giovedì 10 gennaio 2013

La crisi, le armi e altre spese...


Pensioni, ospedali e scuole sì. Cacciabombardieri, sommergibili e siluri no. Chissà perché in Italia da un po’ di tempo a questa parte si può tagliare di tutto, senza esitare a mettere per strada centinaia di migliaia di esodati, per esempio, o fino al punto da indurre i direttori amministrativi degli ospedali a “suggerire” ai medici di prescrivere ai malati le cure meno care e non le più efficaci. Ma quando si arriva di fronte alle armi i governi come d’incanto smettono la faccia feroce e diventano accondiscendenti e rispettosi come indù al cospetto di vacche sacre e i quattrini gira e rigira riescono sempre a trovarli. L’ultimo caso lo ha sollevato quasi per caso lunedì sera, durante Piazzapulita su La7, l’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, il quale ha ricordato che tra le spese militari pesanti dell’Italia in questo momento non ci sono solo i 900 milioni di euro per rifinanziare le missioni all’estero, a cominciare da quella in Afghanistan, o i discussi e sofisticatissimi F-35, i cacciabombardieri più costosi di tutta la storia dell’aeronautica militare. Ci sono anche due sommergibili di “ultima generazione” della classe U 212, detta anche classe Todaro. Due battelli, come dicono in gergo, che costano quasi 1 miliardo di euro, che sommato all’altro miliardo già speso per altre 2 unità già entrate in esercizio e con base a Taranto, fanno 2 miliardi. Tanto per avere un ordine di grandezza, è una somma pari a circa la metà di quanto gli italiani hanno dovuto pagare di Imu sulla prima e in moltissimi casi unica casa di proprietà. E una tranche da 168 milioni è stata inserita nella legge di stabilità, varata sotto Natale.

Il programma degli U 212 va avanti da quasi vent’anni e quindi tutti i governi della Seconda Repubblica, di centro-destra, centrosinistra e tecnici, ci hanno messo lo zampino, compreso quelli in cui Tremonti era ministro e non escluso l’esecutivo di Mario Monti con l’ammiraglio Giampaolo Di Paola alla Difesa , che non hanno mosso ciglio di fronte alla conferma delle ingenti spese. Il primo sommergibile battezzato Salvatore Todaro fu consegnato alla Marina militare il 29 marzo 2006, il secondo un anno dopo, mentre nel 2009 è stato dato il via alla fase 2 del piano, cioè la costruzione di altri 2 sommergibili, frutto di una collaborazione italo-tedesca. Gli italiani partecipano con gli stabilimenti Fincantieri di Muggiano alla periferia di La Spezia e i tedeschi con il consorzio Arge in cui spiccano i produttori di acciaio Thyssen Krupp, tristemente famosi per il rogo nella fabbrica di Torino in cui morirono sette operai e per il quale è stato condannato l’amministratore dello stabilimento. Il 9 dicembre 2009 nei cantieri spezzini, alla presenza di “autorità, civili, militari e religiose” è stata celebrata la cerimonia del “taglio della prima lamiera” del battello che porterà la matricola S 528. Secondo informazioni della Difesa, fino a 6 mesi fa era stato costruito meno della metà di quel primo sommergibile (il 43 per cento, per l’esattezza), mentre non era stata avviata l’impostazione e tagliata mezza lamiera del secondo il cui termine ultimo di consegna, compreso un anno di prove in mare, è fissato addirittura per il 2017.

Al ministero della Difesa sostengono che qualsiasi cambio di indirizzo in corsa sarebbe intempestivo e inopportuno perché i contratti sono siglati. Volendo, però, e ammesso che da qualche parte qualcuno abbia la volontà politica di farlo, si potrebbe anche fermare in extremis la costruzione dell’ultimo sottomarino della serie, con un risparmio di circa mezzo miliardo di euro, in considerazione del fatto che da quando fu decisa la sua realizzazione a oggi di cose ne sono cambiate parecchie, e non in meglio per quanto riguarda le condizioni dei conti pubblici e degli italiani in generale a cui continuano ad essere richiesti sacrifici feroci. In altri paesi dimostrano atteggiamenti molto più “laici” nei confronti delle spese militari, non esitando a metterle in discussione, a ridurle o a tagliarle del tutto quando lo considerano opportuno e di fronte ad altre esigenze ritenute più importanti. Caso emblematico di questo approccio pragmatico è quello del governo conservatore canadese che ha deciso di porre un freno al programma dei cacciabombardieri F-35 considerando fosse necessaria una fase di ripensamento visti i costi crescenti e molto elevati dell’operazione e constatati i difetti dell’aereo emersi in fase di realizzazione e di prova.

martedì 8 gennaio 2013

Perchè non candidare anche la fata turchina?


Dopo aver concluso la selezione Mario Monti snocciola i primi nomi dei candidati della sua lista. Lo fa citando tre big del mondo dell'industria, del giornalismo e dello sport: Bombassei, Vezzali e Sechi. Il premier non fa un elenco completo, si limita a indicare "qualche personalità" che ha aderito al suo appello: "Ilaria Borletti Buitoni, presidente Fai che ha scritto un libro su "L’Italia possibile?" e ha accettato di candidarsi per togliere il punto interrogativo; poi ci vogliono espressioni dell’industria italiana che innova, e ha accettato Alberto Bombassei, presidente di Brembo. Ci vogliono personalità dell’Italia che vince, con sforzo: Valentina Vezzali, campionessa olimpica di scherma che nonostante continuerà fino alle Olimpiadi del 2016 ha accettato di essere disponibile per un serio impegno; Mario Sechi, direttore del Tempo". Poi Monti indica anche altri nomi: il presidente del Fai (Fondo ambiente italiano), Ilaria Borletti Buitoni e il presidente di Confcooperative Luigi Marino. La Vezzali alcuni anni fa era stata coinvolta in un curioso siparietto, in tv, con Silvio Berlusconi: nel corso di una puntata di Porta a Porta gli aveva donato il suo fioretto, con dedica, dicendo all'allora premier: "Presidente, io da lei mi farei veramente toccare" (con un riferimento alla scherma che i più maliziosi avevano male interpretato).

La Vezzali con Berlusconi: Al di là della battuta molti avevano criticato la campionessa per i toni enfatici che aveva usato nei confronti del Cavaliere. Dopo pochi anni, nonostante quei complimenti la Vezzali ha deciso di accasarsi da un'altra parte politica. Anche se non rinuncia allo sport.

La Vezzali su Twitter: "Ho deciso di raccogliere l’invito del Senatore Monti e salire in politica con Scelta civica". E in un altro cinguettio spiega che la candidatura non vuol dire che abbandonerà lo sport, almeno fino alle Olimpiadi di Rio, "perché sono convinta di poter svolgere con successo le due attività, avvicinando il mondo degli sportivi (atleti e tifosi) a quello dei politici. Per me è una scelta di responsabilità. È una scelta civica".

