sabato 23 marzo 2013
Bersani, Napolitano, Renzi e Berlusconi
La politica che parla del nulla di Paolo De Gregorio
Ciò che mi dà più fastidio di tutta la vecchia politica, che è sempre più urgente rottamare, è l’imprendibilità anguillesca dei suoi dirigenti, che la mattina affermano che con l’avversario politico non prenderanno nemmeno un caffè, mentre la sera sono già pronti a qualsiasi accordo, senza rendere conto a nessuno della propria giravolta. La cosa è possibile perché i politici non si scontrano su programmi, riforme, regole nuove da introdurre, ma vogliono solo spartirsi il potere, restare nel gioco e per questo sono disposti a tutto, anche quando perdono la faccia e ogni credibilità. Osserviamo il comportamento di Bersani, che già un mese fa puntava su un accordo con Grillo da lui ritenuto possibile, alternando minacce e blandizie, bastone e carota, pilotando scissioni e divisioni nel M5S, e miseramente fallito di fronte alla fermezza di chi gli ha semplicemente chiesto: rinuncia al finanziamento pubblico ai partiti e poi parliamo. Silenzio di tomba per non essere costretti ad amplificare l’eco della proposta. Orbene, una persona onesta, di fronte ad una valutazione sbagliata, ad un errore di strategia, offre le proprie dimissioni e lascia spazio ad uno come Renzi, che già da tempo affermava di non voler inseguire Grillo ma trattare con il PDL. Se io fossi stato Napolitano non avrei mai dato l’incarico a Bersani semplicemente per non perdere tempo in riti inutili, visto che un governo può essere fatto solo attraverso un accordo tra PD e PDL, e il dirigente che si è espresso in questo senso è Renzi, e Bersani non farà che buttare tempo e ritardare l’insediamento di un governo, qualunque esso sia. Il M5S ha bisogno di farsi le ossa con una tenace opposizione al governo dell’inciucio, avrà modo di indicarne l’immobilismo per i veti incrociati di chi rappresenta interessi diversi, crescerà nella considerazione degli italiani, farà conoscere sempre di più il suo programma, i suoi metodi di partecipazione dei cittadini e al momento giusto dovrà chiedere la maggioranza assoluta per un governo di vero cambiamento. Non so se si tratterà di mesi o di anni, ma se si continua con coerenza e fermezza, e si cresce nelle iniziative sul territorio, per i politicanti e inciucisti è finita.
L'odio che acceca
... strano che ora non si parli più di conflitto d'interesse. Forse perchè i conflitti d'interesse più grossi ce li ha proprio la sinistra?
Bersani: "Presenterò ddl sull'ineleggibilità". Il leader del Pd inizia le consultazioni e manda un segnale ai grillini e al movimento che vuole la cacciata del Cavaliere dal parlamento, guidato da Flores d'Arcais di Raffaello Binelli
Bersani: "Presenterò ddl sull'ineleggibilità". Il leader del Pd inizia le consultazioni e manda un segnale ai grillini e al movimento che vuole la cacciata del Cavaliere dal parlamento, guidato da Flores d'Arcais di Raffaello Binelli
Nel primo giorno di consultazioni Bersani parte subito a testa bassa e annuncia che nel suo programma di governo ci saranno "norme stringenti su incandidabilità, ineleggibilità e incompatibilità". E parlando della manifestazione per l’ineleggibilità di Berlusconi, organizzata a Roma e in altre piazze d'Italia da Micromega, il leader del Pd assicura: "Nel programma che presenterò ci saranno norme stringenti su questi temi. Si riparte sul pulito, su basi nuove". Quanto alla vecchia legge in base alla quale Berlusconi non avrebbe neppure potuto candidarsi, secondo quanto sostiene da settimane il Movimento 5 Stelle, Bersani non si sbilancia più di tanto: "Quando si arriverà in parlamento si vedrà". Per superare l'impasse Bersani indica la strada "di un doppio registro": da una parte un programma di riforme di governo e dall’altro un confronto sui temi istituzionali "rendendo esigibili davvero alcune riforme di cui si parla da 15 anni senza averle fatte" e nel secondo campo "si può trovare un equilibrio di responsabilità". "Se mi fischiano dormo tranquillo lo stesso, non mi offendo - puntualizza Bersani -. Non mi vengano a parlare però di concordia quelli che cinque mesi prima delle elezioni hanno lasciato il cerino in mano ad altri sui danni che avevano provocato. E si sono messi in libertà in campagna elettorale. Detto questo ritengo che ci possa essere spazio per discutere sui punti che riguardano le istituzioni nella chiave indicata dal Capo dello Stato che ha fatto una corretta distinzione tra due registri possibili. Io mi muovo in quel solco, anche loro si prendano le loro responsabilità".
Ipotesi e nomi
ROMA — Il confronto con Napolitano ha in parte modificato il profilo della squadra di governo che Bersani ha in testa. E anche le linee programmatiche che il segretario del Pd proporrà ai partiti saranno più asciutte rispetto agli otto punti annunciati. Il conflitto d’interessi, per dire di una delle riforme meno gradite al Pdl, di certo non verrà indicato tra le priorità dell’esecutivo. Crescita, lavoro, legge elettorale e ulteriori tagli ai costi della politica saranno le nuove parole d’ordine e il segretario pensa ora di declinarle in una chiave più istituzionale.
«I ministri? Stiamo a carissimo amico...» confessa un dirigente molto vicino al leader. Ma al Nazareno se ne parla, eccome. Se prima delle elezioni aveva sognato di portare a Palazzo Chigi un «mix di giovani ed esperienza», adesso Bersani è costretto a rivedere i suoi piani. Per trovare in Senato quel «sostegno parlamentare certo» che Napolitano gli ha chiesto, il presidente incaricato dovrà alzare ancora il livello (e forse pure l’età media) dei suoi ministri. Nell’inevitabile gioco del toto-nomi salgono così le quotazioni degli «esterni», eccellenze della cosiddetta società civile, e perdono quota le giovani leve democratiche: parlamentari come Alessia Mosca, Francesco Boccia, Paola de Micheli, Miguel Gotor, Andrea Orlando, storie che potrebbero tornare in corsa per posti da viceministro o sottosegretario. Vista la difficoltà di «compiere il miracolo», per dirla con Matteo Orfini, Bersani non ha rinunciato all’intento di sparigliare e sorprendere, come gli è riuscito con i presidenti delle Camere Boldrini e Grasso. Ma, se possibile, punta ancora più in alto. Per il dicastero chiave dell’Economia pensa a Pier Carlo Padoan, capo economista e vicesegretario generale dell’Ocse. Per la Giustizia (o le Riforme) avrebbe puntato su Valerio Onida, presidente emerito della Corte costituzionale. Per gli Interni non gli dispiacerebbe riconfermare Annamaria Cancellieri. E per gli Esteri ha valutato l’ipotesi Mario Monti, come «ambasciatore» del nuovo governo nel mondo.
Il ruolo del premier uscente è ancora del tutto incerto, anche perché il Professore potrebbe decidere di tenersi sganciato dall’esecutivo in vista della partita del Quirinale. E ci sono altri nomi cari ai centristi che al Nazareno stanno valutando. Bersani sta cercando un «Passera non Passera» il cui identikit corrisponde a quello di Alberto Bombassei, patron della Brembo. E per la Cultura i montiani avrebbero riservatamente avanzato la candidatura di Ilaria Borletti Buitoni, ex presidente del Fai. Oltre alla filosofa Michela Marzano (Pari opportunità), un’altra deputata che ha il curriculum giusto per entrare in un «governo competitivo e con molte donne», magari all’Istruzione, è la democratica Maria Chiara Carrozza, ex direttore della Scuola Sant’Anna di Pisa. Tra i professori contattati ci sarebbe anche Salvatore Settis, ex direttore della Normale. A parte il vicesegretario Enrico Letta, in bilico tra un posto in squadra e la reggenza del Pd, Bersani vorrebbe tenersi il più possibile sganciato dal Parlamento, per portare a Palazzo Chigi intelligenze nuove alla politica. Talenti che il mondo ci invidia. Il socialista Riccardo Nencini ha fatto al segretario il nome di Mauro Ferrari, ma difficilmente lo scienziato delle nanoparticelle applicate alla medicina potrà lasciare Houston per guidare la Sanità. Molto si è parlato anche di Stefano Rodotà in chiave di calamita per i voti grillini, ora però le esigenze di Bersani — che guarda anche al Pdl e alla Lega — potrebbero essere mutate. Restano alte le chance di un ministero economico per Fabrizio Barca e dell’Agricoltura per Carlin Petrini, mentre al Nazareno dubitano di riuscire a coinvolgere Roberto Saviano, Emma Bonino e don Ciotti.
