara". Tuttavia, afferma L'Express, numerosi segnali indicano che la Chiesa sta preparandosi "al dopo-Berlusconi". E una notizia che nei giorni scorsi ha riempito le pagine dei giornali in Occidente è arrivata stamani fino in Pakistan, dove la Plus News Pakistan riporta la gaffe di Berlusconi su Michelle Obama, definita "abbronzata" come suo marito dal premier italiano al ritorno dal summit del G20.
Colpa dell'ignoranza...
Lo zio: «Metti il velo o t’ammazzo». Giovane islamica scappa da casa. Minacciata dai familiari, è rifugiata in una località segreta. «Adesso spero di trovare lavoro»
MILANO - «Cerco un lavoro, posso chiedere a voi?». Si è presentata così a un incontro per le straniere promosso dallo Sportello Donna del Comune di Abbiategrasso un’islamica le cui generalità devono rimanere segrete. Da allora la sua vita è cambiata. Il lavoro non l'ha ancora trovato. Ma ha ottenuto qualcosa di più importante: un posto in una casa famiglia, in una località segreta in Lombardia, dove può riprendere in mano le redini della sua vita. La donna, che ha 33 anni, forse avrebbe fatto la fine di Hina, o di Sanaa, le due giovani assassinate per aver scelto uno stile di vita «troppo occidentale». Anche lei si è sentita dire «Ti ammazzo» dai suoi fratelli e dagli zii che la segregavano in casa e la obbligavano a indossare il «niqab», il velo che lascia scoperto solo gli occhi attraverso una fessura, perfino tra le mura domestiche. Se si ribellava, erano botte. Una vita che lei, cresciuta fino all'adolescenza in una città della Toscana, dove aveva anche frequentato le scuole dell'obbligo, non era più disposta a sopportare. Ha raccontato la verità alle operatrici dello sportello comunale. «Non è vero che cerco lavoro. Sono scappata di casa, ma se mi trovano è finita». Così, in collaborazione con il Comune dove abitava, è partito l'iter che le ha permesso di trovare alloggio in una casa famiglia fuori provincia. «Sta imparando di nuovo a vivere in società - spiegano gli educatori - Per anni le è stato imposto di tenere gli occhi abbassati quando parlava con i capifamiglia o semplicemente altri uomini». Alle operatrici dello sportello donna, ha fatto avere un messaggio: «Ho finalmente trovato qualcuno che mi ha ascoltata. Non sono ancora pronta per trovare un impiego e vivere da sola, ma ce la farò». «Quando si è presentata a quell'incontro, promosso insieme a un consultorio le abbiamo proposto di fare domanda come commessa. Lei invece voleva fare la badante - racconta chi ha raccolto il suo sfogo - Poi mentre parlava, è scoppiata in lacrime». Così, ha raccontato la sua storia. «Per un po' ho lavorato in una mensa. Ora mi costringono a curare i miei nipoti, a indossare il velo in casa e non posso uscire. Ho protestato, mi hanno picchiata e mi hanno detto che mi ammazzano. Ho preso l'autobus e sono scappata». Dal Comune precisano che la donna non viveva a Abbiategrasso, dove, fra l'altro, c'è una comunità islamica che collabora costantemente con il municipio e la parrocchia. «L'episodio in questione è molto grave, ma è importantissimo non fare di tutta l'erba un fascio - sottolinea invece Elena Sachsl, direttore sanitario dell'ambulatorio del «Naga», l'associazione milanese che offre assistenza medica e legale e agli immigrati - la violenza sulle donne non c'entra nulla con la religione. L'islam insegna all'uomo che la donna va protetta e tutelata, anche l'uso del velo nasce in questo senso. Poi ci sono invece gli abusi, come quello in questione. Si tratta però di usanze culturali, e non religiose, e la cultura non si cambia da un giorno all'altro. Inoltre, il clima persecutorio che le famiglie immigrate vivono in questo periodo di certo non aiuta, anzi inasprisce le situazioni già delicate».
