giovedì 4 giugno 2009

Il vuoto nella mente

Comizio a bologna: «Immigrazione, bene la legge della toscana». Franceschini sceglie l'arma dell'attacco: «Berlusconi racconta balle da 15 anni». Malpensa, bollo auto, emergenza rifiuti e riduzione dei parlamentari. «Avete visto qualcuno raccogliere firme?»

BOLOGNA
- Dal palco di piazza Maggiore a Bologna, il segretario del Pd Dario Franceschini «alza la voce» contro il presidente del Consiglio. Silvio Berlusconi, dice, «racconta balle da 15 anni, promette cose mirabolanti prima delle elezioni per poi tradirle». Franceschini fa un piccolo elenco, citando Malpensa, oggi «un aeroporto fantasma», il taglio delle risorse per il Sud come «ringraziamento per i voti» presi e l'annuncio dato nell'ultimo giorno della campagna elettorale dell'anno scorso sull'eliminazione del bollo auto. «L'ultimo giorno ha sempre un coniglio - ironizza il segretario Pd -, vediamo domani...». La requisitoria non si ferma: «Non solo si raccontano balle prima e poi si fa scendere il silenzio», dice, facendo riferimento alla vicenda dei rifiuti di Napoli («che ci sono ancora») e all'emergenza scoppiata in questi giorni a Palermo («dove bruciano i cassonetti, ma siccome è una città governata dalla destra le telecamere non devono vedere»).

RIDUZIONE PARLAMENTARI - Ora, sostiene Franceschini, «le promesse si tradiscono già prima», come nel caso della promessa del taglio dei parlamentari alla quale i democratici hanno risposto, ricorda il segretario, avanzando una proposta che non è stata accolta. «Ma voi queste firme le avete mai viste raccogliere?» chiede Franceschini alla piazza, invocando un ritorno alla «serietà». Un'altra balla di Berlusconi, aggiunge, è «che mi hanno lasciato solo. Nel Pd siamo una squadra, ci sentiamo tutti i giorni. I nostri elettori, del resto, sono stanchi di litigiosità: dobbiamo parlare con una voce sola. Ogni giorno vengo attaccato dagli altri partiti dell'opposizione, ma non rispondo. Smettiamo di toglierci voti, il nostro avversario si chiama destra». Sul palco, con il segretario del Pd, Flavio Delbono e Beatrice Draghetti, candidati rispettivamente a sindaco e a presidente della Provincia e i candidati alle europee Vittorio Prodi e Salvatore Caronna.

IMMIGRAZIONE, TOSCANA ESEMPIO - Franceschini ha parlato dell'immigrazione, dicendo che la legge approvata dalla Regione Toscana, e tanto avversata dalla destra e dallo stesso Berlusconi, è «un buon esempio di come si può affrontare questo tema in maniera costruttiva e concreta». «La Toscana ha infatti scelto di rafforzare diritti e doveri dei tanti immigrati legali, venuti nel nostro paese per lavorare - spiega -. La loro integrazione, il dialogo tra culture diverse, sono la condizione migliore perché gli immigrati siano i nostri alleati più forti nella lotta alla criminalità e all'illegalità. Questo assieme a un segno di solidarietà e di umanità che non significa spalancare le porte a tutti, come dice la destra, ma garantire un trattamento civile e il rispetto dei più elementari diritti umani. In questo senso l'esperienza della Toscana è importante e può essere d'esempio anche per le altre regioni».

SHOW DI LAURA PEREGO - Durante il comizio di Franceschini c'è stato un fuoriprogramma: uno show della pornostar Laura Perego (nota per le sue incursioni alla Borsa di Milano e all'ultima edizione di Sanremo). La donna seminuda è comparsa urlando sotto il palco di piazza Maggiore, interrompendo il discorso di Franceschini. In bikini nero, aveva sui seni le scritte "PD 24%" e "PDL 43%". Ha urlato «vergogna» e poi si è stesa a terra fingendo un malore. Quindi è stata allontanata dalle forze dell'ordine, che hanno chiamato un'ambulanza. Franceschini si è fermato, ma poi intuendo che si trattava di una performance, ha ironizzato: «Ha avuto un momento di gloria anche lei». Rischia una denuncia per atti osceni e per turbativa di manifestazione elettorale.

Veltroni

... e dopo l'accorato appello di Prodi sulla qualità democratica, ecco quello di Veltroni contro la destra violenta (???).