Monica Guerzoni
venerdì 22 marzo 2013
Finalmente Bersani nella storia!
Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha conferito a Pier Luigi Bersani l'incarico di formare il governo. «Ho conferito a Bersani l'incarico di verificare la possibilità di avere la fiducia in Parlamento», ha detto il presidente della Repubblica, «in continuità con eloquenti precedenti» Il mandato al leader Pd è dunque a «verificare un sostegno parlamentare certo, a un governo che abbia la fiducia delle Camere». Il Capo dello Stato ha invitato Bersani a riferire appena possibile.
NUOVO GOVERNO - «Inizia oggi una fase decisiva per dare all'italia un nuovo governo», ha esordito il presidente, al termine del colloquio con Bersani. «L'incarico che sto per dare costituisce il primo passo di un cammino che dovrà condurci al più presto al raggiungimento dell'obiettivo». Napolitano ha invitato ad affrontare i «problemi che esigono la nascita di un esecutivo e una normale e piena attività legislativa», ricordando che «la stabilità istituzionale è importante quanto quella finanziaria», e che serve «un governo operante nella pienezza dei suoi poteri per assicurare vitalità e fecondità del nuovo Parlamento».
LA DIFFICILE GRANDE COALIZIONE - «Le difficoltà a procedere verso la grande coalizione sono apparse rilevanti - ha ricordato il Presidente - a causa di profonde divisioni riesplose con la rottura di fine 2012. Insisto sulla necessità di larghe intese a complemento di formazione del governo, il quale potrebbe concludersi anche in ambiti più ristretti». Napolitano, comunque, ha voluto sottolineare che «dalle consultazioni che ho condotto con tutte le forze politiche nei giorni scorsi ho tratto il senso di una grande condivisione. A tutti è apparsa chiara la portata delle sfide da affrontare».
«DETERMINAZIONE ED EQUILIBRIO» - «Accetto con la massima determinazione ed equilibrio». Queste le prime parole di Pier Luigi Bersani. «Ringrazio il presidente Napolitano per l'incarico che ha voluto conferirmi. Lo svolgerò con la massima determinazione, ricercando la ponderazione e l'equilibrio cui il presidente ha fatto riferimento», ha detto, promettendo «una politica di riforma che dovrà segnare il cammino di questo nuovo governo». Un governo «di cambiamento», in grado di accompagnare anche un processo di importanti riforme: «Serve un percorso di riforma che sia in grado di realizzare quello che non è stato fatto qui e cioè aspetti rilevanti di riforme costituzionali e politico-elettorali». Bersani ha poi annunciato di voler «iniziare da subito» i colloqui con le forze politiche ma anche, ha sottolineato, con le forze sociali. «Nell'incontrare le forze politiche cercherò di andarci con le idee piuttosto chiare: con poche parole ma con delle intenzioni precise sui percorsi di riforma. E ci andrò, però, naturalmente, con delle mie idee».
CONSULTAZIONI E PRE-INCARICO - Bersani è dunque intenzionato a avviare subito le consultazioni, partendo, com'è prassi, dai due presidenti delle Camere. Non è ancora noto se andrà a colloquio prima dalla presidente della Camera, Laura Boldrini, o da quello del Senato, Pietro Grasso. Intanto, il presidente del Consiglio incaricato si è recato a una riunione - durata circa mezz'ora - con tra gli altri, i capigruppo di Camera e Senato, Roberto Speranza e Luigi Zanda, e Maurizio Migliavacca. In ogni caso il suo mandato, sottolinea il costituzionalista del Pd Stefano Ceccanti, è una sorta di pre-incarico: «Maggioranza certa vuol dire che devi dimostrarla quando vuoi essere nominato, non quando vai alle Camere», ha spiegato attraverso twitter.
LUNGAGGINI - Sono «infondate» le «polemiche per il tempo che stanno prendendo gli adempimenti post elettorali», ha comunque sottolineato il presidente della Repubblica nel suo discorso, criticando «chi se la prende con presunte lentezze italiane» e ricordando che «solo ieri si sono costituiti gli uffici di presidenza rappresentativi di tutte le componenti politiche».
Il tradimento
[...] Nigro (Repubblica): "Giusto riconsegnare i maro', interessi economici andavano tutelati".
Siete stati consegnati agli indiani per difendere le stesse botteghe che vi avevano degradati a difendere. Per queste merde avete giurato.Vi sarebbe convenuto fare i mercenari, quelli vendono cara la pelle e non si lasciano prendere. I giornali titolano che l'India ha dato "garanzie scritte". Oh, una garanzia scritta da un indiano. Il 29 ottobre 2012 Napolitano ha firmato con gli Indiani un trattato ad hoc per il trattamento differito delle pene dei militari. E ci si sono puliti il culo. E lo stesso vale per i trattati sulla sovranita' delle acque territoriali. Quei maro' erano su una nave italiana in acque internazionali. Erano sul suolo italiano, e in quel caso sono sovrani i tribunali italiani. Ci sono trattati per questo. E gli indiani li hanno firmati. Anche il trattato di Vienna che vieta di prendere ambasciatori in ostaggio e' scritto. E lo hanno firmato. Abbiamo visto quanto se ne freghino dei trattati, questi signori. Sapete bene quanto valga un impegno scritto degli indiani. NIENTE. Ma qualche bottegaio italiano ha dei clienti importanti in India, ed e' ben disposto a vendervi. Bottegai, e codardi, si cagano sotto all'idea di perdere il cliente. E piuttosto sacrificano i propri militari. E la popolazione, ancora piu' vigliaccamente, lo accetta. Mi disgusta ancora di piu' il cosiddetto "Ammiraglio" Di Paola. Non credo che il problema sia Marina si o Marina no. Non e' che sarebbe diverso se fossero due alpini. Il problema sono quelle stellette. Normalmente un ministro della difesa e' un politico. Adesso c'e' un militare. In che modo un militare possa tollerare una cosa simile mi riesce incomprensibile. Durante il mio servizio, uno dei miei comandanti si chiamava Sauro di cognome. Discendente di QUEL Sauro li'. Immagino oggi sia in pensione, ma non vorrei sapere cosa ne pensa di Di Paola. Posso indovinarlo. Posso immaginarlo. Ma di uno che porta le stellette e rimane al suo posto in questo momento, penso solo una cosa: bottegaio e codardo, come tutti quelli che stanno dietro a questa vicenda. Ricordo di aver conosciuto, ma erano 20 anni fa, uomini che si sarebbero sparati in bocca pur di non mettere la propria firma ad uno spettacolo del genere. Ovviamente non chiedo il suicidio. Ma che diavolo ci faccia ancora Di Paola sulla poltrona di ministro mi sfugge completamente. L'Onore, caro Di Paola, non e' fare grandi imprese o azioni eclatanti. Onore significa che in qualsiasi modo le cose vadano, che si viva o che si muoia, che si vinca o che si perda, le persone che avevano fiducia in te non devono vergonarsi o essere deluse dal tuo comportamento. [continua qui] dal blog di Uriel Fanelli
Scaricabarile
Soldi alle imprese, il Prof non ha fretta. Il premier scarica sul prossimo esecutivo i 40 miliardi arretrati e rivede al ribasso le stime di deficit e debito di Antonio Signorini
Alla fine, come qualcuno temeva, non è stato approvato il decreto per restituire i soldi alle aziende. Niente modello spagnolo super veloce, né quello più drastico che punta a restituire cash, attraverso la Cassa depositi e prestiti, almeno una parte del debito scaduto che pubbliche amministrazioni irresponsabili hanno contratto con le imprese. Almeno per il momento. Il Consiglio dei ministri di ieri si è limitato a una revisione delle stime del deficit e del debito, alla luce della restituzione del debito commerciale, prendendo atto della disponibilità della Commissione europea (con la lettera firmata dai commissari Antonio Tajani e Olli Rehn) a valutare lo sforamento in modo flessibile. Le stime sono nel disegno di legge con l'aggiornamento degli obiettivi di finanza pubblica, atto dovuto e previsto, che sarà votato dalle Camere. Il premier Mario Monti e il ministro dell'Economia Vittorio Grilli hanno annunciato che «subito dopo» arriverà il decreto senza specificare cosa conterrà. Lo varerà «questo o il futuro governo», ha spiegato Grilli. Decisamente più probabile sia il prossimo, sul quale ricadrà l'onere di varare uno strumento efficace. Migliore della certificazione dei crediti del governo Monti che ieri lo stesso Grilli ha riconosciuto non avere dato «risultati significativi». Le cifre fornite ieri dal premier Mario Monti e dallo stesso Grilli sono consistenti: «Circa 20 miliardi nella seconda parte del 2013 e ulteriori 20 miliardi nel corso del 2014». Nel 2013 cambierebbe il rapporto deficit/Pil: mezzo punto percentuale in più che lo porterà al 2,9%. Il governo annuncia una «immissione di liquidità nel sistema economico», attraverso una deroga alle spese del 2013 per i cofinanziamenti dei fondi strutturali, un allentamento del Patto di stabilità interno (Regioni e Comuni spesso hanno fondi per pagare le aziende ma non possono utilizzarli a causa del patto), fondi rotativi, anticipazioni di cassa per il comparto sanitario. Nel comunicato del governo si citano anche i rimborsi fiscali pregressi a carico dello Stato, che non sono debito commerciale.
