giovedì 28 maggio 2009

Ci mancavano...

Arrivano le controronde e si chiamano «Rondini». Gruppi di volontari pronti all’azione contro la politica del governo. A Firenze, la provocazione di sinistra e ambientalisti.

Giurano che saranno i primi a iscriversi all’albo delle ronde quando la legge sarà approvata. Ma, appena espletato il dovere istituzionale, immediatamente e «con grande determinazione» chiederanno i finanziamenti go­vernativi per ripagarsi le divise (per ora magliette colorate) e le spese sostenute per sorvegliare. «Non gli extracomunitari legali o illegali, ma chi li sfrutta, li mal­tratta, li usa come fazzoletti di carta e poi li getta nel cestino del­la spazzatura sociale», annuncia­no loro.

LE RONDINI - Loro sono le «Rondini», ovve­ro le «contro ronde», gruppi di volontari che stanno nascendo in Toscana. Insegnanti, studenti, professionisti, operai, impiegati. E politici, soprattutto dell’area della sinistra radicale e ambienta­­lista, che hanno capovolto l’idea del centrodestra e da essa hanno preso nuovi spunti. L’idea, «una provocazione co­struttiva», è venuta a Fabio Rog­giolani, vulcanico consigliere re­gionale dei Verdi e presidente della commissione Sanità della Regione. Un giro di telefonate, un paio di riunioni, l’adesione dei presidenti di Legambiente e dell’Arci toscane, Piero Baronti e Vincenzo Striano (quest’ultimo a titolo personale), di associazioni di volontariato ed ecologiste e poi via alla sperimentazione, con tanto di logo e magliette pre­stampate. «Il battesimo la prossima setti­mana a Firenze — dice Roggiola­ni — con un primo gruppo di una decina di volontari. Primi obiettivi i cantieri edili. Andremo lì a sorvegliare, a vedere se questi ragazzi che arrivano dai paesi più poveri sono sfruttati e li aiutere­mo a superare i problemi, dare­mo loro consigli utili e anche assi­stenza legale. E denunceremo gli sfruttatori. Poi controlleremo pu­re il tasso di razzismo in città e se ci sono pericoli di raid». Alla prima uscita ci sarà anche Alessia Petraglia, capogruppo in consiglio regionale di Sinistra de­mocratica. «Sarà un grande piace­re aiutare questi ragazzi — spiega — ma soprattutto dimostrare alla gente come sia vergognoso il de­creto sulla sicurezza del governo Berlusconi. Una legge a senso uni­co, che ignora e avversa un eserci­to di extracomunitari utilissimo al nostro Paese. Persone ogni giorno sfruttate, pagate al nero, schiavizzate, offese e maltrattate. Noi andiamo a difendere, in mo­do non violento ovviamente, que­sti nostri amici e controlliamo che nessuno si approfitti di loro. E questo a noi sembra un atto di civiltà».

IL PRIMO DI UNA LUNGA LISTA - Il gruppo fiorentino sarà solo il primo. Ne seguiranno altri in To­scana. Mario Lupi, livornese, ca­pogruppo dei Verdi in consiglio regionale, sta pensando a Livor­no. «Anche in questa città, civile e tollerante, c’è bisogno di dare una mano ai più debo­li — spiega —. Il no­stro motto è 'no al razzismo e allo sfrut­tamento'. Cerchere­mo di onorarlo». All’organizzazione pisana ci pensa An­drea Cheli di Tuttam­biente: «All’ombra della Torre pendente sono nate due ordi­nanze infelici: quella contro l’uso dei borso­ni nel centro storico e il rimpatrio assistito con bonus fi­nale. Cercheremo di realizzare un archivio con le segnalazioni di so­prusi e illegalità dei confronti de­gli immigrati, regolari e non, e ci batteremo per leggi più giuste». Subito dopo Pisa, sono previsti gruppi a Lucca, Massa Carrara, Arezzo e Siena. E poi, magari, si spera di esportare l’idea in altre parti d’Italia. Una prima uscita sperimentale a Firenze ha già dato esiti inspera­ti. Davanti ai cantieri gli extraco­munitari hanno fraternizzato con le «Rondini» e hanno chiesto di farne parte.

Marco Gasperetti

E magari fosse...

Il lavoro - Gli stranieri. Via dal Veneto quarantamila immigrati. Crisi e insicurezza, la Caritas svela i contorni del fenomeno: «Li aiutiamo a rimpatriare»

VENEZIA
- Li voleva «rimpa­triare» la Lega, ci pensa la crisi. La crisi economica che si fa sentire e che come prima con­seguenza sul mercato del lavo­ro porta l’«espulsione» degli immigrati, i primi a salutare le fabbriche. Secondo i dati della Caritas regionale il 10 per cen­to dei circa 450 mila stranieri regolari presenti in Veneto è pronto a tornare al Paese d'ori­gine a causa di difficoltà econo­miche e personali. Proprio per rispondere a queste «nuove esigenze», dalla Caritas di Vi­cenza è stata lanciata una nuo­va iniziativa di rimpatrio assi­stito che coinvolga anche gli enti locali. Non solo: in più cit­tà, con amministrazioni impe­gnate a stanziare fondi per di­soccupati e modificare bandi di assegnazione case e benefici in base a nuovi parametri di povertà, si è già aperto il dibat­tito sul fatto di includere an­che gli stranieri negli aiuti. Co­me nel caso scoppiato nella provincia di Treviso, dove il presidente Leonardo Muraro ha deciso di aiutare chi ha per­so il lavoro ma con «cittadinan­za italiana con residenza nella Marca da almeno cinque an­ni». Una restrizione giudicata discriminatoria dai sindacati e dal segretario regionale del Pd Paolo Giaretta. Ma se da una parte si litiga sugli aiuti, dall'altra si guarda con interesse al progetto idea­to dal direttore Caritas di Vi­cenza don Giovanni Sandonà che, con tenacia e convinzio­ne, ha dapprima seminato e poi coltivato attivamente una nuova strada di aiuto agli stra­nieri in difficoltà. Come? Pri­ma partendo da singoli casi ri­solti dal 2004 e poi elaborando delle linee guida in collabora­zione con gli enti locali per in­terventi anche economici di so­stegno nel rientro di stranieri. Un progetto che fino ad oggi ha aiutato 75 fra persone e fa­miglie di immigrati presenti a Vicenza e a cui ha aderito lo stesso capoluogo - guidato da una giunta di centrosinistra con lo stanziamento di 50mila euro per il rimpatrio assistito. «La Caritas ha un'esperien­za pluriennale nell'accompa­gnare persone che hanno auto­nomamente rivisto il proprio progetto migratorio - spiega lo stesso Sandonà - quest' esperienza viene ora messa a frutto dagli enti locali con un'azione prevista dal docu­mento del 26 gennaio scorso delle Caritas diocesane del Nord Est: dove i lavoratori stra­nieri maturino la scelta del ri­torno in patria è necessario aprire sinergie tra Comuni, prefetture e rappresentanze di­plomatiche per un progetto di rientro che attesti e valorizzi le professionalità acquisite». Non solo: «Circa il dieci per cento degli immigrati presenti nella nostra regione se ne tor­na a casa - spiega don Dino Pi­solato, direttore Caritas di Ve­nezia e responsabile del Trive­neto - e questo a prescindere dai nostri progetti di rimpatrio assistito. Pensiamo solo a quei ritorni silenziosi di clandestini che vanno e vengono. O pen­siamo a quelle fa­miglie che, ad un certo punto, fanno rientrare qualcu­no della propria famiglia nel Paese d'origine. Per quanto ri­guarda l'Est, ad esempio, si so­no verificati rimpatri soprattut­to in Romania, Ucraina e Mol­davia. C'è la crisi, ma ci sono anche le difficoltà effettive del­la quotidianità sociale e tante leggi che a volte complicano la vita, basti guardare il decreto sicurezza». E a proposito del progetto di rimpatrio assistito e finanziato c'è augurio che viaggia in doppio binario con un timore: «Progetti come que­sti rappresentano una risposta mirata ad esigenze di una par­te della nostra popolazione - conclude don Dino- : ma temo che ci sia una fase di stallo do­vuta alla mancanza di risorse con cui gli enti locali e le no­stre amministrazioni al mo­mento devono fare i conti».