Rispunta Veltroni: votare Pd contro la destra violenta

Dopo un lungo silenzio, Walter Veltroni è riapparso sulla scena politica mentre trascorrono le ultime ore di campagna elettorale. E lo ha fatto via Facebook, rivolgendo un appello agli elettori di centrosinistra: andate a votare o questo Paese diventerà “violento”, colpa della destra che ha creato crisi profonde. “Per questo nostro grande e sfortunato Paese il Partito democratico è la principale speranza”, ha detto Veltroni dal momento che “non è solo il mondo a guardarci con preoccupazione e disagio. È la sensazione che vive ciascun italiano, chiunque ami davvero la sua Patria”. L'appello via Facebook - L’ex segretario del Pd ripercorre la storia di un’Italia che più volte ha rischiato di cadere nel burrone della violenza, perché di fronte ad una minaccia come quella rappresentata dalla destra non c’è stata una risposta elettorale. “E così si sono vissute stagioni politiche che, specie nelle loro fasi conclusive, hanno prodotto crisi profonde. Crisi sociali e crisi del modo di pensare. Spesso una eclisse di quei valori: il senso di solidarietà, la rettitudine, il talento, l'operosità, la generosità individuale e collettiva che hanno accompagnato i momenti migliori della nostra storia nazionale, a cominciare dalla ricostruzione. Una società fondata sull'egoismo è una società violenta. La destra sta edificando un Paese violento”. "Ritroviamo le virtù civili" - “La destra – ha rincarato la dose Veltroni - sta edificando un paese violento. Violenza reale, mai così diffusa. E violenza nei rapporti tra le persone. Il Paese è tornato a vivere nell'odio e la frantumazione di ogni rete di relazione tra giovani e anziani, tra italiani e immigrati, tra deboli e forti, tra Nord e Sud, spezza l'anima migliore della nostra Italia”. “Non so quanto tempo ci vorrà, ogni giorno che passa così è un giorno perduto per le nuove generazioni, ma il Paese girerà pagina”, è invece l’augurio che cerca di trasmettere in particolare ai giovani, prendendo in prestito il riformismo alla Barack Obama. Il riformismo, “l'unica soluzione perchè questo Paese ritrovi le virtù civili e il senso di giustizia che oggi appaiono sepolte. Ma il riformismo non è una etichetta falsificabile”. Al contrario “è coerenza, è coraggio del cambiamento, è sfida ad un vecchio mondo. Ed è, soprattutto, una grande strategia. Un progetto politico che deve vivere nella società”. "Al primo posto gli interessi generali" - L’ex sindaco di Roma ha pronta la ricetta per superare il disagio. L’Italia “avrebbe bisogno di un patto tra produttori per garantire la crescita e il lavoro. Avrebbe bisogno di politici capaci di mettere al primo posto gli interessi generali e, così, di riformare insieme le istituzioni e renderle ciò che oggi non riescono ad essere fino in fondo”. Sembra di rileggere il discorso tenuto a Torino quando annunciò la sua candidatura alla leadership del neonato Partito democratico. La fine della storia è risaputa.

Altra stupidità

Attacco incendiario a Casapound, Nella notte appiccato fuoco alla porta. Nessun ferito, il leader Vigliani fugge dalla finestra

Incendio doloso alla sede di Casapound Bologna. Il fuoco è stato appiccato questa notte, dopo le 4.30, alla porticina di legno esterna: all’interno della sede, che si trova in piazza di porta Castiglione, c’erano il leader di Casapound Alessandro Vigliani e la sua fidanzata, incinta di quattro mesi. Nessuno dei due è rimasto ferito: Vigliani infatti si è accorto subito del fuoco, ha gettato sulle fiamme un secchio d’acqua e poi i due si sono calati dalla finestra: la ragazza, forse a causa del fumo respirato, è stata portata al S.Orsola e i medici le hanno dato una prognosi di sei giorni. A dare l’allarme alla Polizia è stato lo stesso Vigliani, che ha chiamato il 113 alle 4.50: il 30enne a quell’ora si è alzato per andare a bere in cucina e, dalla finestra, ha visto una luce all’esterno. Sapendo che la lampadina fuori era rotta, Vigliani ha subito pensato a un cortocircuito: invece, hanno poi scoperto gli inquirenti, qualcuno ha volontariamente appiccato il fuoco alla porta esterna di legno. Sul pianerottolo davanti alla porta di legno, infatti, sono stati trovati scampoli di stoffa e i resti di una tanica di plastica che, dicono gli inquirenti, presumibilmente conteneva liquido infiammabile. I danni sono limitati alla porta di legno, alla facciata esterna e alla tettoia in plexiglas che sta sopra la porta. Le fiamme sono state spente dagli agenti del 113 che, appena arrivati sul posto, hanno utilizzato gli estintori a disposizione sulle volanti, oltre a un tubo dell’acqua trovato nel giardino. Poco dopo sono arrivati anche i Vigili del fuoco.

La stupidità...

... delle convertite italiane. Tutto è cominciato con questo post. Due convertite hanno risposto. Poi, la discussione è continuata in quest'altro post e di convertita che scriveva cazzate ne è rimasta una sola. E infine, la discussione continua qui. Si parla di integrazione (che non esiste), di pedofilia, di adulterio, di lapidazione e di omosessualità. Consiglio di seguire soprattutto i commenti di Marzia. Le sono state poste delle specifiche domande...

Quando...

