venerdì 6 gennaio 2012
Immigrazione e assegni sociali
Dodici milioni e ottocentomila euro spesi nel 2010 dalla sola regione Emilia Romagna per assegni sociali agli stranieri over 65. Un dato clamoroso, denunciato dal consigliere regionale del Pdl Alberto Vecchi, presumibilmente in linea con quello di altre regioni come Veneto e Lombardia. In tutta Italia, si stima che gli assegni sociali agli stranieri over 65 siano costati in media circa 50 milioni di euro all’anno alle disastrate casse dello Stato, dal 2001 ad oggi. Spesso, però, si tratta di vere e proprie pensioni regalate a persone che non hanno mai lavorato in Italia, o peggio vivono ancora nei loro Paesi d’origine a spese dei contribuenti italiani. E’ lo stesso Alberto Vecchi a spiegare a noi di Qelsi il meccanismo perverso, nato da una legge del “governo tecnico” (corsi e ricorsi storici) Amato e fortunatamente arginato, ma ancora non abbastanza, dall’ultimo governo Berlusconi.
Alberto Vecchi, recentemente Lei si è scagliato contro gli assegni sociali agli stranieri. Ci spieghi meglio la Sua posizione. La legge che va ad istituire l’assegno sociale è del 1985, e va a intervenire sugli anziani over 65 che per una serie di problemi e motivi arrivano all’età di 65 anni senza un reddito. Qui interviene lo Stato, dando a queste persone un reddito minimo di sopravvivenza di circa 400 euro mensili (più 150 di importo aggiuntivo n.d.r), l’assegno sociale appunto. Poi è arrivato Amato, a capo di un governo tecnico, e mi viene da sorridere pensando alla formula “governo tecnico”, che ricorda tanto i giorni nostri.
Cosa è successo con Amato? Con la finanziaria del 2001, ossia la legge 388 del 2000 entrata in vigore il 1 gennaio 2001, è stata allargata la possibilità di devolvere l’assegno sociale anche agli stranieri over 65. E, non ho alcun problema a riferirlo perché l’ho detto anche più volte pubblicamente, sono subentrati i nostri sindacati e patronati ad incentivare quella che a conti fatti si è rivelata essere una truffa. In poche parole, consigliavano agli stranieri presenti in territorio italiano, per la maggior parte giovani o comunque under 65, di chiedere i ricongiungimenti famigliari con i loro genitori o parenti anziani, dichiarandoli a loro carico, in modo che questi potessero arrivare in Italia e chiedere l’assegno sociale.
Tutto questo senza controlli? In pratica sì. In Francia, ad esempio, bisogna dimostrare di essere nullatenenenti. In Italia basta un’autocertificazione. In questo modo si davano assegni sociali a persone appena arrivate, senza alcun controllo per verificare se effettivamente vivessero in Italia. C’è stato ad esempio un boom di albanesi che aprivano un conto in banca co-firmato con i loro figli o parenti più giovani e poi tornavano in Albania. Tutto su consiglio di sindacati e patronati.
Una vera e propria truffa che rischiava di svuotare le casse dell’Inps… Basti pensare che nella sola Emilia Romagna, in base a dati rilevati il 1 gennaio 2011, i residenti stranieri over 65 sono 10.924, quelli che usufruiscono di assegni sociali 1.944, ossia circa il 18% del totale. Immaginiamo cosa succederebbe se il 18% degli italiani residenti in provincia percepisse un assegno sociale! Per fortuna che il governo Berlusconi in carica dal 2008 è intervenuto immediatamente.
Cosa è cambiato con il governo Berlusconi? E’ stata modificata la legge Amato, inserendo il requisito di almeno 10 anni di residenza in Italia per poter percepire l’assegno sociale. Questo grazie al comma 10 dell’articolo 20 del decreto legislativo 122 del 2008, poi trasformato in legge 133 dal 2008, in vigore dal 1 gennaio 2009. Ha funzionato, perché ha determinato un trend in discesa: in Emilia Romagna, dal 2008 al 2010, la percentuale degli stranieri che percepiscono un assegno sociale è scesa dal 37% al 22%. Questo solo introducendo la condizione dei dieci anni di residenza, in vigore come detto dal 1 gennaio 2009. Ma a mio parere ancora non basta.
Quali sono le Sue proposte? Chiedo un ulteriore sforzo, anche se so che è durissima essere accontentati da questo governo e soprattutto dal ministro Riccardi, avendo quest’ultimo già fatto capire a tutti quale sia il suo orientamento. E’ più probabile che questo governo e questo ministro cancellino le nuove disposizioni da noi introdotte, in ogni caso le mie richieste consistono nell’introdurre l’obbligo di prelevare di persona l’assegno sociale e nell’aumentare gli anni di residenza in Italia per poterlo percepire da 10 a 20.
Quali vantaggi porterebbero questi due nuovi provvedimenti? Innanzitutto, se si introduce l’obbligo di ritirare ogni mese l’assegno sociale di persona, si ha la quasi certezza che chi lo ritira risieda in Italia, e non che torni in Albania o Romania o in altri Paesi dove gli operai guadagnano 180-200 euro al mese. Sarebbe una truffa non soltanto nei confronti delle casse dello Stato italiano, ma anche nei confronti di operai e lavoratori dei Paesi di origine. Aumentando gli anni di residenza da 10 a 20, invece, si parte dal presupposto che se questa persona è residente da 20 anni in Italia, ha lavorato e prodotto qualcosa in Italia almeno per qualche anno. Chi ha lavorato e arriva a 65 anni senza un reddito perché nel frattempo ha avuto dei problemi, merita di ricevere l’assegno sociale: vale per gli italiani e per gli stranieri. Ma se una persona non ha mai lavorato in Italia o peggio non vive in Italia, non c’è alcun motivo che si goda l’assegno sociale italiano nel suo Paese d’origine, dove oltretutto gli stipendi sono meno della metà. Dal 2001 al 2009 abbiamo visto stranieri che dopo due mesi di permanenza in Italia hanno potuto chiedere l’assegno in base ad un’autocertificazione. Non vedo perché chi non è mai stato in Italia debba finire qui la sua vita solo per l’assegno sociale.
In termini di costi, è possibile fare una stima? Nella sola Emilia Romagna gli assegni sociali agli stranieri sono costati 12.800.000 euro. Stiamo raccogliendo firme per chiedere che venga posto un freno a questo meccanismo, possibilmente introducendo i nuovi provvedimenti da noi proposti e che ho illustrato, e nella sola provincia di Bologna siamo già arrivati ad oltre 3.000 firme in pochi giorni.
giovedì 5 gennaio 2012
Dittatore Orban? Dittatura la Ue
L'Ungheria è il sintomo, la malattia è la Ue di Vittorio Macioce
La prima volta che sono stato a Budapest era il 1987. Avevo vent’anni ed era il mio primo viaggio al di là del Muro. Non ero mai stato a Est. Tutto quello che sapevo sul comunismo lo avevo letto. Vederlo mi ha cambiato il mondo. L’Ungheria era quanto di più occidentale si potesse trovare al di là della cortina di ferro. A suo modo era ricca. C’era un negozio Benetton che aveva aperto da poco e le ragazze facevano la fila per andarlo a vedere. Rispetto alla Polonia o alla Germania Est credo che l’Ungheria fosse carica di speranze e ottimismo. E’ qui però che ho visto per la prima volta un ragazzo che cambiava fiorini in nero circondato da militari, portato in un autobus e picchiato a sangue. L’Ungheria non era un paese di libertà.Sono tornato in Ungheria nel ’90. Prima a Budapest, poi sul Balaton. Era un’estate magica. Sul Danubio si respirava tutta l’allegria di chi era pronta ad allungare una mano e acchiappare il futuro. Le terme del Gellert, sull collina dove nel ’56 gli ultimi studenti resistevano ai carri sovietici, erano un’approdo internazionale. Il Balaton attirava tedeschi e per dormire bisognava adattarsi in stanze prese in affitto da vedove micragnose. Quanto tempo ci avrebbe messo l’Ungheria a entrare in Occidente?
La scommessa è che sarebbe stata la prima. Invece non è andata così. Ci sono tornato altre volte negli anni, l’ultima nel 2007. Era un paese triste. Perfino il Gellert sembrava ammuffitto, vecchio, trasandato. Non c’era lavoro. Le stazioni della metropolitana assomigliavano a suk di sfaccendati e malavita. Poche speranze, neppure quella di emigrare. Le banche straniere stavano lasciando il Paese. I laureati si ritrovavano con debiti, mutui troppo cari per comprare casa e occupazioni precarie. Molto peggio che in Italia. Quello che non mi aspettavo era il razzismo diffuso contro gli zingari. Anche quelli che ti parlavano per ore di libertarismo, o avevano sul comodino le traduzioni in magiaro di Primo Levi, quelli di sinistra che rimpiangevano il comuinismo continuavano a dire che tu non capivi. “Gli zingari da noi sono davvero un problema”. Non ne ero convinto allora, non ne sono convinto adesso. Il problema degli ungheresi è la frustrazione. Sono più di vent’anni che vivono di promesse non mantenute, soffrono un futuro che non è mai arrivato. La responsabilità, come in Italia, è delle classe dirigenti. Non solo politiche. Anche economiche e culturali. La politica è stata un esempio di corruzione, clientele, mediocrità, miopia. L’economia non è mai riuscita davvero a scommettere sul privato.
