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martedì 14 luglio 2026

Non toccare il delinquente immigrato

Dicono del militante di Futuro Nazionale: "avrebbe dovuto chiamare le forza dell'ordine". Non lo pensano davvero, ma è la strada più sintetica per validare il loro ruolo di antifascisti per narrazione. Forze dell'ordine che, quando intervengono, vengono messe sotto i riflettori in attesa che sbaglino anche solo una virgola per poterle chiamare "fasciste". Atterrano un immigrato con la forza? Fasciste. Usano il taser? Fasciste, con annesso post di Ilaria Salis e Ilaria Cucchi. Dunque il punto non è che Giuseppe abbia sbagliato. Il punto è che Giuseppe non appartiene alla loro setta e da questa premessa si costruisce una narrazione che impone la presenza del più scontato dei nemici "l'estrema destra".


A proposito della locuzione "estrema destra", esserlo significa essere persone normali: ribadirlo serve a sottrarre alla "sinistra" l'arma della dialettica. Nella storia recente è comparso un momento imprecisato in cui si è creato un bivio narrativo per cui la società si è scissa e milioni di individui hanno deciso di abbandonare la via della razionalità e affermare che un qualsiasi immigrato abbia il diritto di bloccare il traffico per ore, distruggendo le auto.  Trattasi di involuzione morale ed intellettuale amplificata e sorretta da strutture esterne: l'élite che ha scoperto il redditizio mercato dell'immigrazione dopo la caduta del libico Gheddafi, l'uso massiccio dei social, il parastato che, a dispetto di quanto si possa credere, non è sempre esistito ma è un soggetto giovane, sorto quando hanno preso piede i "nuovi diritti" e cioè i desideri degli immigrati e della lobby lgbt. Su questi "nuovi diritti" è nata una setta religiosa che ha abbindolato le masse in cerca perenne di Dei e sacerdoti, demandando ad essi la validazione dei propri disturbi psichici con la consapevolezza che la politica avrebbe offerto loro una sorta di protezione. Politica che non è mai la sorgente del potere, ma solo uno dei molteplici strumenti in mano a quel potere. In definitiva chi oggi dice che io sia di estrema destra lo era ieri oppure è la proiezione di altri che lo sono stati prima di lui. Non solo: inconsciamente lo è ancora, ma la menzogna primordiale raccontata a se stesso riesce ad avere la meglio sulla verità che rigetta per sopravvivere agli effetti della stessa menzogna. 


Perché la Senatrice democratica Elissa Slotkin dichiara pubblicamente «Il SAVE America Act renderebbe difficile per qualsiasi democratico in qualsiasi stato vincere qualsiasi elezione.» ammettendo che i democratici abbiano rubato una o più elezioni dall'avvento dell'amministrazione Obama in poi? Perché negli Stati Uniti è di pubblico dominio la notizia delle frodi in Minnesota e in California, delle decine di migliaia di schede elettorali sequestrate dall'FBI, dei meccanismi di voto in taluni specifici Stati che permettono a chiunque di votare senza esibire un documento di identità e che la legge del SAVE ACT metterebbe fine a tutto questo. Siamo noi italiani che non lo sappiamo, essendo queste notizie censurate dai media novecenteschi. La Senatrice non ha bisogno di nascondere ciò che tutti ormai sanno, in virtù del fatto che viviamo in un'epoca dove i fatti non contano un cazzo o almeno non contano tanto quanto l'appartenenza ideologica e alla struttura parastatale che offre assistenzialismo, servizi, benefit a chiunque sostenga la frode come arma per giungere a governare il Paese.


Quelli che dicono che l'attuale sistema pensionistico italiano non può reggere così com'è, con un quarto della spesa pubblica destinato ad esse, hanno ragione. Quelli che dicono che per risolvere la questione bisogna importare immigrati da Mali, Senegal e Gambia hanno torto. Spesso però i primi ed i secondi coincidono. Quelli che dicono che il sistema pensionistico non può reggere ma non si fanno scrupoli a destinare miliardi di euro all'accoglienza di clandestini e, parallelamente, ad ingrassare la pance dell'Ucraina in realtà non hanno alcuna intenzione di risolvere il problema ma solo di tenere in piedi uno scontro sociale per ragioni spesso impalpabili come la glorificazione personale. 


Ho letto questo post: "Fa molto caldo, sì. Ma pensiamo a chi sta nel carcere di Lucca, il più sovraffollato d’Italia (al 256,8%): capienza 59 posti; 22 indisponibili; presenti 95 persone. Non va tanto meglio a chi è recluso a Foggia, Grosseto, Lodi, Milano San Vittore. E in tutte le carceri italiane". Come detto altre volte in passato, quella della dignitosa detenzione nelle carceri è una tematica certamente valida, ma mai prioritaria. Il carnefice non può ambire a surclassare la vittima in tema di pretese e diritti, come però spesso accade in questi tempi in cui il "sistema giustizia" prova ripetutamente ad invertire il valore morale di vittima e carnefice. La questione della scala di priorità dovrebbe sempre essere alla base della creazione e della successiva tutela di una società civile che di fatto è una utopia, soprattutto quando l'élite ha compreso che il carnefice può essere sfruttato per imporre il suo dominio al contrario della vittima il cui ruolo sociale non è remunerativo.


