sabato 25 febbraio 2012

L'atto dovuto


La Procura di Roma ha deciso di procedere nei confronti dei due marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone per il reato di omicidio. I due fucilieri del battaglione S.Marco erano in servizio sulla petroliera italiana Enrica Lexie e sono stati arrestati in India perchè accusati di aver ucciso il 15 febbraio due pescatori scambiandoli per pirati. L'iscrizione dei due marò per omicidio volontario sarebbe una sorta di atto dovuto legato alle risultanze dei fatti che emergono dall'informativa che la Farnesina ha messo a disposizione della magistratura nelle ultime ore. Giovedì 23 febbraio la magistratura indiana aveva deciso di tenere i due italiani per altri sette giorni in stato di fermo . Il presidente del Consiglio Mario Monti ha rassicurato le famiglie sull'impegno del governo italiano per la liberazione.

INDAGINI - Venerdì mattina la petroliera italiana Enrica Lexie è tornata nel porto di Kochi, nello stato indiano meridionale del Kerala, per permettere ulteriori indagini da parte della polizia sull'uccisione di due pescatori indiani. In particolare gli investigatori, guidati dal commissario Ajit Kumar, devono salire a bordo per visionare le armi utilizzare dai due marò. Come concordato durante la visita del sottosegretario agli Esteri Staffan De Mistura, l'intera operazione sarà effettuata alla presenza dei diplomatici italiani, per garantire la massima trasparenza. La delegazione italiana sarà presente al momento in cui saranno posti i sigilli sul materiale bellico che appartiene allo Stato italiano.

Quello che non dicono...


Le celebrazioni per i primi cento giorni del governo Monti hanno raggiunto l’apice. All’unisono, stampa e tv raccontano le meraviglie di un Paese cambiato. Sappiamo che il premier ha il sostegno sincero e leale dell’ex premier Berlusconi che volontariamente gli ha lasciato il posto. E sappiamo che Monti gode anche di stima di una larga fetta di notabili ed elettori del Pdl ai quali non dispiacerebbe averlo come nuovo leader. Tutto questo ci è chiaro, ma non per questo dobbiamo nascondere sotto lo zerbino alcune verità. Per esempio. Durante i mirabolanti cento giorni l’Italia è entrata tecnicamente in recessione, la disoccupazione è cresciuta, quella giovanile ha superato la soglia del 30 per cento, le agenzie internazionali ci hanno declassato e spediti addirittura in serie B. Ancora. Le tasse sono aumentate raggiungendo un nuovo record di pressione fiscale, la benzina sfiora i due euro al litro, le liberalizzazioni, quelle vere, non ci sono e non ci saranno. La Rai è diventata un pollaio fuori controllo, la Protezione civile un buco nero. Lo spread è sceso ma resta a livelli che quattro mesi fa venivano giudicati insostenibili e pericolosi.

Tutto questo è accaduto in presenza di una maggioranza politica innaturale e bulgara, di un Parlamento commissariato dal presidente della Repubblica, di un governo che va avanti a colpi di decreti-legge e voti di fiducia. Insomma, ci mancava soltanto che in una situazione di potere così unica e forse irripetibile non tornasse almeno un po’ di fiducia, che peraltro è gratis, nell’esecutivo. Ma onestamente, non vediamo proprio che cosa ci sia da gioire o celebrare. Il miracolo, annunciato e atteso, non c’è stato e non poteva esserci. Perché con le regole blindate dalla nostra Costituzione neppure il governo dei migliori, o come in questo caso dei non eletti, della non casta, è in grado di liberare il Paese dalle incrostazioni. E per cambiare la Costituzione, che ci piaccia o no, c’è una sola strada: ridare parola e potere alla politica. I cento giorni sono quindi sì importanti ma nel senso che sono cento giorni in meno che mancano alle elezioni. Nel frattempo sono certo che il governo Monti farà cose apprezzabili e tutti gliene saremo grati. Se poi strada facendo ci portiamo avanti con qualche riforma che vada oltrel’allargamento della base di taxisti e farmacisti, be’, credo che la cosa non guasterebbe. Il Parlamento, se volesse, ne avrebbe facoltà.