Tutto da definire, insomma, tanto che il mondo delle imprese si è diviso. Cauto, ma soddisfatto il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi per il quale «le decisioni assunte dal Consiglio dei ministri vanno nella direzione giusta, volte a ridare un po' di fiducia». Ma rappresentano «un primo passo e vanno finalizzate in tempi rapidi». Decisamente negativo il giudizio dei commercianti. Per Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio, «si sta giocando sulla pelle delle piccole e medie imprese che stanno scontando gli effetti di una crisi che si fa più lunga e profonda del previsto. Dopo il via libera dell'Europa e la lunga lista di coloro che si dicono favorevoli allo sblocco, assistiamo ora all'ennesimo rinvio, di fatto, e senza individuare soluzioni operative». Antonio Tajani, vicepresidente della Commissione che ha spinto per la soluzione, giudica positivamente l'impegno nei due anni, che corrisponde agli auspici dell'esecutivo Ue. Ma si augura «fortemente che il piano del governo possa avere rapida attuazione e che copra effettivamente la totalità del debito commerciale pregresso». I dubbi delle aziende riguardano più fronti. Intanto il fatto che si scarichi, di fatto, la responsabilità sul prossimo esecutivo. Poi l'entità: 40 miliardi sono la metà del debito commerciale della pubblica amministrazione emerso. Non bastano. E c'è chi dubita che il peggioramento del saldo sia da imputare alla liquidazione dei debiti.
Giulio Terzi e la storia indiana
ROMA - I marò tornano in India, ma la bufera sulla Farnesina non si placa. Il ministro Giulio Terzi è però convinto che tutto sia andato per il meglio: "La situazione - dice - si sta normalizzando, e non stiamo mandando i nostri militari allo sbaraglio, incontro ad un destino ignoto. Non rischiano la pena di morte".
Ministro, valeva la pena di alzare i toni con l'India e arrivare ad uno strappo diplomatico così pesante se poi siamo stati costretti a rimandarli indietro? "Credo proprio di sì. Senza lo strappo non avremmo potuto contrattare con il governo indiano le condizioni attuali, che prevedono per loro condizioni di vivibilità quotidiana nel paese e la garanzia che non verrà applicata la pena massima prevista per il reato di cui sono accusati. Su questo adesso non abbiamo più preoccupazioni".
Attilio Regolo rientrò a Cartagine, e fece una brutta fine. Non sente su di sé la responsabilità di averli fatti rientrare? "No, assolutamente. Erano condizioni diverse, vigeva il diritto romano e Cartagine non lo applicava. Noi ci muoviamo nell'ambito di leggi internazionali, che devono essere rispettate. Confidiamo che ciò avvenga".
Cosa è cambiato rispetto a due settimane fa? "La tensione è salita, si sono manifestate preoccupazioni anche per l'incolumità del nostro ambasciatore, la vicenda ha avuto un risalto internazionale che ha interessato anche l'Onu e la Ue. Noi abbiamo continuato a lavorare a tutto campo e questo ha consentito di poter fare con gli indiani alcune verifiche. Ritengo che la mossa di riportarli in Italia e comunicare che non sarebbero rientrati abbia avuto l'effetto che ci aspettavamo, clamore a parte. Le iniziative delle procure militari e civili inoltre hanno dimostrato che anche dal punto di vista della nostra giustizia Roma non sta con le mani in mano".
Può darsi, ma resta il fatto che i due marò adesso ritornano in un paese che li vuole processare per omicidio. Un reato per cui è prevista, nei casi estremi, la pena di morte. Come glielo avete comunicato? "Io personalmente non ho parlato con loro, lo ha fatto il presidente del Consiglio. Ho sentito invece le loro famiglie. Credo che in casa ne abbiano discusso. Sanno di avere il sostegno del governo italiano e l'impegno dell'Italia a far si che la situazione si risolva nel migliore dei modi. In tutti i casi vogliamo riportare i nostri due fucilieri a casa. Deve essere chiaro che il nostro sforzo non finisce qui. Con l'India abbiamo aperto adesso un canale di comunicazione diplomatica e giuridica che riparte da presupposti diversi, e che si basa sul principio del mutuo rispetto tra i due paesi, così come ha chiesto l'Onu più volte".
Ritiene che questo possa bastare a tranquillizzarli? "Ripeto, le cose ora vanno viste in una luce diversa. È nostra opinione che non ci siano più le preoccupazioni che avevamo in precedenza. L'accordo con l'India prevede che il caso in questione, per le sue modalità, non rientri tra quelli in cui possa comminarsi la pena massima prevista dal loro codice".
La decisione è stata presa oggi in un consiglio dei Ministri che qualcuno racconta essere stato piuttosto animato. "Le posso dire che all'interno del consiglio ci sono state sensibilità diverse tra i ministri, ma che tutti hanno lavorato a fondo con la volontà di trovare una soluzione che fosse equa, che ripristinasse dei regolari rapporti diplomatici con l'India e che ci desse garanzie sulla sorte dei nostri fucilieri. Credo che ognuno abbia fatto al sua parte".
Da molti giorni, e specialmente oggi non appena appresa la decisione di fare retromarcia, tanti chiedono le sue dimissioni. "Non ne vedo il motivo. In questi mesi abbiamo lavorato con impegno, cercando sponde diplomatiche e giuridiche per risolvere la situazione. Dimettermi? Io faccio parte di un governo dimissionario. E le dimissioni, se è per questo, me le chiedono sin da quando la nave Enrica Lexie è attraccata nel porto di Cochi, con polemiche e strumentalizzazioni che ritengo del tutto ingiustificate".
giovedì 21 marzo 2013
Il salvatore dimenticato...