Silvia Maria Dubois


La rossa Vicenza finanzia il rimpatrio degli immigrati.

L'infamia del pallido

Marina: «Superata ogni decenza. Sono orgogliosa di mio padre». «Da Franceschini arrivano scuse? Le respingo. Disegno politico contro il premier»

ROMA
— Da settimane tace, «sono settimane che soffro senza dire una parola per quanto sta capitando a Silvio Berlusconi», così lo chiama. «Ma stavolta non posso più tacere». E stavolta non è la presidente di Fininvest e Mondadori a parlare, non è la donna che la rivista Forbes definisce «la più influente d'Italia», non è la signora che siede a Mediobanca. È Marina Berlusconi, una figlia che intende difendere l'onore del padre con le unghie, e con un tono di voce che ha fatto letteralmente ribaltare dalla sedia il fratello: «Hai sentito cos'ha detto l'onorevole Dario Franceschini?», ha urlato al telefono a Pier Silvio. Il Tg1 aveva appena trasmesso lo stralcio di un comizio del leader democratico: «Agli italiani e alle italiane vorrei chiedere una cosa. Fareste educare i vostri figli da Berlusconi?». È pomeriggio inoltrato e Marina è ancora arrabbiata. «Arrabbiata? Sono indignata. Furiosa. Eh no, basta. Ora basta davvero. Il signor Franceschini — così lo chiama — non può permettersi di insultare Silvio Berlusconi. Ma chi si crede di essere? Si rende conto della gravità della sua dichiarazione? Dovrebbe vergognarsi, v-e-r-g-o-g-n-a-r-s-i». Al telefono si avverte il rumore di un pugno che si abbatte sulla scrivania, si sente il respiro affannoso di chi ha deciso di svestirsi del proprio ruolo in nome del padre: «Le parole di Franceschini sono un insulto, e non soltanto per Berlusconi. Perché insultando mio padre ha insultato anche me, la donna che sono, la madre che sono, e che sta trasferendo ai propri figli i valori che a loro volta mi hanno trasmesso i miei genitori». Si è sempre detto e scritto del legame particolare che unisce Marina al padre. Eccone la prova. «Si è superato ogni limite di decenza», protesta ad alta voce: «Questa non è libertà di parola, non è una semplice caduta di stile in campagna elettorale, questa è un'infamia». Perciò non accetta la puntualizzazione del segretario del Pd, dispiaciuto per il fatto che «le mie dichiarazioni sono state male interpretate». «Se si tratta di scuse, sono respinte. È la marcia indietro di chi si rende conto di aver sbagliato. Ma le sue parole al telegiornale le hanno sentite tutti. E penso che, come dirigente di partito, stia trascinando questa vicenda su un piano che con la battaglia politica, anche quella dei colpi bassi o bassissimi, non c'entra nulla». «Ma quale diritto ha di dire anche una parola, una sola, su Berlusconi padre? Io questo diritto ce l'ho e stavolta non intendo restar zitta. Vuol fare una domanda agli italiani? Gli rispondo da italiana, che è mamma e che ha avuto la fortuna di avere un genitore come Silvio Berlusconi. E parlo di fortuna non per il cognome che porta o per quello che ha fatto, ma per il padre che è stato e che è. Mio padre ha sempre lavorato tanto, ma non c'è stata una volta, una volta sola, in cui io non l'abbia sentito vicino quando ne avevo bisogno. E vicino nel modo giusto, a seconda delle situazioni: una presenza forte, se di quella avevo bisogno; o discreta, sfumata, se era la cosa giusta. Mi ha fatto sentire sempre molto amata, rispettata come figlia e come donna. Ha sempre compreso e sostenuto le mie scelte. Ma cosa ne sa Franceschini di me, di noi...». Le regole della lotta politica le sono chiare, è la lezione morale che non accetta: «Il segretario del Pd parla di valori? Allora sappia che ho fatto dei valori che i miei genitori mi hanno trasmesso la spina dorsale della mia vita. Ed è grazie a tutto l'amore che mi hanno dato, e a quello che mi hanno insegnato, che oggi, a 42 anni, posso dire di essere una donna contenta, soddisfatta e fiera della mia vita, della mia famiglia, di mio marito, dei miei figli». Non intende parlare del «caso Noemi», «anche perché si tratta di una montagna di infamie costruite sul nulla», ed è la prima volta nel corso della conversazione che il tono cambia e si incrina: «Verrà il momento in cui mi toglierò i sassolini dalle scarpe, per restituire al mittente quei macigni fatti di parole che sono stati poggiati sul mio cuore di figlia. Verrà il momento. Non è ancora arrivato». Vive il dolore del padre, ne condivide lo stato d'animo dopo l'annuncio del divorzio da parte di Veronica Lario: «Ma quello che ho dentro preferisco tenerlo per me». Difende la privacy della famiglia, Marina, e racconta che «questo periodo difficile sta, se possibile, rafforzando il legame tra fratelli e sorelle. Ci sentiamo ancor più uniti». Ma oggi il «Berlusconi» da difendere è il padre, che certo è anche il premier. «E come si fa a negare che ci sia un disegno politico contro di lui?», commenta. «È un disegno portato avanti da chi non sa più nemmeno cosa sia la politica. È evidente: dopo tanto tempo c'è un governo stabile, che fa il suo lavoro, che dà soluzioni concrete, che ha restituito autorevolezza alle istituzioni. Si pensi per esempio a come ha gestito l'emergenza dei rifiuti in Campania e il terremoto in Abruzzo. Ci sarà un motivo se gli italiani oggi dicono che "finalmente lo Stato c'è". E ora il tentativo di distruggere Berlusconi rischia in realtà di distruggere la dignità recuperata dalla politica, e il ritrovato senso di una presenza utile ed efficace delle istituzioni». Ma non è il premier che Marina vuole difendere. Il Cavaliere ci penserà da sé. È l'onore del padre che le preme: «Io sono orgogliosa di mio padre come uomo e come genitore. Auguro sinceramente ai figli di Franceschini di avere un padre come il mio».

