lunedì 6 gennaio 2014

Alba Dorata, Grecia e sovranità perduta

Grecia 2014, fine della sovranità. I consensi ai neonazisti di Alba Dorata sono la conseguenza di una politica che ha rovinato il Paese di Francesco De Palo

Come nasce e si sviluppa la fenomenologia di Alba Dorata in Grecia? Ogni crisi che si rispetti porta con sé riverberi e disordini sociali, come quelli che si sono sviluppati al centro dell'Egeo dal 2010 ad oggi. Lecito chiedersi: solo colpa di estremisti e anarchici, o dietro la nuova spirale di violenza si nasconde anche disinformazione o un preciso conflitto tra poteri ormai in decadenza? Prima dell'omicidio del rapper Pavlos Fyssas freddato lo scorso settembre da un militante di Alba dorata e della replica 50 giorni dopo con i due chrisìavghites uccisi dinanzi alla sede ateniese del partito da un sicario in moto, già nelle prime settimane del 2013 si erano verificati episodi preoccupanti. Ragionare analiticamente sul fenomeno Alba Dorata in Grecia, e farlo alla luce degli ultimi fatti di sangue, impone un quesito: tornano gli anni di piombo, una guerra di estremi o una strategia della tensione per celare i fallimenti della politica?

La storia greca insegna che nulla è come appare, e che quel Paese è stato in svariate occasioni crocevia di interessi e dinamiche legate alla geopolitica. Oggi si può unire il disagio sociale incarnato da violenti partiti anti sistema, come appunto Alba Dorata, all'incubo degli anni di piombo che è tornato a circolare nella capitale greca? Alcuni analisti si spingono a ragionare sul fatto che il cambiamento delle circostanze, ovvero l'eliminazione delle principali minacce alla moneta unica rappresentate dal rischio default greco e il salvataggio de facto da parte della troika, possa essere stato controbilanciato dalla Lista Lagarde, la lista degli illustri evasori ellenici (politici, imprenditori, giornalisti) deflagrata contro l'intera classe dirigente, vero elemento di disordine interno al pari della svendita totale di un Paese che ha nel proprio sottosuolo idrocarburi, miniere di oro e argento fino ad oggi mai sfruttati. Ma come si intersecano le vicende legate alla xenofobia, al razzismo e al populismo applicato alla politica da Alba Dorata con la contingenza di un Paese in fiamme, dove il ceto medio è scivolato verso la soglia di povertà, dove a pagare dazio sono solo i soliti noti? In quell'interstizio di ingiustizia si è annidata la proposta di Alba Dorata, il cui elettorato non è stato composto esclusivamente da pericolosi nazisti, perché molti voti sono giunti anche dal popolo degli astenuti, da cittadini di centro, di sinistra e di destra che semplicemente hanno scelto il voto di protesta perché delusi dalla politica che si dice democratica e che ha prodotto l'attuale voragine finanziaria greca. Scelta sbagliata?

Oggi la politica con la P maiuscola, quella che annuncia ai cittadini di perseguire il bene comune su «consiglio» della troika, quella che ad Atene esclude altri sacrifici ma nei fatti li ha già avallati un anno fa firmando il memorandum, è fra le concause di Alba Dorata. Perché ha amministrato male un Paese per trent'anni, perché ha permesso che le sperequazioni sociali fossero legge, perché ha immolato la libera iniziativa imprenditoriale sull'altare dei sussidi, perché ha preso finanziamenti europei senza i necessari controlli, perché non ha contrastato un sistema clientelare che oggi ha fatto crollare non solo la Grecia ma l'Europa stessa: certificando che la sovranità nazionale, dopo il caso greco e quello cipriota scomparso dai radar della comunicazione europea, non è più un elemento fondante degli Stati membri. Alba Dorata altro non è che la logica conseguenza di chi pensava di essere più furbo degli altri e che oggi si trova in casa la troika, ospitandola con tutti gli onori. Ma anziché essere chiamata sul banco degli imputati per decenni di bugie, malagestione, clientelismi, assenza di politica industriale che ha fatto importare alla Grecia di tutto, perfino olio e cotone, la politica greca - democratica e non violenta - oggi si erge a difensore del popolo e dei diritti, dei deboli e degli affranti. Quando invece è l'imputato numero uno. Che però alla sbarra non andrà mai.

Punti di vista

Not politically correct? di Stefano Davidson

Credo che quello che pubblicherò qui di seguito potrebbe essere frainteso, quindi ci tengo a sottolineare che come essere umano sono molto dispiaciuto per quello che sta passando la famiglia di Pierluigi Bersani, ma ho sempre odiato le ipoc...risie e credo nel contempo che quanto sto per ricordare, attraverso le parole di Riccardo Ghezzi di quelsi.it, non sia facile da dimenticare per tante, tante, tante famiglie che proprio grazie al mostro costruito anche dallo stesso Bersani hanno passato, stanno passando e passeranno momenti orrendi.

"Pierluigi Bersani e Vincenzo Visco. Sono loro ad aver creato l’Equitalia che oggi stritola aziende, imprenditori, pensionati, lavoratori dipendenti, insomma chiunque finisca nel perverso ingranaggio della società incaricata della riscossione dei tributi per conto dello Stato. In questi ultimi anni si sono più volte levate voci di protesta, peraltro inascoltate: “usura di Stato”, “strozzinaggio legalizzato” le accuse più tenere mosse da chi ha avuto la sventura di finire nel mirino delle “cartelle assassine”.

Equitalia, come si sa, è una società pubblica, posseduta per il 51% dall’Agenzia delle Entrate e per il 49% dall’Inps. Prima del 2007 si chiamava Riscossione s.p.a., nata dalla riforma della riscossione prevista nel decreto legge n. 203 del 30 settembre 2005, convertita nella legge 248 del 2 dicembre 2005. Un provvedimento del governo di centro-destra allora in carica, da lì la leggenda metropolitana secondo cui Equitalia sarebbe stata un’invenzione di Berlusconi. In realtà non è stato inventato un bel nulla: il servizio di riscossione ovviamente già esisteva, era però affidato in concessione a privati, prevalentemente banche. Con l’articolo 3 del dl 203/2005 e la nascita di Riscossione s.p.a., è tornato semplicemente in capo al pubblico.
Ad “armare” Equitalia è stato il successivo governo Prodi, che con il decreto Bersani-Visco ha di fatto autorizzato la società di riscossione a utilizzare dati sensibili quali quelli dei conti correnti bancari. Nello stesso decreto è stata inoltre obbligata la tracciabilità dei compensi. Una sorta di “Stato di polizia tributaria” che ha causato l’escalation di cartelle impazzite. Il decreto cui facciamo riferimento è il dl n. 223 del 4 luglio 2006, “Disposizioni urgenti per il rilancio economico e sociale, per il contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, nonché interventi in materia di entrate e di contrasto all’evasione fiscale”, ribattezzato Bersani-Visco (dai nomi rispettivamente del ministro e viceministro allo sviluppo economico allora in carica), convertito nella legge numero 248 del 4 agosto 2006 pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale l’11 agosto 2006. Vediamo nel dettaglio gli articoli che ci interessano:

25. I dipendenti della Riscossione s.p.a. o delle società dalla stessa partecipate ai sensi dell’articolo 3, comma 7, del decreto-legge 30 settembre 2005, n. 203, convertito, con modificazioni, dalla legge 2 dicembre 2005, n. 248, di seguito denominate «agenti della riscossione», ai soli fini della riscossione mediante ruolo e previa autorizzazione rilasciata dai direttori generali degli agenti della riscossione, possono utilizzare i dati di cui l’Agenzia delle entrate dispone ai sensi dell’articolo 7, comma 6, del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 605.

