venerdì 27 dicembre 2013

Salva-Letta

Il Salva Roma è un salva Letta Ecco perché è slittato il decreto. Inserire nel "mille proroghe" il provvedimento per la Capitale consente di congelare i rischi di una finestra elettorale prima del voto europeo. E così le riforme slittano... di Fabrizio Ravoni

Roma - Non avviene tutti i giorni che un governo ritiri un proprio decreto, votato da un ramo del Parlamento il giorno prima del ritiro e per di più con il voto di fiducia. È successo per il provvedimento cosiddetto «Salva Roma», che oggi verrà recuperato in buona parte nel tradizionale decreto «mille proroghe». E l'assemblaggio del testo che andrà all'esame del consiglio dei ministri è a cura della presidenza del Consiglio, e non del ministero dell'Economia. Particolare, quest'ultimo, non secondario. Il nuovo provvedimento dovrà essere convertito entro il 27 febbraio prossimo: ad appena un mese dal tempo ultimo per sciogliere le Camere per abbinare le elezioni politiche a quelle europee, previste per il fine maggio. Ne consegue che il risultato finale sarà il sostanziale prolungamento di quasi due mesi della «sessione di Bilancio»; periodo dell'anno che dovrebbe finire con il 31 dicembre. Ma che quest'anno - proprio per il varo di un decreto «mille proroghe» particolarmente pesante - si allungherà fino alla conversione in legge del nuovo provvedimento. Questa sovrapposizione temporale di appuntamenti legislativi di politica economica rischia di far passare in secondo piano la scaletta che Matteo Renzi vuole imporre al governo. In altre parole, se il Parlamento sarà impegnato con il decreto «mille proroghe» (gonfiato dal «Salva Roma») non potrà approfondire temi come la riforma della legge elettorale o del mercato del lavoro, cari al segretario del Pd. La sensazione che si raccoglie dalle parti del sindaco di Firenze è che Palazzo Chigi stia tentando di stendere una tela di ragno per avviluppare gli slanci riformatori degli uomini di Renzi. E il tempismo della scelta del governo di ritirare un decreto sul quale aveva preso la fiducia e farlo confluire in un altro che allungherà la «sessione di Bilancio» sembrano tessere dello stesso mosaico: quello di chiudere ogni possibile finestra elettorale, prima del voto europeo; a cui farà seguito il semestre di presidenza europea. Vista la situazione, è assai probabile che escano sempre più allo scoperto le richieste renziane di un rimpasto di governo, quale contromossa per evitare di finire nella tela di ragno. E, secondo alcuni, la scelta di portare a Palazzo Chigi il testo del «mille proroghe» è proprio un tentativo di Enrico Letta di mettere Fabrizio Saccomanni al riparo degli strali che gli uomini del sindaco di Firenze sono pronti a lanciare contro il ministero dell'Economia. Ma lo stesso Letta è ogni giorno più consapevole sull'opportunità di mettere mano alla squadra di governo. Durante la conferenza stampa di fine anno l'ha difesa. E non poteva essere altrimenti. Ma non potrà continuare a farlo a lungo. Soprattutto dopo che il pasticciaccio del decreto ritirato verrà interpretato dal gruppo dirigente del Pd come un tentativo di frenare lo sprint di Renzi.

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