Equità montiana


Due giorni fa, intervistato da Sky Tg24, il presidente del consiglio dimissionario Mario Monti disse di non sapere quanto ha pagato di Imu: "Parecchio, ma non ho una cifra, si occupa mia mioglie di queste cose". La domanda non era posta a caso. Il prof e la moglie Elsa Antonioli hanno infatti un patrimonio degno di una piccola immobiliare, tenuto conto che solo lui oltre all'appartamento in cui risiede a Milano in zona Corso Vercelli possiede il 40% di un ufficio e due negozi sempre nel capoluogo lombardo, oltre a nove appartamenti più le pertinenze a Varese, per un totale di ben 27 immobili. Per i quali ques'anno ha versato la bellezza di 26.353 euro: 1.536 per il solo appartamento in zona corso vercelli (la cosiddetta prima casa per la quale l'Ici non era dovuta), 9.370 euro per l'ufficio e i due negozi a Milano e 8.400 euro per le case di proprietà in quel di Varese. Ai tempi dell'Ici, il Prof aveva versato, per quegli stessi immobili, "appena" 6.378 euro, con una differenza netta di circa 20mila euro. La signora Monti, invece, ha versato all'erario nel 2012 8.590 euro di Imu (dei quali 2.600 per la casa di campagna con giardino a Lesa che possiede al 50%) contro i 2.061 di Ici.

La colpa non è sua... poverino


«Sono stato costretto ad aumentare le tasse perché sono salito su un treno che stava deragliando verso il precipizio. Ora siamo in una condizione migliore, di poter guardare ad una prospettiva di riduzione delle tasse». Mario Monti partecipa ad una trasmissione di Tgcom24 e attacca.

LA RICETTA - «Alcuni irresponsabili avevano portato il Paese a una situazione grave», ora «il Paese è salvo», per ridurre «di parecchio le tasse occorre ridurre la spesa pubblica, tagliando strutture inutili», osserva Monti. «Occorre ridurre gradualmente ridurre le tasse», ribadisce il Professore ed «è necessaria una spallata dei cittadini non con la rabbia, la protesta, ma scegliendo chi non avendo legami con le organizzazioni che bloccano il Paese sia disposto a mobilitarsi» per l'Italia, aggiunge Monti. La finanza pubblica deve essere «sana», dice ancora Monti. Il Professore parlando di lavoro spiega che «occorre una maggiore produttività».

IMU - Il premier contesta che l'Ue abbia criticato l'Imu e mette «nella prospettiva giusta questa clamorosa notizia». «In un rapporto semiapprofondito - spiega - si può trovare di tutto: prendo la frase essenziale che dice che la nuova tassa sulla proprietà immobiliare introdotta nel 2012 a seguito delle raccomandazioni dell'Ue sulla necessità di ridurre il trattamento fiscale favorevole per le abitazioni e basata sul fatto che le tasse sulle proprietà immobiliari hanno effetti di distorsione bassi, sono colpite da minore evasione, l'Ue prende atto che l'Italia ha fatto ciò che l'Ue le ha domandato. Poi apprezza alcuni aspetti della specifica Imu adottata, il fatto cioè che siano stati introdotti alcuni aspetti di equità e poi dice che altri aspetti potrebbero migliorare come l'aumento della progressività. Così abbiamo messo nella prospettiva giusta questa clamorosa notizia».

domenica 6 gennaio 2013

L'oracolo intervistato...


Dall'evasione fiscale alla politica estera. Dall'Imu ai poteri forti. Mario Monti si racconta durante un'intervista a SkyTg24, cominciando proprio dalle sue dimissioni e della candidatura. «Era una decisione che ho maturato, che covavo già prima e quel voto (del Pdl ndr) poi mi ha rafforzato nel convincimento». I primi a sapere della decisione sono stati «i miei due presidenti: quello della Repubblica e quello di casa mia».

L'IMU E LE TASSE - Tanti i temi toccati ma sull'Imu il premier ha le idee chiare perché «è frutto del governo precedente» e «va modificata», «il gettito va dato maggiormente ai Comuni». C'è la possibilità di abbassare di un punto l'Irpef e congelare l'aumento dell'Iva «e anche di più» ma «la via maestra è ridurre la spesa pubblica». Anche il presidente del Consiglio la paga, «ma non so quanto, se ne occupa mia moglie». E a proposito delle tasse il premier sottolinea: «C'è la possibilità di abbassare di un punto l'Irpef e congelare l'aumento dell'Iva e anche di più», abbassando la spesa pubblica. «Noi -aggiunge- ci siamo messi all'opera ma sulla spending review abbiamo trovato in Parlamento molte difficoltà. Ad esempio, il provvedimento sulla Province non corrisponde» a quanto aveva previsto il governo.

LO SPREAD - E chiarisce: con lo spread sotto i 300 punti «si risparmiano molti miliardi e questo risparmio va contato sul debito pubblico per gli interessi ma anche su quello privato. Un risparmio che può essere calcolato come superiore al gettito Imu. Ma quando noi siamo arrivati, lo spread rischiava di diventare tecnicamente catastrofico».

EVASIONE FISCALE - Su un punto sembra orgoglioso: contro l'evasione fiscale «le misure prese dal governo uscente sono state senza precedenti». I 10 miliardi di recupero dell'evasione e i 60 di risparmio dal calo dello spread possono evitare una manovra ad aprile? «A deciderlo sarà il nuovo governo ma al momento anche l'Ue ci riconosce il pareggio di bilancio pubblico strutturale per 2013. I conti sono dunque in pari e se non ci saranno eventi non previsti...». Contro l'evasione fiscale «sono pronto a continuare la battaglia di civiltà», ha aggiunto Monti. Poi ricorda che sulla legge anti-corruzione c'è stato «un freno particolare del Pdl, come c'è stato sul mercato del lavoro da parte del Pd».

LE LISTE E ALLEANZE - La riserva sulle liste la scioglierà martedì, «le candidature le vaglierò una ad una» . In ogni caso per quel che riguarda le alleanze sottolinea: «Casini e Fini non li valuto per la loro storia ma prima di altri hanno capito che i problemi non si risolvevano senza la grande coalizione. Sono stati i più tenaci sostenitori della maggioranza, l'apporto Pd e Pdl è stato a corrente alternate». E sul simbolo aggiunge: «Avrei preferito che non figurasse il mio nome, perché non mi piace espormi così tanto, ma tutto è nato per la sollecitazione di forze politiche e della società civile perché io mi ricandidassi con la mia agenda, quindi ci voleva».

IL QUIRINALE - «A eventuali richieste» compresa quella di una possibile elezione a presidente della Repubblica «si risponde quando vengono fatte». Per poi aggiungere: «Credo che la mia recente decisione abbia fatto salire di molto le legittime aspirazioni, ambizioni e aspettative di più di una persona che legittimamente mira a quella carica, non credo certo di avere aumentato le mie probabilità».

PASSERA - E per quel che riguarda i suoi ministri un pensiero è per Passera. «Spero che per Passera non sia scritta la parola fine e che ci ripensi ha lavorato molto bene con me nel governo e ha ancora molto da dare. Ha avuto una posizione rigida, secondo me a torto, sulla questione della lista unica».

OMOSESSUALI - E alla domanda sui diritti delle coppie omosessuali, Monti risponde: «La dignità della persona va profondamente rispettata: questi sono temi importantissimi anche più importanti delle riforme economiche e sociali, ma meno urgenti sul piano della crescita del paese. Ci sarà - ha aggiunto - un grande ruolo del parlamento e un sereno confronto su posizioni che non potranno non convergere al cento per cento».