Francesco Verderami

mercoledì 27 maggio 2009

Ipse dixit


"Non mi intreressa la vicenda personale del Premier. Su questo ogni italiano si farà la propria opinione ragionando con la propria testa"

Viso pallido Vs Piersilvio B.

Franceschini: «Fareste educare figli da Berlusconi?». L'ira di Pier Silvio. «Ma come si permette?». Il Pdl va all'attacco. Il Pd replica

ROMA - «Ma Franceschini come si permette? Forse sbaglio a prendere sul serio una battuta di così pessimo gusto. Ma anche alla campagna elettorale c'è un limite».
Così Pier Silvio Berlusconi, vicepresidente Mediaset e figlio del premier, replica a Dario Franceschini che ha detto: «Fareste educare i vostri figli a un uomo come Silvio Berlusconi?».

FRANCESCHINI - Il leader Pd, durante un tour elettorale in Liguria, sì era espresso con queste parole: «Non c'è dubbio che Berlusconi sia un imprenditore e un politico di successo, ricco, furbo e potente. Ma alle italiane e agli italiani vorrei rivolgere una semplice domanda: fareste educare i vostri figli da quest'uomo? Chi guida un Paese ha il dovere di dare il buon esempio, di trasmettere valori positivi».

LA REPLICA - «Io, proprio io - continua Pier Silvio -, sono stato educato da Silvio Berlusconi. E i miei valori sono i suoi. Amore per il lavoro, generosità, tenacia e rispetto per gli altri. Quel rispetto che Franceschini dimostra di non conoscere». In precedenza, Verdini, coordinatore nazionale del Pdl, ha parlato di calunnie e veline come modello educativo del Pd mentre Capezzone aveva ravvisato nelle parole del leader Pd «odio e violenza». Bonaiuti, portavoce del premier, parla di «battuta pesante. Franceschini chieda scusa al premier e ai figli».

IL PD - «La destra insulta Franceschini; non occorre nessun guru per capire che il centrodestra sta perdendo la testa. Il fuoco di dichiarazioni offensive contro il capo dell'opposizione testimonia del fatto che l'iniziativa di Franceschini ha colto nel segno», afferma Andrea Orlando, portavoce del Pd. «Il segretario del Partito Democratico - aggiunge - si limita a porre questioni che in qualunque normale democrazia avrebbero già avuto una risposta»

Prima di straparlare, sarebbe il caso di accertarli i fatti. Sempre che sia successo davvero qualcosa...

Gran bella figura

Di pietro: «Ci voleva l'informazione straniera per aprire gli occhi a quella italiana». Mozione di sfiducia, mancano le firme. L'Idv non deposita il testo contro il premier, servivanoi nomi di 63 deputati. Casini: «È una baggianata»

ROMA
- L'Idv non depositerà la mozione di sfiducia nei confronti del premier Silvio Berlusconi perché non sono state raccolte le 63 firme di deputati necessarie alla sua presentazione. Lo spiega a Radio Radicale il deputato dell'Idv Francesco Barbato: «Solo per motivi tecnici verrà stoppata questa iniziativa, mentre non si fermerà neanche per un minuto il nostro impegno a fianco dei cittadini per difendere i diritti dei cittadini e per contrastare le prevaricazioni, le prepotenze e l'arroganza di questo capo del governo e di questo suo schieramento».

DI PIETRO - Il leader dell'Idv Antonio Di Pietro ha ribadito che andrà avanti: «Ci voleva l'informazione straniera per aprire gli occhi a quella italiana rispetto a un problema grave come quello di compatibilità politica e morale del governo di questo paese - spiega -. Per questa ragione noi dell'Italia dei Valori ribadiamo la necessità da parte dell'opposizione tutta di sottoscrivere la mozione di sfiducia affinché il Parlamento prima e il paese poi, riflettano su quello che sta succedendo». Una proposta rispedita al mittente da Pier Ferdinando Casini, che definisce la mozione «una baggianata». «A una settimana dalle elezioni presentare una mozione di sfiducia è solo propaganda - dice il leader Udc -. Parliamo piuttosto dei problemi degli italiani. La propaganda di Franceschini da un lato e di Berlusconi dall'altro non ci interessa».

Chi ci guadagnava...

Lampedusa, Cpt vuoto: da 2.000 a 23 ospiti. Le coop senza lavoro

LAMPEDUSA - I primi a subirne le conseguenze sono stati gli operatori che si occupano dell'accoglienza dei migranti: per 40 assunti a tempo determinato non c'è più lavoro. Niente rinnovo di contratto, sostanzialmente licenziati. A ruota soffrono le attività commerciali che per mesi hanno lavorato, grazie all'imponente presenza di forze dell' ordine. Potrà sembrare paradossale, ma da quando è cominciata la politica dei respingimenti Lampedusa deve fare i conti con le ricadute occupazionali dovute alla mancanza di immigrati. Da un mese il numero di sbarchi è drasticamente calato: solo due piccole imbarcazione sono riuscite ad approdare sull' isola, mentre tre giorni fa 73 immigrati sono stati dirottati a Porto Empedocle. Risultato: nel centro di accoglienza sono rimasti 23 immigrati. «Sono in gran parte quelli della Pinar - spiega il prefetto Giovanni Finazzo, delegato per l' immigrazione - e sono tutti richiedenti asilo. Ormai il centro è tutto per loro». Entrando si stenta a credere che sia la stessa struttura dove i materassi venivano sistemati all' esterno perché nelle camerate non c'era posto per tutti. Niente code per mangiare o lavarsi. I pochi ospiti giocano a pallone e gli operatori hanno poco da fare. Niente rispetto ai periodi in cui c'erano da assistere anche 2.000 persone. E così la Cooperativa «Lampedusa Accoglienze» che gestisce dal trasferimento in pullman alla mensa alle pulizie è costretta ad adeguarsi. Per il momento sono stati tagliati del 50% i lavoratori a tempo determinato, quasi tutti lampedusani. «Non c' era altra scelta - spiega il presidente Cono Galipò - da un picco di 120 addetti siamo passati a circa 60 tra effettivi e stagionali». Ma si ferma anche l' indotto. «A febbraio - spiega il questore di Agrigento Girolamo Di Fazio - tra carabinieri e polizia avevamo 550 uomini mentre ora ne bastano 30. E se i militari alloggiano nelle caserme, questo è personale che va in albergo». Finita anche la ressa nei ristoranti. «C'è stato un calo del 50% - ammette il titolare del Nautic, ristorante-albergo sempre affollatissimo - ma non è detto che sia un male: in certi momenti il locale sembrava una caserma. Meglio riempirlo di turisti che speriamo arrivino col rilancio dell'immagine dell' isola». Per il sindaco De Rubeis «molti giovani che lavoravano nel centro non saranno contenti, ma siamo convinti che la risorsa di quest'isola sia il turismo, non l' immigrazione». E poi aggiunge: «Quella di Maroni è solo una mossa a fini elettorali. Dopo le europee vedrete che gli immigrati torneranno». In effetti, nonostante la piccola crisi economica dovuta all' assenza di immigrati a Lampedusa non si respira certo aria di smobilitazione. Lo dimostrano i lavori nell' ex base Loran ultimati rapidamente per creare il nuovo Cie, anche se all' interno non c' è un solo immigrato.

