martedì 31 marzo 2015
La legge di stabilità e la disoccupazione secondo Fonzarelli
La disoccupazione sale: si infrange il sogno di Renzi. Dopo il forte calo registrato a dicembre, seguito da un’ulteriore diminuzione a gennaio, a febbraio il tasso di disoccupazione torna a salire. Il governo aveva cantato vittoria troppo presto di Sergio Rame
Da imprese e consumatori è arrivato, giusto ieri, un nuovo slancio di ottimismo con gli indici della fiducia che toccano a marzo i massimi da luglio 2008, per le aziende, e da maggio 2002, per le famiglie, negli ultimi dati Istat. Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, ha subito soffiato sul fuoco della fiducia prevedendo che gli 1,9 miliardi stanziati per gli sgravi nelle assunzioni potrebbero portare fino a un milione di posti di lavoro. È un "numerone", riconosce il ministro: "Spero, mi auguro, che questo dato si produca: i primi sintomi ci sono già".
Il dato sulla fiducia delle imprese in particolare è "positivo", secondo Poletti, perché "è la conferma di un trend che da un po' di mesi si è attivato". I sogni di gloria del ministro, purtroppo, si sono infranti contro il muro dei dati sulla disoccupazione pubblicati oggi dall'Istat. Dopo il forte calo registrato a dicembre, seguito da un’ulteriore diminuzione a gennaio, a febbraio il tasso di disoccupazione sale di 0,1 punti percentuali, tornando al 12,7%, lo stesso livello di dicembre e di 0,2 punti più elevato rispetto a febbraio 2014. "Nei dodici mesi il numero di disoccupati è cresciuto del 2,1% - fa notare l'istituto di statistica - in valore assoluto i disoccupati a febbraio sono 3,24 milioni". Non solo. Dopo la crescita del mese di dicembre e la sostanziale stabilità di gennaio, a febbraio sono pure diminuiti gli occupati. Che scendono dello 0,2%. Sono state bruciate ben 44mila unità. "Il tasso di occupazione, pari al 55,7%, cala nell’ultimo mese di 0,1 punti percentuali - continua l'Istat - rispetto a febbraio 2014, l’occupazione è cresciuta dello 0,4% (+93 mila) e il tasso di disoccupazione di 0,2 punti".
Da imprese e consumatori è arrivato, giusto ieri, un nuovo slancio di ottimismo con gli indici della fiducia che toccano a marzo i massimi da luglio 2008, per le aziende, e da maggio 2002, per le famiglie, negli ultimi dati Istat. Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, ha subito soffiato sul fuoco della fiducia prevedendo che gli 1,9 miliardi stanziati per gli sgravi nelle assunzioni potrebbero portare fino a un milione di posti di lavoro. È un "numerone", riconosce il ministro: "Spero, mi auguro, che questo dato si produca: i primi sintomi ci sono già".
Il dato sulla fiducia delle imprese in particolare è "positivo", secondo Poletti, perché "è la conferma di un trend che da un po' di mesi si è attivato". I sogni di gloria del ministro, purtroppo, si sono infranti contro il muro dei dati sulla disoccupazione pubblicati oggi dall'Istat. Dopo il forte calo registrato a dicembre, seguito da un’ulteriore diminuzione a gennaio, a febbraio il tasso di disoccupazione sale di 0,1 punti percentuali, tornando al 12,7%, lo stesso livello di dicembre e di 0,2 punti più elevato rispetto a febbraio 2014. "Nei dodici mesi il numero di disoccupati è cresciuto del 2,1% - fa notare l'istituto di statistica - in valore assoluto i disoccupati a febbraio sono 3,24 milioni". Non solo. Dopo la crescita del mese di dicembre e la sostanziale stabilità di gennaio, a febbraio sono pure diminuiti gli occupati. Che scendono dello 0,2%. Sono state bruciate ben 44mila unità. "Il tasso di occupazione, pari al 55,7%, cala nell’ultimo mese di 0,1 punti percentuali - continua l'Istat - rispetto a febbraio 2014, l’occupazione è cresciuta dello 0,4% (+93 mila) e il tasso di disoccupazione di 0,2 punti".
Il 30 gennaio Matteo Renzi twittava: "Centomila posti di lavoro in più in un mese. Bene. Ma siamo solo all'inizio. Riporteremo l'Italia a crescere". Il 2 marzo, poi, rincarava la dose: "Più 130 Mila posti di lavoro nel 2014, bene ma non basta". I pessimi dati dell'Istat arrivano proprio nel giorno in cui la Germania registra un calo della disoccupazione. A marzo il tasso di disoccupazione è sceso al 6,4% rispetto al 6,5% della passata rilevazione e delle attese del mercato. Il numero dei senza lavoro è diminuito di 15mila unità. Sono invece 42,5 milioni gli occupati. Forse, Renzi e il suo governo avevano cantato vittoria troppo presto. Adesso, però, non regge nemmeno più la scusa per cui il Jobs act deve essere ancora approvato.
La banda degli onesti
Pd, tanti scandali e sette arresti in un solo anno. Dall'Expo a Mafia Capitale, da Nord a Sud: tutti i guai giudiziari dei democratici che fanno tremare Renzi di Francesco Curridori
Il sindaco di Ischia, Giuseppe Ferrandino, è solo l’ultimo della lista. I politici del Pd arrestati nell’ultimo anno sono finora sette. Tra i più noti l’ex sindaco di Venezia Giorgio Orsoni che, dopo l’arresto, si è visto respingere dal gip la richiesta di patteggiamento a quattro mesi di carcere e 15 mila euro di multa per illecito finanziario nell’ambito dell’inchiesta sul Mose. Vicenda per la quale risultano, finora soltanto indagati, anche i deputati Davide Zoggia e Michele Mognato. Si trova in carcere, invece, un altro deputato dem, Francantonio Genovese, ex sindaco di Messina, arrestato nel marzo dello scorso anno con l’accusa di riciclaggio e truffa ai danni della regione siciliana.
Un altro arresto eccellente è stato quello del compagno Primo Greganti che, pur essendo finito in carcere nel ’93 per l’inchiesta di Tangentopoli, non ha resistito a mettere le mani sull’Expo ed è tornato dentro con l’accusa di turbativa d’asta e corruzione. Il Pd, come da prassi, ha successivamente espulso l’illustre tesserato. Meno noti sono i casi di Domenico Madaferri, sindaco di San Ferdinando in provincia di Reggio Calabria, arrestato per concorso esterno in associazione mafiosa e dell’ex consigliere comunale di Rho, Luigi Calogero Addisi, finito in manette perché legato alla cosca Galati. Addisi è il padrino della figlia di Ernesto Palermo, ex consigliere comunale di Lecco, arrestato nell’ambito delle inchiesta sull’infiltrazione dell’ ‘ndrangheta nel Nord. Numerosi sono, poi, i parlamentari democratici indagati per le “spese pazze” nei consigli regionali, e non poco scompiglio ha portato l’inchiesta di Mafia Capitale dentro il Pd romano che attualmente è commissariato.
Il sindaco di Ischia, Giuseppe Ferrandino, è solo l’ultimo della lista. I politici del Pd arrestati nell’ultimo anno sono finora sette. Tra i più noti l’ex sindaco di Venezia Giorgio Orsoni che, dopo l’arresto, si è visto respingere dal gip la richiesta di patteggiamento a quattro mesi di carcere e 15 mila euro di multa per illecito finanziario nell’ambito dell’inchiesta sul Mose. Vicenda per la quale risultano, finora soltanto indagati, anche i deputati Davide Zoggia e Michele Mognato. Si trova in carcere, invece, un altro deputato dem, Francantonio Genovese, ex sindaco di Messina, arrestato nel marzo dello scorso anno con l’accusa di riciclaggio e truffa ai danni della regione siciliana.
Un altro arresto eccellente è stato quello del compagno Primo Greganti che, pur essendo finito in carcere nel ’93 per l’inchiesta di Tangentopoli, non ha resistito a mettere le mani sull’Expo ed è tornato dentro con l’accusa di turbativa d’asta e corruzione. Il Pd, come da prassi, ha successivamente espulso l’illustre tesserato. Meno noti sono i casi di Domenico Madaferri, sindaco di San Ferdinando in provincia di Reggio Calabria, arrestato per concorso esterno in associazione mafiosa e dell’ex consigliere comunale di Rho, Luigi Calogero Addisi, finito in manette perché legato alla cosca Galati. Addisi è il padrino della figlia di Ernesto Palermo, ex consigliere comunale di Lecco, arrestato nell’ambito delle inchiesta sull’infiltrazione dell’ ‘ndrangheta nel Nord. Numerosi sono, poi, i parlamentari democratici indagati per le “spese pazze” nei consigli regionali, e non poco scompiglio ha portato l’inchiesta di Mafia Capitale dentro il Pd romano che attualmente è commissariato.
giovedì 26 marzo 2015
Con la scusa del terrorismo...
Dl terrorismo, accessi polizia a pc da remoto. Viaggi ‘pericolosi’ a proprio rischio. Secondo quanto previsto dal testo in discussione alla Camera, inoltre, i provider saranno obbligati a oscurare i contenuti illeciti e di propaganda. Introdotta anche la norma per scoraggiare trasferte all'estero in aree a rischio, informalmente chiamata "anti Greta e Vanessa". Quintarelli (Scelta civica): "Italia primo paese che autorizza l'uso di captatori occulti da parte dello Stato" di F. Q.
Sì all’utilizzo da parte della polizia di programmi per acquisire “da remoto” le comunicazioni e i dati presenti in un sistema informatico. E via libera anche all’intercettazione preventiva sulle reti informatiche. Sono due dei punti contenuti del decreto antiterrorismo, che stato discusso alla Camera. Tuttavia manca ancora il parere del governo affinché la commissione Bilancio possa dare l’ok al decreto. La presidente di turno, Marina Sereni, ha aggiornato quindi la seduta alle 9 di giovedì 26 marzo. Secondo quanto previsto dal testo, il pm potrà conservare i dati di traffico fino a 24 mesi e i provider su Internet saranno obbligati a oscurare i contenuti illeciti pubblicati dagli utenti e legati ai reati di terrorismo. L’uso del Web e di strumenti informatici per perpetrarli (arruolamento di foreign fighters, propaganda, ecc) diventa un’aggravante che comporta l’obbligo di arresto in flagranza.
