ROMA - Roberto Saviano, l'autore di 'Gomorra', scende in campo al fianco dei migranti di Rosarno. Cosi' legge le violenze scoppiate nella cittadina in provincia di Reggio Calabria: "Gli immigrati sembrano avere un coraggio contro le mafie che gli italiani hanno perso poiche' per loro contrastare le organizzazioni criminali e' questione di vita o di morte". Secondo Saviano, "sarebbe un errore criminalizzarli adesso perche' si corre il rischio di spingerli nelle mani dei criminali".
venerdì 8 gennaio 2010
L'arte di raccontare puttanate
Rosarno, Saviano: "Gli africani si ribellano alla mafia"
ROMA - Roberto Saviano, l'autore di 'Gomorra', scende in campo al fianco dei migranti di Rosarno. Cosi' legge le violenze scoppiate nella cittadina in provincia di Reggio Calabria: "Gli immigrati sembrano avere un coraggio contro le mafie che gli italiani hanno perso poiche' per loro contrastare le organizzazioni criminali e' questione di vita o di morte". Secondo Saviano, "sarebbe un errore criminalizzarli adesso perche' si corre il rischio di spingerli nelle mani dei criminali".
ROMA - Roberto Saviano, l'autore di 'Gomorra', scende in campo al fianco dei migranti di Rosarno. Cosi' legge le violenze scoppiate nella cittadina in provincia di Reggio Calabria: "Gli immigrati sembrano avere un coraggio contro le mafie che gli italiani hanno perso poiche' per loro contrastare le organizzazioni criminali e' questione di vita o di morte". Secondo Saviano, "sarebbe un errore criminalizzarli adesso perche' si corre il rischio di spingerli nelle mani dei criminali".
Ritorno all'inciviltà
Ritorno a Istanbul Scritto da Marco Cavallotti
Chiedo per strada un'informazione ad una ragazzina: le vedo solo gli occhi che vagano incerti attraverso l'apertura rimasta nel lungo scialle nero che le copre la testa. La sua mano lo tiene serrato e nasconde anche il viso fino al naso. Lei abbassa spaventata gli occhi e si allontana raggiungendo il gruppo delle altre povere ragazzine le quali, in fila, coperte di un orrendo lenzuolone che arriva fino ai piedi, stanno recandosi a fare la spesa sotto la guida e la sorveglianza occhiuta di una vecchia che – resa libera dalla vecchiaia – consente di guardare, nello scialle funereo, le rughe del suo viso e la canizie. Dal negozietto accanto esce un uomo in tenuta islamica, con calzoni a sbuffo e berretto di feltro alto sul capo, per controllare che le cose si svolgano secondo copione: di fronte a un turista che non ha un'aria aggressiva, si calma e rientra. Intanto si allontana la fila delle povere cornacchie nere e svolazzanti nel vento teso di Istanbul, e resto io a confrontarmi ancora una volta con la contraddittorietà di una città che per la parte storica sta fisicamente in Europa, che fino a qualche anno fa appariva laica e lanciata verso una piena occidentalizzazione, ed ora sembra - almeno in parte - ritrarsi intorno alle tradizioni più arretrate e rurali della sue popolazioni immigrate dall'Anatolia centrale e orientale. È un vero e proprio confronto e scontro di civiltà: a me, che mi stupisco di trovare le banche chiuse di domenica e non di venerdì, un cambiavalute spiega con determinazione, mezzo in italiano e mezzo in inglese, che a Istanbul è così da un pezzo e così rimarrà. Il resto della Turchia è un'altra cosa, affar loro. Ma la metropoli del Bosforo, da quando la vidi e la girai quarant'anni fa, è cresciuta a dismisura: gli immigrati l'hanno fatta gonfiare fino a 14 milioni di abitanti, e i cittadini "veri" di Istanbul – così essi stessi si definiscono parlando con lo straniero - si trovano in minoranza, in solo 3 milioni. E così la metropoli ha ora alcuni quartieri fra i più vecchi e degradati, in cui si sono insediate comunità di contadini immigrati che portano con sé tutta la loro cultura premoderna. Ma nella strada accanto ragazzine in calzamaglia nera e minigonna ascellare passeggiano la sera col ragazzo, sciamano intorno alla pizzeria e alle tavole calde, affollano l'Istiklal – la via pedonale principale, percorsa da un tramvai storico rosso che avanza scampanellando tra la folla: lo chiamano, giustamente, "tram nostalgico". Così Pera, qui, ricorda vagamente San Francisco… Ma il confronto è anche tra coloro che considerano le conquiste ottenute dalla modernizzazione di Atatürk come un bene irrinunciabile, e che vivono in zone della città più moderne, pulite - e ben tenute più di molte metropoli italiane -, e il mondo che si raccoglie intorno a quelle moschee in cui si tengono le prediche e che sono più accesamente fondamentaliste: come la Fatih Camii. Una signora elegantemente vestita all'occidentale, interpellata sulla direzione che debbo prendere da parte di un'altra donna turca avvolta nel funereo lenzuolone che, avendo superato l'età "pericolosa", può parlarmi e si prende gentilmente la cura girare le mie domande ad altri, prosegue il suo cammino senza rispondere e senza nemmeno fermarsi: fra la donna moderna e quella "ricaduta" o rimasta vittima delle tradizioni misogine della sua religione non c'è scambio, non c'è colloquio. La seconda appare alla prima come un pericolo, come un agente in grado, con il suo comportamento acquiescente, di far perdere a tutte le donne le loro conquiste. E un fastidio simile verso questa fondamentalizzazione di ritorno mi mostra il tassista che ci riporta a casa. Ma, malgrado le resistenza della vecchia Istanbul cosmopolita e occidentale, l'Islam, rispetto a qualche decennio fa, avanza e dilaga: al grande museo Topkapi – l'antica reggia sultanale – si è aperta una nuova sezione, nella quale viene esposta una serie di reliquie religiose, ed un autentico muezzin, accosciato davanti al Corano, fermo e impassibile come una statua di cera, lancia periodicamente, di fronte ai visitatori, il suo grido, i suoi canti di preghiera e di invito alla moschea. Lì accanto, un oratorio sufi – i sufi sono fra i più accesi conservatori religiosi – ammaestra i ragazzini secondo le tradizioni coraniche – ma la classe che gioca in cortile è mista, e le bambine vestono all'occidentale. E nei negozi del centro si vendono costumi per la danza del ventre, lingerie ultrasexi, musiche peccaminose della più "degenerata" produzione occidentale, insieme a sognanti melodie mistiche orientali e danze dei dervisci. E le mostre a soggetto orientale e occidentale si moltiplicano, con l'apertura di Istanbul città mondiale della cultura 2010. Insomma, se la Turchia è – o è diventata – una sorta di contraddizione rispetto all'Europa, Istanbul è – o è diventata – una contraddizione in sé, e rispetto all'altra Turchia. Come una contraddizione e un grande equivoco sta diventando la tradizione stessa sulla quale si basa la Turchia moderna, costruita da Atatürk e dai Giovani Turchi nei primi decenni del secolo scorso. Nella quale i militari, assai più di una classe politica sempre più espressione delle masse rurali e arretrate, sono guardiani della costituzione e della rottura col passato, sono i garanti della "occidentalità" della Turchia e della sua stessa modernità democratica. Non per nulla la sua immagine troneggia sulle pareti di tanti negozi, non per nulla tutti là, comunque la pensino, considerano il generale, morto nel 1938, come un'icona intangibile: ed è per questo che ricordare, ad esempio, il genocidio armeno – voluto e gestito dai Giovani Turchi nell'ambito di un processo di nazionalizzazione tardivo e difficile, vista la varietà dei popoli anatolici – significa toccare questo mito fondante, e la modernità che ad esso è collegata. Un bel groviglio, che peggiorerà, temo, con il passar del tempo, se la ripulsa europea farà crescere la tendenza a ripiegarsi verso il passato.
Chiedo per strada un'informazione ad una ragazzina: le vedo solo gli occhi che vagano incerti attraverso l'apertura rimasta nel lungo scialle nero che le copre la testa. La sua mano lo tiene serrato e nasconde anche il viso fino al naso. Lei abbassa spaventata gli occhi e si allontana raggiungendo il gruppo delle altre povere ragazzine le quali, in fila, coperte di un orrendo lenzuolone che arriva fino ai piedi, stanno recandosi a fare la spesa sotto la guida e la sorveglianza occhiuta di una vecchia che – resa libera dalla vecchiaia – consente di guardare, nello scialle funereo, le rughe del suo viso e la canizie. Dal negozietto accanto esce un uomo in tenuta islamica, con calzoni a sbuffo e berretto di feltro alto sul capo, per controllare che le cose si svolgano secondo copione: di fronte a un turista che non ha un'aria aggressiva, si calma e rientra. Intanto si allontana la fila delle povere cornacchie nere e svolazzanti nel vento teso di Istanbul, e resto io a confrontarmi ancora una volta con la contraddittorietà di una città che per la parte storica sta fisicamente in Europa, che fino a qualche anno fa appariva laica e lanciata verso una piena occidentalizzazione, ed ora sembra - almeno in parte - ritrarsi intorno alle tradizioni più arretrate e rurali della sue popolazioni immigrate dall'Anatolia centrale e orientale. È un vero e proprio confronto e scontro di civiltà: a me, che mi stupisco di trovare le banche chiuse di domenica e non di venerdì, un cambiavalute spiega con determinazione, mezzo in italiano e mezzo in inglese, che a Istanbul è così da un pezzo e così rimarrà. Il resto della Turchia è un'altra cosa, affar loro. Ma la metropoli del Bosforo, da quando la vidi e la girai quarant'anni fa, è cresciuta a dismisura: gli immigrati l'hanno fatta gonfiare fino a 14 milioni di abitanti, e i cittadini "veri" di Istanbul – così essi stessi si definiscono parlando con lo straniero - si trovano in minoranza, in solo 3 milioni. E così la metropoli ha ora alcuni quartieri fra i più vecchi e degradati, in cui si sono insediate comunità di contadini immigrati che portano con sé tutta la loro cultura premoderna. Ma nella strada accanto ragazzine in calzamaglia nera e minigonna ascellare passeggiano la sera col ragazzo, sciamano intorno alla pizzeria e alle tavole calde, affollano l'Istiklal – la via pedonale principale, percorsa da un tramvai storico rosso che avanza scampanellando tra la folla: lo chiamano, giustamente, "tram nostalgico". Così Pera, qui, ricorda vagamente San Francisco… Ma il confronto è anche tra coloro che considerano le conquiste ottenute dalla modernizzazione di Atatürk come un bene irrinunciabile, e che vivono in zone della città più moderne, pulite - e ben tenute più di molte metropoli italiane -, e il mondo che si raccoglie intorno a quelle moschee in cui si tengono le prediche e che sono più accesamente fondamentaliste: come la Fatih Camii. Una signora elegantemente vestita all'occidentale, interpellata sulla direzione che debbo prendere da parte di un'altra donna turca avvolta nel funereo lenzuolone che, avendo superato l'età "pericolosa", può parlarmi e si prende gentilmente la cura girare le mie domande ad altri, prosegue il suo cammino senza rispondere e senza nemmeno fermarsi: fra la donna moderna e quella "ricaduta" o rimasta vittima delle tradizioni misogine della sua religione non c'è scambio, non c'è colloquio. La seconda appare alla prima come un pericolo, come un agente in grado, con il suo comportamento acquiescente, di far perdere a tutte le donne le loro conquiste. E un fastidio simile verso questa fondamentalizzazione di ritorno mi mostra il tassista che ci riporta a casa. Ma, malgrado le resistenza della vecchia Istanbul cosmopolita e occidentale, l'Islam, rispetto a qualche decennio fa, avanza e dilaga: al grande museo Topkapi – l'antica reggia sultanale – si è aperta una nuova sezione, nella quale viene esposta una serie di reliquie religiose, ed un autentico muezzin, accosciato davanti al Corano, fermo e impassibile come una statua di cera, lancia periodicamente, di fronte ai visitatori, il suo grido, i suoi canti di preghiera e di invito alla moschea. Lì accanto, un oratorio sufi – i sufi sono fra i più accesi conservatori religiosi – ammaestra i ragazzini secondo le tradizioni coraniche – ma la classe che gioca in cortile è mista, e le bambine vestono all'occidentale. E nei negozi del centro si vendono costumi per la danza del ventre, lingerie ultrasexi, musiche peccaminose della più "degenerata" produzione occidentale, insieme a sognanti melodie mistiche orientali e danze dei dervisci. E le mostre a soggetto orientale e occidentale si moltiplicano, con l'apertura di Istanbul città mondiale della cultura 2010. Insomma, se la Turchia è – o è diventata – una sorta di contraddizione rispetto all'Europa, Istanbul è – o è diventata – una contraddizione in sé, e rispetto all'altra Turchia. Come una contraddizione e un grande equivoco sta diventando la tradizione stessa sulla quale si basa la Turchia moderna, costruita da Atatürk e dai Giovani Turchi nei primi decenni del secolo scorso. Nella quale i militari, assai più di una classe politica sempre più espressione delle masse rurali e arretrate, sono guardiani della costituzione e della rottura col passato, sono i garanti della "occidentalità" della Turchia e della sua stessa modernità democratica. Non per nulla la sua immagine troneggia sulle pareti di tanti negozi, non per nulla tutti là, comunque la pensino, considerano il generale, morto nel 1938, come un'icona intangibile: ed è per questo che ricordare, ad esempio, il genocidio armeno – voluto e gestito dai Giovani Turchi nell'ambito di un processo di nazionalizzazione tardivo e difficile, vista la varietà dei popoli anatolici – significa toccare questo mito fondante, e la modernità che ad esso è collegata. Un bel groviglio, che peggiorerà, temo, con il passar del tempo, se la ripulsa europea farà crescere la tendenza a ripiegarsi verso il passato.