venerdì 24 febbraio 2012

Immigrazione e comunisti


Fermo - La provincia di Fermo istituisce la consulta dell’immigrazione. A darne l’annuncio è l’assessore Giuseppe Buondonno: “Il prossimo martedì 28 febbraio, nel corso del consiglio provinciale, sarà discussa la proposta ufficiale con successiva delibera”. Un organo atteso da tempo e fortemente richiesto dai tanti immigrati che vivono e lavorano nel territorio fermano.. Un processo d’integrazione ormai strutturato che parte dalle scuole per arrivare alle più svariate attività lavorative e alla vita di tutti i giorni. Immigrati che nella provincia di Fermo rappresentano quasi il 10 per cento della popolazione. Le varie associazioni di extracomunitari si dichiarano soddisfatte per la costituzione della nuova consulta. Un’attesa che è stata premiata. Assessore Buondonno che spiega come questa realtà: “Sarà composta da alcuni membri di diritto scelti secondo il regolamento consiliare delle consulte. Ne faranno parte le istituzioni, i rappresentati delle realtà sindacali, delle associazioni d’immigrati, del settore volontariato e della Prefettura di Fermo”. La varie organizzazioni di extracomunitari saranno invitate a presentare una dichiarazione d’interesse di cui la nuova consulta terrà conto. Buondonno che spiega come: “La provincia ha anche istituito un tavolo tecnico per quel che riguarda il progetto sperimentale denominato ‘Pon’ avviato con la Regione Marche e con Italia Lavoro. L’obiettivo è quello di creare un raccordo per l’inserimento e il reinserimento degli immigrati nel mercato del lavoro”. Subito dopo l’approvazione in consiglio provinciale di martedì prossimo, ci sarà una fase di lavoro preparatorio. La composizione della nuova consulta avverrà anche tenendo conto delle varie etnie presenti sul territorio Fermano. Novità anche sul fronte del comune di Fermo. Dopo la scadenza del termine di sei mesi per la nomina del consigliere comunale aggiunto, segnalata nei giorni scorsi dal Corriere Adriatico, il presidente del consiglio Giovanni Lanciotti spiega il lavoro svolto. Lo scorso 21 febbraio la terza commissione consiliare (Cultura, Politiche Socio Sanitarie, Partecipazione) presieduta da Patrizio Cardinali ha convocato una seduta per lunedì prossimo, 27 febbraio, con un unico punto all’ordine del giorno: l’incontro con i rappresentanti delle varie etnie di cittadini extracomunitari presenti nel territorio della città di Fermo, in vista dell’elezione del loro rappresentante in Consiglio Comunale. Della questione si è occupata anche la conferenza dei capigruppo. “È importante – ha spiegato Lanciotti - che si concluda rapidamente il percorso avviato”.

Ulteriori rapine

Class action vs Rai di Davide Giacalone

Ci sono gli estremi per una class action contro la pretesa del canone speciale Rai. Questione niente affatto superata dalla retromarcia di ieri, che, anzi, rende ancor più grottesca la situazione. Se lo spirito delle liberalizzazioni avesse già attecchito dovremmo leggere gli annunci pubblicitari degli studi legali, tesi ad offrire il servizio a molti cittadini, indebitamente aggrediti da ingiunzioni minacciose e, soprattutto, fuori legge. Mettiamo ordine fra gli schiamazzi. Accantono, ma solo per un momento, la soluzione più corretta: vendere la Rai e cancellare il balzello del secolo scorso. Restiamo (con dolore) dentro il sistema attuale: la pretesa del canone anche per terminali diversi dal televisore, come il computer, il tablet o lo smart phone non è nuova, tanto è vero che l’abbiamo raccontata diverse volte e tempo addietro. Tutti gli indignati caduti dal pero prendano la collezione di Libero e facciano ammenda della sorpresa. Chi ora tira un sospiro di sollievo sbaglia. Aggiungo che tale pretesa non è affatto limitata, come qualcuno ha erroneamente scritto, alle sole aziende, ma riguarda anche le famiglie: non hai il televisore ma il computer? Devi pagare lo stesso. Fino a ieri sostenevano che bastava il possesso di un sistema adattabile alla ricezione, ora vogliono i soldi solo se è stato effettivamente adattato. Peccato che tutti quei terminali sono già adattati.

Il fatto è che questa demenziale pretesa, figlia di una lettura strumentale e da analfabeti del combinato disposto di una norma del 1938 e dei barocchismi successivi, era destinata a restare lettera morta, semmai occasione per cori di pernacchie e fischi, ma le cose cambiano a causa di un errore commesso dall’attuale governo, che s’è fatto inserire, dalla lobby Rai, un articolo 17 nel decreto “Salva Italia”. Sicché ora si deve salvarla da quello, né il salvataggio può consistere nel mettersi d’accordo nell’ignorarlo, giacché questo è un misero trucco. Tale articolo dice che “le imprese e le società” devono inserire nella dichiarazione dei redditi il numero dell’abbonamento speciale. Madornale svarione, anche questo non corretto ieri, perché in quei luoghi il canone non è dovuto neanche se c’è un televisore, figuriamoci se c’è solo un computer. Forte di quella legge l’ufficio abbonamenti della Rai ha mandato lettere a pioggia, battendo cassa anche laddove non ha alcun diritto. La gran parte di quelle lettere sono fuori legge, anche dopo che se le sono rimangiate, perché è fuorilegge il presupposto. Spiego: l’abbonamento speciale è dovuto da tutti quegli esercizi che attirano clienti anche fornendo l’accesso alla televisione. Esempi: alberghi, bar, ristoranti, ma anche negozi con schermi che rimandano immagini diffuse dai canali televisivi. La Rai, invece, ha delle pretese su architetti, dentisti, professionisti di vario tipo, gente che, come me (sono una partita iva) di certo non desidera che qualcuno passi a sedersi per vedere una partita. Tutti noi siamo abbondantemente coperti dalla legge, che stabilisce il diritto di vedere la tv ovunque sia di nostra pertinenza, una volta pagato il canone normale. Perché la tv non fa parte della nostra attività. Chiaro? La Rai (s)ragiona diversamente: come cittadino hai pagato, ma come partita iva devi fare lo stesso (il precario che lavora a casa paga due volte per lo stesso apparecchio). Se lo scordino. E, come si vede, il discorso non cambia ora che gli hanno ricacciato in gola la pretesa di tassare ogni terminale digitale.