All’estero a proprio rischio - Una norma inserita dalle commissioni Difesa e Giustizia prevede inoltre che chi intraprende viaggi all’estero in zone pericolose o li organizza avrà “l’esclusiva responsabilità individuale” sulle conseguenze. Un emendamento che intende scoraggiare i viaggi all’estero in aree a rischio, e per questo informalmente chiamata norma “anti Greta e Vanessa“. Secondo quanto riportato da Repubblica, infatti, Vanessa Marzullo in un’intervista avrebbe dichiarato di volere tornare in Siria, dove è stata rapita e liberata dopo 5 mesi. L’emendamento, voluto dal relatore Andrea Manciulli (Pd), stabilisce che il Ministero degli affari esteri “rende pubblici, attraverso il proprio sito web istituzionale, le condizioni e gli eventuali rischi per l’incolumità dei cittadini italiani che intraprendono viaggi in Paesi stranieri”. La Farnesina “indica altresì, anche tramite il proprio sito web istituzionale, comportamenti rivolti ragionevolmente a ridurre i rischi, inclusa la raccomandazione di non effettuare viaggi in determinate aree”. “Resta fermo – afferma quindi la norma – che le conseguenze dei viaggi all’estero ricadono nell’esclusiva responsabilità individuale di chi assume la decisione di intraprendere o di organizzare i viaggi stessi”.
Quintarelli (Scelta Civica): “Bisogna intervenire o si violerà da remoto in modo occulto il domicilio informatico dei cittadini” – Il deputato di Scelta civica, Stefano Quintarelli, esperto di internet, è però molto critico sulle norme del dl che riguardano le comunicazioni online. “L’Italia diventa il primo Paese europeo che rende esplicitamente ed in via generalizzata legale e autorizzato la ‘remote computer searches’ – scrive sul suo blog – e l’utilizzo di captatori occulti da parte dello Stato”. L’emendamento approvato a cui si riferisce il parlamentare modifica il codice di procedura penale, intervenendo sull’articolo 266-bis, comma 1 inserendo dopo “è consentita l’intercettazione del flusso di comunicazioni relativo a sistemi informatici o telematici ovvero intercorrente tra più sistemi”, le parole: “Anche attraverso l’impiego di strumenti o di programmi informatici per l’acquisizione da remoto delle comunicazioni e dei dati presenti in un sistema informatico”. Con l’emendamento, è la tesi del deputato, l’Italia autorizza l’utilizzo di malware per effetturare intercettazioni/spionaggio sugli utenti. “Il fatto grave è che questo non lo fa in relazione a specifici reati di matrice terroristica (come fa pensare il provvedimento), ma per tutti i reati ‘commessi mediante l’impiego di tecnologie informatiche o telematiche'”, scrive Quintarelli.
“Se non interveniamo – prosegue il deputato – da domani per qualsiasi reato commesso a mezzo del computer – dalla diffamazione alla violazione del copyright o ai reati di opinione o all’ingiuria – sarà consentito violare da remoto in modo occulto il domicilio informatico dei cittadini”, si legge ancora. “Ritengo vi sia la contestuale violazione dei diritti costituzionali previsti dall’art. 13 (sull’inviolabilità della libertà personale) all’art. 15 (sull’inviolabilità della libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione) della Costituzione, senza le adeguate garanzie da questa previste. Una norma generalizzata che consente l’uso di tali captatori occulti – è la tesi di Quintarelli – non rispetta alcun criterio di proporzionalità se non è strettamente limitata a specifiche gravissime ipotesi di reato, tassativamente determinate ex lege, e con doppia riserva di giurisdizione”. “Non dico che i captatori siano sempre da vietare, ma il loro utilizzo deve esser regolato in modo se possibile ancora più stringente di quello delle intercettazioni: pena la violazione di principi costituzionali oggi più che mai fondamentali”, conclude il post.
Sì all’utilizzo da parte della polizia di programmi per acquisire “da remoto” le comunicazioni e i dati presenti in un sistema informatico. E via libera anche all’intercettazione preventiva sulle reti informatiche. Sono due dei punti contenuti del decreto antiterrorismo, che stato discusso alla Camera. Tuttavia manca ancora il parere del governo affinché la commissione Bilancio possa dare l’ok al decreto. La presidente di turno, Marina Sereni, ha aggiornato quindi la seduta alle 9 di giovedì 26 marzo. Secondo quanto previsto dal testo, il pm potrà conservare i dati di traffico fino a 24 mesi e i provider su Internet saranno obbligati a oscurare i contenuti illeciti pubblicati dagli utenti e legati ai reati di terrorismo. L’uso del Web e di strumenti informatici per perpetrarli (arruolamento di foreign fighters, propaganda, ecc) diventa un’aggravante che comporta l’obbligo di arresto in flagranza.
All’estero a proprio rischio - Una norma inserita dalle commissioni Difesa e Giustizia prevede inoltre che chi intraprende viaggi all’estero in zone pericolose o li organizza avrà “l’esclusiva responsabilità individuale” sulle conseguenze. Un emendamento che intende scoraggiare i viaggi all’estero in aree a rischio, e per questo informalmente chiamata norma “anti Greta e Vanessa“. Secondo quanto riportato da Repubblica, infatti, Vanessa Marzullo in un’intervista avrebbe dichiarato di volere tornare in Siria, dove è stata rapita e liberata dopo 5 mesi. L’emendamento, voluto dal relatore Andrea Manciulli (Pd), stabilisce che il Ministero degli affari esteri “rende pubblici, attraverso il proprio sito web istituzionale, le condizioni e gli eventuali rischi per l’incolumità dei cittadini italiani che intraprendono viaggi in Paesi stranieri”. La Farnesina “indica altresì, anche tramite il proprio sito web istituzionale, comportamenti rivolti ragionevolmente a ridurre i rischi, inclusa la raccomandazione di non effettuare viaggi in determinate aree”. “Resta fermo – afferma quindi la norma – che le conseguenze dei viaggi all’estero ricadono nell’esclusiva responsabilità individuale di chi assume la decisione di intraprendere o di organizzare i viaggi stessi”.
Quintarelli (Scelta Civica): “Bisogna intervenire o si violerà da remoto in modo occulto il domicilio informatico dei cittadini” – Il deputato di Scelta civica, Stefano Quintarelli, esperto di internet, è però molto critico sulle norme del dl che riguardano le comunicazioni online. “L’Italia diventa il primo Paese europeo che rende esplicitamente ed in via generalizzata legale e autorizzato la ‘remote computer searches’ – scrive sul suo blog – e l’utilizzo di captatori occulti da parte dello Stato”. L’emendamento approvato a cui si riferisce il parlamentare modifica il codice di procedura penale, intervenendo sull’articolo 266-bis, comma 1 inserendo dopo “è consentita l’intercettazione del flusso di comunicazioni relativo a sistemi informatici o telematici ovvero intercorrente tra più sistemi”, le parole: “Anche attraverso l’impiego di strumenti o di programmi informatici per l’acquisizione da remoto delle comunicazioni e dei dati presenti in un sistema informatico”. Con l’emendamento, è la tesi del deputato, l’Italia autorizza l’utilizzo di malware per effetturare intercettazioni/spionaggio sugli utenti. “Il fatto grave è che questo non lo fa in relazione a specifici reati di matrice terroristica (come fa pensare il provvedimento), ma per tutti i reati ‘commessi mediante l’impiego di tecnologie informatiche o telematiche'”, scrive Quintarelli.
“Se non interveniamo – prosegue il deputato – da domani per qualsiasi reato commesso a mezzo del computer – dalla diffamazione alla violazione del copyright o ai reati di opinione o all’ingiuria – sarà consentito violare da remoto in modo occulto il domicilio informatico dei cittadini”, si legge ancora. “Ritengo vi sia la contestuale violazione dei diritti costituzionali previsti dall’art. 13 (sull’inviolabilità della libertà personale) all’art. 15 (sull’inviolabilità della libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione) della Costituzione, senza le adeguate garanzie da questa previste. Una norma generalizzata che consente l’uso di tali captatori occulti – è la tesi di Quintarelli – non rispetta alcun criterio di proporzionalità se non è strettamente limitata a specifiche gravissime ipotesi di reato, tassativamente determinate ex lege, e con doppia riserva di giurisdizione”. “Non dico che i captatori siano sempre da vietare, ma il loro utilizzo deve esser regolato in modo se possibile ancora più stringente di quello delle intercettazioni: pena la violazione di principi costituzionali oggi più che mai fondamentali”, conclude il post.
martedì 17 marzo 2015
Fonzarelli eliminava i corrotti...
Tangenti, Lupi si difende: "Mio figlio? Mai chiesto nulla" Anm: "Carezze ai corrotti". Il ministro: "Dimettermi? E perché?". Magistrati all'attacco: "I magistrati sono stati virtualmente schiaffeggiati e i corrotti accarezzati" di Chiara Sarra
"No, le dimissioni no. Anche se, per la prima volta, vedendo tirato in ballo ingiustamente mio figlio, mi sono chiesto se il gioco valga la candela". Maurizio Lupi non ha intenzione di fare un passo indietro dopo che il figlio è stato coinvolto nello scandalo tangenti per le Grandi opere. "Provo soprattutto l’amarezza di un padre nel vedere il proprio figlio sbattuto in prima pagina come un mostro senza alcuna colpa", ha detto il ministro per le Infrastrutture, aggiungendo che il rolex regalato da Stefano Perotti al figlio Luca era solo un dono per la laurea: "Se avessi chiesto a Perotti di far lavorare mio figlio o di sponsorizzarlo, sarebbe stato un gravissimo errore e presumo anche un reato. Non l’ho fatto. Stefano Perotti conosceva mio figlio da quando, con altri studenti del Politecnico, andava a visitare i suoi cantieri. Sono amici così come le nostre famiglie. Ma l’avesse regalato a me non l’avrei accettato", aggiunge Lupi che sull'intercettazione in cui aveva minacciato la crisi di governo dice: "Era una battaglia politica, non difendevo la persona, ma l’integrità del ministero. Si stava discutendo di legge di Stabilità e del futuro della nuova Struttura tecnica di missione. Al telefono con Incalza ho ripetuto quello che avevo detto nelle discussioni politiche, dicevo che era un errore togliere al ministero quella struttura, amputandolo di un braccio operativo. Qualora non ci fosse più stata fiducia nel ministro si faceva prima a cambiare ministro, non depotenziando il ministero". E sulle intercettazioni sul viceministro alle infrastrutture Riccardo Nencini aggiunge: "Questo è il limite delle intercettazioni, che non rendono il tono scherzoso delle conversazioni. Io allora conoscevo poco Nencini e Del Basso De Caro. Sapendo che erano socialisti come Incalza, lo prendevo in giro..."
