giovedì 16 ottobre 2014

La ridicolaggine di Angelino Jolie

Proprio ieri, nel decreto "stadi" c'era infilata dentro una normativa per stanziare altri milioni di euro per l'accoglienza dei clandestini.

Dall'Ue schiaffone ad Alfano: "Controllate da soli i confini". Il ministro aveva detto: "Con Triton terminerà l'operazione Mare Nostrum". Ma il direttore di Frontex: "La gestione del controllo dei confini resta agli stati membri" di Andrea Indini

"Con Triton l’Europa si reimpossessa delle frontiere e consente di far terminare l'operazione Mare Nostrum". Da giorni il ministro dell'Interno Angelino Alfano va in giro per l'Italia a vendere l'operazione Triton, che partirà il primo di ottobre, come un successo suo personale, la pietra tombale alla fallimentare Mare Nostrum che a Roma è costata svariate decine di milioni di euro, decine di migliaia di extracomunitari da soccorrere e soprattutto un'emergenza umanitaria senza precedenti. Ma sono tutte chiacchiere. La verità sull'operazione deliberata da Bruxelles ce la dice il direttore esecutivo di Frontex Gil Arias Fernandez durante un briefing con la stampa a Roma: "Mare Nostrum non sarà sostituita dall’operazione Triton di Frontex".

Una doccia gelata per il Viminale, uno schiaffo per Alfano che aveva scommesso tutto su Triton per cavarsi fuori da una figuraccia internazionale senza precedenti. E l'emergenza immigrazione rischia seriamente di esplodere nelle mani del leader del Nuovo centrodestra. Perché, ancora una volta, l'Unione europea ha deciso di lasciare l'Italia da sola a fronteggiare gli sbarchi di clandestini che assaltano le nostre cose. Niente di nuovo. Cecilia Malmström, commissario Ue agli Affari esteri, aveva già avvertito il titolare del Viminale. "È chiaro che l’operazione Triton non sostituirà Mare Nostrum - aveva dichiarato nei giorni scorsi - il futuro di Mare Nostrum rimane in ogni caso una decisione italiana". Non era stata certo la prima volta che la commissaria svedese aveva preso le distanze dal governo italiano. In un estenuante gioco di annunci italiani e sconfessioni europee è, infine, venuta a galla la verità: l'annunciata volontà di chiudere Mare Nostrum non dipende da Bruxelles ma è una scelta che spetterà unicamente al premier Matteo Renzi e ai suoi uomini.

A chiudere il cerchio ci ha pensato il direttore esecutivo di Frontex rispondendo duramente e senza ombra di dubbio alle dichiarazioni dei giorni scorsi di Alfano. "La decisione di interrompere Mare Nostrum spetta solo alle autorità italiane e Triton comincerà indipendentemente da Mare Nostrum - ha dichiarato Gil Arias Fernandez - la gestione del controllo dei confini resta agli stati membri: Frontex aiuta gli stati membri ma non li sostituisce". Insomma, né Frontex né l’Unione europea hanno l’autorità per sostituire l’autorità dello Stato membro nel controllo dei suoi confini. "Frontex è un’integrazione al compito svolto dagli Stati membri nell’affrontare sfide esterne eccezionali, tramite operazioni congiunte come Triton - insiste Gil Arias Fernandez - la gestione dei confini esterni dell’Unione europea è una responsabilità congiunta dello Stato membro e dell’Ue". Toccherà dunque al governo, e in particolar modo al Viminale e alla Difesa, gestire il controllo dei confini. Dal canto suo Bruxelles offre ad Alfano un minimo aiuto di cooperazione. Niente di più.

La manovra che abbassa le tasse...

Tagli alla spesa, la rabbia delle Regioni: "Difficile non aumentare le tasse". La legge di Stabilità prevede 4 miliardi di tagli alla spesa delle Regioni. Il governatore del Piemonte Chiamparino: "Sarà un miracolo se riusciremo a non aumentare le tasse". Caldoro: "Si tratta di tagli ai servizi, al sociale e ai trasporti" di Raffaello Binelli

"Non so se le regioni aumenteranno le tasse", ha detto il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, sul rischio di aumenti fiscali da parte delle regioni in seguito ai tagli decisi dal governo con la legge di Stabilità. Verrebbe quasi da dire: gallina che canta ha fatto l'uovo. Ma la mannaia del governo non piace a tutti, anche nella sinistra renziana. Il governatore del Piemonte, Sergio Chiamparino, attacca a testa bassa: "Quattro miliardi di tagli alle Regioni - dice alla Stampa - sono davvero tanti. Sentendo i miei colleghi non vedo proprio tutti  questi margini". Chiamparino è stato tirato in ballo da Renzi durante la conferenza stampa seguita al Cdm di ieri sera: "Con 15 miliardi di spending, di cui la maggior parte dallo Stato centrale, vorrà dire che alle Regioni chiederemo un piccolo sforzo. Conosco Chiamparino come un grande riformatore, mi risulta difficile pensare che possa aumentare le tasse". E il diretto interessato che dice? "Nessuno vuole aumentare le tasse, anzi. Ma ci sono limiti di tolleranza oltre i quali non si può andare".

E sul tema specifrico delle tasse fa sapere: "Altro che ridurrle, sarà un miracolo se riusciremo a non aumentarle. Temo sarà difficile evitarlo". A deciderlo saranno i numeri, una volta confrontati con la realtà dei bilanci: "Non è stato possibile ottenere un incontro prima della manovra, spero ci sarà modo per un approfondimento". Ieri anche il governatore della Campania, Stefano Caldoro, aveva chiesto al governo una piena assunzione di responsabilità in merito ai tagli alle Regioni: "I quattro miliardi di cui si parla hanno poco a che vedere con la spending review che noi applichiamo da anni. Si tratta di tagli ai servizi, alla sanità, ai trasporti. Stiamo parlando di tagli al sociale. È cosa ben diversa dalla spending review Io allora dico al governo: se bisogna fare questo taglio di 4 miliardi e sappiamo dove colpiscono, allora sia lo stesso governo a mettere ticket nazionali".

Padoan, intervenuto stamani a Radio anch'io, ribadisce che il pressing sugli enti locali "non è a che aumentino le tasse, ma perché aumentino l’efficienza. Siamo convinti che i margini ci siano. Si tratta di dare gli stimoli giusti, a partire dal governo". Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera, a "La Telefonata di Belpietro", su Canale 5, critica la legge di Stabilità: "Quando si dice Spending review, 15-16 miliardi, e si fanno i tagli alle Regioni, vuol dire che si taglia la sanità, vuol dire che se si tagliano i trasferimenti a Comuni, Regioni, Province, questi a loro volta aumentano le tasse. Quindi tagli delle tasse per aumentare le tasse".

Tasse sulla casa, la stangata non finisce con la Tasi. In arrivo le scadenze di Imu e Tari. A 24 ore dalla scadenza della Tasi, con milioni di cittadini che non sanno ancora come e quanto pagare per versare l’acconto della tassa sui servizi indivisibili, conviene tenere la calcolatrice e il portafoglio (pieno) ancora a portata di mano. Incombono anche l'Imposta municipale unica sulle seconde case e la nuova tassa sui rifiuti di Patrizia De Rubertis

Abbandonate ogni speranza, o voi, contribuenti, alle prese con tasse, imposte e tributi. A 24 ore dalla scadenza della Tasi, sono ancora migliaia i cittadini in difficoltà (in tutto sono coinvolti 15 milioni tra proprietari e affittuari nei 5.279 Comuni che non avevano deciso e comunicato l’aliquota in tempo per la scadenza dello scorso 16 giugno) e che non sanno come e quanto pagare per versare l’acconto della tassa sui servizi indivisibili. Si tratta, in pratica, dell’imposta che ha preso il posto dell’Imu sulla prima casa, e che si paga anche sulla seconda, per l’illuminazione pubblica, gli asili nido comunali, il verde pubblico e la manutenzione stradale. Ma la situazione non migliorerà andando più in là con i giorni, perché la stagione delle tasse quest’anno sembra non finire mai, soprattutto quando si ha a che fare con la casa, ormai sempre più un bancomat per la politica.