Sciacca Alfio - Pagina 23 (25 maggio 2009) - Corriere della Sera

Intanto diciamo a quel cretino di De Rubeis che noi, a differenza sua, speriamo che non torni NEMMENO un clandestino dopo le elezioni perchè non si possono più regalare soldi e assistenza a nessuno, operatori coop inclusi.

Repubblica esulta

Editoriale del quotidiano finanziario britannico: "Rifiuta ogni critica indipendente". L'Independent: se il premier può "mentire così spudoratamente", il Paese è a rischio. Berlusconi "un pericolo per l'Italia"l'affondo del Financial Times

LONDRA - "Un pericolo"
per l'Italia. Due grandi giornali inglesi, il Financial Times e l'Independent, usano stamane la stessa espressione parlando di Silvio Berlusconi, alla luce delle vicende che hanno recentemente coinvolto il primo ministro e del suo rifiuto di rispondere alle domande che gli ha posto la Repubblica. Dopo i numerosi servizi dei corrispondenti da Roma della stampa britannica, e due editoriali molto critici verso Berlusconi apparsi sul Times di Londra, quotidiano filoconservatore, e sul Guardian, quotidiano filolaburista, oggi a occuparsi del caso sono il quotidiano della City, considerato l'organo di informazione più autorevole d'Europa, e l'Independent, che dedica alla questione un ampio ritratto del premier italiano su due intere pagine. Silvio Berlusconi "non è chiaramente un altro Mussolini" e il suo potere non comporta il rischio di un ritorno al fascismo, "ma è un pericolo per l'Italia e un maligno esempio", afferma l'editoriale non firmato, dunque espressione dell'opinione della direzione del giornale, collocato al primo posto frai tre commenti del giorno nella pagina "Op-Ed" (opinioni ed editoriali) del Financial Times, subito al di sotto del motto del Ft, "Without fear and without favor", ossia senza timori reverenziali e senza fare favori a nessuno. "Mentre vengono poste pesanti domande sulla sua relazione con un'adolescente che sogna di diventare una star, domande che sua moglie è stata la prima a sollevare, Berlusconi si è rivolto contro il suo più ostinato interrogante, il quotidiano di centro-sinistra la Repubblica, ha lanciato velate minacce tramite un suo associato e ha cercato di invalidare le domande sostenendo che sono viziate da un pregiudizio politico. Egli ha mostrato simile belligeranza verso i magistrati che lo hanno giudicato corruttore dell'avvocato inglese David Mills, definendoli militanti di sinistra, sebbene il parlamento lo abbia reso immune dall'essere processato. E insoddisfatto anche di un così utile parlamento, ha detto che dovrebbe essere drasticamente ridotto a 100 deputati, mentre il potere del premier dovrebbe essere accresciuto". Il pericolo rappresentato da Berlusconi, prosegue l'editoriale del quotidiano finanziario, è di "svuotare i media di serio contenuto politico, rimpiazzandolo con l'intrattenimento, di demonizzare i nemici e rifiutare di accettare la legittimazione di ogni critica indipendente". Il pericolo è "mettere una fortuna al servizio della creazione di un'immagine di massa, composta da affermazioni di successi ininterrotti e sostegno di popolo". Che Berlusconi sia così dominante è "in parte colpa di una sinistra titubante, di istituzioni deboli e talvolta politicizzate, di un giornalismo spesso subalterno. Ma più di tutto è colpa di un uomo molto ricco, molto potente e sempre più spietato. Non un fascista, ma un pericolo, in primo luogo per l'Italia, e un esempio maligno per tutti". Il lungo articolo dell'Independent, firmato dall'ex corrispondente da Roma, Peter Popham, ricostruisce punto per punto tutti gli sviluppi della "Berlusconi's story", chiedendosi se un leader coinvolto in così tanti scandali, controversie e processi, possa finire per perdere il potere a causa di una vicenda apparentemente minore, come la partecipazione al compleanno di una ragazza diciottenne, riportata inizialmente in un trafiletto di giornale da Repubblica, ma poi gonfiata dalla decisione di Veronica Lario di chiedere per questo il divorzio, sostenendo che suo marito ha incontri "con minorenni", che "non sta bene" e che "ha bisogno di aiuto". L'implicita allusione dell'Independent è allo scandalo Watergate, anch'esso iniziato con una piccola notizia di cronaca, un apparente tentativo di furto nel quartier generale del partito democratico americano, ma poi terminato con le dimissioni di Richard Nixon. Il quotidiano londinese conclude che oggi Berlusconi è di fronte al "rischio reale" di perdere consensi alle prossime elezioni europee, particolarmente dopo le critiche espresse da alte autorità della Chiesa cattolica per il suo comportamento. La questione dei suoi rapporti con Noemi Letizia, afferma il giornale, "non è triviale". Vivere in Italia oggi è "come essere intrappolati in un campo di lava che sta lentamente ma inesorabilmente scivolando giù da un pendio". Gli scandali di Mani Pulite, anziché portare alla nascita di una rivitalizzata "Seconda repubblica", hanno condotto a una "Età di Silvio e al lento ma costante degrado delle istituzioni democratiche della nazione". Se il primo ministro può "mentire così spudoratamente" sulla sua relazione con una teen-ager, allora l'Italia "è in pericolo".

... e di LUI?

Copenaghen

Il caso. Vittoria del governo che vuole «aprire» l'area all'intervento esterno. «Sfratto» dopo 40 anni, finisce l'utopia di Christiania. La comune nel centro di Copenhagen «è dello Stato».