Arrivano momenti, nella vita. Momenti nei quali non vorresti esserci e, se ci sei perché costretto, vorresti scomparire, dissolverti, trascendere in vapor acqueo. Far sentire il prestigioso peso della tua assenza. È attraversato da uno di questi momenti, il professor Mario Monti, ieri obbligato a riunire i suoi di Scelta civica prima che la delegazione composta dai capigruppo Mauro e Dellai, più Olivero e Cesa, s'avviasse al Quirinale per le consultazioni. Consultazioni disertate dal premier per doverose questioni di opportunità. Ma il luogo nel quale il Prof non avrebbe più voluto esserci è stato proprio lì, in mezzo ai suoi. E lo ha detto nella rude maniera di un re nauseato della propria corte. «Ero tentato dal non venire», sarebbero state letteralmente le sue parole, prima di abbandonarsi a uno sfogo di amarezza che deputati e senatori centristi pare abbiano accolto quasi come un preludio d'abdicazione. «Troppe illazioni contro di me, sono disgustato... So di essere considerato in via d'estinzione, ma non vorrei essere estinto da chi ho contribuito a portare qui... Alcune dichiarazioni che ho letto sui miei supposti interessi personali sono disgustose - ha proseguito Monti -. È chiaro, i giornalisti colorano, ma è evidente che qualcuno fornisce loro validi spunti... qualcuno di voi ha messo delle voci in giro, ci sono state delle critiche che non mi aspettavo. Se qualcuno non si fida più di me lo dica apertamente».
Nella tiepida saletta di Montecitorio dai caloriferi ormai pendevano ghiaccioli, e non è risuonato alcun moto di cortese ribellione; nonostante la folta rappresentanza cattolica, nessun discepolo ha provato a discolparsi con l'evangelico «forse io, signore?». Né Monti, d'altronde, ha mai promosso afflati di tenerezza tali da mettersi al passo coi tempi (circostanza che non manca di farne comprendere una cospicua inattualità). Il puntuale resoconto che quel «qualcuno», anzi più d'uno, ha fatto trapelare persino alle agenzie di stampa della riunione, fa ben comprendere il punto cui Scelta civica è giunta. Non distante dalla medesima algida (e un po' schifata) razionalità è stato lo schema proposto dal Prof riguardo alle prossime mosse. Ragionamento che parte dall'assoluta necessità di un governo, persino a «geometrie variabili», ma non da quella che a presiederlo sia Bersani. «Non siamo stampella di nessuno», ha detto Monti, infastidito dalle velleità del capo piddino. Eppure, ha continuato, «non si sa che cosa sia peggio» tra un governo che non riesce a decidere e un ritorno al voto anticipato, tanto più che una forza del dieci per cento prima di tornare alle urne «deve pensarci due volte». Un suicidio, sarebbe: stritolati dall'ulteriore polarizzazione del voto. Ergo: meglio rimettersi a Napolitano e attendere di capire che cosa proporrà Bersani. Codina velenosa: «Bisogna vedere se Napolitano farà più di un tentativo... In questo caso, potrebbe essere più opportuno aspettare il secondo giro». Quando il cadavere di Bersani sarà salito a galla e già portato via dalla corrente.
Se volete crederci...
Roma - Il cosiddetto «popolo della Rete», che abbocca a tutto, ha già fatto il monumento equestre a Boldrini e Grasso perché «si riducono lo stipendio del 30%». Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con i neo presidenti di Camera e Senato, Laura Boldrini e Pietro GrassoSì, il 30% ma di cosa? Quale parte del ricco pacchetto (stipendio, rimborsi, diarie, benefit, appartamenti, spesa fatta dai commessi) da presidenti di Camera e Senato? Cioè alla fine, di preciso, a quanto rinunciano? Un conto è il compenso, un conto è l'indennità, cioè la parte che corrisponde allo stipendio reale, al netto di tutto il resto. Non è ancora chiaro a cosa si applichi la sbandierata riduzione del 30%, perché se riguarda l'indennità si tratterebbe della rinuncia a 1.500 euro circa sui 5mila di indennità, a cui però poi si aggiunge più del doppio. Sarebbero dunque briciole, più che una ventata francescana anche ai Palazzi italiani dopo quelli vaticani. Anche perché i due presidenti di Camera e Senato sono remunerati ancora meglio dei parlamentari normali. A chiedere chiarimenti è lo stesso Beppe Grillo, elettore (coi suoi 163 parlamentari) sia della Boldrini che di Grasso, sui cui il gruppo si è spaccato in due. «Si riducono stipendio del 30%, bene, ma si tratta di quello da parlamentare o dell'indennità aggiuntiva per i presidenti di Camera e Senato? Non è spiegato, ma è un dettaglio importante che i cittadini devono conoscere. Una proposta c'è già ed è molto semplice: 5mila euro lordi mensili invece di 11.283 euro lordi, rinuncia all'assegno di solidarietà e obbligo di giustificare, rendicontare e pubblicare ogni spesa rimborsata. Se Boldrini e Grasso proponessero questa misura il risparmio annuale sarebbe di circa 70 milioni».
Il comico parla del compenso totale dei parlamentari (11.283 euro), ma quello che spetta, ex lege, a Grasso e Boldrini è superiore. Se prendiamo i loro predecessori come parametro, troviamo uno stipendio netto mensile, tra indennità di funzione, indennità di carica e rimborsi forfettari (esentasse), di oltre 15mila euro al mese. Perché al compenso base si aggiungono 4.223,83 euro di indennità d'ufficio e un ulteriore rimborso spese telefonico di 154,94 euro. Il presidente del Senato, poi, ha diritto ad una residenza lussuosa nel cinquecentesco Palazzo Giustiniani a Roma, ma pare che Grasso sia intenzionato a risiedere a casa propria. Grasso poi, ex procuratore nazionale Antimafia e magistrato di Cassazione, ha maturato i requisiti per la pensione da ex toga, che nel suo caso (anzianità di servizio e metodo retributivo) equivale alla quasi totalità dei 14mila euro di stipendio, attorno agli 11mila euro. Che quindi si aggiungono all'emolumento da presidente del Senato, compensando largamente la rinuncia al 30% (non si sa ancora di cosa).
La cinquantenne Laura Boldrini, nuova presidente della Camera, non è in età da pensione (anche se all'Onu valgono regole molto particolari e il vitalizio si matura con precocità). Nel comunicato congiunto fatto con Grasso si legge che, oltre al famoso 30% di taglio, ci saranno risparmi anche «in tema di indennità di ufficio e di altre attribuzioni attualmente previste, alcune delle quali potrebbero essere del tutto soppresse, quali ad esempio i fondi per spese di rappresentanza». E poi «una riduzione, a partire dal trenta per cento con l'obiettivo di arrivare al cinquanta, sarà applicata alle dotazioni delle segreterie particolari degli stessi titolari delle cariche istituzionali», a partire dai due presidenti. Chi farà, ad esempio, le foto ufficiali alla Boldrini (che ha subito iniziato assumendo portavoce e staff tra gli amici di partito)? Nel primo trimestre 2012 il «Cerimoniale» della Camera (che si occupa soprattutto della presidenza) ha speso 180mila euro in foto. Ma ce ne sono parecchi di privilegi che la Boldrini si ritrova suo malgrado. Un «plafond illimitato» relativamente al «Fondo spese di rappresentanza», l'autovettura di servizio, la franchigia postale e la dotazione di «apparati telefonici mobili» ad libitum. E poi lo staff a disposizione: un capo della segreteria, un portavoce, due addetti di V o IV livello, più nove addetti. Totale: 13 dipendenti. Basterà il taglio del 30%?
mercoledì 20 marzo 2013
Contro il saccheggio Ue
La pillola avvelenata non la vogliono inghiottire. Stretti tra l'incudine delle proteste di una piazza in crescente subbuglio e il martello delle pressioni politiche esterne e dei mercati finanziari, i parlamentari di Cipro hanno scelto ieri di bocciare il piano di aiuti da 10 miliardi, con scippo incorporato ai depositi bancari. Un rigetto che ha trasversalmente unito sinistra e destra: a parte i 19 astenuti del partito Disy del presidente Nicos Anastasiades, hanno mostrato il pollice tutti gli altri 36 deputati. Un no collettivo, il cui fine è quello di consentire al governo di sedersi di nuovo al tavolo con la troika Ue-Bce-Fmi per rinegoziare gli aiuti. In serata il presidente dell'Eurogruppo Jeroen Dijsslbloem ha ribadito «l'offerta a Cipro» e «il sostegno ai suoi sforzi riformatori», chiarendo che spetta sempre a Nicosia trovare il resto dei fondi (5,8 miliardi) dopo la bocciatura del prelievo forzoso.