"No, le dimissioni no. Anche se, per la prima volta, vedendo tirato in ballo ingiustamente mio figlio, mi sono chiesto se il gioco valga la candela". Maurizio Lupi non ha intenzione di fare un passo indietro dopo che il figlio è stato coinvolto nello scandalo tangenti per le Grandi opere. "Provo soprattutto l’amarezza di un padre nel vedere il proprio figlio sbattuto in prima pagina come un mostro senza alcuna colpa", ha detto il ministro per le Infrastrutture, aggiungendo che il rolex regalato da Stefano Perotti al figlio Luca era solo un dono per la laurea: "Se avessi chiesto a Perotti di far lavorare mio figlio o di sponsorizzarlo, sarebbe stato un gravissimo errore e presumo anche un reato. Non l’ho fatto. Stefano Perotti conosceva mio figlio da quando, con altri studenti del Politecnico, andava a visitare i suoi cantieri. Sono amici così come le nostre famiglie. Ma l’avesse regalato a me non l’avrei accettato", aggiunge Lupi che sull'intercettazione in cui aveva minacciato la crisi di governo dice: "Era una battaglia politica, non difendevo la persona, ma l’integrità del ministero. Si stava discutendo di legge di Stabilità e del futuro della nuova Struttura tecnica di missione. Al telefono con Incalza ho ripetuto quello che avevo detto nelle discussioni politiche, dicevo che era un errore togliere al ministero quella struttura, amputandolo di un braccio operativo. Qualora non ci fosse più stata fiducia nel ministro si faceva prima a cambiare ministro, non depotenziando il ministero". E sulle intercettazioni sul viceministro alle infrastrutture Riccardo Nencini aggiunge: "Questo è il limite delle intercettazioni, che non rendono il tono scherzoso delle conversazioni. Io allora conoscevo poco Nencini e Del Basso De Caro. Sapendo che erano socialisti come Incalza, lo prendevo in giro..."
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sabato 14 marzo 2015
Giusto per ribadire i crimini degli immigrati
Da Kabobo all'assassino di Terni: quando l'immigrato è il carnefice. La storia criminale che lega gli omicidi riconducibili agli stranieri ai danni di cittadini italiani è lunga: spesso gli assassini restano impuniti di Ignazio Stagno
L'omicidio di Terni e quel maledetto collo di bottiglia è solo l'ultimo episodio di una lunga scia di sangue che vede gli italiani tra le vittime e gli immigrati tra i carnefici. Negli ultimi tempi clandestini e immigrati hanno alzato il tiro sugli italiani. Pestaggi, stupri e rapine: un elenco di reati che con leggi severe sull'immigrazione magari si sarebbero potuti evitare. Qualche anno fa a Milano, un altro immigrato aveva sfogato le proprie frustrazioni su passanti inermi che si trovavano a passeggiare sotto casa. Adam Kabobo, cittadino ghanese da tempo residente in Italia, era impazzito e ha sfogato la sua rabbia sui passanti facendo tre vittime. La lista dei reati commessi da cittadini immigrati è lunga e spesso si tratta di delitti efferati. Come accaduto il mese scorso quando un romeno di 27 anni, ubriaco e a bordo di una grande automobile, ha quasi ucciso due donne, a Ceprano, nel Lazio. L’uomo è poi fuggito a piedi ma i carabinieri non hanno avuto difficoltà a rintracciare il pirata della strada. Successivamente i giudici hanno deciso di concedergli la libertà vigilata con l’obbligo di firma.
Un altro delitto, più cruento, risale all’ottobre del 2014, quando, a Catania, Gora Mbengue, ventisettenne originario del Senegal ha assassinato a coltellate l’ex fidanzata. A Capodanno del 2009, il tabaccaio 75enne Mario Girati viene ucciso con otto coltellate nel bar della figlia. Due tunisini sono stati condannati all’ergastolo e altri due a una pena di trent’anni. Il tabaccaio fu ucciso dopo una rapina finita male. Lo scorso gennaio, infine, un medico di 71 anni, Lucio Giacomoni, è stato ucciso a suon di calci e pugni nella sua abitazione di Mentana, in provincia di Roma. Per questo omicidio sono stati arrestati tre romeni. La banda ha confessato.
Infine il caso di Joseph White Clifford, 57 anni, di nazionalità indiana che, dopo avere confessato il suo omicidio, ha raccontato ai carabinieri di Roma la sua aggressione costata la vita ad un giovane romano la cui unica colpa era quella di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. "L’ho colpito con il ferro che uso per chiudere la porta, volevo solo stare in pace, mi aveva svegliato una musica infernale, ero fuori di me" ha raccontato l’immigrato ai carabinieri. Fin quando tutto ciò dovrà costare la vita agli italiani?
L'omicidio di Terni e quel maledetto collo di bottiglia è solo l'ultimo episodio di una lunga scia di sangue che vede gli italiani tra le vittime e gli immigrati tra i carnefici. Negli ultimi tempi clandestini e immigrati hanno alzato il tiro sugli italiani. Pestaggi, stupri e rapine: un elenco di reati che con leggi severe sull'immigrazione magari si sarebbero potuti evitare. Qualche anno fa a Milano, un altro immigrato aveva sfogato le proprie frustrazioni su passanti inermi che si trovavano a passeggiare sotto casa. Adam Kabobo, cittadino ghanese da tempo residente in Italia, era impazzito e ha sfogato la sua rabbia sui passanti facendo tre vittime. La lista dei reati commessi da cittadini immigrati è lunga e spesso si tratta di delitti efferati. Come accaduto il mese scorso quando un romeno di 27 anni, ubriaco e a bordo di una grande automobile, ha quasi ucciso due donne, a Ceprano, nel Lazio. L’uomo è poi fuggito a piedi ma i carabinieri non hanno avuto difficoltà a rintracciare il pirata della strada. Successivamente i giudici hanno deciso di concedergli la libertà vigilata con l’obbligo di firma.
Un altro delitto, più cruento, risale all’ottobre del 2014, quando, a Catania, Gora Mbengue, ventisettenne originario del Senegal ha assassinato a coltellate l’ex fidanzata. A Capodanno del 2009, il tabaccaio 75enne Mario Girati viene ucciso con otto coltellate nel bar della figlia. Due tunisini sono stati condannati all’ergastolo e altri due a una pena di trent’anni. Il tabaccaio fu ucciso dopo una rapina finita male. Lo scorso gennaio, infine, un medico di 71 anni, Lucio Giacomoni, è stato ucciso a suon di calci e pugni nella sua abitazione di Mentana, in provincia di Roma. Per questo omicidio sono stati arrestati tre romeni. La banda ha confessato.
Infine il caso di Joseph White Clifford, 57 anni, di nazionalità indiana che, dopo avere confessato il suo omicidio, ha raccontato ai carabinieri di Roma la sua aggressione costata la vita ad un giovane romano la cui unica colpa era quella di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. "L’ho colpito con il ferro che uso per chiudere la porta, volevo solo stare in pace, mi aveva svegliato una musica infernale, ero fuori di me" ha raccontato l’immigrato ai carabinieri. Fin quando tutto ciò dovrà costare la vita agli italiani?
venerdì 13 marzo 2015
Chi comanda il mondo
E' il titolo dell'ultima canzone di Povia ed è anche il titolo di un post di Nessie che parla proprio di quella canzone. E, direttamente dal facebook dell'autore, posto un paio di suoi links. Questo e anche questo.
giovedì 26 febbraio 2015
Non c'è limite al peggio. Kyenge, la ue e l'emergenza immigrati...
L'Ue affida alla Kyenge l'emergenza immigrati. Dovrà decidere le iniziative strategiche per risolvere l'emergenza nel Mediterraneo. Il Pd esulta (gli scafisti pure) di Andrea Indini
L'Europarlamento mette l'emergenza immigrazione nelle mani di Cecile Kyenge. Toccherrà all'ex ministro per l'Integrazione trovare una solizione a un problema che sta assumendo, soprattutto in Italia, proporzioni drammatiche. Insieme all'eurodeputata maltese Ppe Roberta Metsola, sarà la correlatrice del "rapporto di iniziativa strategico sulla situazione nel Mediterraneo e sulla necessità di un approccio globale dell’Ue alle migrazioni". Un nome altisonante per un incarico che difficilmente aiuterà l'Italia a risolvere un'emergenza che si trascina dietro ormai da anni. Nel 2014 in Italia sono sbarcati 180mila clandestini. Nel primo bimestre del 2015 il flusso è più che raddoppiato rispetto all'anno precedente. È il fallimento delle missioni Mare Nostrum e Triton, salutate con entusiasmo dal premier Matteo Renzi e dal ministro dell'Interno Angelino Alfano. Centinaia di morti hanno già macchiato di sangue il Mediterraneo. Dopo aver stanziato altri soldi per finanziare le operazioni di salvataggio in alto mare, l'Europarlamento punta tutto sulla Kyenge per risolvere l'emergenza. Peccato che, quando sedeva tra i banchi del governo Letta, l'allora ministro all'Integrazione premeva per la riforma dello ius soli e per la cittadinanza facile agli immigrati. Due promesse che, insieme all'operazione Mare Nostrum, hanno ingolosito i disperati che dal Nord Africa hanno sfidato il Mediterraneo per raggiungere l'Italia, ponte verso il Vecchio Continente.
"Sono riconoscente per la responsabilità che il parlamento mi ha affidato", ha commentato Kyenge soddisfatta che l'incarico le sia stato affidato dalla larga maggioranza dagli eurodeputati. "Dobbiamo superare il perenne approccio emergenziale con cui è stato sempre affrontato il tema - ha continuato - il flusso di migranti che attraversano le frontiere Sud dell’Europa è un fatto strutturale e transnazionale". Per l'ex ministro la questione deve essere affrontata condividendo le responsabilità "tra tutti gli Stati membri ponendo al centro innanzitutto la tutela della vita umana". Tutto il Pd si è stretto attorno alla Kyenge parlando di "ottimo risultato per l’Italia ottenuto grazie alla stima di cui gode l’eurodeputata Pd in Italia e in Europa". "Finalmente l’Italia non si limita più a criticare le mancanze dell’Europa sull’immigrazione ma si impegna in primo piano affinché l'Ue si faccia carico delle proprie responsabilità - ha dichiarato la capodelegazione degli eurodeputati piddì Patrizia Toia - il rapporto sull’immigrazione nel Mediterraneo porterà nei prossimi mesi all’approvazione di una risoluzione che costituirà il parere ufficiale del Parlamento europeo sull’immigrazione". Intanto che la Kyenge si studia le carte, però, gli scafisti già festeggia. Anche il 2015 sarà un anno di affari d'oro.
L'Europarlamento mette l'emergenza immigrazione nelle mani di Cecile Kyenge. Toccherrà all'ex ministro per l'Integrazione trovare una solizione a un problema che sta assumendo, soprattutto in Italia, proporzioni drammatiche. Insieme all'eurodeputata maltese Ppe Roberta Metsola, sarà la correlatrice del "rapporto di iniziativa strategico sulla situazione nel Mediterraneo e sulla necessità di un approccio globale dell’Ue alle migrazioni". Un nome altisonante per un incarico che difficilmente aiuterà l'Italia a risolvere un'emergenza che si trascina dietro ormai da anni. Nel 2014 in Italia sono sbarcati 180mila clandestini. Nel primo bimestre del 2015 il flusso è più che raddoppiato rispetto all'anno precedente. È il fallimento delle missioni Mare Nostrum e Triton, salutate con entusiasmo dal premier Matteo Renzi e dal ministro dell'Interno Angelino Alfano. Centinaia di morti hanno già macchiato di sangue il Mediterraneo. Dopo aver stanziato altri soldi per finanziare le operazioni di salvataggio in alto mare, l'Europarlamento punta tutto sulla Kyenge per risolvere l'emergenza. Peccato che, quando sedeva tra i banchi del governo Letta, l'allora ministro all'Integrazione premeva per la riforma dello ius soli e per la cittadinanza facile agli immigrati. Due promesse che, insieme all'operazione Mare Nostrum, hanno ingolosito i disperati che dal Nord Africa hanno sfidato il Mediterraneo per raggiungere l'Italia, ponte verso il Vecchio Continente.