Grazie Loiero
Il ministro Maroni: "Troppa tolleranza". Spari in aria e paura a Rosarno per la rivolta degli immigrati di Alma Pantaleo
È ripresa questa mattina la protesta degli immigrati africani a Rosarno (Reggio Calabria), dopo una pausa di qualche ora. È come se si fosse nel mezzo di una vera e propria guerriglia urbana: negozi e scuole sono rimasti chiusi per timore che possano ripetersi gli incidenti accaduti ieri. Stamane circa 2 mila extracomunitari, tra i quali alcuni giunti dalle zone vicine, hanno raggiunto in corteo il municipio scandendo slogan di protesta. I manifestanti, quasi tutti africani, intendono essere ricevuti dal commissario prefettizio. "Chiedono diritti. Il diritto di lavorare senza essere uccisi per le strade". Così commenta quanto sta avvenendo in queste ore Piervincenzo Canale, direttore responsabile di Africa News. Ma gli abitanti di Rosarno - che in un primo momento hanno tentato di placare, invano, la rabbia - sono ormai stufi e infuriati per i disordini causati dalla rivolta. Alcuni hanno raggiunto stamane la zona antistante il municipio dove sono concentrati gli immigrati. Un uomo ha sparato dal terrazzo della sua casa due colpi di fucile in aria a scopo intimidatorio per disperdere un gruppo di immigrati che si era concentrato davanti la sua abitazione. Il ministro dell’Interno Roberto Maroni sta seguendo la vicenda: "A Rosarno c'è una situazione difficile come in altre realtà, perché in tutti questi anni è stata tollerata, senza fare nulla di efficace, un'immigrazione clandestina che ha alimentato da una parte la criminalità e dall'altra ha generato situazione di forte degrado", ha dichiarato in diretta a Mattino 5. "Stiamo intervenendo con i mezzi e i tempi necessari - ha aggiunto Maroni -. Inoltre, abbiamo per ora posto fine agli sbarchi di clandestini a Lampedusa e a poco a poco riporteremo alla normalità le situazioni". Ieri le Forze dell'ordine sono intervenute per sgomberare la statale, occupata per circa 6 ore dai manifestanti, i quali avevano eretto una barriera di fuoco. A innescare la miccia è una scintilla di violenza: qualcuno, aveva sparato con una pistola ad aria compressa ferendo alcuni extracomunitari rifugiati in un’ex fabbrica. Da qui la protesta. Nel centro cittadino l'effetto della protesta degli stranieri è devastante: cassonetti divelti, auto distrutte, vetrine dei negozi distrutti, le ringhiere delle abitazioni danneggiate. Un capannello di cittadini ha assistito nella notte alle operazioni delle forze dell'ordine, che hanno effettuato una carica di alleggerimento contro il gruppo costituito da circa 500 immigrati. Intorno alla mezzanotte i manifestanti si sono dispersi, forse per paura di essere caricati nuovamente dalle forze di Polizia. "Non è possibile che abbiano creato questa confusione - dicono i residenti - hanno mandato anche bambini in ospedale e una donna incinta ha abortito, un'altra ha avuto un infarto perché si è trovata davanti un gruppo di stranieri che l'hanno aggredita mentre era in macchina, costretta a scendere e poi le hanno rovinato la macchina". Altri episodi di violenza si sono verificati sulla statale 18 tra Rosarno e Gioia Tauro. Nel pomeriggio di ieri gli immigrati hanno bloccato la strada e assaltato decine di auto di passaggio con pietre (colpendo anche un mezzo della Polizia). "Ho urlato a mia moglie di abbassarsi, altrimenti ci saremmo fatti davvero male - racconta un residente della zona - siamo stati letteralmente presi d'assalto con spranghe di ferro, noi stavamo soltanto tornando a casa". Un altro giovane che abita nelle vicinanze è finito in ospedale, al suo ritorno racconta: "Mi hanno colpito con un pietra alla spalla e ho la mano escoriata. Hanno distrutto la macchina: rotto i vetri, divelto lo specchietto retrovisore interno, rovinato persino il radiatore". La guerriglia urbana di Rosarno ha riacceso prepotentemente la polemica sull’immigrazione clandestina. Il presidente della Regione Calabria Agazio Loiero ha detto: "Quello che sta avvenendo è il frutto di un clima di intolleranza xenofoba e mafiosa che non riguarda ovviamente la popolazione di Rosarno, giustamente allarmata per la situazione di tensione che si è determinata con la rivolta degli extracomunitari sfruttati, derisi, insultati e ora, due di loro, feriti con un'arma ad aria compressa. Auspico che dal ministero dell'Interno arrivi una forte iniziativa che tutelando i cittadini di Rosarno tuteli anche quei tanti disperati contro cui per la seconda volta si è indirizzata la violenza criminale".
È ripresa questa mattina la protesta degli immigrati africani a Rosarno (Reggio Calabria), dopo una pausa di qualche ora. È come se si fosse nel mezzo di una vera e propria guerriglia urbana: negozi e scuole sono rimasti chiusi per timore che possano ripetersi gli incidenti accaduti ieri. Stamane circa 2 mila extracomunitari, tra i quali alcuni giunti dalle zone vicine, hanno raggiunto in corteo il municipio scandendo slogan di protesta. I manifestanti, quasi tutti africani, intendono essere ricevuti dal commissario prefettizio. "Chiedono diritti. Il diritto di lavorare senza essere uccisi per le strade". Così commenta quanto sta avvenendo in queste ore Piervincenzo Canale, direttore responsabile di Africa News. Ma gli abitanti di Rosarno - che in un primo momento hanno tentato di placare, invano, la rabbia - sono ormai stufi e infuriati per i disordini causati dalla rivolta. Alcuni hanno raggiunto stamane la zona antistante il municipio dove sono concentrati gli immigrati. Un uomo ha sparato dal terrazzo della sua casa due colpi di fucile in aria a scopo intimidatorio per disperdere un gruppo di immigrati che si era concentrato davanti la sua abitazione. Il ministro dell’Interno Roberto Maroni sta seguendo la vicenda: "A Rosarno c'è una situazione difficile come in altre realtà, perché in tutti questi anni è stata tollerata, senza fare nulla di efficace, un'immigrazione clandestina che ha alimentato da una parte la criminalità e dall'altra ha generato situazione di forte degrado", ha dichiarato in diretta a Mattino 5. "Stiamo intervenendo con i mezzi e i tempi necessari - ha aggiunto Maroni -. Inoltre, abbiamo per ora posto fine agli sbarchi di clandestini a Lampedusa e a poco a poco riporteremo alla normalità le situazioni". Ieri le Forze dell'ordine sono intervenute per sgomberare la statale, occupata per circa 6 ore dai manifestanti, i quali avevano eretto una barriera di fuoco. A innescare la miccia è una scintilla di violenza: qualcuno, aveva sparato con una pistola ad aria compressa ferendo alcuni extracomunitari rifugiati in un’ex fabbrica. Da qui la protesta. Nel centro cittadino l'effetto della protesta degli stranieri è devastante: cassonetti divelti, auto distrutte, vetrine dei negozi distrutti, le ringhiere delle abitazioni danneggiate. Un capannello di cittadini ha assistito nella notte alle operazioni delle forze dell'ordine, che hanno effettuato una carica di alleggerimento contro il gruppo costituito da circa 500 immigrati. Intorno alla mezzanotte i manifestanti si sono dispersi, forse per paura di essere caricati nuovamente dalle forze di Polizia. "Non è possibile che abbiano creato questa confusione - dicono i residenti - hanno mandato anche bambini in ospedale e una donna incinta ha abortito, un'altra ha avuto un infarto perché si è trovata davanti un gruppo di stranieri che l'hanno aggredita mentre era in macchina, costretta a scendere e poi le hanno rovinato la macchina". Altri episodi di violenza si sono verificati sulla statale 18 tra Rosarno e Gioia Tauro. Nel pomeriggio di ieri gli immigrati hanno bloccato la strada e assaltato decine di auto di passaggio con pietre (colpendo anche un mezzo della Polizia). "Ho urlato a mia moglie di abbassarsi, altrimenti ci saremmo fatti davvero male - racconta un residente della zona - siamo stati letteralmente presi d'assalto con spranghe di ferro, noi stavamo soltanto tornando a casa". Un altro giovane che abita nelle vicinanze è finito in ospedale, al suo ritorno racconta: "Mi hanno colpito con un pietra alla spalla e ho la mano escoriata. Hanno distrutto la macchina: rotto i vetri, divelto lo specchietto retrovisore interno, rovinato persino il radiatore". La guerriglia urbana di Rosarno ha riacceso prepotentemente la polemica sull’immigrazione clandestina. Il presidente della Regione Calabria Agazio Loiero ha detto: "Quello che sta avvenendo è il frutto di un clima di intolleranza xenofoba e mafiosa che non riguarda ovviamente la popolazione di Rosarno, giustamente allarmata per la situazione di tensione che si è determinata con la rivolta degli extracomunitari sfruttati, derisi, insultati e ora, due di loro, feriti con un'arma ad aria compressa. Auspico che dal ministero dell'Interno arrivi una forte iniziativa che tutelando i cittadini di Rosarno tuteli anche quei tanti disperati contro cui per la seconda volta si è indirizzata la violenza criminale".
Mah...
Le fermezza e l'ipocrisia
Sappiamo da tempo che l'immigrazione è il fenomeno che forse più inciderà sul futuro dell'Europa. Conteranno sia la quantità dei flussi migratori che la qualità delle risposte europee. In Italia sembriamo tuttora impreparati ad affrontare in modo razionale e convergente un fenomeno col quale conviviamo ormai da anni. Ci sono almeno tre temi su cui non c'è consenso nazionale e, per conseguenza, mancano codici di comportamento e pratiche comuni fra gli operatori delle principali istituzioni. Non c'è consenso, prima di tutto, su che cosa si debba intendere per «integrazione» degli immigrati. A parole, tutti la auspicano ma che cosa sia resta un mistero. Ad esempio, si può ridurla alla questione dei tempi per la concessione della cittadinanza? O ciò non significa partire dalla coda anziché dalla testa? Poiché nulla meglio delle micro-situazioni getta luce sui macro-fenomeni, si guardi a che cosa davvero intendono per «integrazione» certi operatori istituzionali. Ciò che succede, ormai da diversi anni, in molte scuole, durante le feste natalizie (e le inevitabili polemiche si infrangono contro muri di gomma) è rivelatore. Ci sono educatori (è inappropriato definirli diseducatori?) che hanno scelto di abolire il presepe e gli altri simboli natalizi, lanciando così agli immigrati non cristiani (ma anche ai piccoli italiani) il seguente messaggio: noi siamo un popolo senza tradizioni o, se le abbiamo, esse contano così poco ai nostri occhi che non abbiamo difficoltà a metterle da parte per rispetto delle vostre tradizioni. Intendendo così il rispetto reciproco e la «politica dell'integrazione», quegli educatori contribuiscono a preparare il terreno per futuri, probabilmente feroci, scontri di civiltà. E lasciamo da parte ciò che possiamo solo immaginare: cosa essi raccontino, sulle suddette tradizioni, nelle aule, ai piccoli italiani e stranieri. C'è poi, in secondo luogo, la questione dell'immigrazione islamica. Tipicamente (le critiche di Tito Boeri - 23 dicembre - e di altri, alle tesi di Giovanni Sartori - 20 dicembre - sulla difficoltà di integrare i musulmani, ne sono solo esempi), la posizione fino ad oggi dominante fra gli intellettuali liberal (e cioè politicamente corretti) è stata quella di negare l'esistenza del problema. Come se in tutti i Paesi europei, quale che sia la politica verso i musulmani, non si constati sempre la stessa situazione: ci sono, da un lato, i musulmani integrati, che vivono quietamente la loro fede, e non rappresentano per noi alcun pericolo (coloro che, a destra, ne negano l'esistenza facendo di tutta l'erba un fascio sono altrettanto dannosi dei suddetti liberal) ma ci sono anche, dall'altro, i tradizionalisti militanti, rumorosi e assai numerosi, più interessati ad occupare spazi territoriali per l'islam nella versione chiusa e oscurantista che a una qualsiasi forma di integrazione. E lascio qui deliberatamente da parte i jihadisti e i loro simpatizzanti. Salvo osservare che i confini che separano i tradizionalisti militanti contrari all'uso della violenza e i simpatizzanti del jihadismo sono fluidi, incerti e, probabilmente, attraversati spesso nei due sensi. Negare il problema è, francamente, da irresponsabili. Ultima, ma non per importanza, c’è la questione dell’immigrazione clandestina, che porta con sé anche i fenomeni legati allo sfruttamento da parte della criminalità organizzata (e il caso di Rosarno ne è un esempio). Non c’è nemmeno consenso nazionale sul fatto che i clandestini vadano respinti. Da un lato, ci sono settori (xenofobi in senso proprio) della società che non hanno interesse a tracciare una linea netta fra clandestini e regolari essendo essi contro tutti gli immigrati. Ma tracciare una linea netta non interessa, ovviamente, neanche ai fautori dell’accoglienza indiscriminata. Non ci sono solo troppi prelati e parroci che parlano ambiguamente di accoglienza senza mettere mai paletti (accoglienza verso chi? alcuni? tutti? Con quali criteri? Con quali risorse?). Ci sono anche operatori istituzionali che ci mettono del loro. Un certo numero di magistrati, ad esempio, ha deciso che il reato di clandestinità è in odore di incostituzionalità. Immaginiamo che la Corte costituzionale si pronunci domani con una sentenza favorevole alla tesi di quei magistrati. Bisognerebbe allora mandare a memoria la data di quella sentenza perché sarebbe una data storica, altrettanto importante di quelle dell’unificazione d’Italia e della Liberazione. Con una simile sentenza, la Corte stabilirebbe solennemente che ciò che abbiamo sempre creduto uno Stato non è tale, che la Repubblica italiana è una entità «non statale». Che cosa è infatti il reato di clandestinità? Nient’altro che la rivendicazione da parte di uno Stato del suo diritto sovrano al pieno controllo del territorio e dei suoi confini, della sua prerogativa a decidere chi può starci legalmente sopra e chi no. Se risultasse che una legge, regolarmente votata dal Parlamento, che stabilisce il reato di clandestinità, è incostituzionale, ne conseguirebbe che la Costituzione repubblicana nega allo Stato italiano il tratto fondante della statualità: la prerogativa del controllo territoriale. Né si può controbattere citando il trattato di Schengen, che consente ai cittadini d’Europa di circolare liberamente nei Paesi europei aderenti. Schengen, infatti, è frutto di un accordo volontario fra governi e, proprio per questo, non intacca il principio della sovranità territoriale. La questione dell’immigrazione ricorda quella del debito pubblico. Il debito venne accumulato durante la Prima Repubblica da una classe politica che sapeva benissimo di scaricare un peso immenso sulle spalle delle generazioni successive. In materia di immigrazione accade la stessa cosa: esiste un folto assortimento di politici superficiali, di xenofobi, di educatori scolastici, di intellettuali liberal, di preti (troppo) accoglienti, di magistrati democratici, e di altri, intento a fabbricare guai. Fatta salva la buona fede di alcuni, molti, probabilmente, pensano che se quei guai, come nel caso del debito, si manifestassero in tutta la loro gravità solo dopo un certo lasso di tempo, non avrebbe più senso prendersela con i responsabili.