Quando Libero invitò a non pagare il canone dissentii. Non perché mi piaccia, ma perché non condivido l’incitazione ad evadere il dovuto, semmai se ne deve chiedere la soppressione. Ma quel che oggi la Rai chiede non è dovuto. Il che vale non solo per i computer e gli altri sistemi digitali, ma anche per quegli schermi, rivolti al pubblico, con cui si trasmettono, ad esempio, le estrazioni dei concorsi a premi. Se la Rai insiste otterrà il solo risultato di far disattivare quegli schermi, quindi di far scendere il gettito fiscale legato al gioco. Se c’è ancora un cervello, all’amministrazione delle finanze, fermi chi lo ha perso! Ecco perché dico che ci sono gli estremi per una class action: un’azienda dello Stato chiede ai cittadini e alle imprese quel che non è dovuto. Aggiungo che non a caso ho sempre considerato farlocchi i dati sull’evasione del canone (certamente evaso), perché calcolati dalle menti ottenebrate che ritengono di avere un diritto che non hanno. Senza contare che la classifica degli evasori è giudata dalla Rai stessa. Ecco un suggerimento: visto che il governo deve porre rimedio all’imbucato articolo 17, invece di praticar sotterfugi colga la palla al balzo e cancelli il canone, del tutto, spostando il finanziamento della Rai a carico della fiscalità generale. Il gettito sia compensato dai profitti dei fornitori di contenuti (beneficiari economici dell’esistenza degli spettatori). Ma non è la soluzione che preferisco, quella sana è sempre la stessa: vendetela.

Incompetenti santoni


Allarme rosso nelle casse dello stato: nei prossimi due mesi si prevede un deficit di 18-20 miliardi. Tanto, troppo: per ripianarlo non basta riformare il Tesoro: ecco perché, secondo Repubblica, prende forza l'ipotesi di un anticipo delle scadenze dell'Irap pagata dalle imprese. Come detto, la Tesoreria unica non basta: l'escamotage permetterebbe di accentrare tutte le somme depositate nelle casse degli enti locali e immetterle nella cassaforte della Banca d'Italia. Sono 8-9 miliardi di euro di fatto sottratti a Comuni, Province e Regioni. Che infatti protestano e annunciano ricorsi alla Corte Costituzionale. La beffa è che quei soldi non coprono il fabbisogno dei prossimi mesi, già annunciato in rialzo alla faccia dei tagli alla pubblica amministrazione. L'altra mossa, sconsigliata, è aumentare le emissioni dei titoli pubblici che però aumenterebbe di riflesso i tassi, con effetti nefasti sullo spread. Ecco perché dal decreto fiscale già oggi potrebbe spuntare quella vocina che tanto dispiace alle imprese: Irap anticipata, visto che la tassa si paga sul valore di produzione e non sugli utili. Un'altra cattiva notizia per gli italiani, dunque. Il premier negli ultimi giorni ha più volte smentito la necessità di una manovra bis, ma questo non significa che non si dovranno tirare fuori altri soldi. L'ultima occasione dovrebbe essere la tassa sulla casa prevista nel decreto semplificazioni oggi al vaglio del Consiglio dei ministri, mentre stando alle indiscrezioni dovrebbero essere esentate le proprietà del Vaticano.

Civili risorse


Rischiava di finire come Hina Saleem, la ragazza pachistana uccisa dal padre nel 2006 perché fidanzata con un italiano. Così nonostante le proteste una 23enne da 12 anni residente nell'hinterland milanese ha accettato di sposare un connazionale, figlio di un amico del padre, che aveva visto solo in foto. Il ragazzo, 25 anni, dopo il matrimonio si è trasferito in Italia e la coppia è rimasta per cinque anni nella casa dei suoceri. Eppure si era lamentato perché doveva costringerla ad avere rapporti sessuali, tanto che il padre l’ha ripetutamente picchiata e chiusa in casa per impedirle di avere contatti gli amici italiani. Per questo i due (marito e padre della giovane) sono stati arrestati con l’accusa di violenza. A salvarla dalla segregazione sarebbe stato un 23enne italiano che il 31 ottobre 2011 ha raccolto sotto casa sua un bigliettino con una richiesta d’aiuto. Il ragazzo ha così aiutato l’amica a fuggire e l'ha accompagnata a sporgere denuncia. Delle violenze, inoltre, sarebbero a conoscenza tutta la famiglia pachistana.