Quelli che si facevano chiamare imprenditori pensavano che gli affari si fanno solo all’ombra dello Stato, con le conoscenze e senza rischio. Gli intellettuali o si sono seduti al tavolo dei pochi nuovi ricchi, soprattutto banchieri e affaristi, oppure rimpiangevano il passato, nostalgici di una sicurezza perduta, quando il partito decideva le sorti di ognuno e bastava dire di sì per avere una corona di cartapesta da barone delle lettere o delle arti. Il partito liberale sosteneva solo le poche grandi imprese, detassare i super ricchi e tartassare artigiani,commercianti e piccola impresa. I socialisti hanno continuato a spremere lo Stato, fonte di privilegi e assistenzialismo. E’ da qui, da questa situazione, che arriva al potere Vicktor Orban. Ci arriva con i due terzi dei consensi parlamentari, con la maggioranza assoluta dei voti, con il suo cinismo, con una campagna elettorale che strappa alla destra xenofoba i suoi cavalli di battaglia e li normalizza. Orban non mi piace. E’ uno che chiede la licenza ai giornali e controlla le notizie con una commissione governativa. Ha trovato negli zingari un capro espiatorio perfetto. Ha messo le mani sulla banca centrale e non è tenero con le opposizioni. Ma se sta lì lo deva alla mediocrità dei suoi avversari. Orban, da giovane, è stato un dissidente del regime. Più coraggioso di chi si è riciclato all’ultimo momento dopo che per anni denunciava i nemici del comunismo. E’ uno che ha rinnegato il suo passato e per il potere ha messo da parte un bel po’ dei suoi vecchi valori. Il guaio è che come lui la pensano molti ungheresi.
Il suo successo si spiega in modo semplice. Sta facendo leva sull’orgoglio nazionale. Si batte in modo illiberale contro la corruzione. Le riforme costituzionali indeboliscono il Parlamento, ma quando la Ue, la Bce e il Fondo Monetario lo hanno messo alle strette, chiedendo condizioni dragoniane per un nuovo prestito, con l’obiettivo di farlo cadere, lui ha scelto di non pagare. Perfino l’Economist denuncia il pressing Ue: “La commissione europea vuole che l’Ungheria adotti adotti una politica economica che non faccia necessariamente (per utilizzare un eufemismo) gli interessi del popolo magiaro. Ma se la difesa delle istituzioni democratiche continuerà a essere accompagnata dall’impoverimento del popolo ungherese non ci si deve stupire se questo non sia entusiasta dell’equazione Europa uguale miseria”. Il governo di Budapest risponde alla Ue: “Non vi ridò i soldi che già vi vedo”. Nel farlo trova anche delle buone ragioni. Visto che l’Europa vuole decidere chi deve governare in Ungheria io non cedo al ricatto e non pago i debiti. La scelta magari è folle, ma denuncia un vizio che negli ultimi tempi il comitato d’affari della Ue non finge più di nascondere. Questo signore in pratica ha smascherato un bluff. Cosa accade se non paghi e dici no all’europa? Le autorità di Bruxelles hanno scritto lettere, si sono infuriate, ma di fatto possono solo lasciare l’Ungheria al proprio destino. Di tutto questo il governo sta facendo una bandiera.
Orban parla di grande Ungheria. Ha fatto approvare una legge sulla cittadinanza che riporta l’Europa indietro di secoli. Lo ha fatto nel giorno della commemorazioen dei moti antiasburgici del 1848. Parla di Risorgimento più di Napolitano e di fatto considera ungheresi qualsiasi persona che abbia un origine magiara. Orban ha abbassato le tasse su lavoro e impresa al 16 per cento. La sua ricetta è fregarsene del debito pubblico e delle agenzie di rating e scommettere su una ripresa economica grazie all’aumento dei salari reali. Questo spiega perché la sua politica antilibertaria sta avendo successo. Ma fa capire anche che l’Unione europea con la sua rigidità rischia di favorire un sentimento revanscista in molti Paesi. Orban è un sintomo, ma la malattia dell’Europa è la Ue.
Riccardo risponde all'articolo: "Guardi che io ne so dell’Ungheria molto piu’ di lei, che ci è stato due volte. Sono infatti sposato con una donna ungherse e vivo in Ungheria. A parte la scemenza (ed uso un eufemismo) di affermare che il popolo ungherese - 10 milioni di uomini e donne - sono attaulmente tristi (chissà, per dirla con una battuta, come li fanno oggi i figli se sono tutti depressi ), è inaccettabile l’etichetta di imbecille (revanscista, illiberale) che dà all’attuale premier Orban Victor (che è l’unico dei politici ungheresi in attività a non essere mai stato comunista a differenza di molti dei suoi colleghi di centrodestra e quasi tutti di quelli di centrosinistra) solo perchè propone leggi che non rientarno nel suo (molto opinabile) concetto di liberale e nazionale. La prossima volta che visita l’Ungheria si limiti a riportare le sue impressioni sull’albergo che l’ha ospitato."
Qui, invece altri punti di vista sulla situazione dell'Ungheria. Che ci verrebbe da urlare a squarciagola che siamo tutti Ungheresi... ma sappiamo come andrà a finire. Esattamente come l'Irlanda, il Portogallo, la Grecia e l'Italia che si sono piegate alla dittatura da quarto reich della ue.
Qui, invece altri punti di vista sulla situazione dell'Ungheria. Che ci verrebbe da urlare a squarciagola che siamo tutti Ungheresi... ma sappiamo come andrà a finire. Esattamente come l'Irlanda, il Portogallo, la Grecia e l'Italia che si sono piegate alla dittatura da quarto reich della ue.
Immigrati esentasse...
Democratici e Vaticano sostengono l’abolizione della quota da pagare di Emanuela Fontana
Roma - C'è crisi, più tasse per gli italiani. C'è crisi, meno tasse agli immigrati. Dopo un mese di salassi annunciati e applicati, ora il governo Monti lancia l'unico messaggio anti-imposte dal giorno dell'insediamento. Seguendo un ragionamento che potrebbe essere corretto se non arrivasse da chi ha appena flagellato sessanta milioni di cittadini, i ministri dell'Interno Anna Maria Cancellieri e della Cooperazione internazionale Andrea Riccardi stanno lavorando ora in una direzione opposta: hanno deciso di «avviare un'approfondita riflessione e attenta valutazione sul contributo per il rilascio e il rinnovo dei permessi di soggiorno degli immigrati regolarmente presenti in Italia».
Il contributo sarebbe il nuovo balzello deciso da un decreto del governo Berlusconi, a firma degli ex ministri Maroni e Tremonti, pubblicato in Gazzetta ufficiale il 31 dicembre, che sarà in vigore dal prossimo 30 gennaio. Nel decreto è previsto che gli stranieri che chiedano il permesso di soggiorno debbano pagare tra gli 80 e i 200 euro, a seconda del tipo di documento: la quota minima è per il permesso classico di un anno, 200 euro è invece l'obolo necessario per la carta di soggiorno, destinata ai «soggiornanti di lungo periodo», da rinnovarsi ogni cinque anni. La nuova tassa non riguarda in nessun modo i ragazzi minorenni, gli immigrati che vengono in Italia per cure mediche e coloro che richiedono asilo.
Il ragionamento dei ministri Cancellieri e Riccardi è questo: «In un momento di crisi che colpisce non solo gli italiani, ma anche i lavoratori stranieri presenti nel nostro Paese, c'è da verificare se la sua applicazione può essere modulata rispetto al reddito del lavoratore straniero e alla composizione del suo nucleo familiare». Il Pd applaude, ma la mossa filo-immigrati piace soprattutto agli ambienti cattolici, che questo governo rappresenta in effetti con molti ministri, e soprattutto con il premier Monti. La Lega è sulle barricate, annuncia l'ex ministro dell'Interno Roberto Maroni. Ma anche il Pdl è gravemente perplesso: intervenire su questa materia sarebbe «uno sfottò al Parlamento», avverte l'ex sottosegretario Alfredo Mantovano. Questo perch´ la tassa era definita nell'ultimo decreto attuativo di ottobre, ma il contributo «è stato introdotto con la legge 94/2009, che a sua volta ha modificato il testo unico sull'immigrazione; è quindi legge dello Stato, varata dopo un confronto parlamentare consapevole e acceso». Se si modifica questa materia, bisogna quindi ripassare dal Parlamento, avverte anche il Pdl Lucio Malan.
Maroni ha subito reagito sulla sua pagina Facebook: «Il governo vuole cancellare il mio decreto sul permesso di soggiorno a pagamento. Io dico alla ministra Cancellieri di non azzardarsi a farlo, sarebbe un atto di vera e propria discriminazione nei confronti dei cittadini padani e italiani, un attacco ai diritti di chi lavora e paga la crisi che la Lega non può accettare». E il vicepresidente del Carroccio al Senato Sandro Mazzatorta ha ricordato che in Francia sono necessari ben 1.600 euro a un immigrato per ottenere il permesso di lavoro.
Il nuovo meccanismo era stato pensato per rifinanziare in parte i considerevoli costi sostenuti dallo Stato per la gestione dell'immigrazione: rimpatrio degli irregolari e amministrazione delle pratiche dei permessi di soggiorno. Metà delle entrate erano infatti destinate al fondo rimpatri, per sostenere gli straordinari degli agenti di polizia. L'altra metà andrebbe invece a finanziare gli sportelli unici per l'immigrazione e l'integrazione. Il provvedimento avrebbe portato nel giro di poco tempo circa 200 milioni nelle casse dello Stato. L'imposta era stata duramente criticata dalla Chiesa, «una tassa ingiusta», l'aveva definita martedì monsignor Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes della Cei. E ieri dal Vaticano e ambienti vicini sono arrivate lodi al governo che nella crisi pensa agli immigrati: il ripensamento del contributo sul permesso di soggiorno «è il segno di una grande apertura che accogliamo con favore», è stato il commento di Oliviero Forti, responsabile immigrazione della Caritas Italiana. «Un segnale importante e coraggioso» per le Acli.
mercoledì 4 gennaio 2012
In che mani siamo
Altra bella notizia che fa il paio con questa qui. Chissà cosa staranno pensando tutti quei cretini che festeggiarono la "caduta" del dittatore...