I POTERI FORTI - «Il Governo Berlusconi era contro la tassazione delle transazioni finanziarie. Germania, Francia e altri la volevano e l'Italia la bloccava. Io ho cambiato la posizione dell'Italia e adesso si sta facendo questa cosa in Europa. Il nostro Governo ha introdotto una cosa che ha dato molto fastidio ai banchieri: ha vietato che le stesse persone sedessero nei cda di banche e assicurazioni concorrenti». Spiega il premier Mario, rispondendo alle accuse di rappresentare il mondo dei banchieri nella politica. Quelli poi che credono che lui sia un amico dei poteri forti «possono andare a chiedere a Jack Welch e a Bill Gates e assumere informazioni», ha aggiunto, parlando del presidente della General Electric e del fondatore della Microsoft: al primo impedì l'acquisizione della Honeywell, al secondo diede una multa record per violazione delle norme sulla concorrenza.

RAI - «In Rai sono così inseriti miei uomini che è stato fatto presente ai miei collaboratori, che non ne erano informati, che oggi non potevo andare alla tv pubblica perché era precluso come giorno festivo». Insomma, «questa è la Rai dove non riesco a vedere in che modo Tarantola e Gubitosi siano miei uomini. Hanno dimostrato - sottolinea - indipendenza anche in questo caso e sono stati selezionati anche per questa dote che va riconosciuta loro da tutti».

OBAMA E LA POLITICA ESTERA- «Sì, molto». Mario Monti risponde quando gli viene chiesto se senta l'endorsement e la vicinanza di Barack Obama. «Sì, molto. Soprattutto questa grande facilità di rapporto sulla comprensione delle cose e delle persone». Monti aggiunge la «grande facilità di rapporto sulla comprensione delle cose e delle persone» che ha avuto con Obama. «Con altri colleghi, Merkel e Hollande, ma anche lui e io da soli, abbiamo avuto scambi sui problemi dell'Europa e dell'Eurozona dove c'è stato una grandissima intesa». E a proposito della cancelliera tedesca sottolinea: «Abbiamo avuto un contrasto alle 5 del mattino del 29 giugno 2012» sullo scudo anti spread. In ogni caso «ho visto l'Italia sempre più rispettata».

La metamorfosi di supermario


“Ha spalancato il loden e ha mostrato a tutti quello che c’è sotto”. Non è l’ultima impresa al parco Sempione dell’esibizionista di turno, ma il riassunto delle ultime settimane di Mario Monti, ovvero l’uomo che è stato abbinato più volte alla parola “sobrietà” che Balotelli alla parola escort. “Sobrio”,“composto”, “rigoroso”, gli aggettivi scomodati per definirlo sono sempre sembrati più adatti a descrivere un edificio del ventennio fascista o la cabina armadio di Sergio Marchionne che un premier, ma almeno avevamo una certezza. E in un paese in cui non si capisce più se Ingroia ce l’ha con Aldo Grasso o è Piero Grasso ad avercela con Presta e Paola Perego, era già qualcosa. Ecco. Quel Mario non esiste più. Frullato e risucchiato da quell’ ipnotico e luccicante videogioco che è la campagna elettorale, Mario Monti ha smesso i grigi panni del tecnico e dopo un’infinità di fotomontaggi e vignette, s’è trasformato davvero nell’omonimo eroe della Nintendo, Super Mario Bross. Che guarda caso, nasce tecnico (idraulico, per la precisione), diventa un esperto in trasformazioni varie, si allea con personaggi improbabili e ha un sistema infallibile per annientare i nemici: saltarci sopra. E non a caso, ha iniziato la campagna elettorale lanciandosi in una delle modalità di gioco che più l’ha reso celebre: Mario vs (Pier) Luigi.

Un gioco complesso in cui i livelli da superare sono ben cinque. Primo livello: silenziare. Super Mario affronta Pier Luigi Bros a colpi di dialettica, stordendo l’avversario con un vocabolario decisamente bizzarro. Suggerisce a PierLuigi Bros di tagliare le ali più estreme come se stesse discettando del nuovo modello di Nuvenia Pocket anziché del Pd e lo invita a silenziare le frange più conservatrici. Ora, a parte che fino ad oggi al limite il problema era silenziare la ventola del pc più che Vendola del Pd, a parte che una spuntata alla frangia estrema di Fassina fossi Bersani gliela darei sul serio, l’utilizzo del verbo silenziare è tra il preistorico e il dittatoriale. Neppure un marito talebano “silenzia” la moglie come fosse un iphone. Detto ciò, con questa mossa, Super Mario ha decisamente superato il primo livello: quello dello stile. Secondo livello: la figura retorica. Che sia l’eufemismo o la metafora, dove non arriva col verbo desueto, Super Mario colpisce i nemici con un sapiente utilizzo della figura retorica. In particolare, la adotta in quel famoso punto del videogioco in cui se la deve vedere con i Funghi velenosi, i Goomba, che nella versione politica del videogioco hanno i nomi e l’altezza di Berlusconi e Brunetta. Del primo, Super Mario ricorda «una certa volatilità nelle vicende umane e politiche». Che voglio dire, non occorre essere esperti linguisti per capire che il sottotesto era “sarà credibile lui con la sua fissa per la patonza e i ribaltoni vari”. Il secondo lo apostrofa come «professore di una certa statura accademica». E qui, Super Mario non me ne abbia, ma ci mancava che chiedesse a Franco Di Mare: “Sai perchè la moglie non bacia mai Brunetta? Perchè sa di tappo” e il sospetto che il suo ghostwriter sia Martufello, sarebbe diventato certezza. Superato anche il secondo livello. Quello del cinepanettone. Terzo livello: la supercazzola. Super Mario ama le filippiche per confondere le acque. Tu gli chiedi: “Abbassa le tasse?”, e lui: “Non escludo che si possa individuare un percorso, anche soltanto per una prima tappa, di riduzione del carico fiscale”. Arriva in conferenza stampa e anziché dire “Sì, mi butto in politica, mi va e non rompete le balle”, dichiara: “Il 23 dicembre ho dato la mia disponibilità ad assumere un’iniziativa politica, il 28 si sono creati i primi presupposti, oggi viene finalmente annunciata la configurazione per una nuova offerta politica…”. Che per carità, pure io prima di dire “Mi alleo con Casini, Fini e Montezemolo” cercherei di narcotizzare la platea, ma questo è decisamente troppo. Superato anche il terzo livello: quello della dialettica tollerabile. Quarto livello: la noia. Dal tono di voce alla montatura degli occhiali, tutto in Super Mario è studiato perchè sia la scelta più piatta e pallosa del creato. E incredibile a dirsi, l’avversario ne esce confuso. Arriva in conferenza stampa, scopre il drappo rosso che nasconde il nome e il logo della sua Lista come fosse Copperfield e il numero della donna divisa a metà e viene fuori la scritta misto Arial e New Roman corpo 12 grigio topo “Scelta civica con Mario Monti per l’Italia” che ci tranquillizza sul fatto che non scenda in campo per l’Uganda e con una ciofeca di logo tipo freccia tricolore.