Giovanna Maria Fagnani
MILANO - «Cerco un lavoro, posso chiedere a voi?». Si è presentata così a un incontro per le straniere promosso dallo Sportello Donna del Comune di Abbiategrasso un’islamica le cui generalità devono rimanere segrete. Da allora la sua vita è cambiata. Il lavoro non l'ha ancora trovato. Ma ha ottenuto qualcosa di più importante: un posto in una casa famiglia, in una località segreta in Lombardia, dove può riprendere in mano le redini della sua vita. La donna, che ha 33 anni, forse avrebbe fatto la fine di Hina, o di Sanaa, le due giovani assassinate per aver scelto uno stile di vita «troppo occidentale». Anche lei si è sentita dire «Ti ammazzo» dai suoi fratelli e dagli zii che la segregavano in casa e la obbligavano a indossare il «niqab», il velo che lascia scoperto solo gli occhi attraverso una fessura, perfino tra le mura domestiche. Se si ribellava, erano botte. Una vita che lei, cresciuta fino all'adolescenza in una città della Toscana, dove aveva anche frequentato le scuole dell'obbligo, non era più disposta a sopportare. Ha raccontato la verità alle operatrici dello sportello comunale. «Non è vero che cerco lavoro. Sono scappata di casa, ma se mi trovano è finita». Così, in collaborazione con il Comune dove abitava, è partito l'iter che le ha permesso di trovare alloggio in una casa famiglia fuori provincia. «Sta imparando di nuovo a vivere in società - spiegano gli educatori - Per anni le è stato imposto di tenere gli occhi abbassati quando parlava con i capifamiglia o semplicemente altri uomini». Alle operatrici dello sportello donna, ha fatto avere un messaggio: «Ho finalmente trovato qualcuno che mi ha ascoltata. Non sono ancora pronta per trovare un impiego e vivere da sola, ma ce la farò». «Quando si è presentata a quell'incontro, promosso insieme a un consultorio le abbiamo proposto di fare domanda come commessa. Lei invece voleva fare la badante - racconta chi ha raccolto il suo sfogo - Poi mentre parlava, è scoppiata in lacrime». Così, ha raccontato la sua storia. «Per un po' ho lavorato in una mensa. Ora mi costringono a curare i miei nipoti, a indossare il velo in casa e non posso uscire. Ho protestato, mi hanno picchiata e mi hanno detto che mi ammazzano. Ho preso l'autobus e sono scappata». Dal Comune precisano che la donna non viveva a Abbiategrasso, dove, fra l'altro, c'è una comunità islamica che collabora costantemente con il municipio e la parrocchia. «L'episodio in questione è molto grave, ma è importantissimo non fare di tutta l'erba un fascio - sottolinea invece Elena Sachsl, direttore sanitario dell'ambulatorio del «Naga», l'associazione milanese che offre assistenza medica e legale e agli immigrati - la violenza sulle donne non c'entra nulla con la religione. L'islam insegna all'uomo che la donna va protetta e tutelata, anche l'uso del velo nasce in questo senso. Poi ci sono invece gli abusi, come quello in questione. Si tratta però di usanze culturali, e non religiose, e la cultura non si cambia da un giorno all'altro. Inoltre, il clima persecutorio che le famiglie immigrate vivono in questo periodo di certo non aiuta, anzi inasprisce le situazioni già delicate».