Svuota carceri: è bagarre tra il governo e la Polizia Severino: norme concordate di Raffaello Binelli
L'uso delle camere di sicurezza, previsto dal decreto svuota carceri, crea non pochi problemi nei rapporti tra governo e polizia. A far scoppiare la bomba è il vicedirettore della Pubblica sicurezza, il prefetto Francesco Cirillo, secondo il quale le "camere di sicurezza inadatte a detenzione". Il ministro della Giustizia Paola Severino risponde a stretto giro di posta ribadendo che la "norma è stata concordata con il Viminale, alla presenza dei vertici di polizia".
Le camere di sicurezza: Oggi in Italia ci sono 1057 camere di sicurezza. In base alle norme contenute nel decreto "svuota carceri" del 23 dicembre scorso dovrebbero ospitare, entro 48 ore dal fermo, persone arrestate per reati non gravi e in attesa di processo per direttissima. Ma secondo il vicedirettore della Pubblica Sicurezza, prefetto Francesco Cirillo, sono troppo poche e inadatte a ospitare i detenuti in condizioni di minima dignità. Oltre a questo le forze di polizia non sono organizzate né attrezzate per la custodia degli arrestati. La denuncia arriva in un'audizione informale, dalla commissione Giustizia del Senato, dove oggi parte l’iter per la conversione in legge del dl sull’emergenza carceraria. Il vice capo della Polizia ricorda numeri e dati, giudicati inequivocabili, che lo portano a concludere "il detenuto sta molto meglio in carcere".
La situazione è difficile: Delle 1057 camere di sicurezza 658 sono gestite dai carabinieri, 327 dalla Polizia, 72 dalla Guardia di Finanza. Non hanno il bagno, non consentono l’ora d’aria né la separazione tra uomini e donne e dunque non garantiscono "condizioni indispensabili per rispettare la dignità delle persone". I costi per un’eventuale adeguamento delle strutture sarebbero milto alti, sottolinea poi il prefetto Cirillo, che cita il caso di Torino, dove per 5 camere di sicurezza si sono spesi 450mila euro. "Nessuno ci ha spiegato come devono essere organizzate queste camere di sicurezza", lamenta ancora il prefetto. E polizia e carabinieri, i cui organici sono fermi al’89 (114mila carabinieri e 107mila poliziotti) "nascono per stare nelle strade". Tra l'altro, particolare non secondario, i necessari turni di sorveglianza sottrarrebbero forze consistenti al controllo del territorio.
Il ministro Severino: norme concordate: Il ministro Severino ribatte punto su punto alle accuse ricevute. "Le norme del decreto svuota carceri, che impongono alle forze dell’ordine di custodire in cella di sicurezza gli arrestati in flagranza in attesa della convalida sono state totalmente concordate" con il ministero dell’Interno e i vertici delle forze di polizia. "Attendo - ha precisato la Guardasigilli - di conoscere con esattezza da parte della commissione quali sono state queste considerazioni. Posso dire che quelle norme sono state pienamente condivise con il ministero dell’Interno. Si tratta di una normativa - ha ribadito - totalmente concordata con il ministero dell’Interno alla presenza dei vertici delle forze di polizia".
Mettiamo alla prova il decreto: "Se non si completa tutta l'attività di deflazione del processo civile - ha detto il ministro entrando in commissione Giustizia del Senato - non si può dire che si tratti di uno spot". Rispondendo alle critiche mosse oggi dagli avvocati al dl il Guardasigilli ha risposto: "Le cose vanno messe alla prova, un giudizio sul provvedimento si potrà dare solo quando il sistema è stato completato".
Il sindacato Sappe polemizza: Non tutti sono d'accordo con la denuncia fatta da Cirillo. Donato Capece, segretario generale del Sappe, sindacato autonomo polizia penitenziaria ribatte in questo modo: "Non so su quali basi il vice capo della Polizia abbia detto che i detenuti stanno meglio nelle carceri che, come peraltro già previsto dalle leggi, presso le camere di sicurezza delle Forze di Polizia che operano gli arresti. Evidentemente non ha conoscenza diretta della grave emergenza penitenziaria, peraltro decretata da due anni dal governo. Peraltro - aggiunge Capece - mi stupisce la sua presa di posizione visto che la norma inserita nel decreto legge 211 del 22 dicembre scorso non fa altro che ribadire una disposizione, da tempo impropriamente disattesa, del codice di procedura penale"
Discount Italia
Copio e incollo un post preso dal blog di Bisqui
Discount Italia di Gianandrea Gaiani
Per decenni l’Italia è stato un Paese a “sovranità limitata” con una politica estera e di Difesa coordinata e in molti casi imposta dai nostri principali alleati e soprattutto dagli statunitensi. Dal dopoguerra non era però mai successo che il nostro Paese si trovasse guidato da un “governo d’occupazione” che rispondesse direttamente alle “potenze occupanti” come accade oggi con il cosiddetto governo tecnico imposto dai franco-tedeschi e dalla nomenklatura della Ue e messo insieme dal Quirinale consultandosi anche con la Casa Bianca che ha suggerito i ministri di Esteri e Difesa. Due figure di sicura fede atlantista come l’ambasciatore a Washington Giulio Terzi e il chairman del Comitato Militare della Nato, l’ammiraglio Giampaolo Di Paola. Uomini idonei a garantire che l’Italia resterà un fedele alleato dell’America e manterrà i suoi impegni militari in Afghanistan. Nella sua prima audizione in Parlamento, Di Paola ha infatti confermato questo impegno mentre il titolare della Farnesina (ormai un mito per la stampa italiana perché usa Twitter) ha esordito sulla crisi iraniana dichiarando che “l’Italia sostiene con piena convinzione il piano di sanzioni economiche nei confronti dell’Iran annunciato dall’Amministrazione statunitense”. Più appiattiti di così! Dopo l’attacco all’ambasciata britannica a Teheran, Terzi ha ritirato il nostro ambasciatore nonostante sul piano commerciale l’Italia abbia molti interessi in Iran. Nel timore di apparire poco filo-americano si è poi recato in Turchia a perorare la causa dell’ingresso di Ankara nella Ue, come chiedono da tempo gli Usa. Posizioni che ci auguriamo siano state negoziate in cambio di robuste contropartite ma che temiamo costituiscono un pedaggio obbligato e gratuito nei confronti delle potenze occupanti. A Washington saranno certo soddisfatti ma per ora Terzi assomiglia più a un sottosegretario di Hillary Clinton che a un ministro italiano. Del resto Obama non ne poteva più di Silvio Berlusconi che aveva avuto (forse l’unica iniziativa degna di nota del suo governo) l’ardire di sviluppare una politica energetica e strategica con la Russia di Putin e la Libia di Gheddafi che ci garantiva ampia autonomia, forse troppa per i nostri “tutori”. Sia chiaro, la classe politica è indifendibile e la sua colpa più grave non è solo di aver consentito questa nuova forma d’invasione straniera ma di esserne in qualche modo complice. Le opposizioni e parte della stessa ex maggioranza non hanno fatto altro che ripetere che l’Europa (parola pronunciata sempre con tono solenne, come faceva Romano Prodi) e “i mercati” volevano le dimissioni di Silvio Berlusconi. Nessuno che abbia avuto il coraggio di affermare che i governi italiani vengono fatti cadere dagli elettori italiani, non dalle banche, dagli speculatori, dagli stranieri e dai burocrati di Bruxelles. Invece sono tutti in ginocchio davanti a loro, divinità supreme ma sobrie. Nella migliore tradizione italiana, “Franza o Spagna purché se magna”.
Eppure i vertici del mondo bancario e della Ue non sono più credibili dei nostri politici. Numerose inchieste hanno dimostrato lo sperpero di miliardi di euro da parte di Bruxelles e Strasburgo, gli eurodeputati costano di più e hanno più privilegi di quelli nazionali e la Bce nel 2008 alzò il costo del denaro nonostante gli evidenti sintomi di crisi dell’economia per rallentare un’inflazione immaginaria determinata solo dal petrolio che aveva superato i 140 dollari al barile. Jean Claude Trichet ci ha riprovato nella primavera scorsa, ancora una volta confondendo l’inflazione con il petrolio alle stelle a causa della guerra libica. Ha alzato di nuovo il costo del denaro (e dei nostri mutui) nonostante di ripresa si parlasse solo nelle preghiere. Giusto per dare un senso di continuità alle iniziative della Bce il nuovo presidente, Mario Draghi, ha deciso di riabbassarli dello 0,25 per cento la settimana scorsa. E poi ve lo ricordate il sobrio professor Monti magnificare all’Infedele di Gad Lerner il successo dell’euro che aveva costretto la Grecia ad assimilare “la cultura della stabilità”? Chi ci impone regole, governi e programmi economici non sembra brillare per competenza e autorevolezza. La costruzione dell’Europa del resto non ha mai avuto molto a che fare con il consenso popolare. Nessuno ha mai chiesto agli italiani e a molti altri popoli se volessero l’adesione all’Unione o all’euro. La Ue non è riuscita neppure ad avere uno straccio di Costituzione poiché quella messa a punto è stara bocciata negli unici due referendum indetti in Olanda e Francia. Poco amate dagli elettori europei (che eleggono i parlamentari nazionali da inviare a Strasburgo ma non i membri della Commissione) le elefantiache e costosissime caste che guidano la Ue e la Bce detestano referendum e suffragi popolari. Quando in Grecia il premier Papandreu ha “osato” proporre un referendum per chiedere ai cittadini se volevano i sacrifici per restare nell’euro è stato “fucilato” da Angela Merkel e Nicolas Sarkozy , quest’ultimo lo ha anche insultato in uno dei suoi ormai consueti “fuori onda programmati”. Pochi giorni dopo il premier greco è stato costretto a dimettersi dalla defezione (casuale?) di quattro deputati del suo partito e a guidare il nuovo governo (ovviamente tecnico) è stato chiamato un banchiere, Lucas Demetrios Papademos, ex governatore della Banca Centrale greca ed ex numero due della Bce. Dovrà gestire un programma di austerity nel quale i saldi di Stato consentiranno ottimi affari per la grande finanza, i grandi investitori, gli speculatori e i grandi gruppi internazionali, soprattutto quelli franco-tedeschi perché le banche di Parigi e Berlino detengono buona parte del debito greco.