... Dio ti dice persino dove, come e quando depilarti...
Domanda: Una donna durante il suo ciclo mestruale può depilarsi gambe e ascelle
Risposta: Sì, non è necessario aspettare la fine del ciclo mestruale.
Domanda: volevo chiedervi ma la depilazione vale solo per una donna sposata vero?
Risposta: No, vale per tutti i musulmani maturi, maschi e femmine, sposati e non sposati, per ascelle e pube.
Domanda: quindi prima del giorno delle nozze la donna deve depilarsi per forza la parte intima? ho letto una volta un hadith del profeta ss che diceva che era importante per una donna la rasatura del pube.
Risposta: Non solo prima del giorno di nozze e non solo per le donne; è Sunnah rimuovere i peli da ascelle e pube: è raccomandato rimuoverli una volta a settimana (il giorno migliore è Venerdì), preferibile non superare comunque i 15 giorni, mentre superare i 40 giorni è proibitivamente riprovevole (makruh tahriman) e peccato, per cui sia per gli uomini che per le donne è necessario radere i peli di pube e ascelle almeno ogni 40 giorni.

Di Pietro e le europee

Mi ha scritto Tonino di Gianluca Perricone

... Ho tirato un sospiro di sollievo: Antonio Di Pietro ha scritto anche a me! La missiva, firmata da “Noi dell’Italia dei Valori”, l’avevano ricevuta in tanti: fino a quando non l’ho trovata nella mia cassetta postale, mi sembrava di morire. Che ho fatto di male, mi chiedevo, ce l’ha con me quell’uomo perché collaboro con Giustizia Giusta e l’Opinione? O forse perché non faccio follie per Marco Travaglio e le sue velinate?Avevo appena appreso dal sito Internet del Di Pietro il suo grido di battaglia: «Io mi sento un partigiano della nuova resistenza». La cosa mi aveva fatto piacere e sorridere al tempo stesso: ve lo immaginate Tonino, sulle montagne, armato di fucile, a combattere per una (che sia una) causa? Fino al trattore ci possiamo anche stare, ma ad immaginarmelo combattente in mezzo ai boschi delle alture italiche, proprio non ci riesco.Esco per andare all’edicola, e, al rientro, ecco la sorpresa: nella buca delle lettere la missiva dell’IdV firmata dal presidente-padrone: l’emozione ha la meglio sulla mia già debole psiche. Mi scrive, mi conosce (o, almeno, conosce il mio indirizzo), sostanzialmente vorrebbe il mio voto (ma questo è un altro discorso). Apro la busta e scopro, prima di tutto, che «l’obiettivo dell’Italia dei Valori per l’Italia è: tornare in Europa». Certo, scritto da chi, dalle parti del Parlamento europeo c’è stato assai poco nel corso della legislatura che sta per finire, non è un buon inizio ma lascia sperare: almeno si viene a sapere che, nelle intenzioni, il Nostro ha voglia di ritornare a lavorare (a Strasburgo).E poi si viene a scoprire, ad esempio, che Di Pietro è per l’eolico, il solare, la raccolta differenziata, e che si batterà per l’inserimento della “conoscenza obbligatoria di una seconda lingua fin dall’infanzia” (che detto da colui che ha trasformato la grammatica italiana in una fantasmagoria è tutto un programma…). Apprendo inoltre, tramite la medesima missiva, che dall’Europa “provengono ogni anno miliardi di finanziamenti che nel nostro Paese finiscono in larga parte nelle tasche della criminalità organizzata, di lobby economiche e dei partiti”. Ed ecco il Tonino che più ci piace, quello che spara sugli altri per non rimanere colpito da qualche proiettile vagante: “Occorrono trasparenza ed onestà nella gestione dei finanziamenti, e servono anche persone che abbiano volontà di cambiare le cose”. Da tutto questo ho provato a dedurre che: 1- Antonio Di Pietro è a conoscenza che criminalità organizzata, lobbies (lobby è singolare, caro Tonino…) e partiti incassano illecitamente i finanziamenti europei e non lo ha mai denunciato; 2- Antonio Di Pietro ammette il proprio fallimento come deputato europeo, considerando il fatto che è ancora alla ricerca di qualcuno che abbia la “volontà di cambiare le cose”; 3- Antonio Di Pietro, proprio lui, chiede (agli altri, naturalmente…) “trasparenza ed onestà nella gestione dei finanziamenti”. Infine la chicca, il punto 10 della missiva di cui sopra, laddove viene espressamente richiesta “l’applicazione delle sentenze europee entro 60 giorni dalla loro approvazione”: che il Nostro si riferisse alle condanne che l’Italia ha beccato per i vari ritardi e per le goffaggini commessi dagli ex colleghi del Di Pietro? “Tornare in Europa”? Ma non sarebbe meglio tornarsene a Montenero di Bisaccia e, magari, una volta per tutte?