Appecoronamento continuo

E hai voglia a pubblicare in home (sui maggiori quotidiani asserviti) queste notizie che sicuramente sono bufale belle e buone ma... pur di restare piegati a 90°, si pubblica tutto. E per una notizia irrilevante come quella di cui sopra, una notizia davvero importante finisce quasi a fondo pagina... forse per non voler mostrare che il governo italiano non eletto, è completamente incapace su tutti gli argomenti? E dire che prima avevamo frattini, il peggior ministro degli esteri della storia... ma c'è sempre qualcosa di peggio, appunto.

Due pesi due misure contro la sola italia


Tre anni fa. A Roma c’era Berlusconi, a Tripoli Gheddafi. Dopo estenuanti trattative i due leader avevano raggiunto un accordo: respingimento per i clandestini che tentavano di raggiungere le nostre coste. Un’operazione dura e cruda, ma anche un modo per mettere un argine all’avanzata incontrollabile dei disperati che dall’Africa cercavano il grande salto verso l’Occidente. Una vicenda che, se misurata col metro del diritto, presentava molti aspetti quantomeno discutibili. E oggi, puntuale, arriva la condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo. La sentenza di Strasburgo, all’unanimità, punisce l’Italia per il primo respingendo, del 6 maggio 2009. Due motovedette italiane intercettarono un barcone alla deriva a 35 miglia a sud di Lampedusa, in acque internazionali. A bordo erano in duecento: giovani, vecchi, donne, bambini. Furono riportati in Libia e lì finirono nelle fauci del regime di cui nessuno, ma proprio nessuno, immaginava la fine imminente. La polizia li caricò sui camion, come bestiame, e li deportò in varie regioni del Paese. Umiliazioni. Privazioni. Botte. Oggi la Corte (nulla a che fare con la Ue) dice che l’Italia «riportando i migranti in Libia senza esaminare i loro casi li ha esposti al rischio di maltrattamenti» con un trattamento che si è risolto in «un’espulsione collettiva».

La Corte naturalmente fa il suo mestiere e valuta la violazione dei diritti umani. Peccato che si decida in punta di diritto un problema che riguarda l’Europa intera, scaricandolo sulle spalle di Roma. Ad ogni ondata migratoria parte la gara a spostarsi e a lasciare il cerino nelle mani del nostro governo. Malta, che pure si trova da quelle parti, scansa, anzi dribbla tutti i barconi e il massimo che fa è avvisare le nostre navi. Malta non si fa scrupoli e non interviene nemmeno quando le carcasse del mare sono sul punto di rovesciarsi e le vite di quei poveracci sono un azzardo senza futuro. E Parigi? E Madrid? Parigi, quando la Tunisia scossa dalla crisi del regime di Ben Alì era diventata un trampolino verso l’Europa, ha scelto una soluzione spiccia che assomiglia ad una scorciatoia furbastra: molti fuggitivi venivano agguantati dai poliziotti in Costa Azzurra e scoprivano nelle tasche bucate scontrini dei bar di Ventimiglia e Sanremo. Dunque, in base alle solite leggi dello scaricabarile europeo, venivano rispediti in Italia e l’Italia si ritrovava con il solito cerino acceso fra le dita. Per non parlare del defunto leader della destra carinziana e austriaca Jorg Haider. In un’intervista al Giornale spiegò e risolse così il problema dei clandestini: «Quando li acciuffiamo in Carinzia, li mettiamo sui treni e li rimandiamo in Italia perchè è sicuramente da lì che sono arrivati in Europa». L’Europa ha pure un’agenzia che dovrebbe sbrogliare la matassa, Frontex, ma alla fine la palla finisce sempre sullo stivale.

L’Italia oggi viene condannata. Gli spagnoli, i socialisti di Zapatero, sparavano sui migranti che tentavano di entrare in un modo o nell’altro nelle enclave del Marocco spagnolo. O, più sottilmente, lasciavano fare la polizia locale. Si potrebbe proseguire a lungo e parlare anche della Grecia, ma il concetto è chiaro: l’Europa dovrebbe battere un colpo. Per ora il nostro Governo dovrà dare un indennizzo di 15 mila euro a testa a 22 dei 24 profughi africani - 11 somali e 13 eritrei -che avevano fatto ricorso e si erano affidati a due avvocati di grande esperienza: Anton Giulio Lana e Andrea Saccucci. I 24, come tutti gli altri, non furono nemmeno identificati e non furono ascoltate le loro ragioni: fu un’operazione a scatola chiusa, come sono i respingimenti, e questo non andava bene. Particolarmente per i somali che provenivano da un Paese disintegrato e avrebbero potuto chiedere protezione a Roma. «Questa sentenza - spiega il premier Mario Monti - sarà esaminata con la massima attenzione dal governo», anche se il capo dell’esecutivo sottolinea che «si riferisce a casi del passato». Ma anche il futuro è incerto e il ministro della cooperazione Andrea Riccardi si spinge in là: il verdetto «ci farà ripensare la nostra politica nei confronti dell’immigrazione». D’altra parte Gheddafi non c’è più e la primavera araba ha cambiato la faccia della sponda meridionale del mar Mediterraneo. Secco, infine, Umberto Bossi: «Quando arriverà l’Europa delle regioni la musica cambierà».