Nonostante l’Italia rappresenti l’ottava potenza economica mondiale non è stata trattata meglio. Anche Berlusconi ha avuto i suoi “traditori” e i “suoi avvertimenti”. Come l’attacco borsistico a Mediaset (meno 12 per cento in un sol giorno) che ha “consigliato” il premier di ritirare l’idea di posticipare le dimissioni e appoggiare la candidatura di Monti, nominato poche ore dopo senatore a vita dal Quirinale. Fino a pochi anni or sono sarebbe bastato molto meno per denunciare minacce alla democrazia o ingerenze esterne nella vita politica italiana. Appena nominato il sobrio premier Mario Monti è andato in ginocchio dal presidente della commissione europea Josè Manuel Barros a farsi indicare le priorità della sua agenda, poi dal presidente del consiglio europeo Herman van Romupuy, da Angela Merkel e Nicolas Sarkozy a promettere che “farà i compiti a casa” e a “impressionare” la cancelliera tedesca per le misure che adotterà delle quali non aveva però ancora informato né il Parlamento né l’opinione pubblica. Ora però che la nuova manovra da 25 miliardi di euro sta prendendo corpo siamo impressionati anche noi ma non certo in positivo. Di fatto solo tasse per tutti, una stangata più che una manovra che sembra voler affossare ogni possibilità di sviluppo rendendoci ancora più sudditi e meno cittadini. E’ questa la rivoluzione liberale dei professori/banchieri? E’ questa la svolta che ridarà fiato all’economia italiana? Roba che non era più una novità già ai tempi dei governi Andreotti. Per attuare queste misure non c’era bisogno di scomodare i luminari della Bocconi o il gotha dei banchieri, bastava e avanzava la nostra penosa classe politica. Infatti queste misure rivoluzionarie hanno soddisfatto la Merkel e Sarkozy che hanno espresso a Monti “fiducia e sostegno”, forse perché il professore ha accettato di trasformare l’Italia in un bel discount grazie all’impegno ad abrogare la “golden share”, il meccanismo che ha finora permesso allo Stato di conservare il controllo di aziende strategiche nei settori energetico, comunicazioni e difesa: Eni, Snam rete gas, Enel, Telecom e Finmeccanica. Una questione di libertà di mercato sottolineano alla Ue e alla Bce, dove le pressioni sull’Italia in tal senso sono fortissime ma dove nessuno sembra aver fretta di demolire meccanismi simili presenti in Germania, Francia e altri Paesi dell’area euro per impedire “scalate” agli asset strategici nazionali. Ma è possibile che con l’euro che rischia di andare a fondo Ue e Bce non abbiano di meglio a cui pensare che alla “golden share” italiana? Possibile che tutte le misure urgenti per le quali il governo Berlusconi era inadeguato e che dovevano essere adottate immediatamente (pena la catastrofe) non se ne sia vista nemmeno una ma si parli di “golden share”? Il motivo pare evidente e lascia aperti molti sospetti circa il perché all’Italia, con i conti per molti versi più in ordine di quelli francesi (che possono rifiutare il controllo di Bruxelles sul loro bilancio) o britannici (che hanno avuto la scaltrezza di restare fuori dalla truffa dell’euro), non sia stato concesso il privilegio di andare al voto come la Spagna. Prima di tornare ad essere un Paese democratico dobbiamo vendere, anzi svendere considerati i chiari di luna borsistici, le nostre aziende di punta agli stranieri, o per meglio dire ai nostri concorrenti. Quei Paesi (dagli Usa alla Gran Bretagna, dalla Francia alla Germania) che come si è visto chiaramente in questi ultimi tempi (dalle questioni finanziarie alla guerra in Libia) possono venire definiti partner solo da chi è in affari con loro.
Perché è evidente che nell’attuale situazione, con Finmeccanica che dopo il recente (casuale?) mega crollo borsistico ha una capitalizzazione di appena due miliardi ( solo i suoi beni immobili valgono il doppio), abrogare entro un mese la “golden share” significa consentire ai colossi anglo-americani e franco-tedeschi della Difesa (Thales e EADS in testa) di inglobare il gruppo italiano o le sue aziende più competitive. Pochi giorni or sono a Berlino è stato firmato un accordo di militare tra Italia e Germania che dovrebbe bilanciare l’asse franco-britannico nel campo della Difesa (a proposito di Europa unita!) e che prevede una stretta cooperazione industriale in diversi settori ma che potrebbe trasformarsi in sudditanza tecnologica dell’Italia se svendessimo le nostre aziende del settore. I segnali in questo senso ci sono tutti e un documentato articolo della Stampa ha evidenziato il concreto interesse della francese Thales ad acquisire Oto Melara e Wass. Fino a un anno or sono coi francesi si discuteva di joint ventures paritetiche, oggi i Galli calano in Italia al grido di “guai ai vinti” come fece Brenno un po’ di tempo fa. Certo il sobrio Mario Monti ha detto subito, nel discorso di presentazione del suo governo in Parlamento, che si offende a sentire parlare di “poteri forti”, di governo dei banchieri che ha usurpato il potere al popolo benché proprio la grande finanza sia stata all’origine della crisi nella quale ci dibattiamo dal 2008. Peccato che mentre la stampa italiana si è sdraiata adorante ai suoi sobri piedi a Parigi il quotidiano “Le Monde” abbia ricordato in un articolo del 14 novembre dal titolo eloquente ”Goldman Sachs, le trait d’union entre Mario Draghi, Mario Monti et Lucas Papadémos” che gli uomini al governo senza il consenso elettorale in Italia, Grecia e alla Banca centrale europea sono consulenti della grande banca statunitense la cui formidabile influenza in Europa sembra essere sfuggita a molti. Monti del resto ha ragione quando afferma che di poteri forti purtroppo non ne esistono in Italia. Infatti il nostro Paese è oggi in mano a poteri forti stranieri e non certo amichevoli. Non si spiega infatti perché le banche italiane siano sotto osservazione dalla Bce ma non lo siano invece quelle tedesche e francesi che, a differenza delle nostre, sono letteralmente zeppe di titoli-spazzatura. Molte banche greche, altro Paese sotto occupazione, sono in svendita e i grandi gruppi bancari internazionali sono già pronti a mangiarsele. Probabilmente molto presto i professori ci diranno sobriamente che le nostre aziende e banche vanno vendute agli stranieri, sacrificate sull’altare della riduzione del deficit e nel nome di un liberismo che è ufficialmente un dogma per tutti ma che i forti non applicano in casa loro e i deboli subiscono. Dopo aver fatto man bassa al “discount Italia” le potenze occupanti potrebbero anche farci tornare a votare, come un lander tedesco o un dipartimento d’oltremare francese.
Tasse e immigrazione
Il governo Monti, quando s'è trattato di tassare soprattutto gli indigenti, è stato decisissimo... ora, con gli immigrati tentenna e cerca scuse. SE tutti (tranne gli ultraricchi e le caste) DEVONO pagare (compresi gli indigenti italiani), è giusto che paghino anche gli immigrati che spesso e volentieri hanno molto di più di qualunque indigente italiano.
MILANO - Il governo ci ripensa e la tassa sul permesso di soggiorno potrebbe finire in archivio. O almeno venire modificata in base al reddito. Il ministro dell'Interno, Annamaria Cancellieri, e il ministro per la Cooperazione internazionale e l'Integrazione, Andrea Riccardi, spiega una nota dell'esecutivo «hanno deciso di avviare una approfondita riflessione e attenta valutazione sul contributo per il rilascio e il rinnovo dei permessi di soggiorno degli immigrati regolarmente presenti in Italia, previsto da un decreto del 6 ottobre 2011 che entrerà in vigore a fine gennaio».
RIMODULAZIONE - In particolare, si legge nella nota, «in un momento di crisi che colpisce non solo gli italiani ma anche i lavoratori stranieri presenti nel nostro Paese, c'è da verificare se la sua applicazione possa essere modulata rispetto al reddito del lavoratore straniero e alla composizione del suo nucleo familiare».
LA LEGA - La decisione del governo ha provocato l'immediara reazione della Lega. «Il governo vuole cancellare il mio decreto sul permesso di soggiorno a pagamento: io dico alla ministra Cancellieri di non azzardarsi a farlo, sarebbe un atto di vera e propria discriminazione nei confronti dei cittadini padani e italiani, un attacco ai diritti di chi lavora e paga la crisi che la Lega non può accettare» afferma l'ex ministro dell'Interno, Roberto Maroni, su Facebook. «È davvero incredibile, per non dire vergognoso, - ha scritto in una nota il senatore ed ex ministro Roberto Calderoli - vedere che autorevoli ministri del governo di Mario Monti, dopo aver taciuto di fronte alle pesanti misure adottate dall'esecutivo, che vanno a colpire i nostri pensionati e i nostri lavoratori che fanno fatica ad arrivare a fine mese, adesso si spendano in prima persona e prendano posizione contro la tassa sul permesso di soggiorno per gli immigrati». «Una vergogna davvero», ha insistito. «Comunque prendiamo atto che per i ministri del governo Monti si possono spremere i nostri pensionati e i nostri lavoratori, tassare i loro risparmi, la loro prima abitazione, ma non si deve chiedere nulla agli immigrati...», ha concluso il coordinatore delle segreterie nazionali della Lega Nord.
martedì 3 gennaio 2012
Infondo...
... gli si chiedeva SOLO un pò di coerenza. Quel tanto che sarebbe bastato per far tornare alla bocconi il professor monti e gli altri seguaci che occupano le poltrone di ministro senza essere stati eletti da noi. Ma la coerenza (e il buon senso) non sono stati usati. Ora che il danno della manovra è fatto anche e soprattutto con l'aiuto del Pdl, non servono più elezioni o cambiamenti. I tassati siamo sempre e comunque noi. Il mio voto (seppure indiretto), il Pdl lo ha già perso così come lo ha perso la Lega e, molto probabilmente, se e quando ci saranno elezioni, deciderò di restarmene a casa.