Angelo Panebianco
Sappiamo da tempo che l'immigrazione è il fenomeno che forse più inciderà sul futuro dell'Europa. Conteranno sia la quantità dei flussi migratori che la qualità delle risposte europee. In Italia sembriamo tuttora impreparati ad affrontare in modo razionale e convergente un fenomeno col quale conviviamo ormai da anni. Ci sono almeno tre temi su cui non c'è consenso nazionale e, per conseguenza, mancano codici di comportamento e pratiche comuni fra gli operatori delle principali istituzioni. Non c'è consenso, prima di tutto, su che cosa si debba intendere per «integrazione» degli immigrati. A parole, tutti la auspicano ma che cosa sia resta un mistero. Ad esempio, si può ridurla alla questione dei tempi per la concessione della cittadinanza? O ciò non significa partire dalla coda anziché dalla testa? Poiché nulla meglio delle micro-situazioni getta luce sui macro-fenomeni, si guardi a che cosa davvero intendono per «integrazione» certi operatori istituzionali. Ciò che succede, ormai da diversi anni, in molte scuole, durante le feste natalizie (e le inevitabili polemiche si infrangono contro muri di gomma) è rivelatore. Ci sono educatori (è inappropriato definirli diseducatori?) che hanno scelto di abolire il presepe e gli altri simboli natalizi, lanciando così agli immigrati non cristiani (ma anche ai piccoli italiani) il seguente messaggio: noi siamo un popolo senza tradizioni o, se le abbiamo, esse contano così poco ai nostri occhi che non abbiamo difficoltà a metterle da parte per rispetto delle vostre tradizioni. Intendendo così il rispetto reciproco e la «politica dell'integrazione», quegli educatori contribuiscono a preparare il terreno per futuri, probabilmente feroci, scontri di civiltà. E lasciamo da parte ciò che possiamo solo immaginare: cosa essi raccontino, sulle suddette tradizioni, nelle aule, ai piccoli italiani e stranieri. C'è poi, in secondo luogo, la questione dell'immigrazione islamica. Tipicamente (le critiche di Tito Boeri - 23 dicembre - e di altri, alle tesi di Giovanni Sartori - 20 dicembre - sulla difficoltà di integrare i musulmani, ne sono solo esempi), la posizione fino ad oggi dominante fra gli intellettuali liberal (e cioè politicamente corretti) è stata quella di negare l'esistenza del problema. Come se in tutti i Paesi europei, quale che sia la politica verso i musulmani, non si constati sempre la stessa situazione: ci sono, da un lato, i musulmani integrati, che vivono quietamente la loro fede, e non rappresentano per noi alcun pericolo (coloro che, a destra, ne negano l'esistenza facendo di tutta l'erba un fascio sono altrettanto dannosi dei suddetti liberal) ma ci sono anche, dall'altro, i tradizionalisti militanti, rumorosi e assai numerosi, più interessati ad occupare spazi territoriali per l'islam nella versione chiusa e oscurantista che a una qualsiasi forma di integrazione. E lascio qui deliberatamente da parte i jihadisti e i loro simpatizzanti. Salvo osservare che i confini che separano i tradizionalisti militanti contrari all'uso della violenza e i simpatizzanti del jihadismo sono fluidi, incerti e, probabilmente, attraversati spesso nei due sensi. Negare il problema è, francamente, da irresponsabili. Ultima, ma non per importanza, c’è la questione dell’immigrazione clandestina, che porta con sé anche i fenomeni legati allo sfruttamento da parte della criminalità organizzata (e il caso di Rosarno ne è un esempio). Non c’è nemmeno consenso nazionale sul fatto che i clandestini vadano respinti. Da un lato, ci sono settori (xenofobi in senso proprio) della società che non hanno interesse a tracciare una linea netta fra clandestini e regolari essendo essi contro tutti gli immigrati. Ma tracciare una linea netta non interessa, ovviamente, neanche ai fautori dell’accoglienza indiscriminata. Non ci sono solo troppi prelati e parroci che parlano ambiguamente di accoglienza senza mettere mai paletti (accoglienza verso chi? alcuni? tutti? Con quali criteri? Con quali risorse?). Ci sono anche operatori istituzionali che ci mettono del loro. Un certo numero di magistrati, ad esempio, ha deciso che il reato di clandestinità è in odore di incostituzionalità. Immaginiamo che la Corte costituzionale si pronunci domani con una sentenza favorevole alla tesi di quei magistrati. Bisognerebbe allora mandare a memoria la data di quella sentenza perché sarebbe una data storica, altrettanto importante di quelle dell’unificazione d’Italia e della Liberazione. Con una simile sentenza, la Corte stabilirebbe solennemente che ciò che abbiamo sempre creduto uno Stato non è tale, che la Repubblica italiana è una entità «non statale». Che cosa è infatti il reato di clandestinità? Nient’altro che la rivendicazione da parte di uno Stato del suo diritto sovrano al pieno controllo del territorio e dei suoi confini, della sua prerogativa a decidere chi può starci legalmente sopra e chi no. Se risultasse che una legge, regolarmente votata dal Parlamento, che stabilisce il reato di clandestinità, è incostituzionale, ne conseguirebbe che la Costituzione repubblicana nega allo Stato italiano il tratto fondante della statualità: la prerogativa del controllo territoriale. Né si può controbattere citando il trattato di Schengen, che consente ai cittadini d’Europa di circolare liberamente nei Paesi europei aderenti. Schengen, infatti, è frutto di un accordo volontario fra governi e, proprio per questo, non intacca il principio della sovranità territoriale. La questione dell’immigrazione ricorda quella del debito pubblico. Il debito venne accumulato durante la Prima Repubblica da una classe politica che sapeva benissimo di scaricare un peso immenso sulle spalle delle generazioni successive. In materia di immigrazione accade la stessa cosa: esiste un folto assortimento di politici superficiali, di xenofobi, di educatori scolastici, di intellettuali liberal, di preti (troppo) accoglienti, di magistrati democratici, e di altri, intento a fabbricare guai. Fatta salva la buona fede di alcuni, molti, probabilmente, pensano che se quei guai, come nel caso del debito, si manifestassero in tutta la loro gravità solo dopo un certo lasso di tempo, non avrebbe più senso prendersela con i responsabili.
Angelo Panebianco
Civiltà
Rivolta degli immigrati. Violenze a Rosarno: assaltati auto e negozi
Reggio Calabria - Un brutale passo indietro nel tempo. Tornano alla mente le immagini di Castelvolturno, in Campania. Centinaia di immigrati di colore a brandire spranghe, bottiglie, pali stradali trasformati in alabarde. La rabbia dipinta in volto, la voglia di spaccare tutto, di vendicarsi per ottenere rispetto. Si era all’indomani dell’eccidio voluto dai casalesi e costato la vita a sei nigeriani. Adesso siamo in Calabria a Rosarno, paesone di 15mila abitanti. Sembra di rivedere lo stesso film. Ancora una volta a innescare la miccia è una scintilla di violenza: qualcuno, aveva sparato con una pistola ad aria compressa ferendo alcuni extracomunitari rifugiati in un’ex fabbrica. Da qui la protesta. Oltre un centinaio di stranieri hanno occupato la statale tra Gioia Tauro e Rosarno, dando fuoco a copertoni e cominciando a prendere di mira gli automobilisti: quasi una decina i feriti. Un tam tam che fatto rimbalzare la notizia ad altri extracomunitari accampati nell’ex fabbrica Rognetta, a Rosarno. Gli stranieri colpiti, tra i quali c’è anche un rifugiato politico del Togo con regolare permesso di soggiorno, portati in ospedale non destano particolari preoccupazione, ma la volontà di reagire che, probabilmente, covava da tempo nella colonia di lavoratori ammassati nella struttura di Rosarno in condizioni ai limiti del sopportabile, e di altri nelle stesse condizioni a Gioia Tauro in locali dell’Ex Opera Sila, non ci ha messo molto ad esplodere. Armati di spranghe e bastoni, gli extracomunitari in larga parte provenienti dall’Africa hanno invaso la strada statale che attraversa Rosarno mettendo a ferro e fuoco alcune delle vie principali della cittadina. Gli episodi di violenza non hanno risparmiato nulla: tutto ciò che si trovasse alla portata dei manifestanti, dalle auto, in qualche caso anche con delle persone a bordo, alle abitazioni, a vasi e cassonetti dell’immondizia che sono stati svuotati e incendiati sull’asfalto. A nulla è valso l’intervento di polizia e carabinieri schierati in assetto antisommossa davanti ai più agguerriti, un centinaio di persone tenute sotto stretto controllo. Nel corso della serata sono arrivati rinforzi e, in un clima di palpabile tensione, si è intavolata una trattativa nel tentativo di fare rientrare la protesta. Anche la popolazione ha reagito davanti alla situazione di caos, decine e decine di giovani e adulti pronti a scendere in strada per «combattere» i manifestanti. A Rosarno sono arrivati tutti i dirigenti dei commissariati di Pubblica sicurezza e i dirigenti delle compagnie di carabinieri della Piana. Tra Rosarno, l’ex fabbrica in disuso, e Gioia Tauro in un immobile dell’ex Opera Sila sono circa 1.500 gli extracomunitari che lavorano come manodopera nell’agricoltura.
Reggio Calabria - Un brutale passo indietro nel tempo. Tornano alla mente le immagini di Castelvolturno, in Campania. Centinaia di immigrati di colore a brandire spranghe, bottiglie, pali stradali trasformati in alabarde. La rabbia dipinta in volto, la voglia di spaccare tutto, di vendicarsi per ottenere rispetto. Si era all’indomani dell’eccidio voluto dai casalesi e costato la vita a sei nigeriani. Adesso siamo in Calabria a Rosarno, paesone di 15mila abitanti. Sembra di rivedere lo stesso film. Ancora una volta a innescare la miccia è una scintilla di violenza: qualcuno, aveva sparato con una pistola ad aria compressa ferendo alcuni extracomunitari rifugiati in un’ex fabbrica. Da qui la protesta. Oltre un centinaio di stranieri hanno occupato la statale tra Gioia Tauro e Rosarno, dando fuoco a copertoni e cominciando a prendere di mira gli automobilisti: quasi una decina i feriti. Un tam tam che fatto rimbalzare la notizia ad altri extracomunitari accampati nell’ex fabbrica Rognetta, a Rosarno. Gli stranieri colpiti, tra i quali c’è anche un rifugiato politico del Togo con regolare permesso di soggiorno, portati in ospedale non destano particolari preoccupazione, ma la volontà di reagire che, probabilmente, covava da tempo nella colonia di lavoratori ammassati nella struttura di Rosarno in condizioni ai limiti del sopportabile, e di altri nelle stesse condizioni a Gioia Tauro in locali dell’Ex Opera Sila, non ci ha messo molto ad esplodere. Armati di spranghe e bastoni, gli extracomunitari in larga parte provenienti dall’Africa hanno invaso la strada statale che attraversa Rosarno mettendo a ferro e fuoco alcune delle vie principali della cittadina. Gli episodi di violenza non hanno risparmiato nulla: tutto ciò che si trovasse alla portata dei manifestanti, dalle auto, in qualche caso anche con delle persone a bordo, alle abitazioni, a vasi e cassonetti dell’immondizia che sono stati svuotati e incendiati sull’asfalto. A nulla è valso l’intervento di polizia e carabinieri schierati in assetto antisommossa davanti ai più agguerriti, un centinaio di persone tenute sotto stretto controllo. Nel corso della serata sono arrivati rinforzi e, in un clima di palpabile tensione, si è intavolata una trattativa nel tentativo di fare rientrare la protesta. Anche la popolazione ha reagito davanti alla situazione di caos, decine e decine di giovani e adulti pronti a scendere in strada per «combattere» i manifestanti. A Rosarno sono arrivati tutti i dirigenti dei commissariati di Pubblica sicurezza e i dirigenti delle compagnie di carabinieri della Piana. Tra Rosarno, l’ex fabbrica in disuso, e Gioia Tauro in un immobile dell’ex Opera Sila sono circa 1.500 gli extracomunitari che lavorano come manodopera nell’agricoltura.
martedì 5 gennaio 2010
Ciccio Rutelli e l'immigrazione
"Immigrati sinistra e Fini sbagliano" di Laura Cesaretti
Roma - Senatore Rutelli, a Natale si è riaffacciato l’incubo del terrorismo islamico. Lei, che ha guidato finora il Comitato parlamentare sui servizi segreti, come valuta il pericolo? E che rischi corre il nostro Paese? «Dobbiamo prevenire giorno per giorno, non svegliarci solo dopo un attentato. La minaccia jihadista non è affatto in calo. E non durerà a lungo, come dimostra l’attacco alla caserma Perrucchetti di Milano, la condizione dell’Italia come Paese di transito, arruolamento e supporto logistico per terroristi che agiscono altrove. Il messaggio di Al Qaida porterà una disordinata, e sempre più pericolosa, attività di singoli e piccoli gruppi auto-addestrati. Occorre un’organizzazione di sicurezza attenta e costante».
Ha fatto scalpore e un certo scandalo, a sinistra, l’intervento del politologo Sartori sulla «non integrabilità» degli islamici nella società occidentale. Condivide una tesi così pessimista? «Sartori ha ragione, perché la cultura prevalente nell’islam non è laica, ovvero impone il comandamento divino sulle scelte dei fedeli anche nello spazio pubblico. E certe reazioni a sinistra fanno riflettere su una sostanziale incomprensione di quello che accade nel mondo. Vede, in Europa abbiamo inseguito per molti anni un’idea sbagliata: che si debba andare verso una società multiculturale. Da tempo dico che il multiculturalismo è una strada senza uscita, come dimostra la crisi drammatica che investe l’Olanda, e la profonda autocritica aperta nel Regno Unito e in Germania. In Italia non abbiamo ancora l’odio che cova ed esplode nelle periferie parigine: non dobbiamo arrivarci assolutamente».
