mercoledì 31 dicembre 2014
L'ultima notizia dell'anno
Centinaia di immigrati diretti in Croazia: la nave dirottata verso l'Italia. Non è la prima volta che succede: qualche vgiorno fa centinaia di clandestini arrivati in Grecia si sono rifiutati di sbarcare e si sono fatti portare in Italia di Sergio Rame
Alla fine i clandestini vengono spediti tutti in Italia. La Terra dei sogni dove le leggi scritte non sono rispettate e le carceri hanno porte girevoli e i giudici sono sempre porti a perdonare con un buffetto. L'Eldorado d'Europa dove, nonostante la crisi economica i soldi per mantenere gli extracomunitari saltano sempre fuori. Così accade che una nave, la Blue Sky M battente barriera moldava, stracarica di immigrati siriani e diretta in Croazia, all'altezza di Corfù lanci un imprecisato allerme e, all'improvviso, cambi rotta e decida di puntare a tutta birra verso l'Italia. Non è la prima volta che succede. Siamo stati costretti ad assistere alla stessa scena una decina di giorni fa: gli stranieri arrivati a Pilos, al largo delle coste sud-occidentali del Peloponneso, si sono rifiutati di attraccare e si sono fatti portare in Sicilia.
La Blue Sky M è partita dalla Turchia. A bordo ci sono centinaia di siriani che, secondo gli accordi presi con gli scafisti, avrebbero dovuto sbarcare in Croazia. Peccato che, durante la navigazione, la nave cargo abbia deciso di cambiare rotta e dirigersi verso la costa meridionale della Puglia. Non si sa se la decisione sia stata presa dagli stessi scafisti prima di abbandonare la Blue Sky M utilizzando altre imbarcazioni o dagli stessi clandestini siriani una volta lasciati alla deriva nel Mar Adriatico. A raccogliere la richiesta di soccorso, inviata mentre la Blue Sky M salpava dalla costa al largo dell'isola di Corfù, è stata ancora una volta la Guardia costiera italiana che si è affrettata ad avvertire le autorità greche che ha inviato un paio di elicotteri per scortare la nave fino in Italia. La ricostruzione dei fatti, però, è piuttosto frammentaria e discordante. Inizialmente la richiesta di soccorso è stata legata alla presenza di uomini armati a bordo. A distanza di poco tempo si è parlato di un'avaria al motore. Allarme che è presto rientrato lasciando un'unica certezza: il cargo stracarico diretto in Croazia è stato dirottato (non si sa perché) in Italia.
Non è certo la prima volta che i barconi che solcano il Mar Mediterraneo vengono dirittato verso il Belpaese. Se fino a qualche tempo fa era Malta a rifiutarsi di intervenire "obbligando" la Marina militare italiana a soccorrere i disperati in balia delle onde, adesso sono gli stessi clandestini a preferire le coste italiche schifando gli altri Paesi dell'Eurozona. Lo scorso 19 dicembre, per esempio, un barcone con circa duecento immigrati è stato raggiunto a 117 miglia da Pilos, al largo delle coste sud-occidentali del Peloponneso. I clandestini si sono rifiutati di puntare la prua verso le spiagge greche e hanno insistito invece per essere portati in Italia. E così è stato.
Alla fine i clandestini vengono spediti tutti in Italia. La Terra dei sogni dove le leggi scritte non sono rispettate e le carceri hanno porte girevoli e i giudici sono sempre porti a perdonare con un buffetto. L'Eldorado d'Europa dove, nonostante la crisi economica i soldi per mantenere gli extracomunitari saltano sempre fuori. Così accade che una nave, la Blue Sky M battente barriera moldava, stracarica di immigrati siriani e diretta in Croazia, all'altezza di Corfù lanci un imprecisato allerme e, all'improvviso, cambi rotta e decida di puntare a tutta birra verso l'Italia. Non è la prima volta che succede. Siamo stati costretti ad assistere alla stessa scena una decina di giorni fa: gli stranieri arrivati a Pilos, al largo delle coste sud-occidentali del Peloponneso, si sono rifiutati di attraccare e si sono fatti portare in Sicilia.
La Blue Sky M è partita dalla Turchia. A bordo ci sono centinaia di siriani che, secondo gli accordi presi con gli scafisti, avrebbero dovuto sbarcare in Croazia. Peccato che, durante la navigazione, la nave cargo abbia deciso di cambiare rotta e dirigersi verso la costa meridionale della Puglia. Non si sa se la decisione sia stata presa dagli stessi scafisti prima di abbandonare la Blue Sky M utilizzando altre imbarcazioni o dagli stessi clandestini siriani una volta lasciati alla deriva nel Mar Adriatico. A raccogliere la richiesta di soccorso, inviata mentre la Blue Sky M salpava dalla costa al largo dell'isola di Corfù, è stata ancora una volta la Guardia costiera italiana che si è affrettata ad avvertire le autorità greche che ha inviato un paio di elicotteri per scortare la nave fino in Italia. La ricostruzione dei fatti, però, è piuttosto frammentaria e discordante. Inizialmente la richiesta di soccorso è stata legata alla presenza di uomini armati a bordo. A distanza di poco tempo si è parlato di un'avaria al motore. Allarme che è presto rientrato lasciando un'unica certezza: il cargo stracarico diretto in Croazia è stato dirottato (non si sa perché) in Italia.
Non è certo la prima volta che i barconi che solcano il Mar Mediterraneo vengono dirittato verso il Belpaese. Se fino a qualche tempo fa era Malta a rifiutarsi di intervenire "obbligando" la Marina militare italiana a soccorrere i disperati in balia delle onde, adesso sono gli stessi clandestini a preferire le coste italiche schifando gli altri Paesi dell'Eurozona. Lo scorso 19 dicembre, per esempio, un barcone con circa duecento immigrati è stato raggiunto a 117 miglia da Pilos, al largo delle coste sud-occidentali del Peloponneso. I clandestini si sono rifiutati di puntare la prua verso le spiagge greche e hanno insistito invece per essere portati in Italia. E così è stato.
mercoledì 24 dicembre 2014
sabato 20 dicembre 2014
Buffoni
Tagli e tasse sotto dettatura. Lo stop e il ritardo al maxiemendamento ha ragioni più serie di quelle spiegate dal viceministro Morando. Come un intervento a gamba tesa della Commissione Ue di Adalberto Signore
Ventidue ore di ritardo, con l'imbarazzato viceministro Morando a spiegare al Senato che «non è ancora pronta la relazione tecnica» alla legge di Stabilità. Una scusa, visto che la Ragioneria è in grado di rimettere mano alle coperture in un attimo anche quando le correzioni in corsa valgono centinaia di milioni. Lo stop, insomma, ha ragioni più serie. Come, sospettano in molti anche nelle file del Pd, un intervento a gamba tesa della Commissione Ue. È questo, almeno, il rumore di sottofondo di un venerdì che il Senato ha passato sull'ottovolante. Dagli esponenti del governo ai senatori di maggioranza e opposizione, fino ai tecnici di Palazzo Chigi e Palazzo Madama, tutti sono rimasti appesi al testo del maxiemendamento che è ricomparso solo alle sette e passa di sera con annessa e scontata richiesta di voto di fiducia del ministro Boschi. In mezzo il rimaneggiamento a piene mani del provvedimento, gestito in prima persona da Renzi e dal suo braccio destro Lotti. E, con ogni probabilità, suggerito da Bruxelles, dove già giovedì era stato fatto notare al premier che l'ultima versione della legge di Stabilità - quella approvata dalla Camera - non convinceva in molti passaggi. Tutti rilievi recapitati a Palazzo Chigi in via informale, visto che - almeno per il momento - l'Italia non è ancora sottoposta a quel «monitoraggio stretto» che invece ci imporrebbe di concordare ogni passo con i tecnici della Commissione Ue.
I contatti con gli uffici dei tecnici di Bruxelles, insomma, sono stati ripetuti, al punto che le obiezioni sollevate sarebbero state anche piuttosto mirate. Ed è per questo - al netto dello scontro interno al Pd e di una gestione un po' approssimativa della pratica da parte del ministro Boschi - che il governo è rimasto impantanato tutto il giorno dietro la manovra. Una delle più sofferte degli ultimi anni, anche più di quelle che qualche tempo fa vedevano protagonista Tremonti e le sue memorabili litigate con tutti gli altri ministri. E che la situazione sia eccezionale, per certi versi quasi surreale, lo si ha chiaro da subito. Non è un caso che l'azzurro Romani replichi a Morando definendo quella della relazione tecnica una «scusa risibile», mentre è il capogruppo del Gal Ferrara a sottolineare come a Bruxelles abbiano «fatto tante osservazioni» al premier sulla legge di Stabilità. Insomma, anche se gli esami di riparazione del nostro debito pubblico - insieme a quello di Francia e Belgio - sono in programma a marzo, la sensazione è che già oggi l'Italia sia per molti versi un Paese sotto tutela. Una condizione che difficilmente cambierà, soprattutto ora che il semestre di presidenza italiana si è appena concluso con un gigantesco buco nell'acqua sul fronte - fondamentale - della flessibilità.
Ventidue ore di ritardo, con l'imbarazzato viceministro Morando a spiegare al Senato che «non è ancora pronta la relazione tecnica» alla legge di Stabilità. Una scusa, visto che la Ragioneria è in grado di rimettere mano alle coperture in un attimo anche quando le correzioni in corsa valgono centinaia di milioni. Lo stop, insomma, ha ragioni più serie. Come, sospettano in molti anche nelle file del Pd, un intervento a gamba tesa della Commissione Ue. È questo, almeno, il rumore di sottofondo di un venerdì che il Senato ha passato sull'ottovolante. Dagli esponenti del governo ai senatori di maggioranza e opposizione, fino ai tecnici di Palazzo Chigi e Palazzo Madama, tutti sono rimasti appesi al testo del maxiemendamento che è ricomparso solo alle sette e passa di sera con annessa e scontata richiesta di voto di fiducia del ministro Boschi. In mezzo il rimaneggiamento a piene mani del provvedimento, gestito in prima persona da Renzi e dal suo braccio destro Lotti. E, con ogni probabilità, suggerito da Bruxelles, dove già giovedì era stato fatto notare al premier che l'ultima versione della legge di Stabilità - quella approvata dalla Camera - non convinceva in molti passaggi. Tutti rilievi recapitati a Palazzo Chigi in via informale, visto che - almeno per il momento - l'Italia non è ancora sottoposta a quel «monitoraggio stretto» che invece ci imporrebbe di concordare ogni passo con i tecnici della Commissione Ue.
I contatti con gli uffici dei tecnici di Bruxelles, insomma, sono stati ripetuti, al punto che le obiezioni sollevate sarebbero state anche piuttosto mirate. Ed è per questo - al netto dello scontro interno al Pd e di una gestione un po' approssimativa della pratica da parte del ministro Boschi - che il governo è rimasto impantanato tutto il giorno dietro la manovra. Una delle più sofferte degli ultimi anni, anche più di quelle che qualche tempo fa vedevano protagonista Tremonti e le sue memorabili litigate con tutti gli altri ministri. E che la situazione sia eccezionale, per certi versi quasi surreale, lo si ha chiaro da subito. Non è un caso che l'azzurro Romani replichi a Morando definendo quella della relazione tecnica una «scusa risibile», mentre è il capogruppo del Gal Ferrara a sottolineare come a Bruxelles abbiano «fatto tante osservazioni» al premier sulla legge di Stabilità. Insomma, anche se gli esami di riparazione del nostro debito pubblico - insieme a quello di Francia e Belgio - sono in programma a marzo, la sensazione è che già oggi l'Italia sia per molti versi un Paese sotto tutela. Una condizione che difficilmente cambierà, soprattutto ora che il semestre di presidenza italiana si è appena concluso con un gigantesco buco nell'acqua sul fronte - fondamentale - della flessibilità.
