venerdì 29 maggio 2026

Il ceto medio deve morire

I nuovi dati Eurispes fotografano un Paese che si sta consumando dall’interno. Dal 2021 il potere d’acquisto del ceto medio italiano è sceso di circa il 7,5%. Nel solo 2023 il reddito reale delle famiglie si è ridotto dell’1,6%, mentre i beni essenziali — utenze, cibo, medicine — sono aumentati più dell’inflazione. Più di 6 italiani su 10 faticano ad arrivare a fine mese. Oltre un terzo deve usare i propri risparmi per reggere il costo della vita. A pesare di più sono l’affitto, che mette in difficoltà il 45,6% delle famiglie, seguito dalle utenze per il 28,7%, dal mutuo per il 27,2% e dalle spese mediche per il 25,5%. Intanto il 10% più ricco delle famiglie possiede quasi il 60% della ricchezza nazionale, mentre la metà più povera appena il 7,4%. Nel 2024 la ricchezza dei 71 miliardari italiani è cresciuta di oltre 61 miliardi di euro: 166 milioni al giorno. E la ricchezza netta delle famiglie italiane, tra il 2014 e il 2024, è scesa del 5,5%. Questa non è una crisi passeggera. È il risultato storico di un modello. È il finanzcapitalismo che si è imposto come sistema dominante in Occidente dalla fine degli anni '70, e che in Europa si chiama Unione Europea. 


L’Italia è entrata nell’euro accettando una promessa: più stabilità, più benessere, più peso internazionale. È accaduto il contrario. Abbiamo perso la leva del cambio, compresso la domanda interna, tagliato investimenti pubblici, svalutato il lavoro, privatizzato pezzi strategici dell’economia, accettato vincoli fiscali costruiti contro la crescita. Insomma, il suicidio è il nome nascosto dell'integrazione europea. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: salari fermi, produttività stagnante, industria indebolita, giovani impoveriti, famiglie costrette a consumare i risparmi e a vivere del patrimonio accumulato dalle generazioni precedenti, marginalità geopolitica, conformismo. E mentre l'UE prevede flessibilità per le spese militari, sul piano della spesa energetica, degli aiuti di Stato, del coordinamento tra politica monetaria e fiscale, non si muove niente. E gli italiani percepiscono questa follia: il 44,2% considera le spese militari soprattutto un costo per il Paese. Vedono una contraddizione enorme: si chiedono sacrifici a una società impoverita, mentre mancano risorse per salari, sanità, scuola, casa, natalità, industria, lavoro. Un Paese che non controlla più le leve fondamentali della propria economia non può infatti difendere davvero il proprio interesse nazionale. Per trent’anni ci hanno spiegato che non c’erano alternative. Che anzi stavamo preparando l'irenismo internazionale e il superamento degli egoismi degli Stati. Non serve nostalgia. Serve una nuova strategia nazionale. Perché senza sovranità economica non c’è giustizia sociale. E senza giustizia sociale non c’è nemmeno libertà politica.


Gabriele Guzzi

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