Così, se si pensava di uscire indenni da quello che, ormai, per tutti è stato già ribattezzato il giovedì nerissimo per le tasse, meglio annotare sul calendario altri appuntamenti. E cominciare a prepararsi non solo psicologicamente, ma soprattutto economicamente con il portafoglio pieno. Fra metà ottobre e la fine dell’anno si concentreranno, infatti, le altre due scadenze da pagare su casa e servizi: l’Imu (che si versa solo per le seconde case) e la Tari, la nuova tassa sui rifiuti (che ha sostituito la Tares) dovuta da chi occupa l’immobile. Tasi, Imu e Tari sono i tre tributi che formano l’Imposta unica comunale (Iuc), ma le componenti non si escludono ma si sommano fra loro e, soprattutto, non abrogano o sostituiscono in alcun modo altre imposte locali. E, ovviamente, trattandosi di tre differenti tributi, ognuno ha regole di applicazione proprie e modalità di calcolo specifiche, pur essendo il Comune di appartenenza l’unico ente a cui confluiscono i versamenti.

Con una nota dolente, tanto da generare confusione tra i contribuenti: Tasi e Imu si calcolano nello stesso modo, avendo la stessa base imponibile (la rendita catastale su cui applicare coefficienti e detrazioni). Ma questa procedura deve essere fatta dal cittadino o, comunque, con l’aiuto del Caf e del commercialista. Vane, quindi, le speranze di tutti coloro i quali si aspettavano l’arrivo del bollettino a casa. Con l’aggravante per tutti i proprietari delle seconde case: questa procedura il 16 dicembre dovranno ripeterla due volte. In questa data, infatti, scade sia il saldo Tasi che l’Imu. Ma attenzione, perché ci ancora oltre 600 Comuni che non avendo pubblicato le delibere Tasi, costringeranno i proprio contribuenti a fargli pagare tutta la tassa in un’unica soluzione entro il 16 dicembre con l’aliquota standard dell’1 per mille. E, sempre martedì 16 (che diventerà certamente il nuovo martedì nerissimo del Fisco), dovranno sborsare anche i soldi per l’Imposta sulle seconde case e su ogni altro tipo di immobile diverso dalla prima. Non dimenticando che l’Imu si paga anche sulla prima casa se è un immobile di pregio, appartenente alle categorie categorie A/1,A/8 e A/9.

È con la Tari che, almeno, c’è un po’ di sollievo sotto il profilo organizzativo. La tassa sui rifiuti è arrivata (o lo sta facendo) direttamente nelle cassette delle lettere, spedita dal Comune, con il modello F24 precompilato. Detto che l’amministrazione comunale per calcolarla applica una quota fissa alla quale si aggiunge una variabile, in base alla metratura del locale e al numero di persone che ci sono all’interno, va sottolineato che va pagata da qualsiasi possessore o locatario di un immobile o anche di aree scoperte che producono rifiuti. Non c’è, tuttavia, una data stabilita: sono i Comuni a deciderlo, caos permettendo. È il caso di Milano, dove la scadenza era fissata per il 16 settembre, ma essendo stati consegnati solo il 70% dei bollettini, i milanesi potranno pagare la tassa entro il 16 ottobre senza sanzione. A Napoli, altro esempio, il totale della Tari è stato suddiviso in quattro rate con scadenza 31 ottobre 2014, 31 dicembre 2014, 28 febbraio 2015 e 30 aprile 2015, ma entro il 31 ottobre si può pagare in un’unica soluzione.

Dulcis in fundo: i numeri. Detto che da mesi infuria la polemica se la Tasi sulla prima casa sia più cara rispetto all’Imu, sul podio delle città più tartassate dalle tasse comunali salgono Roma, Milano e Napoli, con una media di circa 1.000 euro. E se Padova, tra le amministrazioni più piccole, si differenzia per i suoi 721 euro a contribuente all’anno, Venezia è, invece, la città più cara in assoluto con 506 euro di imposte e altri 663 euro di tributi vari per un totale di circa 1.100 euro, sempre all’anno, sempre pro capite e sempre di sole tasse comunali. “Eppure – denuncia Federcontribuenti che ha diffuso il report – la qualità della vita nelle città peggiora: carenza di servizi, scarsa sicurezza pubblica, strade con buche e impercorribili e quartieri sommersi dai rifiuti”. Disagi che, andrebbero risolti proprio con i soldi che arrivano dal pagamento della Iuc.

La manovra col botto

Renzi la manovra col "botto" (letteralmente) di Valerio Lo Monaco

Come era facile immaginare, anche in occasione della presentazione della Legge di Stabilità, il governo Renzi ha impugnato il megafono per urlare e alzare la posta. Il documento appena presentato è presente al momento su tutti i siti di informazione. Si tratta di un elenco di misure e di cifre che è impossibile da commentare a fondo, visto il carattere attuale di mero annuncio. Ma anche solo a prima vista, salta immediatamente all’occhio che si tratta di cifre tanto grandi dal rendere impossibile anche solo pensare a una loro reale applicazione.

Valga solo uno dei punti più esilaranti, sul quale si regge poi buona parte dell’impalcatura generale di questa manovra: “il governo ha messo nero su bianco che il rapporto tra deficit e Pil sarà del 2,9%: così facendo ha conquistato 0,7 punti di spazio finanziario in più rispetto al 2,2% inizialmente indicato. In soldoni, si tratta di circa 11 miliardi di euro che si potranno andare a raccogliere sui mercati, generando deficit aggiuntivo ma non intaccando il parametro del 3% voluto dall'Europa."

Le parole chiave per capire il trucco sono le prime: “il governo mette nero su bianco”. Cosa? Una previsione. Noncurante di tutte quelle sino a ora sbagliate, in merito al Pil dell’anno in corso e al suo rapporto col debito, il Governo si arroga il diritto non solo di fare una previsione tanto importante per il 2015, ma addirittura di incardinarci sopra una buona metà della manovra. Che ha un totale di 36 miliardi. Si tratta di cifre enormi. Impossibili da raggiungere. Impossibili da andare a pescare da nessun bacino, o tesoretto, di cui l’Italia non dispone da decenni. Solo un anno addietro si è discusso mesi e mesi, in Parlamento, per trovare 4 miliardi in merito all’affare dell’abolizione dell’Imu sulla prima casa. E, sempre che gli italiani se ne siano nel frattempo accorti, anche in quel caso a fronte dell’annuncio di aver poi trovato, alla fine, tale cifra, il tutto si è concepito e realizzato con la sua abolizione ma anche con l’introduzione della Tasi, semplicemente differita di un po’. È notizia di questi giorni, in merito, che la Tasi alla fine, nella maggior parte dei casi, concorre a far pagare tasse sulla casa più alte di quelle che si sarebbero pagate, e che si pagavano a suo tempo, quando invece l’Imu era cosa corrente. In quel caso, visto che di denaro per finanziare l’operazione non ce ne era, il Governo vendette pubblicitariamente una operazione che non è altro che un gioco delle tre carte. Via l’Imu, dentro la Tasi. A somma negativa, per il contribuente.

Le cose, oggi, non sono cambiate. Perché non è cambiata la traiettoria disastrosa dei conti pubblici. Anzi, semmai questi sono peggiorati, e anche se l’ultima rilevazione sul debito pubblico vede una discesa di 20 miliardi, i livelli di disoccupazione e quelli dei consumi sono arretrati ulteriormente, per non parlare del Pil e del relativo rapporto con il debito sul quale l’Europa è in procinto di chiederci conto. Come è possibile allora che oggi, a conti peggiorati, il Governo sia in grado di varare una manovra così ampia e con spese così “folli” per i nostri conti pubblici? Ovviamente non è possibile nei numeri, per un semplice calcolo aritmetico. E ovviamente ciò significa che, posto che agli annunci seguiranno i decreti attuativi, il che è tutto da vedere, il denaro per coprire tale manovra dovrà essere racimolato altrove. Cioè, per dirla in altre parole, rastrellato da una parte delle tasche dei cittadini e poi immesso, in qualche percentuale, da altre parti. Gli ulteriori tagli a Comuni, Province e Regioni - cioè ai servizi al cittadino - ne sono già un assaggio.

