martedì 21 febbraio 2012
Poveri ultramilionari...
... loro, hanno deciso di toglierci il posto fisso... eppure loro col posto fisso (e i doppi/tripli incarichi) sono diventati ultramilionari.
Che redditi! Passera paga... (poche tasse) di Marcello Foa
Redditi finalmente online, con qualche anomalia. Salto da un sito all’altro, cercando il reddito che più mi interessa: quello del nostro amato premier Mario Monti; ma non riesco a trovarlo. Ho fatto una ricerca su Google ma non salta fuori. O meglio si trova un articolo di Bechis riferito ai redditi del 2006. Mi sorge un dubbio: vuoi vedere che il presidente del Consiglio ha obbligato i suoi ministri a svelare redditi e patrimoni ma … ha esentato se stesso dal fare altrettanto? Mah… Scorrendo l’elenco spuntano altre sorprese. fa un certo effetto scoprire che la più ricca del governo è un avvocato, Paola Severino, che dichiara il reddito, strabiliante per un legale, di 7 milioni di euro. Beata lei e le va dato atto di aver pagato non poche tasse: 4 milioni, ovvero ben più del 50%.
I conti però non tornano quando si esamina la posizione di Corrado Passera, il quale era il numero uno di Banca Intesa San Paolo, e ha percepito 3,5 milioni di euro. Un’altra cifra di tutto rispetto, in linea con gli emolumenti (notoriamente meritati) dei grandi capi del settore finanziario. Passera, però, ha pagato tasse per appena 1,4 milioni di euro con un aliquota del 40%. Ancora una volta: beato lui. Io sono favorevole a una diminuzione generalizzata delle tasse e se qualcuno riesce a pagarne di meno (legalmente s’intende) non posso che rallegrarmi. Però mi sorge un altro dubbio: perchè questa disparità con la Severino? E fa sorridere la partecipazione di certa stampa,che, dando la notizia dei redditi, si premura di ricordare che Passera da ministro si vedrà diminuire il compenso.. Povero Corradino. Una vita di stenti, la sua da McKinsey alla Cir di De Benedetti, dalle Poste a Banca Intesa San Paolo. Merita la nostra solidarietà, che ne dite di una colletta?
Oh... toh, i nomadi (e immigrati) evasori...
ROMA - Vivono nei container di un campo nomadi ma posseggono 32 auto di grossa cilindrata. La scoperta è stata fatta martedì dalla polizia municipale di Roma. Tutto ha avuto origine il mese scorso quando un pirata della strada ha lasciato sull'asfalto uno scooterista in gravi condizioni in via della Magliana. Gli agenti della Polizia Locale di Roma Capitale hanno rintracciato il proprietario del furgone presso il campo nomadi di via Candoni e subito dopo hanno fermato il figlio, un ventiduenne serbo, quale responsabile dell'incidente e dell'omissione di soccorso. Il giovane circolava senza aver mai conseguito la patente di guida.
IL PARCO AUTO - Durante gli accertamenti il personale del XV Gruppo, diretto dal comandante Lorenzo Botta, si è reso conto della presenza di diverse vetture di grossa cilindrata all'interno del campo. Ulteriori indagini hanno fatto emergere che quattro nuclei familiari residenti nei container sono proprietari di 32 autovetture di lusso. Tra queste una Porsche Cayenne, una Mercedes ML, una Audi Q7 e un Hummer a benzina di oltre 5000 cc. di cilindrata. Tutti gli atti relativi all'indagine sono stati inviati questa mattina all'Autorità Giudiziaria per verificare la posizione degli intestatari e far luce sulla vicenda.
Scoperto maxi deposito di merce rubata. Finiva anche a Porta Portese. Nel centro di raccolta e smistamento trovati prodotti per 800mila euro. In manette 4 persone
ROMA - La merce veniva venduta ai nomadi che la rivendevano come ambulanti nei mercatini della Capitale, primo fra tutti Porta Portese. Veniva raccolta in un'area rimessaggio per camion e caravan di Via Sant'Alessandro. A gestire il traffico un romano che aveva regolarmente affittato 2 capannoni da 100 metri quadrati ciascuno, 3 box da 20 metri quadrati e cinque container da rimorchio dove custodiva la refurtiva che gli arrivava da colpi messi a segno a Roma e Provincia. Il capobanda, 32 anni, è un personaggio noto nel mondo della criminalità romana per essere un ricettatore che ha ereditato l'attività dal padre. Per lui lavoravano tre cittadini del Bangladesh, anche loro finiti in manette, accusati di ricettazione.
Merce rubata per 800mila euro. Circa 800.000 euro il valore della merce recuperata e sequestrata dai Carabinieri del Nucleo Radiomobile che sono giunti al deposito di merce rubata, seguendo le operazioni sospette, di carico e scarico, che avvenivano in quell'area. Uno dei carichi, in particolare consistente in abbigliamento, ferramenta, coprisedili da auto e strumenti hi-fi delle più note marche, era stato rubato la notte del 2 dicembre dello scorso anno: erano all'interno di un autoarticolato parcheggiato in Via Malibeo, in zona Tor Sapienza. L'area del deposito merci ed i veicoli sono stati sequestrati. I complimenti dal Campidoglio. Il sindaco Gianni Alemanno ha espresso apprezzamento per l'operazione dei carabinieri: «È un altro risultato incoraggiante per la nostra città che conta sulla costante opera delle Forze dell'Ordine per combattere qualsiasi episodio di illegalità e criminalità e risolvere problemi essenziali per i cittadini come quello della sicurezza».