Buffoni in sauna


BRUXELLES - Notevole imbarazzo sta creando nella Commissione europea un colloquio riservato «per soli uomini» organizzato dal vicepresidente finlandese, Olli Rehn, con sei giornalisti di importanti media. È avvenuto infatti nella sauna interna dell'istituzione di Bruxelles, ottenuta come benefit dagli euroburocrati per rilassarsi e riprendersi dalle fatiche quotidiane. Rehn aveva concordato con i reporter invitati che l'incontro e i suoi contenuti restassero riservati, in quanto solo di contesto sulla crisi finanziaria. Ma la sala stampa di Bruxelles, con un migliaio di giornalisti accreditati, è considerata la più grande del mondo. Un segreto del genere non poteva durare. E ieri Rehn, già nella presentazione delle previsioni economiche, si è visto chiedere da una giornalista tedesca se intendesse estendere alle donne i suoi colloqui riservati con i media. Il vicepresidente, molto imbarazzato, se l'è cavata esprimendo la sua ampia disponibilità verso la stampa e concentrandosi poi a parlare solo delle previsioni economiche. Il Corriere ha allora utilizzato il «Briefing di mezzogiorno» della Commissione per chiedere se l'ultimo di quegli incontri riservati con i giornalisti fosse avvenuto nella sauna e se per i partecipanti fosse previsto un dress code (regole di abbigliamento). Il portavoce spagnolo di Rehn, imbarazzatissimo, si è limitato a dire che non era il caso di fornire particolari sull'argomento perché tutti conoscono i «costumi finlandesi».

giovedì 23 febbraio 2012

Vecchie bestie... assassine di popoli


MILANO - Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha inviato una lettera ai Presidenti delle Camere e al Presidente del Consiglio in relazione agli emendamenti al decreto cosiddetto Milleproroghe nella quale si richiama l'attenzione sulla sentenza della Corte Costituzionale n.22 del 2012 che ha, per la prima volta, annullato disposizioni inserite dalle Camere in un decreto nel corso dell'esame del relativo ddl di conversione. Napolitano nella lettera fa anche riferimento ai precedenti richiami fatti sul tema e, pur notando che la Costituzione non gli permette di non firmare leggi solo per obiezioni su parti specifiche senza considerare la necessità e l'urgenza in via generale del provvedimento, richiama Renato Schifani e Gianfranco Fini a far sì che le Camere rispettino le indicazioni a comportarsi correttamente.

LA LETTERA - «Anche in occasione del recente decreto-legge Milleproroghe 29 dicembre 2011, n. 216 sono stati ammessi e approvati emendamenti che hanno introdotto disposizioni in nessun modo ricollegabili alle specifiche proroghe contenute nel decreto-legge, e neppure alla finalità indicata nelle premesse di garantire l'efficienza e l'efficacia dell'azione amministrativa» si legge nella lettera. «Come è noto, il Capo dello Stato non dispone di un potere di rinvio parziale dei disegni di legge e non può quindi esimersi dall'effettuare, nei casi di leggi di conversione, una valutazione delle criticità riscontrabili in relazione al contenuto complessivo del decreto-legge, evitando una decadenza di tutte le disposizioni, comprese quelle condivisibili e urgenti, qualora la rilevanza e la portata di queste risultino prevalenti». Per questo il Capo dello Stato si rivolge ai presidenti dei due rami del Parlamento, chiedendo loro di evitare per il futuro l'ammissione di modifiche incongruenti. «Sottopongo alla vostra attenzione la necessità di attenersi, nel valutare l'ammissibilità degli emendamenti riferiti a decreti legge, a criteri di stretta attinenza allo specifico oggetto degli stessi e alle relative finalità». Questo «anche adottando - se ritenuto necessario - le opportune modifiche dei regolamenti parlamentari».

Le colpe (inesistenti) dell'italia


STRASBURGO - La Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha condannato l'Italia per i respingimenti verso la Libia. Nel cosiddetto caso Hirsi, che riguardava 24 persone nel 2009, non è stato in particolare rispettato l'articolo 3 della Convenzione sui diritti umani, quello sui trattamenti degradanti e la tortura.

IL RISARCIMENTO - La Corte ha inoltre stabilito che l'Italia ha violato il divieto alle espulsioni collettive, oltre al diritto effettivo per le vittime di fare ricorso presso i tribunali italiani. L'Italia è stata condannata a versare un risarcimento di 15mila euro più le spese a 22 delle 24 vittime, in quanto due ricorsi non sono stati giudicati ammissibili. I legali dei ricorrenti hanno, invece, rinunciato alla refusione delle spese di lite, chiedendo soltanto il rimborso dei costi sostenuti per partecipare all'udienza che si è svolta a Strasburgo il 22 giugno 2011.