La sola copertura dell’operazione degli 80 euro in busta paga, confermata per il 2015, consta di quasi 10 miliardi. Che non ci sono. E che devono dunque essere raggranellati altrove. Nel complesso, del 36 miliardi della manovra, ben 26 vengono da tagli e da spesa in deficit. Come accaduto in passato, i mezzi attraverso i quali qualsiasi Governo può rastrellare denaro sono le tasse. Dirette e indirette. Palesi o mascherate. Visibili e invisibili. Per tasse invisibili intendiamo tutte quelle voci, quei balzelli, che non saltano all’occhio immediatamente, ma che poi concorrono all’esproprio complessivo cui ogni cittadino viene condannato. Un esproprio articolato in varie voci, diversificate, e sparpagliate all’interno di tantissimi ambiti in modo da non essere percepite immediatamente come tanto importanti e impopolari. In modo da non destare immediatamente il sospetto, o la certezza, che una concessione fatta da una parte sia poi vanificata da un prelievo dall’altra.

Per intenderci, se a fronte degli 80 euro di Renzi fosse stata varata immediatamente una nuova tassa che andava a concorrere per un importo uguale, il bluff sarebbe stato percepito immediatamente, e il gioco mediatico non avrebbe retto. Invece in occasioni del genere - e lo abbiamo visto innumerevoli volte in passato - si concede 50 e si preleva 55, o 60, spalmando il tutto in voci ulteriori di tassazione di non facilissima e immediata identificazione. Ora, posto che i denari necessari alla manovra appena annunciata non ci sono, si tratta di capire dove essi saranno prelevati. Per buona parte, almeno a quanto si sa in queste ore, come abbiamo visto la spesa che il Governo ha deciso di effettuare è in deficit, anche se si è premurato immediatamente di precisare che tale spesa andrà a incidere per alcuni punti di Pil ma sempre rientrando all’interno del tetto del 3% per quanto attiene al 2015. Cosa significa? Lo ribadiamo in parole molto semplici: il Governo scommette su delle previsioni. Scommettendo - letteralmente - che nel 2015 il nostro Pil possa essere in ripresa rispetto al disastro del 2014, il Governo conta di poter investire oggi in deficit, e poi aspettare la crescita per ripagare il tutto, come da previsione.

Sulle reali possibilità di vincere la scommessa in merito alla crescita del Pil nel 2015 nutriamo qualche dubbio. Non solo perché le previsioni, in merito, sono periodicamente riviste al ribasso rispetto a quelle precedenti, ed è cosa che accade da molti anni, ormai, ma anche perché non c’è un solo indicatore che sia uno in grado di far pensare che il Pil possa riprendere a crescere. Né in Italia né in tutta Europa e men che meno negli Stati Uniti (visti i crolli di ieri?). Ecco, l’Italia sta scommettendo su questo quando a livello europeo persino la Germania, ed è notizia anche in questo caso recente, è costretta ad ammettere forti rallentamenti. In estrema sintesi: scommettiamo di andare più forte dei tedeschi, nel 2015. E ognuno può supporre, a questo punto, ciò che vuole.

Lo scenario sperato è quello di spendere ciò che non si ha, essendo certi di effetti sulla ripresa economica tanto forte da essere poi in grado di coprire nel 2015 ciò che si va a fare a debito oggi. Lo scenario realistico è invece quello della deriva del “sistema del debito” della nostra società, i cui effetti sono evidenti in ogni parte del mondo, che ha già ampiamente dimostrato di non funzionare. Se si dovesse verificare il primo, tutto a posto, si fa per dire. In caso contrario, delle due l’una: o si sfora pesantemente con il deficit e si aumenta ulteriormente il debito pubblico - con tutto ciò che a livello europeo la cosa comporta - oppure il denaro dovrà essere drenato ai cittadini in altro modo. L’annuncio di oggi del Governo Renzi va a nostro avviso letto come una fatale condanna per quello che sarà nel prossimo futuro: un inasprimento delle tasse nella migliore della ipotesi, per esempio mediante l’aumento ulteriore dell’Iva e delle accise, un esproprio con una patrimoniale consistente (e ovviamente più visibile) nell’ipotesi a nostro avviso più probabile, oppure il traghettamento diretto verso il commissariamento da parte della troika. L’operazione di Renzi di oggi non va dimenticata, perché dovremo rammentarla, tra qualche mese, come l’innesco di una ulteriore pesante fase di declino del nostro Paese.

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mercoledì 15 ottobre 2014

Era il 4 ottobre 2013

Siamo andati a prenderlo verso mezzogiorno. Ce lo ha portato una delle veterinarie che lo avevano ricevuto da una amica e tenuto in cura in clinica per un pò. Si era arrampicato su un alto tiglio in una serata di pioggia battente. Le ragazze non sono riuscite a prenderlo ed hanno dovuto chiamare i pompieri che sono saliti sull'albero col braccio elevatore. Non avevo mai avuto un gatto e, sinceramente non sapevo manco dove mettere le mani. Avevo già comprato praticamente tutto (perchè avevo già parlato con la ragazza che lo aveva in custodia), cassetta, sassi, ciotole, rastrello, palline e bastoncini coi topini, cibo e sacchetti. Ma credevo fosse facile come coi criceti. Invece no. E' stata una avventura e non è stato facile, lui aveva quattro mesi e voleva giocare a qualsiasi ora e con qualsiasi cosa e voleva tante tante coccole... ma solo quando decideva lui. Era un ragnetto spelacchiato che non voleva mai stare da solo. Ad un anno di distanza, sono felice di essermi infilata in questa avventura perchè lo adoro. Lo adoro anche quando mi sveglia la mattina presto.

Del lodarsi da solo



Una maximanovra. E Renzi non riesce a trattenere la soddisfazione e i toni trionfali: "Questa è la più grande riduzione di tasse mai fatta da un governo nella storia della Repubblica". La legge di Stabilità, che il governo ha approvato in serata durante il Consiglio dei ministri, è lievitata da 30 a 36 miliardi. I 36 miliardi di cui si compone la Legge comprendono 18 miliardi di tagli delle tasse e 15 miliardi di spending review. Non ci sarà alcun aumento delle tasse, nella legge di Stabilità al vaglio del Consiglio dei ministri, ma misure per la lotta all’evasione che, secondo il governo, porterà un introito di 3,8 miliardi. "È una lotta che non si fa con la multa al cliente che esce dal negozio ma con l’incrocio della banche dati", ha spiegato il premier Matteo Renzi. "La spending review, in totale da 15 miliardi è così composta: 2,5 mld da decreto legge 66, quello degli 80 euro; 6,1 da risparmi dello Stato, 4 da risparmi delle Regioni, 1,2 dai Comuni e 1 da province", ha proseguito il presidente del Consiglio.

Per quanto riguarda le voci di spesa: nove miliardi e mezzo verranno stanziati per confermare il bonus 80 euro (annunciando il provvedimento il premier si è tolto una sassolino dalla scarpa: "Alla faccia di tutti quelli che hanno detto che non ce la facciamo"), 5 miliardi per tagliare componente lavoro dell’Irap, 1,9 per sostenere gli incentivi ai contratti a tempo indeterminato, 3 miliardi per l’eliminazione di nuove tasse. Il governo tende la mano al popolo delle partite Iva: 1,9 mld per chi assume con contratto a tempo indeterminato e 800 mln per le partite Iva "un’agevolazione che interessa 900mila italiani". Una mano tesa al mondo delle imprese, ma con una chiara richiesta: "Caro imprenditore, assumi a tempo indeterminato? Ti tolgo l’articolo 18, i contributi e la componente lavoro dall’Irap. Mammamia, cosa vuoi di più. Ti tolgo ogni alibi e ti do una grande occasione".

Intanto le banche dicono ufficialmente sì e appoggiano la misura del governo che permette ai lavoratori di ricevere il Tfr in busta paga, operazione che potrebbe partire comunque a metà del 2015. Una volta chiarito che il provvedimento, contenuto nella legge di stabilità, rispetta i paletti giudicati sin da subito necessari dal settore per il buon esito dell’operazione (volontarietà, garanzia dello Stato e assenza di ulteriori aggravi per le imprese, i lavoratori o le banche), l’Abi per voce del presidente Antonio Patuelli, che ne ha discusso nel comitato esecutivo dell’associazione a Milano, si è detta "soddisfatta". Nella pratica le banche erogheranno il finanziamento all’azienda nel caso in cui il dipendente richieda il Tfr, ma saranno coperte dalla garanzia statale. Il lavoratore infatti oggi ha la garanzia che se l’impresa non può dare il Tfr, ci pensa l’Inps attraverso un fondo appropriato. La stessa garanzia, in diverse modalità tecniche, sarà data alla banca che eroga il finanziamento in modo da poter recuperare l’eventuale insolvenza. La garanzia inoltre permetterà alle banche di non avere aggravi sotto il profilo patrimoniale, mentre la loro remunerazione sarà in linea con quella già prevista attualmente con il Tfr "lasciato" in azienda (1,5% fisso più lo 0,75% del tasso di inflazione).