Scoperto maxi deposito di merce rubata. Finiva anche a Porta Portese. Nel centro di raccolta e smistamento trovati prodotti per 800mila euro. In manette 4 persone
ROMA - La merce veniva venduta ai nomadi che la rivendevano come ambulanti nei mercatini della Capitale, primo fra tutti Porta Portese. Veniva raccolta in un'area rimessaggio per camion e caravan di Via Sant'Alessandro. A gestire il traffico un romano che aveva regolarmente affittato 2 capannoni da 100 metri quadrati ciascuno, 3 box da 20 metri quadrati e cinque container da rimorchio dove custodiva la refurtiva che gli arrivava da colpi messi a segno a Roma e Provincia. Il capobanda, 32 anni, è un personaggio noto nel mondo della criminalità romana per essere un ricettatore che ha ereditato l'attività dal padre. Per lui lavoravano tre cittadini del Bangladesh, anche loro finiti in manette, accusati di ricettazione.
Merce rubata per 800mila euro. Circa 800.000 euro il valore della merce recuperata e sequestrata dai Carabinieri del Nucleo Radiomobile che sono giunti al deposito di merce rubata, seguendo le operazioni sospette, di carico e scarico, che avvenivano in quell'area. Uno dei carichi, in particolare consistente in abbigliamento, ferramenta, coprisedili da auto e strumenti hi-fi delle più note marche, era stato rubato la notte del 2 dicembre dello scorso anno: erano all'interno di un autoarticolato parcheggiato in Via Malibeo, in zona Tor Sapienza. L'area del deposito merci ed i veicoli sono stati sequestrati. I complimenti dal Campidoglio. Il sindaco Gianni Alemanno ha espresso apprezzamento per l'operazione dei carabinieri: «È un altro risultato incoraggiante per la nostra città che conta sulla costante opera delle Forze dell'Ordine per combattere qualsiasi episodio di illegalità e criminalità e risolvere problemi essenziali per i cittadini come quello della sicurezza».
Immigrazione
(ASCA) - Strasburgo, 21 feb - ''Nonostante qualche progresso, e' ancora necessario un maggiore impegno per combattere l'istigazione all'odio e proteggere Rom e immigrati dalla violenza e dalla discriminazione''. Si apre cosi' il rapporto dell'ECRI (Commissione europea contro il razzismo e l'intolleranza del Consiglio d'Europa) sull'Italia. Il Presidente ad interim, Francois Sant'Angelo, ha osservato che l'Italia dispone ora di un'efficace normativa contro la discriminazione e la violenza razzista nello sport. Pero', nonostante i tribunali abbiano annullato molte misure discriminatorie precedentemente adottate dal Governo e da alcuni sindaci, ''aumentano i discorsi razzisti in politica. Gli immigrati sono sempre presentati come fonte di insicurezza. Questo linguaggio discriminatorio influenza l'opinione pubblica. Ecco perche' ci sono state aggressioni violente contro Rom e immigrati. Anche un certo numero di comuni e di regioni abbiano adottato programmi messi a favore dell'inclusione sociale, i Rom continuano a subire discriminazione ed emarginazione. I campi nomadi, seppure autorizzati, sono relegati in aree lontane dai centri urbani. Mentre i campi abusivi, sono oggetto continuo di sgomberi forzati e demolizioni''.
La politica dei respingimenti, inaugurata nel maggio del 2009, che prevede di rimandare nel paese di origine i battelli intercettati in mare aperto tra l'Italia e la Libia, prosegue il Consiglio d'Europa, ''ha privato un certo numero di persone della possibilita' di fare valere il loro diritto d'asilo. Altri problemi sono stati riscontrati a seguito degli eventi del Nord Africa agli inizi del 2011. Non si possono non deplorare i respingimenti affrettati e le condizioni di accoglienza inadeguate''. ''Persistono i pregiudizi - rileva il Rapporto - contro i musulmani e l'antisemitismo, e si segnalano casi di discriminazione nei confronti dei gruppi vulnerabili nell'accesso agli alloggi dati in locazione da privati''. L'ECRI ha previsto una procedura di valutazione intermedia entro due anni e formulato un certo numero di raccomandazioni tra cui la garanzia di protezione per tutti i Rom, soprattutto per chi viene sgomberato, e il rispetto del principio del non respingimento. Il rapporto e' stato elaborato sui dati raccolti durante la visita dell'ECRI in Italia nel novembre 2010 e tiene conto degli ultimi sviluppi fino a giugno 2011.
Arrestati 9 terroristi turchi "Favorivano immigrazione"
Accusati di far entrare clandestini in Italia, gli indagati appartengono all'organizzazione "hezbollah". Gli inquirenti: non avevano scopi eversivi Facevano entrare immigrati clandestini in Italia fornendo loro, dietro pagamento, un pacchetto "all inclusive" che gli garantiva viaggio, alloggio e un lavoro. Tutto questo dopo averli istruiti sulle dichiarazioni da fare alle autorità italiane, con storie false di torture in realtà mai avvenute nei paesi di origine per ottenere l’asilo politico. A riferirlo all’Adnkronos è il vicequestore aggiunto del Servizio Centrale antiterrorismo, Fabio Berrilli. Sono accusati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina i 9 cittadini appartenenti all’organizzazione terroristica turca 'Hezbollah' arrestati nell’ambito dell’operazione eseguita questa mattina dalla polizia di Terni, coordinata dal Servizio Centrale Antiterrorismo dell’Ucigos. Gli agenti di polizia hanno eseguito 7 ordinanze di custodia cautelare in carcere e 2 ai domiciliari. La base dell’organizzazione era a Terni ma perquisizioni sono state eseguite anche a Como e a Trieste. Almeno 30 gli immigrati che sono riusciti ad entrare in Italia grazie all’attività di questa organizzazione, secondo quanto accertato dalla polizia nel corso di un anno e mezzo.