Quarto livello, quello dell’eccentricità, superato. Quinto e ultimo livello: operazione simpatia. Questo, per Super Mario, è il livello più complesso e in effetti si muove con una certa difficoltà. Il povero Calevo viene liberato e dopo il drammatico faccia a faccia coi rapitori è costretto a quello con Monti a Uno Mattina, il quale poi posta la foto col ragazzo su twitter manco fosse in gita a Milanello per una foto con Boateng. Poi passa all’operazione simpatia in famiglia e costringe i nipotini a uno smaronamento di balle epocale a Venezia tra calle, foto coi turisti e messa la domenica mattina. Infine, recita la parte di quello “sono uno di voi”, affermando di essere nemico delle lobby e di non avere in mente “nessuna lista Rotary”. Certo, il gruppo Bilderberg è un dopolavoro ferroviario. E anche il quinto livello, quello della simpatia disarmante, è superato. Peccato che la Vigilanza Rai abbia deciso di arginarlo, perchè Super Mario si apprestava a vincere il gioco senza esitazione. Del resto, è un paese in cui dopo due apparizioni a Uno Mattina, si teme che il popolo e la par condicio siano destabilizzati, per cui è stata bloccata l’accoppiata Di Mare&Monti. Troppo sovversivo un faccia a faccia che si chiamava come un piatto di fettuccine.

sabato 5 gennaio 2013

L'importanza di chiamarsi Mario (e la macchina del servilismo)


La prima domanda è quella di Claudia Vago: «Caro senatore Monti, sicuro che quello che hai fatto (e farai) è ridurre gli sprechi?». La risposta: «In soli 13 mesi abbiamo dimostrato quanto si potrà fare nei prossimi cinque anni». Poi la promessa di cambiare la legge elettorale come primo atto di governo se fosse rieletto: «Questa non è degna di un Paese come l'Italia». E mette come priorità «valorizzare il ruolo delle donne. Senza questo, l'Italia non crescerà». Il tutto in 140 caratteri. Il premier e gli utenti. Mario Monti e Twitter. E la politica diventa 2.0.

SU INTERNET - Il presidente del Consiglio sabato mattina decide di rispondere degli utenti. Migliaia i quesiti. Tanto che #montilive in pochi minuti diventa tra le tendenze più popolari in Italia. Come da programma il senatore Monti si collega alla piattaforma: «Sono qui!». E a dimostrare che è lui, twitta anche una foto.

I QUESITI - Due ore e tre quarti. Per rispondere ai quesiti. Tanti, tantissimi. «Più delle risposte», attacca qualcuno. Ma se ci sono i delusi Dal rilancio del Mezzogiorno al Fiscal Compact. Passando per i beni di prima necessità e la politica. Sulle nuove tecnologie: «Se guiderà nuovo governo cosa farà (di più) per rendere il digitale chiave di sviluppo economico e sociale per nostro Paese?». Quindici minuti dopo: «Cominceremo a pensarlo e utilizzarlo come lo strumento principale per trasparenza ed efficienza della PA». E sul fatto se si sente più italiano o europeo risponde: «Orgogliosamente italiano, decisamente europeo». Poi assicura che se vincerà le elezioni dialogherà con tutti, ma non sosterrà governi non riformisti (né Bersani né Berlusconi). Il tweet gli parte senza aver completato la risposta: «È il bello della diretta». E a chi gli chiede un sorriso, lui non esita: « :)... :) basta così?»

Benedetta Argentieri

Con la retroattività


ROMA - Adesso il Fisco ha un'arma in più contro gli evasori. Potrà controllare i redditi, dal 2009 (dichiarazioni 2010) in poi, con il nuovo redditometro, lo strumento che attraverso l'analisi di più di cento voci di spesa verifica se c'è compatibilità fra il reddito dichiarato dal contribuente e il suo tenore di vita. Insomma se uno dice che guadagna 20mila euro ma poi ha un'auto di lusso, domestici, manda i figli alle scuole private e fa le vacanze alle Maldive è chiaro che c'è qualcosa che non va. Ma in realtà il nuovo redditometro ha l'ambizione di essere uno strumento ben più sofisticato, capace di stanare anche l'evasore meno appariscente. Il decreto del ministero dell'Economia che è stato pubblicato ieri sulla Gazzetta Ufficiale contiene, nell'allegata tabella A, l'elenco dettagliato delle voci di spesa che vanno a formare il redditometro, ma anche una sorta di clausola di salvaguardia all'articolo 1, avvertendo che «resta ferma la facoltà dell'Agenzia delle entrate di utilizzare altresì: elementi di capacità contributiva diversi da quelli riportati nella tabella A». Che comunque abbraccia tutte le principali tipologie di spesa in 11 categorie: alimentari e abbigliamento; mobili ed elettrodomestici; combustibili ed energia; trasporti; comunicazioni telefoniche; casa; istruzione; tempo libero, cultura e giochi; sanità; investimenti; altri beni e servizi.

In ciascuna di queste categorie ci sono diverse voci. Si scopre così che il Fisco potrà prendere in considerazione non solo la spesa media della famiglia per mangiare, abitare, vestirsi, e i beni posseduti (case, auto, imbarcazioni, eccetera) ma che guarderà anche agli acquisti per biancheria, detersivi, pentole, riparazioni di elettrodomestici. Oppure alla spesa per l'olio per l'auto e per il meccanico. Verranno passati al setaccio anche tutti i canoni, d'affitto e di leasing, e perfino le spese per barbiere, parrucchiere, cura della persona, borse e valige, pasti fuori casa, giornali e riviste, lotto e lotterie, piante e fiori, abbonamenti pay-tv, giochi on line, iscrizione a palestre, piscine e circoli sportivi e ricreativi. Non sfuggiranno all'occhio del fisco neppure le spese per animali domestici, da quelle per la tolettatura a quelle per il veterinario. Ovviamente un peso forte avranno gli investimenti, da quelli in nuove proprietà immobiliari (incremento patrimoniale netto conseguito durante l'anno) a quelli in beni mobili (nuovi veicoli immatricolati) a quelli in titoli, azioni, fondi, buoni postali, oro, e perfino monete e francobolli, senza trascurare quadri e oggetti d'antiquariato.

Ma perché i controlli potranno essere fatti a partire dai redditi 2009 (dichiarazioni 2010)? Perché è già così, spiegano all'Agenzia delle entrate, nel senso che già oggi le verifiche si possono fare sugli ultimi 5 anni (2009-2013). Quindi il nuovo redditometro non è retroattivo, aggiungono, ma potenzia solo le modalità di verifica. Qualche settimana per mettere a punto la macchina e istruire il personale e poi, tra febbraio e marzo, l'Agenzia delle entrate selezionerà le liste dei contribuenti ritenuti a rischio, che verranno sottoposti all'accertamento attraverso il nuovo strumento. A comporre il redditometro non ci sono solo le 100 voci e passa di spesa, ma anche 55 tipologie di famiglia, nel senso che le 11 categorie di spesa declinate in cinque aree geografiche in cui è stata suddivisa l'Italia (Nord-Est, Nord-Ovest, Centro, Sud e Isole) individueranno appunto che tipo di famiglia si è (tenendo ovviamente conto anche della numerosità), che spesa dovrebbe si avere, sia sulla base di rilievi puntuali (le bollette per le utenze domestiche, per esempio) sia, dove questo non è possibile, utilizzando come riferimento la spesa media per quelle voci e famiglie rilevata dalle statistiche nazionali, e di conseguenza quale reddito minimo è compatibile. Secondo le previsioni dell'Agenzia guidata da Attilio Befera i contribuenti incompatibili potrebbero essere uno su cinque, ma questo non significa che scatterà automaticamente l'accertamento sintetico del reddito e la conseguente richiesta di versare le tasse evase. Ciò infatti avverrà solo quando il redditometro metterà in luce una differenza superiore al 20% tra quanto dichiarato e quanto ricostruito presuntivamente.