La Grecia e la troika

Dicono, pare che la Grecia si stia ribellando alla troika... anche se ormai è troppo tardi per farlo. E la troika, a sua volta si vendica. E il risultato è questo. Se non è dittatura questa. O servono ulteriori conferme sui criminosi disegni della troika di depredare e affamare stati e popoli?

Il caso marò

Marò, prossima udienza fissata per il 20 febbraio. Il tribunale vuole aspettare il ritorno di Latorre, ma così fa passare oltre tre anni dall'arresto di Franco Grilli

Il processo per Massimiliano Latorre e Salvatore Girone continua ad andare per le lunghe. Mentre il governo indiano smentisce una trattativa per una risoluzione consensuale, il tribunale di Nuova Delhi ha fissato per il 20 febbraio 2015 la prossima udienza, vale a dire oltre tre anni dopo l'arresto dei due fucilieri, avvenuto il 15 febbraio 2015. Per quella data potrà essere presente in aula anche Latorre che, dopo il malore che lo ha colpito a metà settembre, ha avuto il permesso di trascorrere la convalescenza in Italia, con l’impegno scritto di fare ritorno in India dopo quattro mesi. Ieri, però, la testata locala Economic Times aveva parlato di una proposta avanzata dall’Italia per una "soluzione consensuale" del caso. La questione sarebbe passata nelle mani dell’ex potente capo dei servizi segreti indiani e attuale Consigliere per la Sicurezza nazionale del governo Modi, Ajit Doval. Un portavoce del governo indiano però ha smentito presunti negoziati, precisando che "se c’è qualcosa che non è stato ancora finalizzato, non penso sia opportuno renderlo di dominio pubblico"

Le banche

Ex manager bancario: “Le banche non aiuteranno l’economia reale, non illudetevi” di Franz Baraggino

La Bce ha tagliato ulteriormente il costo del denaro, con tassi allo 0,05%, e ha pronto un piano per l’acquisto di titoli dalle banche. Tutto per dare più liquidità agli istituti di credito e costringerli a sostenere l’economia reale. “Non v’illudete, da loro non arriverà alcun aiuto alle piccole e medie imprese, che in Italia rappresentano il vero tessuto produttivo, quello più sofferente”. E’ l’analisi di Vincenzo Imperatore, ex dirigente e autore per Chiarelettere di ‘Io so e ho le prove – Confessioni di un ex manager bancario‘, libro in cui spiega tutti i trucchi utilizzati dagli istituti per ingannare i correntisti. “Per anni”, racconta Imperatore, “abbiamo concesso prestiti e venduto prodotti al di sopra delle possibilità della stessa clientela”. Poi, con la crisi finanziaria del 2007, qualcosa è cambiato. E i “polli da spennare“, ottimi clienti fino ad allora, sono diventati debitori da far rientrare a tutti i costi. Perché il rischio di rimetterci la faccia, e non solo, aveva reso imprescindibile il rispetto delle regole imposte da Basilea II, fino ad allora ignorate. Per questo, ne è convinto l’autore, “oggi alle banche non conviene prestare soldi a un’azienda che non ha un rating ottimale, anche se li prende allo 0,05% dalla Bce. Perché dovrebbe accantonare cifre maggiori a garanzia della solvibilità dell’imprenditore”. Insomma, per le banche il gioco non vale la candela, con buona pace dell’economia reale e degli appelli di Mario Draghi. “Il credit crunch non si arresterà”, avverte Imperatore, che rilancia: “Fidatevi, ve lo dice chi per decenni ha venduto l’anima alla banca in cui lavorava” 

Le scuole belle di renzie e delle coop rosse

Antitrust, appalti per pulizia scuole e p.a.: ipotesi “cartello” anti-concorrenza. L'autorità indaga su quattro società per verificare se abbiano posto in essere un’intesa per partecipare alla gara bandita da Consip. Il procedimento si concluderà entro il 31 dicembre 2015

Società che partecipano alla gara Consip per l’affidamento delle pulizia nelle scuole e che finiscono nel mirino dell’Antitrust, perché l’autorità vuole verificare che tra loro non esista un accordo “volto ad una ripartizione della quasi totalità dei 10 lotti fino ad oggi aggiudicati in violazione della normativa europea a tutela della concorrenza”. L’authority ha quindi avviato un procedimento istruttorio “nei confronti delle società CNS (Consorzio Nazionale Servizi), Manutencoop Facility Management, EXITone e Kuadra per accertare se tali imprese abbiano posto in essere un’intesa avente ad oggetto il coordinamento delle modalità di partecipazione alla gara comunitaria bandita dalla Consip per l’affidamento dei servizi di pulizia negli Istituti Scolastici, di ogni ordine e grado, e nei centri di formazione della Pubblica Amministrazione“. Un coordinamento che violerebbe la legge. Consip è la società del Ministero dell’Economia e delle Finanze che “svolge attività di consulenza, assistenza e supporto nell’ambito degli acquisti di beni e servizi delle amministrazioni pubbliche”. E per quanto riguarda le scuole stipula le convenzioni sulle opere di pulizia degli istituti. E la relativa gara è proprio uno dei punti di partenza del progetto “Scuole belle” del governo Renzi, anche per garantire continuità occupazionale ai lavoratori ex Lsu’. “Dall’analisi delle offerte presentate e degli esiti della gara – scrive ancora l’Antitrust -, emergerebbe, in particolare, l’assenza sistematica di un effettivo confronto competitivo tra l’ATI (Associazione temporanea di imprese) costituito tra CNS, EXITone e Kuadra da un lato, e, dall’altro, la società Manutencoop Facility Management S.p.A., sia in termini di mancata presentazione che di scarsa aggressività delle offerte formulate in relazione ai diversi lotti”. Il procedimento si concluderà entro il 31 dicembre 2015.

martedì 14 ottobre 2014

... unione europea, il nulla

Immigrati, la Merkel se ne frega: non invia mezzi nel Mediterraneo. Il primo di novembre partirà l'operazione Triton. Alfano: "Rafforzate le capacità operative di Frontex". Ma solo otto Paesi Ue hanno messo a disposizione i propri mezzi. Tra questi non c'è la Germania. Scatta l'allarme: "Così non è abbastanza" di Andrea Indini

L'Europa volta le spalle all'Italia. E la lascia sola ad affrontare l'emergenza immigrazione. Nonostante le promesse del ministro dell'Interno Angelino Alfano, sono pochissimi i Paesi dell'Eurozona a contribuire alla missione Frontex. Un manipolo di appena otto Stati ha, infatti, messo a disposizione i mezzi necessari a bloccare l'ondata di clandestini che dal Nord Africa punta verso le coste italiane. E tra questi non c'è la Germania. A sentir parlare Alfano Bruxelles ha "rafforzato le capacità operative di Frontex". Solo sulla carta, però. Perché solo otto Stati membri hanno messo a disposizione mezzi tecnici per l'operazione Triton. Così, il materiale non basta. Tanto che, nelle ultime ore, il direttore esecutivo dell'agenzia Gil Arias si è visto costretto a lanciare una nuova richiesta sperando in "una maggiore partecipazione". La disponibilità è arrivata da Finlandia, Spagna, Portogallo, Islanda, Olanda, Lettonia, Malta e Francia. Tra questi balza subito all'occhio l'assordante assenza della Germania. Da mesi la cancelliera Angela Merkel accusa Roma di non fare abbastanza per contrastare gli sbarchi degli immigrati. Eppure, quando si è trattato di fare la propria parte, si è subito tirata indietro. La Germania si è, infatti, limitata a mettere a disposizione di Frontex il personale specializzato. Non è certo abbastanza per una emergenza epocale che, dall'inizio dell'anno, conta oltre i 120mila arrivi.