Se c'erano... dormivano
Poletti: "L'appalto a Buzzi? Nessun affidamento diretto". Il Ministero del Lavoro: "La società è stata autorizzata dal tribinale di Roma" di Chiara Sarra
Un appalto da tre milioni di euro affidato alla cooperativa 29 giugno, guidata da Salvatore Buzzi, per lavori di pulizia all'interno del Ministero del Lavoro inguaia ancora Giuliano Poletti. Che ora replica: le gare di affidamento "esulano dall'attività di indirizzo politico in capo al ministro". Insomma, l'appalto c'è stato, ma anche stavolta Poletti non ne sapeva nulla. Anzi, le indiscrezioni di stampa "in modo falso e strumentale, parlano di affidamento diretto alla cooperativa". La "29 giugno" sarebbe invece stata autorizzata dal Tribunale di Roma a proseguire i lavori di pulizia nelle sedi del ministero del Lavoro. In realtà l'appalto era stato un consorzio che aveva affidato i lavori alla cooperativa Antares. Quando si scopre che quest'ultima non è in regola con i contributi dei lavoratori, l'appalto passa nelle mani della "29 giugno". Allora Poletti era già ministro, ma lo scandalo Mafia Capitale non era ancora scoppiato. A dicembre il consorzio di gestione che aveva vinto inizialmente la gara aveva proposto di revocare la coop di Buzzi, ma il tribunale di Roma ha autorizzato la "29 Giugno" a continuare i lavori attraverso gli amministratori giudiziari.
Intanto le polemiche divampano e il Movimento 5 Stelle non perde occasione per prendersela con il governo. "#PolettiDimettiti subito!", scrive il deputato grillino Massimo Baroni sul blog di Beppe Grillo, "Non sono solo foto, quelle in cui il braccio imprenditoriale della mafia capitale, Salvatore Buzzi, viene ritratto insieme al ministro del Lavoro, Giuliano Poletti. C’è un appalto. Poletti andava a cena con Buzzi e tutto il cucuzzaro, presenziava alla presentazione del faraonico bilancio della sua cooperativa. Poletti era presidente della Legacoop, ma non si è accorto di nulla. Ora è il ministro del Lavoro e non si è accorto dell’appalto dato con l’avallo del suo ministero alla cooperativa di Buzzi. Poletti, forse, non si è accorto neanche di essere un ministro. Poletti deve dimettersi, per restituire un minimo di dignità all’istituzione che rappresenta".
Un appalto da tre milioni di euro affidato alla cooperativa 29 giugno, guidata da Salvatore Buzzi, per lavori di pulizia all'interno del Ministero del Lavoro inguaia ancora Giuliano Poletti. Che ora replica: le gare di affidamento "esulano dall'attività di indirizzo politico in capo al ministro". Insomma, l'appalto c'è stato, ma anche stavolta Poletti non ne sapeva nulla. Anzi, le indiscrezioni di stampa "in modo falso e strumentale, parlano di affidamento diretto alla cooperativa". La "29 giugno" sarebbe invece stata autorizzata dal Tribunale di Roma a proseguire i lavori di pulizia nelle sedi del ministero del Lavoro. In realtà l'appalto era stato un consorzio che aveva affidato i lavori alla cooperativa Antares. Quando si scopre che quest'ultima non è in regola con i contributi dei lavoratori, l'appalto passa nelle mani della "29 giugno". Allora Poletti era già ministro, ma lo scandalo Mafia Capitale non era ancora scoppiato. A dicembre il consorzio di gestione che aveva vinto inizialmente la gara aveva proposto di revocare la coop di Buzzi, ma il tribunale di Roma ha autorizzato la "29 Giugno" a continuare i lavori attraverso gli amministratori giudiziari.
Intanto le polemiche divampano e il Movimento 5 Stelle non perde occasione per prendersela con il governo. "#PolettiDimettiti subito!", scrive il deputato grillino Massimo Baroni sul blog di Beppe Grillo, "Non sono solo foto, quelle in cui il braccio imprenditoriale della mafia capitale, Salvatore Buzzi, viene ritratto insieme al ministro del Lavoro, Giuliano Poletti. C’è un appalto. Poletti andava a cena con Buzzi e tutto il cucuzzaro, presenziava alla presentazione del faraonico bilancio della sua cooperativa. Poletti era presidente della Legacoop, ma non si è accorto di nulla. Ora è il ministro del Lavoro e non si è accorto dell’appalto dato con l’avallo del suo ministero alla cooperativa di Buzzi. Poletti, forse, non si è accorto neanche di essere un ministro. Poletti deve dimettersi, per restituire un minimo di dignità all’istituzione che rappresenta".
venerdì 19 dicembre 2014
Chiedete e sarete accontentati...
Immigrati arrivano in Grecia ma rifiutano di sbarcare: vogliono essere portati in Italia. Duecento clandestini recuperati dalla Marina greca al largo del Peloponneso: loro rifiutano di sbarcare in Grecia e ottengono di essere rimorchiati fino in Sicilia di Ivan Francese
L'emergenza immigrazione non si ferma, nemmeno alle porte di Natale. E anche gli immigrati che finiscono in Grecia si rifiutano di sbarcare e vogliono essere portati in Italia. Venendo puntualmente accontentati. Nelle prime ore di questa mattina, infatti, un barcone con circa duecento immigrati è stato localizzato a 117 miglia al largo di Pilos, al largo delle coste sud-occidentali del Peloponneso, in Grecia. L'avvistamento è opera del Centro di Ricerca e Soccorso del ministero della Marina mercantile greca (Esked), su indicazioni della Guardia Costiera italiana. La carretta del mare, secondo quanto riferiscono i media greci, è già stata raggiunta da cinque altri natanti pronti a portare soccorso. Gli immigrati, tuttavia, si sono rifiutati di puntare la prua verso le spiagge greche e hanno insistito invece per venire portati in Italia. Alla fine l'hanno spuntata, e il barcone sta venendo rimorchiato verso un porto - ancora non si sa quale - della Sicilia. Lì gli immigrati potranno finalmente sbarcare e mettere piede sul suolo europeo.
L'emergenza immigrazione non si ferma, nemmeno alle porte di Natale. E anche gli immigrati che finiscono in Grecia si rifiutano di sbarcare e vogliono essere portati in Italia. Venendo puntualmente accontentati. Nelle prime ore di questa mattina, infatti, un barcone con circa duecento immigrati è stato localizzato a 117 miglia al largo di Pilos, al largo delle coste sud-occidentali del Peloponneso, in Grecia. L'avvistamento è opera del Centro di Ricerca e Soccorso del ministero della Marina mercantile greca (Esked), su indicazioni della Guardia Costiera italiana. La carretta del mare, secondo quanto riferiscono i media greci, è già stata raggiunta da cinque altri natanti pronti a portare soccorso. Gli immigrati, tuttavia, si sono rifiutati di puntare la prua verso le spiagge greche e hanno insistito invece per venire portati in Italia. Alla fine l'hanno spuntata, e il barcone sta venendo rimorchiato verso un porto - ancora non si sa quale - della Sicilia. Lì gli immigrati potranno finalmente sbarcare e mettere piede sul suolo europeo.
giovedì 11 dicembre 2014
Il problema è l'antipolitica...
Giorgio Napolitano: “Critica alla politica è degenerata in patologia eversiva”. Il Capo dello Stato parla del decadimento del sistema politico e chiede di colpire infiltrazioni e corruzione. Ma se la prende con giornali e opinion makers. E dice: "Mai come nello scorso biennio metodi di intimidazione fisica in Parlamento". Errore storico: non ricorda i tumulti del 1953, a pochi mesi dalla sua elezione alla Camera di F. Q.
“La critica della politica e dei partiti, preziosa e feconda nel suo rigore, purché non priva di obiettività, senso della misura e capacità di distinguere è degenerata in anti-politica, cioè in patologia eversiva”. Parola di Giorgio Napolitano. Contro le infiltrazioni criminali nella politica e il degrado di quest’ultima. Ma anche contro chi critica la politica, anche se malata: quindi organi di stampa, opinion makers e alcuni esponenti politici ‘non allineati’ come Beppe Grillo e Matteo Salvini. E non risparmia, leggendo fra le righe, un cenno apparentemente destinato all’operato di Matteo Renzi quando, al termine del suo intervento, invita e tenersi ben lontani dai “senza speranze” (chiaro il riferimento a M5s) e ai “banditori di smisurate speranze”. Il presidente della Repubblica ha utilizzato il palco di una manifestazione all’Accademia dei Lincei per dire la sua, seppur indirettamente e non facendone mai il nome, sull’operazione della Procura di Roma che smantellato la cosiddetta mafia capitale e le sue innumerevoli entrature nelle istituzioni. Non solo. Napolitano ha attaccato anche chi spara a zero sui partiti sull’onda dello sdegno. Per Napolitano, “non deve mai apparire dubbia la volontà di prevenire e colpire infiltrazioni criminali e pratiche corruttive nella vita politica e amministrativa”. Ciò non toglie, ha aggiunto il Capo dello Stato , che “è ormai urgente la necessità di reagire” ad una certa anti-politica, “denunciandone le faziosità, i luoghi comuni, le distorsioni impegnandoci su scala ben più ampia non solo nelle riforme necessarie” ma anche “a riavvicinare i giovani alla politica”.
“Anti-politica è la più grave delle patologie” - Napolitano, ovviamente, non ha potuto non registrare che è in atto una crisi “che ha segnato un grave decadimento della politica, contribuendo in modo decisivo a un più generale degrado dei comportamenti sociali, a una più diffusa perdita dei valori che nell’Italia repubblicana erano stati condivisi e operanti per decenni”. Da qui il proliferare dell’antipolitica, che per il presidente della Repubblica è “la più grave delle patologie” con cui un Paese civile deve fare i conti. Più della corruzione, più delle organizzazioni malavitose nelle istituzioni. Non solo. Per Napolitano, negli ultimi tempi, sono dilagate nei confronti della politica e delle istituzioni “analisi unilaterali, tendenziose, chiuse ad ogni riconoscimento di correzioni e di scelte apprezzabili, per quanto parziali o non pienamente soddisfacenti”. Una azione, ha sottolineato il capo dello Stato, cui non si sono sottratti “infiniti canali di comunicazione, a cominciare da giornali tradizionalmente paludati, opinion makers lanciati senza scrupoli a cavalcare l’onda, per impetuosa e fangosa che si stesse facendo, e anche, per demagogia e opportunismo, soggetti politici pur provenienti della tradizioni del primo cinquantennio della vita repubblicana“.
“Anti-politica mischiata ad anti-europeismo” - Da qui l’appello per “una larga mobilitazione collettiva volta a demistificare e mettere in crisi le posizioni distruttive ed eversive dell’anti-politica” e “insieme sollecitare un’azione sistematica di riforma delle istituzioni e delle regole che definiscono il profilo della politica”. A chi è rivolto l’invito del presidente? “A tutte le componenti dello schieramento politico“. A sentire il capo dello Stato, inoltre, ultimamente stanno emergendo “svalutazioni sommarie e posizioni liquidatorie” rispetto all’Unione Europea: “Gli ingredienti dell’anti-politica si sono confusi con gli ingredienti dell’anti-europeismo” è l’allarme lanciato da Napolitano, secondo cui a creare questa situazione “hanno contribuito miopie e ritardi delle istituzioni comunitarie insieme a calcoli opportunistici degli Stati membri“.