Di fatto è una sentenza di sfratto. Dopo decenni di schermaglie, qualche auto incendiata e tre anni di battaglie legali, ieri l'Alta Corte danese ha dato ragione al governo di centro-destra e torto all'ultima roccaforte hippie. Sfratto all'Utopia, o se preferite alla pacifica illegalità di un altrove chiamato Christiania. «E' la prova che nessuno è al di sopra della legge», cantano vittoria i Liberali. «Faremo appello alla Corte Suprema», assicura il portavoce dei «christianiti» Thomas Ertman. Niente sgomberi, per ora. Ma il verdetto è chiaro: Christiania, il posto più tranquillamente eversivo d'Europa con la sua Pusher Street e i tricicli dal carrello anteriore porta-bambino (uno se l'è comprato pure Angelina Jolie), con la sua vita a misura d'uomo (auto proibite) e (adesso più discretamente) pure di spinello, così com'è non può andare avanti. Quei 34 ettari pittoreschi, abitati da onestissimi fuorilegge e visitati da un milione di turisti all'anno, non appartiene a chi quarant'anni fa con un'occupazione abusiva li «recuperò» dall'abbandono e ora gelosamente li abita, a sbafo e in esclusiva. Christiania è terreno dello Stato, hanno stabilito i giudici, quindi in teoria di tutti, e proprio per questo destinata a sciogliersi, a perdere la propria unicità, a dare cittadinanza e negozi e diritto di proprietà a gente da fuori, per esempio a chi potrà permettersi i nuovi appartamenti già progettati a prezzi di mercato. Per ora i 900 sopravvissuti (150 bambini) della comune più famosa (e integrata) del mondo restano lì, nel loro bucolico centralissimo altrove, nelle case colorate e graffitate di cui godono l'usofrutto per la modica cifra di 200 euro al mese (di spese). Ma adesso la «città libera» (Fristaden) divisa in 19 circoli che adottano la legge dell'unanimità (la maggioranza non è abbastanza) è meno «libera» di prima. E il suo futuro sembra segnato. Ieri mattina fuori dal tribunale la sentenza è stata accolta con qualche mugugno ma senza incidenti dal popolo dei «christianiti» che aspettavano con le loro bandiere rosse e gialle e il loro simbolo, la lumaca. Sono gente pacifica, famiglie con bambini (un paio di primavere fa la battaglia notturna con la polizia fu causata da gruppi di autonomi). La possibilità di rivolgersi alla Corte Suprema è stata discussa in serata nell'assemblea alla Grâ Hal, l'hangar grigio che nei giorni migliori ospita feste e concerti (nella Christiania dei tempi d'oro sono passati Bob Dylan e i Rolling Stones). Dal pop ai tribunali: Knud Foldschak, l'avvocato che ha difeso la comunità in tribunale, sostiene che il verdetto — riconoscendo la realtà di Christiania negli ultimi 40 anni — costituisce «una vittoria morale» e «una buona base» per continuare la battaglia alla Corte Suprema. Tollerati e poi osteggiati dalla politica. Nel 1989 il governo socialdemocratico riconosce a Christiania lo status di «esperimento sociale», spostando il controllo sull'area dalle autorità cittadine allo Stato. Nell'87 un memo del ministero della Giustizia aveva avallato la tesi secondo cui lo Stato poteva recuperarne il controllo solo previo accordo con i residenti. Ma nel 2004 il centro-destra al potere, guidato dal «bel» Anders Fogh Rasmussen, chiede la «normalizzazione» della città hippie. L'autonomia di Christiania, il paradiso fiscale più comunista d'Europa, subisce i primi colpi. Sulla centrale «via degli spacciatori» spariscono i banchetti per la vendita di hashish e marijuana (che secondo la polizia alimentava un mercato di 134 milioni di euro). Gli abitanti sono costretti a pagare le tasse, ma rifiutano di aprire la loro «riserva indiana» all'intervento esterno. Il Parlamento vota la fine dell'«esperimento sociale». Nel 2006 i «christianiti» si appellano ai giudici. Ieri hanno perso. Il governo li invita a lasciar perdere la Corte Suprema: sedetevi al tavolo e discutiamo. Quest'anno Copenhagen ospita la grande conferenza dell'Onu sul clima, la Kyoto 2. Almeno fino ad allora, lo sfratto è rinviato. Chissà se tra i 20 veterani di «Fristaden Christiania» qualcuno sta rispolverando il vecchio inno della comune datato 1976, una canzone del gruppo rock Bifrost: I kan ikke slå os ihjel, voi non potete ucciderci.

Michele Farina

Amnesty international

Il rapporto della Ong accusa i governi mondiali aver agito subito per le banche ma di non aver fatto nulla per tutelare i più deboli. Amnesty, poveri indifesi dalla crisiItalia all'indice per i respingimenti. Alcune norme italiane potrebbero "produrre un'allarmante conseguenza sui diritti umani dei migranti irregolari" di Cristina Nadotti