Perché no al multiculturalismo? «Perché è un’astrattezza. Dobbiamo promuovere i nostri valori e le nostre regole, e dialogare con le culture di chi viene a lavorare e vivere in Italia da altri Paesi. Ovvero: pluralismo culturale e integrazione. Non velleitario egualitarismo. Né concessione della cittadinanza italiana come strumento di integrazione. Al contrario: la cittadinanza è il punto di arrivo dell’integrazione».
Dunque non è d’accordo con la ricetta di Gianfranco Fini per la cittadinanza rapida? «Apprezzo che Fini si sia lasciato alle spalle posizioni che erano molto vicine a quelle della Lega, e che rigetti del tutto quel tipo di xenofobia. Ma non condivido certe scorciatoie che rischiano di essere superficiali, come alludere all’“ora di islam” a scuola, oppure l’idea salvifica della concessione della cittadinanza agli stranieri. Penso che l’esperienza debba spingerci verso un percorso - tipo una “patente a punti” - al termine del quale c’è la cittadinanza italiana. Niente di burocratico, o assoggettabile a corruzione. Ma, certo, occorre anche una “dichiarazione di laicità”. Che valga per tutti, e serva per separare esplicitamente il comando religioso dai doveri verso la Repubblica».
Ma allora che si fa, si chiede ai musulmani di rinunciare alla propria fede per diventare italiani? «Non scherziamo. Nessuno deve chiedere abiure. Dobbiamo rispettare la fede degli altri, e penso siano sbagliate le provocazioni di chi denigra Maometto o i simboli dei musulmani. Il punto è un altro, e certa sinistra rifiuta di capirlo: la laicità moderna inizia anche con il pensiero di un giurista e filosofo del ’600, Ugo Grozio. Un cristiano che coniò la celebre frase “etsi Deus non daretur”; ovvero: certi diritti rispondono a principi validi per tutti, indipendentemente dall’esistenza di Dio. È quello che la cultura dominante nell’islam rifiuta: le donne hanno diritti inferiori; i non credenti hanno diritti inferiori. Invece dobbiamo incoraggiare l’islam laico e moderato. E possiamo farlo solo dicendo la verità: in Italia c’è spazio solo per il nostro diritto, non certo per un’interpretazione fondamentalista dei princìpi del Corano, per i quali c’è chi pensa di essere titolato ad uccidere un apostata, o una figlia che sceglie la sua libertà».
Nuove moschee: è giusto costruirle o no? «Lei pensa che il credo fondamentalista sia più facile da diffondere in un garage o una moschea clandestina, oppure in un luogo dignitoso, controllato e trasparente, dove gli imam estremisti non abbiano accesso? La mia risposta l’ha capita bene. Ed è una risposta che nasce anche dall’esperienza di presidente del Comitato di controllo dei servizi. Ma bisogna esigere reciprocità: dobbiamo e possiamo ottenere molto più rispetto e molta più sicurezza per i cristiani nei Paesi musulmani. Troppe volte debbono nascondersi o fuggire da persecuzioni».
La questione di come organizzare la convivenza con gli immigrati è centrale in Italia e divide la politica. Qual è la ricetta giusta secondo lei? «Guardi, vorrei costruire una politica in cui su questi temi, troppo delicati, centro, destra e sinistra si uniscano. Per cui nessuno insegua il giustificazionismo verso gli estremisti, e nessuno speculi sulle paure creando una xenofobia che è intollerabile e aggrava il problema. Vorrei che tutti fossero consapevoli che l’Italia di domani nasce da rigore, integrazione, responsabilità, piuttosto che dall’inseguimento di un po’ di voti».
Intanto il neo-premio Nobel Obama è alle prese con nuovi possibili fronti della guerra al terrore. «Obama ha vinto il Nobel per la Pace, come dire, sulla fiducia. Ha compiuto gesti coraggiosi che hanno certamente ridotto il consenso tra le popolazioni musulmane a favore di fondamentalisti e terroristi. Non dimentichiamo che negli anni scorsi quel consenso era più alto. Tuttavia, l’America è ben consapevole che il terrorismo è tutt’altro che in ritirata. Ha meno capacità strategiche, ma più capacità di colpire in modo diffuso. Era impressionante, alcuni giorni fa, l’inchiesta del New York Times sugli imam reclutatori su Internet. Per questo, credo che avremo nei prossimi tempi un’America al contrattacco. A partire dallo Yemen, che ospita e addestra migliaia di terroristi che, tra l’altro, cercano di infiltrarsi in Arabia Saudita».
E l’Italia che dovrebbe fare? «L’Occidente e tutte le democrazie debbono collaborare per la sicurezza e unirsi senza ambiguità contro il fondamentalismo».
Roma - Senatore Rutelli, a Natale si è riaffacciato l’incubo del terrorismo islamico. Lei, che ha guidato finora il Comitato parlamentare sui servizi segreti, come valuta il pericolo? E che rischi corre il nostro Paese? «Dobbiamo prevenire giorno per giorno, non svegliarci solo dopo un attentato. La minaccia jihadista non è affatto in calo. E non durerà a lungo, come dimostra l’attacco alla caserma Perrucchetti di Milano, la condizione dell’Italia come Paese di transito, arruolamento e supporto logistico per terroristi che agiscono altrove. Il messaggio di Al Qaida porterà una disordinata, e sempre più pericolosa, attività di singoli e piccoli gruppi auto-addestrati. Occorre un’organizzazione di sicurezza attenta e costante».
Ha fatto scalpore e un certo scandalo, a sinistra, l’intervento del politologo Sartori sulla «non integrabilità» degli islamici nella società occidentale. Condivide una tesi così pessimista? «Sartori ha ragione, perché la cultura prevalente nell’islam non è laica, ovvero impone il comandamento divino sulle scelte dei fedeli anche nello spazio pubblico. E certe reazioni a sinistra fanno riflettere su una sostanziale incomprensione di quello che accade nel mondo. Vede, in Europa abbiamo inseguito per molti anni un’idea sbagliata: che si debba andare verso una società multiculturale. Da tempo dico che il multiculturalismo è una strada senza uscita, come dimostra la crisi drammatica che investe l’Olanda, e la profonda autocritica aperta nel Regno Unito e in Germania. In Italia non abbiamo ancora l’odio che cova ed esplode nelle periferie parigine: non dobbiamo arrivarci assolutamente».
Perché no al multiculturalismo? «Perché è un’astrattezza. Dobbiamo promuovere i nostri valori e le nostre regole, e dialogare con le culture di chi viene a lavorare e vivere in Italia da altri Paesi. Ovvero: pluralismo culturale e integrazione. Non velleitario egualitarismo. Né concessione della cittadinanza italiana come strumento di integrazione. Al contrario: la cittadinanza è il punto di arrivo dell’integrazione».
Dunque non è d’accordo con la ricetta di Gianfranco Fini per la cittadinanza rapida? «Apprezzo che Fini si sia lasciato alle spalle posizioni che erano molto vicine a quelle della Lega, e che rigetti del tutto quel tipo di xenofobia. Ma non condivido certe scorciatoie che rischiano di essere superficiali, come alludere all’“ora di islam” a scuola, oppure l’idea salvifica della concessione della cittadinanza agli stranieri. Penso che l’esperienza debba spingerci verso un percorso - tipo una “patente a punti” - al termine del quale c’è la cittadinanza italiana. Niente di burocratico, o assoggettabile a corruzione. Ma, certo, occorre anche una “dichiarazione di laicità”. Che valga per tutti, e serva per separare esplicitamente il comando religioso dai doveri verso la Repubblica».
Ma allora che si fa, si chiede ai musulmani di rinunciare alla propria fede per diventare italiani? «Non scherziamo. Nessuno deve chiedere abiure. Dobbiamo rispettare la fede degli altri, e penso siano sbagliate le provocazioni di chi denigra Maometto o i simboli dei musulmani. Il punto è un altro, e certa sinistra rifiuta di capirlo: la laicità moderna inizia anche con il pensiero di un giurista e filosofo del ’600, Ugo Grozio. Un cristiano che coniò la celebre frase “etsi Deus non daretur”; ovvero: certi diritti rispondono a principi validi per tutti, indipendentemente dall’esistenza di Dio. È quello che la cultura dominante nell’islam rifiuta: le donne hanno diritti inferiori; i non credenti hanno diritti inferiori. Invece dobbiamo incoraggiare l’islam laico e moderato. E possiamo farlo solo dicendo la verità: in Italia c’è spazio solo per il nostro diritto, non certo per un’interpretazione fondamentalista dei princìpi del Corano, per i quali c’è chi pensa di essere titolato ad uccidere un apostata, o una figlia che sceglie la sua libertà».
Nuove moschee: è giusto costruirle o no? «Lei pensa che il credo fondamentalista sia più facile da diffondere in un garage o una moschea clandestina, oppure in un luogo dignitoso, controllato e trasparente, dove gli imam estremisti non abbiano accesso? La mia risposta l’ha capita bene. Ed è una risposta che nasce anche dall’esperienza di presidente del Comitato di controllo dei servizi. Ma bisogna esigere reciprocità: dobbiamo e possiamo ottenere molto più rispetto e molta più sicurezza per i cristiani nei Paesi musulmani. Troppe volte debbono nascondersi o fuggire da persecuzioni».
La questione di come organizzare la convivenza con gli immigrati è centrale in Italia e divide la politica. Qual è la ricetta giusta secondo lei? «Guardi, vorrei costruire una politica in cui su questi temi, troppo delicati, centro, destra e sinistra si uniscano. Per cui nessuno insegua il giustificazionismo verso gli estremisti, e nessuno speculi sulle paure creando una xenofobia che è intollerabile e aggrava il problema. Vorrei che tutti fossero consapevoli che l’Italia di domani nasce da rigore, integrazione, responsabilità, piuttosto che dall’inseguimento di un po’ di voti».
Intanto il neo-premio Nobel Obama è alle prese con nuovi possibili fronti della guerra al terrore. «Obama ha vinto il Nobel per la Pace, come dire, sulla fiducia. Ha compiuto gesti coraggiosi che hanno certamente ridotto il consenso tra le popolazioni musulmane a favore di fondamentalisti e terroristi. Non dimentichiamo che negli anni scorsi quel consenso era più alto. Tuttavia, l’America è ben consapevole che il terrorismo è tutt’altro che in ritirata. Ha meno capacità strategiche, ma più capacità di colpire in modo diffuso. Era impressionante, alcuni giorni fa, l’inchiesta del New York Times sugli imam reclutatori su Internet. Per questo, credo che avremo nei prossimi tempi un’America al contrattacco. A partire dallo Yemen, che ospita e addestra migliaia di terroristi che, tra l’altro, cercano di infiltrarsi in Arabia Saudita».
E l’Italia che dovrebbe fare? «L’Occidente e tutte le democrazie debbono collaborare per la sicurezza e unirsi senza ambiguità contro il fondamentalismo».
Sveglia che è ora!
Il dibattito. Una replica ai pensabenisti sull'Islam di Giovanni Sartori
Il mio editoriale del 20 dicembre «La integrazione degli islamici» resta attuale perché la legge sulla cittadinanza resta ancora da approvare (alla Camera). Nel frattempo altri ne hanno discusso su questo giornale. Tra questi il professor Tito Boeri mi ha dedicato (Corriere del 23 dicembre) un attacco sgradevole nel tono e irrilevante nella sostanza. Il che mi ha spaventato. Se Boeri, che è professore di Economia del lavoro alla Bocconi e autorevole collaboratore di Repubblica, non è in grado di capire quel che scrivo (il suo attacco ignora totalmente il mio argomento) e dimostra di non sapere nulla del tema nel quale si spericola, figurarsi gli altri, figurarsi i politici. Il Nostro esordisce così: «Dunque Sartori ha deciso che gli immigrati di fede islamica non sono integrabili nel nostro tessuto sociale, non devono poter diventare cittadini italiani». In verità il mio articolo si limitava a ricordare che gli islamici non si sono mai integrati, nel corso dei secoli (un millennio e passa) in nessuna società non-islamica. Il che era detto per sottolineare la difficoltà del problema. Se poi a Boeri interessa sapere che cosa «ho deciso», allora gli segnalo che in argomento ho scritto molti saggi, più il volume «Pluralismo, Multiculturalismo e Estranei» (Rizzoli 2002), più alcuni capitoletti del libriccino «La Democrazia in Trenta Lezioni» (Mondadori, 2008). Ma non pretendo di affaticare la mente di un «pensabenista», di un ripetitore rituale del politicamente corretto, che perciò sa già tutto, con inutili letture. Mi limiterò a chiosare due perle del suo intervento. Boeri mi chiede: «Pensa Sartori che chi nasce in Italia, studia, lavora e paga le tasse per diventare italiano debba abbandonare la fede islamica?». Ovviamente non lo penso. Invece ho sempre scritto che le società liberal- pluralistiche non richiedono nessuna assimilazione. Fermo restando che ogni estraneo (straniero) mantiene la sua religione e la sua identità culturale, la sua integrazione richiede soltanto che accetti i valori etico-politici di una Città fondata sulla tolleranza e sulla separazione tra religione e politica. Se l’immigrato rifiuta quei valori, allora non è integrato; e certo non diventa tale perché viene italianizzato, e cioè in virtù di un pezzo di carta. Al qual proposito l’esempio classico è quello delle comunità ebraiche che mantengono, nelle odierne liberaldemocrazie, la loro millenaria identità religiosa e culturale ma che, al tempo stesso, risultano perfettamente integrate nel sistema politico nel quale vivono. Ultima perla. Boeri sottintende che io la pensi come «quei sindaci leghisti» eccetera eccetera. No. A parte il colpo basso (che non lo onora), la verità è che io seguo l’interpretazione della civiltà islamica e della sua decadenza di Arnold Toynbee, il grande e insuperato autore di una monumentale storia delle civilizzazioni (vedi Democrazia 2008, pp. 78-80). Il mio pedigree di studioso è in ordine. È quello del mio assaltatore che non lo è. Il Corriere ha poi pubblicato il 29 dicembre le lettere di due lettori i quali, a differenza del professor Boeri, hanno capito benissimo la natura e l’importanza del problema che avevo posto, e che chiedevano lumi a Sergio Romano. Ai suoi «lumi» posso aggiungere il mio? Romano, che è accademicamente uno storico, fa capo alle moltissime variabili che sono in gioco, ai loro molteplici contesti, e pertanto alla straordinaria complessità del problema. D’accordo. Ma nelle scienze sociali lo studioso deve procedere diversamente, deve isolare la variabile a più alto potere esplicativo, che spiega più delle altre. Nel nostro caso la variabile islamica (il suo monoteismo teocratico) risulta essere la più potente. S’intende che questa ipotesi viene poi sottoposta a ricerche che la confermano, smentiscono e comunque misurano. Ma soprattutto si deve intendere che questa variabile «varia», appunto, in intensità, diciamo in grado di riscaldamento. Alla sua intensità massima produce l’uomo- bomba, il martire della fede che si fa esplodere, che si uccide per uccidere (e che nessuna altra cultura ha mai prodotto). Diciamo, a caso, che a questo grado di surriscaldamento, di fanatismo religioso, arrivano uno-due musulmani su un milione. Tanto può bastare per terrorizzare gli infedeli, e al tempo stesso per rinforzare e galvanizzare l’identità fideistica (grazie anche ai nuovi potentissimi strumenti di comunicazione di massa) di centinaia di milioni di musulmani che così ritrovano il proprio orgoglio di antica civiltà. Ecco perché, allora, l’integrazione dell’islamico nelle società modernizzate diventa più difficile che mai. Fermo restando, come ricordavo nel mio fondo e come ho spiegato nei miei libri, che è sempre stata difficilissima.