Traffico di clandestini - Nel corso dell’indagine, precisa il vicequestore Berrilli, "non sono stati scoperti piani eversivi". L’attività svolta in Italia dagli indagati era relativa al traffico di clandestini. "Li facevano arrivare in auto, pullman o tir - spiega - Gran parte degli arrestati sono turchi riconducibili all’organizzazione Hezbollah turca, che nulla ha a che vedere con l’Hezbollah libanese". Berrilli precisa che "è la prima volta che appartenenti a questa organizzazione terroristica vengono individuati in Italia. Sono arrivati nel nostro Paese, come in altre nazioni europee, a seguito della diaspora dovuta alla forte azione di contrasto perseguita dalle autorità turche a partire dal 2000. Il loro obiettivo è l'instaurazione del califfato in Turchia".
Arrestati 9 terroristi turchi "Favorivano immigrazione"
Accusati di far entrare clandestini in Italia, gli indagati appartengono all'organizzazione "hezbollah". Gli inquirenti: non avevano scopi eversivi Facevano entrare immigrati clandestini in Italia fornendo loro, dietro pagamento, un pacchetto "all inclusive" che gli garantiva viaggio, alloggio e un lavoro. Tutto questo dopo averli istruiti sulle dichiarazioni da fare alle autorità italiane, con storie false di torture in realtà mai avvenute nei paesi di origine per ottenere l’asilo politico. A riferirlo all’Adnkronos è il vicequestore aggiunto del Servizio Centrale antiterrorismo, Fabio Berrilli. Sono accusati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina i 9 cittadini appartenenti all’organizzazione terroristica turca 'Hezbollah' arrestati nell’ambito dell’operazione eseguita questa mattina dalla polizia di Terni, coordinata dal Servizio Centrale Antiterrorismo dell’Ucigos. Gli agenti di polizia hanno eseguito 7 ordinanze di custodia cautelare in carcere e 2 ai domiciliari. La base dell’organizzazione era a Terni ma perquisizioni sono state eseguite anche a Como e a Trieste. Almeno 30 gli immigrati che sono riusciti ad entrare in Italia grazie all’attività di questa organizzazione, secondo quanto accertato dalla polizia nel corso di un anno e mezzo.
Traffico di clandestini - Nel corso dell’indagine, precisa il vicequestore Berrilli, "non sono stati scoperti piani eversivi". L’attività svolta in Italia dagli indagati era relativa al traffico di clandestini. "Li facevano arrivare in auto, pullman o tir - spiega - Gran parte degli arrestati sono turchi riconducibili all’organizzazione Hezbollah turca, che nulla ha a che vedere con l’Hezbollah libanese". Berrilli precisa che "è la prima volta che appartenenti a questa organizzazione terroristica vengono individuati in Italia. Sono arrivati nel nostro Paese, come in altre nazioni europee, a seguito della diaspora dovuta alla forte azione di contrasto perseguita dalle autorità turche a partire dal 2000. Il loro obiettivo è l'instaurazione del califfato in Turchia".
Storie italiane
C’è un’azienda a cui il salario d’ingresso sta creando non poche grane. E non è un’azienda qualsiasi. È il gruppo Marcegaglia, colosso mondiale della trasformazione dell’acciaio nonché «fabbrichetta» di famiglia del presidente della Confindustria Emma Marcegaglia. Accade che a qualche decina di lavoratori interinali di tre stabilimenti del gruppo, quelli di Forlì, di Mantova e di Boltiere nel Bergamasco, sia stato proposto un rinnovo del contratto a condizioni ritenute ricattatorie dai sindacati di base: niente quattordicesima, niente premi di produzione, uno stipendio di fatto decurtato di 25mila euro lordi spalmati nei primi sei anni, al termine dei quali - e solo allora - i lavoratori avrebbero acquisito diritti (e salario) pieni. O così o a casa, a guardare le crepe sul muro. I precari forse avrebbero anche accettato pur di conservare il lavoro - e l’azienda avrebbe operato più di una pressione su di essi - ma la Fiom ha detto di no. Secondo il sindacato delle tute blu si tratterebbe di «una scelta inaccettabile e immorale perché crea disparità tra i lavoratori che svolgono le stesse mansioni». Da qui la decisione da parte non solo degli oltranzisti della Fiom-Cgil, ma anche dei più moderati sindacalisti della Fim-Cisl e della Uilm, di proclamare, qualche giorno fa, due ore di sciopero a fine turno, a cui hanno aderito circa due terzi dei lavoratori. Particolarmente significativo il dato relativo allo stabilimento mantovano, la casa madre nella quale hanno gli uffici oltre a Emma, il fratello Antonio, il capostipite Steno e mamma Palmira: qui, sotto gli occhi dei padroni, ha incrociato le braccia il 70 per cento dei lavoratori.
Il gruppo Marcegaglia ha 7mila dipendenti, 51 unità commerciali, 50 stabilimenti, 5mila chilometri di acciaio prodotti ogni giorno, sette divisioni comprese divagazioni nei settori immobiliare e turistico, ma bilanci sempre meno rosei, malgrado l’azienda nel suo sito istituzionale vanti un fatturato di 3,6 miliardi annui nel 2010 e una crescita stimata a 6 miliardi nel 2013. L’azienda di Gazoldo degli Ippoliti, in provincia di Mantova, punta quindi tutte le sue carte sul drastico abbattimento del costo delle nuove assunzioni. E che le cose in casa Marcegaglia non vadano a gonfie vele lo dimostra ciò che è avvenuto negli ultimi mesi: licenziamenti (a Ravenna e a Fontanafredda, in provincia di Udine), mancati rinnovi contrattuali (Budrio), cassa integrazione (Forlì e Potenza) e annunci di esuberi (Lodi).