A fare il partito di lotta e di governo si finisce male, la storia dovrebbe insegnarlo agli esponenti del Pdl emersi dai fumi del cenone, sopravvissuti al trauma della caduta dal potere, convinti di dover dichiarare sempre, comunque e la qualunque. Perché o sono matta io o hanno qualche problema di senso della realtà, e perfino della decenza, loro. O il governo Monti è stata una forzatura non necessaria e imposta addirittura da forze straniere, e il presidente della Repubblica l'ha favorita ai danni del governo precedente mai sfiduciato, e allora loro, quelli del Pdl, devono essere incazzati e pure tanto, almeno metà del giorno e anche durante le vacanze, oppure il governo tecnico e Napolitano sono bravi, utili e necessari, e allora loro hanno lavorato male, se ne dovevano andare prima, non dovranno tornare mai a governare. La terza ipotesi, quella che li vede festanti e a volte anche un po' scodinzolanti nel commentare il discorsetto di fine anno dal Colle, ma pure un po’ pensosi sulla democrazia sospesa, semplicemente non è presentabile, non si regge in piedi, e fa incazzare gli elettori.
Le dichiarazioni: Cito dalle agenzie di stampa e da una attenta lettura di Libero le dichiarazioni sul discorso di Giorgio Napolitano. «Parole che evocano la forza di un Paese che è riuscito sempre a risollevarsi e che ancora una volta è chiamato a farlo col contributo di tutti», è il commento di Angelino Alfano. «Mi conforta», prosegue il segretario di via dell’Umiltà, «la giusta coniugazione che Napolitano fa tra sacrifici e crescita». Il Pdl, assicura, «non si sottrarrà», ma darà il proprio contributo per «l’eliminazione delle disuguaglianze» e per «restituire all’Italia una prospettiva reale per un futuro che guardi con ottimismo concreto al di là della crisi». Maurizio Gasparri coglie «vari spunti» nell’intervento letto a reti unificate. Dalla necessità di «fare sentire forte la voce italiana in Europa», alla condanna dei «cattivi maestri del consociativismo anni Ottanta», dalla «lotta all’evasione» al ruolo riconosciuto ai partiti, che devono essere protagonisti delle «riforme costituzionali». Fabrizio Cicchitto condivide l’analisi del collega capogruppo. Il presidente dei deputati del Pdl sottolinea i passaggi in cui Napolitano ha messo insieme «rigore e crescita», «realismo e ottimismo». Anna Maria Bernini, portavoce vicario del Popolo della libertà, condivide «le prospettive fondanti per la ripresa» messe in fila dal Quirinale: «Coesione nazionale e sociale, dimensione europea delle soluzioni. Valore ai giovani, alle imprese, al lavoro». A parte «la cravatta color “rosso-Capodanno», scherza Ignazio La Russa: «Un messaggio sereno e responsabile, il suo». Mariastella Gelmini gradisce il «tratto liberale di una filosofia che invita ad abbandonare la vecchia sirena statalista»; Maurizio Lupi sostiene che il Presidente della Repubblica «ha indicato la strada», adesso «tocca ai partiti il compito di percorrerla».
Le due parti: Ora a noi è ben chiaro che il presidente della Repubblica sia uno piuttosto forte in questo periodo, ci è altrettanto evidente che il futuro è tutto da decidere e che accreditarsi è meglio che esporsi, vediamo con lucidità che le contraddizioni più grottesche abitano allegramente anche nelle frasi e negli imbarazzi della ex opposizione, ma alcuni di questi signori sono stati ministri, tutti sono anche oggi esponenti di primo piano. Come fa Lupi a sentire che i partiti sono investiti di un ruolo speciale quando partiti e Parlamento sono stati scavalcati e i loro voti ignorati? Perché secondo la Bernini è toccato al presidente di una Repubblica non presidenziale indicare addirittura le prospettive fondanti? Dove si erano perse? E la Gelmini non doveva badare con i colleghi del governo precedenti che si diceva liberale ad abbandonare la vecchia sirena statalista, o pensa davvero che sia la filosofia di un distinto signore postcomunista di 86 anni? Stesso dubbio dovrebbe sorgere a Maurizio Gasparri, che invece scorge netta in Napolitano la condanna del consociativismo degli anni 80, anni nei quali il Pci faceva il consociativo alla grande. Dove vede la coniugazione Alfano tra sacrifici e crescita nel discorso del 31, e perché non la indicava quando era ministro della Giustizia? Mi fermo qui, probabilmente non è del tutto colpa loro se gli tocca fare due parti in commedia. Il primo ad autorizzare il gioco si chiama Silvio Berlusconi. Tutte sue le frasi che seguono, tutte giuste le considerazioni, ma alla fine manca il colpevole. E mancano le prospettive. Napolitano? «Mi ha citato riconoscendo il mio senso di responsabilità: ho apprezzato». «Resta il fatto che hanno portato a Palazzo Chigi un governo non eletto dai cittadini e che viviamo in una situazione di democrazia sospesa».«È sempre più evidente la vergogna di chi ha indicato il mio governo come l’unica causa di questa crisi. Lo spread alto c’è anche adesso con il governo dei professori».
di Maria Giovanna Maglie
Immigrazione, una risorsa...
Caro direttore,
leggo di una festa in piazza Duomo per il Capodanno. Eppure, anche se nessuno ne parla, la festa non c'è stata. Appena uscito Vinicio Capossela ha salutato la folla con «Buon anno rancorosi di Milano». Certo, perché a guardare la piazza non c'era clima di festa. Chi voleva festeggiare e ascoltare musica era accerchiato da persone che lanciavano petardi e sparavano botti ad altezza uomo. La piazza era completamente divisa in zone off limits dove si sparava volutamente contro altre persone. Solo chi stava vicinissimo al palco si sentiva «al sicuro» e tutto intorno invece ci si guardava le spalle e ci si stringeva l'uno all'altro attoniti per non rischiare di prendere un petardo in testa.
Siamo arrivati in piazza giovani e famiglie sperando di vivere lo stesso clima che si era respirato alla vittoria di Pisapia. E siamo andati via, come moltissimi, stupiti per quello che vedevamo e con un senso di tristezza profonda. Pur essendo vietati botti e fuochi d'artificio, piazza Duomo viveva un clima da guerriglia urbana e guardando «sociologicamente» come era divisa la piazza si apre una riflessione importante sugli spazi pubblici a Milano e la gestione dell'ordine pubblico. Chi era venuto per vedere il concerto era circondato da giovani adulti, quasi esclusivamente uomini e di origine straniera, che sparavano botti e prendevano di mira le persone con violenza. Non un fenomeno isolato in vie secondarie ma al centro dell'evento, nelle gallerie, lungo le arterie principali, tanto da aver paura ad attraversare la strada. Come se Capodanno rappresentasse l'occasione per queste persone che quotidianamente vivono ai margini di prendersi spazio e di far avvertire in maniera dirompente la loro presenza. Il risultato è stato l'impossibilità di convivere in modo sereno nello stesso spazio, separati nettamente dai petardi e da nazionalità diverse. Mi ha stupito che nessun giornale abbia messo in luce il fenomeno contribuendo alla riflessione sulla città di Milano. Una mancata festa di piazza che dovrebbe far riflettere le istituzioni e i cittadini milanesi. Milano rancorosa, la sensazione con cui abbiamo lasciato la piazza con amarezza.
Diletta Colombo
Le caste ingrassano, gli altri si ammazzano
Roma - Due imprenditori in Sicilia, un agricoltore nelle Marche, un pensionato a Bari. Vite e storie diverse, ma per tutti lo stesso cupo finale: tra Capodanno e ieri si sono tolti la vita, colpiti dalla crisi, piegati dal peso dei debiti, spezzati dall’ansia di non farcela, consumati dalla disperazione. Michele Calì allevava polli a Santa Venerina, ai piedi dell’Etna, ma non è riuscito a far quadrare i conti tra usurai e controlli dei nuclei anti-sofisticazione, così ieri ha deciso di spararsi un colpo alla tempia. Roberto Manganaro, 47 anni, insieme al fratello era titolare di una «storica» concessionaria di moto, fondata dal padre mezzo secolo fa a Catania. Da un po’ soffriva di depressione, ma a far precipitare le cose è stata la disastrosa congiuntura economica. Come quasi ovunque nel mondo anche per loro gli affari sono precipitati. Il fatturato aziendale è crollato, e i due fratelli alle prese con i bilanci traballanti hanno dovuto licenziare qualche dipendente. Per Roberto, che li considerava «familiari aggiunti», il colpo è stato durissimo, il dolore insopportabile si è confuso col suo male esistenziale. E la notte di Capodanno l’imprenditore siciliano si è imbottito di barbiturici e si è ucciso impiccandosi. Se Manganaro è la vittima di «una società mangia-tutti», secondo il sacerdote che ha celebrato il suo funerale tra le lacrime dei parenti, l’agricoltore marchigiano di Montefiore dell’Aso che ieri s’è impiccato in un magazzino è vittima della paura. L’uomo, 54 anni, molti spesi a lavorare nelle campagne intorno a Fermo, non aveva debiti da capogiro né sulle spalle il peso di famiglie che dipendevano da lui per sbarcare il lunario, eppure negli ultimi mesi si era trasformato. Amici e parenti dicono che fosse «ossessionato dalla crisi», un’ansia che è cresciuta alla fine dell’anno, trasformandosi in paura. Paura di non farcela ad attraversare indenne quel 2012 in odore di recessione. Paura forse irrazionale, almeno nel suo caso, ma incontrollabile. E fatale. La stessa angoscia che ha travolto il pensionato barese di 74 anni che tra Natale e Capodanno ha trovato nella cassetta delle lettere, tra le cartoline d’auguri, una missiva dell’Inps che gli chiedeva di restituire 5mila euro in rate mensili da 50. Per lui, che di pensione intascava appena 700 euro al mese, quel piccolo debito è diventato un tarlo capace di corroderlo e di togliergli il sonno. Ne ha parlato con il fratello, con gli amici e con un medico che gli ha prescritto dei tranquillanti. Non sono serviti. Il primo gennaio, a ora di pranzo, l’uomo ha aperto una finestra affacciata sul cortile interno del suo palazzo nel centro di Bari, si è arrampicato sull’infisso e si è lasciato cadere, schiantandosi al suolo. Tre storie, ma non certo tre casi isolati. Negli ultimi mesi in tanti, in troppi, soprattutto imprenditori, tra la fatica e l’ansia di tirare la cinghia e la disperata via d’uscita di tirare le cuoia hanno scelto la seconda strada. Anche quando a schiacciarli non erano solo i debiti, ma paradossalmente, crediti con la pubblica amministrazione impossibili da riscuotere. Come per Giovanni Schiavon, l’imprenditore edile padovano che a metà dicembre si è sparato alla tempia dopo aver atteso, invano, l’arrivo di 200mila euro che gli servivano per non spedire in cassa integrazione i suoi dipendenti per Natale.