Perché i prezzi degli affitti a New York City schizzano al nuovo massimo storico di sempre? Perché ogni regime socialista non ha altro orizzonte esistenziale che il fallimento. Il motto non detto del socialismo è che la costruzione di un mondo equo e prospero arriverà sempre con il socialismo del domani che sarà comunque un fallimento come quello di oggi, ma nel frattempo possiamo raccontare quello che ci pare, mentre distruggiamo il presente contando sull'appoggio delle nostre truppe di malati mentali che sguazzano nel sistema capitalistico, succhiandone la linfa. Trattasi sempre e comunque di menzogna che rivolgono a se stessi: da questo pattern non si sfugge. 


Ho visto il video, girato a Treviso, dove due marocchini di 38 e 55 anni e un 39enne tunisino aggrediscono con pugni e bottigliate un italiano di 57 anni senza fissa dimora. Beh, però non c'è il vannacciano Giuseppe ad atterrarli, quindi dice l'elettore di sinistra che va tutto bene e che la vittima avrebbe dovuto attendere le forze dell'ordine mentre veniva massacrata come in effetti è accaduto. Poi ho visto un altro video, girato a Castel Volturno, in uno stabilimento balneare, dove una donna è stata presa a schiaffi da un africano, il quale già il giorno prima aveva aggredito il gestore del lido: africano che è stato denunciato e successivamente rilasciato a piede libero. Anche qui però voglio rassicurare tutti: non c'era il vannacciano Giuseppe a difendere la donna atterrando il nero, quindi possiamo soprassedere sull'argomento. In fondo ciò che conta non è mai la difesa della vittima, bensì la difesa del secondo dei due mondi e del dominio culturale e morale sulla realtà dove Giuseppe è fascista, io sono fascista, questo post è fascista, chi vota AVS è buono sebbene passi le giornate a pregare di non incrociare mai l'immigrato protagonista di questi episodi di cronaca, ma non per paura di subire violenze, piuttosto per paura che il bluff immigrazionista diventi insostenibile e l'antifascista sia costretto ad ammettere di essere esattamente uguale a me.


Scrive Saverio Tommasi: "Fateci caso: spesso quelli che scrivono cose spaventose contro gli immigrati ed esaltano l'italianità come caratteristica del DNA, sono anche coloro che scrivono peggio in italiano". Il post poi continua con altri frasi strampalate, ma mi interessa questa parte iniziale e non perché mi senta chiamato in causa: non sarò un grande scrittore di prosa, ma mi basta consolidarmi come penna migliore di Saverio. Mi colpisce, paradossalmente, ciò che non compare in queste sue parole e in qualsiasi altra sua parola ovviamente. E ciò che non compare è la donna uccisa dall'ex compagno nordafricano a Loreto o la ragazza sfregiata dall'algerino islamico. No concedo un valore superiore alla forma o alla sostanza rispetto alla controparte, perché quel valore superiore lo destino alla scelta del non dire. Evitare un tema che disinnescherebbe il proprio essere agente di validazione di un multiculturalismo che consente a giornalisti, scrittori, teorici, opinionisti, artisti, attori crea un insuperabile solco fra Saverio Tommasi e la verità e questo lui lo sa bene e sa che noi lo sappiamo; per questo il suo pubblico è una nicchia fedele, ma cosa assai più importante è che il parastato continui a validare la sua presenza permettendogli così di portare il pane a tavola o andare al ristorante, nostalgico dei tempi in cui occupava i tavolini all'esterno, credendo che avrebbe scritto una pagina di Storia e non un libro di barzellette.


Giovy Novaro

giovedì 18 giugno 2026

I deliri dei sinistri

Buongiorno.

Sui migranti passa la linea di Vannacci, vince il neofascismo e finisce l’Europa democratica e dei diritti. Con 418 voti a favore e 218 contrari, il Parlamento europeo ha approvato il nuovo Regolamento rimpatri, sancendo una saldatura storica tra i popolari del PPE, e i neofascisti, i conservatori dell'ECR e la destra sovranista ed estrema. Al parlamento europeo si è assistito a festeggiamenti osceni da parte dei neofascisti, con cori che scandivano “Send them back”, rispediamoli indietro. 


La nuova normativa, sostenuta da Ursula von der Leyen, e rivendicata con orgoglio di primogenitura da Giorgia Meloni, introduce la possibilità di esternalizzare le procedure, trasferendo i migranti in centri di rimpatrio situati in Paesi terzi. Il testo prevede inoltre il trattenimento amministrativo, cioè il carcere, per i richiedenti asilo fino a un massimo di 24 mesi (estendibili a 30), e l'uso dell'identificazione biometrica di massa estesa anche ai bambini. È una svolta autoritaria che spazza via lo stato di diritto e ogni principio di umanità. La verità è che la destra neofascista, per cercare voti, prima ha detto di voler lasciare annegare i migranti in mare; ora, con la complicità dei centristi, parla apertamente di deportazioni e di "remigrazione". Il primo obiettivo è stato parzialmente mancato: è vero che ci sono stati molti morti, ma complessivamente non sono diminuiti gli sbarchi. Il secondo scenario si svilupperà nei prossimi anni con veri e propri campi di concentramento per i migranti in Paesi terzi, dai quali solo una minima parte di loro verrà veramente “rispedita a casa”, sia  per motivi economici, essendo molto costoso il rimpatrio, sia per la complessità e la difficoltà di stipulare accordi di riammissione con le nazioni di origine o comunque disponibili ad accogliere.