L’assunzione di personale a basso costo è già costata caro al colosso mantovano dell’acciaio, condannato poco tempo fa da un pretore del lavoro per condotta antisindacale: aveva aggirato l’accordo sul salario d’ingresso allora in discussione attraverso la creazione di una srl di comodo, la Nuova Inde, con sede legale a Buttrio, dove hanno sede le officine meccaniche del gruppo Danieli, società partner della Marcegaglia. La Nuova Inde, non essendo vincolata al contratto aziendale, ha potuto fare quaranta assunzioni - rispetto alle cento previste nello stabilimento di Ravenna - al minimo sindacale. Il giudice del lavoro Roberto Riverso ha dato ragione al sindacato e torto all’azienda stabilendo che gli operai della ex Nuova Inde devono ritenersi assunti a tempo indeterminato a partire dal primo giorno di lavoro in azienda e che a loro non può essere applicato il salario d’ingresso. Un bello schiaffo per la numero uno di Confindustria.
lunedì 20 febbraio 2012
Informazione pilotata
(ASCA) - Roma, 20 feb - Un ''manuale'' per trattare, con competenza, il difficile tema dell'immigrazione nel nostro paese sotto l'aspetto comunicativo. Un volumetto rivolto a giornalisti, cineoperatori e operatori del settore, presentato stamane, realizzata dalla Cooperativa Lai-momo (editrice della rivista Africa e Mediterraneo) e dal Centro Studi e Ricerche Idos (Roma), lo stesso che si occupa del ''Dossier Statistico Immigrazione''. Di immigrazione si e' trattato anche questa volta, perche' il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali - Direzione Generale dell'Immigrazione e delle Politiche di integrazione, attraverso il finanziamento con il Fondo Europeo per l'Integrazione di cittadini di Paesi Terzi, ha sostenuto la realizzazione di questo manuale ad uso degli operatori della comunicazione.
Conoscere bene l'immigrazione e comunicarla in maniera corretta: questa, si ricorda, l'avvertenza venta dallo stesso Ordine dei giornalisti e dalla Federazione nazionale della stampa con la ''Carta di Roma'' del 2008. Il volume, che unisce l'efficacia della grafica a una esposizione corretta dei vari temi trattati, vuole essere proprio un sussidio a disposizione dei giornalisti per raggiungere tale obiettivo e fa parte del piu' ampio progetto ''Co-in. Comunicare l'integrazione'', che prevede sei seminari territoriali rivolti ai giornalisti e una spring school per gli allievi delle scuole di giornalismo. Parlare in positivo, e' la raccomandazione dell'Unione Europea e di altre organizzazioni internazionali. Ed e' lo spirito che anima il 'manuale' perche', come ha precisato Natale Forlani, Direttore generale dell'Immigrazione e delle Politiche di integrazione del Ministero del Lavoro, ''appare necessario garantire un'informazione obiettiva e priva di stereotipi e pregiudizi, idonei a generare o alimentare quei conflitti sociali che molto spesso caratterizzano le societa' contemporanee''. Il manuale presentato oggi, concepito come strumento operativo e versatile, e' destinato a essere diffuso nelle redazioni di stampa, radio, tv e web di rilievo nazionale e locale, e senz'altro contribuira' a raggiungere tale importante obiettivo.
E alla fine...
Il poliziotto buono e quello cattivo di Marco Cedolin
La chiamano “riforma del lavoro” e si tratta di un argomento che sicuramente terrà banco per almeno tutto il prossimo mese. Lacrima Fornero assicura che si prodigherà esclusivamente per il bene dei lavoratori, Mario Monti, più che mai impegnato nel cambiare il modo di vivere degli italiani , promette che la “riforma” sarà pronta per il varo entro la fine di marzo, mentre i sindacati sempre più in crisi di credibilità, giocano a fare il poliziotto buono e quello cattivo, sperando di sfangarla senza troppi problemi anche questa volta. Partendo dalla premessa che il lavoro semmai andrebbe creato (ma di prestigiatori in gamba in giro ahimé se ne vedono pochini) e non certo riformato, dal momento che avrebbe poco senso riformare qualcosa che sta andando incontro all’estinzione, occorre prendere coscienza del fatto che tutto quanto ci verrà riproposto nelle prossime settimane altro non sarà che un misero teatrino, con tanti mestieranti impegnati a recitare ciascuno la propria parte, affinché alla fine dei giochi questa commedia dell’assurdo possa andare in porto. Quella che Monti ed il suo coccodrillo intendono portare a termine nel più breve tempo possibile non è una riforma del lavoro... ma semplicemente la traduzione in pratica degli ordini a suo tempo impartiti dalla BCE e dal FMI, che impongono, come già avvenuto in Grecia, la “cinesizzazione” del lavoratore, da praticare attraverso tutta una serie di provvedimenti che lo rendano sempre più vulnerabile, precario e disperato, con la conseguenza di ottenere uno “schiavo” in lacrime rassegnato a lavorare molto e mangiare poco.
Si parla e si parlerà di art.18, di cassa integrazione, di mobilità o sussidi, ma il fulcro della questione non verte assolutamente intorno a questi termini. Gli argomenti che coloreranno i paginoni dei giornali, sono solamente la cortina fumogena utilizzata per fuorviare l’attenzione dell’opinione pubblica, indirizzandola verso falsi obiettivi. I sindacati (vera e propria quinta colonna dei banchieri) daranno vita alla farsa del poliziotto buono e di quello cattivo. Con Cisl e UIL pronte ad inchinarsi di fronte a Confindustria e la CGIL disposta ad immolarsi per difendere con furia belluina la sopravvivenza dell’art. 18. La Fiom andrà perfino oltre, proponendo una giornata (di quelle poi tutti a casa felici e contenti) di sciopero per dimostrare la propria contrarietà. Per un mese si discuterà, si “combatterà”, fiumi di parole prenderanno corpo sui giornali e in TV. Battaglie all’ultimo sangue (di rapa) faranno da contraltare ai simposi degli economisti e dei giuslavoristi. Sindacalisti “buoni” si accapiglieranno con quelli “cattivi”, dividendo in due le platee dei talk show.