Giovanna Maria Fagnani
Labour abbandonati
Laburisti, 12 anni di disastri perfino il «Sun» li abbandona di Erica Orsini
Londra - Povero Gordon Brown, perfino il Sun lo abbandona. Gli echi della sua polemica televisiva con il giornalista della Bbc Andrew Marr a proposito di una domanda inopportuna sulla sua salute non si sono ancora spenti che il premier è costretto ad affrontare un'altra grana mediatica. Sebbene sia apparso in buona forma al congresso annuale di Brighton, il suo intervento di martedì non ha convinto un grande supporter dei laburisti come il tabloid popolare The Sun che dopo 12 anni di fedele sostegno ha deciso di ripassare dalla parte dei conservatori. E in un dossier in formato poster gigante ieri il quotidiano elencava una dopo l'altra le ragioni che l'hanno costretto a una decisione sicuramente non indolore. «Dodici anni fa il paese aveva bisogno di cambiare un governo diviso ed esausto - spiega l'editoriale del giornale - e oggi ci risiamo. Il Labour ha perso la sua strada, adesso ha perso anche il nostro appoggio». È una critica feroce quella del Sun, appassionata quanto lo fu l'innamoramento per il Tony Blair dei primi tempi di governo. Colui che aveva promesso che le cose potevano andare solo meglio e che alla fine non ha tenuto fede a gran parte degli impegni presi. «La storia laburista di questi ultimi anni è una lunga serie di fallimenti - afferma il Sun - accompagnata da interferenze sempre più vaste da parte del governo nella vita dei singoli. Nessuno dubita dell'impegno di Brown o dell'amore e della fedeltà di sua moglie Sarah (che a Brighton l'aveva chiamato con passione "il mio eroe"), ma gli errori sono qui davanti a tutti». Secondo il grande quotidiano popolare il governo ha fallito un po' in tutto: nella lotta alla criminalità, nella battaglia contro l'immigrazione clandestina, nel servizio pubblico, nell'istruzione. Non è un caso - secondo il giornale - che dopo dodici anni di laburismo la Gran Bretagna sia ufficialmente il Paese peggiore dove un bambino possa crescere. Senza contare l'imperdonabile errore di una guerra non voluta che ha portato troppe vittime e l'insostenibile protagonismo di due amici-nemici, Blair e Brown, che con le loro baruffe chiozzotte hanno spesso paralizzato l'azione di un governo già in forte difficoltà. «Sono convinto che dai giornali la gente si aspetti soprattutto delle notizie - è stato il commento seccato di Brown all'offensiva del Sun - è la gente a decidere le elezioni e io non mi sveglio ogni mattina chiedendomi che cosa i giornali scriveranno di me». Una furiosa difesa d'ufficio che però non riesce a nascondere del tutto il disappunto per le critiche rivolte dai media a questo governo. Nel giorno del suo intervento il premier ce l'aveva messa tutta per convincere gli elettori che il partito poteva ancora compiere la sua «missione impossibile», vincere il suo quarto mandato, con un programma a volte fortemente sbilanciato a sinistra e incentrato sul rafforzamento del servizio pubblico, sull'aumento del salario minimo e il sostegno alle famiglie in difficoltà. E a suo fianco era sceso in campo perfino il leader degli U2 Bono dichiarando che il leader laburista «è un grande attivista contro la povertà». I delegati gli avevano riservato un'incoraggiante ovazione, ma il giudizio dei giornali si è rivelato ancora una volta senz'appello. «Brown è un morto che cammina» aveva titolato il quotidiano londinese Evening Standard nel riportare i risultati dell'ultimo sondaggio che davano il Labour come terzo partito. «Non ci lasceremo maltrattare, anzi questo è il momento di controbattere e reagire - ha replicato il viceleader laburista Harriet Harman commentando la defezione del Sun - se c'è una cosa di cui questo giornale non sa assolutamente nulla è proprio della materia di cui mi occupo: le pari opportunità e l'eguaglianza. Se si occupa dei diritti delle donne lo fa nelle brevi», ha concluso sarcastica. E mentre Brown sottolinea di essere certo che i lettori del Sun baderanno più alla sostanza del suo programma che alle prese di posizione ufficiali del giornale, il leader dell'opposizione Cameron gongola per l'inversione di tendenza del quotidiano, sebbene l'appoggio al suo partito non sia stato ancora formalizzato. «I Tories devono fare di più per guadagnarsi la nostra fiducia» dichiarano al Sun e non c'è dubbio che gli uomini di Cameron si stiano già dando da fare.