Il mio editoriale del 20 dicembre «La integrazione degli islamici» resta attuale perché la legge sulla cittadinanza resta ancora da approvare (alla Camera). Nel frattempo altri ne hanno discusso su questo giornale. Tra questi il professor Tito Boeri mi ha dedicato (Corriere del 23 dicembre) un attacco sgradevole nel tono e irrilevante nella sostanza. Il che mi ha spaventato. Se Boeri, che è professore di Economia del lavoro alla Bocconi e autorevole collaboratore di Repubblica, non è in grado di capire quel che scrivo (il suo attacco ignora totalmente il mio argomento) e dimostra di non sapere nulla del tema nel quale si spericola, figurarsi gli altri, figurarsi i politici. Il Nostro esordisce così: «Dunque Sartori ha deciso che gli immigrati di fede islamica non sono integrabili nel nostro tessuto sociale, non devono poter diventare cittadini italiani». In verità il mio articolo si limitava a ricordare che gli islamici non si sono mai integrati, nel corso dei secoli (un millennio e passa) in nessuna società non-islamica. Il che era detto per sottolineare la difficoltà del problema. Se poi a Boeri interessa sapere che cosa «ho deciso», allora gli segnalo che in argomento ho scritto molti saggi, più il volume «Pluralismo, Multiculturalismo e Estranei» (Rizzoli 2002), più alcuni capitoletti del libriccino «La Democrazia in Trenta Lezioni» (Mondadori, 2008). Ma non pretendo di affaticare la mente di un «pensabenista», di un ripetitore rituale del politicamente corretto, che perciò sa già tutto, con inutili letture. Mi limiterò a chiosare due perle del suo intervento. Boeri mi chiede: «Pensa Sartori che chi nasce in Italia, studia, lavora e paga le tasse per diventare italiano debba abbandonare la fede islamica?». Ovviamente non lo penso. Invece ho sempre scritto che le società liberal- pluralistiche non richiedono nessuna assimilazione. Fermo restando che ogni estraneo (straniero) mantiene la sua religione e la sua identità culturale, la sua integrazione richiede soltanto che accetti i valori etico-politici di una Città fondata sulla tolleranza e sulla separazione tra religione e politica. Se l’immigrato rifiuta quei valori, allora non è integrato; e certo non diventa tale perché viene italianizzato, e cioè in virtù di un pezzo di carta. Al qual proposito l’esempio classico è quello delle comunità ebraiche che mantengono, nelle odierne liberaldemocrazie, la loro millenaria identità religiosa e culturale ma che, al tempo stesso, risultano perfettamente integrate nel sistema politico nel quale vivono. Ultima perla. Boeri sottintende che io la pensi come «quei sindaci leghisti» eccetera eccetera. No. A parte il colpo basso (che non lo onora), la verità è che io seguo l’interpretazione della civiltà islamica e della sua decadenza di Arnold Toynbee, il grande e insuperato autore di una monumentale storia delle civilizzazioni (vedi Democrazia 2008, pp. 78-80). Il mio pedigree di studioso è in ordine. È quello del mio assaltatore che non lo è. Il Corriere ha poi pubblicato il 29 dicembre le lettere di due lettori i quali, a differenza del professor Boeri, hanno capito benissimo la natura e l’importanza del problema che avevo posto, e che chiedevano lumi a Sergio Romano. Ai suoi «lumi» posso aggiungere il mio? Romano, che è accademicamente uno storico, fa capo alle moltissime variabili che sono in gioco, ai loro molteplici contesti, e pertanto alla straordinaria complessità del problema. D’accordo. Ma nelle scienze sociali lo studioso deve procedere diversamente, deve isolare la variabile a più alto potere esplicativo, che spiega più delle altre. Nel nostro caso la variabile islamica (il suo monoteismo teocratico) risulta essere la più potente. S’intende che questa ipotesi viene poi sottoposta a ricerche che la confermano, smentiscono e comunque misurano. Ma soprattutto si deve intendere che questa variabile «varia», appunto, in intensità, diciamo in grado di riscaldamento. Alla sua intensità massima produce l’uomo- bomba, il martire della fede che si fa esplodere, che si uccide per uccidere (e che nessuna altra cultura ha mai prodotto). Diciamo, a caso, che a questo grado di surriscaldamento, di fanatismo religioso, arrivano uno-due musulmani su un milione. Tanto può bastare per terrorizzare gli infedeli, e al tempo stesso per rinforzare e galvanizzare l’identità fideistica (grazie anche ai nuovi potentissimi strumenti di comunicazione di massa) di centinaia di milioni di musulmani che così ritrovano il proprio orgoglio di antica civiltà. Ecco perché, allora, l’integrazione dell’islamico nelle società modernizzate diventa più difficile che mai. Fermo restando, come ricordavo nel mio fondo e come ho spiegato nei miei libri, che è sempre stata difficilissima.
domenica 3 gennaio 2010
Strategie elettorali
L’Udc si offre al Pd. In cambio di 7 poltrone di Paola Setti
Leggere in piemontese per tradurre dal veneto, e i dialetti non c’entrano. Letta in piazza San Marco, l’intervista di Pier Ferdinando Casini al Gazzettino sulle Regionali ha un che di grottesco. Perché il leader dell’Udc dice che no, i centristi non sono disposti a ritirare il proprio candidato, Antonio De Poli, non fosse altro che ormai gli hanno chiesto lo sforzo di dire qualcosa di leghista, si sa che in Veneto questa è l’unica via per vincere, e lui «si è assunto delle responsabilità onerose per dire che il Veneto deve andare ai veneti», appunto. Allo stesso tempo però, il segretario centrista dice che l’alleanza col Pd non è esclusa. Dipenderà dalle «convergenze» sul programma, ma non solo. «Non basta dire che si vuole una cosa - avverte -. Bisogna porre le condizioni perché sia fattibile. E le condizioni non sempre ci sono». Ecco. Per capire quali siano, le «condizioni», bisogna rileggere il tutto da sotto la Mole Antonelliana. Perché lì, in Piemonte, Casini le «condizioni» le ha già poste. Mai con Mercedes Bresso, aveva detto poco prima di Natale, reduce da una violenta lite con la presidente uscente. A Capodanno ha cambiato idea. Forte dell’appello del vicepresidente del Pd Enrico Letta («Alleanze in dieci regioni o perdiamo»), il 31 dicembre ha mandato i suoi a «trattare». Il vertice, del quale ha dato conto la Stampa di Torino, ha visto a confronto la Bresso, il segretario regionale del Pd Gianfranco Morgando e il collega centrista Alberto Goffi. L’Udc ha parlato chiaro: sette poltrone non una di meno. E mica sette poltrone qualunque, qui servono incarichi di peso. Quali? L’Udc non lascia spazio ai dubbi e tantomeno alla libera scelta di un’eventuale nuova giunta di centrosinistra: tre assessorati, compresa la vicepresidenza. Più tre posti nel listino del presidente, cioè quello che consente l’accesso all’assemblea non per elezione, ma per nomina. Più una carica nell’ufficio di presidenza del Consiglio regionale. Si capisce che ora è corpo a corpo: se già in condizioni normali i posti sono sempre insufficienti a soddisfare le richieste dei partiti, qui c’è anche da dire che il Pd per battere il candidato di Pdl e Lega Roberto Cota non può perdere la sinistra radicale, ma Rifondazione e Comunisti italiani sono già sul piede di guerra contro «i veti anticomunisti dell’Udc». Così eccola, la strategia. Lo stesso Casini che in Veneto critica l’accordo Pdl-Lega giudicando «un errore piegarsi, perché ora il Carroccio crescerà a dismisura a scapito degli alleati», in Piemonte detta la linea del «prendere o lasciare»: chi prende, metta a disposizione le poltrone. A chi lo accusa di trasformismo, Casini da mesi risponde indignato: «Se avessimo voluto fare una scelta di comodo avremmo accettato di stare col Pdl già alle Politiche, invece siamo all’opposizione». Già. Il problema è che, lasciato un ministero («Berlusconi un bel ministero me l’avrebbe dato» giura Casini), l’Udc punta a guadagnare più posti possibile a livello locale. Tant’è vero che corre in solitaria nelle regioni in cui non è determinante, mentre si schiera con il Pd o con il Pdl a seconda di dove può fare da ago della bilancia. «Non bisogna avere fretta, ma costruire ponti», dice. E i ponti si costruiscono meglio dai palazzi dei governi regionali. Oltre alla beffa il danno, poi, quel Casini che altrove, per esempio in Campania, si allea col Pdl, in Liguria corteggia il Pd senza neppure porre un veto sull’alleanza con Prc e Pdci, i quali dal canto loro non fiatano, potenza della paura di perdere. E in Puglia e in Lazio si presenta come il salvatore di democratici, segnalando che in quelle regioni «c’è chi contesta fortemente la svolta di Bersani e sarebbe pronto a utilizzare una sconfitta alle Regionali per liquidare la sua segreteria». Contro le alleanze a macchia di leopardo di Casini, da ieri è sceso in campo un ex amico di partito, il sottosegretario e leader dei Popolari e liberali Carlo Giovanardi, che ha organizzato addirittura un Giro d’Italia anticentrista. Si parte il 7 gennaio proprio dal Veneto, Vicenza, per contestare «l’atteggiamento opportunistico dell’Udc, pronto ad allearsi con chiunque pur di massimizzare il suo peso clientelare», e ricordare «ai cattolici che i loro valori sono già ampiamente testimoniati dal Pdl». Dalle Alpi al tacco, comunque, il cerino, guarda un po’, è nelle mani del Pd.
Leggere in piemontese per tradurre dal veneto, e i dialetti non c’entrano. Letta in piazza San Marco, l’intervista di Pier Ferdinando Casini al Gazzettino sulle Regionali ha un che di grottesco. Perché il leader dell’Udc dice che no, i centristi non sono disposti a ritirare il proprio candidato, Antonio De Poli, non fosse altro che ormai gli hanno chiesto lo sforzo di dire qualcosa di leghista, si sa che in Veneto questa è l’unica via per vincere, e lui «si è assunto delle responsabilità onerose per dire che il Veneto deve andare ai veneti», appunto. Allo stesso tempo però, il segretario centrista dice che l’alleanza col Pd non è esclusa. Dipenderà dalle «convergenze» sul programma, ma non solo. «Non basta dire che si vuole una cosa - avverte -. Bisogna porre le condizioni perché sia fattibile. E le condizioni non sempre ci sono». Ecco. Per capire quali siano, le «condizioni», bisogna rileggere il tutto da sotto la Mole Antonelliana. Perché lì, in Piemonte, Casini le «condizioni» le ha già poste. Mai con Mercedes Bresso, aveva detto poco prima di Natale, reduce da una violenta lite con la presidente uscente. A Capodanno ha cambiato idea. Forte dell’appello del vicepresidente del Pd Enrico Letta («Alleanze in dieci regioni o perdiamo»), il 31 dicembre ha mandato i suoi a «trattare». Il vertice, del quale ha dato conto la Stampa di Torino, ha visto a confronto la Bresso, il segretario regionale del Pd Gianfranco Morgando e il collega centrista Alberto Goffi. L’Udc ha parlato chiaro: sette poltrone non una di meno. E mica sette poltrone qualunque, qui servono incarichi di peso. Quali? L’Udc non lascia spazio ai dubbi e tantomeno alla libera scelta di un’eventuale nuova giunta di centrosinistra: tre assessorati, compresa la vicepresidenza. Più tre posti nel listino del presidente, cioè quello che consente l’accesso all’assemblea non per elezione, ma per nomina. Più una carica nell’ufficio di presidenza del Consiglio regionale. Si capisce che ora è corpo a corpo: se già in condizioni normali i posti sono sempre insufficienti a soddisfare le richieste dei partiti, qui c’è anche da dire che il Pd per battere il candidato di Pdl e Lega Roberto Cota non può perdere la sinistra radicale, ma Rifondazione e Comunisti italiani sono già sul piede di guerra contro «i veti anticomunisti dell’Udc». Così eccola, la strategia. Lo stesso Casini che in Veneto critica l’accordo Pdl-Lega giudicando «un errore piegarsi, perché ora il Carroccio crescerà a dismisura a scapito degli alleati», in Piemonte detta la linea del «prendere o lasciare»: chi prende, metta a disposizione le poltrone. A chi lo accusa di trasformismo, Casini da mesi risponde indignato: «Se avessimo voluto fare una scelta di comodo avremmo accettato di stare col Pdl già alle Politiche, invece siamo all’opposizione». Già. Il problema è che, lasciato un ministero («Berlusconi un bel ministero me l’avrebbe dato» giura Casini), l’Udc punta a guadagnare più posti possibile a livello locale. Tant’è vero che corre in solitaria nelle regioni in cui non è determinante, mentre si schiera con il Pd o con il Pdl a seconda di dove può fare da ago della bilancia. «Non bisogna avere fretta, ma costruire ponti», dice. E i ponti si costruiscono meglio dai palazzi dei governi regionali. Oltre alla beffa il danno, poi, quel Casini che altrove, per esempio in Campania, si allea col Pdl, in Liguria corteggia il Pd senza neppure porre un veto sull’alleanza con Prc e Pdci, i quali dal canto loro non fiatano, potenza della paura di perdere. E in Puglia e in Lazio si presenta come il salvatore di democratici, segnalando che in quelle regioni «c’è chi contesta fortemente la svolta di Bersani e sarebbe pronto a utilizzare una sconfitta alle Regionali per liquidare la sua segreteria». Contro le alleanze a macchia di leopardo di Casini, da ieri è sceso in campo un ex amico di partito, il sottosegretario e leader dei Popolari e liberali Carlo Giovanardi, che ha organizzato addirittura un Giro d’Italia anticentrista. Si parte il 7 gennaio proprio dal Veneto, Vicenza, per contestare «l’atteggiamento opportunistico dell’Udc, pronto ad allearsi con chiunque pur di massimizzare il suo peso clientelare», e ricordare «ai cattolici che i loro valori sono già ampiamente testimoniati dal Pdl». Dalle Alpi al tacco, comunque, il cerino, guarda un po’, è nelle mani del Pd.