Politically correctness

Obama al Cairo: "l'Islam fa parte dell'America"

Nel giorno che da molti è stato definito quello dalla riconciliazione con l’Islam Barack Obama ribadisce la sua convinzione che è necessario «un nuovo inizio» nei rapporti tra Stati Uniti e musulmani «basato sul rispetto reciproco e sull'interesse reciproco». Ma non manca di ribadire alcuni punti fermi dell’azione americana. «Sono qui per cercare un nuovo inizio - ha detto Obama nel suo intervento -. Dobbiamo fare uno sforzo per rispettarci a vicenda. Non siamo in contrapposizione, possiamo arricchirci a vicenda. Certi cambiamenti non avvengono in un giorno, ma dobbiamo provarci». «Gli eventi in Iraq - ha detto ancora Obama che all'inizio del discorso ha citato anche il colonialismo, la guerra fredda e la globalizzazione come cause di divisione dell'Islam e dell'Occidente - hanno ricordato all'America la necessità di usare la diplomazia e creare consenso internazionale per risolvere i nostri problemi ogni volta che è possibile». E’ necessario superare gli stereotipi da entrambe le parti, ha ribadito Obama sia quelli dell'Occidente nei confronti dell'Islam, ma anche quelli nei confronti dell'America. «Perché siamo una società che nasce dalla ribellione ad un impero - ha detto il presidente Usa -, una nazione in cui tutti hanno la possibilità di realizzare se stessi. C'è un pezzo di mondo musulmano in America e noi abbiamo sempre fatto di tutto per difenderne le prerogative e i diritti. In ognuno dei nostri Stati, ad esempio, c'è una moschea». Il presidente degli Usa ha però messo alcuni punti fermi. La lotta al terrorismo è inevitabile. E la netta distinzione tra la caccia agli estremismi e una guerra all'Islam che non c'è. L'intervento militare in Afghanistan, ha detto, è stato inevitabile. Diversamente quello in Iraq, «che è stata una scelta» e che «è stato contestato anche nel nostro Paese». E' molto meglio oggi la vita senza Saddam Hussein, ha sottolineato Obama, ma ha anche ribadito la necessità di un Iraq libero che vada avanti con le proprie gambe e per questo gli Usa ritireranno tutte le truppe entro il 2012, senza lasciare nel Paese alcuna base militare. Obama riapre poi la questione del rapporto tra israeliani e palestinesi per superare la violenza del conflitto mediorientale. Israele, ha detto il capo della Casa Bianca, deve accettare l'esistenza di uno stato palestinese e viceversa Hamas deve riconoscere l'esistenza di Israele. «Ci sono già state troppe lacrime» ha detto Obama. Il presidente Usa ha poi contestato apertamente, in un passaggio sottolineato dagli applausi, la necessità che Gerusalemme interrompa la politica degli insediamenti. E ha ricordato le difficoltà della vita nei campi profughi e nelle zone occupate dall'esercito israeliano. Ma ha esortato i palestinesi ad interrompere da subito la violenza: «Lanciare razzi che uccidono bambini che dormono o donne che salgono su un autobus non è segno di potere». Obama ha toccato poi la questione del nucleare iraniano, smorzando i toni del confronto e sostenendo che nessuna nazione dovrebbe interferire sulle scelte energetiche degli altri. «L'Iran - ha precisato - dovrebbe avere accesso al nucleare pacifico, ma deve aderire al Trattato di non-proliferazione». Il confronto sul controverso programma nucleare iraniano è in ogni caso «a una svolta decisiva».

Il salvatore...