L'esecutivo guidato da Dimitris Christofias aveva provato a rimodulare il pacchetto, trasformandolo in una versione più soft soprattutto per i risparmiatori con depositi fino a 20mila euro. Per loro, niente prelievo. Da applicare invece nella misura del 6,75% ai conti tra i 20mila e i 100mila euro e del 9,9% alle disponibilità oltre i 100mila. Un cambiamento che avrebbe tra l'altro messo a rischio i 5,8 miliardi di incassi inizialmente previsti con l'esproprio. Niente da fare: i correttivi non sono bastati a rassicurare i deputati. Così, la tensione è ulteriormente salita. Sono circolate voci di dimissioni (poi smentite) da parte del ministro delle Finanze, Michalis Sarris, l'uomo forse incaricato di testare il «piano B», quello basato su un salvataggio alternativo offerto da Mosca. Una missione difficile, considerato che il prelievo sui depositi andrà a colpire anche gli oltre 30 miliardi di dollari parcheggiati dai russi nelle banche dell'isola mediterranea. Ma il tempo scorre, e un tentativo andrà comunque fatto. Anche perché la liquidità di cassa a disposizione del governo dovrebbe bastare fino all'inizio di giugno, quando scadono titoli di Stato da rifinanziare per 1,4 miliardi. Senza cash, il Paese rischierebbe l'insolvenza. Una bancarotta che «metterebbe in pericolo l'euro nel suo complesso», ha detto il direttore del fondo salva-Stati permanente, il tedesco Klaus Regling. Parole che hanno ulteriormente messo in allarme i mercati: mentre l'euro scivolava sotto quota 1,29 dollari per la prima volta dal novembre scorso, le Borse - Wall Street compresa - venivano investite dalla corrente delle vendite (Milano ha perso l'1,6%, con sospensioni a raffica tra i titoli bancari) e lo spread Btp-Bund saliva a 340 punti, il presidente del parlamento cipriota ha esortato i deputati a votare contro l'impopolare piano di salvataggio. «La risposta non può che essere una: no al ricatto. Si tratta di una razzia», ha detto Yiannakis Omiru del Partito socialista Edek.
Già alla vigilia del voto il governo aveva peraltro detto di ritenere «improbabile» un via libera alla legge, dato che il Disy controlla solo 20 seggi sui 56 totali. Sia i comunisti (19 seggi) sia i socialisti (5) si erano subito dichiarati contrari alla proposta di prelievo forzoso. La situazione, al momento, è dunque di stallo. Una impasse per nulla gradita da quella stessa Germania che non più tardi di lunedì aveva negato la paternità del bailout. Ecco quindi il diktat: «Finche il parlamento non avrà deciso, non ci sarà alcun programma di aiuto», hanno riferito fonti governative. Non solo: «Senza un programma di aiuto, la liquidità per aiutare le banche cipriote è in pericolo. E fino ad allora le banche cipriote non potranno riaprire». I lucchetti agli sportelli dovevano essere tolti domani, giorno di prevedibile assalto dei correntisti alle banche. Panicos Demetriades, governatore della banca centrale, ha messo in conto che la fuga di capitali dall'isola potrebbe corrispondere al 10% dei depositi, vale a dire un massimo di 7,5 miliardi. Poi, restano i timori che l'esproprio cipriota sia un ballon d'essai replicabile altrove. A dar retta al presidente dell'Eurogruppo, Jeroen Dijsselbolem, non c'è però da aver paura: «Non c'è nessuna necessità di un prelievo straordinario sugli asset degli altri Paesi».
martedì 19 marzo 2013
Merkel, ue, cipro e lo scaricabarile...
MILANO - "E' il pacchetto di riforme di Cipro, spetta a Cipro decidere la struttura del contributo delle banche. L'importante è che alla fine il conto sia di 5,8 miliardi". La sintesi estrema è di Joerg Asmussen, membro della Bce che così - nella serata di ieri - ha spiegato il succo della questione. La tassa sui depositi bancari voluta a Bruxelles (6,75% per quelli inferiori a 100mila euro e 9,9% per quelli superiori, per un contributo totale di 5,8 miliardi fondamentale per sbloccare ulteriori prestiti internazionali da 10 miliardi) può essere modificata. Lo hanno messo nero su bianco gli stessi ministri delle Finanze dell'area euro lunedì sera, dopo una conference call. Nel comunicato finale è significativa la frase "l'Eurogruppo continua ad essere dell'idea che i piccoli depositi debbano essere trattati diversamente da quelli di entità maggiore e riafferma l'importanza di esentare completamente i depositi sotto 100mila euro". Come a voler sottolineare che l'impianto iniziale - che appunto toccava anche i depositi sotto quella soglia - sia stato deciso da altri. Ma già ieri la Germania aveva respinto la paternità di quelle misure, mentre Fmi e Bce hanno più volte sottolineato l'importanza di rendere la tassa più progressiva. Insomma, alla fine dello scaricabarile - come ha sintentizzato Asmussen - tocca a Nicosia decidere. Stando a quanto ha annunicato
il ministero delle Finanze, il governo dovrebbe proporre l'esenzione dei depositi inferiori a 20mila euro, anche se la Banca centrale si è raccomandata di estendere la quota a 100mila euro. Ha poi ribadito che escludendo quelli sotto i 20mila e mantenendo le aliquote allo stato attuale per gli altri, non si raccoglierebbeo 5,8 miliardi. Ma le cose sono ancora più complicate del previsto, soprattutto perché il partito del presidente Nicos Anastasiades può contare solo su 20 seggi, in un Parlamento che conta 56 persone. Il partner di coalizione Diko - che porta in dote otto voti - ha definito "inaccettabile" la tassa nella sua prima versione. Resta da vedere se le modifiche saranno sufficienti a convincerlo, altrimenti si andrebbe verso la totale ingovernabilità di una situazione di per sé esplosiva. Lo stesso portavoce del governo, Christos Stylianides, ha detto che il prelievo potrebbe non passare in Aula. Parlando alla radio di stato nella mattinata di oggi ha dichiarato: "Sembra che possa non essere approvato. Se così fosse, Cipro precipiterebbe in una crisi ancora più profonda". Il Parlamento, chiamato inizialmente a votare la tassa nel pomeriggio di oggi, molto probabilmente rimanderà di nuovo la seduta in attesa di un accordo sulle cifre.
Che il contributo di Cipro al suo stesso salvataggio debba comunque esserci è ben testimoniato dalle parole del ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble, che ha commentato laconico: "Chiunque investe i suoi soldi in un Paese dove si pagano meno imposte si assume il rischio quando le banche di quel Paese non sono più meritevoli di credito, è ovvio". Un messaggio chiaro soprattutto dopo le rimostranze dei Russi, i maggiori depositanti in terra cipriota (si parla di circa 25 miliardi di dollari di capitali giacenti sull'isola) che in questi giorni hanno protestato parlando di "esproprio". Per Schaeuble sarebbe "irresponsabile" pensare che "solo i contribuenti europei debbano finanziare gli investimenti stranieri a Cipro". Una pietra sopra le rimostranze di Vladimir Putin. Sul tema è intervenuto con toni rassicuratori il presidente dell'Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, dicendo che la situazione di Cipro è unica e che il prelievo è necessario e "inevitabile" per salvare il Paese. Inesorabile si è posizionata anche la lente d'ingrandimento dell'agenzia di rating Fitch, che ha posto in "watch negative" le banche cipriote Bank of Cyprus, Cyprus Popular Bank e Hellenic Bank. La decisione, si legge in una nota dell'agenzia, "riflette i rischi al ribasso relativi all'imposizione di perdite forzate sui conti correnti". Secondo quanto riportato dalla tv tedesca N-tv, inoltre, la liquidità del governo di Nicosia potrebbe essere sufficiente solo fino a maggio. Continua intanto la rabbia della popolazione, che fino al 21 marzo troverà le saracinesche abbassate agli sportelli bancari per volere della Banca centrale, che ha congelato i depositi per evitare la fuga di capitali (anche la Borsa di Cipro resterà chiusa fino a mercoledì). Le strade di Nicosia - normalmente tranquille - sono state occupate dalla protesta dei cittadini che si sono scritti "No" sulle mani come segno di protesta (FOTO). Anche il partito comunista Akel ha portato in piazza diverse centinaia di persone.