Blasfemia
Irlanda, gli atei sfidano la legge sulla blasfemia
Fa discutere la nuova legge contro la blasfemia, entrata in vigore da due giorni in Irlanda. Tra le tante reazioni, anche quella di un gruppo di atei irlandesi che, sperando nella revoca del testo, ha pubblicato sul proprio sito internet 25 citazioni ritenute blasfeme. Secondo Michael Nugent, del gruppo “Atei d'Irlanda”, è una norma «stupida e pericolosa» quella che rende la blasfemia un’offesa punibile con una multa che può arrivare fino a 25.000 euro. L'organizzazione, che promuove «una Irlanda razionale, etica e laica», ha pubblicato frasi di Gesù, Maometto, papa Benedetto XVI, del musicista pop Frank Zappa, dello scrittore Salman Rushdie, del gruppo comico britannico Monty Python, dell'ex premier nord-irlandese Ian Paisley e del ministro della giustizia irlandese Dermot Ahern. Il ministro, che ha proposto la legge emendando una norma del 1961 contro la diffamazione, aveva precisato che avrebbe preferito abolirla ma che era impossibile per ragioni costituzionali. La Costituzione irlandese del 1937 precisa che tutte le «pubblicazioni o dichiarazioni di natura blasfema, sediziosa o indecente, sono un reato punibile dalla legge». Secondo Nugent, si tratta di «leggi religiose medievali» che non hanno «alcun posto in una repubblica moderna e laica dove le leggi dovrebbero tutelare le persone e non le idee».
Fa discutere la nuova legge contro la blasfemia, entrata in vigore da due giorni in Irlanda. Tra le tante reazioni, anche quella di un gruppo di atei irlandesi che, sperando nella revoca del testo, ha pubblicato sul proprio sito internet 25 citazioni ritenute blasfeme. Secondo Michael Nugent, del gruppo “Atei d'Irlanda”, è una norma «stupida e pericolosa» quella che rende la blasfemia un’offesa punibile con una multa che può arrivare fino a 25.000 euro. L'organizzazione, che promuove «una Irlanda razionale, etica e laica», ha pubblicato frasi di Gesù, Maometto, papa Benedetto XVI, del musicista pop Frank Zappa, dello scrittore Salman Rushdie, del gruppo comico britannico Monty Python, dell'ex premier nord-irlandese Ian Paisley e del ministro della giustizia irlandese Dermot Ahern. Il ministro, che ha proposto la legge emendando una norma del 1961 contro la diffamazione, aveva precisato che avrebbe preferito abolirla ma che era impossibile per ragioni costituzionali. La Costituzione irlandese del 1937 precisa che tutte le «pubblicazioni o dichiarazioni di natura blasfema, sediziosa o indecente, sono un reato punibile dalla legge». Secondo Nugent, si tratta di «leggi religiose medievali» che non hanno «alcun posto in una repubblica moderna e laica dove le leggi dovrebbero tutelare le persone e non le idee».
Lodo De Magistris
Il lodo democratico di De Magistris. "Berlusconi in esilio fuori dall'Italia"
Il dipietrista Luigi De Magistris, abbandonato il rigore linguistico che la toga gli imponeva, si lascia andare e galoppando con l'immaginazione, descrive così il suo "lodo" ideale. «Forse sarebbe saggio che qualcuno proponesse veramente un Lodo, ma per salvare il paese da Berlusconi. Qualche idea me la sono fatta e in osservanza alla prassi inaugurata dal governo, lo chiamerei "Lodo de Magistris". Pochi punti da definire insieme e non serve nemmeno cambiare la Costituzione, perché approvato in sua difesa, e se anche ci fosse un referendum, credo passerebbe con grande consenso. La proposta di fondo è questa: garantiamo a Berlusconi la possibilità di lasciare l'Italia senza conseguenze». Parole in libertà, che senza troppo girarci intorno mandano a quel tal paese il premier. Ovviamente in ossequio alla democrazia e al supremo bene della nazione. Si legge infatti sul blog dell'europarlamentare dell'Idv: «Non c'è trucco e non c'è inganno: solo il bisogno di ritornare ad essere una nazione democratica e civile». Per De Magistris «carta e tv liberate potranno riprendere a fare il loro dovere: informare sui fatti, gli stessi che da anni cerca di occultare perseguitando i giornalisti anche se pongono solo domande, cioè fanno il loro mestiere, ovviamente quelli che sopravvivono all'infezione dell'autocensura preventiva» e il Parlamento «tornerebbe al proprio compito perché svincolato dalla sua agenda giudiziaria che oggi detta i temi, anzi il tema alle istituzioni: le necessità giudiziarie del fuggitivo da garantire prima di quelle degli italiani». «La magistratura - prosegue ancora - non più costretta agli assaliti quotidiani potrebbe dedicarsi senza timore alla missione che le spetta e le mafie non si sentirebbero più di poter spadroneggiare indisturbate. Per le casse dello Stato il guadagno sarebbe altissimo, per non parlare di quello dell'etica pubblica. Finito l'inquinamento di tutti gli ambiti economici e mediatici, il mercato finalmente alleggerito dalla cappa del suo conflitto di interessi, forse riprenderebbe a girare normalmente. E le somme ritrovate - propone De Magistris - anche con una lotta all'evasione certa, potrebbero essere investite nella formazione e nell'istruzione: una sorta di 8 per mille dell'antibelusconismo».
Il dipietrista Luigi De Magistris, abbandonato il rigore linguistico che la toga gli imponeva, si lascia andare e galoppando con l'immaginazione, descrive così il suo "lodo" ideale. «Forse sarebbe saggio che qualcuno proponesse veramente un Lodo, ma per salvare il paese da Berlusconi. Qualche idea me la sono fatta e in osservanza alla prassi inaugurata dal governo, lo chiamerei "Lodo de Magistris". Pochi punti da definire insieme e non serve nemmeno cambiare la Costituzione, perché approvato in sua difesa, e se anche ci fosse un referendum, credo passerebbe con grande consenso. La proposta di fondo è questa: garantiamo a Berlusconi la possibilità di lasciare l'Italia senza conseguenze». Parole in libertà, che senza troppo girarci intorno mandano a quel tal paese il premier. Ovviamente in ossequio alla democrazia e al supremo bene della nazione. Si legge infatti sul blog dell'europarlamentare dell'Idv: «Non c'è trucco e non c'è inganno: solo il bisogno di ritornare ad essere una nazione democratica e civile». Per De Magistris «carta e tv liberate potranno riprendere a fare il loro dovere: informare sui fatti, gli stessi che da anni cerca di occultare perseguitando i giornalisti anche se pongono solo domande, cioè fanno il loro mestiere, ovviamente quelli che sopravvivono all'infezione dell'autocensura preventiva» e il Parlamento «tornerebbe al proprio compito perché svincolato dalla sua agenda giudiziaria che oggi detta i temi, anzi il tema alle istituzioni: le necessità giudiziarie del fuggitivo da garantire prima di quelle degli italiani». «La magistratura - prosegue ancora - non più costretta agli assaliti quotidiani potrebbe dedicarsi senza timore alla missione che le spetta e le mafie non si sentirebbero più di poter spadroneggiare indisturbate. Per le casse dello Stato il guadagno sarebbe altissimo, per non parlare di quello dell'etica pubblica. Finito l'inquinamento di tutti gli ambiti economici e mediatici, il mercato finalmente alleggerito dalla cappa del suo conflitto di interessi, forse riprenderebbe a girare normalmente. E le somme ritrovate - propone De Magistris - anche con una lotta all'evasione certa, potrebbero essere investite nella formazione e nell'istruzione: una sorta di 8 per mille dell'antibelusconismo».
sabato 2 gennaio 2010
Testimonianza
Da Faithfreedom: Testimonianza di una ragazza italiana apostata. La lettera qui sotto mi è stata spedita via pvt sul mio blog. Ho avuto il consenso per postarla e quindi ho deciso di proporla qua, sperando che, nel caso passasse da queste parti una ragazza con idee strane per la testa, come ce ne sono tante, questa comune testimonianza possa almeno farla riflettere.
____________________________
Carissimo Antonio, eccomi... adesso ti racconterò la mia breve storia, se vuoi potrai postarla. Sono nata da una famiglia cristiana cattolica ma profondamente laica e liberale...mio padre abbastanza praticante (cantore e lettore in chiesa), mia madre deista e assolutamente anticlericale. Sono stata avviata, come molti bimbi italiani, al catechismo, ai sacramenti ecc... fino alla decisione di mollare l'ambiente oratoriale all'età di 17 anni circa (non mi trovavo a mio agio), ma non quello domenicale, dato che conoscendo abbastanza bene la teoria musicale, ho sempre dato volentieri una mano sia al coro degli adulti, sia a quello dei ragazzi e suonando l'organo, anche da musulmana...sembra ipocrita ma non è così! Non ho voluto subito staccare con quello a cui ero abituata per analizzare e cercare una comparazione tra le due realtà oltre, al fatto che la musica l'ho sempre amata, per il fatto anche che mi piace cantare e suono pure il pianoforte, la tastiera e l'organetto! Iniziando l'università, ho cominciato a trovarmi faccia a faccia con la cultura araba e, inevitabilmente con l'islam, ma allora avevo ancora una visione accademica. In concomitanza con ciò era iniziata la mia crisi spirituale e religiosa nei confronti della chiesa, intesa in questo caso, come istituzione temporale e gerarchia ecclesiale... e il "Codice da Vinci" ha contribuito in pieno... Intanto cercavo qualcosa al di là del cattolicesimo che mi ispirasse: ho guardato di tutto, paganesimo, new age, anglicanesimo, mormoni, wiccan, taoismo ecc...ed ero in altomare... (nel frattempo, in seguito ad un viaggio studio in un paese maghrebino, mi sono fidanzata con un ragazzo musulmano. La storia è durata circa 3 anni...principalmente a distanza perché lui studia lì... Lui non è praticante, ma i suoi genitori moltissimo, tuttavia sembravano rispettarmi, fino a che sono arrivati i primi segnali... Segnali che io ho ammesso a me stessa dopo un certo periodo, poiché follemente innamorata e quindi ciecata ma a quanto pare solo miope, dato che alla fine ho tagliato netto). Stando a contatto con la madre arrivai ad affezionarmici, così finii per interessarmi a quell'Islam che lei mi descriveva sempre come una fede giusta, tollerante, egualitaria e caritatevole come il cristianesimo. Tornando a casa, infine, decisi di convertirmi e l'ho fatto tra me e me, credendo ad un ritorno alle origini, all'unica religione, al puro monoteismo!!! Ho cominciato a pregare, ad essere astemia (tuttora comunque sono una bevitrice occasionale, in nome del sano salutismo) e a rinunciare automaticamente alla carne di maiale...convinta del fatto che questa religione fosse semplicemente la continuazione del cristianesimo tramite il profeta Muhammad, convinta che l'essenziale e l'autentico fossero i cinque pilastri. Tuttavia ero felice. Non ho mai confessato a nessuno la mia nuova scelta per paura di incomprensioni, asti... nemmeno alla famiglia del mio fidanzato, avendo paura che potesse essere mal interpretato come accondiscendimento per fare felice lui. Mi sembrava tutto perfetto, dentro di me sentivo davvero pace e benessere...fino a che, il mio rapporto amoroso ha cominciato a vacillare. Lui non si è mai rivelato cambiato o violento, piuttosto eccessivamente devoto ai suoi da non essere in grado di difendermi quando serviva, oltre al fatto che mi trattava come un soprammobile (ok io so che lei c'è intanto penso a me...) e per me il rispetto viene sopra ogni cosa, anche sopra l'amore! Ad esempio, un giorno sua madre venne fuori sostenendo che i suoi nipoti "dovevano" essere musulmani. Io invece sono sempre stata per la libera scelta e anche lui, a parole... Ma sua madre non l'ha mai contestata. Un giorno, sempre sua madre, mi vide che tornavo dal mare e che sotto il copricostume avevo il due pezzi, così mi ammonì dicendo che Dio non voleva. Quando lo raccontai a lui, anziché difendermi o dirmi di lasciarla parlare, fece spallucce. Un giorno, suo cugino gli disse, davanti a me ma in arabo, che io "dovevo diventare musulmana, e coprirmi ecc". Io capii subito che parlava di me e ne chiesi conto al mio fidanzato che mi rispose di non preoccuparmi perché lui mi rispettava. Purtroppo per lui quella frase l'avevo capita, e anziché invitare suo cugino a pensare agli affari suoi gli dette pure ragione! Poi notavo che il mio moroso, alternava momenti di puro "laicismo" (come ballare, coccolarmi, bere alcoolici). A quel punto ho deciso di indagare a 360° scoprendo gli altarini e devo dire grazie anche certi blog dove si fa critica all'Islam e che inizialmente consideravo xenofobi e pregiudizievoli. Un'altra cosa che ha contribuito ad aumentare le mie perplessità , è stata il cambiamento drastico e più radicale dei suoi genitori dopo che erano tornati dal Pellegrinaggio alla Mecca. Suo padre, che si è fatto crescere la barba, e ha cominciato a sostenere che coloro che non pregavano erano peccatori e che la poligamia era giusta, mentre prima di quel momento non giudicava, e sosteneva antistorico il ripristino della poligamia; sua madre accennava il desiderio di voler indossare il niqab. Tutto ciò mi spaventava!!! Poi ahimè, ho trovato lungo le mie ricerche gli hadith horror in cui si narrano le brutalità disumane di Muhammad e i suoi seguaci, dell'esistenza della sharia, ben peggiore di quella biblica, del divieto di festeggiare il compleanno, del divieto di sedersi a tavola con gente che mangiava maiale e beve alcoolici, fossero pure i tuoi familiari... Ti giuro che mi è crollato il mondo addosso!!!ero convinta che i mutawwa sauditi e i talebani afghani fossero falsi musulmani che storpiavano la religione autentica per giustificare i loro atti criminali ma... amara sorpresa, ho scoperto che ero io la musulmana a metà o fai da te, e che loro erano i veri musulmani, o perlomeno coloro che applicano alla lettera ciò che la dottrina islamica sostiene!!! Appena decidevo di avvicinarmi ad atei o induisti venivo intimata dai "fratelli" di allontanarmi dal "male" e dalla "tentazione". Ora ho trovato un mio equilibrio: sono tornata al cattolicesimo. Grazie per il tuo tempo e scusami se la consecutio temporum è andata a farsi benedire in questo racconto, ma ho scritto di getto!!!!