La crisi globale non causa soltanto fame e malattie, serve ad alimentare "un barile di miscela esplosiva composta di disuguaglianza, ingiustizia e insicurezza". E "la miscela sta per esplodere". È quanto denuncia il rapporto annuale di Amnesty International, che accusa i governi mondiali di aver messo mano al portafoglio con tempismo per salvare le banche e per finanziare pacchetti di stimolo alle economie, ma di non aver fatto altrettanto per tutelare le fasce più deboli dagli effetti drammatici della recessione. Ancora una volta l'organizzazione per la salvaguardia dei diritti umani, Nobel per la pace nel 1977, punta il dito contro i Paesi che compongo il G20, quelli che hanno le economie più forti e dovrebbero per questo essere di esempio. Quei Paesi, dice Amnesty ancora una volta, non sono in grado di indicare la direzione e anzi, pensano più al profitto dei pochi che ai diritti dei molti. "Vediamo crescere i segnali di scontro e di violenza politica, che si aggiungono all'insicurezza globale già esistente a causa di quei conflitti morali che la comunità internazionale non sa o non vuole risolvere", sostiene la ong. "Negli ultimi due decenni, lo stato ha fatto un passo indietro rispetto ai propri obblighi in materia di diritti umani (se non li ha addirittura rinnegati) in favore del mercato - scrive nell'introduzione al Rapporto annuale 2009 Irene Khan, Segretaria generale di Amnesty International - nella convinzione che la crescita economica avrebbe imbarcato tutti a bordo". Per Irene Khan non è ancora possibile, nonostante i dati del 2008 contenuti nel rapporto siano allarmanti, stabilire quale sarà l'impatto complessivo della dissolutezza di questi ultimi anni, ma "è chiaro che il costo e le conseguenze della crisi economica gettano un'ombra minacciosa sui diritti umani". Meno risorse, meno lavoro, cibo e acqua potabile scatenano tumulti, proteste, violenze. Amnesty denuncia come in molti Paesi alle legittime richieste delle fasce più deboli le risposte siano state la repressione e le incarcerazioni arbitrarie. I governi hanno tagliato le risorse per le politiche sociali, accrescendo disuguaglianza e insicurezza e l'aumento della disoccupazione ha reso ancora più drammatica la situazione dei migranti, accolti da razzismo e xenofobia. "Dietro alla crisi economica si cela un'esplosiva crisi dei diritti umani - ha dichiarato Christine Weise, presidente della Sezione Italiana di Amnesty International - La recessione ha aggravato le violazioni dei diritti umani, distolto l'attenzione da esse e creato nuovi problemi. Prima, i diritti umani erano messi in secondo piano in nome della sicurezza, ora in nome della crisi economica". Il caso italiano. Per Amnesty International in Italia i diritti e l'incolumità di migranti e richiedenti asilo sono a rischio e i Rom sono oggetto di discriminazione e razzismo. Sebbene il rapporto annuale si riferisca ai dati del 2008, la scheda sul nostro Paese denuncia i respingimenti di migranti del mese scorso. "Venendo meno a una politica che le ha viste spendersi per la salvezza di vite umane nel Mediterraneo - accusa Amnesty - nel 2009 le istituzioni italiane hanno mancato ai principi fondamentali dei diritti umani mentre esercitavano le proprie funzioni in mare". Ancora una volta si punta il dito contro le condizioni delle persone rinchiuse a Lampedusa e si guarda con preoccupazione alle norme contenute nel pacchetto sicurezza che "lungi dal rappresentare una pianificazione chiara e comprensibile della politica sull'immigrazione, hanno un impatto pericoloso sui diritti umani". In particolare, Amnesty sottolinea come alcune norme, se approvate, possano "produrre un'allarmante conseguenza sui diritti umani dei migranti irregolari. Costretti dalla minaccia incombente di una denuncia da parte di ogni pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio, essi sarebbero indotti a sottrarsi dall'incontro con ogni tipo di istituzione e ufficio pubblico, tenendosi alla larga da ospedali, scuole, uffici comunali, con immaginabili conseguenze sul diritto alla salute, all'istruzione per i figli, alla registrazione dei nuovi nati". Il rapporto annuale 2009 denuncia ancora una volta che a distanza di 20 anni dalla ratifica della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura (Cat) in Italia non esiste uno specifico reato di tortura nel codice penale. Il nostro Paese non ha meccanismi di prevenzione della tortura e dei maltrattamenti e i pubblici ufficiali nell'esercizio delle proprie funzioni che si rendono colpevoli di tali reati vengono perseguiti attraverso figure di reato ordinarie (lesioni, abuso d'ufficio, falso) e puniti con pene non adeguatamente severe, o non puniti affatto per la prescrizione. Amnesty fa esplicito riferimento ai fatti di Genova e alle sentenze relative emesse nel luglio e nel settembre 2008, sottolineando che proprio la lacuna nel nostro codice penale farà sì che "è improbabile che i funzionari e gli agenti imputati sconteranno le condanne, a causa dell'intervento della prescrizione. In questi anni la ricerca della verità non è stata agevolata dalle istituzioni coinvolte, né nell'ambito dei processi, né attraverso l'istituzione di strumenti di monitoraggio, quali una commissione indipendente o di una commissione parlamentare d'inchiesta". Infine, come già fatto negli ultimi due anni, Amnesty richiama l'Italia e gli altri Paesi europei a fare luce sul caso delle rendition illegali, che non sono ancora state condannate pubblicamente. Il nuovo cammino americano e l'Europa. Amnesty riconosce agli Stati Uniti di Obama un'inversione di tendenza rispetto alla politica di Bush, ma si aspetta ancora molto. Se da un lato nel rapporto 2009 si plaude alla chiusura di Guantanamo e alla presa di posizione sulla tortura, da Obama ci si aspettano "franchezza e forza" nel chiedere "il rispetto dei diritti umani a paesi come Israele e Cina, così come sta facendo verso altri, quali Sudan e Iran". "L'impegno dell'Unione europea sui diritti umani resta ancora ambiguo - osserva Amnesty - Determinati su temi come la pena di morte, la libertà d'espressione e la protezione dei difensori dei diritti umani, gli Stati membri si mostrano meno intenzionati a rispettare gli obblighi internazionali in materia di tutela dei rifugiati e di eliminazione di razzismo e discriminazione al proprio interno, così come ad ammettere le proprie collusioni col programma Cia di consegne straordinarie di sospetti terroristi". Alcune cifre. Il Rapporto annuale 2009 (pubblicato in Italia da EGA Editore) fornisce una panoramica globale sulla situazione dei diritti umani nel mondo e contiene capitoli su oltre 150 paesi, oltre a documentare l'azione di Amnesty International nel 2008 per promuovere il rispetto dei diritti umani e contrastare le violazioni. Il dato sconcertante è che sulle cifre totali delle varie violazioni di diritti umani, un'ampia percentuale spetti ai Paesi del G20, quelli che, come si diceva in apertura, dovrebbero dare il buon esempio. Nel rapporto sono descritte limitazioni alla libertà di espressione in almeno 81 paesi e la messa a morte di almeno 2390 prigionieri in 25 paesi. Il 78 per cento delle esecuzioni ha avuto luogo nei paesi del G20, dove sono state riscontrate anche il 47 per cento delle esecuzioni extragiudiziali, od omicidi illegali, commessi in oltre 50 paesi. Torture e altre forme di maltrattamento sono state compiute, nel corso degli interrogatori, in circa 80 paesi, il 79% nei paesi del G20. Processi iniqui sono stati celebrati in circa 50 paesi, ancora una volta il 47% di essi nel gruppo dei G20. Altissima la percentuale di prigionieri sottoposti a periodi di detenzione prolungata, spesso senza accusa né processo, nei Paesi ricchi, il 74% su 90 totali. Persone che chiedevano asilo politico sono state respinte da almeno 27 paesi verso stati in cui sono andate incontro ad arresti, torture e morte; obiettori di coscienza sono finiti in carcere in almeno 50 paesi. Almeno 24 Paesi hanno eseguito sgomberi forzati e deportazioni. Questi i casi documentati, ma Amnesty mette in guardia che le cifre possono essere molto più alte. La campagna per la dignità. La presentazione del rapporto annuale serve anche per lanciare una nuova campagna di mobilitazione dell'opinione pubblica. Con lo slogan "Io pretendo dignità", Amnesty vuole infatti chiedere conto a livello nazionale e internazionale delle violazioni dei diritti umani che conducono alla povertà e la acuiscono. "Oggi noi pretendiamo dignità per i prigionieri della povertà, affinché possano cambiare la loro vita" è il progetto che Amnesty, nata quasi 50 anni fa per chiedere il rilascio dei prigionieri di coscienza. Per ottenere tale dignità la ong intende chiedere responsabilità a governi, imprese e istituzioni finanziarie internazionali; l'accesso ai diritti e ai servizi essenziali per la dignità umana senza discriminazione e la partecipazione attiva delle persone che vivono in povertà e dei loro rappresentanti alla lotta contro la povertà.

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Basta

«Basta alloggi ai rom e Case della pace. Saremo quelli del fare» di Gianandrea Zagato