In questi casi cominceranno i guai: spetterà al contribuente dimostrare di non aver evaso, spiegando per esempio che le spese apparentemente incompatibili col reddito dichiarato sono giustificate da risparmi accumulati negli anni precedenti oppure da aiuti ricevuti da familiari o anche che le spese che l'Agenzia delle entrate gli attribuisce non sono state sostenute. I contribuenti, intanto, già dal mese di novembre possono fare il redditest sul sito dell'Agenzia, una sorta di simulazione del redditometro applicato al proprio caso, in modo da capire se si è a rischio oppure no. Befera nei mesi scorsi ha sempre cercato di rassicurare i contribuenti sul fatto che l'amministrazione finanziaria procederà senza soprusi e dialogando col contribuente, ma è chiaro che c'è molta preoccupazione per come concretamente verrà usato il redditometro. Esso infatti accanto a spese effettivamente sostenute e documentate (canoni, bollette, rette scolastiche, mutui, eccetera) valuta anche spese presunte che sulla base di indicatori statistici vengono attribuiti alla famiglia per il solo fatto di rientrare in una certa categoria ed area geografica. Il redditometro, inoltre, accende un faro sulle proprietà e gli investimenti del contribuente. La valutazione avverrà in termini di incremento patrimoniale nell'anno al netto dei disinvestimenti. E finirà per pesare molto. Per fare un esempio, se uno compra una casa l'acquisto peserà per intero al netto del mutuo.

Inoltre, a rilevare saranno non solo le spese del contribuente ma anche quelle dei familiari se questi sono a suo carico. Infine, si legge nel testo del provvedimento, riguardo alle spese sensibili ai fini del redditometro «si considera l'ammontare più elevato tra quello disponibile o risultante dalle informazioni presenti in Anagrafe tributaria e quello determinato considerando la spesa media rilevata dai risultati dell'indagine sui consumi» dell'Istat. Restano fuori dal redditometro solo quegli acquisti che «sono relativi esclusivamente ed effettivamente all'attività di impresa o all'esercizio di arti e professioni». Il nuovo redditometro, che nasce sulle ceneri di quello più semplice del '92, ha lo scopo, si legge nel decreto pubblicato ieri sulla Gazzetta Ufficiale e firmato dal ministro dell'Economia, Vittorio Grilli, di «adeguare l'accertamento sintetico al contesto socio-economico mutato nel corso dell'ultimo decennio». L'obiettivo è recuperare una parte maggiore di quei 120miliardi di euro di evasione stimata ogni anno. Ma il nuovo strumento debutta in un contesto reso difficile dalla crisi, da un rapporto già problematico tra fisco e contribuenti e da una pressione fiscale che quest'anno arriverà al 45,3% del Pil. Un peso così alto dovuto certamente anche al fatto che molti italiani le tasse non le pagano. E chi le versa lo fa per tutti.

Enrico Marro

venerdì 4 gennaio 2013

Antieurpeismo e antiamericanismo


Essere antieuropeisti e, pertanto, decisamente recalcitranti alla concretizzazione di questa Unione, basata su trattati ed accordi sconvenienti per i popoli che ne fanno parte, da quelli economici a quelli politici (con commissioni che si occupano della grandezza dei piselli e teste di pisello che non arrivano a capo di nulla), non significa essere contro l’Europa. Quest’ultima esiste, non solo in quanto innegabile espressione geografica, piuttosto perché ha un passato millenario fatto di prossimità, di battaglie, di alleanze, di pacificazioni, di tradimenti, di rivalità, di porosità e di sbarramenti reciproci, estrinsecatesi in un campo culturale omogeneo ma non meno conflittuale, frutto di un destino secolare d’interdipendenze e dipendenze tra nazioni e popolazioni che si sono abbracciate e massacrate; dunque, essa c’è negli eventi, nelle cose e negli uomini a prescindere dai suoi recenti apparati artificiali troppo deboli, corrotti, insignificanti e distanti dalla realtà per poter contribuire a dispiegare una vera sovranità continentale. Per questo, possiamo dire che l’Europa sussisteva più consapevolmente, con maggiore spinta e coerenza (di ciascuno Stato) , prima che fosse perfezionata la sua scialba architettura istituzionale attuale la quale, appunto, rappresenta la negazione del “sogno” urgente dell’ edificazione di un insieme geopolitico eterogeneo eppure indipendente, orientato ad una politica di potenza sinergica tra partner “cugini” (di affratellamento parlano solo gli idioti che non hanno il senso della Storia), come risultato di un grande gioco di prospettive ed orizzonti di entità statali contigue, non sovrapponibili ma, tuttavia, concordi nel perseguire comuni (per quanto possibile) obiettivi internazionali e mondiali. Forse, la Grande Europa invocata da De Gaulle, oppure, anche qualcosa di meglio. Qualche tempo fa in un articolo su l’Espresso, Lucio Caracciolo, ha scritto, con altre parole, che questa Europa non è se stessa perché il suo progetto, il piano che la informa e la modella, è estraneo alle sue genti e alla sua storia autentica.

Dice Caracciolo: “La sfera semantica della parola ‘Europa’ s’è allargata fino a perdere ogni contorno. Si offre dunque come strumento di politiche le più varie, spesso opposte, quasi mai coerenti, sempre vaghe… Non un progetto, il suo contrario: lo schiacciamento dell’orizzonte che corrode l’obiettivo della politica, cioè costruire una comunità. E la noia di ripetere all’infinito lo stesso frasario apotropaico”. Siamo, dunque, ben lontani da un perimetro politico d’intenti concreti, persino fuori dai confini evenemenziali della realtà, per questo fragilmente agganciati a formule magiche ed illusioni evidenti che metamorfosano il programma politico della fondazione unitaria in un dogma religioso col quale scomunicare gli scettici e gli eretici, denigratori di ciò che ormai è per molti diventato, inequivocabilmente, un vero incubo di sudditanza. Qual è il vulnus originario che impedisce all’Europa di darsi una vita propria e un percorso autonomo nelle direzioni strategiche di questa fase? Perché al posto di questi elementi abbiamo messo solidaristiche menzogne brussellesi e riti procedurali di vestali europeiste che non portano a nulla se non ad un maggiore asservimento delle collettività europee alle logiche mercantilistiche globali (mai neutrali) e a quelle militari di organismi orientati da Washington (come la Nato)?

In questo passaggio Caracciolo è, finalmente, dissacrante come pochi. Del resto, non se ne può fare a meno considerato che si tratta di stracciare un mito dell’origine europeista che fa mitologicamente pietà come tutto il resto dell’UE: Schuman, De Gasperi, Monnet, Spinelli, Spaak, Adenauer… Macchè, questi sarebbero stati padri impotenti senza lo zio Sam: “A Roma nel 1957”, prosegue Caracciolo, “si battezza una comunità che è la faccia economico-europea di una strategia americana avviata con il piano Marshall (1947) e strutturata militarmente nella Nato, braccio armato del patto Atlantico (1949)”. Il nostro mito dell’origine, quello discendente dai “numi spirituali” sopracitati, nasconde in verità qualcosa che ha ben poco di narrativo e troppo d’impositivo. In quel preciso istante abbiamo smesso di essere europei per diventare Occidentali, in contrapposizione all’altro mondo sovietico, il blocco Est che occorreva battere ed isolare, come deciso dai nuovi padroni egemonici dell’Ovest. Per tali ragioni “lo spazio CEE è scavato in quello della Nato, tanto che nel tempo i due insiemi finiranno quasi per condividere gli stessi confini. La ratio comunitaria è la crescita economica ed il benessere comune di ciò che residua delle potenze continentali, incardinandole nel campo delle democrazie alleate, protette e largamente eterodirette dagli Stati Uniti”. Fin qui Caracciolo ha ogni ragione ma si sbaglia quando afferma che con la caduta dell’URSS e la conclusione della Guerra Fredda gli statunitensi si disinteressano dell’Europa. Non è così, anzi proprio perché “meno importante” nella disfida geopolitica del XXI secolo l’Europa diventa maggiormente sacrificabile, essendo costretta anche pagare il prezzo più alto della crisi economica e delle manovre americane in tutta l’area eurasiatica. Da bastione di difesa contro il comunismo a zona cuscinetto dove scaricare le frizioni di specifiche e variegate azioni internazionali, il cui costo salirà mano a mano che aumenterà la potenza delle aree sfidanti l’egemonia yankee, Russia in primis. L’UE è stata così configurata proprio per svolgere al meglio questo ruolo passivo e arrendevole, per la preservazione d’interessi sovranazionali non suoi e persino in contrasto con la sua stessa sopravvivenza. Siamo, insomma, nati per soffrire e per perire in nome di un Occidente che ci ha sottomessi. Unicamente quando l’Europa si deciderà a rompere le sbarre occidentali che la tengono prigioniera si prefigurerà un nuovo destino, senza catene, di cui potrà sentirsi artefice.