____________________________
Carissimo Antonio, eccomi... adesso ti racconterò la mia breve storia, se vuoi potrai postarla. Sono nata da una famiglia cristiana cattolica ma profondamente laica e liberale...mio padre abbastanza praticante (cantore e lettore in chiesa), mia madre deista e assolutamente anticlericale. Sono stata avviata, come molti bimbi italiani, al catechismo, ai sacramenti ecc... fino alla decisione di mollare l'ambiente oratoriale all'età di 17 anni circa (non mi trovavo a mio agio), ma non quello domenicale, dato che conoscendo abbastanza bene la teoria musicale, ho sempre dato volentieri una mano sia al coro degli adulti, sia a quello dei ragazzi e suonando l'organo, anche da musulmana...sembra ipocrita ma non è così! Non ho voluto subito staccare con quello a cui ero abituata per analizzare e cercare una comparazione tra le due realtà oltre, al fatto che la musica l'ho sempre amata, per il fatto anche che mi piace cantare e suono pure il pianoforte, la tastiera e l'organetto! Iniziando l'università, ho cominciato a trovarmi faccia a faccia con la cultura araba e, inevitabilmente con l'islam, ma allora avevo ancora una visione accademica. In concomitanza con ciò era iniziata la mia crisi spirituale e religiosa nei confronti della chiesa, intesa in questo caso, come istituzione temporale e gerarchia ecclesiale... e il "Codice da Vinci" ha contribuito in pieno... Intanto cercavo qualcosa al di là del cattolicesimo che mi ispirasse: ho guardato di tutto, paganesimo, new age, anglicanesimo, mormoni, wiccan, taoismo ecc...ed ero in altomare... (nel frattempo, in seguito ad un viaggio studio in un paese maghrebino, mi sono fidanzata con un ragazzo musulmano. La storia è durata circa 3 anni...principalmente a distanza perché lui studia lì... Lui non è praticante, ma i suoi genitori moltissimo, tuttavia sembravano rispettarmi, fino a che sono arrivati i primi segnali... Segnali che io ho ammesso a me stessa dopo un certo periodo, poiché follemente innamorata e quindi ciecata ma a quanto pare solo miope, dato che alla fine ho tagliato netto). Stando a contatto con la madre arrivai ad affezionarmici, così finii per interessarmi a quell'Islam che lei mi descriveva sempre come una fede giusta, tollerante, egualitaria e caritatevole come il cristianesimo. Tornando a casa, infine, decisi di convertirmi e l'ho fatto tra me e me, credendo ad un ritorno alle origini, all'unica religione, al puro monoteismo!!! Ho cominciato a pregare, ad essere astemia (tuttora comunque sono una bevitrice occasionale, in nome del sano salutismo) e a rinunciare automaticamente alla carne di maiale...convinta del fatto che questa religione fosse semplicemente la continuazione del cristianesimo tramite il profeta Muhammad, convinta che l'essenziale e l'autentico fossero i cinque pilastri. Tuttavia ero felice. Non ho mai confessato a nessuno la mia nuova scelta per paura di incomprensioni, asti... nemmeno alla famiglia del mio fidanzato, avendo paura che potesse essere mal interpretato come accondiscendimento per fare felice lui. Mi sembrava tutto perfetto, dentro di me sentivo davvero pace e benessere...fino a che, il mio rapporto amoroso ha cominciato a vacillare. Lui non si è mai rivelato cambiato o violento, piuttosto eccessivamente devoto ai suoi da non essere in grado di difendermi quando serviva, oltre al fatto che mi trattava come un soprammobile (ok io so che lei c'è intanto penso a me...) e per me il rispetto viene sopra ogni cosa, anche sopra l'amore! Ad esempio, un giorno sua madre venne fuori sostenendo che i suoi nipoti "dovevano" essere musulmani. Io invece sono sempre stata per la libera scelta e anche lui, a parole... Ma sua madre non l'ha mai contestata. Un giorno, sempre sua madre, mi vide che tornavo dal mare e che sotto il copricostume avevo il due pezzi, così mi ammonì dicendo che Dio non voleva. Quando lo raccontai a lui, anziché difendermi o dirmi di lasciarla parlare, fece spallucce. Un giorno, suo cugino gli disse, davanti a me ma in arabo, che io "dovevo diventare musulmana, e coprirmi ecc". Io capii subito che parlava di me e ne chiesi conto al mio fidanzato che mi rispose di non preoccuparmi perché lui mi rispettava. Purtroppo per lui quella frase l'avevo capita, e anziché invitare suo cugino a pensare agli affari suoi gli dette pure ragione! Poi notavo che il mio moroso, alternava momenti di puro "laicismo" (come ballare, coccolarmi, bere alcoolici). A quel punto ho deciso di indagare a 360° scoprendo gli altarini e devo dire grazie anche certi blog dove si fa critica all'Islam e che inizialmente consideravo xenofobi e pregiudizievoli. Un'altra cosa che ha contribuito ad aumentare le mie perplessità , è stata il cambiamento drastico e più radicale dei suoi genitori dopo che erano tornati dal Pellegrinaggio alla Mecca. Suo padre, che si è fatto crescere la barba, e ha cominciato a sostenere che coloro che non pregavano erano peccatori e che la poligamia era giusta, mentre prima di quel momento non giudicava, e sosteneva antistorico il ripristino della poligamia; sua madre accennava il desiderio di voler indossare il niqab. Tutto ciò mi spaventava!!! Poi ahimè, ho trovato lungo le mie ricerche gli hadith horror in cui si narrano le brutalità disumane di Muhammad e i suoi seguaci, dell'esistenza della sharia, ben peggiore di quella biblica, del divieto di festeggiare il compleanno, del divieto di sedersi a tavola con gente che mangiava maiale e beve alcoolici, fossero pure i tuoi familiari... Ti giuro che mi è crollato il mondo addosso!!!ero convinta che i mutawwa sauditi e i talebani afghani fossero falsi musulmani che storpiavano la religione autentica per giustificare i loro atti criminali ma... amara sorpresa, ho scoperto che ero io la musulmana a metà o fai da te, e che loro erano i veri musulmani, o perlomeno coloro che applicano alla lettera ciò che la dottrina islamica sostiene!!! Appena decidevo di avvicinarmi ad atei o induisti venivo intimata dai "fratelli" di allontanarmi dal "male" e dalla "tentazione". Ora ho trovato un mio equilibrio: sono tornata al cattolicesimo. Grazie per il tuo tempo e scusami se la consecutio temporum è andata a farsi benedire in questo racconto, ma ho scritto di getto!!!!
Bestia islamica
I genitori delle piccole si stavano separando. Francia, morte sgozzate tre bambine
trovate dopo un incendio in una casa. Il padre delle vittime, di origini marocchine, è ricercato. Sul posto un altro corpo carbonizzato
MILANO - Sono state strangolate le tre bambine, tra i cinque e i tredici anni, trovate morte dai pompieri dopo l'incendio di una casa a Haguenau, nel Basso Reno, in Alsazia. Lo ha riferito il sostituto procuratore di Strasburgo, Olivier Glady. Il padre delle vittime, di origini marocchine, è ricercato, ha precisato il magistrato, aggiungendo che sul posto è stato trovato un altro corpo carbonizzato.
SEPARAZIONE - Secondo il sindaco della città, Claude Sturni, «potrebbe trattarsi di una tragedia della separazione, ma è l'inchiesta giudiziaria che dovrà confermarlo: le bambine sono state trovate morte nella casa di famiglia che tutti credevano disabitata da diverse settimane». I genitori delle piccole si stavano infatti separando, ha aggiunto il sindaco.
trovate dopo un incendio in una casa. Il padre delle vittime, di origini marocchine, è ricercato. Sul posto un altro corpo carbonizzato
MILANO - Sono state strangolate le tre bambine, tra i cinque e i tredici anni, trovate morte dai pompieri dopo l'incendio di una casa a Haguenau, nel Basso Reno, in Alsazia. Lo ha riferito il sostituto procuratore di Strasburgo, Olivier Glady. Il padre delle vittime, di origini marocchine, è ricercato, ha precisato il magistrato, aggiungendo che sul posto è stato trovato un altro corpo carbonizzato.
SEPARAZIONE - Secondo il sindaco della città, Claude Sturni, «potrebbe trattarsi di una tragedia della separazione, ma è l'inchiesta giudiziaria che dovrà confermarlo: le bambine sono state trovate morte nella casa di famiglia che tutti credevano disabitata da diverse settimane». I genitori delle piccole si stavano infatti separando, ha aggiunto il sindaco.
Non è un gioco
Cara Italia, dall'America ti dico: la vera follia è minimizzare di Fiamma Nirenstein
È la domanda della gente in gita di Natale: cosa avvelena la mente tanto da rendere un ricco ragazzo nigeriano capace di sognare un’esplosione con centinaia di morti? Cosa c’è di sbagliato in loro? Cosa in noi? E poi: per colpa loro, quante nuove ore di coda ci aspettano negli aeroporti, quali stupidi disagi per affrontare questo nemico strano, che va ad allenarsi nello Yemen per poi ammazzarci a casa nostra? Non si potrà andare in bagno, non avremo coperte, per la loro fissazione religiosa assassina. Non è come da noi, dove un paio di turisti sbattuti in ginocchio davanti all’integralismo islamico e alla minaccia sanguinaria di Al Qaida sono per l’opinione pubblica italiana un fatto collaterale al panettone; dove ci si seguita a interrogare da un paio di mesi se Mohammed Game, l’attentatore della caserma Perrucchetti armato di esplosivo e dell’ideologia islamista corroborata in Viale Jenner vada preso alla fine sul serio oppure no. Qui è diverso. Senza il bagno di sangue dell’11 settembre 2001 tutta quanta la mente americana sarebbe diversa. Dopo il tentativo di tirare giù dal cielo di Natale sopra Detroit il 353 della Northwest è meglio non farsi ingannare dal candore della neve, nel freddo punteggiato di festoni colorati, di canti natalizi, di sorrisi generosamente distribuiti col Merry Christmas e il Happy New Year, di colorati, pervasivi regali. Obama è alle Hawaii, ma i segnali che non pensi ad altro che a Umar Farouk Abdulmutallab sono abbondanti: Obama tenne gran parte della sua campagna sulla promessa di restaurare il rispetto per i diritti individuali lasciandosi dietro le spalle l’era che Bush stesso aveva chiamato della «guerra contro il terrorismo»; insistette parecchio sulla scelta di conciliare sicurezza e libertà. Ben tre dei suoi discorsi hanno avuto per tema la sicurezza nazionale. Tutti avevano lo stesso obiettivo: mettere d’accordo il diavolo con l’acqua santa. Lo scetticismo non è mancato, la discussione ha impegnato la gente e i commentatori specialmente sul tema di Guantanamo e della scelta di processare gli attentatori dell’11 Settembre a New York con un processo civile; ma non era niente in confronto alla determinazione di farla finita con la continua minaccia del terrorismo che ora permea tutto il discorso politico americano, per la strada, sugli schermi tv, sui giornali. La grande neve di questo bianco Natale è stata macchiata da una minaccia ormai interiorizzata dal cittadino medio, il terrorismo in questi dieci anni è stato un costante compagno di strada che ha portato a guerre e a giovani morti americani, negli Usa, in Irak, in Afghanistan, nello Yemen, in Medio Oriente. La gente si aspetta adesso che Obama dia qualche segnale di aver capito che il decennio del terrorismo non è finito e che la civiltà americana merita di essere difesa meglio, di più, fino in fondo, senza sperare che il fascino della parola possa incantare i serpenti decisi ad avvelenarla. Lo storico Gil Troy descrive gli Usa di oggi, dopo questo decennio come «Il Paese che nonostante la passata cascata di guerre e catastrofi rimane il vero campo da gioco su cui si misura il mondo, la più prolifica ed eccessiva piattaforma per il commercio e il divertimento della storia dell’umanità». È anche un Paese pieno di cultura, di storia dell’idea di libertà, di senso dei diritti umani. Proprio perché il piacere di viverci è grande, il senso della minaccia qui vale una dura battaglia ed è ancora punteggiato dalle immagini di quei corpi che si lasciano cadere dalle Twin Towers. In questi giorni l’America ha di nuovo percepito, a causa del terrorista nigeriano del Petn, l’esplosivo che stava per essere azionato e che era abbastanza per distruggere l’aereo, che la ferita purulenta deve essere curata radicalmente, che forse il pudore nell’ispezionare all'aeroporto persone per altro già sulla lista è molto bello, ma mette a rischio troppe vite. Un analista di terrorismo dice: «Il profiling di chi proviene dal Medio Oriente è piuttosto preciso, ma se poi un ragazzo ha la pelle nera, allora interviene il pudore di fargli troppe domande, e inoltre in genere agli aeroporti si cerca di infastidire il meno possibile, di essere garbati fino al rischio». Il dilemma è grande, ma in questi giorni gli americani, a decine sui giornali, alla tv, nelle chiacchiere di casa, chiedono alle autorità di cercare una strada precisa, quasi matematica, per combattere quello che è identificato ormai come un nemico che va semplicemente bloccato, prevenuto, cui non si deve concedere niente perché non chiede nessun beneficio concreto, vuole semplicemente la guerra. La cronista si è resa conto che la rabbia contro il terrorismo negli Usa differisce completamente dalla nostra, incerta e pietistica. Qui il terrorismo è per tutti, a destra e a sinistra, un nemico che non può avere giustificazioni. In giro per Natale in mezzo a un bosco innevato della Virginia, in visita alla casa di Thomas Jefferson il terzo presidente degli Stati Uniti dal 1801, ingegnere e scienziato che da solo si disegnò e costruì una villa palladiana; e prima a Williamsbourg, ricostruita identica a com’era nel 1775, quando gli unionisti decisero infine di rompere con la madre patria inglese e scendere in guerra, non avrebbe potuto sentire più chiaramente la voce dell’America natalizia minacciata. La gente ride con i bambini, fa i pupazzi di neve, splendono le vetrine, la vacanza continua ma le domande girano come eliche: l’onta di essere stati di nuovo minacciati da una morte priva di senso comune invade i discorsi della gente. Perché il terrorista non è stato fermato? Dov’è l’errore della sicurezza internazionale? Che cosa si deve fare adesso? Era nella lista nera dei sospettati, il padre era andato a denunciarlo all’ambasciata americana in Nigeria, era noto come un estremista, e ancora, che cosa succede a questi giovanotti che vengono a studiare da noi, in occidente, si laureano, imparano le nostre abitudini il nostro modo di vita mentre ci chiediamo come meglio integrarli? Cosa gli facciamo per umiliarli, si chiede Christiane Amampur su Cnn, e su Fox News John Gallagher si arrabbia contro la segretaria per la sicurezza Janet Napolitano (che certifica un po' scioccamente che «il sistema funziona») chiedendole se non abbia mai pensato di sospettare di più di tutti gli Ahmad e i Muhammad che prendono un volo americano. La gente in gita sui fuoristrada infangati, mentre beve il sidro fumante servito dai serissimi cittadini di Williamsbourg in costume filologicamente perfetto, misura nell’allegria della gita natalizia fuori porta la capacità di reagire a una crisi economica che ancora segna il paese di case in vendita, di imprese chiuse visibili a occhio nudo. Di nuovo il giorno di Natale come al tempo di Richard Colvin Reid, al secolo Abdul Rahem, lo shoe bomber del dicembre 2001, le renne, Babbo Natale, i bambini che tornano a casa in aereo, la vita, tutto è appeso alla capacità di Umar Farouk di sgusciare dentro. Le orme del terrorismo tracciano larghe impronte scure sulla luminosa neve del Mall di Washington, colori di guerra sui suoi dintorni fitti di boschi che ornano le rive del Potomac. Gli americani non ci stanno, qualsiasi cosa ne dica Obama.