Ad oggi l’Ue effettua poco più di un rimpatrio per ogni cinque ordinati. Il rischio è che questi campi diventino presto costosissimi imbuti senza uscita, pieni di tensioni e quindi di violenze. La politica per l’immigrazione della destra neofascista è di alzare costantemente la posta al solo scopo di conquistare il consenso. L’Europa ha finito per adottare il modello americano violento, razzista e disumano voluto da Trump. Inoltre, poiché i governi e i partiti della destra neofascista rifiutano qualsiasi regolarizzazione dei migranti, il risultato di questi provvedimenti sarà un aumento esponenziale degli irregolari, e quindi dello sfruttamento più brutale, dell’illegalità e dell'insicurezza nelle nostre città. Questa è la politica della destra neofascista che ieri ha vinto in Europa con l’appoggio dei popolari. Dietro a tutto questo, non c’è nessuna strategia, nessuna volontà di risolvere i problemi reali ma solo la ricerca di consensi immediati, utilizzando la paura e il risentimento diffusi. Si crea così un circolo vizioso, una trappola in cui l’insicurezza, generata e ampliata dalle stesse politiche migratorie volute dalla destra, viene presa a pretesto per giustificare iniziative da “regime di eccezione”, sempre più repressive ed autoritarie. La Chiesa cattolica, i sindacati dei lavoratori e le ONG si sono opposti con forza  a questa svolta antidemocratica e disumana dell’Europa. I partiti politici di sinistra e le forze autenticamente liberali, in Italia e in Europa, devono, a mio avviso, combattere contro i provvedimenti della maggioranza neofascista e popolare che si è formata a Bruxelles. Per dare coerenza a questa battaglia PD e socialisti europei devono ufficialmente e definitivamente abbandonare la maggioranza Von der Leyen.


Enrico Rossi

giovedì 4 giugno 2026

Zan Zan e il ddl medievale Valditara

Per quale ragione Alessandro Zan è così agitato per l'approvazione del consenso informato nelle scuole, tanto da scrivere "il ddl Valditara riporta l'Italia nel Medioevo"? Cosa c'è di così demoniaco nel lasciare che siano i genitori, spesso intellettualmente claudicanti fra l'altro, a valutare cosa possa essere insegnato ai propri figli? Perché questa ferocia scalpitante nell'imposizione dell'educazione sessuo-affettiva che si è dimostrata ampiamente fallimentare nei Paesi in cui è obbligatoria, dato che i femminicidi e le violenze di genere dipendono da altri fattori come, ad esempio, la massiccia presenza di immigrati? Non esiste forse un disequilibrio surreale fra l'obbligo di un genitore di firmare il consenso per la gita scolastica in una fattoria tra le papere e i cavalli e la volontà che non debbano venire a conoscenza di una lezione su un tema talmente labile nei suoi confini che potrebbe sfociare in mero indottrinamento woke? Perché, Alessandro, il tuo sacrosanto impegno contro i reati di odio non si traduce mai in una denuncia verso le etnie nordafricane che incarnano la problematica in essere? Non c'è il rischio che qualcuno possa ipotizzare che dietro questa attenzione sul consenso informati possa nascondersi ben altro scopo come ad esempio quello di formare nuove truppe ed ingrassare il parastato attraverso i "nuovi diritti" su cui poi pretendere fondi statali? Non è forse il patriarcato una questione vigente nella religione musulmana e soprattutto nella sua parabola più intransigente dove la donna diviene una merce alla quale la sinistra non regala attenzioni per dovere di empatia suicida? Ed infine, non è proprio in questi rara rafforzamenti del pensiero di "destra" che il Paese riscopre la sua lotta contro il male?


Giovy Novaro 

martedì 24 marzo 2026

Il referendum

I magistrati, quelli che dovrebbero essere superpartes, brindano cantando bella ciao, la canzone che ormai è divenuto l'inno della sinistra, perché loro SONO DI SINISTRA!  Il tutto saltellando come allo stadio al grido "Chi non salta Meloni è"! Mattarella non si pronuncia come sempre. Questi vi devono giudicare! Con questa reazione hanno dimostrato che le correnti ci sono e che il si era sacrosanto, ma l'Italiano è troppo idiota per capire. Vi immaginate Falcone facendo una scena del genere? Certamente no.  Ora si vendicheranno!  A parte i soliti invasati, nuovi voti per il no  sono arrivati da quelli che chiamano gli italiani di seconda generazione, i maranza, capito il giochino? E sarà sempre peggio! Avete avuto l'occasione di avere un organo di controllo e una separazione delle carriere che diminuisse le correnti. Avete detto di no. 