La forza del dialogo

Mai una missio­ne nel Medio Oriente di un presidente de­gli Stati Uniti aveva calami­tato tante speranze ed era stata caricata di tante aspet­tative. A Barack Obama, che in meno di 48 ore visita due soli paesi, Arabia Saudi­ta ed Egitto, tradizionali al­leati di Washington, tutti hanno qualcosa da chiede­re. Esiste poi il motivato ti­more che molti siano pron­ti a piegare le sue parole, in­dividuandovi le coordinate di sempre: più amico degli arabi e meno amico di Isra­ele, o viceversa. Errore grave, perché Oba­ma ha già anticipato quel che dirà oggi all'università del Cairo: volontà di dialo­gare con tutti, rinuncia all' imposizione ma appello al­la condivisione di valori che sono universali, come la libertà, i diritti umani e una democrazia che, ger­mogliando su basi culturali diverse, educhi al rispetto dell'altro. Messaggio sem­plice ma assai importante, perché non è rivolto alle passioni, alle appartenen­ze, ma va diritto alle menti di tutti i protagonisti: mo­derati ed estremisti. Parlare alla mente può essere più incisivo e deva­stante di una guerra. Quin­di non stupisce, anzi era quasi scontato che dalle ca­tacombe della ragione si al­zassero le minacce registra­te del redivivo Osama bin Laden, capo-terrorista a co­mando, contro Barack Oba­ma, appena giunto a Riad, accusato di «spargere i se­mi dell'odio». Ben sapendo che l'appello del presidente Usa punta a prosciugare le cause che, nel passato, ave­vano consentito di far lievi­tare proprio il fronte dell' odio. Obama non è paragona­bile al filo-arabo Jimmy Car­ter, che benedisse la pace di Camp David tra Israele ed Egitto ma poi favorì il rientro in Iran di Khomei­ni, diventando alla fine la vittima politica della stessa rivoluzione degli ayatollah. Non è Bill Clinton, che pen­sava con frettolosa determi­nazione di risolvere tutti i conflitti del Medio Oriente (dagli accordi di Oslo al fal­lito vertice di Ginevra con il presidente siriano Hafez el Assad, fino al fiasco di Camp David con il premier israeliano Barak e Arafat). Non è ovviamente Bush jr. ma non somiglia neppure a Bush padre, che nel '91, per costringere Israele a parte­cipare alla conferenza di pa­ce di Madrid, non esitò a ri­correre ad un quasi-ricatto finanziario, negando le ga­ranzie su un prestito di 10 miliardi di dollari. Al contrario, Obama pun­ta tutto sulla diplomazia: «Che - sono sue parole - ha tempi lunghi, lenti, ma si­curamente proficui. Non si possono mai avere risultati immediati». Vale per il con­gelamento degli insedia­menti, per rilanciare la for­mula dei «Due stati», nono­stante l'opposizione del pre­mier israeliano Netaniahu. Vale per l'Iran di Ahmadi­nejad e le sue ambizioni nu­cleari offensive. Che la for­za del dialogo, coniugata con la determinazione a combattere chi lo rifiuta, ri­sulti vincente si vedrà. Ma alla richiesta dello scrittore e accademico egi­ziano Ezzedine Choukri Fishere dalle colonne di «Al Ahram weekly» («Lei non ha bisogno di visitare moschee, di partecipare a celebrazioni esotiche, di ab­bracciare leader religiosi. Se vuole conquistare i no­stri cuori conquisti prima le nostre menti»), Barack Obama ha già risposto. E' quel che si propone di fare.

Antonio Ferrari

Il bluff di Obama di Carlo Panella

Il presidente americano non lo sa neanche, ma l'università di al Azhar da cui ha improvvidamente deciso di lanciare un messaggio di pace all'Islam, è il simbolo stesso del fallimento della sua iniziativa propagandistica. Per i teologi di al Azhar, infatti, chi pubblicamente abbandona l'Islam è apostata e va ucciso. Punto. Questo è l'Islam ''moderato'' a cui Obama si rivolge senza averlo studiato, capito, analizzato. Tutta fuffa, al solito, tutto buonismo, tutto politically correct. Le sue ci si può scommettere, saranno parle alte e ben dette. Ma non scalfirà nulla di una realtà che vede lo stato palestinese impossibile non perché Nethanyau non vuole, ma perché Hamas e al fatah si massacrano già oggi e domani, controllandolo si massacrerebbero ancora di più; che vede l'Iran preparare l'atomica non solo per distruggere Israele, ma anche per destabilizzare tutti i paesi sunniti del Golfo e oltre; che vede il genocida sudanese Omar al Beshir ricevuto ovunque nei paesi musulmani come un eroe, solo e proprio perché l'Onu l'ha incriminato per reati contro l'umanità. A tutto questo Obama non darà nessuna risposta: parlerà di buoni sentimenti, farà un figurone. Poi, quando finalmente prenderà atto della realtà, combinerà i suoi guai, come e peggio di Bush.