Londra - Povero Gordon Brown, perfino il Sun lo abbandona. Gli echi della sua polemica televisiva con il giornalista della Bbc Andrew Marr a proposito di una domanda inopportuna sulla sua salute non si sono ancora spenti che il premier è costretto ad affrontare un'altra grana mediatica. Sebbene sia apparso in buona forma al congresso annuale di Brighton, il suo intervento di martedì non ha convinto un grande supporter dei laburisti come il tabloid popolare The Sun che dopo 12 anni di fedele sostegno ha deciso di ripassare dalla parte dei conservatori. E in un dossier in formato poster gigante ieri il quotidiano elencava una dopo l'altra le ragioni che l'hanno costretto a una decisione sicuramente non indolore. «Dodici anni fa il paese aveva bisogno di cambiare un governo diviso ed esausto - spiega l'editoriale del giornale - e oggi ci risiamo. Il Labour ha perso la sua strada, adesso ha perso anche il nostro appoggio». È una critica feroce quella del Sun, appassionata quanto lo fu l'innamoramento per il Tony Blair dei primi tempi di governo. Colui che aveva promesso che le cose potevano andare solo meglio e che alla fine non ha tenuto fede a gran parte degli impegni presi. «La storia laburista di questi ultimi anni è una lunga serie di fallimenti - afferma il Sun - accompagnata da interferenze sempre più vaste da parte del governo nella vita dei singoli. Nessuno dubita dell'impegno di Brown o dell'amore e della fedeltà di sua moglie Sarah (che a Brighton l'aveva chiamato con passione "il mio eroe"), ma gli errori sono qui davanti a tutti». Secondo il grande quotidiano popolare il governo ha fallito un po' in tutto: nella lotta alla criminalità, nella battaglia contro l'immigrazione clandestina, nel servizio pubblico, nell'istruzione. Non è un caso - secondo il giornale - che dopo dodici anni di laburismo la Gran Bretagna sia ufficialmente il Paese peggiore dove un bambino possa crescere. Senza contare l'imperdonabile errore di una guerra non voluta che ha portato troppe vittime e l'insostenibile protagonismo di due amici-nemici, Blair e Brown, che con le loro baruffe chiozzotte hanno spesso paralizzato l'azione di un governo già in forte difficoltà. «Sono convinto che dai giornali la gente si aspetti soprattutto delle notizie - è stato il commento seccato di Brown all'offensiva del Sun - è la gente a decidere le elezioni e io non mi sveglio ogni mattina chiedendomi che cosa i giornali scriveranno di me». Una furiosa difesa d'ufficio che però non riesce a nascondere del tutto il disappunto per le critiche rivolte dai media a questo governo. Nel giorno del suo intervento il premier ce l'aveva messa tutta per convincere gli elettori che il partito poteva ancora compiere la sua «missione impossibile», vincere il suo quarto mandato, con un programma a volte fortemente sbilanciato a sinistra e incentrato sul rafforzamento del servizio pubblico, sull'aumento del salario minimo e il sostegno alle famiglie in difficoltà. E a suo fianco era sceso in campo perfino il leader degli U2 Bono dichiarando che il leader laburista «è un grande attivista contro la povertà». I delegati gli avevano riservato un'incoraggiante ovazione, ma il giudizio dei giornali si è rivelato ancora una volta senz'appello. «Brown è un morto che cammina» aveva titolato il quotidiano londinese Evening Standard nel riportare i risultati dell'ultimo sondaggio che davano il Labour come terzo partito. «Non ci lasceremo maltrattare, anzi questo è il momento di controbattere e reagire - ha replicato il viceleader laburista Harriet Harman commentando la defezione del Sun - se c'è una cosa di cui questo giornale non sa assolutamente nulla è proprio della materia di cui mi occupo: le pari opportunità e l'eguaglianza. Se si occupa dei diritti delle donne lo fa nelle brevi», ha concluso sarcastica. E mentre Brown sottolinea di essere certo che i lettori del Sun baderanno più alla sostanza del suo programma che alle prese di posizione ufficiali del giornale, il leader dell'opposizione Cameron gongola per l'inversione di tendenza del quotidiano, sebbene l'appoggio al suo partito non sia stato ancora formalizzato. «I Tories devono fare di più per guadagnarsi la nostra fiducia» dichiarano al Sun e non c'è dubbio che gli uomini di Cameron si stiano già dando da fare.