Le belle notizie...
L'ultima notizia è che il Governo ha dato il via libera a 12 miliardi di investimenti pubblici o meglio la solita prima bozza di un decreto legge che serve per accelerare gli investimenti pubblici sostenuti dal cofinanziamento nazionale dei fondi strutturali Ue che ovviamente verranno pagati a ...365 giorni! [continua qui]
Mentre giunge la notizia dell'ennesimo rinvio della ratifica degli accordi della scorsa settimana magari ci penserà Gazprom chissà... stiamo assistendo al miglior colossal dell'orrore mai proiettato nelle sale cinematografiche dell'Unione europea, una sala dove quotidianamente con l'assistenza dei media e dei troll foraggiati dai nostri contributi, si proietta la più colossale delle frodi e manipolazioni... [continua qui]
Dalla grande germania: ”Alle riforme del mercato del lavoro del 2003 mancavano i paracarri. Chi dopo decenni di duro lavoro si trova ad essere disoccupato, dopo solo 12 mesi finisce al livello dei sussidi sociali – Hartz IV. Cio’ è umiliante. Milioni di posti di lavoro a tempo pieno sono stati smontati in tanti piccoli e sottopagati Minijobs, Part time e lavori interinali. Molte persone che lavorano 40 ore la settimana e anche di piu’ ricevono sussidi con il denaro dei contribuenti per poter sopravvivere. Sociale è quello che crea posti di lavoro? Per niente! Aufstocker (lavoratori che ricevono un sussidio), Ein-Euro-Job, privatizzazione del collocamento – la lista dei peccati di Schröder, Clement e Steinmeier è lunga.” [continua qui]
Dalla grande germania: ”Alle riforme del mercato del lavoro del 2003 mancavano i paracarri. Chi dopo decenni di duro lavoro si trova ad essere disoccupato, dopo solo 12 mesi finisce al livello dei sussidi sociali – Hartz IV. Cio’ è umiliante. Milioni di posti di lavoro a tempo pieno sono stati smontati in tanti piccoli e sottopagati Minijobs, Part time e lavori interinali. Molte persone che lavorano 40 ore la settimana e anche di piu’ ricevono sussidi con il denaro dei contribuenti per poter sopravvivere. Sociale è quello che crea posti di lavoro? Per niente! Aufstocker (lavoratori che ricevono un sussidio), Ein-Euro-Job, privatizzazione del collocamento – la lista dei peccati di Schröder, Clement e Steinmeier è lunga.” [continua qui]
lunedì 18 marzo 2013
Sul prelievo forzoso di Cipro
Colossale rapina in banca a Cipro di Giovanni Zibordi
Colpo di scena sabato a Cipro. Colossale rapina in banca. Il governo aveva annunciato giovedì congiuntamente alla UE e alla Troika un salvataggio delle banche da 17 miliardi, una cifra pari al PIL dell'isola (ma le passività totali delle banche cipriote sono 8 volte tanto). Sembrava quindi un salvataggio con soldi della UE, a dispetto delle proteste in Germania contro le banche cipriote, note per il riciclaggio di denaro e i traffici degli oligarchi dell'Est Europa. Ma nel frattempo la Germania aveva dato un ultimatum: o fate un prelievo forzoso dai conti correnti pesantissimo o uscite dall'Euro. Il governo di Cipro ha scelto l'eurozona e l'euro. Oggi annuncia, a banche chiuse, che all'apertura di lunedì mattina avranno già prelevato (1) su tutti i depositi bancari detenuti in banche a Cipro : un 6.75% su quelli sotto 100mila euro (che sono assicurati per legge nella UE contro la bancarotta) e del 10% per quelli sopra 100mila euro. E fino ad allora i bancomat sono bloccati nel weekend a Cipro e agli istituti è stato inoltre imposto di bloccare durante questo fine settimana la possibilità di effettuare trasferimenti di denaro via internet. Dal prelievo sui depositi bancari sono attesi introiti per circa 5,8 miliardi di euro (quindi in un paese con PIL di 17 miliardi si tenevano nei conti correnti qualcosa come 60 miliardi!). Per la precisione però i depositanti vengono compensati con azioni nelle banche in cui avevano i soldi, con l'unico problema che sono banche quasi fallite le azioni in pratica non trattano quasi e il valore che il governo vi attribuisce nel calcolare quante darne in cambio del prelievo è un poco arbitrario.
Nota Bene: solamente tre giorni fa, il 14 marzo, il presidente di Cipro aveva dichiarato, sul Financial Times, che non avrebbe MAI accettato un prelievo forzo sui conti correnti "Nicos Anastasiades, the president, says it will “never” accept a haircut of depositors..." (2) Ricordatevelo bene questo: mentono fino al giorno prima... E' ovvio che si è voluto colpire in questo modo russi, ukraini e altri del medio oriente che tenevano soldi in nero a Cipro, ma poi hanno colpito anche tutta la popolazione. Ci sono stime che solo i russi subiscano almeno metà di questo prelievo forzoso, ma i numeri ballano. Quello che è certo è che in nessun paese al mondo i saldi dei conti correnti sono cinque volte il PIL, in Italia ad esempio sono la metà del PIL. In Svizzera però sono tre volte il PIL. A Cipro c'era una situazione anomala, ma non hanno colpito come si fa sempre prima gli azionisti delle banche e poi gli obbligazionisti, ma solo i depositanti inclusi quelli con piccole somme. Ovvio che qui hanno voluto fare di tutto per compiacere la Merkel che deve assolutamente vincere l'elezione di settembre: per cui da una parte non hanno voluto un default seppure di un piccolo paese come Cipro e dall'altra hanno violato ogni principio e prassi per fare sì che il salvataggio fosse però sopportato per 1/3 da altri (in maggioranza stranieri, specie russi e parte anche ciprioti). In questo modo hanno creato il panico totale del pubblico di Cipro che sta assediano le banche e violato il principio base del funzionamento delle banche, che ci metti i soldi perché, perlomeno nel conto corrente, sono sicuri.
Le indiscrezioni sono che la Germania però non voleva che i depositi sotto 100mila euro fossero colpiti e invece quelli sopra 100mila fossero colpiti molto di più, dell'ordine anche del 40% dei depositi (!!!), ma è stato il governo cipriota che per non scontrarsi troppo con i russi che ha insistito perché si colpisse tutta la popolazione (3) locale! E' una mossa a sorpresa, senza precedenti e che può diventare un boomerang. Dimostra che sarà molto molto difficile uscire dall'Euro... sono disposti a tutto pur di non uscire. Dimostra che la Merkel è disposta a tutto per non perdere le elezioni, anche a sconquassare i mercati (a differenza dei nostri politici che li venerano in ginocchio). L'unica cosa certa al momento è che è un segnale di acquisto per l'Oro (da tenere in cassetta di sicurezza).
Il bluff della Bce di Giovanni Zibordi
Mentre i media italiani parlano solo dell'elezione di Grasso invece di Schifani come presidente del Senato e dei 14 grillini che hanno disobbedito Grillo la Troika scherza con il fuoco a Cipro. (Ma i giornali italiani hanno ricevuto una direttiva dalla Presidenza della Repubblica di minimizzare la notizia delle banche di Cipro, se guardi le loro prime pagine oggi. E' già successo nel settembre 2012, me lo dissero allora giornalisti TV, mandano una nota riservata ai direttori dei giornali...) Questa mossa sui depositi bancari di Cipro è un disastro secondo il Financial Times (1) e in questo momento c'è il caos. Il parlamento cipriota oggi è in rivolta e si è rifiutato di votare, come da accordo con la UE, oggi pomeriggio il prelievo sui depositi, nonostante un comunicato del governo ieri che dice "... o facciamo il prelievo forzoso, oppure in tre giorni tutte le banche sono fallite e vanno chiuse, usciamo dall'euro e la gente perde non solo un 7%, ma metà dei suoi soldi...". Il problema è che la UE ieri non ha annunciato che avrebbero esteso l'ELA (2) a Cipro (per come funzioni l'ELA vedi mio articolo precedente: "Se Salvano Cipro e Lasciano Monetizzare l'Irlanda Figurarsi allora il BTP" (3). Non so se sia stato per calcolo (... vi teniamo sulla corda...), ma è stato un errore perchè l'ELA è la garanzia che ci sia il salvataggio.