26. Ai medesimi fini previsti dal comma 25, gli agenti della riscossione possono altresì accedere a tutti i restanti dati rilevanti, presentando apposita richiesta, anche in via telematica, ai soggetti pubblici o privati che li detengono, con facoltà di prendere visione e di estrarre copia degli atti riguardanti i predetti dati, nonché di ottenere, in carta libera, le relative certificazioni.

26-bis. Ai fini dell’attuazione dei commi 25 e 26 l’Agenzia delle entrate individua in modo selettivo i dipendenti degli agenti della riscossione che possono utilizzare ed accedere ai dati.

Piena autorizzazione ad accedere ai dati sensibili pur di riscuotere i tributi. Non altrettanta tutela è stata garantita però ai cittadini finiti nel mirino di Equitalia, che spesso non hanno le conoscenze legislative necessarie per potersi difendere dai soprusi dell’ente di riscossione. Né si accorgono quando Equitalia commette errori talvolta “contra legem”. A questo proposito è da segnalare la nascita dello sportello “Sos debiti: difenditi da Equitalia” su iniziativa dell’associazione ”Codici-centro per i diritti del cittadino”. I risultati sono pubblicati in un esaustivo ed eloquente dossier che riporta dati su cui vale la pena soffermarsi: tra gennaio ed aprile 2012, ad esempio, le richieste di aiuto presso lo sportello sono aumentate del 53% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. E gli errori di Equitalia sarebbero di ogni tipo. Ad esempio, come riportato sul dossier elaborato da Codici:

1) In tutte le cartelle Equitalia viene riportata solo la cifra globale degli interessi dovuti, senza indicare come si è arrivati a tale calcolo, non specificando le singole aliquote prese a base delle varie annualità rendendo il computo degli interessi criptico e non comprensibile. Per tale ragionamento la cartella esattoriale, deve contenere a pena di nullità il calcolo degli interessi per consentire una corretta verifica del contribuente delle somme richieste. (Corte di cassazione, sez. Tributaria, 21 marzo 2012, n. 4512)

2) In merito agli interessi di mora, Equitalia ha in tutti questi anni applicato gli stessi anziché solo sulla sorta capitale, anche su interessi, sanzioni e spese, provocando inevitabilmente il fenomeno anatocistico vietato dalla legge.

Altri rilievi rilevati sull’operato di Equitalia in base alle richieste di aiuto pervenute allo sportello:

-Nullità per difetto di motivazione del ruolo e della cartella di pagamento: numerose pronunce di legittimità hanno evidenziato che la cartella deve essere motivata in modo esaustivo e comprensibile da un non tecnico.

-Decadenza dal potere di riscossione per decorrenza dei termini all’uopo previsti- art. 25 D.P.R. n° 602/73.

-Eventi successivi che hanno determinato l’estinzione del credito: la ferraginosità dell’apparato burocratico-amministrativo messo in piedi da Equitalia fa sì che non di rado la riscossione parta senza che si sia preso atto dell’estinzione del diritto.

-Mancato invio dell’avviso bonario in relazione alle cartelle emesse a seguito di liquidazione per controlli formali e sostanziali delle dichiarazioni – artt. 36 bis e ter D.P.R. n° 602/73 e 54 bis D.P.R. n° 633/72.

-Non corretta identificazione del debitore.

-Omessa notifica dell’atto prodromico alla cartella:

-Illegittimità della riscossione in caso di annullamento dell’atto impositivo già avvenuto in via giudiziaria
(vedi punto “3”).

-Errori di calcolo: irregolarità della cartella: entità delle somme aggiuntive portate in cartella senza alcuna indicazione della normativa di riferimento applicata.

-Irregolarità nella notifica della cartella stessa: notifica della cartella di pagamento in assenza della preventiva notifica del verbale di accertamento produce nullità. Così come è nulla l’intimazione di pagamento o l’avviso di mora per mancata notifica della cartella di pagamento. Su questo punto la giurisprudenza è in costante evoluzione ma quasi sempre dopo un’apertura nei confronti del contribuente segue un aggiustamento più restrittivo.

-Mancata indicazione del responsabile del procedimento di emissione del ruolo e di notifica della cartella – solo per quelle emesse a seguito del 1 giugno 2008.

-Sanzione pagata.

-Cartella di pagamento riferita ad un verbale il cui credito risulta prescritto.


Mentre Bersani e Visco, ministro e vice-ministro del governo Prodi, armavano Equitalia contro contribuenti e classe produttiva, gli italiani si sono trovati del tutto impreparati a fronteggiare le angherie del nuovo sistema di riscossione. (...)"

CHI HA FIRMATO LA LEGGE?

PIERLUIGI BERSANI
Ministro dello Sviluppo economico,
VINCENZO VISCO vice Ministro Economia e Finanze,
MARIO LETTIERI Sottosegrtario Economia e Finanze,

ANGELO FORNARI Presidente “CASARTIGIANI”,
IVAN MALAVASI Presidente CNA,
N. GIORGIO GUERRINI Presidente “CONFARTIGIANATO”,
CARLO SANGALLI Presidente “CONFCOMMERCIO”
MARCO VENTURI Presidente “CONFESERCENTI”

So perfettamente che un essere umano è in grave difficoltà e che quanto ho riportato e sto dicendo mi procurerà più impopolarità di quanta non ne abbia già ma chiedo a voi tutti che state leggendo, considerato anche che l'essere umano in questione ha anche ratificato con Monti e Berlusconi a "nostra insaputa" (grazie ai media corrotti) MES e Fiscal Compact che ci obbligano a versare all'Europa 50 miliardi di euro l'anno per i prossimi vent'anni. E questo per salvare la Germania che come sistema per levarsi dai guai finanziari in cui presto avrebbe navigato ha pensato bene di mettere in croce tutti, così da fare in modo che l'Europa abbia (costi quel che costi) i soldi per il suo futuro salvataggio*. Considerato che pare si facciano le acrobazie per 7 miliardi di manovra provate a pensare cosa comporterà quanto firmato in termini di svendite, di lacrime e sangue. Io non credo che chi ha contribuito fattivamente a ciò senza avvisare nessuno, nemmeno i propri elettori, dello scenario che ci aspetta se non si cambia subito direzione non meriti troppa pietà, giusto quella cristiana per chi lo è, ma mi risulta che lui non lo fosse (Cfr. intervista a Claudio Sardo per il giornale L'Unità, il 24/11/2012). Concludo con un'altra domanda a chi dovesse scandalizzarsi per questo mio irresponsabile post: se fosse stato Berlusconi nelle condizioni di Bersani e io avessi scritto un articolo molto simile a questo per lui, cosa avreste provato? E a tutti quelli che si scandalizzano insieme però a tutti quelli che solidarizzano tranne per quanto attribuito a B. chiedo infine: se ci fosse stato Grillo?