“In Italia gruppi politici o movimenti poco propensi a comportamenti pienamente pacifici” - Il presidente della Repubblica, poi, ha sottolineata l’esistenza di “un rischio di focolai di violenza destabilizzante, eversiva, che non possiamo sottovalutare” e che non si possono ricondurre soltanto alla crisi e al malessere sociale. Anzi. A sentire il capo dello Stato oggi ci sono “magari al di fuori di ogni etichettatura di sinistra o di destra, gruppi politici o movimenti poco propensi a comportamenti pienamente pacifici, nel perseguire confuse ipotesi di lotta per una ‘società altra’ o per una ‘alternativa di sistema’. Virus di questo genere – ha detto Napolitano – circolano ancora in certi spezzoni di sinistra estremista o pseudo rivoluzionaria, e concorrono ad alimentare la degenerazione del ricorso alla violenza, mascherato da qualsiasi fuorviante motivazione“. Un rischio, insomma, di focolai di violenza “destabilizzante, eversiva, che non possiamo sottovalutare, evitando allo stesso tempo l’errore di assimilare a quel rischio tutte le pulsioni di malessere sociale, di senso dell’ingiustizia, di rivolta morale, di ansia di cambiamento con cui le forze politiche e di governo in Italia devono fare i conti“.
“Mai come nello scorso biennio metodi di intimidazione fisica in Parlamento” - L’analisi e la critica del Capo dello Stato poi si è spostata sui giovani rappresentanti delle istituzioni, che devono impegnarsi “a servizio del Parlamento e del Paese, impedendo l’avvitarsi di cieche spirali di contrapposizione faziosa e talora persino violenta”. Loro, per Napolitano, devono invece alimentare “ragionevoli speranze per il futuro dell’Italia”. Anche perché “mai era accaduto”, come nel biennio scorso, l’avvio “in Parlamento di metodi e atti concreti di intimidazione fisica, di minaccia, di rifiuto di ogni regola e autorità, di tentativi sistematici e continui di stravolgimento e impedimento dell’attività legislativa delle Camere”.
L’errore storico di Napolitano: dimentica i tumulti al Senato per l’approvazione della legge Truffa - Su quest’ultima presa di posizione, però, Giorgio Napolitano ha commesso un errore storico. Di episodi di intolleranza parlamentare (e massmediatica) sono pieni gli archivi di Stato e dei giornali. Uno in particolare, poi, ha caratteristiche cronologiche di importanza strategica per la carriera del presidente della Repubblica: datato marzo 1953, ovvero a pochi mesi dal suo esordio in Parlamento come deputato (giugno 1953). Il riferimento è ai tumulti nell’aula del Senato in occasione dell’approvazione della cosiddetta Legge Truffa, ovvero il nuovo sistema di voto voluto dalla maggioranza democristiana e che prevedeva l’assegnazione del 65% dei seggi alla Camera al partito o alla coalizione che avesse racimolato più del 50% dei voti validi. A Palazzo Madama fu bagarre: dopo oltre 70 ore di seduta, scoppiò una rissa (durata oltre 40 minuti) di proporzioni memorabili. Protagonisti gli esponenti del Pci e del Psi, entrambi contrari alla forzatura dell’esecutivo De Gasperi. Aneddoti passati alla storia della Repubblica. Come quel “Lei non è un presidente, è una carogna! Un porco!” urlato da Sandro Pertini all’indirizzo del presidente del Senato Meuccio Ruini. O come l’aggressione verbale del comunista Elio Spano ad un giovanissimo Giulio Andreotti: “Dopo il voto avrete un nuovo piazzale Loreto!” era la minaccia di Spano, con il Divo che, nella pioggia di oggetti lanciati dai banchi della sinistra (ringhiere divelte e sportelli sfasciati: all’epoca si quantificò il danno in un milione di lire), aveva provato a proteggersi indossando a mo’ di casco un cestino per la carta straccia. Il giorno successivo, i giornali rincararono la dose, pubblicando articoli e titoli dai toni a dir poco incendiari. L’Unità evocò il gergo mussoliniano e il primo discorso del Duce alla Camera da premier”, paragonando il Senato a un “bivacco di vecchi democristiani”. Il socialista l’Avanti! non fu da meno, parlando del presidente Ruini come di un “cadavere vivente, sacco gonfio di vanità”. Pezzi, insulti e minacce di un’Italia in bianco e nero che ha dato spunto a molti scrittori (Tumulti in aula di Sabino Labia e Lei non sa chi ero io! di Filippo Battaglia), ma che Napolitano non cita. Eppure, quei momenti, il capo dello Stato li ha vissuti in prima persona e in forma interessata: già militante del Partito comunista, venne eletto deputato proprio in seguito a quei tumulti.
Grillo: “Attento Napolitano o ti denunciamo per vilipendio a M5s” - L’attacco del Capo dello Stato ha provocato la reazione di Beppe Grillo. “Napolitano deve stare molto attento, rischia che lo denunciamo per vilipendio del Movimento” ha detto il leader del M5s lasciando il Senato. Sulla stessa linea d’onda anche altri esponenti grillini. “E’ vergognoso che il presidente sia entrato a gamba tesa sulla nostra conferenza sul referendum antieuro tacciandola di antipolitica, mentre resta in silenzio sulla vicenda di ‘Mafia capitala’ e sui due partiti infestati dalla corruzione” ha detto la senatrice Barbara Lezzi. Più politica la presa di posizione di Nicola Morra: “Napolitano sollecita noi ma non ha nulla da dire sullo strumento scelto per combattere la corruzione da questo governo. Siamo subissati dai decreti legge – ha aggiunto il senatore M5s – e Napolitano ne fa ogni volta un monito: ma una volta che davvero serviva un decreto, come sull’anticorruzione, la risposta del governo sono quattro ddl“.
“La critica della politica e dei partiti, preziosa e feconda nel suo rigore, purché non priva di obiettività, senso della misura e capacità di distinguere è degenerata in anti-politica, cioè in patologia eversiva”. Parola di Giorgio Napolitano. Contro le infiltrazioni criminali nella politica e il degrado di quest’ultima. Ma anche contro chi critica la politica, anche se malata: quindi organi di stampa, opinion makers e alcuni esponenti politici ‘non allineati’ come Beppe Grillo e Matteo Salvini. E non risparmia, leggendo fra le righe, un cenno apparentemente destinato all’operato di Matteo Renzi quando, al termine del suo intervento, invita e tenersi ben lontani dai “senza speranze” (chiaro il riferimento a M5s) e ai “banditori di smisurate speranze”. Il presidente della Repubblica ha utilizzato il palco di una manifestazione all’Accademia dei Lincei per dire la sua, seppur indirettamente e non facendone mai il nome, sull’operazione della Procura di Roma che smantellato la cosiddetta mafia capitale e le sue innumerevoli entrature nelle istituzioni. Non solo. Napolitano ha attaccato anche chi spara a zero sui partiti sull’onda dello sdegno. Per Napolitano, “non deve mai apparire dubbia la volontà di prevenire e colpire infiltrazioni criminali e pratiche corruttive nella vita politica e amministrativa”. Ciò non toglie, ha aggiunto il Capo dello Stato , che “è ormai urgente la necessità di reagire” ad una certa anti-politica, “denunciandone le faziosità, i luoghi comuni, le distorsioni impegnandoci su scala ben più ampia non solo nelle riforme necessarie” ma anche “a riavvicinare i giovani alla politica”.
“Anti-politica è la più grave delle patologie” - Napolitano, ovviamente, non ha potuto non registrare che è in atto una crisi “che ha segnato un grave decadimento della politica, contribuendo in modo decisivo a un più generale degrado dei comportamenti sociali, a una più diffusa perdita dei valori che nell’Italia repubblicana erano stati condivisi e operanti per decenni”. Da qui il proliferare dell’antipolitica, che per il presidente della Repubblica è “la più grave delle patologie” con cui un Paese civile deve fare i conti. Più della corruzione, più delle organizzazioni malavitose nelle istituzioni. Non solo. Per Napolitano, negli ultimi tempi, sono dilagate nei confronti della politica e delle istituzioni “analisi unilaterali, tendenziose, chiuse ad ogni riconoscimento di correzioni e di scelte apprezzabili, per quanto parziali o non pienamente soddisfacenti”. Una azione, ha sottolineato il capo dello Stato, cui non si sono sottratti “infiniti canali di comunicazione, a cominciare da giornali tradizionalmente paludati, opinion makers lanciati senza scrupoli a cavalcare l’onda, per impetuosa e fangosa che si stesse facendo, e anche, per demagogia e opportunismo, soggetti politici pur provenienti della tradizioni del primo cinquantennio della vita repubblicana“.
“Anti-politica mischiata ad anti-europeismo” - Da qui l’appello per “una larga mobilitazione collettiva volta a demistificare e mettere in crisi le posizioni distruttive ed eversive dell’anti-politica” e “insieme sollecitare un’azione sistematica di riforma delle istituzioni e delle regole che definiscono il profilo della politica”. A chi è rivolto l’invito del presidente? “A tutte le componenti dello schieramento politico“. A sentire il capo dello Stato, inoltre, ultimamente stanno emergendo “svalutazioni sommarie e posizioni liquidatorie” rispetto all’Unione Europea: “Gli ingredienti dell’anti-politica si sono confusi con gli ingredienti dell’anti-europeismo” è l’allarme lanciato da Napolitano, secondo cui a creare questa situazione “hanno contribuito miopie e ritardi delle istituzioni comunitarie insieme a calcoli opportunistici degli Stati membri“.
“In Italia gruppi politici o movimenti poco propensi a comportamenti pienamente pacifici” - Il presidente della Repubblica, poi, ha sottolineata l’esistenza di “un rischio di focolai di violenza destabilizzante, eversiva, che non possiamo sottovalutare” e che non si possono ricondurre soltanto alla crisi e al malessere sociale. Anzi. A sentire il capo dello Stato oggi ci sono “magari al di fuori di ogni etichettatura di sinistra o di destra, gruppi politici o movimenti poco propensi a comportamenti pienamente pacifici, nel perseguire confuse ipotesi di lotta per una ‘società altra’ o per una ‘alternativa di sistema’. Virus di questo genere – ha detto Napolitano – circolano ancora in certi spezzoni di sinistra estremista o pseudo rivoluzionaria, e concorrono ad alimentare la degenerazione del ricorso alla violenza, mascherato da qualsiasi fuorviante motivazione“. Un rischio, insomma, di focolai di violenza “destabilizzante, eversiva, che non possiamo sottovalutare, evitando allo stesso tempo l’errore di assimilare a quel rischio tutte le pulsioni di malessere sociale, di senso dell’ingiustizia, di rivolta morale, di ansia di cambiamento con cui le forze politiche e di governo in Italia devono fare i conti“.
“Mai come nello scorso biennio metodi di intimidazione fisica in Parlamento” - L’analisi e la critica del Capo dello Stato poi si è spostata sui giovani rappresentanti delle istituzioni, che devono impegnarsi “a servizio del Parlamento e del Paese, impedendo l’avvitarsi di cieche spirali di contrapposizione faziosa e talora persino violenta”. Loro, per Napolitano, devono invece alimentare “ragionevoli speranze per il futuro dell’Italia”. Anche perché “mai era accaduto”, come nel biennio scorso, l’avvio “in Parlamento di metodi e atti concreti di intimidazione fisica, di minaccia, di rifiuto di ogni regola e autorità, di tentativi sistematici e continui di stravolgimento e impedimento dell’attività legislativa delle Camere”.