giovedì 3 gennaio 2013

Coincidenze strane... e l'imbroglio dello spread


Forse c’è qualcuno che trova alquanto strana la discesa dello spread del btp con il bund, fino a 284 punti, centrando l’obiettivo dichiarato da Monti, proprio nel momento in cui Mario Monti scende nell’arena elettorale, “salendo” in politica per lordarsi le mani. Gli onnipossenti mercati finanziari hanno cessato il fuoco contro l’Italia? I fantomatici investitori (ma non troppo fantomatici …) che hanno imposto tredici mesi di direttorio Monti-Napolitano – il primo dimesso e il secondo in scadenza – hanno deciso improvvisamente di lasciar in pace questo disgraziato paese? Possiamo dubitarne, perché i globalisti non mollano facilmente la presa. Anzi, avvicinandosi le elezioni politiche anticipate, la loro presa dovrà essere ancor più stretta, per pilotarle a dovere nel senso voluto. E il senso voluto è nient'altro che la continuazione della famigerata e socialmente sanguinosa “agenda Monti”, aggregatore di cartelli elettorali centristi, sedicenti moderati, e perciò al servizio del peggior neoliberismo economico. Mentre migliora lo spread, che fino a qualche tempo fa sembrava una malattia incurabile che avrebbe ucciso il paese, crollano le vendite di automobili, in Italia e in Europa, riportando la situazione italiana, se è vero ciò che si dice, al lontano 1979. Particolarmente in ambasce la fiat marchionnista e montiana del dopo-Melfi, che sconta un calo delle immatricolazioni in Italia, nel 2012, di quasi il 20%, con una punta negativa del 20,2% nel solo mese di dicembre. Questi sono i concreti, tangibili effetti del marchionnismo e del montismo, che nel settore auto nostrano agiscono congiuntamente.

La demotorizzazione del paese è dunque un obiettivo (prudentemente non dichiarato) sia della fiat “americana” di Marchionne, che concentra i suoi principali interessi oltreoceano, sia dell’austero Quisling in loden con la voce monocorde, riunitisi a Melfi in pieno sboom come Totò e Peppino, prima divisi e poi uniti a Berlino, negli anni remoti del boom economico? Ragionando un po’ sulla situazione, e sulla palese contraddizione del calo dello spread fino e oltre l’obiettivo indicato da Monti che si accompagna al crollo delle immatricolazioni delle auto nuove, è fin troppo facile concludere che lo spread è manovrato dai “soliti ignoti” in posizione dominante sui mercati, i quali lo stanno usando per supportare il centro filomontiano – e le linee programmatiche dell’”agenda Monti” – in piena campagna elettorale. Come dire: “Avete visto? Le politiche governative montiane, applicate per tredici, lunghi mesi di crisi, a suon di sacrifici e voti di fiducia in parlamento, stanno producendo finalmente effetti positivi. E allora è necessario che vi sia continuità programmatica, nei prossimi esecutivi, altrimenti il temutissimo spread riprende a salire. E chi, meglio di Monti che ha salvato l’Italia dallo spread, centrando l’obiettivo dichiarato sotto i 300 punti di differenziale, può garantire questa continuità e continuare con le riforme, sempre più strutturali e liberalizzanti?” Del resto è la stessa cosa che Napolitano va dicendo da qualche tempo, in odor di elezioni, come “consiglio paterno” e come monito concreto.

Il gioco è chiaro. I Mercati & Investitori, cioè le Aristocrazie finanziarie neocapitalistiche che ci controllano dall’alto, irrompono a modo loro nella campagna elettorale italiana, subito dopo l’”endorsement” a favore di Monti delle alte gerarchie vaticane. Questo appoggio, misurato dalla discesa dello spread, è più importante di quello della chiesa, degli alti prelati e del santo padre, per come si configura e funziona il neocapitalismo. Così, lo spread entra in campagna elettorale, questa volta non tanto quale strumento di ricatto, e di minaccia, ma per indurre quei poveri imbecilli di elettori a votare più convinti e numerosi – oltre il misero 12% attribuito dai sondaggisti – per le liste dell’”agenda Monti”. Si potrebbe ironizzare sulla situazione (per quanto ci sia ben poco da ridere) dicendo che lo spread in salita corrisponde a un bombardamento in piena regola, come quello areo della nato il Libia, e quindi rappresenta il bastone, mentre lo spread in discesa di questi giorni corrisponde alla lusinga, e quindi rappresenta la carota. Una carota, in funzione elettorale, agitata dalle Aristocrazie finanziarie per indurre a votare numerosi il centro filomontiano, i suoi partitelli, le sue liste, listine e listoni. Siate pur certi di una cosa: se la lusinga dello spread in discesa non funzionerà, e Monti con tanto di agenda sarà messo da parte, lo spread ricomincerà a salire, toccando nuovi record negativi, e il bombardamento speculativo riprenderà più furioso e distruttivo che prima. Lo spread in discesa che irrompe in piena campagna elettorale non è una buona cosa, tutt’altro, ma ci dimostra che il differenziale del btp decennale con il bund tedesco è un gigantesco imbroglio, un’arma di pressione e di ricatto, o una lusinga per orientare il consenso, a seconda delle circostanze. Per una volta ha avuto ragione il tanto vituperato Berlusconi, di ritorno dal limbo, quando ha denunciato pubblicamente l’imbroglio dello spread e ha consigliato di lasciarlo perdere. Così è, se vi pare, e anche se non vi pare.

Il maiale di Orwell


A muso duro. Contro tutti. Mario Monti smette i panni del moderato e indossa l'armatura. Il Prof entra nell'arena politica e non guarda più in faccia nessuno. Quello che conta è accaparrarsi voti e consensi. E per riuscire nell'opera deve provare a cambiare immagine e cancellare dalla mente degli italiani quel vivo ricordo intriso di tasse e rigore. È per questo che il premier dimissionario, ospite a Uno Mattina, chiede il bis. "Vorrei che ci fosse qualcosa di simile a un governo "Monti due" per far vedere che nel mio volto non c’è la cattiveria del tassatore ma che ho fatto delle cose per il bene degli italiani", spiega il bocconiano.