Auguri...

... e buona Epifania a tutti... anche se le feste si porta via.

... e la realtà delle cose

Imposte: Il governo prepara l’emendamento. Nuove tasse sulla casa, si cambia ancora: al 3,5per mille l’aliquota della Tasi sulla prima. Tetto a quota 11,6 sulla seconda. La prima rata in teoria entro il 16 gennaio, i comuni devono stabilire detrazioni e importi

ROMA
- La facoltà ai comuni di aumentare la Tasi, la nuova tassa sui servizi indivisibili, verrà data e lo si farà con un emendamento al decreto legge che ha abolito la seconda rata dell’Imu sulla prima casa per il 2013. Questo provvedimento debutterà lunedì nell’aula del Senato e sarà proprio qui che il governo presenterà la modifica che consentirà ai comuni di portare dal 2,5 per mille al 3,5 per mille il prelievo Tasi sulla prima casa e dal 10,6 per mille all’11,6 per mille quello sulle seconde. È questo l’orientamento maturato al ministero dell’Economia. In questo modo i sindaci avranno quel miliardo e mezzo in più che ritengono indispensabile per far quadrare i bilanci, ma dovranno usare le nuove risorse, almeno in parte, per stabilire detrazioni a favore delle famiglie e dei soggetti svantaggiati.

Anche se l’aumento è una facoltà è probabile che molti comuni lo decideranno, rendendo di fatto per i proprietari il costo della Tasi, la tassa sui servizi indivisibili (illuminazione, polizia locale, eccetera), molto simile alla vecchia Imu, le cui aliquote di base erano del 4 per mille sulla prima casa e del 7,6 per mille aumentabile fino al 10,6% sulle seconde. Su queste ultime, in particolare, la Tasi rischia di aggravare il prelievo rispetto al 2013. Protesta, non a caso, la Confedilizia, parlando di «stato di esasperazione dei piccoli proprietari». E anche nella maggioranza c’è chi, come Scelta civica, non è d’accordo, al punto che Enrico Zanetti, responsabile delle politiche fiscali del partito, minaccia di non votare un eventuale emendamento del governo con gli aumenti della tassa. In attesa di questi sviluppi restano i comuni, ma soprattutto i cittadini che, ad oggi, non sanno né quanto né quando dovranno pagare. La versione finale della legge di Stabilità ha infatti mantenuto la data del 16 gennaio come scadenza per la prima rata della Iuc (Tasi e Tari), ma ha dato ai comuni la facoltà di posticipare questa data, oltre che di stabilire il numero di rate annuali in cui dovrà essere suddivisa la nuova imposta. Se il comune non avrà preso entro il 16 una decisione né sull’aliquota da applicare né sulla scadenza della prima rata, come dovrà comportarsi il cittadino? Dovrà pagare, al massimo il 16 gennaio, la Tasi con l’aliquota base dell’uno per mille e la Tari versando la stessa somma pagata per la vecchia tassa rifiuti con la prima rata del 2013, spiegano i tecnici del Tesoro. Stando così le cose è evidente che tutti si ridurranno all’ultimo minuto a meno che i comuni non stabiliscano in massa uno slittamento del termine del 16 gennaio.

Resta ferma, invece, la scadenza del 24 gennaio per il pagamento della cosiddetta mini-Imu in quei comuni, circa 2.500, che hanno deliberato un aumento dell’aliquota base del 4 per mille. Qui i proprietari dovranno coprire il 40% della differenza tra l’aliquota maggiorata e il 4 per mille. Nella maggior parte dei casi si tratta di qualche decina di euro, ma anche qui bisognerà ricorrere ai Caf o comunque all’assistenza di professionisti. Il rischio di un grande ingorgo è reale. I sindaci dell’Emilia-Romagna hanno proposto al governo di sostituire la mini-Imu del 24 gennaio con un prelievo una tantum sul gioco d’azzardo. Il ministro degli Affari regionali, Graziano Del Rio, ha promesso un’attenta valutazione della proposta, aggiungendo però che è difficile cambiare le norme in corso.

Le cazzate di Saccomanni

... ma le tasse non erano già calate a fine 2013?

La promessa di Saccomanni: "Nel 2014 caleranno le tasse". Intervista al ministro dell'Economia: è l'anno della svolta, la ripresa si consoliderà e gli italiani pagheranno meno di Massimo Giannini

"Il 2014 sarà l'anno della svolta. La ripresa si consoliderà e famiglie e imprese pagheranno meno tasse. Ma la precondizione è la stabilità politica, senza la quale l'Italia è a rischio. Questo deve costringerci tutti, governo, Parlamento e parti sociali, a una forte e condivisa assunzione di responsabilità". Il nuovo anno è appena iniziato, purtroppo all'insegna delle solite turbolenze della politica e delle ben note criticità dell'economia. Fabrizio Saccomanni traccia la rotta che dovrebbe condurre il Paese "fuori dal tunnel". Il ministro del Tesoro si dice ancora una volta "ottimista"...

Ministro Saccomanni, la vicenda delle dimissioni di Stefano Fassina non contribuisce a rasserenare il quadro. "Me ne rendo conto. Ma le ragioni del suo gesto sono tutte politiche e non sono riconducibili al rapporto tra di noi, che è sempre stato ottimo. Stefano è stato leale e collaborativo, abbiamo lavorato bene insieme, pur nella diversità di idee su alcuni aspetti specifici della politica economica. Per questo mi dispiace molto che si sia dimesso, anche se spero che questo non abbia ripercussioni sulla vita e sull'azione di governo".

Almeno una buona notizia in questi giorni c'è stata. Il calo record dello spread sotto quota 200. Qual è la sua chiave di lettura? "Sono molto soddisfatto, perché è un riconoscimento oggettivo dei progressi del Paese. Quella sullo spread è una mia battaglia personale, fin dai tempi della Banca d'Italia, anche durante il governo Monti. Oggi sono mutate le variabili di fondo, i nostri tassi sono sotto il 4% e questo è indubbiamente un grande risultato. Dobbiamo consolidarlo. Sarei contento se i rendimenti dei nostri bond arrivassero al 3%"...

Eppure la Spagna, non migliore dell'Italia nei fondamentali, ha un differenziale inferiore al nostro. Perché? "Qui veniamo al cuore del problema. La Spagna può contare su un quadro politico più stabile, e su un governo che lavora su un orizzonte temporale più lungo. Questo spiega il differenziale tra il nostro e il loro spread. Gli analisti finanziari legano l'incertezza politica, che da noi permane, alle prospettive dell'economia. L'abbiamo visto all'inizio del 2013: subito dopo le elezioni, che non avevano fatto emergere una prospettiva di governo, l'incertezza ha punito i nostri titoli. Ora dobbiamo evitare che quelle dinamiche si ripetano. La stabilità politica è decisiva: questo devono capirlo tutti, classi dirigenti, corpi intermedi e società civile".