L’errore storico di Napolitano: dimentica i tumulti al Senato per l’approvazione della legge Truffa - Su quest’ultima presa di posizione, però, Giorgio Napolitano ha commesso un errore storico. Di episodi di intolleranza parlamentare (e massmediatica) sono pieni gli archivi di Stato e dei giornali. Uno in particolare, poi, ha caratteristiche cronologiche di importanza strategica per la carriera del presidente della Repubblica: datato marzo 1953, ovvero a pochi mesi dal suo esordio in Parlamento come deputato (giugno 1953). Il riferimento è ai tumulti nell’aula del Senato in occasione dell’approvazione della cosiddetta Legge Truffa, ovvero il nuovo sistema di voto voluto dalla maggioranza democristiana e che prevedeva l’assegnazione del 65% dei seggi alla Camera al partito o alla coalizione che avesse racimolato più del 50% dei voti validi. A Palazzo Madama fu bagarre: dopo oltre 70 ore di seduta, scoppiò una rissa (durata oltre 40 minuti) di proporzioni memorabili. Protagonisti gli esponenti del Pci e del Psi, entrambi contrari alla forzatura dell’esecutivo De Gasperi. Aneddoti passati alla storia della Repubblica. Come quel “Lei non è un presidente, è una carogna! Un porco!” urlato da Sandro Pertini all’indirizzo del presidente del Senato Meuccio Ruini. O come l’aggressione verbale del comunista Elio Spano ad un giovanissimo Giulio Andreotti: “Dopo il voto avrete un nuovo piazzale Loreto!” era la minaccia di Spano, con il Divo che, nella pioggia di oggetti lanciati dai banchi della sinistra (ringhiere divelte e sportelli sfasciati: all’epoca si quantificò il danno in un milione di lire), aveva provato a proteggersi indossando a mo’ di casco un cestino per la carta straccia. Il giorno successivo, i giornali rincararono la dose, pubblicando articoli e titoli dai toni a dir poco incendiari. L’Unità evocò il gergo mussoliniano e il primo discorso del Duce alla Camera da premier”, paragonando il Senato a un “bivacco di vecchi democristiani”. Il socialista l’Avanti! non fu da meno, parlando del presidente Ruini come di un “cadavere vivente, sacco gonfio di vanità”. Pezzi, insulti e minacce di un’Italia in bianco e nero che ha dato spunto a molti scrittori (Tumulti in aula di Sabino Labia e Lei non sa chi ero io! di Filippo Battaglia), ma che Napolitano non cita. Eppure, quei momenti, il capo dello Stato li ha vissuti in prima persona e in forma interessata: già militante del Partito comunista, venne eletto deputato proprio in seguito a quei tumulti.
Grillo: “Attento Napolitano o ti denunciamo per vilipendio a M5s” - L’attacco del Capo dello Stato ha provocato la reazione di Beppe Grillo. “Napolitano deve stare molto attento, rischia che lo denunciamo per vilipendio del Movimento” ha detto il leader del M5s lasciando il Senato. Sulla stessa linea d’onda anche altri esponenti grillini. “E’ vergognoso che il presidente sia entrato a gamba tesa sulla nostra conferenza sul referendum antieuro tacciandola di antipolitica, mentre resta in silenzio sulla vicenda di ‘Mafia capitala’ e sui due partiti infestati dalla corruzione” ha detto la senatrice Barbara Lezzi. Più politica la presa di posizione di Nicola Morra: “Napolitano sollecita noi ma non ha nulla da dire sullo strumento scelto per combattere la corruzione da questo governo. Siamo subissati dai decreti legge – ha aggiunto il senatore M5s – e Napolitano ne fa ogni volta un monito: ma una volta che davvero serviva un decreto, come sull’anticorruzione, la risposta del governo sono quattro ddl“.
Quelli puliti
"Dai rom ai voti gonfiati, nel mio Pd un sistema schifoso". ESCLUSIVO Dopo il terremoto dell'inchiesta "Mafia Capitale", Tommaso Giuntella al Giornale.it ammette che nel partito ci sono troppe irregolarità. Dai voti comprati alle tessere gonfiate, fino ai rom in fila ai seggi: ecco tutte le porcherie del Pd romano di Francesco Curridori
Mafia Capitale, il commissariamento, ma non solo. Sono giorni di grande tensione per il Partito democratico romano. Tommaso Giuntella, 30 anni, dopo aver perso il congresso cittadino, nel 2013 è diventato il presidente del Pd capitolino. Giuntella, che aveva fatto parte dello staff di Bersani per le primarie del 2012, ha tentato di scalare le vette del Pd capitolino sfidando il renziano Tobia Zevi e l’ormai ex segretario Lionello Cosentino, l’uomo che Matteo Orfini è stato chiamato a sostituire. Da un’intercettazione dell’inchiesta su Mafia Capitale risulta che Salvatore Buzzi avrebbe rassicurato Massimo Carminati sull’esito di quelle votazioni dicendo: “Stiamo a sostene' tutti e due ... avemo dato 140 voti a Giuntella e 80 a Cosentino”. A queste implicite accuse Giuntella spiega al Giornale.it di essere estraneo ai fatti, ma denuncia un sistema interno pieno di irregolarità.
Perché allora è stato fatto il suo nome nelle intercettazioni? "Probabilmente si è trattato di accordi tra quelli che mi sostenevano e che volevano fare bella figura facendo vedere che erano in grado di portarmi tanti voti. Forse erano proprio 140 dipendenti di Buzzi iscritti al Pd che avevano avuto l’ordine di votarmi ma nessuno sapeva che quella cooperativa fosse così zozza".
Durante quel congresso però vi furono delle irregolarità che lei stesso denunciò? "Sì, ci sono stati circoli con 40 iscritti in cui votarono più di trecento persone e quartieri come Testaccio dove io presi solo 10 voti contro i 300 di Cosentino ma non gliene voglio fare una colpa. Probabilmente anche per lui qualcuno ha agito alle sue spalle".
E questo come è stato possibile? "È successo per colpa delle regole che lasciavano la libertà di iscriversi al partito anche venti minuti prima del voto e questa cosa ha falsato soprattutto il congresso dei circoli frequentati di solito da 40 o 50 persone al massimo. È stato triste vedere vincere qualcuno soltanto perché all’ultimo minuto è riuscito a portare al voto 300 iscritti".
Allora qual è stata l’irregolarità più eclatante? "A Casal Bertone la mia candidata aveva vinto per una manciata di voti. Il giorno dopo trovò la serratura del circolo cambiata e un cartello con scritto: “Circolo del Campo dem”, l’associazione dell’europarlamentare Goffredo Bettini (che all’epoca sosteneva Cosentino ndr), colui che dal ’93 a oggi ha sempre avuto un ruolo da protagonista nella scelta dei candidati sindaco del centrosinistra anche se poi tende a lavarsene le mani…"
All’epoca di quel congresso il Presidente del partito a Roma era Eugenio Patanè, ormai ex consigliere regionale dem, indagato nell’inchiesta su Mafia Capitale. Crede che fosse implicato anche in quelle irregolarità? "Non lo so, io non seguivo molto le vicende locali del partito".
Ma lei vide dei rom ai seggi per eleggere il segretario o per scegliere il candidato sindaco? "Li vidi alle primarie per il sindaco e denunciammo anche la cosa. Era ben strano che un rom arrivasse al seggio con 20 euro, si facesse la tessera e votasse per eleggere il futuro candidato primo cittadino della Capitale ma le regole lo consentivano".
E i rom votarono per Marino? "I rom hanno votato anche per David Sassoli che era appoggiato dall’ex capogruppo in Campidoglio Umberto Marroni ( figlio di Angiolo Marroni, garante dei detenuti del Lazio ndr), amico di Buzzi, il quale ha puntato su entrambi i candidati così da sentirsi al sicuro chiunque vincesse."
Quindi, come direbbe Veltroni, è colpa dei signori delle tessere? Tessere che Orfini ha ridotto da 16 a novemila… "No, non è colpa delle tessere ma di un sistema schifoso e aberrante che ha permesso di iscriversi fino a un minuto prima del voto. I signori delle tessere in passato hanno sostenuto anche Veltroni e ci saranno sempre finché vi sarà un partito liquido e scalabile da furbi in cui le persone contano più delle idee…"
Ma dopo questo scandalo Marino si dovrebbe dimettere? Non è lui che ha nominato Walter Politano, il capo dell’anticorruzione al Campidoglio? "No, Marino deve continuare per non darla vinta a chi voleva cacciarlo. Politano lui non lo conosceva, è stato messo lì dalle correnti ma non sapeva che noi l’avevamo cacciato dal Primo Municipio perché non ci piaceva il suo modo di lavorare."
Mafia Capitale, il commissariamento, ma non solo. Sono giorni di grande tensione per il Partito democratico romano. Tommaso Giuntella, 30 anni, dopo aver perso il congresso cittadino, nel 2013 è diventato il presidente del Pd capitolino. Giuntella, che aveva fatto parte dello staff di Bersani per le primarie del 2012, ha tentato di scalare le vette del Pd capitolino sfidando il renziano Tobia Zevi e l’ormai ex segretario Lionello Cosentino, l’uomo che Matteo Orfini è stato chiamato a sostituire. Da un’intercettazione dell’inchiesta su Mafia Capitale risulta che Salvatore Buzzi avrebbe rassicurato Massimo Carminati sull’esito di quelle votazioni dicendo: “Stiamo a sostene' tutti e due ... avemo dato 140 voti a Giuntella e 80 a Cosentino”. A queste implicite accuse Giuntella spiega al Giornale.it di essere estraneo ai fatti, ma denuncia un sistema interno pieno di irregolarità.
Perché allora è stato fatto il suo nome nelle intercettazioni? "Probabilmente si è trattato di accordi tra quelli che mi sostenevano e che volevano fare bella figura facendo vedere che erano in grado di portarmi tanti voti. Forse erano proprio 140 dipendenti di Buzzi iscritti al Pd che avevano avuto l’ordine di votarmi ma nessuno sapeva che quella cooperativa fosse così zozza".
Durante quel congresso però vi furono delle irregolarità che lei stesso denunciò? "Sì, ci sono stati circoli con 40 iscritti in cui votarono più di trecento persone e quartieri come Testaccio dove io presi solo 10 voti contro i 300 di Cosentino ma non gliene voglio fare una colpa. Probabilmente anche per lui qualcuno ha agito alle sue spalle".
E questo come è stato possibile? "È successo per colpa delle regole che lasciavano la libertà di iscriversi al partito anche venti minuti prima del voto e questa cosa ha falsato soprattutto il congresso dei circoli frequentati di solito da 40 o 50 persone al massimo. È stato triste vedere vincere qualcuno soltanto perché all’ultimo minuto è riuscito a portare al voto 300 iscritti".
Allora qual è stata l’irregolarità più eclatante? "A Casal Bertone la mia candidata aveva vinto per una manciata di voti. Il giorno dopo trovò la serratura del circolo cambiata e un cartello con scritto: “Circolo del Campo dem”, l’associazione dell’europarlamentare Goffredo Bettini (che all’epoca sosteneva Cosentino ndr), colui che dal ’93 a oggi ha sempre avuto un ruolo da protagonista nella scelta dei candidati sindaco del centrosinistra anche se poi tende a lavarsene le mani…"
All’epoca di quel congresso il Presidente del partito a Roma era Eugenio Patanè, ormai ex consigliere regionale dem, indagato nell’inchiesta su Mafia Capitale. Crede che fosse implicato anche in quelle irregolarità? "Non lo so, io non seguivo molto le vicende locali del partito".
Ma lei vide dei rom ai seggi per eleggere il segretario o per scegliere il candidato sindaco? "Li vidi alle primarie per il sindaco e denunciammo anche la cosa. Era ben strano che un rom arrivasse al seggio con 20 euro, si facesse la tessera e votasse per eleggere il futuro candidato primo cittadino della Capitale ma le regole lo consentivano".
E i rom votarono per Marino? "I rom hanno votato anche per David Sassoli che era appoggiato dall’ex capogruppo in Campidoglio Umberto Marroni ( figlio di Angiolo Marroni, garante dei detenuti del Lazio ndr), amico di Buzzi, il quale ha puntato su entrambi i candidati così da sentirsi al sicuro chiunque vincesse."