"Dai primi di novembre partirà l’operazione congiunta Triton al cui avvio corrisponderà la fine progressiva di Mare Nostrum - ha ricordato Alfano - il rafforzamento di Frontex oggi sembra legato all’intervento nel Mediterraneo, ma in realtà si tratta di un precedente virtuoso per un eventuale intervento più forte, speriamo non necessario, su tutte le altre frontiere europee, a partire da quella dell’Est". Sul fronte del Mediterraneo, però, l'agenzia non ha mezzi a sufficienza per garantire un regolare pattugliamento sull'intero fronte. L’agenzia prevede, infatti, un impiego mensile di due navi d’altura, due imbarcazioni, quattro motovedette, due aerei e un elicottero. "Considerando la vasta area operativa - spiega il direttore esecutivo Arias - la sorveglianza aerea avrà un ruolo chiave che permetterà individuazioni immediate". Per l’operazione Triton, che ha un budget di 2,9 milioni di euro, Frontex opererà sotto il comando ed il controllo delle autorità italiane e lavorerà in stretto coordinamento con la Guardia di Finanza, la Guardia costiera e la Marina. Ma, se questo è il contributo dell'Unione europea, non promette niente di buono.

venerdì 10 ottobre 2014

Il Jobs act


Lavoratori e compagni, prrrrr! Il Jobs Act ha ottenuto la prima fiducia al Senato (più di 20 questioni di fiducia poste dal Governo Renzi. Infranto ogni record). La costituzione è ormai un feticcio. Peggio dell'articolo 18. E il "Jobs Act" terminerà l'opera di distruzione del tessuto sociale. Ieri è andato in scena un ulteriore passo verso lo strappo della Costituzione democratica. Con l’apposizione della questione di fiducia sulla Legge Delega per il cosiddetto “Jobs act”, si sono – in realtà – consumati due strappi. L’uno più lacerante dell’altro, entrambi gravissimi.

1- Si è definitivamente sovvertita la separazione dei poteri prevista dalla Costituzione (niente più e niente meno che un colpo di Stato bianco);
2- Si sono poste le solide basi per fare dell’Italia un Paese di mano d’opera. Di manovalanza a basso costo. Di schiavi, per dirla in breve.

Vediamo il perché del primo punto.

Il potere legislativo, secondo Costituzione, spetta al Parlamento. Il Governo è deputato ad eseguire le direttive del Parlamento. È già sotto gli occhi di tutti che, al momento, così non è.

Il Governo stabilisce le linee e le impone al Parlamento che, quindi, si limita a ratificare scelte del Governo che lo stesso Governo eseguirà poi.

Una delle due eccezioni alla regola, sempre secondo la Costituzione, è data da materie particolarmente tecniche. In questi casi il Parlamento PUÒ delegare la funzione legislativa al Governo, purché siano rispettati i principii dell’articolo 76 della Costituzione:

Articolo 76

L’esercizio della funzione legislativa non può essere delegato al Governo se non con determinazione di principi e criteri direttivi e soltanto per tempo limitato e per oggetti definiti. Rimane evidente, quindi, che una delega predisposta dal delegato (il Governo) e sulla quale il Governo stesso pone la questione di fiducia (peraltro non prevista dalla Costituzione), a manifestare il ricatto della crisi sul delegante (il Parlamento), è una stortura del sistema democratico.

Ma il problema, nel caso del “Jobs Act” è ben più grave.

Nel testo della delega, infatti, i principi e i criteri direttivi non sono affatto determinati, né gli oggetti sono definiti. Siamo in presenza di una delega talmente ampia che il Governo può modificare, abrogare, semplificare per come crede qualsiasi norma riguardi, anche di striscio, il lavoro.

Qualche esempio:

6. Nell’esercizio della delega di cui al comma 5 il Governo si attiene ai seguenti princìpi e criteri direttivi:
 a) razionalizzazione e semplificazione delle procedure e degli adempimenti, anche mediante abrogazione di norme, connessi con la costituzione e la gestione del rapporto di lavoro, con l’obiettivo di dimezzare il numero di atti di gestione del medesimo rapporto, di carattere amministrativo;
b) eliminazione e semplificazione, anche mediante norme di carattere interpretativo, delle norme interessate da rilevanti contrasti interpretativi, giurisprudenziali o amministrativi;

In sintesi; razionalizza, semplifica, abroga norme 1. Se vuoi, anche non direttamente connesse con la delega, purché ci siano stati “rilevanti” (chi stabilisce il crinale fra “ordinario” e “rilevante”?) contrasti interpretativi, giurisprudenziali o amministrativi 2.

E ancora:

 4. Nell’esercizio della delega di cui al comma 3 il Governo si attiene ai seguenti princìpi e criteri direttivi:
 a) razionalizzazione degli incentivi all’assunzione esistenti, da collegare alle caratteristiche osservabili per le quali l’analisi statistica evidenzi una minore probabilità di trovare occupazione, e a criteri di valutazione e di verifica dell’efficacia e dell’impatto;
 b) razionalizzazione degli incentivi per l’autoimpiego e l’autoimprenditorialità, con la previsione di una cornice giuridica nazionale volta a costituire il punto di riferimento anche per gli interventi posti in essere da regioni e province autonome;

Questa sarebbe la “determinazione” di princìpi e criteri? “razionalizzazione”, cosa definisce? A parte i “numeri razionali”, non conosco altro significato oggettivo di “razionalità”.

E poi

7. Allo scopo di rafforzare le opportunità di ingresso nel mondo del lavoro da parte di coloro che sono in cerca di occupazione, nonché di riordinare i contratti di lavoro vigenti per renderli maggiormente coerenti con le attuali esigenze del contesto occupazionale e produttivo e di rendere più efficiente l’attività ispettiva, il Governo è delegato ad adottare, su proposta del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi, di cui uno recante un testo organico semplificato delle discipline delle tipologie contrattuali e dei rapporti di lavoro, nel rispetto dei seguenti princìpi e criteri direttivi, in coerenza con la regolazione dell’Unione europea e le convenzioni internazionali:
a) individuare e analizzare tutte le forme contrattuali esistenti, ai fini di poterne valutare l’effettiva coerenza con il tessuto occupazionale e con il contesto produttivo nazionale e internazionale, in funzione di interventi di semplificazione, modifica o superamento delle medesime tipologie contrattuali;

Riassunto: Riordina i contratti di lavoro. Per farlo, prendili TUTTI e fanne ciò che ti pare.

Mi fermo qui, ma in tutta la delega non esiste un solo punto definito secondo il senso comune del termine. Chi spiega “cosa prevede il testo della delega” sta, probabilmente, usando una sfera di cristallo. La delega prevede tutto lo scibile! La delega è un atto con il quale si autorizza il Governo a prendere TUTTE le norme che riguardano in qualsiasi modo il lavoro o che ad esso afferiscano in qualsivoglia maniera e farne ciò che gli pare. Senza alcuna modifica costituzionale, il nostro sistema Parlamentare è diventato Presidenziale-dittatoriale e a nessuno pare interessare.

LAVORATORI E COMPAGNI, PRRRRR!!

E adesso andiamo al punto 2

Negli ultimi anni il rapporto di lavoro è stato reso sempre più “flessibile”. È questo un raggiro semantico per indicarne la precarietà. Il proliferare di contratti precari è cresciuto esponenzialmente e se questa fosse la ricetta giusta per la ripresa economica, si sarebbero già dovuti vederne gli effetti, invece assistiamo a una sempre più profonda depressione economica. A un sempre crescente numero di disoccupati, a un sempre crescente numero di famiglie che vivono sotto la soglia di povertà assoluta. Per una basilare legge, una massa di offerta non assorbita dal mercato vede il suo valore crollare. Se, quindi, la massa di offerta che cresce è quella della forza lavoro, non può non accadere (come in effetti accade) che il valore del lavoro sia sempre più basso. Sulle ovvietà, che sono sotto gli occhi di tutti, mi fermo qui. Non senza aver prima evidenziato che, come gli struzzi, in pochi sembrano accorgersene. Poletti, in Senato, chiedeva come siamo arrivati a questo punto. Strano che lo chiedesse visto che il processo segue la trasmutazione del PD.

Berlusconi, in una recente intervista a Libero Quotidiano.it ha detto:

"Il mio più grande errore? Non fingermi di sinistra".