"L'Italia riparte", ha detto Letta. Ma la crescita non si sente. Non coglie una contraddizione tra le rappresentazioni mediatiche del Palazzo e le condizioni reali del Paese? "L'Italia è arrivata in ospedale con fratture multiple, una commozione cerebrale e un febbrone. Per ora abbiamo debellato il febbrone e la terapia sta funzionando. Rimangono gli altri problemi, per i quali servono tempi più lunghi. I segnali positivi ci sono, su questo non c'è dubbio: ordinativi, domanda interna, esportazioni. Lo dice l'Istat, lo confermano i dati dell'indice europeo Pmi. Purtroppo questi focolai di ripresa non producono ancora effetti sul fronte che ci sta più a cuore, cioè la creazione di nuovi posti di lavoro e la disoccupazione giovanile. Ma questa asimmetria è tipica delle fasi di inversione del ciclo: quando una recessione finisce, i benefici sull'economia reale non sono immediati. Ma io sono fiducioso: in questo 2014 gli italiani cominceranno a sentire concretamente che l'economia si è rimessa in moto"...

L'ipoteca politica dell'Imu ha pesato sulle strategie del governo. Per esentare la prima casa avete aumentato altre tasse, e comunque da quest'anno con la Tasi si profila comunque un'altra stangata. Non era possibile trovare un'altra soluzione? "... Abbiamo ridotto le tasse sulla casa quest'anno, e le coperture le abbiamo trovate non con nuove tasse, ma con anticipi d'imposta, con qualche ritocco sui bolli e sulle transazioni finanziarie, e con qualche primo taglio alle spese".

D'accordo. Ma resta il caos sulle scadenze, e poi anche il nodo delle detrazioni per chi già prima non pagava l'Imu. Servono 1,3 miliardi, dove li troverete? "Il governo nei prossimi giorni interverrà sulla materia. Penso che una valida opzione potrebbe consentire ai sindaci di aumentare l'aliquota massima, e trovare così le risorse per garantire le detrazioni a vantaggio delle fasce più deboli".

La pressione fiscale e diminuita di uno 0,1%. Eppure sia lei che il premier avete sostenuto che il 2014 sarà l'anno del calo delle tasse. Ha senso continuare con queste promesse? "Si, perché noi abbiamo promesso cose che abbiamo fatto, che stiamo facendo e che faremo. Lo dico senza alcuna esitazione: le famiglie, i lavoratori e le imprese pagheranno meno tasse. Capisco che la gente si aspettava di più. Ma quest'anno la riduzione dell'Irpef non sarà insignificante. E nel prossimo triennio le tasse si ridurranno di ben 9 miliardi, con un calo graduale anno per anno. È un impegno che ho preso, con l'Europa e con gli italiani, e oggi lo rilancio".

Dove troverete i soldi? "Dalla spending review e dal provvedimento sul rientro dei capitali, che vareremo all'inizio di febbraio. E anche dal recupero dell'evasione fiscale, che anche nel 2013 ci ha consentito di far emergere 12 miliardi, e che nel 2014 intensificheremo. Certo, anche su questo serve consenso politico: non si può invocare sempre la lotta all'evasione, e poi scandalizzarsi quando la Guardia di Finanza fa un certo tipo di interventi, gridando allo stato di polizia"...

La scoperta dell'acqua calda...

I forconi, le piazze, i suicidi. Le affinità con una crisi (greca) già consumata. E irrisolta. Gli stessi fatti accaduti ad Atene si concretizzano due anni dopo anche nel Belpaese, sotto il comune denominatore di una congiuntura economica negativa che sta spazzando via tutto, dall'impresa privata al ceto medio di Francesco De Palo

Una faccia, una razza: protesta dei forconi, strade e ferroviarie bloccate, studenti in piazza, suicidi da crisi e tentativi di darsi fuoco, memorandum imposti o minacciati, con l’ombra della troika a supervisionare il tutto. Sono i punti di contatto tra l’Italia e la Grecia, con gli stessi fatti accaduti ad Atene a partire dal 2011 e che, due anni dopo si concretizzano anche nel Belpaese sotto il comune denominatore di una crisi sistemica che sta spazzando via tutto: dall’impresa privata al ceto medio, dalla sovranità nazionale alla fiducia nella politica che si dice alta e democratica. E con all’orizzonte un futuro tetro e incerto. L’annus horribilis 2011 in Grecia si aprì con due giornate di sciopero generale promosso dai principali sindacati del Paese contro il piano di tagli presentato dal governo, allora presieduto dal socialista Giorgios Papandreou, su “consiglio” di Bce, Ue Fmi. La troika, scoperto il buco nero nelle finanze del Paese, inviò ad Atene i propri emissari con la lista dei compiti a casa. Austerità solo per impiegati, lavoratori privati, studenti e cittadini con un piano-licenziamento di 150mila dipendenti pubblici, blocco dei contratti collettivi, riduzione del 20% a stipendi, indennità e pensioni, iva al 23%, ma nessun taglio per benefit e prerogative della casta.

Erano i giorni in cui una folla oceanica invadeva la centralissima piazza Syntagma di fronte a quel Parlamento che, un anno dopo, avrebbe votato (senza leggerlo) il memorandum da trecento pagine imposto ad Atene dalla troika. La cui prima tranche di prestiti da 250 miliardi di euro finì per l’80% nelle tasche delle banche e solo le briciole nelle casse delle amministrazioni locali. Diseguaglianze praticate anche in Italia e che presto potrebbero dare gli stessi esiti della Grecia se la spending review avviata dall’ex premier Mario Monti e proseguita in queste settimane da Carlo Cottarelli taglierà servizi e diritti, senza andare a intaccare anche i privilegi. Come? Con provvedimenti di solo rigore tout court che non immettono risorse per la ripresa; con le imprese sempre in difficoltà nell’accesso al credito; con il pasticcio dell’Imu che costringe gli enti locali ad aumentare le imposte come spazzatura e Irpef regionale; con aumenti a raffica dalle marche da bollo alle spese per avviare una causa civile. Mentre, ad esempio, i cda delle municipalizzate continuano a distribuire gettoni e consulenze.

Agorà e forconi:  La benzina verde schizzata a due euro al litro provocò in Grecia la dura reazione degli autotrasportatori e del personale in servizio sui traghetti. La grande arteria autostradale Atene-Salonicco, ultimata in occasione delle Olimpiadi del 2004 – costata tre volte la cifra prevista e unico collegamento tra il sud e il nord del Paese – viene bloccata nel 2011 a più riprese da camion e cortei: con il risultato di paralizzare uno Stato intero. Gli allevatori riversano il loro latte sulle corsie, al pari dei coltivatori diretti che, soffocati da margini di guadagno ormai inesistenti, scaricano nel centro di Atene tonnellate di arance. Ma come, si chiedevano gli agricoltori giunti nella Capitale da tutta la Grecia, “il paese abbonda di frutta e verdura e noi la importiamo dal Sud America?”.