Quindi, come direbbe Veltroni, è colpa dei signori delle tessere? Tessere che Orfini ha ridotto da 16 a novemila… "No, non è colpa delle tessere ma di un sistema schifoso e aberrante che ha permesso di iscriversi fino a un minuto prima del voto. I signori delle tessere in passato hanno sostenuto anche Veltroni e ci saranno sempre finché vi sarà un partito liquido e scalabile da furbi in cui le persone contano più delle idee…"
Ma dopo questo scandalo Marino si dovrebbe dimettere? Non è lui che ha nominato Walter Politano, il capo dell’anticorruzione al Campidoglio? "No, Marino deve continuare per non darla vinta a chi voleva cacciarlo. Politano lui non lo conosceva, è stato messo lì dalle correnti ma non sapeva che noi l’avevamo cacciato dal Primo Municipio perché non ci piaceva il suo modo di lavorare."
martedì 9 dicembre 2014
Devono pagare pure le bollette... poverini!
I nomadi accusano Bitonci: "Ci fa pagare pure le bollette". I nomadi accusano il sindaco di Padova: "Zanonato era un amico, ora dobbiamo pagare le bollette". Poi passano alle mincacce: "Chi ci crea problemi non esce vivo" di Giovanni Masini
Fumo e fiamme sono state viste levarsi dal campo nomadi di Mortise, alle porte di Padova. Era lunedì pomeriggio, poco dopo le 16, quando la polizia e i vigili del fuoco sono dovuti intervenire per sedare un principio d'incendio che sembrerebbe essere stato di origine dolosa. Gli abitanti del campo, come racconta il Gazzettino, hanno da subito puntato il dito contro attentatori "esterni", intenzionati a spaventarli con un atto intimidatorio. I sinti, spiega il quotidiano veneto, sostengono di aver visto un furgone bianco avvicinarsi al campo, alcuni ragazzi scendere ed appiccare le fiamme alle sterpaglie ai confini dell'accampamento. La conclusione che ne traggono è facilmente immaginabile: "Si tratta di un raid razzista". Un'ipotesi che secondo i sinti sarebbe suffragata dall'incendio di un cassonetto, sempre nella stessa zona, risalente ad appena pochi giorni fa. E dal campo nomadi i giovani sinti accusano anche la politica: "Abbiamo sentito dire in televisione che ci sono persone pronte a darci fuoco anche se poi finiscono in galera", commenta un ragazzo dell'accampamento parlando al Gazzettino.
E in cima alla lista degli obiettivi della contestazione c'è il sindaco leghista del capoluogo euganeo, Massimo Bitonci: "Zanonato era un bravo sindaco, era oro, ci ha dato spazio, ci mandava la ghiaia per il campo, ci aiutava. Avevamo l'elettricità e il resto, con Bitonci abbiamo dovuto fare l'allacciamento all'Enel e pagare le bollette." E ancora: "Noi lavoriamo col ferro, siamo in regola con la partita Iva ma la gente dice che gli zingari sono tutti ladri. Noi siamo zingari tranquilli, ma se uno venisse nel campo a creare problemi, non ne uscirebbe." Parole che proprio non sono piaciute al primo cittadino, subito pronto a riprenderle sul proprio profilo Facebook con la denuncia delle "minacce contro me e i Padovani" e gli hashtag #orabasta e #cambiamopadova.
Fumo e fiamme sono state viste levarsi dal campo nomadi di Mortise, alle porte di Padova. Era lunedì pomeriggio, poco dopo le 16, quando la polizia e i vigili del fuoco sono dovuti intervenire per sedare un principio d'incendio che sembrerebbe essere stato di origine dolosa. Gli abitanti del campo, come racconta il Gazzettino, hanno da subito puntato il dito contro attentatori "esterni", intenzionati a spaventarli con un atto intimidatorio. I sinti, spiega il quotidiano veneto, sostengono di aver visto un furgone bianco avvicinarsi al campo, alcuni ragazzi scendere ed appiccare le fiamme alle sterpaglie ai confini dell'accampamento. La conclusione che ne traggono è facilmente immaginabile: "Si tratta di un raid razzista". Un'ipotesi che secondo i sinti sarebbe suffragata dall'incendio di un cassonetto, sempre nella stessa zona, risalente ad appena pochi giorni fa. E dal campo nomadi i giovani sinti accusano anche la politica: "Abbiamo sentito dire in televisione che ci sono persone pronte a darci fuoco anche se poi finiscono in galera", commenta un ragazzo dell'accampamento parlando al Gazzettino.
E in cima alla lista degli obiettivi della contestazione c'è il sindaco leghista del capoluogo euganeo, Massimo Bitonci: "Zanonato era un bravo sindaco, era oro, ci ha dato spazio, ci mandava la ghiaia per il campo, ci aiutava. Avevamo l'elettricità e il resto, con Bitonci abbiamo dovuto fare l'allacciamento all'Enel e pagare le bollette." E ancora: "Noi lavoriamo col ferro, siamo in regola con la partita Iva ma la gente dice che gli zingari sono tutti ladri. Noi siamo zingari tranquilli, ma se uno venisse nel campo a creare problemi, non ne uscirebbe." Parole che proprio non sono piaciute al primo cittadino, subito pronto a riprenderle sul proprio profilo Facebook con la denuncia delle "minacce contro me e i Padovani" e gli hashtag #orabasta e #cambiamopadova.
domenica 7 dicembre 2014
Non sanno mai un cazzo
No, dai, non sanno mai un cazzo loro. Loro, la questione morale... i santi. Si mormora anche che cominciò tutto quando c'era Veltroni. Ma non sanno mai un cazzo. I colpevoli sono sempre gli altri. Loro, se ci sono dentro, è solo per un caso.
domenica 30 novembre 2014
La (fasulla) abolizione del cnel
Il Cnel è vivo e vegeto. Il 31 marzo Renzi prometteva: "L'abolizione del Cnel è solo l'antipasto". Peccato che il carrozzone sia ancora lì di Sergio Rame
Lo scorso 31 marzo, fresco di nomina a presidente del Consiglio, Matteo Renzi prometteva: "L'abolizione del Cnel è l'antipasto della semplificazione della pubblica amministrazione che arriverà nelle prossime settimane". Gli italiani stanno ancora aspettando l'antipasto. E, con buone probabilità, rimarranno a bocca asciutta. Perché il carrozzone è ancora lì, a Villa Lubin, nel parco romano di Villa Borghese: vivo e vegeto. Nessuno lo tocca. Buen ritiro per dirigenti sindacali in pensione, pagati profumatamente dai contribuenti.
Dall'annuncio di Renzi sono passati ben otto mesi. E il Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro, presieduto dall'ex ministro Antonio Marzano, è stato puntualmente infilato tra gli enti pubblici da finanziare nel 2015. Certo, la legge di Stabilità ne ha imposto una considerevole decurtazione, ma di abolizione manco a parlarne. In realtà, anche per quanto riguarda la dieta dimagrante il tutto è piuttosto fumoso. La manovra, che dovrà avere il via libera di Montecitorio nelle prossime ore, taglia genericamente 16 milioni di euro ai vari organismi istituzionali, Cnel compreso. Come spiega Tino Oldani su ItaliaOggi, il Cnel riceve dalle casse pubbliche quasi 20 milioni di euro. Di questi tre servono a pagare lo stipendio del presidente (217mila euro), l'indennità fissa dei 64 consiglieri (25mila euro all'anno a testa) e i rimborsi per i viaggi e le trasferte all'estero (1,2 milioni di euro all'anno). Altri 7 milioni di euro vengono impiegati per pagare gli 80 dipendenti del carrozzone. I restanti 9 milioni, infine, vengono stanziati per finanziare studi e consulenze che, in quanto organo costituzionale, il Cnel dovrebbe utilizzare per incidere in parlamento. Peccato che, in cinquant'anni di duro lavoro, sono stati presentati appena quattordici disegni di legge, circa uno ogni tre o quattro anni. Di questi nessuno è mai stato approvato.
A difesa di Renzi va detto che la soppressione del Cnel è un'operazione tutt'altro che facile. Essendo un ente previsto dalla Costituzione, per chiuderlo serve una legge costituzionale che richiede ben quattro passaggi in parlamento. Renzi l'ha incardinata nella riforma del Senato che dall'8 agosto, quando ha incassato il primo via libera, è al palo. Fermo lì. Mancano, insomma, altri tre passaggi. E con l'aria di elezioni anticipate che tira il Cnel potrebbe avere ancora vita molto lunga.
Il vero scandalo del carrozzone di Villa Lubin non è solo il costo a carico dei contribuenti. Se si va a spulciare i nomi dei 64 consiglieri, si scopre che sono stati tutti (o quasi) nominati da Cgil, Cisl e Uil. Un esempio su tutti è Raffaele Vanni, classe 1992 e fondatore ed ex segretario della Uil. Per ben 54 anni è stato consigliere al Cnel con l'incarico di responsabile per il Sud. Vi è rimasto fino al 2012 quando il numero dei consiglieri è stato ridotto da 121 a 64. "Il Cnel imbottito di ex sindacalisti e i record di Raffaele Vanni - spiega Oldani - sono solo un assaggio della capacità dei dirigenti sindacali di garantirsi un futuro roseo, quasi sempre a spese dei contibuenti". Nel libro Da qui all'eternità Sergio Rizzo racconta decine di casi di buen ritiro per ex dirigenti sindacali. Con tanto di nomi, cognomi e prebende. Se Renzi dovesse mai riuscire ad abolire il Cnel, metterebbe a segno il primo, vero colpo all'egemonia incontrastata di Cgil, Cisl e Uil.
Lo scorso 31 marzo, fresco di nomina a presidente del Consiglio, Matteo Renzi prometteva: "L'abolizione del Cnel è l'antipasto della semplificazione della pubblica amministrazione che arriverà nelle prossime settimane". Gli italiani stanno ancora aspettando l'antipasto. E, con buone probabilità, rimarranno a bocca asciutta. Perché il carrozzone è ancora lì, a Villa Lubin, nel parco romano di Villa Borghese: vivo e vegeto. Nessuno lo tocca. Buen ritiro per dirigenti sindacali in pensione, pagati profumatamente dai contribuenti.
Dall'annuncio di Renzi sono passati ben otto mesi. E il Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro, presieduto dall'ex ministro Antonio Marzano, è stato puntualmente infilato tra gli enti pubblici da finanziare nel 2015. Certo, la legge di Stabilità ne ha imposto una considerevole decurtazione, ma di abolizione manco a parlarne. In realtà, anche per quanto riguarda la dieta dimagrante il tutto è piuttosto fumoso. La manovra, che dovrà avere il via libera di Montecitorio nelle prossime ore, taglia genericamente 16 milioni di euro ai vari organismi istituzionali, Cnel compreso. Come spiega Tino Oldani su ItaliaOggi, il Cnel riceve dalle casse pubbliche quasi 20 milioni di euro. Di questi tre servono a pagare lo stipendio del presidente (217mila euro), l'indennità fissa dei 64 consiglieri (25mila euro all'anno a testa) e i rimborsi per i viaggi e le trasferte all'estero (1,2 milioni di euro all'anno). Altri 7 milioni di euro vengono impiegati per pagare gli 80 dipendenti del carrozzone. I restanti 9 milioni, infine, vengono stanziati per finanziare studi e consulenze che, in quanto organo costituzionale, il Cnel dovrebbe utilizzare per incidere in parlamento. Peccato che, in cinquant'anni di duro lavoro, sono stati presentati appena quattordici disegni di legge, circa uno ogni tre o quattro anni. Di questi nessuno è mai stato approvato.
A difesa di Renzi va detto che la soppressione del Cnel è un'operazione tutt'altro che facile. Essendo un ente previsto dalla Costituzione, per chiuderlo serve una legge costituzionale che richiede ben quattro passaggi in parlamento. Renzi l'ha incardinata nella riforma del Senato che dall'8 agosto, quando ha incassato il primo via libera, è al palo. Fermo lì. Mancano, insomma, altri tre passaggi. E con l'aria di elezioni anticipate che tira il Cnel potrebbe avere ancora vita molto lunga.