lunedì 2 gennaio 2012
Immigrazione e tasse
Il 2012 si apre male per gli immigrati: alla crisi e ai rincari che li colpiranno insieme a tutti gli italiani, infatti, si aggiungerà un nuovo balzello che varierà dagli 80 ai 200 euro, che dovrà essere versato ogni volta che si chiede o si rinnova il permesso di soggiorno.
DA FINE MESE - Il nuovo contributo - si legge sul sito «Stranieri in Italia» - era già stato previsto dalla legge sulla sicurezza del 2009, ma era rimasto sulla carta. Adesso un decreto firmato il 6 ottobre 2011 dagli allora ministri dell'Interno Roberto Maroni e dell'Economia Giulio Tremonti, pubblicato il 31 dicembre sulla Gazzetta Ufficiale, lo rende operativo a partire dal 30 gennaio prossimo.
ANCHE 200 EURO - L'importo di quello che si chiama «contributo per il rilascio e rinnovo del permesso di soggiorno» varia in base alla durata del permesso: 80 euro se è compresa tra tre mesi e un anno; 100 euro se copre un periodo tra uno e due anni; 200 euro per i «soggiornanti di lungo periodo» (la cosiddetta «carta di soggiorno»). L'esborso - sottolinea ancora il sito - si aggiunge al contributo di 27,50 euro per il rilascio del permesso di soggiorno elettronico. Gli immigrati contestano, però, le eccessive lungaggini per ottenere i permessi, quando le pratiche dovrebbero per legge essere espletate entro 20 giorni dalla domanda.
ECCEZIONI - La nuova tassa, in ogni caso, non riguarda i permessi dei minori, gli stranieri che entrano in Italia per sottoporsi a cure mediche e i loro accompagnatori, così come chi chiede un permesso per asilo, richiesta d'asilo, protezione sussidiaria o motivi umanitari. Il contributo non tocca neanche a chi chiede solo di aggiornare o convertire un permesso di soggiorno già valido.
I FONDI - Gli introiti ricavati dalla nuova tassa serviranno in parte a finanziare il «Fondo rimpatri», in parte per coprire spese di ordine pubblico e sicurezza del Viminale, e per finanziare gli sportelli unici e l'integrazione.
50 tasse
Pdl, Pd e Terzo Polo forse non lo sapevano, ma con il loro voto di fiducia hanno detto sì a 50 tasse. La «salva Italia», il Milleproroghe e gli aumenti accordati da governo o Authority nelle ultime ore hanno fatto salire il conto degli italiani. Tra una salassata e l’altra i contribuenti perderanno uno stipendio. Massacrati gli onesti e risparmiati i parassiti e la Casta. Sulla carta gli aumenti sono 28, in realtà sono più di cinquanta. Ecco i rincari, da oggi in vigore.
1) CASA - Da quest’anno scatta l’Imu, l’imposta municipale sugli immobili. Due le aliquote: 0,4 per mille sulla prima abitazione, 0,76 per mille sulle altre case di proprietà.
2) RENDITE - L’Imu garantirà un maggior gettito rispetto alla vecchia Ici, grazie all’ampliamento della base imponibile attraverso l’aumento fino al 60% dei moltiplicatori previsti per i fabbricati iscritti al Catasto.
3) IRPEF - Il governo ha bloccato l’aumento delle aliquote, ma ha concesso alle Regioni la possibilità di aumentare l’addizionale dallo 0,9% all’1,23%.
4) IMMOBILI ALL’ESTERO - Introdotta un’imposta ordinaria sul valore delle abitazioni detenute all’estero dalle persone fisiche. Il costo? Pari a quella dovuta sugli immobili tenuti in Italia. Previsto comunque un credito d’imposta per le eventuali imposte patrimoniali dovute nel Paese in cui gli immobili sono situati.
5) BOLLO SUI CONTI - Scatta l’imposta di bollo per le comunicazioni relative a strumenti e prodotti finanziari: sarà dell’1 per mille nel 2012 e dell’1,5 per mille a partire dal 2013. L’applicazione dell’aliquota proporzionale è estesa:
5-a) alle gestioni patrimoniale
5-b) alle quote di fondi di investimento italiani ed esteri
5-c) alle polizze vita
5-d) ai buoni fruttiferi postali per i quali, tuttavia, è stabilita una soglia di esenzione qualora il valore non superi i 5mila euro
6) ESTRATTI CONTO - Il bollo sugli estratti conto e i rendiconti dei libretti di risparmio resta a 34,2 euro per le persone fisiche. Sale invece a 100 euro se il cliente non è una persona fisica.
7) IMPOSTA SULL’ESTERO - Introdotta un’imposta sulle attività finanziarie detenute all’estero dalle persone fisiche. Si applica con le stesse aliquote della nuova imposta di bollo sulle attività detenute in Italia.
8) IMPOSTA SULLO SCUDO - Nuova imposta di bollo sulle attività finanziarie “scudate” per continuare a mantenere l’anonimato col Fisco italiano: l’imposta è fissata al 10 per mille per quest’anno, al 13,5 per mille per il 2013 e al 4 per mille a partire dal 2014
9) UNA TANTUM SULLO SCUDO - Solo per quest’anno è istituita un’imposta straordinaria del 10 per mille sulle attività finanziarie “scudate” che, alla data del 6 dicembre 2011, sono state prelevate o liquidate.
10) TASSA SULL’AUTO - Addizionale erariale alla tassa automobilistica regionale, da versare allo Stato, sulle auto di potenza superiore ai 185 Kw: sono 20 euro per ogni chilowatt che supera il limite.
11) TASSA SULLA BARCA - Prevista un balzello sullo stazionamento, navigazione, ancoraggio e rimestaggio per le unità da diporto che stazionano nei porti nazionali o navighino nelle acque italiane: si va dai 5 euro al giorno per le piccole imbarcazioni, fino a 703 euro per le navi superiori ai 64 metri.
12) TASSA SUGLI AEREI - Nasce un’imposta erariale sugli aeromobili: si va da 1,5 euro al chilo (per gli aerei fino a mille chili) a 7,55 euro al chilo (per gli aerei superiori a 10000 chili).
13) ACCISA BENZINA - Aumenta l’accisa sulla benzina (con inevitabile rincaro dell’Iva e quindi del prezzo finale) di 8,2 centesimi al litro
13-a) Da ieri rincaro dell’accisa sui carburanti in Piemonte: 5 centesimi, che diventano 6,1 col rincaro l’Iva
13-b) Aumenta l’accisa in Liguria: 5 cent, quindi 6,1 cent (contando pure l’Iva)
13-c) Rincara di 7,6 centesimi l’accisa nelle Marche: il prezzo finale sale così di 9,1 centesimi.
13-d) Carburante più caro anche in Toscana: +5 cent, +6,1 considerando la solita Iva.
13-e) Accisa più consistente pure in Umbria: +3,4 cent, prezzo finale +4,1 centesimi.
13-f) Rincari legati ai carburanti anche in Lazio: l’accisa fa un balzo di 2,6 cent, aumentando il pieno di altri 3,1 cent al litro.
14) ACCISA GASOLIO - L’accisa sul gasolio è già aumentata di 11,2 centesimi al litro.
15) ACCISA GPL - Non si salva nemmeno il gpl, la cui accisa sale di 2,6 centesimi.
16) PIÙ IVA/1 - Dal 1° ottobre è disposto un incremento di due percentuali dell’aliquota Iva ridotta, che salirà dal 10 al 12%.
17) PIÙ IVA/2 - Sempre dal 1° ottobre rincarerà (dopo l’aumento dello scorso settembre) l’aliquota ordinaria dell’Iva: passerà dal 21 al 23%.
18) TASSA SUI RIFIUTI - Alla tariffa per il servizio rifiuti si applica una maggiorazione pari a 0,3 euro per metro quadrato di superficie (elevabile dal Comune fino a 0,4 euro). Il tributo dovrebbe comunque scattare nel 2013.
19) MENO PENSIONE - Saranno indicizzate all’inflazione solo le pensioni fino a 1.400 euro. Di fatto, gli assegni superiori subiranno una specie di tassazione, ovvero il mancato adeguamento del trattamento all’aumento del costo della vita.
20) CONTRIBUTI AUTONOMI - Salgono le aliquote contributive per coltivatori diretti, artigiani, commercianti e autonomi: aumenteranno dell’1,3% quest’anno, poi l’incremento sarà dello 0,45% fino ad arrivare ad un’aliquota del 24%.
21) AUTONOMI SEPARATI - Aumentano di uno 0,3% l’anno (fino a raggiungere un’aliquota del 22%) i contributi per gli autonomi iscritti alla gestione separata Inps.