LA VICENDA - Come ha ricordato nei giorni scorsi il Consiglio Italiano per i Rifugiati (Cir), il 6 maggio 2009 a 35 miglia a sud di Lampedusa, in acque internazionali, le autorità italiane hanno intercettato una nave con a bordo circa 200 persone di nazionalità somala ed eritrea (tra cui bambini e donne in stato di gravidanza). I migranti sono stati trasbordati su imbarcazioni italiane e riaccompagnati a Tripoli contro la loro volontà, senza essere prima identificati, ascoltati né preventivamente informati sulla loro effettiva destinazione. I migranti non hanno avuto alcuna possibilità di presentare richiesta di protezione internazionale in Italia. Di questi 200 migranti, 24 persone (11 somali e 13 eritrei) sono state rintracciate e assistite in Libia dal Cir. È stato lo stesso Consiglio ad incaricare gli avvocati Anton Giulio Lana e Andrea Saccucci dell'Unione forense per la tutela dei diritti umani di presentare ricorso dinanzi alla Corte europea dei diritti dell'uomo. Si tratta della più importante sentenza della Corte di Strasburgo riguardante i respingimenti attuati dall'Italia verso la Libia, a seguito degli accordi bilaterali e del trattato di amicizia italo-libico siglati dal Governo Berlusconi.

I TRE PRINCIPI - La Corte ha ricordato che i diritti dei migranti africani in transito per raggiungere l'Europa sono in Libia sistematicamente violati. Inoltre, la Libia non ha offerto ai richiedenti asilo un'adeguata protezione contro il rischio di essere rimpatriati nei paesi di origine dove possono essere perseguitati o uccisi. A causa di questa politica, secondo le stime dell'Unhcr circa 1.000 migranti, incluse donne e bambini, sono stati intercettati dalla Guardia costiera italiana e forzatamente respinti in Libia senza che prima fossero verificati i loro bisogni di protezione.

REAZIONI - «Quello della Corte europea dei diritti umani era un pronunciamento che ci aspettavamo», afferma il senatore del Pd Roberto Di Giovan Paolo, segretario della Commissione Affari Europei. «Getta un macigno sulle politiche immigratorie del governo Berlusconi, che ha ceduto alle pulsioni anti immigrati della Lega». Sulla stessa linea Oliviero Diliberto, segretario nazionale del Pdci - Fds: «Bene la condanna della Corte europea, anche se non ridarà la vita a chi è morto nel dramma del 2009». Per Andrea Olivero, presidente nazionale delle Acli, si tratta di «una censura gravissima per il governo che commise quell'errore e per quelle forze politiche che non solo difesero ma si fecero vanto di quei respingimenti, condannati immediatamente da tutte le organizzazioni umanitarie». «La tragica conferma che la demagogia al potere non è mai innocua ma produce errori ed orrori, come in questo caso».

Cineserie che nessuno vede


Sono tra le prime immagini dei laboratori clandestini gestiti dai cinesi in Italia. La città è Prato e il filmato mostra il risultato di un’indagine della Guardia di finanza tesa a stroncare il lavoro nero e l’attività illegale dei money transfer. A mostrarle sarà giovedì sera Sirene, il nuovo programma con Margherita Granbassi che andrà in onda su Rai Tre ogni giovedì alle 23,15. E che utilizzerà filmati inediti e servizi girati in esclusiva dalle forze dell’ordine. Le immagini più crude della fabbrica clandestina di Prato sono quelle che riguardano i bambini. La vita delle donne che cuciono, delle moderne schiave, si svolge tutta dentro uno stanzone, lì si dorme, si mangia, si lavora e lì si fanno vivere i figli. Che dormono tra le macchine e la sporcizia. Donne, bimbi e topi sono coinquilini. I finanzieri mostrano alle telecamere la colla che i padroni del laboratorio hanno steso sul ripiano di un frigorifero per tentare di immobilizzare i ratti. Anche in questo caso cibo ed escrementi sono contigui.  Edoardo Nesi, lo scrittore pratese premiato quest’anno con lo Strega, aveva raccontato con grande efficacia nel suo ultimo libro la cronaca di un blitz delle forze dell’ordine in un sottoscala. Ma la forza delle immagini aggiunge qualcosa in più e ci si domanda se nell’Italia culla dei diritti sindacali, per di più nella civilissima Toscana, si possa tollerare il risorgere dello schiavismo. Quello sfruttamento crudele e inumano - non va dimenticato – serve ad alimenta un perverso modello di business come quello creato dai cinesi nel distretto parallelo di Prato. E illegalità dopo illegalità si passa successivamente ai money trasfer e al denaro sporco e globalizzato.

Dario Di Vico

mercoledì 22 febbraio 2012

Il sacrificio dei Marò...

... gli affari in india e altre incapacità.


I marò possono aspettare: di mezzo ci sono i contratti. A quasi una settimana dall’incidente dell’Enrica Lexie, il governo Monti compie finalmente il primo passo tangibile. La Farnesina ha inviato un’informativa alla Procura di Roma, che ha aperto un fascicolo e valuta l’invio di rogatorie. Il ministro degli Esteri Giulio Terzi di Santagata, inoltre, ha spedito in India il sottosegretario con delega agli affari asiatici Staffan De Mistura. Una scelta, quest’ultima, che sulle prime poteva destare qualche perplessità: la faccenda è delicata oltre ogni immaginazione e, specie dopo avere dimostrato riflessi non prontissimi a botta calda, molti si sarebbero aspettati da Monti e dal suo governo un gesto più eclatante, come ad esempio l’invio del ministro in persona.