1] Non lamentatevi più quando i giudici saranno impuniti qualsiasi cosa facciano.


2] Non lamentatevi se un errore giudiziario rovinerà la vita vostra e dei vostri cari senza conseguenze per chi vi ha procurato dolore e sofferenza.


3] Non lamentatevi quando i giudici non applicheranno le leggi portate avanti dal governo  da voi eletto perché contrarie alle loro opinioni.


4] Non lamentatevi quando passeranno decreti sicurezza o nuove normative ma i giudici non le applicheranno e vi lasceranno occupare le  case o vi faranno risarcire i ladri che entrano nel  vostro posto di lavoro o nelle vostre case.


5] Non lamentatevi quando delegittimeranno le forze dell'ordine e quest' ultime non potranno più difendervi. 


6] Non lamentatevi quando vedrete per le strade dopo pochi giorni, solo perché straniero, chi ha stuprato vostra figlia o ha fatto del male ad un vostro caro.


7] Non lamentatevi quando ogni vostro dissenso sarà perseguito e bollato come istigazione all'odio. 


8] Non lamentatevi quando le vostre città saranno invivibili a causa di una non giustizia. 


9] Non lamentatevi quando il politico scelto dal popolo, magari il vostro, sarà perseguitato.


10] Non lamentatevi quando, come è successo per il COVID, con una scusa qualunque vi chiuderanno in casa non vi faranno lavorare o vi discrimineranno e nessuno organo dello stato vi proteggerà.


11] Non lamentatevi quando vi toglieranno ogni diritto e voi non avrete nessuno a cui rivolgervi. 


12] non lamentatevi se la legge non verrà applicata ma interpretata a ideologia etnia o corrente politica.


13] Non lamentatevi se vi tratteranno in maniera diversa davanti alla legge rispetto ad uno straniero. 


14] Non lamentatevi se voi e la vostra parte politica sarà trattato diversamente davanti alla legge rispetto alla loro.


15] Non lamentatevi quando diverrà ancora più inutile votare, perché comanderà la magistratura.


Non avete più il diritto di dire niente, dovete solo subire in silenzio, siete un popolo schifoso e meritate una nazione schifosa.


Da Il politicamente scorretto 

domenica 1 febbraio 2026

Leonardo Maria del Vecchio

Ascoltare l'intervista di Leonardo Maria Del Vecchio è istruttivo. La sua concezione della politica è quella di molti “liberali pragmatici” del nostro paese. Rispondendo alla domanda di Lili Gruber ha dichiarato di aver votato "a sinistra e a destra", cioè per Renzi e Meloni. Ora, mi sembra già emblematico che per lui la sinistra sia identificata con Renzi, ma soprattutto mi pare eloquente il percorso da Renzi alla Meloni, un itinerario politico dritto e lineare, tutt'altro che contraddittorio che, in molti, troppi, definirebbero liberale e attento al mercato. Quanto al mercato la sua intervista mi è parsa sconcertante, zeppa di luoghi comuni e di una faticosissima retorica del "fare". Il problema, almeno dal mio punto di vista, è che Leonardo Maria Del Vecchio ha una posizione cruciale nel sistema economico e finanziario del nostro paese. Al di là della sua società, da lui più volte citata nell'intervista, che va dal Billionaire al Twiga, alla partecipazione in Ima dell'amico Vacchi, a quella in Boem, con Fedez e Lazza, che produce hard seltzer per alcuni ristoranti milanesi, Del Vecchio possiede il 12,5% di Delfin, che ha partecipazioni ben più rilevanti. La holding rigorosamente collocata in Lussemburgo, detiene il 32% di EssilorLuxottica, il 20% di Mediobanca, il 18% di Mps, il 10% di Generali, il 30% di Covivio, la società immobiliare che ha avuto un ruolo centrale nel finanziamento della costruzione del Villaggio olimpico milanese, e il 13% della Compagnia area del Lussemburgo. Alla luce di queste partecipazioni, vorrei fare due considerazioni conclusive. La prima. Data la vicenda Mps-Medobanca e dato il peso del governo Meloni nel sostenerla, non mi stupisce troppo la forte simpatia di Del Vecchio per l'attuale esecutivo, così come non stupisce troppo che gli piaccia il "modello Milano", assai "riformista" in tema urbanistico, vista la partecipazione di maggioranza in Covivio. La seconda, amara, considerazione riguarda l'impressione che l'intervista lascia e la domanda che pone: ma che classe dirigente imprenditoriale ha l'Italia?


Alessandro Volpi

domenica 9 novembre 2025

Verità nascoste ma visibili

Che cos'hanno in comune una bambina inglese bianca, un veterano di cent'anni il parlamentare Nick Timothy? Il criminale Keir Starmer, l'Agenda del WEF, la furbizia della Polonia e Danilo. Andiamo con ordine e cominciamo a dire che ai dirigenti delle scuole del Regno Unito è stato caldamente "consigliato" di trattare la questione delle bande di clandestini musulmani che stanno sventrando il Paese come semplice "disinformazione". Per la precisione, la direttiva fornita agli insegnanti è stata: "se dovesse uscire il tema degli stupratori musulmani, spiegate agli alunni che si tratta di fake news online". Intervistata durante una marcia di protesta, una ragazzina bianca ha confessato che una parte dei compagni di classe è stata indotta dagli adulti a chiamarla "razzista" e lei non comprende la ragione visto che ha solo paura delle violenze sessuali quotidiane che altre ragazzine come lei stanno subendo senza che la Polizia intervenga per proteggerle. 