Al pari di ciò che è accaduto recentemente in Italia - con i Forconi a bloccare stazioni ferroviarie e svincoli autostradali, inneggiando al “Made in Italy” sbeffeggiato da politiche miopi – anche in quella circostanza, all’iniziale protesta di specifiche categorie produttive, (autotrasportatori, portuali e coltivatori), si sommano le voci indignate di greci comuni. Come gli studenti universitari “paralizzati” da mesi di proteste dei Rettori per i tagli annunciati con la conseguenza di perdere alcuni semestri. O liberi professionisti vessati da nuovi balzelli (ce n’è anche uno sulle auto a metano, mentre nel resto d’Europa si incentivano le auto verdi) che diedero vita al movimento associativo “Den plirono” (letteralmente “non pago”, ossia persone che si presentavano ai caselli autostradali o nei grandi ipermercati e andavano via senza pagare).

Altra e diversa reazione venne, da un lato, dal Movimento Pente Drachmì, sulla falsariga dei Cinque Stelle di Grillo, e dall’altro dal partito neonazista di Alba dorata, che alle scorse elezioni ha fatto ingresso in Parlamento dopo 40 anni di embargo e che in questi primi veni mesi di vita parlamentare si è caratterizzato per aggressioni a immigrati, proposte xenofobe e razziste, negazionismo. Con un’inchiesta penale per riciclaggio di denaro, estorsione e tentativo di colpo di Stato a carico dei suoi dirigenti.

Scontri e sangue: Ma lo scontro-simbolo della protesta ellenica si concretizza nel lancio di yogurt contro il Parlamento, a cui prende parte anche il celebre compositore Mikis Theodorakis. Il motivo? Non solo l’austerità imposta per legge ai cittadini da un soggetto estraneo alla democrazia del Paese, la troika, ma soprattutto l’ipocrisia di un’intera classe politica che, nonostante fosse stata essa stessa causa della voragine finanziaria, in quei giorni aveva l’ardire di proclamarsi “salvatrice della Grecia”. Slogan e promesse a cui si assiste anche in Italia. Prendono così l’avvio, da quella considerazione, anche una lunga scia di scontri tra manifestanti e forze di polizia, culminati nell’assedio al Parlamento in occasione della visita della cancelliera Merkel ad Atene nell’ottobre del 2012, passando per la protesta di tutte le categorie professionali. In Italia si ricorda la grande manifestazione studentesca del novembre 2012, con l’allora premier Monti che poche ore prima al Financial Times Summit for Italy si era vantato di non aver subito contestazioni per l’austerità imposta dal suo governo. E ancora, crisi in Grecia fa rima con suicidi: più di duemila gli imprenditori strozzati dai debiti, impiegati che avevano perso tutto. Due i casi più significativi. Un imprenditore di Salonicco nel 2012 si diede fuoco nel centro cittadino per i troppi debiti a cui non riusciva più a far fronte. E un anziano farmacista ateniese decide di farla finita a pochi passi dal Parlamento, sparandosi un colpo di fucile. Insomma, tutte affinità con una crisi (greca) già consumata (e abbondantemente irrisolta) in cui il Belpaese si sta specchiando.

martedì 31 dicembre 2013

Buon anno!

Auguri di cuore a tutti voi che avete la pazienza di seguirmi sempre.

lunedì 30 dicembre 2013

Il bravo clandestino

L'eroe delle "bocche cucite" arrestato per danneggiamenti. Un palestinese clandestino, rilasciato qualche giorno fa dal Cie di Ponte Galeria, sorpreso ubriaco mentre prendeva a calci alcune motociclette e bidoni dei rifiuti di Chiara Sarra

Per protestare contro le condizioni del Cie di Ponte Galeria a Roma non aveva esitato a cucirsi la bocca con del fil di ferro. Ma ora un 31enne palestinese, protagonista dell'azione dimostrativa, è stato arrestato per danneggiamenti. Il clandestino, con precedenti, era stato rilasciato dal Centro per l'identificazione ed espulsione poco dopo Natale, ma è stato sorpreso oggi dai carabinieri mentre, ubriaco, prendeva a calci alcune moto in viale Guglielmo Marconi. All'arrivo dei militari, si è scagliato contro di loro ed è stato fermato. Sono almeno 14 le motociclette danneggiate dal palestinese che ha anche rovesciato 16 bidoni dei rifiuti. Ora è stato portato in caserma ed è in attesa del processo per direttissima.

Io e micio

Saluti da noi due...

Barzelletta: le tasse calano...


Scemo e più scemo

Il premier Enrico Letta passa oltre. E finge di non vedere il pantano in cui è andato a invischiarsi il governo. Non c'è solo l'opposizione a dargli filo da torcere. Anche il Pd, con il neo segretario Matteo Renzi, non molla il pressing su Palazzo Chgi. Eppure, a dispetto di quello che le associazioni di categoria stanno denunciando da giorni, il capo del governo ha lanciato su Twitter un messaggio marcatamente ottimista: "Nel 2013 le tasse sulle famiglie son scese e la tendenza continuerà anche nel 2014. Notizia di oggi importante perché si consolidi trend fiducia". L'esecutivo perde terreno. Non solo gli italiani hanno smesso di avere fiducia in Letta, ma nemmeno in parlamento la squadra governativa sembra avere il timone saldo. Letta se ne rende conto. E sa fin troppo bene che il nodo resta la definizione del contratto di coalizione ed i suoi tempi, il "cronoprogramma". La questione vera, insomma, resta quella sulle cose da fare e su queste, allora, si discuta. Anzi, sarà questo il tema su cui tutta la maggioranza si dovrà confrontare con il governo subito dopo la pausa natalizia. I contatti sono già avviati. I temi sono quelli indicati dal presidente del Consiglio in occasione del dibattito sulla fiducia e nella conferenza stampa di fine anno. E quindi, in primis, riforma elettorale e piano sul lavoro. La prima da risolvere in parlamento, la seconda dall’esecutivo. Tuttavia l'intervista di fuoco rilasciata oggi da Renzi alla Stampa non ha fatto altro che far precipitare la situazione. Così, per nascondere le scintille di casa piddì, il premier impugna lo studio pubblicato ieri dalla Cgia di Mestre e si erge a paladino della lotta alle tasse. Anche il vicepremier Angelino Alfano va in giro a sbandierare "l’inversione di tendenza rispetto alla crescita delle tasse" parlando addirittura di "risparmio considerevole". Sulla stessa linea anche il presidente del Nuovo centrodestra Maurizio Sacconi che si sbraccia a lodare "l’efficacia della politica di governo".