Curriculum Onu - A motivare la decisione della Farnesina ci sono essenzialmente due fattori. Il primo è che, se nella squadra ai vertici della nostra diplomazia esiste qualcuno col know how per affrontare una situazione del genere, questi è proprio De Mistura: diplomatico tra i più capaci e conosciuti d’Italia, De Mistura è particolarmente esperto di diritto internazionale e questioni militari, ossia i due temi che si incrociano nella vicenda dei marò. All’Onu dal ’71, il sottosegretario negli anni si è occupato per il Palazzo di vetro della gestione delle crisi in Albania, Bosnia-Erzegovina, Croazia, Iraq, Somalia e Afghanistan: quando è stato chiamato a fare parte della squadra di governo, ricopriva il ruolo di inviato speciale a Kabul. Per cui, quando sottolinea che De Mistura «ha una particolare esperienza di Nazioni unite», il ministro Terzi dice una sacrosanta verità. Il numero uno della Farnesina - che ha peraltro comunicato di essere «collegato continuamente con i ministri della Difesa e della Giustizia» e di «riferire costantemente al presidente del Consiglio» - oggi nel primo pomeriggio riferirà alle commissioni Esteri riunite di Camera e Senato (l’audizione era stata programmata sulla Somalia, ma l’ordine del giorno è stato aggiornato in corsa). Dopodiché, martedì prossima raggiungerà il sottosegretario De Mistura a Nuova Delhi. E qui si arriva al secondo fattore. Perché, come se non fosse già abbastanza tragico di per sé, l’incidente dell’Enrica Lexie è avvenuto con la peggiore tempistica possibile. Da parecchio tempo, infatti, è in calendario per la prossima settimana una importantissima missione diplomatico-commerciale proprio in India: ministri (il consueto tandem Esteri-Sviluppo economico), imprenditori, investitori, giornalisti. Tutti da caricare sull’aereo e portare a contatto con un mercato che per l’Italia ha grandissimo valore.

Il giro d’affari - Per rendersi conto dell’entità della cosa, basta mettere in fila qualche numero: nel 2011 l’interscambio commerciale tra Italia e India ha superato i 7,5 miliardi di euro, con un aumento sul 2010 stimato attorno al 25%. Il governo Berlusconi - che coi ministri Frattini e Romani aveva già avviato iniziative simili - stimava una crescita del volume d’affari tra i due Paesi del 100% in un quinquennio, prevedendo 15 miliardi di interscambio entro il 2015. Le imprese interessate - principalmente nei settori di automotive, energia, moda ed elettronica - sono circa quattrocento. Per dire, una delle svariate partite in ballo è il lancio della Vespa in India, che ieri il numero uno di Piaggio Roberto Colaninno ha promesso per maggio. Tanti e tanto grandi gli interessi in gioco, insomma, da rendere assai onerosa una cancellazione della missione per sopraggiunta frizione diplomatica. E a ieri sera, infatti, non si avevano notizie di eventuali sconvocazioni o ritardi di sorta. La missione di De Mistura, pertanto, appare essere quella di preparare il campo all’arrivo del ministro sciogliendo in via preliminare i nodi diplomatici - tanti e, come ha detto anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano - «ingarbugliati» - con le autorità indiane. Qui l’Italia potrebbe trovare una inattesa sponda nel cardinale George Alencherry, arcivescovo della Chiesa Syro-malabarese che si è offerto per un’opera di «mediazione con i ministri cattolici del governo del Kerala» onde evitare strumentalizzazioni politiche, viste le elezioni imminenti in quello Stato.

di Marco Gorra

martedì 21 febbraio 2012

Gli ometti in loden e i Marò


La vicenda dei due fanti del reggimento San Marco, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, di fatto prigionieri delle autorità indiane con l’accusa di aver ucciso due pescatori ritenuti dei pirati che stavano per abbordare la petroliera Enrica Lexie, sta mettendo in luce i limiti dell’azione politica, diplomatica e militare italiana nella gestione della crisi. Tutti gli esperti in diritto internazionale hanno sottolineato gli abusi delle autorità indiane che a nessun titolo potevano “dirottare” nel porto di Kochi una petroliera italiana per un incidente tutto da chiarire e in ogni caso avvenuto in acque internazionali così come la magistratura indiana non aveva nessuno diritto di disporre, come ha fatto oggi, tre giorni di fermo per gli uomini del San Marco implicati nella morte di due pescatori indiani.