Intervistato in una trasmissione televisiva, un veterano della II Guerra Mondiale, con la voce strozzata dalla commozione, lasciando impietriti i conduttori televisivi, afferma che ciò per cui ha combattuto e per cui i suoi compagni sono morti non vale il risultato perché ciò che lui osserva ogni giorno nel suo quartiere, nella sua città e nel suo Paese è degrado, depravazione, criminalità e sottomissione della civiltà britannica a quella islamica. Il parlamentare Nick Timothy, viene chiamato "cane" al termine della partita Aston Villa-Maccabi Tel Aviv, da un gruppo di islamici lì presenti. Un agente di polizia, seguendo le direttive governative, interviene per invitare il deputato a fingere di non aver sentito e gli chiede di allontanarsi. Timothy, sbigottito, chiedendo al poliziotto se ritenesse che egli fosse un cane, ottiene come risposta un ulteriore "per cortesia, ignori quelle parole e si allontani". Questo perché in UK puoi essere arrestato per una offesa del genere se il destinatario dell'offesa è un musulmano, ma non il contrario. 


Non conoscevo Danilo fino a questa mattina, quando ha commentato un mio post affermando che sono razzista (non è una novità) e che lo stupro avvenuto 48 ore fa a Firenze per opera di due africani è un episodio isolato e che le statistiche vedono gli italiani essere i principali autori di stupri. Sappiamo tutti ormai che così non è: il 48% delle violenze sessuali è di matrice straniera, laddove gli stranieri rappresentano il 9% della popolazione totale (nello specifico la proporzione a Firenze è 54% - 15%). Come potete ben intuire, ho sprecato tempo in quanto a Danilo non importa nulla della matematica che è scienza democratica e perennemente veritiera. Ciò che a lui importava era semplicemente validare se stesso per autoassolversi anche oggi, uscendo vincitore aprioristicamente da una discussione che non può ammettere verità empiriche ma solo dogmatiche. La situazione della Polonia è limpida, inattaccabile. Il Paese con il più basso tasso di stupri in tutta Europa: dato che viaggia di pari passo alla fermezza con cui ha sempre respinto di partecipare alle quote di distribuzione degli immigrati (sono ormai noti gli interventi dei suoi europarlamentari dove si vantano di non essere caduti nella trappola in cui si sono infilati spontaneamente Francia, Belgio, Germania, Italia, Spagna).


Starmer è un mostro, odiato dalla maggioranza del Regno Unito, insultato ogni giorno ad ogni sua dichiarazione, minacciato di morte, eppure gli riconosco un merito, una qualità che è una dote preziosa se vuoi essere un leader progressista, un vassallo al servizio di chi ha architettato il piano di sostituzione etnica in Europa: la non curanza. Restare imperterriti, fingendo di avere il popolo dalla sua parte; spostare la discussione sullo scenario internazionale, sulle mire espansionistiche di Mosca: agire come se non esistano migliaia di bambine violentate dalla comunità pakistana, come se non circolassero ovunque riprese raccapriccianti di afghani che accoltellano Wayne Broadhurst Keir. Tutto questo richiede una avidità morale glaciale che lo rende il soggetto più idoneo per il ruolo di "cavallo di Troia", piazzato per distruggere l'occidente britannico, finanche sapendo che avrà il tempo contato, ma provando ad aprire una ferità talmente profonda che ricucirla sarà impossibile. Tutto ciò però non può avvenire senza la complicità di milioni di figure imprescindibili: dirigenti scolastici, forze di polizia, giornalisti. Esattamente ciò che abbiamo vissuto negli anni della finta pandemia: è una fetta di popolazione, offertasi alla causa e invogliata dall'idea di poter dare sfogo alle proprie perversioni, a permettere che il Sistema di cui essa fa parte collassi, illudendosi che essa sarà esente dalla mareggiata che non ha mai fatto alcuna distinzione quando si trattava di avanzare sulla terra ferma. E così vale per la famiglia reale, presa totalmente dal cambiamento climatico e dalle battute di caccia alla volpe nella loro tenuta scozzese, indifferente alle fiamme che divorano un mondo con il quale non contaminarsi. Questa non è una storia. Questa è la storia, quella dei nostri tempi, quella che riguarda anche noi, vittime dei medesimi aguzzini, traditi da chi ci sta accanto, abbandonati ad una sopravvivenza sempre più irraggiungibile. Se tempi tranquilli producono uomini deboli che a loro volta creano tempi avversi,  ora siamo esattamente qui: ad affrontare i tempi avversi e soprattutto il nemico che ci siede accanto.