Il vero scandalo del carrozzone di Villa Lubin non è solo il costo a carico dei contribuenti. Se si va a spulciare i nomi dei 64 consiglieri, si scopre che sono stati tutti (o quasi) nominati da Cgil, Cisl e Uil. Un esempio su tutti è Raffaele Vanni, classe 1992 e fondatore ed ex segretario della Uil. Per ben 54 anni è stato consigliere al Cnel con l'incarico di responsabile per il Sud. Vi è rimasto fino al 2012 quando il numero dei consiglieri è stato ridotto da 121 a 64. "Il Cnel imbottito di ex sindacalisti e i record di Raffaele Vanni - spiega Oldani - sono solo un assaggio della capacità dei dirigenti sindacali di garantirsi un futuro roseo, quasi sempre a spese dei contibuenti". Nel libro Da qui all'eternità Sergio Rizzo racconta decine di casi di buen ritiro per ex dirigenti sindacali. Con tanto di nomi, cognomi e prebende. Se Renzi dovesse mai riuscire ad abolire il Cnel, metterebbe a segno il primo, vero colpo all'egemonia incontrastata di Cgil, Cisl e Uil.
Radical chic
Il "radical" pensa al prossimo soltanto se viene da lontano. La sinistra pretende di essere superiore moralmente alla destra in quanto altruista verso lo sconosciuto e lo straniero. Ma la solidarietà astratta dimentica chi è vicino di Marcello Veneziani
C' è un punto cruciale su cui la sinistra ha costruito la sua pretesa superiorità morale, etica e sociale rispetto alla destra. Parlo di ogni sinistra, comunista o liberal, socialdemocratica, cristiana o radical, compreso quel residuo di sinistra in via di liquidazione che boccheggia nel presente. E parlo di ogni destra, liberale o conservatrice, reazionaria o popolare, tradizionale e perfino fascista. Quel punto basilare è il prendersi cura dell'umanità, il famoso I care, la fratellanza o la generosità verso i più deboli, i poveri e gli oppressi. In una parola la solidarietà. Quell'asse regge la pretesa di ogni sinistra a ergersi su un trespolo di superiorità, una cattedra morale o giudiziaria, e da lì giudicare il mondo, gli altri e gli avversari. Il sottinteso è che la sinistra sia mossa da un ideale, un valore - la fratellanza, la filantropia, l'amore per l'altro, la solidarietà, trasposizione sociale della carità - e la destra invece sia mossa sempre e solo da un interesse, se liberale, o da un istinto, se radicale. La prima è per definizione altruista, aperta, la seconda egoista o al più familista, comunque cinica, chiusa.
A questa «utopia necessaria» e benefica, Stefano Rodotà ha dedicato un libro, Solidarietà (Laterza, pagg. 141 euro 14) elogiato dalle «anime belle» della sinistra. Troneggia una tesi che già affiorava ne Le due fonti della morale e della religione di Bergson: la vera solidarietà sta nell'amare il lontano, lo sconosciuto, lo straniero. In realtà c'è un altro modo di concepire il legame sociale, solidale e comunitario che non è indicato da Rodotà. È il legame affettivo che parte dal più caro e si fonda sulla prossimità. L'amore stesso è fondato sulla predilezione: la persona amata non è intercambiabile con un'altra, non si può amare dello stesso amore chi è caro e famigliare e chi è remoto e ignoto. Non si potrà mai chiedere a una persona di amare di più chi non conosce o è straniero rispetto a sua madre o suo figlio. Non si potrà mai pretendere che si senta più fratello dello sconosciuto rispetto a suo fratello: non si può capovolgere una legge di natura, biologica e affettiva, carnale e spirituale. Su quella legge naturale ha retto ogni consorzio umano e si traduce in legame d'amore e famigliare, legame civico, sociale e nazionale. Posso essere aperto all'umanità e ben disposto verso ogni uomo, ma a partire da chi mi è più vicino, da chi appartiene alla mia vita, con cui condivido il pane (compagno, cum-panis ), la provenienza e la storia. Perché dovrei giudicare egoistica questa preferenza, o cinica la morale che ne consegue? Amare chi ti è caro e vicino non è chiudersi al mondo in una forma deplorevole di egoismo, ma è la prima e più autentica apertura agli altri nella vita reale.
Su quei legami reggono le prime fondamentali comunità, le famiglie, quell'energia anima l'amore tra due persone, quella fonte dà coesione alle patrie e le altre forme di comunità, inclusa la confraternita, fino alla colleganza di lavoro. L'errore o la mistificazione che si compie al riguardo per sancire la superiorità morale dei solidali cosmici, è paragonare un valore universale a una degenerazione del principio opposto: non si confronta l'amore verso lo straniero con l'amore a partire da chi ti è più caro, ma la fratellanza all'egoismo, l'amore per l'umanità al cinismo. Sarebbe facile a questo punto compiere la simmetrica operazione e paragonare l'amore per chi ti è vicino al disprezzo, l'odio o l'indifferenza verso il prossimo dietro l'alibi e l'impostura della filantropia universale. Due spiriti acuti e profondi come Leopardi e Dostoevskij criticarono il cosmopolitismo filantropico sottolineando che l'amore per l'umanità o per lo straniero di solito si sposa all'insofferenza o all'indifferenza verso chi ti è concretamente vicino, familiare o compatriota. Ovvero nel nome di un amore astratto, utopico e solo mentale, si nega e si rinnega l'amore reale, quotidiano per le persone a noi più prossime. Nell'amore per l'umanità si spezzano i legami reali e si opta per un individualismo planetario: il single sradicato che abbraccia il mondo intero.
L'utopia che muove la fratellanza universale è il principio egualitario, ossia la convinzione che tutti gli uomini siano uguali non solo in ordine ai diritti e ai doveri ma anche sul piano degli affetti. Anzi, in questa prospettiva merita più attenzione e più cura chi ci è più estraneo. Non solo si respinge il principio del merito secondo cui ognuno riceve secondo le sue capacità e le sue opere, e si sostituisce col principio del bisogno secondo cui ognuno riceve in base alle sue necessità; ma si sostituisce la priorità su cui si fonda l'amore (la persona amata, la famiglia, gli amici, i compatrioti o i consociati) con la priorità assegnata agli stranieri. Da qui il passaggio dal legame comunitario che unisce le società al principio di accoglienza che apre al suo esterno. In questo caso la coesione sociale sarebbe fondata sull'adesione allo stesso principio: ci unisce l'idea di accogliere lo straniero e formare con lui una società aperta e universale.
Questa disputa ideologica è tutt'altro che riservata ai circoli intellettuali perché è piuttosto la traduzione culturale di un tema cruciale di massa nella nostra epoca. Si fronteggiano nella vita di ogni giorno due visioni del mondo: quella di chi affronta l'universale a partire dal particolare e quella di chi affronta il particolare a partire dall'universale. Il primo può dirsi principio d'identità fondato sulla realtà, il secondo è un principio di alterità fondato sull'utopia, come dicono gli stessi assertori, Rodotà incluso. La solidarietà può esprimersi in realtà in due modi: quello di chi privilegia lo straniero e si fonda sul principio di accoglienza, e quello di chi parte da chi è più vicino e fonda il principio di comunità. È la sfida del nostro tempo: comunità o universalismo, anche se taluni pensano nella loro utopia che si possa fondare una comunità su basi universalistiche, una specie di comunità sconfinata che coincide con l'umanità, secondo il vecchio progetto cosmopolitico illuminista. In realtà l'unico sciagurato tentativo di tradurre nel reale questa utopia egualitaria e universalista è stato il comunismo e sappiamo gli esiti catastrofici. Ora il tentativo è ridurre questa utopia politica a prescrizione morale, preservando i diritti individuali. Così l'accoglienza solidale diventa la base del moralismo radical, ultima spiaggia della sinistra egualitaria. L'utopia del mondo migliore dichiara guerra al mondo reale, alla vita e alla natura, sacrificando l'uomo concreto all'umanità. E ribattezza questa guerra contro la realtà come solidarietà all'umanità...
C' è un punto cruciale su cui la sinistra ha costruito la sua pretesa superiorità morale, etica e sociale rispetto alla destra. Parlo di ogni sinistra, comunista o liberal, socialdemocratica, cristiana o radical, compreso quel residuo di sinistra in via di liquidazione che boccheggia nel presente. E parlo di ogni destra, liberale o conservatrice, reazionaria o popolare, tradizionale e perfino fascista. Quel punto basilare è il prendersi cura dell'umanità, il famoso I care, la fratellanza o la generosità verso i più deboli, i poveri e gli oppressi. In una parola la solidarietà. Quell'asse regge la pretesa di ogni sinistra a ergersi su un trespolo di superiorità, una cattedra morale o giudiziaria, e da lì giudicare il mondo, gli altri e gli avversari. Il sottinteso è che la sinistra sia mossa da un ideale, un valore - la fratellanza, la filantropia, l'amore per l'altro, la solidarietà, trasposizione sociale della carità - e la destra invece sia mossa sempre e solo da un interesse, se liberale, o da un istinto, se radicale. La prima è per definizione altruista, aperta, la seconda egoista o al più familista, comunque cinica, chiusa.
A questa «utopia necessaria» e benefica, Stefano Rodotà ha dedicato un libro, Solidarietà (Laterza, pagg. 141 euro 14) elogiato dalle «anime belle» della sinistra. Troneggia una tesi che già affiorava ne Le due fonti della morale e della religione di Bergson: la vera solidarietà sta nell'amare il lontano, lo sconosciuto, lo straniero. In realtà c'è un altro modo di concepire il legame sociale, solidale e comunitario che non è indicato da Rodotà. È il legame affettivo che parte dal più caro e si fonda sulla prossimità. L'amore stesso è fondato sulla predilezione: la persona amata non è intercambiabile con un'altra, non si può amare dello stesso amore chi è caro e famigliare e chi è remoto e ignoto. Non si potrà mai chiedere a una persona di amare di più chi non conosce o è straniero rispetto a sua madre o suo figlio. Non si potrà mai pretendere che si senta più fratello dello sconosciuto rispetto a suo fratello: non si può capovolgere una legge di natura, biologica e affettiva, carnale e spirituale. Su quella legge naturale ha retto ogni consorzio umano e si traduce in legame d'amore e famigliare, legame civico, sociale e nazionale. Posso essere aperto all'umanità e ben disposto verso ogni uomo, ma a partire da chi mi è più vicino, da chi appartiene alla mia vita, con cui condivido il pane (compagno, cum-panis ), la provenienza e la storia. Perché dovrei giudicare egoistica questa preferenza, o cinica la morale che ne consegue? Amare chi ti è caro e vicino non è chiudersi al mondo in una forma deplorevole di egoismo, ma è la prima e più autentica apertura agli altri nella vita reale.
Su quei legami reggono le prime fondamentali comunità, le famiglie, quell'energia anima l'amore tra due persone, quella fonte dà coesione alle patrie e le altre forme di comunità, inclusa la confraternita, fino alla colleganza di lavoro. L'errore o la mistificazione che si compie al riguardo per sancire la superiorità morale dei solidali cosmici, è paragonare un valore universale a una degenerazione del principio opposto: non si confronta l'amore verso lo straniero con l'amore a partire da chi ti è più caro, ma la fratellanza all'egoismo, l'amore per l'umanità al cinismo. Sarebbe facile a questo punto compiere la simmetrica operazione e paragonare l'amore per chi ti è vicino al disprezzo, l'odio o l'indifferenza verso il prossimo dietro l'alibi e l'impostura della filantropia universale. Due spiriti acuti e profondi come Leopardi e Dostoevskij criticarono il cosmopolitismo filantropico sottolineando che l'amore per l'umanità o per lo straniero di solito si sposa all'insofferenza o all'indifferenza verso chi ti è concretamente vicino, familiare o compatriota. Ovvero nel nome di un amore astratto, utopico e solo mentale, si nega e si rinnega l'amore reale, quotidiano per le persone a noi più prossime. Nell'amore per l'umanità si spezzano i legami reali e si opta per un individualismo planetario: il single sradicato che abbraccia il mondo intero.