"Sono riconoscente per la responsabilità che il parlamento mi ha affidato", ha commentato Kyenge soddisfatta che l'incarico le sia stato affidato dalla larga maggioranza dagli eurodeputati. "Dobbiamo superare il perenne approccio emergenziale con cui è stato sempre affrontato il tema - ha continuato - il flusso di migranti che attraversano le frontiere Sud dell’Europa è un fatto strutturale e transnazionale". Per l'ex ministro la questione deve essere affrontata condividendo le responsabilità "tra tutti gli Stati membri ponendo al centro innanzitutto la tutela della vita umana". Tutto il Pd si è stretto attorno alla Kyenge parlando di "ottimo risultato per l’Italia ottenuto grazie alla stima di cui gode l’eurodeputata Pd in Italia e in Europa". "Finalmente l’Italia non si limita più a criticare le mancanze dell’Europa sull’immigrazione ma si impegna in primo piano affinché l'Ue si faccia carico delle proprie responsabilità - ha dichiarato la capodelegazione degli eurodeputati piddì Patrizia Toia - il rapporto sull’immigrazione nel Mediterraneo porterà nei prossimi mesi all’approvazione di una risoluzione che costituirà il parere ufficiale del Parlamento europeo sull’immigrazione". Intanto che la Kyenge si studia le carte, però, gli scafisti già festeggia. Anche il 2015 sarà un anno di affari d'oro.
domenica 22 febbraio 2015
Gli imbrogli di fonzarelli continuano...
Nel mille proroghe che si vota al Senato entro l'1 marzo l'esecutivo fa slittare la verifica di requisiti, statuti e rendiconti e ammette all'incasso anche chi non si è mai iscritto al Registro della Commissione di garanzia sul finanziamento di Thomas Mackinson
Per gli adempimenti dei cittadini non c’è storia, rinvio o proroga che tenga. Quando si tratta dei partiti si mobilita addirittura il governo. Tra le mille proroghe dell’omonimo decreto in scadenza al primo marzo in Senato, c’è anche una gentil concessione dei partiti a se stessi sul fronte del finanziamento e delle donazioni private. Se ne fanno carico Matteo Renzi e il ministro Piercarlo Padoan che al testo licenziato alla Camera aggiungono un comma “12-quater” all’articolo uno, quello che dà l’avvio alle mille proroghe. Si scopre così che il governo non ha solo allungato di quattro mesi gli sfratti esecutivi. E non ha congelato solo l’aumento dei contributi per gli autonomi iscritti alla gestione separata Inps. Ha anche dato un “aiutino” ai partiti.
Il comma, quattromila parole in perfetto burocratese, parte da una piccola concessione e in un crescendo arriva al colpo grosso: una sanatoria per i partiti che non risultano in regola con le previsioni di legge in materia di trasparenza e con i requisiti per l’ammissione alle donazioni. Andiamo con ordine. Il primo capoverso guarda al passato. Stabilisce che, visti i tempi di piena funzionalità della Commissione di garanzia – quella che controlla statuti, trasparenza e conti dei partiti – “i termini relativi al procedimento di controllo di tali rendiconti relativi all’esercizio 2013 sono prorogati di due mesi”. Sessanta giorni in più rispetto alla scadenza del 15 febbraio, data entro cui la Commissione era chiamata a emanare una relazione sulla conformità della documentazione depositata, sulle spese effettivamente sostenute e sulle entrate percepite nell’anno precedente. Slitta, di conseguenza, anche il termine fissato al 31 marzo in cui i partiti erano chiamati a sanare eventuali irregolarità. E pure il termine, che nella legge era fissato al 30 aprile, entro il quale la Commissione approva la relazione di conformità e la trasmette ai presidenti di Camera e Senato che “ne curano la pubblicazione sui siti internet delle rispettive assemblee”. Così, eventuali guai che dovessero venir fuori si apprenderanno ben oltre i termini, salvo ulteriori dilazioni. Non solo.
Al secondo comma il testo stabilisce che il termine per la presentazione delle richieste di accesso, per l’anno 2015, alle detrazioni di cui agli articoli 11 e 12 del decreto-legge 28 dicembre 2013, n. 149, convertito, con modificazioni, dalla legge 21 febbraio 2014, n. 13, e successive modificazioni, “è prorogato al 31 gennaio 2015”. E di che cosa si tratta? Delle detrazioni per le “erogazioni liberali in favore dei partiti” e della “destinazione volontaria del 2 per mille dell’imposta sul reddito” che ha debuttato nel 2014. Evidentemente, qualcuno era in ritardo con i termini. Il ritardo è però sanato, il favore prontamente servito: i partiti potranno incassare le somme anche se la loro posizione non è in regola con i requisiti di legge.
Possibile? Sì, recita il testo: “Hanno accesso ai benefìci medesimi anche qualora non risultino iscritti nel registro di cui all’articolo 4 del citato decreto-legge n. 149 del 2013 alla data del 31 gennaio 2015”. Inutile, dunque, la corsa a regolarizzarsi. La terza proroga è servita, ed ecco la quarta: la deroga vale fino al 31 dicembre 2015. E la domanda è d’obbligo: a che cosa mai servono le “misure per garantire la trasparenza e i controlli dei rendiconti dei partiti”, il relativo “registro” e la speciale commissione in Parlamento? Visto lo scarso valore che gli viene tributato dal governo e dai partiti a poco nulla. La contribuzione volontaria, del resto, ha scontentato tutti: nel 2014 sono stati solo 16.518 gli italiani che hanno devoluto il 2 per mille ai partiti. Non a caso in Parlamento, nel frattempo, sono fioccate numerose proposte di legge per tornare al vecchio ne caro finanziamento pubblico. Nell’attesa, ecco servita la proroga per chi ha problemi con l’incasso.
Per gli adempimenti dei cittadini non c’è storia, rinvio o proroga che tenga. Quando si tratta dei partiti si mobilita addirittura il governo. Tra le mille proroghe dell’omonimo decreto in scadenza al primo marzo in Senato, c’è anche una gentil concessione dei partiti a se stessi sul fronte del finanziamento e delle donazioni private. Se ne fanno carico Matteo Renzi e il ministro Piercarlo Padoan che al testo licenziato alla Camera aggiungono un comma “12-quater” all’articolo uno, quello che dà l’avvio alle mille proroghe. Si scopre così che il governo non ha solo allungato di quattro mesi gli sfratti esecutivi. E non ha congelato solo l’aumento dei contributi per gli autonomi iscritti alla gestione separata Inps. Ha anche dato un “aiutino” ai partiti.
Il comma, quattromila parole in perfetto burocratese, parte da una piccola concessione e in un crescendo arriva al colpo grosso: una sanatoria per i partiti che non risultano in regola con le previsioni di legge in materia di trasparenza e con i requisiti per l’ammissione alle donazioni. Andiamo con ordine. Il primo capoverso guarda al passato. Stabilisce che, visti i tempi di piena funzionalità della Commissione di garanzia – quella che controlla statuti, trasparenza e conti dei partiti – “i termini relativi al procedimento di controllo di tali rendiconti relativi all’esercizio 2013 sono prorogati di due mesi”. Sessanta giorni in più rispetto alla scadenza del 15 febbraio, data entro cui la Commissione era chiamata a emanare una relazione sulla conformità della documentazione depositata, sulle spese effettivamente sostenute e sulle entrate percepite nell’anno precedente. Slitta, di conseguenza, anche il termine fissato al 31 marzo in cui i partiti erano chiamati a sanare eventuali irregolarità. E pure il termine, che nella legge era fissato al 30 aprile, entro il quale la Commissione approva la relazione di conformità e la trasmette ai presidenti di Camera e Senato che “ne curano la pubblicazione sui siti internet delle rispettive assemblee”. Così, eventuali guai che dovessero venir fuori si apprenderanno ben oltre i termini, salvo ulteriori dilazioni. Non solo.
Al secondo comma il testo stabilisce che il termine per la presentazione delle richieste di accesso, per l’anno 2015, alle detrazioni di cui agli articoli 11 e 12 del decreto-legge 28 dicembre 2013, n. 149, convertito, con modificazioni, dalla legge 21 febbraio 2014, n. 13, e successive modificazioni, “è prorogato al 31 gennaio 2015”. E di che cosa si tratta? Delle detrazioni per le “erogazioni liberali in favore dei partiti” e della “destinazione volontaria del 2 per mille dell’imposta sul reddito” che ha debuttato nel 2014. Evidentemente, qualcuno era in ritardo con i termini. Il ritardo è però sanato, il favore prontamente servito: i partiti potranno incassare le somme anche se la loro posizione non è in regola con i requisiti di legge.
Possibile? Sì, recita il testo: “Hanno accesso ai benefìci medesimi anche qualora non risultino iscritti nel registro di cui all’articolo 4 del citato decreto-legge n. 149 del 2013 alla data del 31 gennaio 2015”. Inutile, dunque, la corsa a regolarizzarsi. La terza proroga è servita, ed ecco la quarta: la deroga vale fino al 31 dicembre 2015. E la domanda è d’obbligo: a che cosa mai servono le “misure per garantire la trasparenza e i controlli dei rendiconti dei partiti”, il relativo “registro” e la speciale commissione in Parlamento? Visto lo scarso valore che gli viene tributato dal governo e dai partiti a poco nulla. La contribuzione volontaria, del resto, ha scontentato tutti: nel 2014 sono stati solo 16.518 gli italiani che hanno devoluto il 2 per mille ai partiti. Non a caso in Parlamento, nel frattempo, sono fioccate numerose proposte di legge per tornare al vecchio ne caro finanziamento pubblico. Nell’attesa, ecco servita la proroga per chi ha problemi con l’incasso.
Fonzarelli e le banche
Popolari, quei tre punti oscuri sul gioco di mano del governo. Il ricorso al decreto legge, i sospetti di insider trading e le strane anomalie I cittadini meritano risposte, non le frasi di circostanza di Palazzo Chigi di Renato Brunetta
Jobs Act e investment compact : siamo tornati all'inglesorum di palazzo Chigi, definito da Guido Rossi ai tempi di D'Alema come «L'unica merchant bank in cui non si parla inglese». Oggi parliamo di Investment compact, balzato agli onori della cronaca per il pasticcio della riforma delle banche popolari. Le «questioni», di metodo e di merito, aperte sono diverse: 1) il ricorso, da parte del governo, allo strumento del decreto legge; 2) il rischio di insider trading e le altre indagini in corso 3) il merito della norma.