22) TASSA SUL TFR - Per la quota superiore al milione di euro del trattamento di fine rapporto si applicherà l’aliquota massima Irpef del 43%.
23) PENSIONI D’ORO - Arriva un prelievo del 15% sugli assegni previdenziali che superano i 200mila euro.
24) CARO TABACCO - Nessun aumento del prezzo delle sigarette. Aumentano le accise solo sul tabacco trinciato ovvero quello venduto in buste per preparare manualmente le sigarette.
25) CANONE RAI - Il canone Rai aumenta anche quest’anno. Entro il 31 gennaio bisognerà versare la somma di 112 euro: 1,5 euro in più rispetto al 2011.
26) PEDAGGI - L’ultimo giorno dell’anno sono stati decisi gli aumenti dei pedaggi autostradali in vigore già da ieri. Ecco i rincari tratta per tratta:
26-a) Autostrade Meridionali: +0,31%
26-b) Autostrade del Brennero: +1,22%
26-c) Torino-Savona: +1,47%
26-d) Milano-Serravalle: +1,85%
26-e) Tangenziale di Napoli: +3,49%
26-f) Autostrade per l’Italia: +3,51%
26-g) (Sitaf) barriera di Bruere +4,15%; barriera di Salbertrand +5,12%; barriere di Avigliana +5,62%
26-h) Società autostrada Tirrenica: +4,82%
26-i) Autostrada dei Fiori: +5,22%
26-l) Autostrade Centro Padane: +5,62%
26-m) Società autostradale Ligure Toscana: +5,68%
26-n) Autostrade Torino-Ivrea: +6,66%)
26-o) (Satap) Torino-Novara Est +6,32%; Novara est-Milano +6,8%
26-p) Strada dei Parchi: +8,06%
26-q) Brescia-Padova: +7,45%
26-r) Autocamionale della Cisa: +8,17%
26-s) Satap, tronco A21: +9,7%
26-t) Società autostrade valdostane: +11,75%
26-u) Autovie Venete: +12,93%
26-v) Raccordo autostradale della Valle d’Aosta: +14,17%
27) BOLLETTE GAS - L’Autorità per l’energia (e il governo non l’ha fermata, come invece è successo in Spagna) ha deciso un rincaro del 2,7% per la tariffa del gas
28) BOLLETTE LUCE - Sempre l’Authority ha aumentato del 4,9% la tariffa elettrica.
di Giuliano Zulin
domenica 1 gennaio 2012
Svendita dell'italia
Le mani della Merkel sull’Italia. Se l’indiscrezione del Wall Street Journal ha un merito è quello di aver riportato l’attenzione su quei giorni concitati, consultazioni informali ed atti fondamentali passati quasi sotto silenzio. Berlino, ad ottobre, pare abbia chiesto al Quirinale (che nega) di far «saltare» il governo Berlusconi. E qui entriamo nel campo della fantapolitica. Ipotesi retroscenista che circolava da tempo più o meno accreditata e altrettanto smentita. Ciò che è invece certo è che - senza alcun mandato - l’Italia ha formalmente delegato la propria politica fiscale all’Europa. E visto lo Stato dei nostri conti pubblici non è da attendersi un livellamento sui livelli europei (più bassi) della pressione fiscale. La cosa clamorosa è che questa delega all’azione fiscale - manovrata da Bruxelles sotto la regia della Bce - sia passata come un fruscio. E che pochi ne abbiano compreso l’importanza. Ne ha fatto appena qualche cenno il presidente del Consiglio Mario Monti il 14 dicembre scorso, in una delle più turbolente sedute del Senato della Repubblica. Eppure fra poco più di tre mesi - come già riportato da Libero settimane fa - un gruppo di alti euroburocrati, guidato dall’immancabile belga Herman Achille Van Rompuy (attuale presidente del Consiglio europeo), presenterà le linee guida del piano con cui l’Unione europea renderà di fatto prive di senso tutte le prossime campagne elettorali italiane, rendendo definitivo l’attuale commissariamento in corso. Qualche titolo di giornale ha spiegato per sommi capi che 26 Paesi su 27, con la sola eccezione della Gran Bretagna, si preparano a modificare i trattati europei stabilendo il percorso con cui ognuno cederà alla Ue la sovranità fiscale attualmente posseduta, creando quella che è stata chiamata Unione fiscale europea. L’8 e 9 dicembre scorso, senza avere nessun mandato esplicito nemmeno dal Parlamento italiano (che non ne ha mai discusso), e nell’assoluta ignoranza dell’opinione pubblica, il premier Mario Monti ha fatto aderire in via di principio l’Italia alla nuova politica fiscale comune.
Alle spalle aveva solo un disegno di legge costituzionale già presentato nel caos dell’estate in cui si prendevano sberloni dalla speculazione dal governo di Silvio Berlusconi: il testo di legge che inserisce nella Costituzione l’obbligo di pareggio di bilancio. È stato presentato in fretta e furia come una condizione che ci veniva chiesta dagli altri partner del Vecchio continente per avere una mano dalla Bce nel momento più critico, e nessuno ha obiettato. In fondo si tratta di un principio buono, che ci costringe ad essere virtuosi. Solo sulla carta, però. Perché la virtù ha due facce: quella di un Paese che tiene entrate e uscite in pareggio, magari abbassando le tasse quando è necessario e accompagnando le misure con un taglio analogo alle spese superflue. Ma può anche esserci l’altra faccia, che è quella che stiamo vedendo in queste settimane: un Paese in cui aumentano le spese (anche quella per interessi lo è), e che le compensa alzando le tasse in modo assai pesante. Questa - criticabilissima - è stata la scelta operata dal governo tecnico di Monti. Forse l’ultima scelta che spetterà mai più all’Italia. Perché se verranno approvate entro fine marzo 2012 le nuove regole a cui Monti ha portato l’adesione italiana, il governo di Roma cederà a Bruxelles la decisione sulle prossime manovre italiane. E se i conti pubblici di Roma non saranno a posto, sarà l’Unione europea (una istituzione che non risponde all’elettorato italiano) a obbligare l’Italia ad alzare nuovamente la pressione fiscale sui propri cittadini. Certo, si potrà dire ancora di non essere d’accordo: ma bisognerà avere alleati i tre quarti dei 26 paesi che aderiranno all’Unione fiscale, quindi altri 19 paesi. Condizione praticamente impossibile. In ogni caso non ci sarà mai più la possibilità opposta: quella di abbassare le tasse in modo significativo, a meno che esista un surplus di bilancio così ampio da non trovare obiezioni a Bruxelles.
Tradotto in parole povere: la decisione presa da Monti di fare entrare l’Italia nell’Unione fiscale europea, renderà impossibile qualsiasi autonoma decisione di politica economica ai governi politici nazionali che prima o poi dovranno raccogliere l’eredità dell’esecutivo tecnico. Quindi inutile qualsiasi campagna elettorale, perché è proprio sulle ricette di politica economica che si marcano le differenze fra uno schieramento e l’altro. Perché se fosse stato possibile discuterne (ma evidentemente tutte le decisioni europee sono ormai sottratte alla democrazia e perfino all’informazione dei popoli), è evidente che un’Italia con la pressione fiscale in queste condizioni non può cedere la sua sovranità sulla materia. C’è una pressione da record del mondo sui contribuenti che non possono né evadere né eludere, e zero sugli evasori fiscali. Congelare un fisco così, e passare il pallino a un’Unione europea chiaramente dominata dall’asse franco-tedesco, è pura follia. E se c’era un governo che doveva astenersi dal compiere quel passo, questo era certamente il governo Monti: l’unico della storia repubblicana a non avere alcun tipo di mandato popolare.
di Franco Bechis
Leccaculerie varie di governo (monti)
Se tutto va bene Monti ci ha rovinati. Paradossi di fine anno: rispetto a Berlusconi l’Italia peggiora ma sinistra, stampa, tv e sindacati sono contenti di Vittorio Feltri
La più bella notizia dell’anno è che siamo ancora vivi. La più brutta è che siamo mezzi morti. Negli ultimi mesi abbiamo assistito a uno spettacolo inimmaginabile fino all’inizio dello scorso autunno. Non ci riferiamo alle dimissioni (che erano nell’aria) di Silvio Berlusconi, cui si deve comunque la svolta politica, ma all’avvento di Mario Monti. L’arrivo di questi a Palazzo Chigi non ha favorito il cambiamento che molti speravano, e cioè il decollo dell’Italia, la ripresa economica e l’abbattimento dello spread, ma ha introdotto nel Palazzo motivi di divertimento assoluto. In altri termini, tutte le grane che c’erano all’epoca del governo di centrodestra sono rimaste, anzi, si sono aggravate le tasse sono cresciute, la gente va in pensione più tardi, l'Iva è aumentata, la benzina e i tabacchi e l’alcol sono rincarati - però ci viene da ridere. L’uscita del Cavaliere e l’ingresso del Professore hanno suscitato nel Partito democratico, nella quasi totalità della stampa e della televisione e nel cosiddetto Terzo polo un’ondata di buonumore. Il governo non è più considerato ladro, forse perché piove poco o niente affatto. I sindacati non ringhiano: hanno fatto uno scioperino di tre ore tanto per giustificare il costo delle tessere, brontolano bonariamente, ma si capisce lontano un chilometro che se ne impipano dei ceti deboli. Dei quali si sono scordati anche i giornalisti da combattimento dei talk show. Michele Santoro è sparito, se ne occuperà presto Chi l'ha visto? noto programma di Rai 3. Ballarò, che per tre anni ci aveva somministrato servizi settimanali sui pensionati costretti a raccattare per terra scarti di ortaggi ai mercati, ora mostra solo reportage sereni, confortanti. L’Italia di oggi è peggiorata rispetto a ieri, ma per l’informazione sono scomparse d’incanto le famiglie che con lo stipendio non arrivano alla fine del mese. Forse si nutrono di speranza e di fiducia nel premier algido che usa il fisco per punire, ma lo fa per il nostro bene, garantendoci un futuro radioso. Un premier che ogni due per tre dice: eravate sull’orlo del baratro, poi per vostra fortuna sono arrivato io e vi ho acciuffato per i capelli, altrimenti sareste sprofondati. E noi poveri tapini: grazie, grazie signor docente, come faremo a sdebitarci? Il docente allora, con aria benevola: semplice, basta che paghiate il debito pubblico e siamo pari.