Checché ne dicano premier e vicepremier, le tasse non sono state affatto abbassate. Come fa notare il presidente della commissione Finanze della Camera Daniele Capezzone, è vero che, grazie all'azione di Silvio Berlusconi, l’Imu sulla prima casa è sì stata tolta nel 2013 (anche se non tutta e non a tutti a causa della propensione del governo "ai pasticci e all’imbroglio politico"), ma è altrettanto vero che "quell’odiosa tassa torna pari pari nel 2014 sotto falso nome, attraverso la componente Tasi", e includerà anche le prime case. Se, quindi, nel 2013 gli italiani hanno potuto godere dell'abolizione dell'Imu (voluta da Berlusconi) e all’incremento delle detrazioni Irpef per i figli a carico (misura prevista dalla legge di stabilità dell’anno precedente), nel 2014 già si prevedono lacrime e sangue. Come spiega il presidente dei deputati di Forza Italia Renato Brunetta, l'anno prossimo la pressione fiscale aumenterà almeno di mezzo punto, "a meno che non si cambi decisamente politica economica e con la politica economica si cambi anche il governo". Insomma, la stangata è dietro l'angolo. "Gli italiani - assicura Capezzone - se ne ricorderanno e giudicheranno questo governicchio anche per questo". Le quotazioni di Letta e compagni non sono mai state tanto basse. "Finish. Renzi con l’intervista della Stampa manda a casa Letta e Alfano, sempre che abbiano un minimo di orgoglio", tuona il gruppo di Forza Italia della Camera. Capito che il duo Letta-Alfano è perdente, il sindaco di Firenze ha deciso di lasciarli al proprio destino per non pagare il prezzo di una parentela dannosa. "Renzi se li vuole mangiare, per ora gioca come un gatto con il topo", spiegano i deputati azzurri che, nel Mattinale di oggi, tornano a invocare un governo di scopo che riformi la legge elettorale maggioritaria e affronti la tragedia del lavoro.

domenica 29 dicembre 2013

Accogliamo l'africa... ma in vaticano

Il Papa: "Anche Gesù fu un profugo, dovere accogliere i migranti". Bergoglio: "Migranti e profughi sono vittime del rifiuto e dello sfruttamento, della tratta delle persone e del lavoro schiavo" di Sergio Rame

Guardando alla Santa Famiglia di Nazareth "nel momento in cui è costretta a farsi profuga", papa Francesco ha invitato i fedeli a pensare al "dramma di quei migranti e rifugiati che sono vittime del rifiuto e dello sfruttamento, della tratta delle persone e del lavoro schiavo". All’Angelus di oggi il Santo Padre ha definito "legittime" le loro aspettative degli immigrati, anche quando "si scontrano con situazioni complesse e difficoltà che sembrano a volte insuperabili". "In terre lontane, anche quando trovano lavoro, non sempre - ha denunciato il Pontefice - i profughi e gli immigrati incontrano accoglienza vera, rispetto, apprezzamento dei valori di cui sono portatori". Nell’Angelus per la festa della Santa Famiglia, davanti a una piazza San Pietro gremitissima di fedeli, Bergoglio è tornato a parlare dell'emergenza immigrazione e ha invitato i cristiani ad accogliere le migliaia di immigrati che ogni settimana sbarcano sulle nostre coste. "Sulla via dolorosa dell’esilio, in cerca di rifugio in Egitto, Giuseppe, Maria e Gesù sperimentano la condizione drammatica dei profughi, segnata da paura, incertezza, disagi", ha riaffermato il Papa paragonando il dramma dei clandestini che lasciano la propria terra alla famiglia di Gesù che ha lasciato la propria casa per sfuggire dalla persecuzione di Erode. "Purtroppo - ha detto il Pontefice durante l'Angelus - ai nostri giorni, milioni di famiglie possono riconoscersi in questa triste realtà". E, ha continuato, "quasi ogni giorno la televisione e i giornali danno notizie di profughi che fuggono dalla fame, dalla guerra, da altri pericoli gravi, alla ricerca di sicurezza e di una vita dignitosa per sè e per le proprie famiglie". Secondo papa Francesco, la fuga in Egitto a causa delle minacce di Erode mostra, appunto, che "Dio è là dove l’uomo è in pericolo, là dove l’uomo soffre, là dove scappa, dove sperimenta il rifiuto e l’abbandono; ma è anche là dove l’uomo sogna, spera di tornare in patria nella libertà, progetta e sceglie per la vita e la dignità sua e dei suoi familiari".

sabato 28 dicembre 2013

Nel frattempo...

... noi, oggi pomeriggio, ci siamo guardati il concerto di Sting

Infondo, paga pantalone, no?

Mps, la Fondazione si salva e la banca torna un problema dello Stato

Il Monte dei Paschi di Siena rischia di tornare presto un problema pubblico. E’ questa la principale conseguenza della delibera degli azionisti della banca senese che hanno bocciato la proposta del cda presieduto da Alessandro Profumo di varare a gennaio l’aumento di capitale da 3 miliardi di euro necessario per la restituzione allo Stato dei cosiddetti Monti bond come convenuto con la Commissione europea a settembre. Ha votato contro il 69,06% del capitale presente in assemblea, cioè il 49,3% dei soci di Rocca Salimbeni. Quindi, come previsto, la bocciatura della proposta di Profumo e del direttore generale Fabrizio Viola è stata portata avanti con il voto quasi esclusivo della Fondazione Mps cui fa capo il 33,5% della banca toscana. Forte della sua rappresentatività, l’ente è poi riuscito a far passare la sua proposta di procedere alla ricapitalizzazione soltanto nel mese di giugno: ha votato a favore l’82,04% del capitale presente in assemblea, mentre hanno votato contro o si sono astenuti complessivamente azionisti che detengono poco più del 2% della banca e non ha partecipato alla votazione il 15,67% del capitale. Una scelta che senz’altro concede più fiato alla fondazione guidata da Antonella Mansi e gravata da 339 milioni di debiti accumulati negli anni scorsi con una dozzina di banche nel tentativo di mantenere il controllo del Montepaschi. La ricapitalizzazione immediata, infatti, avrebbe tagliato la strada all’ente che sta trattando a 360 gradi una soluzione per la sua sussistenza, riducendo drasticamente il valore del suo unico asset, il Monte appunto.

Altrettanto non si può dire per Mps e per lo Stato italiano. Per la banca il rinvio dell’aumento di capitale e, quindi, della restituzione dei Monti bond, l’aiuto di Stato ottenuto dopo mille tortuosità dal governo dell’ex rettore della Bocconi e convalidato dal successore Enrico Letta, significa 120 milioni di euro di dividendi da staccare in più al Tesoro che lo scorso anno ha integralmente sottoscritto le obbligazioni. Per Saccomanni, però, l’incasso delle cedole è un misero antipasto in confronto alla prospettiva che offriva la tempistica prevista da Profumo e Viola, cioè la restituzione integrale dei 3,3 miliardi di aiuti di Stato entro febbraio. E ancora peggio potrebbe andare se le fosche previsioni di Profumo, le cui dimissioni sono date per scontate con tanto di lista dei potenziali successori, dovessero rivelarsi esatte. Secondo l’ex numero uno di Unicredit, a suo tempo messo in un angolo dalle fondazioni azioniste della banca milanese sempre per un problema di controllo, un rinvio della ricapitalizzazione significa renderla impossibile. La conseguenza? L’ingresso dello Stato, via conversione del debito in titoli, in un Monte dei Paschi che vale sempre meno. E, in contemporanea, lo sfumare definitivo della restituzione degli aiuti di Stato.