Prima che come anticipatamente concordato fra tutti i contendenti, vengano tradotti in pratica gli ordini della BCE e dell’FMI, pronti per essere immediatamente votati dai camerieri in parlamento e dare il via alle raffiche di licenziamenti. Il lavoro, o ciò che ne resta, probabilmente non ne uscirà riformato, ma il lavoratore, quello si, sperimenterà cose che mai aveva neppure immaginato. E i poliziotti di cui sopra? Resteranno eroi senza macchia e senza paura, loro ci hanno provato, hanno indetto perfino 8 ore di sciopero, prima che il senso di responsabilità li inducesse a scegliere il male minore che è un alibi buono per tutte le occasioni e per tutti i poliziotti.
Komunista-banchiere
Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, arriva in Sardegna, dove si tratterà per una visita di due giorni, tra le contestazioni di un centinaio di persone, legate a Sardigna Natzione e anti-Equitalia, che manifestano con disoccupati, movimento pastori e studenti davanti al municipio di Cagliari, continuando la loro protesta davanti al teatro Lirico. Scopo della contestazione chiudere un incontro col presidente e mettere in luce il tema della crisi isolana, ma anche ricordare Rossella Urru, cooperante sarda rapita in Algeria.
Napolitano, durante un incontro con Giunta e Consiglio del comune di Cagliari, torna sul tema del federalismo fiscale, chiedendo "una chiara piattaforma" su un tema i cui lavori sono stati "un po' sospesi". Un tema importante, al quale si unisce anche la riflessione del presidente della Repubblica sul welfare. "La coesione sociale è importante per la crescita del paese e non significa immobilismo - spiega - ma mettere in piedi un sistema di welfare e sicurezza sociale diverso da quello che è stato creato in passato". Napolitano a riguardo dedica anche una parola al rapporto tra Nord e Sud, definendo il divario tra le due metà della Penisola "la maggiore incompiutezza del processo di unificazione dell’Italia", una questione "che non è solo economica e sociale ma anche civile ed istituzionale". E che soprattutto è "assolutamente ineludibile".
"Resta ancora molto da fare", sintetizza il Presidente della Repubblica, anche "per ridisegnare l’architettura istituzionale del nostro Stato". Tanto da fare anche in termine di spesa pubblica. "Indispensabile risanare il bilancio pubblico e ridurre la spesa pubblica corrente" ma di certo non procedendo "con tagli alla cieca. Distinguendo da ciò che va tagliato e ciò che non va tagliato". Per rilanciare la crescita infatti "non bastano e non servono gli slogan ideologici, occorrono lucidità, realismo, competenza senso della misura". Il discorso del presidente tocca anche tematiche più connesse con le realtà istituzionali locali. Sottolinea con forza che serve un "rinnovo del Patto di stabilità per dare una maggiore disponibilità ai Comuni per far fronte ai bisogni altrui", ribadendo come "i Comuni siano il pilastro su cui poggia tutto l’edificio della democrazia rappresentativa". E a chi lo contesta replica: "Non rappresento le banche ed il grande capitale finanziario, come qualcuno umoristicamente crede e grida".
domenica 19 febbraio 2012
Punti di vista su tangentopoli
Di Pietro piange. È vivo. È ricco. È potente. Ha preso il posto, con grande abilità, di quelli che ha inquisito e fatto condannare. Tra tante leggi inutili, nel nostro codice, manca quella, evocata dal celebre Gip dei tempi di Di Pietro, che con lui si trovò a lavorare e parla per esperienza: Italo Ghitti. Me lo disse un giorno per integrare i miei rilievi sui metodi minacciosi e polizieschi dei magistrati alla Di Pietro: «Lei, caro Sgarbi, ha dimenticato che il vero reato compiuto da Di Pietro è quello di corruzione di immagine. Intendo di avere, con le sue inchieste, messo in luce il suo ruolo di giustiziere, non solo per protagonismo, ma per ottenere consenso, per incassare sul piano elettorale, il massimo profitto dalle sue azioni giudiziarie».
Lucidissima interpretazione. L'inutile impresa di Tangentopoli, è servita infatti, a legalizzare le tangenti senza eliminare la corruzione, come ha dimostrato la Corte dei Conti. Il «Caso Lusi» è la perfetta sintesi dei due sistemi, con il prodigio di trasformare in legali anche i fondi illegali. Ma Di Pietro, vivo e ricco, piange. E chissà come ridono tutti gli innocenti che ha fatto arrestare, e i parenti dei suicidi che hanno reagito in modo disperato a inchieste spesso ingiuste e violente, o, ancor peggio, alla loro minaccia. Penso a Moroni, a Gardini, a Cagliari, a Taneschi, a Nobili, a Darida, e a mille altri scagionati dopo anni di umiliazioni. Forse per questo Di Pietro, ricco e vivo, piange.
Vedo Bruno Tabacci, locupletato parlamentare, assessore al Bilancio del Comune di Milano (che dovetti difendere, in parlamento, dalle accuse di Antonio Di Pietro) oggi sul palcoscenico del teatro Puccini di Milano assieme all'ex Pm di Mani Pulite, a Giuliano Pisapia e Leoluca Orlando. Qualche democristiano di antico conio ha sicuramente pensato: che tristezza! In realtà Tabacci mette allegria perché si vede in lui la soddisfazione di chi si è salvato pur avendo goduto di tutti i privilegi garantiti nella Prima Repubblica. Soprattutto la Dc, ovviamente. E fatti pagare per tutti, e anche per lui, al solo Severino Citaristi, il più onesto dei democristiani. Come Tabacci, io difesi anche Citaristi. Tabacci non aprì bocca. E per molti anni pensò tutto il male possibile di Di Pietro. Adesso lo pensa Berlusconi che lo ha salvato dal naufragio della Prima Repubblica, introducendolo nella Seconda e consentendogli di avviarsi alla Terza, facendo finta di nulla. Eppure lui sa che tanti suoi compagni di partito sommersi, travolti, scomparsi, non erano diversi da lui.