IL RICORSO AL DECRETO LEGGE: La vicenda del decreto di riforma delle banche popolari rappresenta o rischia di rappresentare una delle pagine più oscure del governo Renzi. È di venerdì 16 gennaio, a chiusura dei mercati, la prima agenzia di stampa che annuncia l'imminente provvedimento. E la prima informazione ufficiale si riferisce, come affermato dal sottosegretario all'Economia Pier Paolo Baretta in Parlamento, a una comunicazione che il presidente del Consiglio fa al suo partito, nel corso della riunione della direzione del Pd alle 17.30. Appare già strano che su una materia tanto sensibile un presidente del Consiglio decida di anticipare i contenuti e l'uso del decreto legge in una riunione di un club privato. Tanto più che inizialmente la riforma doveva essere prevista all'interno del disegno di legge sulla concorrenza ma, invece, improvvisamente, è diventata particolarmente urgente. Il 20 gennaio il consiglio dei ministri dà via libera al decreto che, effettivamente, contiene la norma che impone alle banche popolari con attivo superiore a 8 miliardi di euro la trasformazione in società per azioni. Il governo, quindi, ha avuto la «sfrontatezza» di imporre per decreto una rivoluzione nella governance di un sistema che, negli anni della crisi e del credit crunch , è stato l'unico a ridare fiducia e credito a famiglie e imprese. Imposizione, quella del governo, priva di presupposti di necessità e urgenza, fondamentali, pena l'incostituzionalità del provvedimento, per poter emanare un decreto legge.
IL RISCHIO DI INSIDER TRADING: Un altro aspetto della vicenda sono gli effetti che la notizia della riforma ha avuto sui mercati finanziari, con rialzi a due cifre di tutte le banche coinvolte. Non può, quindi, passare in secondo piano il dubbio di azioni promosse, in maniera consapevole e attenta, a seguito, evidentemente, dell'entrata in possesso di informazioni privilegiate. Ciò che si prefigura davanti ai nostri occhi e agli occhi dei cittadini è, pertanto, l'immagine di un governo che si presta, di fatto, a varie mani: mani che prendono informazioni, mani che cambiano testi all'ultimo momento, mani che scrivono all'ultimo momento, mani invisibili, mani di fata che, in realtà, hanno un ruolo chiave nell'attività dell'esecutivo.
IL MERITO DELLA NORMA: Come sottolineato più volte dal governo, anche Fondo monetario internazionale, Commissione europea e Banca d'Italia hanno segnalato i rischi che il mantenimento della forma cooperativa determina per le banche popolari maggiori, quali: 1) la scarsa partecipazione dei soci in assemblea; 2) gli scarsi incentivi al controllo costante sugli amministratori; 3) la difficoltà di reperire nuovo capitale sul mercato e, quindi, di assicurare la sussistenza dei fondi che potrebbero essere necessari per esigenze di rafforzamento patrimoniale. In particolare, in un working paper dal titolo «Reforming the Corporate Governance of Italian Banks», il Fondo Monetario Internazionale sosteneva la necessità per le banche popolari più grandi di trasformarsi in società per azioni. Le banche popolari nascono con un raggio di azione limitato ad aree geografiche definite, ma oggi la loro struttura attuale pare, agli occhi del Fmi, inadeguata, in quanto questo tipo di istituto di credito opera a livello nazionale e internazionale, e alcune di esse sono addirittura quotate in Borsa. Secondo il paper del Fondo, la riforma delle banche popolari migliorerebbe la governance di tali istituti.
L'ANOMALIA DELLA SOGLIA DEGLI 8 MILIARDI DI ATTIVO: Ma attenzione, né il Fondo monetario internazionale né la Banca d'Italia individuavano una soglia oltre la quale far intervenire la riforma. Ci si limitava a riferirsi agli istituti di maggiori dimensioni o quotati in Borsa. Quanto all'idoneità della soglia dimensionale prescelta, individuata dal provvedimento normativo in 8 miliardi di euro di totale attivo, il governo giustifica la sua scelta dimensionale come «equidistante tra il gruppo delle banche popolari quotate e il gruppo delle banche popolari più piccole». Tuttavia, tale soglia non trova riscontro in alcuna normativa esistente, primaria o secondaria, nazionale o internazionale. Sarebbe ben più fondato restringere l'ambito di applicazione della norma solo alle banche popolari quotate ed elevare la soglia a 30 miliardi. Una ulteriore soluzione alternativa potrebbe essere anche quella di prevedere una soglia di 20 miliardi di euro per le banche che, a decorrere dall'anno 2014, hanno effettuato acquisizioni e/o fusioni. Inoltre, sempre per queste banche, andrebbe concesso un termine più ampio per adeguarsi alla nuova disciplina, elevando i diciotto mesi attualmente previsti dalla normativa transitoria a quattro anni.
Sul tema delle popolari e sul tema delle riforme, in Europa si discutono dossier da almeno dieci anni. E il tema non è solo italiano, anzi. Non riguarda neanche tanto l'area sud dell'Europa, ma, al contrario, soprattutto l'area nord dell'Europa: quella tedesca e olandese. Il fatto che se ne discuta da almeno dieci anni fa riflettere del perché non si sia ancora deciso in maniera drastica, tranchant, nonostante gli stimoli, gli incentivi, le richieste da parte dell'Unione europea nel merito. Quindi, nulla quaestio sul tema, sul merito del tema, che cioè debolezza, autoreferenzialità, inefficienza siano elementi da trattare e da superare. Il problema è il modo. Noi chiediamo al governo di fare chiarezza in merito alle ombre dell' insider trading che circondano le vicende che hanno portato all'emanazione del decreto legge di riforma delle banche popolari. Vanno inoltre chiariti quei passaggi che hanno indotto il governo a decidere di procedere su un tema così delicato e complesso con lo strumento del decreto legge, tra l'altro proprio in un lasso di tempo in cui la presidenza della Repubblica era vacante. In sintesi, il Paese non solo vuole chiarezza, ma anche una buona riforma che non distrugga o porti alla svendita di una cultura economica e finanziaria che è patrimonio del paese. La chiarezza non è certamente venuta da Matteo Renzi, nella sua ultima performance a Porta a Porta, quando si è limitato a dire alcune ovvietà (chi deve pagare paghi, chi è responsabile risponda, ecc.: concetti più degni di Chance, il giardiniere dello strepitoso Peter Sellers). Caro Renzi-Chance, la moglie di Cesare non solo deve essere onesta, ma anche apparire tale.
Jobs Act e investment compact : siamo tornati all'inglesorum di palazzo Chigi, definito da Guido Rossi ai tempi di D'Alema come «L'unica merchant bank in cui non si parla inglese». Oggi parliamo di Investment compact, balzato agli onori della cronaca per il pasticcio della riforma delle banche popolari. Le «questioni», di metodo e di merito, aperte sono diverse: 1) il ricorso, da parte del governo, allo strumento del decreto legge; 2) il rischio di insider trading e le altre indagini in corso 3) il merito della norma.
IL RICORSO AL DECRETO LEGGE: La vicenda del decreto di riforma delle banche popolari rappresenta o rischia di rappresentare una delle pagine più oscure del governo Renzi. È di venerdì 16 gennaio, a chiusura dei mercati, la prima agenzia di stampa che annuncia l'imminente provvedimento. E la prima informazione ufficiale si riferisce, come affermato dal sottosegretario all'Economia Pier Paolo Baretta in Parlamento, a una comunicazione che il presidente del Consiglio fa al suo partito, nel corso della riunione della direzione del Pd alle 17.30. Appare già strano che su una materia tanto sensibile un presidente del Consiglio decida di anticipare i contenuti e l'uso del decreto legge in una riunione di un club privato. Tanto più che inizialmente la riforma doveva essere prevista all'interno del disegno di legge sulla concorrenza ma, invece, improvvisamente, è diventata particolarmente urgente. Il 20 gennaio il consiglio dei ministri dà via libera al decreto che, effettivamente, contiene la norma che impone alle banche popolari con attivo superiore a 8 miliardi di euro la trasformazione in società per azioni. Il governo, quindi, ha avuto la «sfrontatezza» di imporre per decreto una rivoluzione nella governance di un sistema che, negli anni della crisi e del credit crunch , è stato l'unico a ridare fiducia e credito a famiglie e imprese. Imposizione, quella del governo, priva di presupposti di necessità e urgenza, fondamentali, pena l'incostituzionalità del provvedimento, per poter emanare un decreto legge.
IL RISCHIO DI INSIDER TRADING: Un altro aspetto della vicenda sono gli effetti che la notizia della riforma ha avuto sui mercati finanziari, con rialzi a due cifre di tutte le banche coinvolte. Non può, quindi, passare in secondo piano il dubbio di azioni promosse, in maniera consapevole e attenta, a seguito, evidentemente, dell'entrata in possesso di informazioni privilegiate. Ciò che si prefigura davanti ai nostri occhi e agli occhi dei cittadini è, pertanto, l'immagine di un governo che si presta, di fatto, a varie mani: mani che prendono informazioni, mani che cambiano testi all'ultimo momento, mani che scrivono all'ultimo momento, mani invisibili, mani di fata che, in realtà, hanno un ruolo chiave nell'attività dell'esecutivo.
IL MERITO DELLA NORMA: Come sottolineato più volte dal governo, anche Fondo monetario internazionale, Commissione europea e Banca d'Italia hanno segnalato i rischi che il mantenimento della forma cooperativa determina per le banche popolari maggiori, quali: 1) la scarsa partecipazione dei soci in assemblea; 2) gli scarsi incentivi al controllo costante sugli amministratori; 3) la difficoltà di reperire nuovo capitale sul mercato e, quindi, di assicurare la sussistenza dei fondi che potrebbero essere necessari per esigenze di rafforzamento patrimoniale. In particolare, in un working paper dal titolo «Reforming the Corporate Governance of Italian Banks», il Fondo Monetario Internazionale sosteneva la necessità per le banche popolari più grandi di trasformarsi in società per azioni. Le banche popolari nascono con un raggio di azione limitato ad aree geografiche definite, ma oggi la loro struttura attuale pare, agli occhi del Fmi, inadeguata, in quanto questo tipo di istituto di credito opera a livello nazionale e internazionale, e alcune di esse sono addirittura quotate in Borsa. Secondo il paper del Fondo, la riforma delle banche popolari migliorerebbe la governance di tali istituti.