L'utopia che muove la fratellanza universale è il principio egualitario, ossia la convinzione che tutti gli uomini siano uguali non solo in ordine ai diritti e ai doveri ma anche sul piano degli affetti. Anzi, in questa prospettiva merita più attenzione e più cura chi ci è più estraneo. Non solo si respinge il principio del merito secondo cui ognuno riceve secondo le sue capacità e le sue opere, e si sostituisce col principio del bisogno secondo cui ognuno riceve in base alle sue necessità; ma si sostituisce la priorità su cui si fonda l'amore (la persona amata, la famiglia, gli amici, i compatrioti o i consociati) con la priorità assegnata agli stranieri. Da qui il passaggio dal legame comunitario che unisce le società al principio di accoglienza che apre al suo esterno. In questo caso la coesione sociale sarebbe fondata sull'adesione allo stesso principio: ci unisce l'idea di accogliere lo straniero e formare con lui una società aperta e universale.
Questa disputa ideologica è tutt'altro che riservata ai circoli intellettuali perché è piuttosto la traduzione culturale di un tema cruciale di massa nella nostra epoca. Si fronteggiano nella vita di ogni giorno due visioni del mondo: quella di chi affronta l'universale a partire dal particolare e quella di chi affronta il particolare a partire dall'universale. Il primo può dirsi principio d'identità fondato sulla realtà, il secondo è un principio di alterità fondato sull'utopia, come dicono gli stessi assertori, Rodotà incluso. La solidarietà può esprimersi in realtà in due modi: quello di chi privilegia lo straniero e si fonda sul principio di accoglienza, e quello di chi parte da chi è più vicino e fonda il principio di comunità. È la sfida del nostro tempo: comunità o universalismo, anche se taluni pensano nella loro utopia che si possa fondare una comunità su basi universalistiche, una specie di comunità sconfinata che coincide con l'umanità, secondo il vecchio progetto cosmopolitico illuminista. In realtà l'unico sciagurato tentativo di tradurre nel reale questa utopia egualitaria e universalista è stato il comunismo e sappiamo gli esiti catastrofici. Ora il tentativo è ridurre questa utopia politica a prescrizione morale, preservando i diritti individuali. Così l'accoglienza solidale diventa la base del moralismo radical, ultima spiaggia della sinistra egualitaria. L'utopia del mondo migliore dichiara guerra al mondo reale, alla vita e alla natura, sacrificando l'uomo concreto all'umanità. E ribattezza questa guerra contro la realtà come solidarietà all'umanità...
giovedì 27 novembre 2014
La polizia fiscale del pd
Il Pd costituisce la polizia fiscale: siamo tutti spiati. Lo Stato di polizia fiscale vagheggiato da Vincenzo Visco, ex ministro dell'Economia e spauracchio di tutti i contribuenti, sta per diventare realtà di Gian Maria De Francesco
Lo Stato di polizia fiscale vagheggiato da Vincenzo Visco, ex ministro dell'Economia e spauracchio di tutti i contribuenti, sta per diventare realtà. Ieri la commissione Bilancio della Camera ha approvato un emendamento del piddino Marco Causi che consente all'Agenzia delle Entrate di utilizzare appieno le banche dati del fisco «per le analisi del rischio di evasione» senza concentrarsi sulle liste selezionate, ovvero solo sui contribuenti a maggior rischio, così come previsto dal decreto Salva Italia. Le informazioni raccolte dall'Agenzia delle Entrate attraverso le banche dati, si legge nella proposta di modifica, verranno utilizzate per la definizione della giacenza media nei conti correnti bancari e postali ai fini della determinazione Isee (l'indice che consente di ottenere sgravi su prestazioni e servizi sociali, ndr). La misura viene prevista sia come semplificazione degli adempimenti richiesti ai contribuenti sia come verifica dei dati dichiarati.
I discepoli di Visco, che costituiscono l'ossatura del gabinetto economico di Renzi, hanno raggiunto l'obiettivo tanto agognato sin dal 2006. A quell'epoca era stato, infatti, predisposto il super-sistema della Sogei che consentiva di incrociare i dati di tutte le agenzie pubbliche (Entrate, Territorio, Dogane, eccetera) relativi a un unico contribuente. Con Monti si completò l'intelaiatura dell'opera estendendo il controllo anche ai conti correnti bancari (entro il 31 marzo di ogni anno le banche inviano al Fisco la movimentazione dell'anno precedente), ma limitandone l'utilizzo ai potenziali evasori. «Contro l'evasione basta l'incrocio delle banche dati», disse Renzi. Detto fatto: eliminati gli scontrini fiscali e aggiustati gli studi di settore, ora arriva pure il giro di vite sulle banche dati. E Visco gongola.
Al danno per i cittadini si aggiunge pure la beffa. Anche i candidati o eletti alle cariche pubbliche, vale a dire i politici, potranno detrarre i finanziamenti ai partiti, considerati «erogazioni liberali». Si tratta di un beneficio tutto a favore della casta. La nuova legge sul finanziamento conferma le maxidetrazioni del 26% per il cittadino che finanzia un partito. Il discorso è diverso per i politici: che, eletti o candidati, ricevono spesso richieste di contributi obbligatori dalla casa madre (in virtù del taglio del contributo pubblico). Onorevoli e consiglieri si sono fatti lo sconto per fare bella figura e pagare un po' meno tasse. A spese nostre. Intanto, il governo ha deciso di porre la questione di fiducia sul ddl Stabilità in modo da chiudere la partita a Montecitorio per domenica. Si supererà quota 30 con il Jobs Act e la Stabilità al Senato. Alla faccia della democrazia parlamentare.
Tra gli emendamenti approvati ieri anche il taglio alle pensioni d'oro dal 2015. Grand commis, medici, baroni universitari - ultra65enni e ancora in servizio - riceveranno trattamenti calcolati con le regole in vigore prima dell'introduzione della riforma Fornero. Tra le altre modifiche approvate anche il dimezzamento dei tagli ai patronati (da 150 a 75 milioni), mille euro di buoni acquisto per le mamme con almeno 4 figli (e Isee di 8.500 euro) e 100 milioni per gli asili. Le notifiche di atti giudiziari sotto i 1.033 euro diventano a pagamento. Di chi è la colpa? Di un'inchiesta di Report sugli sprechi . Ma le spese di giustizia non erano già comprese nella fiscalità generale?
Lo Stato di polizia fiscale vagheggiato da Vincenzo Visco, ex ministro dell'Economia e spauracchio di tutti i contribuenti, sta per diventare realtà. Ieri la commissione Bilancio della Camera ha approvato un emendamento del piddino Marco Causi che consente all'Agenzia delle Entrate di utilizzare appieno le banche dati del fisco «per le analisi del rischio di evasione» senza concentrarsi sulle liste selezionate, ovvero solo sui contribuenti a maggior rischio, così come previsto dal decreto Salva Italia. Le informazioni raccolte dall'Agenzia delle Entrate attraverso le banche dati, si legge nella proposta di modifica, verranno utilizzate per la definizione della giacenza media nei conti correnti bancari e postali ai fini della determinazione Isee (l'indice che consente di ottenere sgravi su prestazioni e servizi sociali, ndr). La misura viene prevista sia come semplificazione degli adempimenti richiesti ai contribuenti sia come verifica dei dati dichiarati.
I discepoli di Visco, che costituiscono l'ossatura del gabinetto economico di Renzi, hanno raggiunto l'obiettivo tanto agognato sin dal 2006. A quell'epoca era stato, infatti, predisposto il super-sistema della Sogei che consentiva di incrociare i dati di tutte le agenzie pubbliche (Entrate, Territorio, Dogane, eccetera) relativi a un unico contribuente. Con Monti si completò l'intelaiatura dell'opera estendendo il controllo anche ai conti correnti bancari (entro il 31 marzo di ogni anno le banche inviano al Fisco la movimentazione dell'anno precedente), ma limitandone l'utilizzo ai potenziali evasori. «Contro l'evasione basta l'incrocio delle banche dati», disse Renzi. Detto fatto: eliminati gli scontrini fiscali e aggiustati gli studi di settore, ora arriva pure il giro di vite sulle banche dati. E Visco gongola.
Al danno per i cittadini si aggiunge pure la beffa. Anche i candidati o eletti alle cariche pubbliche, vale a dire i politici, potranno detrarre i finanziamenti ai partiti, considerati «erogazioni liberali». Si tratta di un beneficio tutto a favore della casta. La nuova legge sul finanziamento conferma le maxidetrazioni del 26% per il cittadino che finanzia un partito. Il discorso è diverso per i politici: che, eletti o candidati, ricevono spesso richieste di contributi obbligatori dalla casa madre (in virtù del taglio del contributo pubblico). Onorevoli e consiglieri si sono fatti lo sconto per fare bella figura e pagare un po' meno tasse. A spese nostre. Intanto, il governo ha deciso di porre la questione di fiducia sul ddl Stabilità in modo da chiudere la partita a Montecitorio per domenica. Si supererà quota 30 con il Jobs Act e la Stabilità al Senato. Alla faccia della democrazia parlamentare.
Tra gli emendamenti approvati ieri anche il taglio alle pensioni d'oro dal 2015. Grand commis, medici, baroni universitari - ultra65enni e ancora in servizio - riceveranno trattamenti calcolati con le regole in vigore prima dell'introduzione della riforma Fornero. Tra le altre modifiche approvate anche il dimezzamento dei tagli ai patronati (da 150 a 75 milioni), mille euro di buoni acquisto per le mamme con almeno 4 figli (e Isee di 8.500 euro) e 100 milioni per gli asili. Le notifiche di atti giudiziari sotto i 1.033 euro diventano a pagamento. Di chi è la colpa? Di un'inchiesta di Report sugli sprechi . Ma le spese di giustizia non erano già comprese nella fiscalità generale?
Sui derivati e sui favori alle banche
La commissione Finanze di Montecitorio farà la "radiografia della situazione" dei contratti derivati del settore pubblico e non. Nel frattempo però esce indenne la norma della legge di Stabilità che rende Morgan Stanley, Jp Morgan e Deutsche Bank "creditori privilegiati" dello Stato italiano
I contratti derivati finiscono al centro di un’indagine parlamentare. Ma nel frattempo i buoi sono scappati, nel senso che è uscita indenne dal passaggio in commissione alla Camera la norma, contenuta nella legge di Stabilità, che introduce la possibilità per le banche d’affari con cui il Tesoro ha in essere derivati per 160 miliardi di ottenere depositi di garanzia che li tutelino in caso di default dell’Italia. Il presidente della commissione Finanze di Montecitorio, Daniele Capezzone (FI), ha fatto sapere che “con il consenso di tutti i gruppi presenti” la commissione “ha deliberato l’avvio di una indagine conoscitiva sull’utilizzo degli strumenti finanziari derivati, nel settore pubblico e non”. Nell’arco di quattro mesi saranno sentiti rappresentanti del ministero dell’Economia, della Corte dei conti, della Cassa depositi e prestiti, della Consob, di Banca d’Italia, della conferenza delle Regioni e dell’Anci, oltre che l’Associazione bancaria italiana, esponenti “delle principali banche e intermediari finanziari”, esperti e studiosi della materia. Obiettivo, “arrivare a un rapporto finale che offra un monitoraggio, una vera e propria radiografia della reale situazione esistente in Italia rispetto ai derivati”, spiega Capezzone.