Il primo dicembre del 2008 incontrai il ministro Bondi che mi comunicò con entusiasmo di avere firmato un decreto di acquisto di un crocifisso attribuito a Michelangelo, che io conoscevo da 20 anni. Contestualmente mi propose la direzione del Maxxi. La seconda cosa non avvenne, come si è visto, e il Maxxi fu affidato a mani che l'hanno condotto ad arenarsi come il Concordia. La prima, purtroppo, era già avvenuta, da qualche ora. Dissi al ministro che se mi avesse chiamato una settimana prima, gli avrei dato ogni elemento per evitare l'acquisto dell'opera interessante, ma senza alcun fondamento documentario che ne avvalorasse l'attribuzione. Un'opera bella, ma non certa, non si compra. Neanche a un prezzo considerato vantaggioso, che doveva insospettire. Il crocefisso era stato offerto a 18 milioni di euro al ministero, a banche, a privati, per poi essere ceduto a 3,2 milioni. Nel suo candore, e lo comprendo, a Bondi la cifra sembrava conveniente. Era stato d'altra parte orientato dall'autorevolezza degli esperti, ma era stato mal consigliato dal Comitato di settore che ha l'esclusiva responsabilità dell'incauto acquisto. Dovere dell'attuale ministro è destituire quel comitato. L'attuale sottosegretario Cecchi, allora Direttore Generale, non ne faceva parte e, come l'allora ministro Bondi, non può essere ritenuto direttamente responsabile. L'attuale inchiesta della Corte dei Conti, incriminando Cecchi, ha sbagliato obiettivo.
Il "Caso Ruby" è chiuso. Parola di suora (o quasi). La Direttrice di una comunità che ospitò Ruby ha dichiarato: "E' molto sessualizzata, bella intelligente, seducente e scaltra. Ma c'era il nome di Berlusconi, lo chiamava "Papi", diceva di essere stata a casa sua una volta e di non aver mai avuto rapporti sessuali con lui. Aveva bisogno di affetti veri, persone che si occupassero di lei senza interessi". Così ha fatto Berlusconi, ad evidenza. Dandole danari per consentirle di lavorare fuori dalla strada: cifre impensabili per una escort. Ma ottenute con la seduzione e la scaltrezza. Come ha scritto Giovanna Maria Maglie, il vero reato è: "Circonvenzione di attempato"
sabato 18 febbraio 2012
Occasioni preziose per tacere...
Ma non è che uno può pretendere discorsi seri da dei politici incapaci dalla nascita. Poi, non possiamo lamentarci di Celentano eh? Oltre che ipocrita, Bersani, è anche contraddittorio. Se, secondo la sua politica, tutti sono esseri umani e sono tutti uguali senza alcuna distinzione di sesso, razza, etnia ecc, ecc... allora dovrebbe spiegarci pure qual'è la differenza che tanto sottolinea, tra Belen e LA Fornero. E ogni volta, tutti loro, perdono preziose occasioni per tacere.
E stasera, ci si è messa anche Mirka Viola a blaterare di corpi femminili sfruttati sui palcoscenici. Come se lei, il suo corpo non l'ha MAI usato per tirarci su soldi. Con la differenza che lo ha fatto prima di Belen... e ora è invecchiata ed è buona solo per fare soap opera di bassissima qualità. Ma per favore vah, evitatevi dei falsi moralismi, risulterebbero solo ipocriti e basta. Così come la Fenech che parlò qualche mese fa proprio dello stesso argomento, la svendita dei corpi femminili... ricordiamo tutti mi pare, quei suoi filmettini trash, no? E li ha girati per molto molto tempo.
E stasera, ci si è messa anche Mirka Viola a blaterare di corpi femminili sfruttati sui palcoscenici. Come se lei, il suo corpo non l'ha MAI usato per tirarci su soldi. Con la differenza che lo ha fatto prima di Belen... e ora è invecchiata ed è buona solo per fare soap opera di bassissima qualità. Ma per favore vah, evitatevi dei falsi moralismi, risulterebbero solo ipocriti e basta. Così come la Fenech che parlò qualche mese fa proprio dello stesso argomento, la svendita dei corpi femminili... ricordiamo tutti mi pare, quei suoi filmettini trash, no? E li ha girati per molto molto tempo.
L'imbecille del giorno
L'"onorevole" Stradaquanio... "chi guadagna 500 euro al mese è uno sfigato per varie ragioni e per fortuna sono pochissimi in italia"...
venerdì 17 febbraio 2012
Petrolio e fango
A metà dicembre avevo prenotato i biglietti per andare a vedere questo spettacolo. E, stamattina, finalmente, i biglietti sono arrivati. E' stata solo spostata la data che doveva essere domani sera ma sarà il 10 marzo. Se vi capita di trovare in giro Giorgio Felicetti con Petrolio e fango, bhe, lo dico a priori, vale la pena di andarci per conoscere un pò meglio la storia di Enrico Mattei.
Riforma del lavoro (per il sud)?