Giovy Novaro

giovedì 16 ottobre 2025

In commissione covid

Cosa ci fu negato: la verità sulla sindemia e sull’emergenza infinita

Oggi, 15 ottobre, ricorre il quarto anniversario di una misura infame: il Green Pass, che combattei in Parlamento e nelle piazze. Fu l’apice di un delirio giuridico che divise i cittadini, calpestò il lavoro e la dignità, e legittimò una segregazione senza precedenti. Fu la più grave distorsione giuridica e sociale della nostra Repubblica: lungi dall’essere uno strumento sanitario, era semmai un mezzo di controllo politico che divideva i cittadini, violava libertà fondamentali e consolidava un’emergenza artificiale, priva di basi scientifiche che fossero in grado di reggere a serie obiezioni. A quattro anni di distanza, l’Italia non ha ancora avuto il coraggio di fare i conti con quel disastro, di riconoscere l’abuso e di chiedere giustizia per chi fu umiliato e privato del lavoro in nome di una falsa sicurezza. All’inizio della sindemia Covid – un drammatico "stress test" che ha sconvolto intere società e snaturato quel che rimaneva delle democrazie – regnavano paura, confusione, un senso di assedio globale. Anche chi, come me, faceva parte della maggioranza del governo, affrontava un fenomeno inedito: era possibile — persino inevitabile — commettere errori nella prima fase, quando il c.d. Comitato tecnico scientifico proponeva misure drastiche in un contesto d’incertezza, mentre Paesi diversissimi fra loro per regime politico e caratteristiche sociali convergevano tutti su misure di emergenza simili.


C’è stato perfino un momento in cui Teheran, Roma, New York, Mosca, Parigi, New Delhi e Tel Aviv erano contemporaneamente in confinamento. Regimi opposti per ideologia, struttura e interessi — teocrazie, democrazie liberali, autocrazie, economie pianificate o ultracapitaliste — convergevano nella stessa risposta sincronizzata, in nome di una paura condivisa. Una convergenza mai vista nella storia, che allora sembrava temporanea ma che ha finito per modellare un nuovo paradigma politico globale: la normalizzazione dello stato d’eccezione, la gestione tecnocratica della società, la subordinazione della libertà al controllo sanitario. Ma ciò che non era inevitabile — e accadde in Italia — fu la successiva trasformazione dell’emergenza in una nuova architettura giuridica a vocazione permanente, che sospese libertà fondamentali e normalizzò l’abuso di potere. A tutti i cittadini, e pure a noi parlamentari di allora, fu negato di sapere: le informazioni reali erano filtrate, le autopsie vietate, i protocolli imposti. Imperava un maccartismo che rendeva impervia qualsiasi altra idea. Ora l’audizione parlamentare della professoressa Maria Rita Gismondo squarcia il velo, con anni di ritardo: ha raccontato che le intubazioni sistematiche furono causa diretta di migliaia di morti, che si trattò di malasanità indotta da protocolli errati, mentre i suoi avvertimenti restavano inascoltati. Ha ricordato le autopsie eseguite di nascosto, che rivelarono gravi errori clinici, e l’assurdità dei tamponi riservati ai sintomatici, del panico organizzato, delle mascherine inutili, della censura contro chi osava dubitare. Io rimasi allora in maggioranza solo per una ragione: bloccare l’adozione del MES, che avrebbe trascinato l’Italia nel destino della Grecia. Ci riuscii assieme ad alcune decine di parlamentari intransigenti, e la nostra azione fu fondamentale per impedire lo scenario mostruoso della distruzione finanziaria. Ma quando la gestione Draghi portò l’emergenza a sistema — con green pass, obblighi e discriminazioni — non c’era più alcun margine di manovra. Creammo forse l’ultima vera opposizione parlamentare della Repubblica. Arrivò perfino il momento in cui - caso unico - potevo entrare in uno qualsiasi dei 47 parlamenti del Consiglio d’Europa tranne che in quello di cui ero membro. Il Draghistan era un’aberrazione tutta italiana, prigioniera di un racconto sempre più lontano dal vero.  Oggi la Gismondo conferma ciò che molti di noi denunciarono: non fu prudenza, fu una politica che scelse la paura come metodo di governo.


Pino Cabras

martedì 30 settembre 2025

Si, ho votato

Lo dico con tutta sincerità, non volevo andare a votare per mille motivi: la lega mi aveva deluso, FI non mi piace e la Meloni al governo, sta facendo una serie di cose che non mi piacciono e di conseguenza, non volevo votare per Fdi. Poi, è cominciata la campagna elettorale e Ricci, ha cominciato a muovere il culo arrivando anche nelle Marche “sporche”, quelle più profonde, quelle più a sud e nell’entroterra. Insomma, ha scoperto le marche che schifava. Le marche della delocalizzazione delle persone, quelle terremotate, quelle contadine e quelle operaie. Da lì, ha cominciato a raccontare tutta una serie di stronzate grosse come grattacieli di Dubai. Le marche, a causa di Acquaroli, perdono un centinaio posti di lavoro al giorno, i marchigiani devono pagarsi le cure mediche e le liste di attesa sono lunghissime, la sanità è morta, le infrastrutture non ci sono, la ricostruzione post terremoto va a rilento, non ci sono più turisti, ecc, ecc, ecc. poi, ha cominciato con le promesse: prometto 30.000 euro per ogni coppia che andrà a ripopolare i paesini di montagna, quelli terremotati e quelli dell’entroterra, pullman gratuiti per gli studenti, salario minimo regionale e altre cazzate che non ricordo, sempre non dicendo mai da dove avrebbe preso quei soldi. ah, sì, poi la priorità su tutto: il riconoscimento della Palestina come stato. Ecco, dopo aver seguito la sua campagna elettorale fatta anche ovviamente di denigrazioni (ricordiamo, 27 anni di sinistrismo hanno devastato una regione molto carina), accuse e insulti, ho deciso di dare il mio voto ad Acquaroli e seppure sia stato un governatore mediocre finora, ho deciso che non avrei dato una mano ne’ all’astensionismo ma nemmeno alla sinistra. Anche mio fratello ha deciso di votare.