Probabilmente riferendosi al fatto che l’esperimento che ha contribuito a realizzare in provetta è perfettamente riuscito. Dopo aver perso del tutto ogni radice storica con gli ideali che ne hanno costituito il sorgere, il PD, con Renzi, ha compiuto la trasmutazione alchemica. L’innesto di soggetti provenienti dalle più svariate esperienze politiche (dalla DC al PLI) hanno modificato geneticamente il PD al punto che a definirlo di sinistra, oggi, occorre stirare la definizione di “sinistra” fino al punto di rottura.

I “consulenti” di Renzi:

In politica estera, Michael Ledeen e l’ambiente neocon USA (la destra estrema)

In politica economica Yoram Gutgeld

In termini di Giustizia e riforme istituzionali, Berlusconi e Verdini (ispirandosi ai dettami della P2 “sanciti” nel Piano di rinascita democratica)

In politiche del lavoro Pietro Ichino (3)

Già alla “Leopolda” del 2012, Ichino esponeva dal palco la sua visione delle politiche del lavoro. Due passaggi tratti dalla sua intervista a Huffington Post

E la riforma del mercato del lavoro?  Qui la legge Fornero ha fatto un passo timido ma che va nella direzione giusta, quello della flessibilità del rapporto di lavoro a tempo indeterminato e un contrasto agli abusi nel campo delle collaborazioni autonome. Su questo terreno il programma di Renzi prevede qualcosa di molto più incisivo. Innanzitutto una grande semplificazione, sostituire le 2 mila pagine della legislazione del lavoro nazionale, con un codice del lavoro semplificato di 59 articoli comprensibile non solo dai lavoratori e dai datori di lavoro, ma che sia anche traducibile in inglese. L’investitore straniero è assolutamente nell’impossibilità di capire le regole del nostro ordinamento.

E per quanto riguarda la tutela dei lavoratori, la convincono le modifiche all’articolo 18? Al lavoratore non va data la garanzia di continuare a lavorare nello stesso posto tutta la vita, l’errore commesso dalla nostra sinistra fino ad oggi. Quello che deve essere tutelato è il reddito e la continuità professionale.

Ho evidenziato un punto per testimoniare che con la precarizzazione non abbiamo ancora raggiunto il fondo, con il Jobs Act. Il fine è, con tutta evidenza, la precarizzazione del lavoro a tempo indeterminato. In buona sostanza, la sua eliminazione. TUTTI PRECARI, la precarizzazione di una intera società. E che questo sia il fine, è chiaro da una serie di tweet che, con spocchiosa protervia, aggiungerei, Ichino ha “lanciato” (la sequenza corretta è dal basso verso l’alto)

Tweet di ichino sulla precarizzazione del lavoro a tempo indeterminato


Ichino, come si legge dai suoi tweet, spiega che la precarizzazione dei contratti a tempo indeterminato (la loro soppressione) è prevista fra due-tre anni. Non è stata fatta adesso perché oltre alle naturali opposizioni, avrebbe creato un picco di licenziamenti (quindi è ben a conoscenza che la “flessibilità” non solo non produce occupazione, ma, al contrario, picchi di disoccupazione) “con allarmi e richieste di tornare indietro”. Non è, quindi, la devastazione sociale a preoccuparlo, ma il fatto che l’allarme avrebbe imposto di tornare indietro. Fra due-tre anni, sostiene, Ichino, i tempi saranno maturi per eliminare del tutto il lavoro a tempo indeterminato.


La fame, la mancanza di lavoro, la disoccupazione ci porterà ad accettare qualsiasi cosa “ci venga concessa”. Una generazione a 300 Euro, come in Grecia

LAVORATORI E COMPAGNI, PRRRRR!!

Ancora qualcosa da aggiungere: I “dissidenti” del PD. Abbiate pazienza, ma sento puzza di marcio e rancido.

1) il conteggio dei numeri. 165 voti favorevoli.
Se il tuo “essere” non concepisce il jobs act; se il testo presentato non rispecchia neppure quello votato in direzione PD; se per votare quella norma ti senti violentato e avverti che è contrario alle idee di fondo della base del partito, che senso hanno tutti i distinguo, i se, i ma che portano, alla fine, ai numeri giusti giusti per poter far dire a Renzi che la maggioranza del Senato regge?

Ai tempi della vecchia Democrazia Cristiana, questi giochetti sui numeri erano frequentissimi. Si fingono spaccature per arginare il dissenso e, comunque, raccoglierlo e convogliarlo. Nel frattempo, si gioca sul filo di lana per dimostrare che la maggioranza politica permane ed è forte.

Al Senato la maggioranza è 161. Se fossero scesi sotto quel numero (e i margini c’erano, visto che il quorum era a circa 140), Renzi avrebbe ugualmente incassato la fiducia, ma qualcuno avrebbe potuto obiettare che non aveva più una maggioranza al Senato.

Dal SI incondizionato, alla “fiducia critica” (hanno aggrottato le sopracciglia?), agli assenti, al “voto si ma mi dimetto”, agli astenuti … il tutto dopo aver fatto un minuzioso conteggio dei numeri per garantire, comunque, la maggioranza politica al Senato: 165.

Forte la maggioranza, forte il dissenso, Renzi può andare avanti e l’ala dei dissezienti è forte pure. Tutti vincono, nessuno perde. “Compagni votatemi nel PD. Votate me che ho protestato contro il Jobs Act, ma votatemi nel PD”.

LAVORATORI E COMPAGNI, PRRRRR!!

2) distinguo e dimissioni… Tocci si dimette da senatore. In primis è ancora tutto da vedere, visto che è il Senato a dover accettare le dimissioni. E non solo, Renzi, nella sua magnanimità tenterà di dissuaderlo

Farò di tutto perché Walter Tocci, che è una persona che stimo molto, continui a fare il senatore

E comunque, rimarrà nel PD. Sicché il PD avrà il suo martire immolato sull’altare delle riforme del lavoro per catalizzare gli scontenti del Jobs Act. Insieme ai Civati, a Bersani, a Cuperlo. Insieme a coloro che, da un canto consentono a Renzi di vantare forza, mentre dall’altro costruiscono argini al possibile dissenso. Gatekeepers!

Bel teatrino, mentre conducono l’Italia alla fossa

LAVORATORI E COMPAGNI, PRRRRR!!

1) Quali? tutte quelle che hanno a che fare con il lavoro. Altro che “l’articolo 18 non c’è”. Qui c’è tutto lo Statuto dei Lavoratori e altro.

2)  Non esistono norme (non solo sul lavoro) sulle quali non ci siano stati contrasti interpretativi, giuresprudenziali o amministrativi. Basti pensare al fatto che, emanata una norma, è consuetudine farla seguire da una “circolare esplicativa” che, non costituendo fonte del diritto, provoca, nella sua applicazione, ulteriori contenziosi

3) Già deputato dal 1979 al 1983 come indipendente eletto nel Partito Comunista Italiano e senatore dal 2008 al 2013 eletto nel Partito Democratico, è senatore eletto nella circoscrizione Lombardia nella lista Con Monti per l’Italia. Come a ripercorrere la filogenesi del PD che, da PCI si trasforma in controfigura di Scelta Civica
(fonte: wikipedia)

Tagli alle pensioni?

Legge di Stabilità, governo Renzi studia tagli a assegni sociali e pensioni minime. Nei piani dell'esecutivo, secondo IlSole24Ore, c'è un colpo di mannaia da oltre 2 miliardi sulle spese gestite dal ministero del Lavoro. Comprese le prestazioni destinate alla fascia più debole della popolazione: gli anziani senza altri redditi. L'idea è quella di modificare al rialzo i requisiti