Un prete

Il prete che vuole fucilare Vespa, Feltri e Giordano di Michele Brambilla

Dev’esserci del vero nella Chiesa, diceva Nietzsche, se è sopravvissuta ai suoi preti. Come dargli torto. Almeno finora, è sopravvissuta perfino a don Franco Scarmoncin, parroco di Mandriola, frazione di Albignasego in provincia di Padova.Don Scarmoncin è un anti-berlusconiano. Ma per carità. Ci mancherebbe. Non è quello il punto: ciascuno può pensarla come vuole, specie in politica. È che quest’uomo, che ha 68 anni ma smanetta su Internet come un ragazzino, non si capisce per quale ragione faccia il prete, o meglio per quale ragione continui a fare il prete, visti gli argomenti che tratta e i toni che usa. Sul suo bollettino parrocchiale - Comunità Mandriola, sul web all’indirizzo www.mandriola.org - non c’è traccia dell’Onnipotente e della Vergine, di confessioni e comunioni, di processioni e di novene. C’è, al contrario, un’alluvione di politica, sotto forma di invettive, insulti, minacce.Esageriamo? Prendiamo l’ultimo numero, datato 24 maggio. Il tema del bollettino è «Il debito pubblico». Interessante. Proprio il tema che si aspetta di veder trattato chi si approccia alla Chiesa cercando risposte sul mistero della vita, della morte e dell’esistenza di Dio. Don Scarmoncin comincia dando i numeri del deficit. Poi prosegue dando i numeri e basta. «L’unico che in questi 15 anni ha tentato di mettere riparo al debito pubblico è stato il Governo Prodi, tanto vituperato e mandato a casa, perché troppo statico», scrive. Resa giustizia a Prodi, il don comincia a randellare l’attuale premier: «A volte qualcuno è proprio malato e ha dei problemi personali molto seri... ma non ha il coraggio, la decenza, l’onestà di ammetterlo, come fa chi ci governa. Per novembre il Presidente Berlusconi farà il miracolo di dare a tutti i terremotati una nuova casa. Come possa dire “balle” talmente enormi e trovare ancora gente che gli creda... solo Dio lo sa! E solo Dio sa come fa andare avanti ancora l’Italia, con una situazione economica così incerta e traballante: in mano alla mafia, con una Giustizia che non giudica, con una amministrazione che solo per aprire un contatore del gas ti chiede 10 centimetri di carte...» e via di seguito con un rosario di misteri dolorosi, che arriva fino ai 105 morti a Linate, che sono del 2001 ma che il parroco di Mandriola scarica, tanto per non sbagliare, sulla coscienza dell’attuale governo.La situazione è talmente disastrosa che don Franco giunge addirittura a «non augurarsi» che «un domani, alle prossime elezioni» possa vincere la sinistra: la quale, poveretta, si troverebbe a gestire «un cumulo di macerie». Meglio continuare a restare nella melma, per poter dare la colpa al centrodestra. Ossessione anti-berlusconiana? Ma no. Il parroco assicura che non è un fatto personale con il premier: «Non me la prendo con il Capo del Governo, lui fa il suo mestiere di imprenditore interessato a difendere le sue proprietà, opportunista venditore di fumo, megalomane psicopatico, barzellettiere e “ballista” come pochi altri... Dovrebbe stare in galera e invece ce lo troviamo Capo del Governo... Non me la prendo con lui. Me la prendo con tutti i tirapiedi, i leccacu... gli omuncoli obbedienti prostrati ai suoi piedi, i professionisti dell’adulazione e del servilismo più abietto, i contorsionisti manipolatori della verità, bieche figure di immoralità pubblica, chiudono gli occhi, zittiscono la propria coscienza, negando l’evidenza e impedendo che si arrivi a sapere...». E siccome non si dica che don Franco denuncia il peccato ma non i peccatori, ecco i nomi di «tirapiedi e leccacu»: «Me la prendo con una caterva di personaggi meschini e senza onore: Emilio Fede, Bruno Vespa, Bel Pietro (scritto proprio così: «bel» staccato «pietro»: è l’unico complimento, sia pur involontario, riservato ai berluscones, ndr) Mimun, Vittorio Feltri, Gianni Riotta, Mario Giordano, Confalonieri, Paolo Bonaiuti, Bondi, Cicchitto, Gasparri, Renato Schifani...». L’omelia si chiude con il botto: «Tutta questa gente», scrive il pastore alle sue pecorelle, «meriterebbe di essere (passi l’esagerazione) fucilata». E passi pure l’esagerazione, caro don. La immaginiamo arruolato tra i «cattolici del dialogo» e senz’altro avrà più volte esposto in parrocchia la bandiera arcobaleno della pace: che cosa vuole che sia, una fucilazione di giornalisti. La sua esistenza, e quella di tanti preti come lei, preti che amano autodefinirsi «preti scomodi», è una formidabile prova della natura soprannaturale della Chiesa: la quale, se fosse solo un’istituzione umana, tipo un’azienda, con tanti «manager» come lei avrebbe già chiuso i battenti da un pezzo. Solo ci chiediamo - nella varietà e nella ricchezza di carismi della Chiesa, dove ciascuno può avere un ruolo - se la sua vocazione sia proprio quella di fare il parroco in una sperduta frazione di campagna. Quando ci risulta che sia ancora scoperto il posto di cappellano ad Annozero.

Arabian style

L'allarme del sottosegretario ai beni culturali. «Degrado al Colosseo, è un suk arabo». Giro : così se ne vanno i turisti. Il ministero pensa alla creazione di un'isola recintata Al via i lavori alla Domus Aurea, riaprirà tra due anni