BRUXELLES - Niente nuovi sgravi fiscali per il Sud e le donne nella riforma del mercato del lavoro su cui sta lavorando il governo. Il ministro del Lavoro Elsa Fornero, che li aveva annunciati durante la sua missione a Bruxelles, si è poi corretta: gli sgravi fiscali per il Sud e le donne di cui ha parlato ai colleghi europei sono quelli già contenuti «nel decreto Salva Italia». Nella puntualizzazione, trasmessa da Sky Tg24, Fornero dice: «Non credo di aver usato il futuro. Se poi all'interno di un provvedimento più vasto di riordino del sistema fiscale ci saranno risorse non potrò che esserne contenta. Ma- conclude- non ho promesso ulteriori sgravi» in sede di riforma del lavoro. Intervenendo al Consiglio Ue affari sociali e occupazione il ministro ha confermato di lavorare a una riforma del mercato del lavoro da completare «entro marzo e con il massimo consenso delle parti sociali, per favorire una più ampia partecipazione di giovani, donne e lavoratori anziani».
L'IDEA - «Se facciamo l'unemployment benefit (un sussidio di disoccupazione, ndr) non abbiamo più bisogno della cassa integrazione straordinaria». Elsa Fornero a Bruxelles spiega che invece «la cassa ordinaria va rafforzata».
I CONTRATTI - Il «primo elemento» della riforma del mercato del lavoro è il «riordino dei contratti», perché «troppe tipologie negli anni hanno creato precarietà diffusa tra i giovani», ha detto il ministro del Lavoro. Per il governo, la «lotta alla disoccupazione giovanile è una priorità», e nel mettere a punto la riforma, l'enfasi andrà all'apprendistato per favorire l'ingresso dei giovani, ha aggiunto Fornero. Il ministro del Welfare ha detto ai suoi colleghi dell'Ue che, «come ha più volte ricordato il nostro primo ministro Mario Monti, è importante uscire da una dimensione basata esclusivamente sui temi dell'austerità e della competitività e dedicare maggiore attenzione agli aspetti legati alla crescita e agli obiettivi sociali, ricercando un giusto equilibrio e una coerenza anche temporale tra rigore finanziario e coesione sociale».
La distruzione (a nome ue) continua
Adesso il rischio, per i produttori siciliani, è di trovare sui mercati siciliani un chilo di arance a 17 centesimi al chilo. Passa a Strasburgo l'accordo tra Unione Europea e Marocco sulla liberalizzazione di alcuni prodotti ortofrutticoli e ittici. L'opposizione degli europarlamentari dei Paesi mediterranei non è bastata: i sì sono stati 369, contro 225 no e 31 astenuti. "È la fine dell'agricoltura siciliana", tuona Alessandro Chiarelli, presidente di Coldiretti Sicilia. L'accordo prevede l'eliminazione immediata del 55 per cento (dal 33 per cento attuale) dei dazi doganali sui prodotti provenienti dal Marocco. Mentre i dazi in uscita su frutta, verdura e pesce prodotti nei paesi dell'Unione Europea verranno ridotti del 70 per cento solo nei prossimi dieci anni. L'accordo, comunica Coldiretti, dovrebbe entrare in vigore da maggio. Numeri che, tradotti in euro, fanno paura agli agricoltori. Critiche piovono da tutte le associazioni, da Coldiretti a Cia, Confagricoltura e Copagri. "Oggi - spiega Chiarelli - le arance dal Marocco sbarcano a Palermo a 30, 35 centesimi al chilo. Un prezzo che, grazie agli attuali dazi doganali, equivale più o meno a quelli applicati sulle arance siciliane. In futuro potrebbero arrivare a 17, 18 centesimi al chilo". Una corsa al ribasso insostenibile per i produttori dell'Isola. Discorso simile per i limoni, il cui prezzo al chilo potrebbe scendere, secondo Coldiretti, "a 15 centesimi al chilo contro i 30 attuali", e le zucchine, la cui quotazione precipiterebbe "anche a 40 centesimi contro i 90 centesimi di oggi". Il Parlamento europeo, dopo le preoccupazioni espresse dalle associazioni di categoria e da alcuni settori dell'Ue, ha posto delle misure di salvaguardia per determinati prodotti sensibili, come fragole, pomodori, cocomeri e aglio. Nell'elenco non comparirebbero gli agrumi. "Sarebbe un fatto gravissimo - denuncia Chiarelli - la dimostrazione che i gruppi industriali del Nord Europa fanno lobby su quello che conviene a loro, riuscendo a difendere, ad esempio, i prodotti in serra olandesi".
La maggioranza dei politici europei approva l'accordo che, scrivono, "svolgerà un ruolo chiave per lo sviluppo economico e la stabilizzazione politica del Marocco, mentre creerà nuove opportunità per l'industria agricola della Ue". Non ci stanno, invece, i deputati dei Paesi mediterranei. In prima fila sul fronte del no, spagnoli e portoghesi. Lo stesso relatore del testo, il francese Josè Bovè, dei Verdi, contrario all'accordo, ha ritirato il suo nome dalla relazione. Mentre l'europarlamentare del Pdl, Giovanni La Via, lamenta "diverse defezioni tra i deputati italiani" al momento del voto. "Non si può difendere - accusa La Via - l'agricoltura di un Paese e di una regione a parole e poi non essere presenti al momento dei fatti". Di "guerra tra poveri" parla Rosario Crocetta, europarlamentare del Pd, che ha votato no. "Una Germania che si scopre improvvisamente filomediterranea - afferma Crocetta - è riuscita ad imporre un accordo che favorisce le sue industrie a danno dell'agricoltura meridionale e dei consumatori marocchini". Nella risoluzione, il Parlamento Europeo si sofferma sulla necessità di "applicare rigorosamente i contingenti" e sull'obbligo per i prodotti non europei di "conformarsi alle norme dell'Unione in materia di misure sanitarie". Più controlli, dunque, anche per evitare frodi. Proprio su questi punti le associazioni di categoria chiedono, adesso, l'impegno del governo nazionale. Confagricoltura siciliana annuncia prossime manifestazioni di protesta a cominciare dall'1 marzo.
giovedì 16 febbraio 2012
Figli di papà...