Che poi passa all'attacco. Berlusconi? "Se ritiene che io sia poco credibile vuole dire che sono poco credibile. Rispetto il suo giudizio, non è l’unico che esiste su di me, è importante e autorevole, una persona che ha dimostrato una certa volatilità di giudizio su vicende umane e politiche negli ultimi tempi". Brunetta? "Sta portando, con una certa statura accademica, il Pdl su posizioni piuttosto estreme e settarie". Bersani? "Spero che convinca ma non vinca". Al segretario democratico Monti ha rifilato una vera e propria bacchettata, invitandolo a "tagliare le ali estreme" (alias Vendola e Cgil) perché "in un anno di governo, parlando con il massimo rispetto, che chi ha impedito a varie riforme di andare più avanti, è stato chi è nel blocco più tradizionale della sinistra, Cgil e Fiom per i sindacati, Vendola e Sel e Fassina". Proprio il responsabile economico del Pd aveva in precedenza ironizzato sul premier paragonando la lista Monti a quella del Rotary club.

La risposta del bocconiano è arrivata a stretto giro di posta: "Simpatica immagine, io non la conosco ancora la lista Monti, si vede che lui ha una buona immaginazione, ma vorrei richiamare l’onorevole Fassina ad aggiornare il suo pensiero: io sono un uomo anziano, ho fatto diverse cose nella vita, come lui, quelle per cui sono un po' ricordato in Europa sono state tutte contro i potenti, come contro Microsoft, oppure in campo fiscale perché ho fatto la prima direttiva europea sulla tassazione del risparmio". Insomma, la simpatia tra i due non c'è. E lo si nota ancor di più quando Monti invita il leader Pd a "essere coraggioso e silenziare un po' la parte conservatrice del partito". Monti detta legge in casa Pd. Disfarsi della componente che si oppone ai cambiamenti e di quelle radicali ed estremiste: questo è il comandamento che rivolge a Bersani. Il presidente del Consiglio dimissionario ha poi parlato del suo imminente futuro politica e della ormai celebre lista. Lista che ci sarà e che avrà un nome molto simile a qualcosa tipo "Con Monti per l’Italia"", ha annunciato lo stesso premier, spiegando che la lista sarà unica al Senato, mentre alla Camera si sta ancora discutendo. Infine, quello che conta per Monti è ripulire la sua "fedina" di tassatore. Per farlo, il bocconiano punta alla "riduzione fiscale che grava sul lavoro", sulla "lotta all’evasione e la spending review".

mercoledì 2 gennaio 2013

In poche parole...

La luce, il tunnel, le tasse e le droghe pesanti

Lo spread senza il salvatore della patria.


«Un'idea interessante, stravagante, tardiva. Ben venga». È il giudizio di Mario Monti sulla promessa di Silvio Berlusconi - nel caso di sua vittoria elettorale - di istituire una commissione parlamentare d'inchiesta sul «complotto» internazionale che avrebbe a suo parere portato nel novembre 2011 alla caduta del governo del Cavaliere e l'affidamento di Palazzo Chigi a Monti. «Complotti contro l'Italia? Siamo seri, siamo adulti», replica Monti. «Berlusconi in queste settimane ha oscillato, con armi a dir poco improprie come il richiamo ai valori delle famiglie che sarebbe assente nei miei propositi, cosa che si commenta da sé», ha proseguito il premier intervenuto alla trasmissione Radio Anch'io. «In altri momenti, in cui allora sarei stato leaderone, mi ha generosamente chiesto di prendere la guida dei moderati. Sembra un secolo fa ma era poco tempo fa. Ha detto che il governo ha fatto solo disastri e in altri momenti, solo poche settimane dopo, che il governo dei tecnici ha fatto tutto quello che era possibile fare. Spero che gli elettori siano meno confusi di me».

«QUIRINALE MENO PROBABILE» - Alla domanda se prevede una sua possibile successione a Giorgio Napolitano come presidente della repubblica, Monti ha replicato che il Quirinale «non è mai stato mio obiettivo, chi può proporsi un obiettivo di quel livello? Ma gli osservatori politici dicono che quella sarebbe stata un'eventualità probabile, oggi forse meno probabile».

«SALITA» IN POLITICA - «La salita in politica è un'operazione che trasforma dentro la mia coscienza, ho sempre voluto essere sopra le parti», ha detto l'ex rettore della Bocconi. «Sarei stato sopra le parti, forse al Quirinale come aveva prospettato qualcuno, ma sarei stato utile? Oggi sono meno sopra le parti, ma dalla parte del Paese».

ETICA - Poi Monti si toglie un sassolino dalla scarpa. «Io credo che i valori etici siano fondamentali e che debbano essere difesi. Detesto quei partiti che usano i valori etici, spesso disattesi nella realtà, come arma, come un'accetta contro i rivali». A chi gli chiede a chi si riferisca, Monti risponde: «Sto pensando per esempio ad alcuni esponenti del Pdl». Sempre sui temi etici: «Il nostro è un movimento di laici e cattolici che dà alla dignità della persona il valore centrale. Riguardo a questi temi, che sono anche più importanti ma che fanno meno parte dell'urgenza, vorremmo lasciare spazio alla coscienza individuale e al Parlamento, fermo restando la necessità di tutelare sempre la dignità della persona».

BERSANI, LAVORO E RIFORME - Infine Monti si sofferma sul rapporto con il Pd e i due grandi temi di contrasto con il centrosinistra: le riforme e il lavoro. «A Bersani, che mi ha chiesto di dire con chi sto, rispondo che io sto per le rifome che rendono l'Italia competitiva e creano posti di lavoro. Vendola e Fassina vogliono conservare, per nobili motivi e in buona fede, un mondo del lavoro cristallizzato, iperprotetto rispetto ad altri Paesi. Io sono per avere in Europa una tutela ancora più avanzata dei lavoratori, ma con condizioni che favoriscano la creazione di posti di lavoro».

TASSE E SPESA PUBBLICA - Secondo Monti è necessario «ridurre la tassazione che grava sul lavoro e sulle imprese e parallelamente ridurre la spesa. Gli italiani hanno bisogno di alleggerimenti per le famiglie, soprattutto quelle numerose, c'è bisogno di un sistema sanitario che funzioni meglio e a costi minori e di un sistema fiscale che consenta la redistribuzione del reddito dai più ricchi ai più poveri», ha proseguito su Radio Anch'io.

FINE TUNNEL - Il premier è ottimista per la soluzione della crisi finanziaria. «La luce alla fine del tunnel la vedo più vicina di prima. E sono molto più ottimista che nel frattempo il tunnel non crollerà come abbiamo rischiato. Molto dipende dall'economia mondiale», ammette Monti. «La decisione americana di questa notte toglie un'incertezza, se le politiche dell'Unione europee andranno avanti il tunnel si accorcerà. Dalla crisi finanziaria credo che ne siamo usciti, della ripresa si parla di fine 2013 inizio 2014».

PRIMA RIFORMA: TAGLIO PARLAMENTARI - «La prossima deve essere una legislatura costituente e la mia prima riforma sul piano istituzionale sarà la riduzione dei parlamentari», dice il professore, che ammette che «per le riforme istituzionali occorreranno comunque larghe maggioranze».