“Entriamo in un campo di incertezza, perchè non sappiamo che cosa succede da qui al prossimo maggio”, aveva detto il banchiere in assemblea a proposito del rinvio della ricapitalizzazione. “Oggi abbiamo la certezza che si possa realizzare l’aumento di capitale, domani si entra nell’incertezza: oggi c’è un consorzio di garanzia che garantisce la riuscita dell’aumento, domani andrebbe ricreato il consorzio ma non sappiamo se sarà possibile e a che condizioni. Oggi le condizioni sono favorevoli per noi. La volatilità dei mercati è ancora rilevante e non sappiamo che cosa succederà da qui a maggio”, aveva aggiunto. Per poi ricordare come l’aumento di capitale a gennaio avrebbe risolto anche il tema del pagamento degli interessi sui Monti bond e, quindi, invitare a tenere presente anche il quadro politico: “La situazione politica in Italia è sempre piuttosto instabile e certo non ci auguriamo che possa accadere nulla di particolare. Certamente non sappiamo cosa accadrà da qui a maggio quanto ci saranno anche le elezioni europee”.

“Da dove arrivino i 3 miliardi mi interessa poco: se la banca è ben gestita e arrivano i 3 miliardi resta a Siena, altrimenti sparisce”, aveva poi detto il banchiere rispondendo alle preoccupazioni del sindaco di Siena, Bruno Valentini, sull’arrivo di capitali stranieri.”Non c’è nessun Palio, se non con i contribuenti italiani”, ha quindi rimarcato senza sbilanciarsi sul tema delle sue dimissioni. ”Queste sono decisioni che si assumono a sangue freddo e nei luoghi deputati. Non ho nessuna anticipazione da fare agli azionisti”, ha detto ricordando che per gennaio è in calendario una riunione del consiglio di amministrazione della banca. Del resto queste cose sono solitamente oggetto di delicate trattative, come Profumo sa bene per averlo vissuto in prima persona nel settembre del 2010 quando ha lasciato Unicredit dopo una giornata di trattative costellata di annunci e smentite e con in tasca una liquidazione da oltre 40 milioni di euro.

“Abbiamo messo la banca in sicurezza sotto profilo della liquidità e se ci fosse stato l’aumento di capitale a gennaio l’avremmo messa in sicurezza anche sul piano patrimoniale”, ha invece commentato Viola al termine dell’assemblea. “Oggi dobbiamo prendere atto che una parte del piano di ristrutturazione è stata rinviato. Il nostro percorso va comunque dritto al risanamento della banca”, ha aggiunto. Nel corso dell’assise l’amministratore delegato aveva precisato che il consorzio di banche che aveva garantito l’aumento di capitale a gennaio 2014 “si è mosso secondo la prassi del mercato”. C’è stata “una due diligence (l’analisi dello stato di salute di un’azienda, ndr) che ha valutato positivamente la situazione dell’istituto e anche le condizioni di mercato”. Il consorzio di garanzia, inoltre, ha ricevuto “le assicurazioni necessarie da investitori istituzionali” per il raggiungimento dell’obiettivo dell’aumento di capitale.

Lo stesso Viola aveva poi detto ai soci di non essere “soddisfatto dei risultati di questi ultimi due anni nelle trimestrali, ma questi risultati vanno indubbiamente inquadrati” in quella che era la situazione di Banca Mps ereditata dalla passata gestione di Giuseppe Mussari ed Antonio Vigni. “Il punto di partenza che abbiamo trovato all’inizio del 2012 era caratterizzato da alcuni problemi, a partire dalla carenza di capitale”, aveva osservato ricordando che nell’ottobre 2011 Banca Mps è “rimasta in piedi come soggetto funzionante grazie all’intervento straordinario della Banca d’Italia che ha dato liquidità alla banca”. Tra i “problemi strutturali” che l’istituto sconta ancora dalla passata gestione c’è “un’eccessiva esposizione su attività finanziarie che non rendevano, o rendevano pochissimo oppure in alcuni casi costavano”, come le operazioni sui derivati Santorini e Alexandria, oltre a una struttura del portafoglio crediti “con circa il 60% di mutui o finanziamenti a medio lungo termine”. “Non ho la sfera di cristallo e mi auguro che non ci sia nessuna conseguenza. Sono però convinta che oggi sia stata chiarita definitivamente quella che era l’incertezza sull’aumento di capitale che noi abbiamo sempre appoggiato”, ha invece commentato il presidente della fondazione Mps sostenendo che “da noi non c’è stata nessuna sfiducia nei confronti dei vertici della banca”.

La nuova giovane classe dirigente...

Record: sono 207. Un prefetto per Provincia, anzi due. Dal governo un’altra ondata di nomine. I superburocrati superano quota duecento. Molti i neopromossi senza incarico. Negli stessi giorni ridotto di un anno il periodo di specializzazione dei giovani medici

La Lega Nord torna a urlare contro i prefetti che Umberto Bossi bollò come «brutti figuri» e «viceré romani»? Il governo di Enrico Letta ne nomina ancora di più. Portandoli al record storico: 207. Il doppio delle prefetture. Una scelta, diciamo così, eccentrica. Tanto più nei giorni in cui, con lo svuotamento delle competenze, viene data ormai per fatta l’abolizione (auguri) delle Province. Dell’incremento abnorme di questa figura di altissimi dirigenti governativi introdotta per la prima volta sul territorio italiano nel 1802 con un decreto napoleonico, in realtà, pare essersi accorta non «La Padania» ma «La nuova bussola», un giornale online diretto da Riccardo Cascioli e fondato da giornalisti cattolici per «offrire una prospettiva cattolica nel giudicare i fatti». «Meno medici e più prefetti. È quello che, se vi è una logica nei provvedimenti adottati negli ultimi giorni, appare oggi necessario all’Italia secondo il governo Letta», accusa il quotidiano web. E spiega che, mentre decideva di aumentare quelle figure all’apice degli affari interni, l’esecutivo introduceva nella legge di Stabilità «una norma che riduce di un anno la durata delle specializzazioni per i medici».