La ricetta di Monti è questa: io governo, voi sganciate. Geniale. Come mai non ci aveva pensato quel babbeo di Berlusconi? Invece di seguitare a rassicurarci: non vi metterò le mani in tasca, poteva mettercele, e avrebbe salvato se stesso e noi. Non aspettavamo altro che aprire il portafogli e offrirne il contenuto allo Stato. E che dire dellafase due? L’abbiamo attesa con trepidazione per un mese nella convinzione fosse una magica soluzione per incentivare la famosa crescita. Si è riunito il Consiglio dei ministri, ci siamo domandati che cosa diavolo avesse escogitato, quando il presidente è uscito dalle sacre stanze eravamo lì con le orecchie ben aperte per udire dalla sua viva voce la formula miracolosa e salvifica. Quindi? Delusione. Lui ci ha rimandato al dì appresso: terrò una conferenza stampa e saprete. Rassegnati, abbiamo pazientato altre 24 ore. Finalmente il cattedratico si è degnato di spiegare, due ore e mezzo di pistolotto professorale; noi zitti ad ascoltare come scolaretti, ma non abbiamo compreso un’acca. Che senso ha blaterare tanto a lungo se non si ha un tubo da dire? Oltretutto Monti ha tediato il pubblico, affamato di notizie, usando un linguaggio involuto, iniziatico, infarcito di anglicismi, sostanzialmente ostico e inaccessibile alla maggioranza degli italiani. Perché gli è stato consentito di perdere tanto tempo e di impedire la messa in onda puntuale del Tg1? Se una cosa simile l’avesse fatta Berlusconi, lo avrebbero accusato di essere un dittatore protervo, incurante delle regole, strafottente e invadente. Viceversa, a Monti nessuno ha osato muovere un rimprovero, una critica, nemmeno un appunto. Mah!
Forse è vero che se non è mutata la situazione economico-finanziaria, è però mutato il costume. Si pensi al trattamento riservato ad Augusto Minzolini. Dicevano che era un incapace perché gli ascolti del tiggì che dirigeva scendevano a vista d'occhio. Lo hanno licenziato in malo modo e sostituito con altro direttore, però gli ascolti sono ulteriormente calati, fino a scendere addirittura al di sotto di quelli del Tg5, eppure nessuno ha fiatato. Ma che è accaduto in 60 giorni di così importante da modificare radicalmente le abitudini e gli atteggiamenti dei sedicenti «cani da guardia del potere»? Prima era tutto uno schifo, ora va tutto bene madama la marchesa. Ecco che cosa chiediamo al 2012: un po’ di chiarezza, se non proprio di onestà. A Monti rivolgiamo un augurio: di non tenere i piedi saldamente ancorati sulle nuvole. Se insisterà a voler liberalizzare soltanto i tassisti, i farmacisti e gli edicolanti, guardandosi dal toccare gli ordini professionali (quello dei giornalisti lo ha gratificato consegnandogli la tessera in cambio di che?) e le municipalizzate, beh, nel baratro insieme con noi ci finirà anche lui. Altro che Quirinale.
Cetto Laqualunque, gli immigrati, i carcerati e i giovani...
MILANO - «Un discorso alto, realista, coraggioso e onesto. Istituzionalmente impeccabile. Nelle parole del Presidente Napolitano emerge un forte richiamo alla capacità del nostro Paese di superare, come in passato, momenti difficili attraverso le sue articolazioni sociali, politiche ed istituzionali». Così il Presidente del Senato, Renato Schifani, in una nota diramata dall'ufficio stampa di Palazzo Madama, commenta il tradizionale messaggio di fine anno del capo dello Stato. Secondo il Presidente del Senato è «quanto mai opportuno il richiamo alla responsabilità dei partiti perché questi possano assicurare l'attuazione dell'indispensabile agenda delle riforme in un clima costruttivo e non conflittuale». «Il Capo dello Stato - continua il Presidente Schifani - ci richiama fortemente inoltre a non trascurare, e sono certo che non lo faremo, i delicati e sensibili temi della crescita economica, della tutela del futuro dei giovani, dell'immigrazione e del sovraffollamento carcerario».
FINI - Condivide il le parole di speranza del presidente della Repubblica il presidente della Camera Gianfranco Fini: «Tutti gli italiani devono essere grati al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per aver indicato la via per un futuro migliore: essere davvero una comunità nazionale che oggi come ieri mostra nei momenti più difficili della propria storia di sapersi unire per raggiungere l'obiettivo. Sono certo che l'appello del presidente della Repubblica non cadrà nel vuoto, perchè gli italiani riconoscono il lui una guida morale».
CLINI - Il ministro dell'Ambiente, Corrado Clini, impegnandosi a rendere «l'ambiente una forza trainante della crescita economica», ha ringraziato il presidente Napoletano. «Desidero esprimere la mia gratitudine al presidente della Repubblica per il suo messaggio di incoraggiamento e di responsabilità e per il forte riferimento all'esigenza di affrontare l'emergenza del dissesto idrogeologico. Il nostro sforzo sarà tradurre gli obblighi internazionali e dell'Unione Europea in una opportunità di sviluppo per tutto il Paese».
BERSANI - «In tutto il discorso del presidente c'è un richiamo appassionato all'idea di comunità, al destino comune degli italiani», afferma il segretario del Pd Per Luigi Bersani. «Bisogna corrispondere a quel richiamo con giustizia, solidarietà e con coraggio. In un momento così difficile bisogna imparare, in particolare, quella vicinanza profonda al mondo del lavoro che le parole del presidente hanno ancora una volta testimoniato. Non sarà un anno facile. Per quello che ci compete a noi faremo come dice il presidente: ci metteremo tanto impegno, tanta responsabilità e tanta fiducia».
DI PIETRO - Condivide le parole del presidente Antonio Di Pietro. «Ha fatto bene a ribadire che per uscire da questa condizione la forza motivante, proprio cosi l`ha definita, va trovata in noi stessi», ha detto. Per quanto riguarda l'Idv, dice Di Pietro, «faremo fino in fondo il nostro dovere, senza preconcetti, in Parlamento e nelle piazze, affinché le disuguaglianze economiche e sociali si possano ridurre e si possa ridare speranza a questo Paese e ai nostri giovani, come ha auspicato nel suo discorso il Presidente Napolitano».
GASPARRI -Secondo il capogruppo del Pdl al Senato Maurizio Gasparri ill messaggio di Napolitano ha dato «importanti indicazioni come la fiducia nella politica, con i partiti che devono rigenerarsi rivendicando il proprio ruolo per riforme che garantiscano la democrazia dell'alternanza». Mi auguro, dice Gasparri che «anche il governo attuale trovi la tensione ideale che Napolitano ha espresso e che a Palazzo Chigi oggi non abbonda».
CALDEROLI - Fuori dal coro degli applausi si pone Lega: «Sembra il discorso di "Cetto la qualunque", un messaggio tratto dal film Qualunquemente. Per contenuti ricorda la conferenza del premier Monti: un libro dei sogni con tanti luoghi comuni». Il senatore della Lega Nord, Roberto Calderoli, boccia senza mezzi termini il messaggio di fine anno del presidente Giorgio Napolitano «Vista la lunghezza della carriera politica di Giorgio Napolitano come parlamentare, ministro e presidente della Repubblica, avrebbe potuto fare un esame di coscienza su quello che non si è riuscito a fare fino ad oggi», prosegue l'ex ministro. «C'è qualche fuori campo: dal suo passato nelle fabbriche di Napoli, ma forse si riferiva a quelle dei botti, allo Ius soli - prosegue - C'è poi il passaggio sulla segnalazione dell' eccesso di tasse: prima fa un vero e proprio panegirico del governo Monti, una cosa che non si è mai vista, poi si lamenta delle tasse quando è proprio Monti a proporre solo tasse». «Ma la cosa che più mi ha dato fastidio - conclude l'esponente leghista - è che non c'è nessun accenno al federalismo: questa è una colpa».
L'auspicio del comunista
MILANO- Il presidente Napolitano lo aveva ripetuto anche durante il discorso di "fine anno". L'importanza di riconoscere la nazionalità italiana ai figli di immigrati nati in Italia. Un auspicio per Takwa, venuta alla luce un'ora e 42 minuti dopo mezzanotte nella sala parto al secondo piano dell'ospedale Sant'Anna. È lei la prima bambina nata a Torino. Pesa 4 chili e 190 grammi, i suoi genitori risiedono a Torino e sono di origine tunisina, papà Ben Ahmed e mamma Karik hanno rispettivamente 44 e 26 anni, lui fa il meccanico e lei è casalinga e hanno già un'altra figlia di 4 anni, Jasmine.
ROMA - Ha origini vietnamite la mamma di Sofia, la prima bambina nata a Roma, pochi secondi dopo la mezzanotte. Lo ha precisato il Comune di Roma, annunciando che il sindaco Gianni Alemanno si recherà, come è consuetudine, a porgere di persona gli auguri alla piccola e alla sua famiglia. La bimba è stata data alla luce all'ospedale San Filippo Neri. Il padre è un avvocato romano.
BOLOGNA - È Linda la prima nata a Bologna nel 2012. Primogenita di una coppia residente a Monterenzio (il padre ha trent'anni, la mamma 34), è venuta alla luce sei minuti dopo la mezzanotte al policlinico Sant'Orsola e pesa 3,090 kg.
Iscriviti a:
Post (Atom)