Matrimoni
Perché l’islam ufficiale legittima i matrimoni con le minori di Maurizio De Santis
Lo scorso anno, il teologo marocchino Cheikh Maghraoui, giustificò i matrimoni fra adulti e bambine. Colti da intestinale imbarazzo, i “dialogatori” nostrani sdrammatizzarono, rilevando come ci si riferisse ad una teologia al tramonto. Non paghi, precisarono quanto fosse meglio parlare di “minori”, piuttosto che di “bambini”. Come se maritare una ragazzina di 13 anni fosse accettabile per la “nostra” civiltà, che qualifica come “ragazze”, donne che hanno palesemente superato le 35 primavere. Ma tant’è. Ounni soit qui mal y pense… Ora, è successo che domenica 14 settembre, il succitato islamista, dal suo sito cheikh Mohamed ben Abderrahman Al-Maghraoui, ha ribadito ai fedeli musulmani il permesso di sposare “ragazze” musulmane minori, ancorché di solo 9 anni. All’immancabile lamento degli europoidi scandalizzati, ha risposto: “Il matrimonio di “ragazze” dell'età di 9 anni non è vietato. E questo perché gli hadith (resoconti che riportano un atto o una parola del Profeta), attestano che il Profeta, all'età di 52 anni, sposò Aisha. Che di anni ne aveva soltanto 6 (o 7 per alcuni interpreti ottimisti). E che con essa ebbe rapporti sessuali una volta raggiunta l'età di 9 anni”. Cheikh Maghraoui, ha snocciolato le imprescindibili fonti, in Sacro Arabo Chiaro: Sahih Bukhari 5:58: 234, 5:58: 236, 7:62: 64, 7:62: 65, 7:62: 88Sahih Muslim 8:3309, 8:3310, 8:3311Sunnan Abu Dawud 41:4915, 41:4917 Maometto è “modello virtuoso” (Corano dixit), che i retti musulmani dovrebbero imitare. Anche impalmando “ragazze” dai 9 ai 13 anni. Dall’alto del proprio “superiority complex”, i multiculturalisti di scuola “Metropoli” (braccio delatorio dell’italiota medio, con uscita domenicale, targato La Repubblica), ci hanno sempre assicurato che tali costumanze ci scandalizzano perché non sappiamo porci dal punto di vista dell’”altro”. Incapaci di dialogare (noi…). Hai voglia a festeggiare, su “Metropoli”, matrimoni misti fra musulmani e non islamici. Obliando, volutamente, il dettaglio che i convertiti siano sempre “gli altri”. Mai i musulmani. Perché, in casa “La Repubblica”, sanno bene che parlare di un matrimonio con protagonista un musulmano apostata significherebbe maledirlo. Egli cesserebbe di vivere in pace, esponendosi ad un’esistenza prossima a quella di un pentito di mafia. Ma questo è poco “multiculturale”. Meglio omettere… Dunque silenzio anche sulle migliaia di famiglie poligame. O sui matrimoni combinati. E, semmai se ne parlasse, farlo sempre presentandone i lati positivi (tranquilli, in redazione sono capaci di trovarne, anche nella poligamia). Sono le stesse menti che palesano “bocche a cul di gallina”, non appena si verificano tragedie poco multiculturali come quelle di Hijna e Sanaa. O paradossi clamorosi come quello della scuola Pisacane, ridotta ad essere un Istituto ghetto da un manipolo di “multiculturalisti a senso unico”, bravissimi nell’intento di far scappare tutti i genitori dei bambini italiani. Ovviamente, tutti razzisti!