sabato 13 settembre 2025

Tromboni sinistri

A me i collettivi studenteschi di sinistra che, ebri di odio, festeggiano pubblicamente l’assassinio di Charles Kirk, non meravigliano, né scandalizzano. Sono solo dei poveri imbecilli talmente mentalmente disturbati da inorgoglirsi nel fare sfoggio della loro crudeltà. Nei loro confronti non servirebbero misure repressive, bensì psichiatriche. Non sono loro la causa dell'odio e della violenza politica che dilaga anche nel nostro paese. Ne sono il prodotto. Chi invece dovrebbe scandalizzarci e preoccuparci è quell’infinita pletora di fanatici pseudo intellettuali di allevamento, appollaiati nei salotti buoni della sinistra radical chic. Tromboni osannati ben più infidi e pericolosi, che vanno dai Saviano agli Odifreddi, dai Friedman ai Tosa e via, via strombazzando. Ebbene costoro, nel commentare la notizia, con fantasmagorici giri di parole, valzer semantici, acrobazie verbali, funambolici ragionamenti e pindariche considerazioni, sono stati capaci di esprimere gli stessi beceri concetti, la stessa gioia assassina dei cavernicoli studenti. Un misero panegirico finalizzato a giustificare, minimizzare, strumentalizzare il delitto. Far finta di condannarlo per poi insinuare, insultare, vituperare la vittima, e infine arrivare alla stessa identica conclusione alla quale, senza giri di parole e più onestamente, erano giunti i collettivi:  “Se l’è cercata. Bene così! Uno di meno!”. Non mi meraviglia neanche la citazione incisa sulla pallottola che il killer ci ha voluto dedicare: “Bella Ciao”. Un’espressione che, sfregiando il simbolismo della resistenza, diviene emblema di rabbiosa intolleranza. Un’estrema faziosità che sostituisce le argomentazioni con le pallottole.


D’altronde è risaputo che da noi “uccidere un fascista non è reato”. E, nel corso del tempo, in assenza di fascismo, ogni opinione diversa dal pensiero unico dominante è divenuta tale. E come tale va tacitata, etichettata e disumanizzata. E poi, non siamo proprio noi quelli che hanno eletto parlamentare una accusata di andare in giro a rompere la testa dei “fascisti” a martellate? La nostra premier oggi punta il dito contro i collettivi studenteschi e con tono di sfida intima: «Non ci faremo intimidire!». In verità, aldilà dei proclami, il governo da lei presieduto pare tutt’altro che risoluto a non farsi condizionare e intimorire dalla cultura dominante di coloro che predicano l'umanità ma trasudano disumanità, si atteggiano a buonisti ma esalano perfidia, in nome della libertà e dei diritti non accettano la democrazia e sono patologicamente affetti da ipocrisia, intolleranza e doppiopesismo. Per cui, è inutile scagliarsi contro i collettivi studenteschi di sinistra. Anzi, paradossalmente, grazie a loro, da noi una tragedia del genere non si sarebbe verificata. Kirk è stato trucidato mentre teneva una conferenza nell’università. Da noi i collettivi non gli avrebbero neanche permesso di avvicinarsi all’università. E se le Forze dell’ordine avessero tentato di forzare il blocco degli studenti e fosse scappata una manganellata di troppo, sarebbe intervenuto a difesa dei giovani rivoltosi finanche il Presidente della Repubblica! …E chi ci intimidisce a noi? Bella ciao!


Salvino Paternò 

martedì 10 giugno 2025

Ci credono….

In questa formidabile locandina pubblicata sui canali ufficiali del Partito Democratico, che vorrebbe addirittura celebrare la scoppola referendaria come un successo, c'è esattamente la spiegazione del perché questa gente sia talmente priva di credibilità da riuscire a squalificare anche temi fondamentali come quello dei diritti dei lavoratori. In sostanza il PD - ma lo stesso giochino stanno provando a fare anche gli altri "leader" trombati del cosiddetto "centrosinistra” - pretende di potersi intestare i 13 (che poi in realtà sono 12, ma tant'è) milioni di sì raffrontandoli ai voti presi dalla coalizione di "centrodestra" alle elezioni politiche del 2022.