L'ANOMALIA DELLA SOGLIA DEGLI 8 MILIARDI DI ATTIVO: Ma attenzione, né il Fondo monetario internazionale né la Banca d'Italia individuavano una soglia oltre la quale far intervenire la riforma. Ci si limitava a riferirsi agli istituti di maggiori dimensioni o quotati in Borsa. Quanto all'idoneità della soglia dimensionale prescelta, individuata dal provvedimento normativo in 8 miliardi di euro di totale attivo, il governo giustifica la sua scelta dimensionale come «equidistante tra il gruppo delle banche popolari quotate e il gruppo delle banche popolari più piccole». Tuttavia, tale soglia non trova riscontro in alcuna normativa esistente, primaria o secondaria, nazionale o internazionale. Sarebbe ben più fondato restringere l'ambito di applicazione della norma solo alle banche popolari quotate ed elevare la soglia a 30 miliardi. Una ulteriore soluzione alternativa potrebbe essere anche quella di prevedere una soglia di 20 miliardi di euro per le banche che, a decorrere dall'anno 2014, hanno effettuato acquisizioni e/o fusioni. Inoltre, sempre per queste banche, andrebbe concesso un termine più ampio per adeguarsi alla nuova disciplina, elevando i diciotto mesi attualmente previsti dalla normativa transitoria a quattro anni.
Sul tema delle popolari e sul tema delle riforme, in Europa si discutono dossier da almeno dieci anni. E il tema non è solo italiano, anzi. Non riguarda neanche tanto l'area sud dell'Europa, ma, al contrario, soprattutto l'area nord dell'Europa: quella tedesca e olandese. Il fatto che se ne discuta da almeno dieci anni fa riflettere del perché non si sia ancora deciso in maniera drastica, tranchant, nonostante gli stimoli, gli incentivi, le richieste da parte dell'Unione europea nel merito. Quindi, nulla quaestio sul tema, sul merito del tema, che cioè debolezza, autoreferenzialità, inefficienza siano elementi da trattare e da superare. Il problema è il modo. Noi chiediamo al governo di fare chiarezza in merito alle ombre dell' insider trading che circondano le vicende che hanno portato all'emanazione del decreto legge di riforma delle banche popolari. Vanno inoltre chiariti quei passaggi che hanno indotto il governo a decidere di procedere su un tema così delicato e complesso con lo strumento del decreto legge, tra l'altro proprio in un lasso di tempo in cui la presidenza della Repubblica era vacante. In sintesi, il Paese non solo vuole chiarezza, ma anche una buona riforma che non distrugga o porti alla svendita di una cultura economica e finanziaria che è patrimonio del paese. La chiarezza non è certamente venuta da Matteo Renzi, nella sua ultima performance a Porta a Porta, quando si è limitato a dire alcune ovvietà (chi deve pagare paghi, chi è responsabile risponda, ecc.: concetti più degni di Chance, il giardiniere dello strepitoso Peter Sellers). Caro Renzi-Chance, la moglie di Cesare non solo deve essere onesta, ma anche apparire tale.
Magistratura e clandestinità
Magistrati di Area: "Via le pene per i clandestini e viaggi più sicuri per i migranti". Mentre l'Italia è sotto la minaccia dell'Isis e della polveriera libica per i magistrati adesso è tempo di aprire le porte Sostieni il reportage di Ignazio Stagno
"È urgente portare l’esperienza italiana di Mare Nostrum nelle nuove iniziative europee, a partire dall’attuale Triton, con risorse più consistenti, un ambito di operatività più esteso e l’esplicito riconoscimento anche della finalità di soccorso dei migranti in acque internazionali. E occore al più presto abrogare il reato di immigrazione clandestina, retaggio inutile di una visione panpenalistica del fenomeno immigrazione, tutta rivolta a soddisfare presunti bisogni securitari e che oggi costituisce solo un intralcio all’accertamento dei gravi reati che vedono i migranti irregolari in veste di vittime". Ad affermarlo i magistrati di Area, il gruppo al quale aderiscono Magistratura democratica e Movimento per la Giustizia - art.3, nelle conclusioni del seminario nazionale "L’immigrazione che verrà", svoltosi a Catania, sostenendo che "accoglienza, solidarietà e sicurezza si tengono insieme". Insomma di fatto i magistrati chiedono al governo di spalancare le porte all'immigrazione proprio nel momento in cui l'Italia è sotto minaccia dell'Isis che tra i suoi piani ha pure quello di spedire verso le nostre coste cellule terroristiche infiltrate tra i barconi.
Ma come se non bastasse i magistrati chiedono pure condizioni di viaggio più sicure per gli immigrati: "L'instabilità della situazione politica di molte parti dell’Africa e del Medio Oriente continuerà a generare nell’immediato futuro imponenti flussi migratori, spontanei e pressoché incoercibili, verso l’Europa: moltitudini umane in fuga dai conflitti per la sopravvivenza fisica e l’affermazione di condizioni di vita di essenziale dignità. Occorre quindi indirizzare la politica italiana ed europea verso soluzioni che permettano di assicurare condizioni di viaggio e di accoglienza dignitose e sicure, evitando la speculazione di gruppi criminali che, sfruttando il bisogno di migrare, mettono in pericolo la vita dei migranti esponendoli a inutili tragedie umanitarie". Infine sulla crisi libica e sull'Isis affermano: "Questa minaccia, però, non va confusa con il rischio che tra i migranti vi siano soggetti radicalizzatisi in contesti di conflitto, per i quali sono comunque necessarie misure atte alla prevenzione e al controllo. La minaccia terroristica non deve essere strumentalizzata per finalità di politica interna. Essa è una minaccia seria e reale e richiede - come già in passato di fronte al terrorismo interno - saldezza morale, coraggio e unità del Paese".
"È urgente portare l’esperienza italiana di Mare Nostrum nelle nuove iniziative europee, a partire dall’attuale Triton, con risorse più consistenti, un ambito di operatività più esteso e l’esplicito riconoscimento anche della finalità di soccorso dei migranti in acque internazionali. E occore al più presto abrogare il reato di immigrazione clandestina, retaggio inutile di una visione panpenalistica del fenomeno immigrazione, tutta rivolta a soddisfare presunti bisogni securitari e che oggi costituisce solo un intralcio all’accertamento dei gravi reati che vedono i migranti irregolari in veste di vittime". Ad affermarlo i magistrati di Area, il gruppo al quale aderiscono Magistratura democratica e Movimento per la Giustizia - art.3, nelle conclusioni del seminario nazionale "L’immigrazione che verrà", svoltosi a Catania, sostenendo che "accoglienza, solidarietà e sicurezza si tengono insieme". Insomma di fatto i magistrati chiedono al governo di spalancare le porte all'immigrazione proprio nel momento in cui l'Italia è sotto minaccia dell'Isis che tra i suoi piani ha pure quello di spedire verso le nostre coste cellule terroristiche infiltrate tra i barconi.
Ma come se non bastasse i magistrati chiedono pure condizioni di viaggio più sicure per gli immigrati: "L'instabilità della situazione politica di molte parti dell’Africa e del Medio Oriente continuerà a generare nell’immediato futuro imponenti flussi migratori, spontanei e pressoché incoercibili, verso l’Europa: moltitudini umane in fuga dai conflitti per la sopravvivenza fisica e l’affermazione di condizioni di vita di essenziale dignità. Occorre quindi indirizzare la politica italiana ed europea verso soluzioni che permettano di assicurare condizioni di viaggio e di accoglienza dignitose e sicure, evitando la speculazione di gruppi criminali che, sfruttando il bisogno di migrare, mettono in pericolo la vita dei migranti esponendoli a inutili tragedie umanitarie". Infine sulla crisi libica e sull'Isis affermano: "Questa minaccia, però, non va confusa con il rischio che tra i migranti vi siano soggetti radicalizzatisi in contesti di conflitto, per i quali sono comunque necessarie misure atte alla prevenzione e al controllo. La minaccia terroristica non deve essere strumentalizzata per finalità di politica interna. Essa è una minaccia seria e reale e richiede - come già in passato di fronte al terrorismo interno - saldezza morale, coraggio e unità del Paese".
giovedì 12 febbraio 2015
Tranquilli, è tutto regolare...
Lista Falciani, spuntano i politici italiani: da Pippo Civati al renziano Davide Serra. Nell'elenco di beneficiari di conti nella banca svizzera ci sono anche numerosi politici italiani. Ecco tutti i nomi di Sergio Rame
Adesso spuntano i politici. Nella sterminata lista Falciani non ci sono soltanto vip, imprenditori e sportivi. Come annuncia L'Espresso, che domani pubblicherà l'intera lista nel numero in edicola, spuntano infatti anche i primi parlamentari e qualche uomo d'affari vicino alla politica. I loro nomi compaiono nell’elenco segreto dei clienti della banca Hsbc di Ginevra e le segreterie di partito corrono già ai ripari per paura del polverone che verrà sollevato. A spiccare tra i nomi anticipati oggi dall'Espresso è sicuramente il ribelle del Pd Pippo Civati. A lui è, infatti, collegato un deposito con 6.589 dollari. Il titolare è il padre Roberto che, in passato, è stato amministratore di aziende importanti come la Redaelli Tecna di Milano. "Non ho mai avuto accesso a quel conto, di cui non sapevo proprio niente - ha dichiarato Civati al settimanale - solo ora mio padre mi ha spiegato di averlo aperto quando era amministratore e azionista della Redaelli, che aveva fabbriche anche all’estero: c’erano soldi regolarmente dichiarati nei bilanci". Secondo i documenti in mano a Harvé Falciani, Civati sarebbe stato inserito, insieme alla madre, nelle carte della Hsbc nel novembre del 2000 quando aveva venticinque anni e la sola operazione registrata a suo nome coinciderebbe con la procura rilasciatagli dal padre. "Nel 2011 la Finanza ha sottoposto mio padre a una verifica a cui non è seguita alcuna contestazione - conclude l'esponente piddì - il conto si è estinto nel 2011 per effetto delle spese bancarie, senza che dal 1998 sia mai stato effettuato alcun versamento o prelievo". Un altro nome caldo anticipato dall'Espresso è Davide Serra, il finanziere che da anni sponsorizza il premier Matteo Renzi. Ha un conto alla Hsbc che assicura essere "in totale trasparenza e in accordo con il sistema fiscale inglese".