Guido Podestà, candidato Pdl, Lega, Nuovo Psi e Dc alla Provincia di Milano, ancora una settimana di campagna e, poi, dicono i sondaggi, Filippo Penati e la sinistra faranno le valigie. «Noi continueremo a lavorare serenamente, come abbiamo fatto dall’inizio della campagna sino ad oggi. C’è un consenso crescente all’azione del governo Berlusconi che alle parole fa seguire sempre i fatti. La scelta di campo continua». Parola d’ordine concretezza, ma il suo competitor l’accusa di sfuggire al confronto. «A parlare sono i fatti. I milanesi sanno quanto hanno sofferto in questi cinque anni di governo Penati. Sessanta mesi trascorsi senza aver mai avuto la capacità di dare risposte. E sanno che dall’8 giugno ci sarà una gestione della Provincia diversa rispetto a quella made in Penati fatta di “case delle Pace”, alloggi acquistati per ospitare i rom e una valanga di consulenze d’oro. Dunque, attueremo le competenze per cui la provincia esiste: manutenzione delle strade, sviluppo delle infrastrutture viarie, nuove metropolitane, messa in sicurezza delle scuole». Entriamo dentro la Provincia governata dal Pdl. Tema forte della sua campagna è la sicurezza. «Bisogna recuperare il tempo perso dopo che Penati ha tolto ogni potere e le armi alla polizia provinciale dotandola invece di fischietti». Fischietti? «Incredibile, ma vero. Agenti con fischietti per aiutare qualcosa come tre milioni e 800mila cittadini a non essere sopraffatti dalla criminalità. E, fatto ancor più grave, con risorse ridotte ai minimi termini». Be’, in compenso Penati ha distribuito 25 milioni di euro a 25mila famiglie per affrontare la crisi. «Traduzione: ha preso in giro i milanesi, ancora una volta. Quei 25 milioni erano quelli che, parola di Penati, avrebbe investito per acquistare una quota di Alitalia. Una partita di giro, diciamo. Ammesso e non concesso che stanziamenti di questa natura rientrino nelle prerogative della Provincia, ma cosa risolverebbe una famiglia in difficoltà con mille euro in una situazione dove padre e madre possono rimanere disoccupati? La verità è che Penati promette mari e monti, si ostina a fare promesse da campagna elettorale». Risultato, lo sfratto di Penati è dunque dietro l’angolo... «Lo dicono i milanesi che incontro in giro per mercati, convegni e happy hour. Cittadini che non ne possono più, che non hanno fiducia nella sinistra di Penati e che non credono nella solita politica di un colpo al cerchio e uno alla botte. Vogliono, reclamano chiarezza, nelle scelte sui termovalorizzatori, sul territorio e sulle infrastrutture dopo aver pagato l’immobilismo di Penati». E in tema, è sempre valida l’offerta alla Lega della vicepresidenza? «È desiderata e gradita oltre che scontata. Ho fatto la corte a Matteo Salvini, ma ci sono tanti amici eccellenti in casa Carroccio. Sarà la Lega a indicare le persone».

martedì 26 maggio 2009

Alla frutta

«Richiamo alla responsabilità di tutti». La Cei: «Berlusconi? Nessun giudizio, ognuno ha la propria coscienza». Monsignor Crociata: «Non si può essere incuranti degli effetti che certi atteggiamenti producono».

ROMA - «Nessun giudizio»
su Silvio Berlusconi e in particolar modo sul caso Noemi. «Ognuno ha la propria coscienza»: lo dichiara il segretario della Cei, monsignor Mariano Crociata. Il richiamo alla responsabilità degli adulti, però, «non può essere sottovalutato, evaso», aggiunge, ma nemmeno «strumentalizzato a livello di cronaca quotidiana». «Non si può - ribadisce Crociata - essere incuranti degli effetti che certi atteggiamenti producono, e ciò vale a seconda della visibilità di ciascuno».

MODELLI - Il segretario della Cei ha voluto inquadrare la questione della morale politica nello scenario dell'emergenza educativa. «Il richiamo agli adulti - ha spiegato - è imprescindibile». L'educazione dei giovani non può avvenire solo a parole ma anche attraverso i modelli, ha proseguito. «Molti ragazzi e giovani - ha osservato - sono scoraggiati nella loro disponibilità a voler diventare maturi da esempi, modelli e discorsi che allontanano dai valori».

LA CRISI - All'indomani dell'allarme sui licenziamenti lanciato dal cardinale Bagnasco, monsignor Crociata è tornata sul tema della crisi, spiegando che i vescovi italiani non vogliono dare un giudizio su quanto fatto finora dal governo per combatterla, ma che si limitano a indicare le difficoltà e i problemi ancora presenti e ad incoraggiare «a fare sempre di più e meglio». «Esprimiamo la preoccupazione - ha sottolineato il segretario della Cei - per una realtà sociale, ma noi non siamo un soggetto politico che deve dare patenti o riconoscimenti a qualcuno. Siamo un soggetto pastorale - ha aggiunto - che se vede un problema lo segnala e si sforza di mettersi in gioco. Noi richiamiamo l’attenzione affinché i problemi ancora presenti siano posti all’attenzione di chi gestisce la cosa pubblica e incoraggiamo a chi ha il compito in questo campo a fare sempre di più e meglio».

«INTERCULTURALISMO» - Nel corso della conferenza stampa sui lavori dell'Assemblea Cei, Crociata è poi tornato sul tema dell'immigrazione, specificando che la preferenza della Chiesa è per il modello dell'interculturalismo. «L'interculturalismo - ha spiegato il segretario della conferenza episcopale italiana - è scambio, arricchimento, condivisione di un territorio e dei valori e istituzioni che fanno l'unità di quel territorio che non è un'unità geografica ma storica e culturale, la quale - ha scandito Crociata - deve essere contesto e orizzonte in cui le varie culture possono integrarsi attorno a quella che è la cultura non dominante ma che plasma il tessuto artistico e sociale di comune appartenenza». Secondo i vescovi, cioè, «chi arriva non è invitato a negare la propria identità ma a viverla nel rapporto con gli altri».