L’iniziativa, sollecitata dal deputato di Sinistra ecologia e libertà Giovanni Paglia, arriva però dopo che l’articolo 33 della Stabilità sugli “accordi di garanzia in relazione alle operazioni in strumenti derivati” ha superato l’esame della commissione Bilancio della Camera. La norma, caldeggiata dal Tesoro e in particolare dalla responsabile della direzione Debito pubblico Maria Cannata, comporta che Morgan Stanley, Jp Morgan, Deutsche Bank e le altre banche con cui negli anni novanta lo Stato ha sottoscritto derivati diventino creditori privilegiati dell’Italia. Vale a dire che in caso di crisi del debito verranno rimborsati per primi, mentre gli altri, compresi i piccoli risparmiatori italiani, dovranno mettersi in fila.
Paglia, nella lettera a Capezzone, ha chiesto che vengano “acquisiti altri elementi di valutazione, con particolare riguardo al profilo di possibile maggior rischio insito nell’assunzione dello Stato di eventuali garanzie, data anche l’incertezza sulle prospettive macro e di finanza pubblica”. Umberto Cherubini, docente di Finanza matematica e gestione dei rischi finanziari a Bologna, su lavoce.info ha stimato un costo potenziale “per il bilancio dei contribuenti italiani” variabile tra 440 milioni e oltre 1 miliardo di euro.
I contratti derivati finiscono al centro di un’indagine parlamentare. Ma nel frattempo i buoi sono scappati, nel senso che è uscita indenne dal passaggio in commissione alla Camera la norma, contenuta nella legge di Stabilità, che introduce la possibilità per le banche d’affari con cui il Tesoro ha in essere derivati per 160 miliardi di ottenere depositi di garanzia che li tutelino in caso di default dell’Italia. Il presidente della commissione Finanze di Montecitorio, Daniele Capezzone (FI), ha fatto sapere che “con il consenso di tutti i gruppi presenti” la commissione “ha deliberato l’avvio di una indagine conoscitiva sull’utilizzo degli strumenti finanziari derivati, nel settore pubblico e non”. Nell’arco di quattro mesi saranno sentiti rappresentanti del ministero dell’Economia, della Corte dei conti, della Cassa depositi e prestiti, della Consob, di Banca d’Italia, della conferenza delle Regioni e dell’Anci, oltre che l’Associazione bancaria italiana, esponenti “delle principali banche e intermediari finanziari”, esperti e studiosi della materia. Obiettivo, “arrivare a un rapporto finale che offra un monitoraggio, una vera e propria radiografia della reale situazione esistente in Italia rispetto ai derivati”, spiega Capezzone.
L’iniziativa, sollecitata dal deputato di Sinistra ecologia e libertà Giovanni Paglia, arriva però dopo che l’articolo 33 della Stabilità sugli “accordi di garanzia in relazione alle operazioni in strumenti derivati” ha superato l’esame della commissione Bilancio della Camera. La norma, caldeggiata dal Tesoro e in particolare dalla responsabile della direzione Debito pubblico Maria Cannata, comporta che Morgan Stanley, Jp Morgan, Deutsche Bank e le altre banche con cui negli anni novanta lo Stato ha sottoscritto derivati diventino creditori privilegiati dell’Italia. Vale a dire che in caso di crisi del debito verranno rimborsati per primi, mentre gli altri, compresi i piccoli risparmiatori italiani, dovranno mettersi in fila.
Paglia, nella lettera a Capezzone, ha chiesto che vengano “acquisiti altri elementi di valutazione, con particolare riguardo al profilo di possibile maggior rischio insito nell’assunzione dello Stato di eventuali garanzie, data anche l’incertezza sulle prospettive macro e di finanza pubblica”. Umberto Cherubini, docente di Finanza matematica e gestione dei rischi finanziari a Bologna, su lavoce.info ha stimato un costo potenziale “per il bilancio dei contribuenti italiani” variabile tra 440 milioni e oltre 1 miliardo di euro.
lunedì 24 novembre 2014
Ci guadagnano sempre banche, assicurazioni e coop...
L’ipotesi che lo scricchiolante welfare pubblico, sanità inclusa, possa diventare appannaggio delle compagnie assicurative non è solo un’idea avanzata da osservatori ed esperti come l’avvocato Marco Bona che ne ha recentemente parlato a ilfattoquotidiano.it. Ci stanno pensando da tempo anche gli stessi assicuratori, a partire dalla Unipol delle coop che non ne fa mistero. “Appare ormai maturo il tempo di una nuova integrazione tra pubblico e privato, capace non solo di garantire la tutela sanitaria e sociale delle persone, ma anche di favorire la crescita economica, a partire dai territori”, ha detto commentando i risultati del rapporto Welfare, Italia. Laboratorio per le nuove politiche socialì di Censis e Unipol, che è stato presentato mercoledì a Roma.
“Se sapremo superare i pregiudizi consolidati, il pilastro socio-sanitario, inteso non più solo come un costo, può divenire una solida filiera economico-produttiva da aggiungere alle grandi direttrici politiche per il rilancio della crescita nel nostro Paese”, ha aggiunto Stefanini. “Nei lunghi anni della recessione le famiglie italiane hanno supplito con le proprie risorse ai tagli del welfare pubblico”, gli ha fatto eco Giuseppe Roma, direttore generale del Censis. “Oggi questo peso inizia a diventare insostenibile. Per questo è necessario far evolvere il mercato informale e spontaneo dei servizi alla persona in una moderna organizzazione che garantisca prezzi più bassi e migliori prestazioni utilizzando al meglio le risorse disponibili”.
Secondo il rapporto che si basa su indagine svolta dal Censis per Unipol, nell’ultimo anno la spesa sanitaria privata ha registrato un -5,7%, il valore pro-capite si è ridotto da 491 a 458 euro all’anno e le famiglie italiane hanno dovuto rinunciare complessivamente a 6,9 milioni di prestazioni mediche private. Per la prima volta è diminuito anche il numero delle badanti che lavorano nelle case degli anziani bisognosi: 4mila in meno nell’ultimo anno. Sono i segnali di un’inversione di tendenza rispetto a un fenomeno consolidato per cui le risorse familiari hanno compensato per anni un’offerta del welfare pubblico che si restringeva. Tra il 2007 e il 2013 la spesa sanitaria pubblica è rimasta praticamente invariata (+0,6% in termini reali) a causa della stretta sui conti dello Stato. Era aumentata, al contrario, la spesa di tasca propria delle famiglie (out of pocket): +9,2% tra il 2007 e il 2012, per ridursi però del 5,7% nel 2013 a 26,9 miliardi di euro. Quanto al futuro, l’allungamento dell’aspettativa di vita, il marcato invecchiamento della popolazione, le previsioni di incremento delle disabilità e del numero delle persone non autosufficienti prefigurano bisogni crescenti di protezione sociale.
“Negli anni a venire l’incremento della domanda di sanità e di assistenza proseguirà a ritmi serrati. Una domanda che l’offerta pubblica però non potrà soddisfare. C’è già oggi una domanda inevasa di cure e di assistenza a cui il sistema pubblico non riesce a fare fronte”, è stata la sintesi in sede di presentazione del rapporto. Secondo il quale “integrare pubblico e privato diviene, così, un’opportunità rilevante, per compensare una domanda cui la sola sfera pubblica non è più in grado di fare fronte”. In particolare l’idea è quella “di un’integrazione tra offerta pubblica e strumenti assicurativi (che permettano di sottoscrivere polizze a costi accessibili per poter godere in futuro di servizi di assistenza, di cura e di long term care) e di intermediazione organizzata e professionale di servizi” che “diventa quanto mai attuale”.
Anche perché, sottolinea il rapporto “l’Italia resta una delle poche economie avanzate in cui la spesa out of pocket intermediata, ovvero coperta da assicurazioni di tipo integrativo o da strumenti simili, rappresenta una quota molto bassa del totale della spesa sanitaria “di tasca propria”. L’Ocse stima che in Italia l’out of pocket intermediato sia appena il 13,4% del totale, a fronte del 43% della Germania, del 65,8% della Francia, 76,1% degli Stati Uniti. Si tratta di un dato che fa molto riflettere e che lascia immaginare lo spazio che esiste per allargare il perimetro di azione sia del pubblico che degli operatori privati, ma soprattutto per ridisegnare gli equilibri tra i due attori”.
In concreto “occorre naturalmente stabilire le modalità precise per attivare tale percorso di integrazione, non tralasciando che molti fenomeni di cambiamento socio-demografico variano ed assumono sfumature differenti a seconda dei territori in cui si articola il Paese. Coinvolgere, pertanto, gli Enti territoriali nella definizione di processi di integrazione pubblico-privato, ma soprattutto coinvolgerli nella definizione di strumenti integrativi di welfare può essere una pista di lavoro per attivare servizi maggiormente rispondenti ad uno scenario in cambiamento. In questa prospettiva si pongono le proposte, di alcuni operatori privati, in primis Unipol, di attivare fondi sanitari integrativi di tipo territoriale, con una forte compartecipazione degli Enti locali”.
Un’ipotesi che dovrebbe interessare a tutti gli attori in campo, incluso il ministero del Lavoro di Giuliano Poletti che ha partecipato alla presentazione dello studio insieme al ministro della Salute Beatrice Lorenzin, se incorniciata nel quadro tracciato dal rapporto. Quello che parla di “una vera rivoluzione produttiva e occupazionale, utile a risollevare l’Italia dalla prolungata fase di stagnazione” proprio grazie all’integrazione degli strumenti di welfare pubblici con il mercato sociale privato, “puntando a valorizzare l’economia della salute, dell’assistenza e del benessere delle persone (la “white economy”)”. Considerato nell’insieme, sostengono le stime al 2012 del valore della produzione e dell’occupazione dei comparti afferenti alla white economy frutto dell’elaborazione Censis su dati Istat, Assobiomedica e Farmindustria riportata dall’analisi, il sistema di offerta di servizi di diagnostica e cura, farmaci, ricerca in campo medico e farmacologico, tecnologie biomedicali, servizi di assistenza a malati, disabili, persone non autosufficienti genera oggi un valore della produzione di oltre 186 miliardi di euro, pari al 6% della produzione economica nazionale, con una occupazione di 2,7 milioni di addetti. Numeri che non tengono ovviamente conto dei valori in ballo per il comparto assicurativo. Mentre resta fermo, sempre secondo lo studio, che “è evidente che la modernizzazione e la crescita della white economy, non possono passare solo per un investimento pubblico ma, viceversa, dovrebbero passare attraverso l’attivazione di un’offerta privata di servizi e di strumenti assicurativi e finanziari privati, di tipo integrativo, coordinati con l’offerta pubblica e sottoposti, ovviamente, alla vigilanza di organismi indipendenti competenti per materia”.
Un’idea che è piaciuta molto al ministro della Salute, Lorenzin che ha commentato che sulla sanità integrativa “non siamo all’anno zero” e dal prossimo autunno si costruirà “questo pilastro importante nella riorganizzazione del sistema sanitario“. “Dopo i costi standard e il Patto per la salute già realizzati” per il ministro è questo il prossimo importante passo da fare: organizzare “la sanità integrativa, sia con i fondi e sia con le assicurazioni, in modo tale da creare una complementarietà anche per quanto riguarda il settore pubblico”. Lorenzin immagina anche “dei fondi aperti. Penso ai lavoratori che perdono il lavoro, a come accompagnarli nei cambi di professione” . Si tratterà quindi di un sistema che non si va a sovrapporre “al servizio sanitario nazionale, ma dovrà essere integrato in una logica di sviluppo del sistema per creare anche una cultura del risparmio, utile all’assistenza per quando si sarà più anziani”. Inoltre, dovrà essere concepito in una logica di integrazione socio-sanitaria “penso – ha detto – non soltanto all’aspetto di sanitario ma anche di servizi alla persone”.
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