Domus Aurea, partono i lavo­ri per combattere infiltrazioni d’acqua e pericolo di crolli: apri­rà fra due anni. E si pensa an­che al Colosseo, a combattere il degrado che lo circonda. Nel giorno in cui è stata firmata l’or­dinanza di protezione civile che nomina l’architetto Roberto Cecchi nuovo commissario per l’area archeologica di Roma (ha preso il posto di Guido Bertola­so) il sottosegretario ai Beni cul­turali Francesco Giro lancia l’«emergenza Colosseo», dove quest’anno si è registrato un minore afflusso di visitatori in­torno al 25 per cento (ma sono arrivati anche meno turisti). «L’area è troppo degradata - ha detto Giro - non è da paese civi­le. C’è stato un calo progressivo di affluenza di turisti. E ho rice­vuto dal sovrintendente archeo­logico Angelo Bottini un dos­sier fotografico impressionante - aggiunge - l’area che lo circon­da è un suk arabo, bisogna rive­dere la disposizione dei camion bar e riportare il decoro, perché ce lo chiede il mondo. Dobbia­mo pensare a una grande 'isola protetta', con una recinzione nuova e allargata a tutta l’area: si va a toccare una parte di perti­nenza comunale, ma la volontà del Campidoglio è di sanare la situazione. L’aspettativa è arri­vare ad una gestione condivisa, con la gestione commissariale si può contare su 50 milioni di euro». Sorveglianza: una delle telecamere puntate sull'area del Colosseo: «L’idea è quella di allargare il perimetro della recinzione a tut­ta l’area, girando intorno l’Arco di Costantino - spiega il sovrin­tendente archeologico Angelo Bottini - Per migliorare in ma­niera drastica l’area occorre pro­teggerla tutta e meglio. Purtrop­po bisogna creare una situazio­ne di 'filtro' e di difesa per pro­teggerla dai vandali». Partiranno tra un mese al massimo i lavori che renderan­no sicura la Domus Aurea, chiu­sa dal 2005 per gravi infiltrazio­ni d’acqua. Un intervento di due anni, al termine dei quali verrà aperto un percorso di visi­ta di 2.600 metri quadri. Ad an­nunciarlo il commissario straor­dinario Luciano Marchetti: «Si tratta di una prima tranche di lavori - ha precisato - che ri­guarda circa un terzo dell’area del complesso, quella orientale, dove si trova la 'sala Ottago­na'». L’importo è di 3,2 milioni di euro che saranno coperti con finanziamenti Cipe (3 milioni) e della Protezione civile (800 mila). E con la nomina di Rober­to Cecchi per la Domus ci sono in pratica due commissari. Ma «Cecchi rinunci al compenso e usi quelle risorse per gli inter­venti sull’area», chiede Gian­franco Cerasoli, della Uil Beni culturali.

Lilli Garrone

Poverini!

Sciopero alla Bce, guadagnano "solo" 10mila euro (netti) al mese di Claudio Borghi

E così alla Banca Centrale Europea hanno ben pensato di scioperare contro minimi tagli decisi ai benefit dei dipendenti. Onestamente questa istantanea mancava nell’album delle fotografie di questa crisi e, a dir la verità, anche se si tratta quanto meno di una novità assoluta, non se ne sentiva alcun bisogno. Ma come? Avevamo ancora davanti agli occhi il presidente della Bce, il francese Jean Claude Trichet, ammonire, con il dito puntato, sulla necessità della moderazione salariale, invito ripetuto più o meno ad ogni suo discorso da tre anni a questa parte, con un codazzo di personale della Banca che annuiva vigorosamente ai severi moniti del capo ed ora, non appena anche a loro si chiede un minimo sacrificio, si incrociano le braccia? C’è di che rimanere allibiti. Facciamo subito chiarezza: non abbiamo mai avuto nessun pregiudizio sui livelli salariali: non c’è niente di male ad avere un alto stipendio (tra chi sciopera c’è anche chi guadagna 10mila euro al mese), se però stiamo parlando di denari pubblici bisogna necessariamente vedere se ci sono stati risultati misurabili e se il mercato del lavoro giustifica elevati livelli retributivi. Sulla bontà dei risultati ottenuti dalla Bce è meglio stendere un velo pietoso: come dimenticare l’aumento dei tassi nel maggio 2008, ormai in piena crisi, per inesistenti «timori di inflazione»? Possiamo forse sorvolare sulla totale inazione nei confronti delle centinaia di miliardi che, in momenti di tensione monetaria acuta, venivano ridepositati nottetempo nei forzieri della banca invece di essere prestati a chi ne aveva bisogno, e tale deposito riceveva persino una buona remunerazione? In pratica lo stesso comportamento di chi, incaricato di sfamare i bisognosi, distribuisse cibo per poi ricomprarselo alla sera. Tutto questo senza il minimo rischio di responsabilità, grazie all’assoluta indipendenza di cui gode la Banca Centrale. Se non ci fosse stato l’intervento pesantissimo dei Governi, con prestiti e nazionalizzazioni per ristabilire la fiducia nella solidità delle banche, a quest’ora la Bce sarebbe probabilmente in frantumi insieme all’intero sistema del credito. Quello stesso credito malato che una vigilanza quanto meno miope, affidata proprio a quegli stessi che ieri scioperavano, ha consentito che accumulasse rischi paurosi fino ad arrivare vicini al punto di non ritorno Si potrebbe tuttavia obiettare che la Bce non è solo decisioni di vertice, ma che al suo interno vi sono sicuramente professionalità che magari svolgono bene il proprio lavoro. Verissimo. Però non rendersi conto di come quelle poltrone, nell’ovattata torre di Francoforte, siano diventate ormai un enorme privilegio è da irresponsabili. La scure dei licenziamenti si è abbattuta in tutta Europa sul personale delle banche d’affari in modo pesantissimo e se la Bce bandisse oggi un concorso per rimpiazzare uno qualsiasi dei ruoli che ieri sono scesi in strada a scioperare, si può scommettere che i curricula qualificati seppellirebbero il palazzo, per alto che sia. La credibilità si conquista con le grandi azioni ma anche con le piccole cose: adesso che gli euroburocrati si sono divertiti persino a giocare al piccolo sindacalista, conviene che tornino al lavoro, e in fretta, domani la poltrona potrebbe non esserci più.