Adesso spuntano i politici. Nella sterminata lista Falciani non ci sono soltanto vip, imprenditori e sportivi. Come annuncia L'Espresso, che domani pubblicherà l'intera lista nel numero in edicola, spuntano infatti anche i primi parlamentari e qualche uomo d'affari vicino alla politica. I loro nomi compaiono nell’elenco segreto dei clienti della banca Hsbc di Ginevra e le segreterie di partito corrono già ai ripari per paura del polverone che verrà sollevato. A spiccare tra i nomi anticipati oggi dall'Espresso è sicuramente il ribelle del Pd Pippo Civati. A lui è, infatti, collegato un deposito con 6.589 dollari. Il titolare è il padre Roberto che, in passato, è stato amministratore di aziende importanti come la Redaelli Tecna di Milano. "Non ho mai avuto accesso a quel conto, di cui non sapevo proprio niente - ha dichiarato Civati al settimanale - solo ora mio padre mi ha spiegato di averlo aperto quando era amministratore e azionista della Redaelli, che aveva fabbriche anche all’estero: c’erano soldi regolarmente dichiarati nei bilanci". Secondo i documenti in mano a Harvé Falciani, Civati sarebbe stato inserito, insieme alla madre, nelle carte della Hsbc nel novembre del 2000 quando aveva venticinque anni e la sola operazione registrata a suo nome coinciderebbe con la procura rilasciatagli dal padre. "Nel 2011 la Finanza ha sottoposto mio padre a una verifica a cui non è seguita alcuna contestazione - conclude l'esponente piddì - il conto si è estinto nel 2011 per effetto delle spese bancarie, senza che dal 1998 sia mai stato effettuato alcun versamento o prelievo". Un altro nome caldo anticipato dall'Espresso è Davide Serra, il finanziere che da anni sponsorizza il premier Matteo Renzi. Ha un conto alla Hsbc che assicura essere "in totale trasparenza e in accordo con il sistema fiscale inglese".
Fonzarelli e i suoi decreti
I furbetti del decreto Renzi: "Speculazioni per 10 milioni". La Consob: anomalie sulle popolari. Brunetta: "Come lo scandalo della Banca Romana". Commissariato l'istituto del papà della Boschi di Antonio Signorini
Roma - Prima la conferma della Consob: ci sono state «operazioni anomale» da parte di investitori che sapevano il come e il quando della riforma del governo e hanno speculato sui titoli delle banche popolari, lucrando circa dieci milioni di euro. Poi la notizia del commissariamento, per altri motivi, dell'istituto maggiormente interessato dagli acquisti sospetti: BancaEtruria, che ha come vicepresidente il padre del ministro Maria Elena Boschi. Non tira buona aria sul governo, almeno sul versante delle banche. A mercati chiusi è arrivata la notizia che Bankitalia ha commissariato la banca di Arezzo. Il motivo non sono gli strani movimenti nei mercati finanziari, ma vicende vecchie di qualche anno. La banca è da tempo sotto osservazione. Ieri via Nazionale, d'intesa con il ministero guidato da Pier Carlo Padoan, l'ha commissariata. Il problema è la capitalizzazione e crediti dubbi o deteriorati superiori al 25%. Il comunicato ufficiale parla di «gravi perdite del patrimonio» emersi da «accertamenti ispettivi» ancora in corso.
Vicenda di interesse esclusivo dei mercati se non fosse che al vertice c'è, o meglio c'era, il padre di un ministro del governo. Pier Luigi Boschi, vicepresidente di un consiglio di amministrazione che è, a questo punto, sciolto dal governatore Ignazio Visco e da un altro ministro, Pier Carlo Padoan. La guida della banca va a Riccardo Sora e ad Antonio Pironti. Ieri il governo non ha commentato. Le opposizioni sì. Renato Brunetta di Forza italia ha parlato di «una situazione davvero inquietante, uno scandalo che si sta delineando sempre più oscuro e inaccettabile» e ha paragonato, in generale, tutta la vicenda delle banche popolari allo scandalo della Banca Romana. Le Lega ha chiesto che il governo riferisca in Parlamento.
L'istituto di credito aretino era finito nelle cronache nazionali nei giorni scorsi per gli strani movimenti di azioni a ridosso della riforma delle popolari varata dal governo. Un decreto che punta a renderle, di fatto, delle normali società non cooperative, dove gli azionisti contano per le quote di capitale che detengono. Ieri mattina, dalle indiscrezioni si è passati alla conferma del presidente Giuseppe Vegas. Il faro della Consob è puntato sugli acquisti di azioni sospetti.
Poco prima del varo del decreto competitività, il cui piatto forte è appunto una riforma della governance delle banche popolari, la Commissione nazionale per le società e la Borsa, ha registrato degli andamenti «anomali» su vari titoli di banche popolari. Il timing lo ha ricostruito lo stesso Vegas. La data in cui «è possibile assumere che il mercato abbia avuto una ragionevole certezza dell'intenzione del governo di adottare il provvedimento è individuabile nel 16 gennaio del 2015». Le prime indiscrezioni risalgono al «3 gennaio del 2015». E proprio da quel giorno i titoli delle Popolari sono cresciuti dall'8%, è il caso dell'Ubi, fino al record di BancaEtruria, le cui azioni, che per la verità erano molto basse, sono salite del 57%. Sulla banca di Arezzo c'erano già stati movimenti anomali in agosto, quando passò di mano il 12% del capitale della Banca. In quel caso, ha spiegato Vegas, la Consob non riscontrò però «elementi sufficienti ad avviare un'indagine di abuso di mercato». L'organismo di vigilanza si sta concentrando su «soggetti che hanno effettuato acquisti prima del 16 gennaio, eventualmente accompagnati da vendite nella settimana successiva. Le plusvalenze effettive o potenziali di tale operatività sono stimabili in 10 milioni di euro». Ma la posta in gioco è molto più consistente.
Roma - Prima la conferma della Consob: ci sono state «operazioni anomale» da parte di investitori che sapevano il come e il quando della riforma del governo e hanno speculato sui titoli delle banche popolari, lucrando circa dieci milioni di euro. Poi la notizia del commissariamento, per altri motivi, dell'istituto maggiormente interessato dagli acquisti sospetti: BancaEtruria, che ha come vicepresidente il padre del ministro Maria Elena Boschi. Non tira buona aria sul governo, almeno sul versante delle banche. A mercati chiusi è arrivata la notizia che Bankitalia ha commissariato la banca di Arezzo. Il motivo non sono gli strani movimenti nei mercati finanziari, ma vicende vecchie di qualche anno. La banca è da tempo sotto osservazione. Ieri via Nazionale, d'intesa con il ministero guidato da Pier Carlo Padoan, l'ha commissariata. Il problema è la capitalizzazione e crediti dubbi o deteriorati superiori al 25%. Il comunicato ufficiale parla di «gravi perdite del patrimonio» emersi da «accertamenti ispettivi» ancora in corso.
Vicenda di interesse esclusivo dei mercati se non fosse che al vertice c'è, o meglio c'era, il padre di un ministro del governo. Pier Luigi Boschi, vicepresidente di un consiglio di amministrazione che è, a questo punto, sciolto dal governatore Ignazio Visco e da un altro ministro, Pier Carlo Padoan. La guida della banca va a Riccardo Sora e ad Antonio Pironti. Ieri il governo non ha commentato. Le opposizioni sì. Renato Brunetta di Forza italia ha parlato di «una situazione davvero inquietante, uno scandalo che si sta delineando sempre più oscuro e inaccettabile» e ha paragonato, in generale, tutta la vicenda delle banche popolari allo scandalo della Banca Romana. Le Lega ha chiesto che il governo riferisca in Parlamento.
L'istituto di credito aretino era finito nelle cronache nazionali nei giorni scorsi per gli strani movimenti di azioni a ridosso della riforma delle popolari varata dal governo. Un decreto che punta a renderle, di fatto, delle normali società non cooperative, dove gli azionisti contano per le quote di capitale che detengono. Ieri mattina, dalle indiscrezioni si è passati alla conferma del presidente Giuseppe Vegas. Il faro della Consob è puntato sugli acquisti di azioni sospetti.
Poco prima del varo del decreto competitività, il cui piatto forte è appunto una riforma della governance delle banche popolari, la Commissione nazionale per le società e la Borsa, ha registrato degli andamenti «anomali» su vari titoli di banche popolari. Il timing lo ha ricostruito lo stesso Vegas. La data in cui «è possibile assumere che il mercato abbia avuto una ragionevole certezza dell'intenzione del governo di adottare il provvedimento è individuabile nel 16 gennaio del 2015». Le prime indiscrezioni risalgono al «3 gennaio del 2015». E proprio da quel giorno i titoli delle Popolari sono cresciuti dall'8%, è il caso dell'Ubi, fino al record di BancaEtruria, le cui azioni, che per la verità erano molto basse, sono salite del 57%. Sulla banca di Arezzo c'erano già stati movimenti anomali in agosto, quando passò di mano il 12% del capitale della Banca. In quel caso, ha spiegato Vegas, la Consob non riscontrò però «elementi sufficienti ad avviare un'indagine di abuso di mercato». L'organismo di vigilanza si sta concentrando su «soggetti che hanno effettuato acquisti prima del 16 gennaio, eventualmente accompagnati da vendite nella settimana successiva. Le plusvalenze effettive o potenziali di tale operatività sono stimabili in 10 milioni di euro». Ma la posta in gioco è molto più consistente.
lunedì 9 febbraio 2015
L'ottimista (scemo) Padoan
Ocse: reddito italiani sotto la media dei paesi avanzati. Ma Padoan è ottimista. Il reddito pro capite degli italiani è ancora più basso rispetto alle principali economie: il gap è passato dal 22,7% al 30% dal 2007 al 2013 di Raffaello Binelli
I numeri parlano chiaro: "La mancata ripresa dalla recessione sta portando il reddito pro capite dell’Italia a scendere ancora più in basso rispetto alle principali economie dell’Ocse". Secondo l’organizzazione di Parigi il Pil pro capite italiano nel 2013 era inferiore del 30% rispetto alla media dei primi 17 Paesi Ocse. E il gap è cresciuto notevolmente, considerato che nel 2007 era del 22,7%. Uno dei problemi più urgenti da affrontare è il cuneo fiscale è troppo "alto per i salari bassi" e migliorare l’efficienza del proprio sistema di tassazione, ritenuto "troppo complicato" dal punto di vista normativo, anche nell’ottica di una più decisa lotta a un’evasione che rimane elevata. I suggerimenti sono contenuti nel capitolo dedicato all’Italia del rapporto "Going for Growth 2015" dell’Ocse.
L’organizzazione critica le "frequenti modifiche alle tasse sugli immobili", che hanno portato "instabilità e incertezza" e invita l’Italia a "ridurre le distorsioni e gli incentivi a evadere riducendo le elevate aliquote nominali e abolendo numerose voci di spesa". Secondo l’Ocse, occorre inoltre "ridurre l’instabilità della legislazione fiscale evitando le misure provvisorie" e "mantenendo l’impegno a evitare le sanatorie fiscali", nonché "continuare a ridurre le tasse sul lavoro quando la situazione fiscale lo consente".
Andando avanti con le riforme strutturali intraprese dopo la crisi, e concentrandosi sulle "migliori pratiche esistenti" i Paesi Ocse potrebbero "ottenere un aumento fino al 10% del livello di Pil pro capite a lungo termine". Secondo il rapporto dell’organizzazione parigina "questo aumento corrisponde ad un incremento medio di circa 3.000 dollari pro capite".
Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, intanto, continua a vedere positivo: "Il quadro macroeconomico per l’Italia potrebbe riservare delle sorprese positive" grazie anche alle misure della Bce. Poi invita il governo di cui fa parte ad "accelerare le riforme". Il responsabile dell'Economia promuove i conti del nostro Paese: "La stabilità e la sostenibilità della nostra traiettoria di finanza pubblica è fuori discussione", ha detto a margine dei lavori del G20 a Istanbul. La questione del "debito italiano non è sul tavolo", ha sottolineato l’inquilino di via XX settembre, "non lo dico io: lo dicono i mercati, lo dicono le istituzioni".
I numeri parlano chiaro: "La mancata ripresa dalla recessione sta portando il reddito pro capite dell’Italia a scendere ancora più in basso rispetto alle principali economie dell’Ocse". Secondo l’organizzazione di Parigi il Pil pro capite italiano nel 2013 era inferiore del 30% rispetto alla media dei primi 17 Paesi Ocse. E il gap è cresciuto notevolmente, considerato che nel 2007 era del 22,7%. Uno dei problemi più urgenti da affrontare è il cuneo fiscale è troppo "alto per i salari bassi" e migliorare l’efficienza del proprio sistema di tassazione, ritenuto "troppo complicato" dal punto di vista normativo, anche nell’ottica di una più decisa lotta a un’evasione che rimane elevata. I suggerimenti sono contenuti nel capitolo dedicato all’Italia del rapporto "Going for Growth 2015" dell’Ocse.
L’organizzazione critica le "frequenti modifiche alle tasse sugli immobili", che hanno portato "instabilità e incertezza" e invita l’Italia a "ridurre le distorsioni e gli incentivi a evadere riducendo le elevate aliquote nominali e abolendo numerose voci di spesa". Secondo l’Ocse, occorre inoltre "ridurre l’instabilità della legislazione fiscale evitando le misure provvisorie" e "mantenendo l’impegno a evitare le sanatorie fiscali", nonché "continuare a ridurre le tasse sul lavoro quando la situazione fiscale lo consente".
Andando avanti con le riforme strutturali intraprese dopo la crisi, e concentrandosi sulle "migliori pratiche esistenti" i Paesi Ocse potrebbero "ottenere un aumento fino al 10% del livello di Pil pro capite a lungo termine". Secondo il rapporto dell’organizzazione parigina "questo aumento corrisponde ad un incremento medio di circa 3.000 dollari pro capite".
Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, intanto, continua a vedere positivo: "Il quadro macroeconomico per l’Italia potrebbe riservare delle sorprese positive" grazie anche alle misure della Bce. Poi invita il governo di cui fa parte ad "accelerare le riforme". Il responsabile dell'Economia promuove i conti del nostro Paese: "La stabilità e la sostenibilità della nostra traiettoria di finanza pubblica è fuori discussione", ha detto a margine dei lavori del G20 a Istanbul. La questione del "debito italiano non è sul tavolo", ha sottolineato l’inquilino di via XX settembre, "non lo dico io: lo dicono i mercati, lo dicono le istituzioni".
lunedì 2 febbraio 2015
Alfano stai sereno, la poltrona ancora ce l'hai
La maggioranza ai ferri corti: Renzi umilia Alfano, ira Ncd. Il premier mette il turbo alle riforme: "Avanti anche senza Forza Italia". E umilia pubblicamente Ncd: "Non spreco tempo coi partitini". Alfaniani ai ferri corti. Lupi perde le staffe: "Non siamo attaccati alle poltrone, ma neanche abituati a fare i tappettini" di Andrea Indini
"Il Pd aveva una figuraccia da farsi perdonare. Io mi prendo una parte della responsabilità, anche se io non c’ero ancora. Ma questa volta il Pd è stato bravissimo e ha dato una dimostrazione di compattezza straordinaria". Ai microfoni di Radio Rtl, il presidente del Consiglio Matteo Renzi ostenta sicurezza e prende di petto i malumori che ormai da mesi attraversano la maggioranza.Dopo che i 101 voti dei franchi tiratori impedirono l’elezione di Romano Prodi alQuirinale nel 2013, una frattura insanabile ha messo in ginocchio il Pd. Tanto che l'elezione di Sergio Mattarella si è trasformata nell'occasione buona per saldare i debiti con la minoranza dem e con la sinistra. Una pace che mai come oggi è appesa a un filo. Anche perché, oltre ai malpancisti piddini, il premier dovrà far fronte pure al malessere di Ncd. "Chi ha da leccarsi le ferite lo faccia ma non c’è bisogno di discussioni polemiche - tuona Renzi rivolgendosi al ministro dell'Interno Angelino Alfano - non sprecherò tempo coi partitini".
La legge elettorale può essere approvata alla Camera ad aprile e la riforma costituzionale essere pronta, come previsto, per il 2016. All'indomani del voto per il Quirinale Renzi prova a tirare dritto, almeno a parole. Una ferita si è aperta con Forza Italia, gli alleati del Nuovo centrodestra vivono un momento di tensione e la minoranza piddì ha rialzato la cresta e si prepara a passare all'incasso. "Il partito si è unito per Mattarella - avverte Pippo Civati al Giornale - ma adesso Renzi andrà avanti come prima". Altro che ferita sanata. Il presidente del Consiglio, che con l’elezione di Sergio Mattarella è convinto di aver dimostrato di non subire alcun "ricatto" di Silvio Berlusconi, tira dritto per la sua strada: "Alla Camera Forza Italia non è importante dal punto di vista numerico ma come idea di riforme condivise. Credo che Forza Italia abbia interesse a starci ma non ha senso rimettere in discussione tutto, noi si va avanti comunque, se non vogliono andiamo avanti anche senza". In realtà, i numeri Renzi non li ha. E lo sa bene. Tanto che ai suoi non resta che far quadrato nel tentativo di fare quadrato. "Sarebbe sbagliato pensare che il successo dell’elezione di Mattarella serva ad altre cose - avverte il sottosegretario Graziano Delrio in una intervista a Repubblica - sarebbe improprio trasportare il 'metodo Quirinale' su altri piani. Per intenderci, non sono state le prove generali per altre operazioni politiche".
Chiusa la partita del Colle, riparte a pieno ritmo l’agenda del governo. I temi sul tavolo sono tanti, a partire da pubblica amministrazione e giustizia. Ma bisogna anche chiudere sulle riforme istituzionali. "L'obiettivo - spiegano dal governo - è finire in fretta la seconda lettura della riforma del Senato e poi varare in via definitiva la legge elettorale alla Camera entro aprile". Ma, dopo quella che tutti riconoscono come una sua vittoria, Renzi deve fare i conti con gli smottamenti causati dal voto per Mattarella. A vacillare è il patto del Nazareno, ma non solo. Dopo le dimissioni di Maurizio Sacconi, Alfano deve fare i conti con un malcontento senza precedenti che mina la sua leadership in Ncd. Il premier lo mette in guardia ("Non spreco tempo coi partitini"), ma non fa altro che agitare ulteriormente le acque. "Non siamo abituati a fare né siamo nati per fare i cespugli - commenta ribadito Maurizio Lupi - non siamo attaccati alle poltrone ma neanche abituati a fare i tappettini. I 'cespugli' hanno permesso con responsablità la nascita dei governi Letta e Renzi". La maggioranza, insomma, è sempre più appesa a un filo.
"Il Pd aveva una figuraccia da farsi perdonare. Io mi prendo una parte della responsabilità, anche se io non c’ero ancora. Ma questa volta il Pd è stato bravissimo e ha dato una dimostrazione di compattezza straordinaria". Ai microfoni di Radio Rtl, il presidente del Consiglio Matteo Renzi ostenta sicurezza e prende di petto i malumori che ormai da mesi attraversano la maggioranza.Dopo che i 101 voti dei franchi tiratori impedirono l’elezione di Romano Prodi alQuirinale nel 2013, una frattura insanabile ha messo in ginocchio il Pd. Tanto che l'elezione di Sergio Mattarella si è trasformata nell'occasione buona per saldare i debiti con la minoranza dem e con la sinistra. Una pace che mai come oggi è appesa a un filo. Anche perché, oltre ai malpancisti piddini, il premier dovrà far fronte pure al malessere di Ncd. "Chi ha da leccarsi le ferite lo faccia ma non c’è bisogno di discussioni polemiche - tuona Renzi rivolgendosi al ministro dell'Interno Angelino Alfano - non sprecherò tempo coi partitini".
La legge elettorale può essere approvata alla Camera ad aprile e la riforma costituzionale essere pronta, come previsto, per il 2016. All'indomani del voto per il Quirinale Renzi prova a tirare dritto, almeno a parole. Una ferita si è aperta con Forza Italia, gli alleati del Nuovo centrodestra vivono un momento di tensione e la minoranza piddì ha rialzato la cresta e si prepara a passare all'incasso. "Il partito si è unito per Mattarella - avverte Pippo Civati al Giornale - ma adesso Renzi andrà avanti come prima". Altro che ferita sanata. Il presidente del Consiglio, che con l’elezione di Sergio Mattarella è convinto di aver dimostrato di non subire alcun "ricatto" di Silvio Berlusconi, tira dritto per la sua strada: "Alla Camera Forza Italia non è importante dal punto di vista numerico ma come idea di riforme condivise. Credo che Forza Italia abbia interesse a starci ma non ha senso rimettere in discussione tutto, noi si va avanti comunque, se non vogliono andiamo avanti anche senza". In realtà, i numeri Renzi non li ha. E lo sa bene. Tanto che ai suoi non resta che far quadrato nel tentativo di fare quadrato. "Sarebbe sbagliato pensare che il successo dell’elezione di Mattarella serva ad altre cose - avverte il sottosegretario Graziano Delrio in una intervista a Repubblica - sarebbe improprio trasportare il 'metodo Quirinale' su altri piani. Per intenderci, non sono state le prove generali per altre operazioni politiche".
Chiusa la partita del Colle, riparte a pieno ritmo l’agenda del governo. I temi sul tavolo sono tanti, a partire da pubblica amministrazione e giustizia. Ma bisogna anche chiudere sulle riforme istituzionali. "L'obiettivo - spiegano dal governo - è finire in fretta la seconda lettura della riforma del Senato e poi varare in via definitiva la legge elettorale alla Camera entro aprile". Ma, dopo quella che tutti riconoscono come una sua vittoria, Renzi deve fare i conti con gli smottamenti causati dal voto per Mattarella. A vacillare è il patto del Nazareno, ma non solo. Dopo le dimissioni di Maurizio Sacconi, Alfano deve fare i conti con un malcontento senza precedenti che mina la sua leadership in Ncd. Il premier lo mette in guardia ("Non spreco tempo coi partitini"), ma non fa altro che agitare ulteriormente le acque. "Non siamo abituati a fare né siamo nati per fare i cespugli - commenta ribadito Maurizio Lupi - non siamo attaccati alle poltrone ma neanche abituati a fare i tappettini. I 'cespugli' hanno permesso con responsablità la nascita dei governi Letta e Renzi". La maggioranza, insomma, è sempre più appesa a un filo.
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