In pratica la Troika ha voluto giocare questo poker con una mano troppo pesante. Usando il ricatto di farli uscire dall'euro e lasciar fallire le banche, ha imposto un taglio dei depositi nelle banche di Cipro, facendo perdere totalmente la faccia al governo cipriota, ma quando il governo ha annunciato il prelievo forzoso ieri non ha in cambio esteso l'ELA (forse non si fidavano fino all'ultimo). Ora il parlamento cipriota si ribella e la Troika ha mandato oggi due emissari a Cipro per costringerli a votare entro stanotte prima che apra il mercato. Se però il parlamento non vota subito il prelievo forzoso in un paio di giorni le banche di Cipro collassano, o le chiudono o la gente porta via tutti i soldi e se le chiudono senza il salvataggio dell'ELA sono fallite. Due o tre giorni di caos totale, fallimento di tutte le banche di Cipro, corsa agli sportelli e uscita dall'euro e in Grecia, Spagna, Portogallo e Italia inizia la corsa agli sportelli. In teoria era ragionevole che, avendo le banche di Cipro colossali depositi in conto corrente da parte di russi e altri dell'est europa (60 miliardi nei conti correnti in un paese con PIL di 17 miliardi di euro), si faccia pagare a questi parte del salvataggio delle banche in cui hanno nascosto soldi rubati o in nero. Ma i tedeschi non sono riusciti da imporre che si prelevasse solo dai depositi sopra i 100mila euro (quasi tutti di stranieri). Il FMI addirittura voleva che il salvataggio lo pagassero solo loro prelevandogli di sorpresa metà dei depositi ! Il governo di Cipro spaventato dalla possibile reazione dei russi probabilmente ha voluto limitare al 10% il prelievo forzoso ed aggiungerne uno del 6.7% per tutti gli altri conti. Questo tre giorni dopo aver dichiarato pubblicamente che non lo avrebbe MAI fatto e violando il principio base del funzionamento delle banche dagli anni '30 in poi, che cioè i depositanti sono sempre protetti (mentre azionisti e creditori della banca possono perdere i loro soldi). Tutto il sistema bancario attuale si regge sul fatto che i depositi del 99% della gente, quelli fino a 100mila euro, sono protetti e addirittura assicurati dallo stato.
Violare di sorpresa e a tradimento questo principio in misura rilevante (non come Amato che si era limitato allo 0.6%) è molto rischioso perchè, anche se dichiarano che Cipro è un eccezione, in realtà le banche greche, portoghesi e in parte anche spagnole e italiane sono restate in piedi solo perchè la BCE ha esteso loro credito, con tre programmi diversi (ELA, ESM, LTRO). Cioè, il motivo per cui il bilancio della BCE dopo il 2008 è passato da 500 a 4.000 miliardi di euro è stato perchè sono occorsi 3.500 miliardi per sostenere le banche Perchè allora essere così tirchi per 17 miserabili miliardi a Cipro ora ? Perchè Cipro è in effetti un caso limite come discusso e perchè la Merkel è sotto elezioni e attaccata da un nuovo partito anti-euro e anti-salvataggi bancari che gliele può far perdere. Nel nord-europa sono sempre meno tolleranti dei salvataggi, un mese fa la terza banca olandese venendo salvata ha però a sorpresa azzerato gli obbligazionisti senior del suo debito. Alla fine, anche se sono solo 17 miliardi, hanno quindi voluto farne pagare 1/3 ai russi con soldi a Cipro e però hanno fatto l'errore di farne pagare un poco anche ai ciprioti e in più non hanno voluto offrirgli l'ELA ieri. Hanno esagerato con il bluff e i ciprioti sembra ora lo stiano chiamando. E' molto importante capire questo piccolo dramma perchè ti illustra come tutto sia concatenato, ad esempio le banche di Cipro si sono rovinate a causa della Grecia e del default greco e a loro volta ora se le lasciano fallire e scoppia il caos possono far crollare la fiducia nelle banche nel resto del sudeuropa. (Prova ora a pensare per un attimo cosa succederebbe se in Italia ci fosse Grillo al governo con la sua idea di fare un default parziale del debito dell'Italia... La BCE toglierebbe l'ELA e le banche italiane verrebbero chiuse per non riaprire fino a data da destinarsi con i prelievi sui bancomat ridotti a 500 euro per famiglia...)
Boldrini la squallida
Boldrini, una vita spesa a sputare sull'Italia. La neoeletta al vertice di Montecitorio, quando era funzionaria all'Onu, attaccò il governo Berlusconi che combatteva i continui sbarchi di clandestini di Maria Giovanna Maglie
L’occhio stupito del bambino, il dolore del migrante, la ricchezza inesplorata del disabile, la buona politica che è speranza e passione, l’antifascismo a cui dobbiamo tutto, i talenti che se ne vanno, le donne che subiscono violenza, quelli che cadono e non si rialzano, i detenuti in condizione disumana, gli anni trascorsi a rappresentare i diritti degli ultimi, e naturalmente la Costituzione che è la più bella del mondo, i morti di mafia, don Ciotti, l’Europa crocevia di popoli, il Mediterraneo con troppi morti…. Pare che si siano messi in due, la pasionaria e il poeta e suo mentore Vendola, a scrivere il discorsetto di insediamento, appena capito che il colpo era riuscito, in due per mettere insieme tanti luoghi comuni e tante parole vuote, alcune perfino belle e giuste, per carità, prese una alla volta, ma tutte assieme schiacciate a non significare nulla, a non scegliere nessuno, in quella melassa buonista, pacifista, tardo internazionalista, immobilista, in due parole comunista all’italiana, della quale la vita e le opere di Laura Boldrini, neo presidente della Camera, sono intrise. Volentieri non mi unisco al santino che dipingeranno quasi tutti, alla beatificazione già partita massiccia sul web; sono pronta a finire ancora una volta nell’elenco dei reprobi dichiarando che il neo presidente è un funzionario delle Nazioni Unite che negli anni trascorsi a occuparsi di rifugiati non si è mai comportata da italiana che ha a cuore il bene del suo Paese, al contrario ha messo insieme spirito anti italiano e furore antiberlusconiano, guadagnandosi così evidentemente ampi meriti in patria e all’estero. Cito a testimonianza la data fatidica del 2009 quando la signora a coronamento dei suoi attacchi al governo italiano colpevole di difendere le frontiere da sbarchi continui, ma anche impegnato a farla finita con lo sfruttamento dei disperati che si imbarcano sulle carrette del mare, si guadagnò la copertina di Famiglia Cristiana. Come scrisse il militante direttore, don Antonio Sciortino: «Laura Boldrini è l’italiana dell’anno». Motivo? «Il costante impegno, svolto con umanità ed equilibrio, a favore di migranti, rifugiati e richiedenti asilo e soprattutto la dignità e la fermezza mostrate nel condannare i respingimenti degli immigrati nel Mediterraneo, voluti dal governo Berlusconi». Ecco.