... e mentre tutti si chiedono se Belen indossava gli slip o meno, e mentre la chiesa e i benpensanti ipocriti tuonano contro Celentano... in italia succede anche e soprattutto questo: certi bamboccioni dilagano (e fanno la rivoluzione coi soldi di papà e mammà)... e Fornero, Cancellieri, Martone e Monti, ci fanno la morale
Anche la rivoluzione tiene famiglia. L’ultima dirompente novità della politica italiana, in effetti, è una specie di Trota al sapor di comunismo: Marco Doria, figlio di Giorgio, pronipote dell’ammiraglio Andrea, discendente della nobile famiglia genovese. Uno che, per dire, si è permesso il lusso di frequentare un liceo classico che porta il suo cognome e per non sbagliare è finito in cattedra nella stessa facoltà di Economia dove insegnava babbo suo. Toh, guarda a volte, come sono le circostanze della rivoluzione. Marco Doria, che ha già iniziato il tour da madonna pellegrina del rinnovamento (prima tappa obbligatoria: Gad Lerner), ce l’ha ben chiaro: basta con i sistemi vecchi, basta con i vecchi metodi. L’Italia cambia. Per sua fortuna, però, il cambiamento dell’Italia non è ancora così radicale da intaccare quello che Flaiano definiva il vero carattere nazionale: siamo un popolo di santi, di poeti, di navigatori, di nipoti, di cognati. E soprattutto di figli di papà. In attesa di abbandonare i vecchi metodi, ecco, meglio approfittarne ancora un po’. Poi dicono che la famiglia è un istituto in crisi.
Non è vero. La famiglia è l’unica vera certezza di questo Paese, l’unica cosa che ti sostiene sempre. Prendete questi ultimi rivoluzionari, questa stirpe di rinnovatori della politica italiana, gli uomini nuovi che dovrebbero seppellire per sempre i vizi italici. Ebbene avete presente il loro curriculum? Giuliano Pisapia, l’antisistema di Milano, è figlio di Gian Domenico, noto principe del foro, tra i redattori del codice di procedura penale, da cui, per non sbagliare, ha rilevato anche l’avviato studio legale. Luigi De Magistris, l’anti-sistema di Napoli, discende da una famiglia di magistrati, nonno giudice, padre pure (fu quello che condannò il ministro De Lorenzo e si occupò del caso Cirillo). E Marco Doria, l’anti-sistema di Genova, come si è detto, è figlio di Giorgio, professore a Economia come lui, per molti anni consigliere comunale e vicesindaco della prima giunta di sinistra nel 1974 con il Pci. Lo chiamavano «il marchese rosso», noblesse oblige.
Per essere gli interpreti della nuova politica, ecco, almeno in questo ricordano molto gli interpreti della vecchia. Anti-sistema alla stregua della famiglia Gava, tanto per dire, o De Mita. Si passano incarichi e potere per via dinastica, allo stesso modo, dei vecchi notabili dc. Ma quello che impressiona, qui, è la somiglianza dei percorsi umani e professionali dei tre rivoluzionari, Doria, Pisapia e De Magistris: tutti nati nei quartieri borghesi delle rispettive città, tutti frequentatori dei licei classici (si capisce: la rivoluzione non può prescindere dalla conoscenza del greco antico) e tutti seguaci delle orme paterne. Ora, per l’amor del cielo, noi ci crediamo che questi tre riescano d’un colpo ad abbattere tutti i vecchi metodi e le vecchie logiche della politica italiana. Ma, rinnovamento per rinnovamento, com’è che, una volta, non vince le primarie del Pd il figlio di un netturbino? O magari di un panettiere? Perché il cambiamento non viene mai interpretato da uno che è nato a Quarto Oggiaro anziché a Brera? Possibile che la rivoluzione passi sempre per le ville del Vomero e mai per gli alveari di Casoria o per quelli di Pianura? Possibile che per essere uomini nuovi sia necessario nascere nei palazzi Doria anziché a Cornigliano? Possibile che sia necessario diplomarsi nel miglior liceo classico della città? Il cambiamento non può forse essere diplomato in ragioneria? Il rinnovamento non può essere geometra o perito industriale?
I tre paladini del nuovo dicono che vogliono cambiare il modo vecchio di ragionare. Ben detto, sia chiaro. Ma perché questa voglia di novità non li ha presi anche qualche anno fa? Soprattutto: perché non ha investito la loro vita privata? Per dire: possibile che nessuno di loro, così ansioso di rivoluzionare il mondo, abbia pensato che non fosse meglio seguire orme diverse da quelle di papà? Possibile che tutta questa voglia di cambiamento non li abbia portati a prendere in considerazione l’ipotesi di confrontarsi davvero in mare aperto, ad armi pari con i loro pari età? Come è possibile conciliare la propria vocazione anti-sistema con il sistema più vecchio del mondo, e cioè il posto di lavoro nel solco paterno? Si può essere credibili anti-sistema dopo aver ereditato lo studio legale da paparino? Si può essere credibili anti-sistema dopo aver preso la cattedra nella stessa università del nobile genitore, sicuramente marchese e evidentemente anche un po’ barone? È una strana rivoluzione questa dei nuovi sindaci, una rivoluzione che passa per vie dinastiche. Una rivoluzione che necessita di potere familiare, timbri nobiliari, conoscenze altolocate. Nuovismo&nepotismo: è il fenomeno del momento. I suoi paladini promettono di cambiare tutto, ma nascono invischiati nel solito collante di parentele. Sventolano bandiere di ogni colore, rosse e arancioni, ma alla fine s’inchinano all’unica vero vessillo italiano, quello di Leo Longanesi: un tricolore con al centro scritto «tengo famiglia». Così l’anti-sistema avanza, ma è in realtà è un sistema vecchio e noto. Quello dei figli di papà.
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