Lo scorso anno, il teologo marocchino Cheikh Maghraoui, giustificò i matrimoni fra adulti e bambine. Colti da intestinale imbarazzo, i “dialogatori” nostrani sdrammatizzarono, rilevando come ci si riferisse ad una teologia al tramonto. Non paghi, precisarono quanto fosse meglio parlare di “minori”, piuttosto che di “bambini”. Come se maritare una ragazzina di 13 anni fosse accettabile per la “nostra” civiltà, che qualifica come “ragazze”, donne che hanno palesemente superato le 35 primavere. Ma tant’è. Ounni soit qui mal y pense… Ora, è successo che domenica 14 settembre, il succitato islamista, dal suo sito cheikh Mohamed ben Abderrahman Al-Maghraoui, ha ribadito ai fedeli musulmani il permesso di sposare “ragazze” musulmane minori, ancorché di solo 9 anni. All’immancabile lamento degli europoidi scandalizzati, ha risposto: “Il matrimonio di “ragazze” dell'età di 9 anni non è vietato. E questo perché gli hadith (resoconti che riportano un atto o una parola del Profeta), attestano che il Profeta, all'età di 52 anni, sposò Aisha. Che di anni ne aveva soltanto 6 (o 7 per alcuni interpreti ottimisti). E che con essa ebbe rapporti sessuali una volta raggiunta l'età di 9 anni”. Cheikh Maghraoui, ha snocciolato le imprescindibili fonti, in Sacro Arabo Chiaro: Sahih Bukhari 5:58: 234, 5:58: 236, 7:62: 64, 7:62: 65, 7:62: 88Sahih Muslim 8:3309, 8:3310, 8:3311Sunnan Abu Dawud 41:4915, 41:4917 Maometto è “modello virtuoso” (Corano dixit), che i retti musulmani dovrebbero imitare. Anche impalmando “ragazze” dai 9 ai 13 anni. Dall’alto del proprio “superiority complex”, i multiculturalisti di scuola “Metropoli” (braccio delatorio dell’italiota medio, con uscita domenicale, targato La Repubblica), ci hanno sempre assicurato che tali costumanze ci scandalizzano perché non sappiamo porci dal punto di vista dell’”altro”. Incapaci di dialogare (noi…). Hai voglia a festeggiare, su “Metropoli”, matrimoni misti fra musulmani e non islamici. Obliando, volutamente, il dettaglio che i convertiti siano sempre “gli altri”. Mai i musulmani. Perché, in casa “La Repubblica”, sanno bene che parlare di un matrimonio con protagonista un musulmano apostata significherebbe maledirlo. Egli cesserebbe di vivere in pace, esponendosi ad un’esistenza prossima a quella di un pentito di mafia. Ma questo è poco “multiculturale”. Meglio omettere… Dunque silenzio anche sulle migliaia di famiglie poligame. O sui matrimoni combinati. E, semmai se ne parlasse, farlo sempre presentandone i lati positivi (tranquilli, in redazione sono capaci di trovarne, anche nella poligamia). Sono le stesse menti che palesano “bocche a cul di gallina”, non appena si verificano tragedie poco multiculturali come quelle di Hijna e Sanaa. O paradossi clamorosi come quello della scuola Pisacane, ridotta ad essere un Istituto ghetto da un manipolo di “multiculturalisti a senso unico”, bravissimi nell’intento di far scappare tutti i genitori dei bambini italiani. Ovviamente, tutti razzisti!
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