C’è un senso in quella scelta?, chiede il giornale. No, risponde: «L’unico motivo è dettato dalla cassa. Anche a costo di praticare una tripla ingiustizia: verso la professionalità degli specializzandi, cui si sottrae il 25% del percorso di approfondimento; verso i pazienti ricoverati negli ospedali che sono al tempo stesso cliniche universitarie, e che si vedono sottrarre un quarto dell’assistenza dei giovani medici; verso questi ultimi, ai quali all’inizio si è assicurato un quadriennio e in corso d’opera, con danno economico, si sottrae un anno». Lo stipendio netto di uno specializzando è di circa 21 mila euro l’anno. I giovani medici coinvolti, fra i 26 e i 30 anni, dovrebbero essere diecimila. Vale la pena di rinunciare a loro? Mah... contemporaneamente, come dicevamo, si allargava la burocrazia prefettizia. «Andiamo per ordine: da Sondrio a Ragusa, le prefetture sono 105. Per l’esattezza, 103, più Trento e Bolzano: che, in quanto province autonome, chiamano i prefetti Commissari di governo. Quanti erano i prefetti in Italia fino a una settimana fa? ben 185, 80 in più rispetto alle prefetture esistenti. Mettiamo pure che per guidare i dipartimenti e qualche direzione generale al Viminale ce ne vogliano una ventina: si arriva a 125, con un surplus di 60». Insomma, attacca il quotidiano cattolico online, «se si dovesse cercare un settore nel quale praticare il blocco del turn over, non si andrebbe lontano puntando su questo, invece che massacrare le forze di polizia, la cui età media sale sempre di più a causa del limitatissimo numero di nuove immissioni in servizio; sarebbe ragionevole non nominare nessun nuovo prefetto fino a quando non si andasse in pari rispetto alle reali necessità».

Al contrario «il Consiglio dei ministri di mercoledì 17 ha nominato altri 22 prefetti, arrivando al totale di 207, praticamente il doppio delle prefetture. Proprio perché non ci sono funzioni in questo momento disponibili per tutti e 207, gran parte dei neopromossi sono senza incarico. Senza incarico, ma con lo stipendio di prefetto, che è sensibilmente superiore a quello di viceprefetto: e questo comporta un esborso per le casse dello Stato, nell’immediato, e «a regime» per gli anni successivi. La logica di questa decisione? Mero arroccamento burocratico: in vista di futuri tagli al numero complessivo dei prefetti, meglio allargarsi, finché i ministri di oggi si prestano ad assecondare un passo del genere, suggerito dal ceto prefettizio. In tal modo, se mai domani dovesse arrivare qualche sforbiciata, sarebbe sempre sul di più già ottenuto».

Scherzando, chiude il servizio firmato da Vincenzo Luna, «si potrebbe concludere che per il governo in carica un prefetto senza funzioni vale più di un giovane medico in un pronto soccorso. (...) Come regalo di Natale, c’è solo da ringraziare». Anzi, accusa Giovanni Aliquò, sindacalista storico delle forze dell’ordine e per dodici anni bellicoso presidente dell’Associazione nazionale funzionari di polizia, «potrebbero essere perfino più di 207: io ne ho contati 18, al Viminale, nei soli ranghi del Dipartimento per la pubblica sicurezza».
 
Per carità, saranno tutti assolutamente indispensabili. Ma certo è curioso che lo sfondamento di «quota 200» arrivi nei giorni in cui Matteo Salvini torna a dichiarare guerra ai prefetti, contro i quali 15 anni fa Umberto Bossi e Roberto Maroni (il quale come ministro degli Interni non avrebbe poi usato affatto la forbice e men che meno l’accetta) arrivarono a minacciare un referendum invitando i segretari provinciali a mandare lettere in dialetto agli emissari governativi ostili alle esagerazioni nella toponomastica lumbard: «Sciur prefet, se a lu ghe va minga ben che numm ciamem i noster paes cun ul noster dialet, el po’ turna’ a ca’ sua». Traduzione: signor prefetto, se a lei non sta bene che chiamiamo i nostri paesi con il nome in dialetto, può tornare a casa sua. Ma ancora più curioso, come dicevamo, è che l’infornata arrivi insieme con l’accelerazione sulla chiusura delle province, alle quali i prefetti erano indissolubilmente legati. Prova provata che vale sempre l’antico adagio: i ministri passano, i burocrati restano.

venerdì 27 dicembre 2013

Salva-Letta

Il Salva Roma è un salva Letta Ecco perché è slittato il decreto. Inserire nel "mille proroghe" il provvedimento per la Capitale consente di congelare i rischi di una finestra elettorale prima del voto europeo. E così le riforme slittano... di Fabrizio Ravoni

Roma - Non avviene tutti i giorni che un governo ritiri un proprio decreto, votato da un ramo del Parlamento il giorno prima del ritiro e per di più con il voto di fiducia. È successo per il provvedimento cosiddetto «Salva Roma», che oggi verrà recuperato in buona parte nel tradizionale decreto «mille proroghe». E l'assemblaggio del testo che andrà all'esame del consiglio dei ministri è a cura della presidenza del Consiglio, e non del ministero dell'Economia. Particolare, quest'ultimo, non secondario. Il nuovo provvedimento dovrà essere convertito entro il 27 febbraio prossimo: ad appena un mese dal tempo ultimo per sciogliere le Camere per abbinare le elezioni politiche a quelle europee, previste per il fine maggio. Ne consegue che il risultato finale sarà il sostanziale prolungamento di quasi due mesi della «sessione di Bilancio»; periodo dell'anno che dovrebbe finire con il 31 dicembre. Ma che quest'anno - proprio per il varo di un decreto «mille proroghe» particolarmente pesante - si allungherà fino alla conversione in legge del nuovo provvedimento. Questa sovrapposizione temporale di appuntamenti legislativi di politica economica rischia di far passare in secondo piano la scaletta che Matteo Renzi vuole imporre al governo. In altre parole, se il Parlamento sarà impegnato con il decreto «mille proroghe» (gonfiato dal «Salva Roma») non potrà approfondire temi come la riforma della legge elettorale o del mercato del lavoro, cari al segretario del Pd. La sensazione che si raccoglie dalle parti del sindaco di Firenze è che Palazzo Chigi stia tentando di stendere una tela di ragno per avviluppare gli slanci riformatori degli uomini di Renzi. E il tempismo della scelta del governo di ritirare un decreto sul quale aveva preso la fiducia e farlo confluire in un altro che allungherà la «sessione di Bilancio» sembrano tessere dello stesso mosaico: quello di chiudere ogni possibile finestra elettorale, prima del voto europeo; a cui farà seguito il semestre di presidenza europea. Vista la situazione, è assai probabile che escano sempre più allo scoperto le richieste renziane di un rimpasto di governo, quale contromossa per evitare di finire nella tela di ragno. E, secondo alcuni, la scelta di portare a Palazzo Chigi il testo del «mille proroghe» è proprio un tentativo di Enrico Letta di mettere Fabrizio Saccomanni al riparo degli strali che gli uomini del sindaco di Firenze sono pronti a lanciare contro il ministero dell'Economia. Ma lo stesso Letta è ogni giorno più consapevole sull'opportunità di mettere mano alla squadra di governo. Durante la conferenza stampa di fine anno l'ha difesa. E non poteva essere altrimenti. Ma non potrà continuare a farlo a lungo. Soprattutto dopo che il pasticciaccio del decreto ritirato verrà interpretato dal gruppo dirigente del Pd come un tentativo di frenare lo sprint di Renzi.