Sarà bene ricordare che in quei giorni e da allora in continuazione la signora Boldrini ha fatto la testimonial di sé stessa in tv, e che la cosa più gentile che le si sentiva dire è che «i militari italiani adottano un comportamento inumano». Non credo che leggerete nelle biografie ufficiale che si è sempre sentita la paladina di un’Onu organismo imparziale e onnisciente, che non si può criticare, contestare, al quale non si può rispondere. Non è così, vista la quantità, almeno il quaranta per cento, di Stati non democratici che ne fanno parte, e che vengono cordialmente invitati a presiedere le Commissioni per i Diritti Umani, o che la fanno da protagonisti nelle presunte conferenze contro il razzismo dove si fa invece professione di razzismo, terrorismo, antisemitismo. Ma l’elenco potrebbe essere lunghissimo, uno per tutti lo scandalo del cosiddetto «Oil for food», il petrolio in cambio di cibo e medicinali al popolo iracheno, che finì per metà nelle tasche di Saddam e compagni, per l’altra metà in quelle di funzionari delle Nazioni Unite, su fino all’ufficio dell’allora Segretario generale. Non uno di questi potenti signori è stato in grado di risolvere una crisi internazionale, e per qualcuno si potrebbe parlare di curriculum imbarazzante. Ma storie censurate abbondano anche sull’Alto Commissariato per i rifugiati, in rappresentanza del quale la Boldrini ha costruito il suo lancio nella politica attiva, e che periodicamente denuncia la disumanità dei militari italiani verso i profughi. Una per tutte. Nel 1997 ci fu una manifestazione di protesta contro l’amministrazione del campo profughi di Kakuma, nel Nord-Ovest del Kenya, e un gruppo di rifugiati distrusse un capannone che era stato costruito dall’Acnur, trafugando razioni alimentari dai depositi. L’Acnur decise di sospendere la distribuzione di cibo a tutti e di licenziare i rifugiati suoi dipendenti. L’applicazione di queste pesantissime misure non fu risparmiata a nessuno degli oltre venticinquemila del campo, neanche alle donne incinte o ai bambini. Ma la cosa più terribile, secondo quanto scrive Francesco Verdirame, docente a Cambridge, è che «l’evento passò inosservato, così come altri casi di punizioni collettive in campi profughi in Africa orientale e occidentale». Di questa cultura dell’impunità, il ditino alzato perennemente contro l’Italia che tenti di difendere confini fragili, di non farsi invadere, di non far imbrogliare disperati che sperano in una vita migliore e finiscono a lavare vetri o a rubare, è fatta la storia da maestrina dalla penna rossa di Laura Boldrini.
Tutto cambia e niente cambia?
Da una lato Grillo che da Genova scrive ancora sul blog e manda un ulteriore messaggio ai senatori che hanno votato Grasso presidente del Senato. Dall'altro, loro, i neoeletti che sono riuniti a Montecitorio per un'assemblea plenaria per discutere il da farsi e hanno deciso di rimandare la decisione sulle espulsioni. In mezzo, le tensioni e le difficoltà sempre più crescenti di un Movimento alle prese con la politica del palazzo.
GEMELLI DELL'INCIUCIO - A metà mattina Grillo tuona dal blog: «La scelta tra Schifani e Grasso era una scelta impossibile. Si trattava di decidere tra la peste bubbonica e un forte raffreddore. La coppia senatoriale è stata decisa a tavolino dal pdl e pdmenoelle. I due gemelli dell'inciucio sapevano perfettamente che Schifani non sarebbe stato eletto». Insomma, Grillo grida al complotto, all'inciucio e all'alleanza tra i vecchi partiti e la vecchia politica. Il portavoce del M5S però sa bene che ora il rischio che una parte dei parlamentari decidano di non seguirlo più sulla strada della contrapposizione è molto alto. Continua ancora Grillo: «I capricci di Monti che voleva diventare presidente del Senato, ma è stato costretto a prolungare il suo incarico di presidente del Consiglio e per ripicca aveva minacciato di votare Schifani era una pistola scarica. I giochi erano già fatti per mettere in difficoltà il MoVimento 5 Stelle. Qualcuno, anche in buona fede, ci è cascato». Grillo insomma, come anticipato domenica su Corriere.it, assolve i "traditori". Ma fa capire che non ci saranno più sconti. «Lo schema si ripeterà in futuro. Berlusconi proporrà persone irricevibili, il pdmenoelle delle foglie di fico. Il M5S non deve cadere in queste trappole».
REGOLAMENTO, LACRIME E GIORNALISTI - Trappole, complotti. La tensione sale. La senatrice Serenella Fucksia a Sky Tg24: «Chi ha dichiarato con onestà e chiarezza un voto contro la mafia, chiaramente non a sostegno del Pd, mi stanno bene. Non escludo però che al di là di queste persone ci possano essere delle persone nel Movimento in totale cattiva fede. La mano sul fuoco su Vacciano non ce la metto, perchè non si è espresso particolarmente ma poi ha fatto casino». Il capogruppo al Senato Vito Crimi, invece, annuncia alla stampa: «Non vi farò accedere al terzo piano, dove ci sono i nostri uffici». In ballo c'è tanto, e la paura che i giornalisti origlino alle porte come fatto in passato. Sul tavolo - anche se ogni decisione è rimandata - c'è la questione delle espulsioni. Con il codice di comportamento che recita «i parlamentari del M5S riuniti, senza distinzione tra Camera e Senato, potranno per palesi violazioni del Codice, proporre l'espulsione di un parlamentare del M5S a maggioranza». Mentre i grillini si parlano, si confrontano, e in alcuni casi disperano da Genova arriva il Twitter di Grillo: «Daniele Martinelli e Claudio Messora sono da oggi i due coordinatori dei due gruppi di comunicazione per la Camera e il Senato del M5S». Martinelli e Messora sono due blogger, da tempo vicini ai Cinque Stelle e Grillo li ha nominati facendo pesare il suo ruolo.
I RIBELLI - Ma l'attenzione rimane alta sui chi si è ribellato. La senatrice Nugnes su Facebook scrive «Trasparente è stata anche la dichiarazione dei tre senatori che hanno detto che avrebbero votato Grasso. Ora io chiederò a chi ha votato diversamente di dirlo nella prossima assemblea, ma nel rispetto della costituzione nessuno può obbligare questi a farlo o a farlo pubblicamente, sicuramente sarà poi alla loro personale riflessione valutare se si ritenga ancora in linea con il progetto del movimento». Ma non si tratta solo di tre senatori. In tanti sanno che i disobbedienti potrebbero essere di più (si parla addirittura di 14). C'è chi poi su Facebook, come il senatore Gianluca Castaldi, confessa: «Io non ho votato! Non ho partecipato, insieme ad altri cittadini senatori del M5S, al voto per la elezione del presidente del Senato. Come si dice in gergo, non ho risposto alla chiama». Poi Castaldi racconti: «Io ho pianto tanto, tantissimo... ed alla fine non me la sono sentita di scambiare la mia onestà per votare il meno peggio, con il dovuto rispetto per il magistrato Pietro Grasso!». E alla lista di coloro che hanno votato Grasso, dopo Vacciano, si aggiungono pure Fabrizio Bocchino ed Elena Fattori che usano Facebook per chiarire la loro posizione.
LE REGOLE DEL M5S - Per il momento, da Genova l'obiettivo non pare essere quello punire. O, almeno, non subito. Anche perché l'espulsione avrebbe delle conseguenze devastanti. Si tratta piuttosto di evitare, secondo Grillo, che i neoletti diventino strumenti nelle mani della vecchia politica. Scrive ancora: «Comunque, il problema non è Grasso. Se, per ipotesi, il gruppo dei senatori del M5S avesse deciso di votare a maggioranza Grasso e tutti si fossero attenuti alla scelta, non vi sarebbe stato alcun caso. In gioco non c'è Grasso, ma il rispetto delle regole del M5S». Poi Grillo ricorda le regole: «Nel "Codice di comportamento eletti MoVimento 5 Stelle in Parlamento" sottoscritto liberamente da tutti i candidati, al punto Trasparenza è citato: - Votazioni in aula decise a maggioranza dei parlamentari del M5S. Non si può disattendere un contratto. Chi lo ha firmato deve mantenere la parola data per una questione di coerenza e di rispetto verso gli elettori».
LE PROSSIME MOSSE - Resta da vedere se i parlamentari gli daranno retta. O se invece sceglieranno di andare avanti per la propria strada. Da capire anche se ci saranno espulsioni o meno. Certo è che Grillo potrebbe sempre minacciare di abbandonarli e lasciarli andare alle consultazioni da soli. E questo potrebbe spaventare molti. Soprattutto chi non si sente a suo agio nei palazzi romani.
Marta Serafini
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