Religione di pace

Volevano far saltare il metrò. Presi 5 maghrebini a Milano

Cinque cittadini di origini maghrebine sono stati raggiunti da un'ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip su richiesta della Procura della Repubblica di Milano. Secondo l'accusa il quintetto voleva mettere in atto, nella primavera del 2006, attentati contro la chiesa di San Petronio a Bologna e la metropolitana di Milano. La minaccia individuata all'epoca dai Carabinieri era stata ritenuta concreta: alcuni fiancheggiatori del nucleo furono espulsi dall'Italia. Il presunto gruppo, attivo anche in Algeria, Marocco e Siria, è accusato di associazione con finalità di terrorismo in Italia ed all'estero, di finanziamento del terrorismo internazionale, di reclutamento ed addestramento di numerose persone inviate in Iraq ed Afghanistan al fine di compiere attentati contro obiettivi civili e militari. Nel mirino della vasta organizzazione transnazionale ci sarebbero state, oltre all'Italia, anche la Francia, la Spagna e la Danimarca.

Differenze

La notizia di ieri, la notizia di oggi e una vecchia notizia. Troviamo le differenze?

Lega Nord

Mai la Turchia nella Ue. Così il Carroccio tenta un altro respingimento

Lo slogan.
Il Carroccio punta la campagna delle Europee soprattutto sul “no” all’ingresso della Turchia nella Ue: «Noi 80 milioni di musulmani in Europa non li vogliamo», è la parola d’ordine. Gli obiettivi. Il sogno di un’Europa dei popoli è un antico cavallo di battaglia, da qualche anno strettamente connesso con l’impegno a mantenere salde le radici cristiane del Vecchio Continente. In virtù di questi obiettivi, la Lega punta a uno storico scollinamento del 10% (e i sondaggi in tal senso sono confortanti). Il punto forte. In un anno di governo sono molte le carte che la Lega Nord può giocare con il «suo» popolo. Innanzitutto il federalismo fiscale, vera e propria bandiera del Carroccio da vent’anni. E poi la politica sui respingimenti, la battaglia per la certezza della pena: tutte prove di coerenza che a chi premiò la Lega con l’8,3% alla Camera sembreranno motivi più che buoni per votarla di nuovo. Il punto debole. D’altro canto, la vicenda dei respingimenti e la polemica innescata con l’Onu e il Vaticano, che a vario titolo hanno tacciato di razzismo i provvedimenti di Maroni, potrebbero avere ripercussioni. Anche la battaglia condotta dalla Lega per non abolire le Province - istituzioni considerate da molti pleonastiche - potrebbe far storcere il naso a qualcuno.

mercoledì 3 giugno 2009

Magistratura

Gasparri (Pdl): «E' una vergogna, questo precedente mina la credibilità delle istituzioni». Il boss è depresso, lascia il carcere. Fa discutere la decisione del tribunale di Catania di porre ai domiciliari un mafioso in regime di 41 bis

MILANO
- Da lunedì scorso Giacomo Nuccio Ieni, 52 anni, un presunto boss del clan Pillera ha lasciato il 41 bis, il regime di carcere duro, nel penitenziario di Parma per trasferirsi ai domiciliari nella sua casa di Catania. Secondo il tribunale di Catania, che ha analizzato la sua cartella clinica, Ieni è depresso e non può rimanere in carcere. L’uomo era detenuto dal 26 aprile del 2006 dopo l’arresto nell’ambito dell’operazione «Atlantitde» ed era stato sottoposto alle restrizioni per i detenuti più pericolosi previste dall'articolo 41 bis. Nei giorni, scorsi, durante un processo, Ieni in lacrime aveva detto ai giudici con i quali era collegato in video conferenza dal centro clinico del carcere di Parma, di essere fortemente depresso. Sarà adesso l’affetto dei familiari, la terapia che seguirà Ieni.

«E' UNA VERGOGNA» - Molto dura la reazione di Maurizio Gasparri, capogruppo del Pdl al Senato: «È vergognoso che la misura del carcere duro sia stata revocata al boss perchè psicologicamente debilitato. Una decisione che ci indigna, crea un pericolosissimo precedente e mina fortemente la credibilità delle istituzioni». Gasparri ha poi ricordato che «proprio al Senato è stato approvato un articolo al ddl sicurezza, poi confermato alla Camera, che rende più snelle le procedure per il 41 bis. Troppi magistrati hanno revocato il carcere duro ai boss di camorra, mafia e 'ndrangheta. Noi abbiamo posto un argine agli errori dei giudici di sorveglianza, che si sono rivelati deboli e inadeguati nel contrasto al crimine. Gli arresti domiciliari al boss Ieni per una discutibile depressione confermano questa nostra preoccupazione».