FINOCCHIARO - Anna Finocchiaro, presidente dei senatori del Pd commenta così l'intervento di Monti: «Leggo e ascolto con molto interesse quello che il professor Monti dice riguardo al futuro dell'Italia. Lui sa bene che abbiamo condiviso in questi mesi una esperienza di governo difficile e impegnativa. E siamo convinti di aver fatto la scelta giusta, necessaria per aiutare il Paese ad avviarsi sulla strada di una lenta ripresa. Una delle chiavi del successo di quel governo è stata aver guardato con realismo alla realtà del nostro Paese. La prossima competizione elettorale deve essere ispirata allo stesso realismo. L'Italia non ha bisogno di favole, di false promesse, nè tanto meno di demagogia e di antipolitica».

martedì 1 gennaio 2013

Il privilegiato


Ci ha provato, Mario Monti, a tenere distinti i ruoli: quello di premier tecnico e di candidato premier eminentemente politico. Lo ha promesso dal primo giorno in cui ha annunciato la sua "salita" in campo, ma i buoni propositi sono morti con l'inizio della campagna elettorale. Basta fare un salto sul sito del governo italiano e cliccare su "Un anno di governo". Un sito istituzionale, diremmo super partes anche perché quel governo lo ha sostenuto una maggioranza trasversale, dal Pd al Pdl. Eppure a leggere e rileggere il bilancio degli ultimi 12 mesi di Palazzo Chigi e gli obiettivi da raggiungere nel 2013 pare di avere di fronte un dispaccio della futura "Lista Monti", con tanti punti in comune con l'ormai celebre "Agenda Monti". Di fatto, uno spottone elettorale del professore travestito da messaggio istituzionale.

Vanti europei - Si parte con lo spread e il rischio corso nel 2011 di non avere i soldi per pagare gli stipendi pubblici. "Oggi la situazione è diversa, il clima che si respira intorno all'Italia è diverso", scrive Palazzo Chigi vantando la "mediazione vincente" in Europa sull'intervento della Bce in estate. D'altronde, parola del professore, il governo è stato un "protagonista autorevole, responsabile e attivo nel disegnare e orientare il percorso dell’integrazione europea". Alla faccia della modestia.

L'Italia del Bengodi - Il meglio però il comunicato lo dà quando si parla di economia, di Fisco, di cose da fare (sottintenso: "Fatecele fare, cari italiani, e toccherete il cielo con un dito"). Promette, per esempio, l'abbassamento di un punto delle tasse, "senza cedere alle sirene delle lobby" e partendo dalle fasce più basse. Non una parola sull'aumento progressivo del debito pubblico, perché lo staff del professore preferisce decantare i successi della spending review ("una parola che oramai è entrata di diritto nel vocabolario comune", gongolano a Palazzo Chigi) e sulla riduzione degli enti pubblici e il taglio dei costi della politica non manca un accenno velenoso ai partiti: "Il decreto di ottobre sulla finanza e funzionamento degli enti territoriali - si legge - è stato alleggerito nella parte in cui era stato previsto un sistema di controlli preventivi di legittimità della Corte dei conti. Si è preferito invece un ritorno al controllo successivo della gestione, che insiste sulla logica del recinto chiuso dopo che i buoi sono scappati". Seguono capitoli su liberalizzazioni, riforma del lavoro, giovani, scuola e università. Successi, trionfi: a leggere il testo pare si parli della Germania di Angela Merkel e non dell'Italia in cui la pressione fiscale reale è al 50%, il Pil è in calo costante, l'Iva è aumentata e aumenterà, così come la disoccupazione giovanile e non. Tutti dati negativi, misteriosamente spariti dal bilancio di un anno di Monti. D'altronde, in campagna elettorale meglio nascondere i problemi.

Le belle notizie di capodanno

Prima qui ma ovviamente, erano belle notizie che sapevamo già dall'ingresso trionfale di monti nella scorsa legislatura. E c'è ancora gente che continua a comprare schifezze cinesi... Ma è evidente che certe "fortezze" non si vogliono "espugnare". Molto più semplice tartassare gli italiani... perchè loro sono cattivi e pericolosissimi. Ah, si, poi anche questo post è particolarmente interessante.


L’evasione fiscale, quella vera, si consuma in dogana. Mentre Finanza e Agenzia delle Entrate sono impegnate tutti i giorni a dare la caccia ai furbetti del Fisco, ai varchi doganali italiani, ogni anno, la Cina evade 30 miliardi di euro. Una frode colossale, che il paese asiatico porta avanti con un sistema ben collaudato: la sottofatturazione. Attraverso false fatture e documenti artefatti all’origine, le aziende cinesi importano nel nostro Paese una marea di merci omettendo di dichiarare il reale valore dei prodotti, risparmiando così il 30 per cento circa dall’evasione del dazio e dell’Iva. I funzionari delle dogane, che trattano oltre 13 milioni di dichiarazioni l’anno, riescono a recuperare in media 9 milioni di euro dalla sottofatturazione. Le stime emerse dalle indagini effettuate su un campione di 20mila transazioni, però, portano alla luce cifre diverse. Secondo i numeri di chi tutti i giorni ha a che fare con i prodotti “made in China” sottofatturati di 3,5, 10 o addirittura 20 volte, il gigante asiatico froda all’Italia 30,2 miliardi di euro all’anno. Il calcolo è stato effettuato dagli investigatori prendendo in considerazione i dati ufficiali delle importazioni dalla Cina nel 2008, ovvero 23,6 miliardi di euro. La cifra, moltiplicata per 5 quale parametro medio di sottofatturazione, ha svelato un valore reale delle importazioni pari a 118 miliardi, con uno scostamento rispetto al dato ufficiale di ben 94,4 miliardi. Applicando l’aliquota media del 10 per cento di dazio e quella del 20 per cento d’Iva, i doganieri sono arrivati alla conclusione che, nel solo momento dello sdoganamento, viene compiuta l’evasione record. E di fronte a questi numeri, aggiornati al 2010, quei “miseri” 9 milioni recuperati dagli accertamenti si perdono nel mare magnum della frode cinese, che continua ad alimentarsi con la distribuzione sul mercato interno. Perché tutti quei prodotti non dichiarati diventano merci fantasma e spariscono dalle strette maglie del Fisco, venduti in nero e “lavati”, attraverso triangolazioni con l’estero, da aziende fittizie. Allarmante a livello sociale la sovrafatturazione.

Esistono due tipologie: all’export, che consente di costituire plafond Iva, e all’import, la forma più pericolosa. Perché è all’atto dell’importazione che gonfiare le fatture determina i maggiori danni per l’economia italiana e genera tre fenomeni: la costituzione illecita di fondi all’estero attraverso l’esportazione di capitali, l’aumento fittizio dei costi industriali e il ricorso al licenziamento o all’utilizzo di ammortizzatori sociali. Dalle indagini è emerso che sono sempre di più le aziende italiane a mettere in atto la sovrafatturazione grazie a sodalizi con la criminalità cinese. Tutto inizia con la produzione di una fattura falsa all’estero. L’impresa nostrana costituisce una società in un paese extracomunitario che abbia un accordo di non doppia imposizione fiscale con l’Italia (ad esempio l’Albania). Vengono quindi create una società fiduciaria nel nostro territorio e una finanziaria in un Paese che garantista la riservatezza sui dati societari, come il Lussemburgo. Attraverso la fiduciaria, l’azienda italiana controlla la finanziaria e di conseguenza la società albanese. In questo modo può importare dalla Cina un prodotto con una fattura gonfiata, dichiarando alla dogana un prezzo maggiore ed evadendo Iva e dazio. Il container viene inviato in Albania e rientra in Italia con un costo maggiorato dopo la simulata lavorazione all’estero. Un fenomeno devastante per la nostra economia, che perde le imposte e si ritrova con sempre più disoccupati. Mentre la Cina “congela” i nostri soldi.

di Rita Cavallaro