I riscontri sull’accaduto per altro non combaciano. L’incidente denunciato dagli indiani è avvenuto in un luogo e in momento diverso da quello registrato dalla Enrica Lexie che riguarda un peschereccio di forma, colore e stazza diverse come dimostrano i filmati ripresi dall’equipaggio della petroliera. Le stesse ragioni giuridiche avrebbero dovuto impedire alle autorità di Nuova Delhi di far sbarcare due militari italiani da un mercantile che batte il tricolore (e quindi è territorio italiano) e di portare in tribunale due soldati come fossero criminali quando la giurisdizione sui militari è strettamente attribuita alle autorità del loro Paese. L’india sta violando non solo il diritto ma anche le pratiche procedurali negando l’autopsia sui due pescatori uccisi (i funerali si sono svolti sabato) e gli esami balistici che chiarirebbero in modo inconfutabile se sono stati proiettili italiani a colpire i due uomini. Ad aiutare la disinvoltura degli indiani hanno però contribuito molti errori madornali compiuti dalle autorità italiane (gli omini “tecnici che vestono il loden). A cominciare dal fronte mediatico (sempre pronto a stracciarsi le vesti per qualsiasi cazzata, vedi le mutande di Belen).

Nessun ministro o vertice militare si è pronunciato sulla vicenda lasciando di fatto ai media e alle autorità indiane il monopolio della comunicazione con evidenti riflessi negativi per la posizione italiana quasi del tutto assente dalle pagine dei giornali internazionali e presente spesso solo marginalmente persino sui media italiani (se non addirittura accettando per buona la versione dei fatti indiana). Inoltre non c’era nessun motivo per autorizzare la Enrica Lexie ad entrare nel porto di Kochi. Gira vice che la Marina si sia opposta ma l’armatore e la Farnesina avrebbero acconsentito a soddisfare la richiesta dell’India (tipico calabraghe ormai entrato nel DNA italiota). Nessun motivo neppure per acconsentire che due militari italiani lasciassero il “territorio nazionale”, cioè la nave, per venire interrogati da un tribunale indiano. Un arbitrio che non doveva essere tollerato né tanto meno autorizzato dalla nostra ambasciata a Nuova Delhi. L’evidente tentativo di non irritare gli indiani si è trasformato così in un autogoal spaventoso per la Farnesina, a una settimana dal viaggio del Ministro Giulio Terzi a Nuova Delhi.

Nonostante il rude e provocatorio atteggiamento indiano non si registra finora nessuna reazione forte di Roma che a questo punto si trova a corto di opzioni. Il sequestro di una nave commerciale e di sei militari sono un motivo più che sufficiente per forzare i toni diplomatici e assumere anche iniziative militari simboliche. (io avrei immediatamente mobilitato gli incursori per radere al suolo il porto indiano) Se si fosse trattato di cittadini o militari statunitensi o britannici o francesi ci sarebbero già portaerei e flotte da guerra di fronte al porto di Kochi. L’Italia schiera una fregata nell’Oceano Indiano nell’ambito della missione Nato anti-pirateria. Non sarebbe il caso di mandarla al limite delle acque nazionali indiane e ordinare ad altre navi di salpare da Taranto? Non certo per fare la guerra all’India ma quanto meno per dimostrare con un po’ di “diplomazia navale” che l’Italia non accetta senza reagire che vengano detenuti arbitrariamente sue navi e suoi militari. A differenza dei casi di pirateria, nei quali navi ed equipaggi catturati sono civili, in questo caso in pericolo (rischiano la pena di morte in base alle leggi indiana) ci sono dei militari imbarcati secondo le leggi dello Stato sui mercantili per proteggerli. Una considerazione che rende ancora più assordante il silenzio dei vertici militari dal Ministro della Difesa (che tra l’altro è un ammiraglio) Giampaolo Di Paola al Capo di stato maggiore della Difesa, il generale Biagio Abrate al Capo di stato maggiore della Marina, ammiraglio Bruno Branciforte. Dovè finito l’onore degli uomini della Decima?

... ma non è razzismo


VICENZA - Candidamente, e lo scrive anche nel cartello, dice di non essere mossa da intenti razzisti, ma non è passato inosservato il foglio arancione esposto, a Vicenza, da una commessa di origini marocchine in vetrina con la scritta «vietato entrare agli zingari». Il divieto è accompagnato da una lunga spiegazione preliminare: «Siamo spiacenti: ma per maleducazione e non rispetto delle regole, e numerosi furti..» - e una postilla: «non per razzismo». Il piccolo cartello è stato sistemato in una delle vetrine di un piccolo bazar appena sopra un enorme manifesto con la classica scritta «svendita totale».  «L'ho messo io quel cartello, qualche giorno fa», dice la commessa al Giornale di Vicenza, indicando che il titolare che passa raramente «mi ha consigliato di toglierlo, perchè dice che così rischio solo guai». Poi la spiegazione: «gli zingari passano sempre di qua, entrano in otto o dieci o anche di più: sono sempre gli stessi e hanno sempre dei bambini con loro, che vanno in giro per il bazar. Io non riesco a controllarli e poi, ogni volta, è sempre la stessa storia: rubano. So che questo è un luogo aperto al pubblico e so cosa può pensare la gente. Ma no - rileva -, non sono razzista; l'ho anche scritto. Sono marocchina, vivo qui da 12 anni e so che esistono le regole e io le rispetto. Non sono razzista ma le regole devono valere per tutti. Sennò non dite a me che tratto qualcuno in maniera diversa». A fine marzo, intanto, vista la crisi, il piccolo bazar dovrebbe chiudere.