Che la revisione delle spese per il funzionamento della macchina pubblica fosse in alto mare lo si è cominciato a capire fin da quando il premier Matteo Renzi, quest’estate, ha pubblicamente liquidato il commissario Carlo Cottarelli. La certezza è arrivata con l’aggiornamento del Documento di economia e finanza, in cui il governo ha messo nero su bianco che metà dei 23 miliardi necessari per finanziare la prossima legge di Stabilità arriverà da un aumento del deficit. Il resto? I soliti tagli semilineari ai ministeri e una bella sforbiciata (4-5 miliardi) alle risorse destinate a Regioni e Comuni. Ora IlSole24Ore rivela però da dove arriverà un’altra corposa fetta di risparmi. Sorpresa: assegni sociali e integrazione al minimo delle pensioni. Ebbene sì: allo studio del governo, secondo il quotidiano di Confindustria, c’è un colpo di mannaia da oltre 2 miliardi sulle spese gestite dal ministero del Lavoro. Comprese, appunto, le prestazioni destinate alla fascia più debole della popolazione: gli anziani senza altri redditi. L’idea sarebbe quella di utilizzare il debutto (previsto per l’1 gennaio 2015) del nuovo Isee, l’indicatore della situazione economica da cui dipende l’accesso a servizi sociali e sociosanitari, per “dare una piccola sforbiciata alla parte meno bisognosa della platea che accede a questi sussidi”. Modificando al rialzo i requisiti da rispettare per aver diritto all’assegno sociale o all’integrazione della pensione quando questa sia inferiore al livello minimo, ovvero 501,38 euro al mese. L’operazione è “delicatissima” e il ministro Giuliano Poletti la sta dettagliando con “attenzione massima”, annota il Sole. Ma tant’è. A essere colpiti, se il piano va in porto, saranno anche la decontribuzione sulla contrattazione aziendale e sul Tfr girato dalle imprese ai fondi pensione e i fondi per i lavoratori esposti ad attività usuranti. E, ciliegina sulla torta, verranno ridotti pure i costi di funzionamento di Inps e Inail, che però già oggi possono contare su budget inferiori del 35-40% rispetto a quelli del 2011.

giovedì 9 ottobre 2014

Il massacro sociale del Pd

Il massacro sociale in Italia ha un diretto e principale responsabile: il PD di Luciano Lago

Ancora una volta i giornali e le TV ci scodellano il solito loquace “fiorentino” che fa da intrattenitore alla riunione dei leader  europei a Milano; sembra quasi che sia lui il protagonista per quanto si agita e si atteggia sulla scena in presenza delle telecamere di tutti  i network  internazionali. In realtà Renzi sa bene che l’Italia si trova in una posizione molto scomoda per i conti disastrosi della sua economia ed è con molta probabilità alla vigilia di un commissariamento. Per questo motivo cerca di offrire, in “omaggio” ai responsabili europei che lo vigilano con occhio attento, il “pacchetto” della riforma del lavoro, il “Job Act”, come un suo successo personale da offrire in pasto alla Troika come una volta si propiziavano gli dei con sacrifici umani. L’atteggiamento di chi vuole far capire che, passo dopo passo, fra non poche difficoltà, riuscirà ad ottenere l’omologazione dell’Italia ai dettati dei potentati finanziari europei. Il “Job Act” è il primo step, poi seguiranno le altre riforme e le privatizzazioni, necessarie per alleggerire un pò del debito pubblico (in crescita incontrollabile) e per pagare gli interessi alle grandi banche che hanno in cassa i titoli di credito del tesoro italiano.

I leader europei ed i responsabili della Commissione Europea, per quanto parlino e promettano,  non possono mascherare la realtà: in tutta Europa le politiche di austerità imposte dalla Troika di Bruxelles hanno prodotto come dirette conseguenze un arretramento delle condizioni di vita  di una buona parte della popolazione, impoverimento della classe media, aumento fortissimo delle diseguaglianze, crescita enorme della disoccupazione in paesi come Spagna, Grecia, Italia e Portogallo, riduzione della domanda interna, affossamento delle piccole e medie imprese schiacciate dalla spropositata pressione fiscale e dall’euro, con un parallelo aumento dell’indebitamento pubblico dello Stato, in Italia come anche in paesi come Spagna e Francia. In pratica un disastro economico e sociale ed un totale fallimento delle politiche neoliberiste.

Questo fallimento non è bastato per provocare  un cambio di rotta ma al contrario, dietro la cortina di chiacchiere sulla necessità di sviluppo, rimane l’inflessibile atteggiamento della Commissione europea, dominata dalla posizione della Germania, insiste nel mantenimento di queste politiche e nella richiesta a tutti i paesi di “mantenere gli impegni” presi con i trattati sottoscritti a suo tempo, dal Fiscal Compact al Mes, Lisbona  ed agli altri, trattati che di fatto hanno spodestato gli Stati ed i Parlamenti nazionali delle loro competenze sulle principali materie economiche.

In Italia  queste politiche hanno prodotto un  massacro sociale che si è attuato grazie al collaborazionismo ed  alla preminenza di un solo partito, il PD, divenuto maggioritario, appoggiato dai poteri sovranazionali che contano, che sta gestendo il passaggio da una morente partitocrazia , verso una “oligarchia finanziaria”, che ha avuto come responsabili gli  ultimi tre governi  nominati e non eletti  appoggiati dalla complicità di quasi l’intera classe politica. Il perno principale  di questo processo è stato  proprio il PD ed a questo partito ed alla sua classe dirigente (la vecchia come la nuova) spetta la principale responsabilità. Si tratta di un partito che si autodefinisce “democratico”, ma che di democratico non ha più niente, perché asservito direttamente all’interesse delle lobbies finanziarie euro atlantiche e dei centri di potere di  Washington.

Questo partito ha trovato come suo segretario, successivamente designato  come presidente del consiglio dall’impagabile Presidente Napolitano, Matteo Renzi, un personaggio di facciata e filodiretto, il quale  ha il preciso compito di trascinare il paese verso il sistema di mercato omologato richiesto dalle centrali finanziarie, adeguando il sistema Italia con le opportune riforme, alle richieste fatte dalle entità finanziarie come BCE, FMI e Commissione Europea. Queste riforme prevedono essenzialmente  una liberalizzazione di tutto: dal mercato del lavoro ai servizi pubblici con un necessario processo di privatizzazioni che avvantaggeranno le grandi corporations internazionali e le banche d’affari che sono già impazienti di mettere le mani sul bottino delle aziende pubbliche italiane  (come ENI, ENEL, Finmeccanica). Tra una cortina di chiacchiere, una sceneggiata e l’altra, una veste di giovanilismo americanoide  e di apparente innovazione, Matteo Renzi sta trascinando il paese verso la subordinazione totale alle centrali finanziarie esterne.

Quello che non si spiega è come i sostenitori del PD non si siano  accorti di niente.

La base elettorale di questo partito  non ha ancora compreso che il Pd è un partito che collabora con le forze esterne che stanno svendendo l’Italia ai potentati esteri, affossando l’industria manifatturiera italiana, riducendo sul lastrico migliaia di famiglie, costringendo i giovani a scegliere fra emigrare o rassegnarsi ad una vita di eterno precariato, smantellando i diritti sociali acquisiti da 40 anni di lotte operaie, abolendo l’art.18 ed utilizzando questo come cortina fumogena per occultare le questioni essenziali e come un grimaldello per demolire definitivamente lo Statuto dei lavoratori e i Contratti collettivi di lavoro, quando l’Italia è il paese che, in Europa, presenta già attualmente il più alto numero di contratti atipici. Anche se una ampia fascia di elettori di questo partito li troviamo fra i dipendenti pubblici, fino ad oggi abbastanza protetti e garantiti da diritti acquisiti ed illicenziabilità, anche questa fascia di cittadini si troverà presto ad avere una brusco risveglio, viste le previsioni di tagli e ridimensionamenti nel pubblico impiego come già avvenuto in altri paesi europei.

Renzi ed il  Partito “Democratico” stanno  infatti preparando  le riforme,  che saranno conformi a quanto richiesto dalle centrali finanziarie e che mirano alla costruzione di una società governata da oligarchie finanziarie, ove preminente è l’apertura ai mercati, la privatizzazione dei servizi pubblici, con la riduzione al minimo di qualsiasi diritto, con un netto ridimensionamento della previdenza e delle spese di assistenza sociale. La nuova società ultra liberista si prepara ad  “esternalizzare”  i servizi che non siano essenziali. Un copione già visto in paesi come Grecia e Spagna, in quest’ultimo paese si è calcolato che la metà degli ospedali sono ormai divenuti privati.

Il  modello economico neo liberista che viene imposto si basa sul controllo di una  base sociale, costituita da consumatori/ lavoratori ,  da utilizzare  con bassi salari, ed ai quali  imporre ,attraverso tassazione, interessi, mutui,  controllo del contante,  il sostentamento dell’ apparato statale, oltre a mentalizzare,  mediante i media, una uniformità di modelli di consumo e di concetti base indiscutibili quali  deregolamentazione, finanziarizzazione, globalizzazione. L’imposizione di una moneta unica è stata un marchingegno che ha permesso di  demolire  la sovranità monetaria degli Stati, che  ha costituito una forma di usurocrazia mascherata delle centrali finanziarie che realizzano enormi profitti sul debito pubblico degli  Stati  e sul controllo della base monetaria affidata a Banche private.