È la domanda della gente in gita di Natale: cosa avvelena la mente tanto da rendere un ricco ragazzo nigeriano capace di sognare un’esplosione con centinaia di morti? Cosa c’è di sbagliato in loro? Cosa in noi? E poi: per colpa loro, quante nuove ore di coda ci aspettano negli aeroporti, quali stupidi disagi per affrontare questo nemico strano, che va ad allenarsi nello Yemen per poi ammazzarci a casa nostra? Non si potrà andare in bagno, non avremo coperte, per la loro fissazione religiosa assassina. Non è come da noi, dove un paio di turisti sbattuti in ginocchio davanti all’integralismo islamico e alla minaccia sanguinaria di Al Qaida sono per l’opinione pubblica italiana un fatto collaterale al panettone; dove ci si seguita a interrogare da un paio di mesi se Mohammed Game, l’attentatore della caserma Perrucchetti armato di esplosivo e dell’ideologia islamista corroborata in Viale Jenner vada preso alla fine sul serio oppure no. Qui è diverso. Senza il bagno di sangue dell’11 settembre 2001 tutta quanta la mente americana sarebbe diversa. Dopo il tentativo di tirare giù dal cielo di Natale sopra Detroit il 353 della Northwest è meglio non farsi ingannare dal candore della neve, nel freddo punteggiato di festoni colorati, di canti natalizi, di sorrisi generosamente distribuiti col Merry Christmas e il Happy New Year, di colorati, pervasivi regali. Obama è alle Hawaii, ma i segnali che non pensi ad altro che a Umar Farouk Abdulmutallab sono abbondanti: Obama tenne gran parte della sua campagna sulla promessa di restaurare il rispetto per i diritti individuali lasciandosi dietro le spalle l’era che Bush stesso aveva chiamato della «guerra contro il terrorismo»; insistette parecchio sulla scelta di conciliare sicurezza e libertà. Ben tre dei suoi discorsi hanno avuto per tema la sicurezza nazionale. Tutti avevano lo stesso obiettivo: mettere d’accordo il diavolo con l’acqua santa. Lo scetticismo non è mancato, la discussione ha impegnato la gente e i commentatori specialmente sul tema di Guantanamo e della scelta di processare gli attentatori dell’11 Settembre a New York con un processo civile; ma non era niente in confronto alla determinazione di farla finita con la continua minaccia del terrorismo che ora permea tutto il discorso politico americano, per la strada, sugli schermi tv, sui giornali. La grande neve di questo bianco Natale è stata macchiata da una minaccia ormai interiorizzata dal cittadino medio, il terrorismo in questi dieci anni è stato un costante compagno di strada che ha portato a guerre e a giovani morti americani, negli Usa, in Irak, in Afghanistan, nello Yemen, in Medio Oriente. La gente si aspetta adesso che Obama dia qualche segnale di aver capito che il decennio del terrorismo non è finito e che la civiltà americana merita di essere difesa meglio, di più, fino in fondo, senza sperare che il fascino della parola possa incantare i serpenti decisi ad avvelenarla. Lo storico Gil Troy descrive gli Usa di oggi, dopo questo decennio come «Il Paese che nonostante la passata cascata di guerre e catastrofi rimane il vero campo da gioco su cui si misura il mondo, la più prolifica ed eccessiva piattaforma per il commercio e il divertimento della storia dell’umanità». È anche un Paese pieno di cultura, di storia dell’idea di libertà, di senso dei diritti umani. Proprio perché il piacere di viverci è grande, il senso della minaccia qui vale una dura battaglia ed è ancora punteggiato dalle immagini di quei corpi che si lasciano cadere dalle Twin Towers. In questi giorni l’America ha di nuovo percepito, a causa del terrorista nigeriano del Petn, l’esplosivo che stava per essere azionato e che era abbastanza per distruggere l’aereo, che la ferita purulenta deve essere curata radicalmente, che forse il pudore nell’ispezionare all'aeroporto persone per altro già sulla lista è molto bello, ma mette a rischio troppe vite. Un analista di terrorismo dice: «Il profiling di chi proviene dal Medio Oriente è piuttosto preciso, ma se poi un ragazzo ha la pelle nera, allora interviene il pudore di fargli troppe domande, e inoltre in genere agli aeroporti si cerca di infastidire il meno possibile, di essere garbati fino al rischio». Il dilemma è grande, ma in questi giorni gli americani, a decine sui giornali, alla tv, nelle chiacchiere di casa, chiedono alle autorità di cercare una strada precisa, quasi matematica, per combattere quello che è identificato ormai come un nemico che va semplicemente bloccato, prevenuto, cui non si deve concedere niente perché non chiede nessun beneficio concreto, vuole semplicemente la guerra. La cronista si è resa conto che la rabbia contro il terrorismo negli Usa differisce completamente dalla nostra, incerta e pietistica. Qui il terrorismo è per tutti, a destra e a sinistra, un nemico che non può avere giustificazioni. In giro per Natale in mezzo a un bosco innevato della Virginia, in visita alla casa di Thomas Jefferson il terzo presidente degli Stati Uniti dal 1801, ingegnere e scienziato che da solo si disegnò e costruì una villa palladiana; e prima a Williamsbourg, ricostruita identica a com’era nel 1775, quando gli unionisti decisero infine di rompere con la madre patria inglese e scendere in guerra, non avrebbe potuto sentire più chiaramente la voce dell’America natalizia minacciata. La gente ride con i bambini, fa i pupazzi di neve, splendono le vetrine, la vacanza continua ma le domande girano come eliche: l’onta di essere stati di nuovo minacciati da una morte priva di senso comune invade i discorsi della gente. Perché il terrorista non è stato fermato? Dov’è l’errore della sicurezza internazionale? Che cosa si deve fare adesso? Era nella lista nera dei sospettati, il padre era andato a denunciarlo all’ambasciata americana in Nigeria, era noto come un estremista, e ancora, che cosa succede a questi giovanotti che vengono a studiare da noi, in occidente, si laureano, imparano le nostre abitudini il nostro modo di vita mentre ci chiediamo come meglio integrarli? Cosa gli facciamo per umiliarli, si chiede Christiane Amampur su Cnn, e su Fox News John Gallagher si arrabbia contro la segretaria per la sicurezza Janet Napolitano (che certifica un po' scioccamente che «il sistema funziona») chiedendole se non abbia mai pensato di sospettare di più di tutti gli Ahmad e i Muhammad che prendono un volo americano. La gente in gita sui fuoristrada infangati, mentre beve il sidro fumante servito dai serissimi cittadini di Williamsbourg in costume filologicamente perfetto, misura nell’allegria della gita natalizia fuori porta la capacità di reagire a una crisi economica che ancora segna il paese di case in vendita, di imprese chiuse visibili a occhio nudo. Di nuovo il giorno di Natale come al tempo di Richard Colvin Reid, al secolo Abdul Rahem, lo shoe bomber del dicembre 2001, le renne, Babbo Natale, i bambini che tornano a casa in aereo, la vita, tutto è appeso alla capacità di Umar Farouk di sgusciare dentro. Le orme del terrorismo tracciano larghe impronte scure sulla luminosa neve del Mall di Washington, colori di guerra sui suoi dintorni fitti di boschi che ornano le rive del Potomac. Gli americani non ci stanno, qualsiasi cosa ne dica Obama.
Islam di pace
In danimarca. Tenta di uccidere il disegnatore delle vignette su Maometto: somalo arrestato. Cerca di introdursi in casa di Kurt Westergaard con un'ascia. La polizia lo cattura: «Collegato ad Al Qaeda»
COPENAGHEN - La polizia danese ha ferito e arrestato un uomo armato che si era introdotto nella casa dell'autore delle vignette su Maometto, nella tarda serata di ieri, presso la cittá di Arhus. L'aggressore, un 28enne di origine somala, aveva con sé un ascia e un coltello e gridava: «vendetta», «sangue». Il vignettista, Kurt Westergaard, 74 anni, è riuscito a salvarsi chiudendosi e barricandosi in una stanza e riuscendo a chiamare polizia. Gli agenti intervenuti hanno poi fatto fuoco, ferendo il somalo ad una mano e un ginocchio.
MINACCIA SERIA - L'episodio è direttamente legato alla feroce polemica sulle vignette satiriche che toccavano anche Maomentto. Secondo i servizi danesi di sicurezza, l'aggressore è collegato ai miliziani islamisti somali Al Shabab e al ramo di al Qaeda in Africa orientale. «Consideriamo la vicenda molto seriamente», ha commentato il responsabile, Jakob Scharf. Diverse unitá di sicurezza sono intervenute nella casa di Westergaard e il vignettista è stato subito trasferito in un altro luogo. La vignetta di Westergaard -Maometto con le bombe nascoste nel turbante- è uno dei 12 disegni satirici che furono pubblicati nel 2005 dal quotidiano danese Jyllands-Posten, provocando un'ondata di violente proteste nei paesi musulmani nel 2006. Da allora Westergaard ha ricevuto diverse minacce di morte ed è sotto la protezione della polizia. In ottobre le autoritá americane hanno arrestato due presunti terroristi negli Stati Uniti accusati fra l'altro di un complotto per un attentato contro il Jyllands-Posten. Ma già nel febbraio del 2008 altri quattro arresti riuscirono a sventare un piano per uccidere il vignettista.
COPENAGHEN - La polizia danese ha ferito e arrestato un uomo armato che si era introdotto nella casa dell'autore delle vignette su Maometto, nella tarda serata di ieri, presso la cittá di Arhus. L'aggressore, un 28enne di origine somala, aveva con sé un ascia e un coltello e gridava: «vendetta», «sangue». Il vignettista, Kurt Westergaard, 74 anni, è riuscito a salvarsi chiudendosi e barricandosi in una stanza e riuscendo a chiamare polizia. Gli agenti intervenuti hanno poi fatto fuoco, ferendo il somalo ad una mano e un ginocchio.
MINACCIA SERIA - L'episodio è direttamente legato alla feroce polemica sulle vignette satiriche che toccavano anche Maomentto. Secondo i servizi danesi di sicurezza, l'aggressore è collegato ai miliziani islamisti somali Al Shabab e al ramo di al Qaeda in Africa orientale. «Consideriamo la vicenda molto seriamente», ha commentato il responsabile, Jakob Scharf. Diverse unitá di sicurezza sono intervenute nella casa di Westergaard e il vignettista è stato subito trasferito in un altro luogo. La vignetta di Westergaard -Maometto con le bombe nascoste nel turbante- è uno dei 12 disegni satirici che furono pubblicati nel 2005 dal quotidiano danese Jyllands-Posten, provocando un'ondata di violente proteste nei paesi musulmani nel 2006. Da allora Westergaard ha ricevuto diverse minacce di morte ed è sotto la protezione della polizia. In ottobre le autoritá americane hanno arrestato due presunti terroristi negli Stati Uniti accusati fra l'altro di un complotto per un attentato contro il Jyllands-Posten. Ma già nel febbraio del 2008 altri quattro arresti riuscirono a sventare un piano per uccidere il vignettista.
Iscriviti a:
Commenti (Atom)