lunedì 25 maggio 2009

Leggete Amato e D'Alema: capirete perché la sinistra tracolla di Carlo Panella

Giuliano Amato e Massimo D’Alema hanno scritto un compitino in prima pagine del Corriere della Sera di sabato scorso che invitiamo tutti leggere. E’ infati la più convincente –quasi scientifica spiegazione- del perché il loro schieramento si stia dannando per riuscire ad acciuffare il 25% dei consensi elettorali, e stia rotolando scompostamente verso il disastro. Il tema era azzeccato: l’immigrazione clandestina. Lo svolgimento era un classico della retorica comunista e post comunista. I due, iniziano con la demonizzazione e lo stravolgimento della posizione dell’avversario politico, lasciando intendere – ma senza affermarlo direttamente, questo è lo stile della disinformatzja - che il Pdl e i governo vogliano eliminare dall’Italia i milioni di immigrati regolari che vi lavorano. Facine dimostrare che sarebbe un disastro. Indi, breve spazio alle doti sante progressive del multiculturalismo a cui segue la raffica di statistiche sul fallimento della politica di contrasto dell’immigrazione clandestina da parte del governo Berlusconi, l’illustrazione delle cose fantastiche fatte dai due all’epoca del glorioso governo Prodi di cui hanno fatto parte e infine, dopo la solita, lunghissima, pars destruens, la piccola, pazzesca, proposta: la chiave di soluzione del problema è tutta negli accordi di riammissione che l’Italia, seguendo il loro esempio, deve stipulare con i paesi di provenienza dei clandestini. Tutto bene, tutto ottimo, fantastiche le righe dedicate allo sdegno per la violazione del diritto d’asilo da parte di Maroni con i suoi respingimenti…. Salvo il fatto che tutto questo lungo parlar bene di sé stessi ha un piccolo difetto: non ha nulla a che fare con la situazione reale. E’ questa la caratteristica più spaventosa della crisi della sinistra: demonizza gli avversari, si sbroda di lodi a sé stessa e al suo operato e non ha il minimo senso dei problemi reali che il paese ha di fronte, evitati accuratamente perché, se affrontati di petto immediatamente si coglierebbe la necessità di una risposta dura e decisa, appunto quella che la sinistra vuole evitare (sulla lotta al terrorismo, questa sindrome dà i suoi peggiori risultati).Il problema reale che Amato e D’Alema eludono, infatti è la caratteristica del flusso migratorio clandestino: la portentosa organizzazione criminale semischiavistica che la supporta e addirittura la crea, la sollecita, la enfatizza. Questo è il punto. Le cifre della massa dei clandestini sono bibliche: un milione in Libia, in attesa di imbarchi, milioni in viaggio via terra dall’Africa sub sahariana alle coste mediterranee, decine di milioni in incubazione. E questo, non a causa di carestie o nuove guerre o disastri economici, ma semplicemente perché un’immensa rete di organizzazioni criminali ha steso il suo reticolo in Africa e Asia e ha creato l’abnorme struttura che trasporta questi semi schiavi. Una rete che sa di potere vendere il miraggio dell’ingresso in Europa a causa della permeabilità dei suoi confini marittimi. Ma Amato e D’Alema nulla propongono per distruggere questa rete, la loro proposta è semplicemente – al solito - di lasciare che il fenomeno deviato e criminale funzioni, salvo poi intervenire – per di più con una proposta burocratica e inefficace - con questi loro accordi di riammissione che dovrebbero servire a riportare alla stazione di partenza i clandestini. Ma è proprio questo che non funziona, è proprio questo che la realtà – che i due non sanno e non vogliono vedere - il punto debole. I centri di accoglienza dei clandestini non riescono a funzionare, sono dei colabrodi, perché tutto il loro raffinato ragionar sottile ha un punto debole: basta che i clandestini non abbiano documenti e si rifiutino di dichiarare il paese di provenienza – o ne dichiarino uno falso- e non c’è accordo di riammissione che tenga: restano in Italia e non si sa dove rimandarli. Proprio per questo il governo ha iniziato la politica dei respingimenti. Per stroncare alla radice il vero fenomeno pericoloso – la enorme rete dei mercanti dei barconi - e per comunicare a questa enorme massa che preme la semplice, dura, notizia: in Italia non si entra. Punto. Il nodo della questione è questo e infatti è eluso con cura dai due. Resta, è vero, il problema del diritto d’asilo, ma questo non può che essere risolto nel modo indicato da Maroni e Frattini: istituire in Libia e sulle sponde sud del Mediterraneo dei centri Onu-Italia-Ue, in cui i veri richiedenti asilo – una netta minoranza - possano far valere i loro titoli e possano quindi ottenere l’asilo poliico o umanitario a cui hanno diritto. Null’altro. Ma se i due avessero seguito questa strada, se magari avessero dato utili suggerimenti, avrebbero implicitamente dato ragione alla strategia del governo Berlusconi, avrebbero dato un contributo bipartisan e con forte senso degli interessi nazionali alla soluzione del problema. Ma questo, ai due, non interessa. Quel che conta, per loro, è demonizzare l’avversario. E ottenere il 25% dei consensi elettorali, se ce la fanno. Misera fine di un riformismo post comunista che non è mai nato.

In nome di Dio

In nome di Dio, un tempo si diceva: "Todo modo para buscar la voluntad divina", in quel tempo sono state bruciate sul rogo migliaia di donne, in nome di Dio sono stati condannati a morte decine di uomini di scienza, in nome di Dio sono stati sterminati interi popoli, in nome di Dio è stata traviata tantissima gente "analfabeta". In nome di Dio sono state fatte le peggiori cose. In nome di Dio, smettiamola con queste ipocrisie che fanno gonfiare le tasche di troppi falsi uomini. Come è possibile ripristinare la legalità quando persino le "religioni" difendono le illegalità?

I missionari di Castelvolturno invitano alla mobilitazione il 20 giugno per la "Giornata mondiale del rifugiato". Sicurezza, la protesta dei padri comboniani". Premessi di soggiorno in nome di Dio"

ROMA
- Contro la politica sulla sicurezza del governo scendono in campo anche i padri Comboniani di Castelvolturno. I missionari invitano le associazioni a partecipare alla Giornata mondiale del rifugiato il 20 giugno distribuendo "permessi di soggiorno in nome di Dio". ma perché in nome di Dio? "Riteniamo - dicono i padri - che in una società come la nostra frazionata, divisa in molti modi, in cui il nome di Dio viene usato in mille modi, spesso per interessi politici ed economici, che Dio stia dalla parte dei più deboli e indifesi". I religiosi si sono fatti promotori, contattando numerose organizzazioni, di un manifestazione contro il pacchetto sicurezza (e attendono altre adesioni). "Una giornata, quella del 20 giugno - dicono i Comboniani - in cui ogni associazione potrà organizzarsi secondo le situazioni e gli interessi locali. Attraverso questa iniziativa invitiamo tutte le associazioni, movimenti, singoli che operano attivamente nei propri territori a distribuire Permessi di Soggiorno in Nome di Dio". "Con questa azione - continuano i missionari - vogliamo dire il nostro no alle attuali politiche sull'immigrazione. È questa un'azione che parte dal diritto di ogni persona ad esistere, ad essere rispettata nella sua umanità, nella sua ricerca di vita democratica e libertà. Il diritto a costruire un futuro per sé e per i propri figli. E noi che ci consideriamo colti e civilizzati siamo chiamati a rispondere, di rispettare quei valori che da anni proclamiamo".

Solo per musulmani

L'Olanda divide gli anziani. Casa di riposo per musulmani

Case di riposo con sale comuni separate - uomini da una parte, donne dall'altra - e uno spazio dedicato alla preghiera. Nella casa di riposo Rosendael ad Utrecht verrà inaugurata un'ala dedicata esclusivamente agli anziani marocchini. Dietro all'iniziativa ci sono l'associazione di assistenza Aveant e l'assicuratrice Agis, racconta la stampa olandese. Provengono da Turchia, Marocco e Suriname, gli anziani che non riescono nemmeno in tarda età a integrarsi. Non parlano bene olandese e nelle case di riposo tradizionali, dove si gioca a carte, o si mangiano piatti tipici olandesi, si sentono persi. «Spesso gli anziani musulmani si chiudono in camera e passano il tempo da soli», racconta Fatima Benaya, della casa di riposo De Kastanjehof ad Amsterdam, dove c'è una sala comune multiculturale. Secondo Agis, entro tempi brevi, ma ancora non definiti, in Olanda saranno disponibili 500 posti. Ciascun anziano avrà una stanza tutta per sè con bagno e degli spazi in comune con gli altri ospiti. «Cerchiamo di ricreare un ambiente sicuro nel quale gli anziani marocchini riescono a vivere il proprio credo e la propria cultura», ha spiegato la responsabile del progetto per Aveant, Rosan van der Aa. Intanto a Utrecht l'iniziativa riscuote successo: gli abitanti di origine marocchina hanno già iniziato a fare domanda per un posto, mentre all'inserzione per il personale hanno risposto oltre duecento persone.