Una gabbia difficile da poter rompere sopratutto per l’abilità del sistema di potere di condizionare e manipolare l’opinione pubblica a cui viene sottratto qualsiasi potere di controllo e di partecipazione democratica. La classe politica si è arrogata  il potere di consegnare le sovranità del paese senza interpellare i cittadini e si trincera poi dietro l’alibi del non potersi sottrarre all’osservanza delle disposizioni esterne e dei trattati. Un comodo alibi che non potrà reggere a lungo: prima o poi la gente si dovrà accorgere dell’inganno ed allora potrebbe montare una forte rabbia popolare contro i politici che sono stati partecipi del disastro.  Non sappiamo se questi ne siano consapevoli.

Angelino Jolie, Triton, Mare nostrum e la ue ci riscarica ancora

Alfano: "Con Triton stop a Mare Nostrum". Ma l’Ue non si sostituirà a Italia. Il ministro: "L'Ue presidierà le frontiere esterne". In realtà si tratta di missioni completamente diverse, sia come mandato che come area di copertura di Fabrizio De Feo

È una sorta di dialogo a distanza tra sordi, una commedia dell’assurdo, una infinita partita di ping pong che va avanti da mesi, senza mai arrivare alla conclusione. Per l’ennesima volta Angelino Alfano, alla conferenza stampa finale del consiglio dei ministri dell’Interno Ue, annuncia: «Con l’inizio dell’operazione europea Triton si conclude Mare Nostrum».

«Non avremo due linee di difesa delle nostre frontiere», dice il ministro dell’Interno. «É stata accolta la nostra richiesta che l’Ue presidi le frontiere esterne». In realtà si tratta di missioni completamente diverse, sia come mandato che come area di copertura. Non a caso soltanto due giorni fa Cecilia Malmstrom, Commissario Ue agli Affari Interni, aveva piantato l’ennesimo paletto. «È chiaro che l’operazione Triton non sostituirà Mare Nostrum. Il futuro di Mare Nostrum rimane in ogni caso una decisione italiana». E non era stata certo la prima volta, visto che andando a ritroso la commissaria svedese era stata costretta a ripetere lo stesso concetto il 5 settembre; il 3 settembre; il 9 luglio e il 30 giugno di quest’anno. Un infinito gioco di annunci italiani e sconfessioni europee che dimostra come l’annunciata volontà di chiudere l’operazione Mare Nostrum a ottobre non dipende dall’Unione Europea ma è una scelta che spetta unicamente al governo Renzi.

L’Ue ha comunicato in maniera chiara che non potrà mai mettere in campo una operazione di quel tipo, né potrà sostenerla finanziariamente. Tanto più che di recente è filtrato sulla stampa italiana un rapporto di Frontex che mette sotto accusa l’impostazione stessa di Mare Nostrum. Il motivo? La presenza delle navi italiane vicino la costa libica incoraggia i migranti e gli scafisti che sanno di poter contare su questo appoggio. Un approccio critico che oggi è stato messo nero su bianco dal ministro dell’Interno tedesco. «Guardiamo con preoccupazione ai flussi migratori, ed è una questione che ha a che fare con l’Europa. Mare Nostrum è stato uno strumento di emergenza e si è trasformato in un ponte verso l’Europa. Le mafie stanno guadagnando migliaia di milioni di euro» ha detto il tedesco Thomas de Maizière al suo ingresso al Consiglio Ue. De Maizière allo stesso tempo evidenzia come «la ripartizione dei richiedenti asilo in Ue sia squilibrata» e aggiunge: «Il minimo che si può chiedere è che all’arrivo ciascun migrante sia registrato, gli vengano prese le impronte digitali. Questo non è chiedere troppo».

L’idea di fondo degli esperti Ue è quella di una missione che si sviluppi in un’area di competenza che vada 30 miglia oltre le acque territoriali italiane, in sostanza si fermi alla frontiere «europee» di Schengen. E Triton, come stavolta ammette anche Alfano «provvederà solo al controllo delle frontiere e non a quella attività di ricerca e salvataggio che era la caratteristica dell’operazione italiana». Insomma nelle pieghe delle sue dichiarazioni anche il nostro ministro dell’Interno ammette che non ci sarà un reale passaggio di testimone e che si tratta di missioni diverse. La scelta di chiudere Mare Nostrum spetterà, come detto, esclusivamente al governo italiano, anche perché Frontex per sua natura si occupa di prevenzione e contrasto non di soccorso in mare. Il problema è trovare i finanziamenti per l’operazione Triton che avrà un budget di quasi 3 milioni di euro al mese. Finora Germania, Francia e Spagna hanno promesso la loro adesione. Bisognerà vedere se gli altri Paesi decideranno di mettere davvero mano al portafoglio. Fermo restando che il punto dirimente per l’Italia resta la modifica del Trattato di Dublino, ovvero quell’accordo che fa ricadere tutto il peso dell’immigrazione sul Paese di primo arrivo. E lascia l’Italia sistematicamente sola di fronte all’emergenza sbarchi.

I semplici cittadini che difendono fonzarelli di pontassieve

Pagina a pagamento sul Corriere della Sera: "Noi sosteniamo Renzi". L'avviso è firmato da un gruppo di "semplici italiani" che "si identificano con la sua volontà di non mollare". Ecco chi sono i firmatari di Angelo Scarano

Una pagina a pagamento è stata pubblicata dal Corriere della Sera. Titolo? "Noi sosteniamo Matteo Renzi". L'avviso è firmato da un gruppo di "semplici italiani" che appoggiano il governo. "Il nostro Paese sta vivendo una delle sue più difficili stagioni. L’indeterminatezza delle scelte, il continuo rinvio delle decisioni, il declino dei suoi valori popolari hanno portato l’Italia sul limite di un baratro che potrebbe avere conseguenze ben più drammatiche di quanto visto fin qui. A questa urgenza sta cercando di rispondere Matteo Renzi con un governo creato con la decisione e il cipiglio di una volontà giovanile che non cerca sconti né per sé né per le scelte da affrontare. È comprensibile che questa azione trovi ostacoli, critiche e anche attriti. Ma non è accettabile che si lasci il suo sforzo privo dell’appoggio dei cittadini che si identificano con la sua volontà di non mollare, di battersi e di cercare un futuro per l’Italia e per i suoi giovani. Noi, semplici italiani, con questo piccolo gesto intendiamo rompere il muro di silenzio che ha avvolto il Presidente del Consiglio dopo i duri attacchi di questi giorni. Noi, come tanti altri, desideriamo andare avanti. Insieme a chi ci crede. Matteo Renzi sta cercando di farlo. Noi siamo con lui", si legge.

In realtà, come ha ricostruito Andrea Giacobino sul suo blog, i firmatari non sono proprio semplici cittadini. Infatti, c'è Alberto Milla, fiorentino di nascita e già fondatore della banca Euromobiliare ai tempi di Carlo De Benedetti, di cui oggi è vicepresidente, presiede anche Equita Sim, una delle società di intermediazione regine a Piazza Affari guidata da Francesco Perilli. Poi c’è Anna Cristina du Chene de Vere, presidente della finanziaria Ida e vicepresidente di Publitransport, società leader nella pubblicità guidata dai fratelli Fabrizio e Federico. E ancora: c'è Antonio Perricone: "sarà il Perricone amministratore delegato di Amber Capital, società di gestione nel cui board c’è persino Carlo De Benedetti, o il Perricone già in Rcs e oggi presidente di Ntv, operatore ferroviario privato lanciato da Luca Cordero di Montezemolo, Diego Della Valle e Intesa, oggi in grave tensione finanziaria?", si chiede Giacobino. Poi c’è Clarice Pecori Giraldi: fiorentina, nume tutelare in Italia della grande società internazionale di aste Christie’s. Non manca Federico Schlesinger, un top manager di Intesa Sanpaolo. Poi c'è Federico Lalatta Costerbosa (socio anche del sito Linkiesta.it), Gerolamo Caccia Dominioni (ex amministrato delegato di Benetton) e Vannozza Guicciardini, autorevole membro del FAI.