Il tema dello smantellamento dei diritti dei lavoratori – peraltro voluto e propiziato proprio dal PD – è stato negli ultimi anni il grimaldello principale attraverso cui l'ideologia neoliberista ha precarizzato le vite di milioni di persone in nome della "flessibilità". La svalutazione del lavoro è il punto cruciale attraverso cui è avvenuto un grande travaso di potere sociale dal popolo verso le élites finanziarie. Se l'iniziativa referendaria su un tema del genere l'avessero proposta forze minimamente credibili avremmo dovuto vedere le file ai seggi, altro che 12 milioni di voti! Ora, cari signori del PD, non pretendevo certo da voi la capacità di fare autocritica, e capire che siete così "sputtanati" al punto da indurre milioni di lavoratori a restare a casa pur di non legittimarvi. Ma almeno non vi azzardate a intestarvi i voti di quelli che sono andati a votare non perché gliel'avete detto voi, ma NONOSTANTE gliel'abbiate detto voi. Per questo abbiate la dignità di mettere giù le mani da quelle persone che nel fine settimana si sono recate al seggio solo per l'importanza del tema dei diritti dei lavoratori, ma vi disprezzano al punto che non vi voterebbero neanche sotto tortura!


Francesco Forciniti



giovedì 5 giugno 2025

Il ddl sicurezza e le opposizioni

Questa foto raffigura la protesta inscenata oggi dalle "opposizioni" parlamentari rispetto all'agire del governo Meloni, accusato di utilizzare i decreti legge e le questioni di fiducia per scavalcare il Parlamento, cosa ancora più riprovevole in presenza di un provvedimento che introduce nell'ordinamento nuove fattispecie di reato. Non farebbe una piega, se non fosse che praticamente tutti questi strenui rappresentanti del popolo italiano, che qui potete vedere fieramente incrociare le gambe, votarono fra il 2021 e il 2022 qualcosa come 55 questioni di fiducia al banchiere Mario Draghi, accettarono supinamente e in silenzio le varie tagliole e le ghigliottine che a quel tempo erano prassi, ratificarono i suoi provvedimenti oscenamente discriminatori in quattro e quattr'otto senza lasciare spazio ai nostri emendamenti, approvarono la riforma Cartabia in mezza giornata ad agosto spegnendoci i microfoni, tacquero quando pacifici manifestanti seduti a terra come loro venivano spostati con gli idranti, abbassarono lo sguardo mentre io e pochi altri denunciavamo con fervore gli abusi sistematici che subivamo provando a fare opposizione, e decretarono di fatto la capitolazione anche dell'ultima parvenza di democraticità di quelle istituzioni.


E io glielo dissi più volte in aula, che ciò che loro stavano facendo avrebbe legittimato quelli dopo a proseguire allo stesso modo. Eppure non fecero una piega e non si posero mai il problema. Per questo, nel vederli stamattina recitare con scarsa convinzione ed efficacia il ruolo di redivivi difensori della democrazia parlamentare, dopo essere stati loro stessi per primi a squalificare le istituzioni delle quali facevano e fanno parte, provo da una parte amarezza per il baratro verso cui il nostro Paese continua a scivolare, ma dall'altra estremo sollievo personale nel non fare più parte di questo circo.





Francesco Forciniti

venerdì 16 maggio 2025

Bersani e le cose disdicevoli

Bersani oggi fa parziale ammenda di trenta anni di frusta sul groppone dei lavoratori dicendo, bontà sua, che "abbiamo fatto cose disdicevoli" testuale. L'uomo cresciuto tra la via Emilia e il West  dunque sostiene che è ora di riparare (come se trenta anni di sferza siano qualcosa a cui può essere posto riparo): ovviamente andando a votare ai referendum sul lavoro e ripristinando i diritti che il PD stesso aveva tolto. 


No caro Bersani, a prendere per i fondelli vai da un altra parte: quando cambiano le condizioni, politiche, tecnologiche, geopolitiche, macroeconomiche, non basta riportare le lancette dell'ordinamento giuridico a trenta anni fa per riavere le condizioni di trenta anni fa. Nel frattempo è cambiato tutto; la globalizzazione è finita, siamo senza energia, abbiamo la guerra in Europa, sono arrivate applicazioni della Intelligenza Artificiale che radicalmente cambieranno il mondo del lavoro, abbiamo perso la competitività internazionale e anche buona parte dei mercati di sbocco. E in tutto questo caro Bersani tu davvero credi che per riportare livelli di diritti e salari ai livelli di trenta anni fa basta abbrogare 4 articoli di legge? 


E per di più a braccetto a questi referendum sul lavoro mettete il referendum sulla cittadinanza facile a 5 anni (anche la super immigrazionista Gran Bretagna vuole riportare a 10 anni il tempo necessario per fare richiesta di cittadinanza!!!!) creando così milioni di cittadini che chiederanno diritti, che pretenderanno ricongiungimenti familiari con tutto ciò che significa a livello di prestazioni sanitarie, pensionistiche e di welfare... Per carità, senza offesa per i migranti, però mi pare un po' troppo caro Bersani. Mentre fate finta di voler restaurare i diritti  con i primi quattro referendum, volete rimpinguare "l'esercito industriale di riserva" (cito Kalecki) però in assenza di industrie, portando altri milioni di persone a pretendere l'esangue mammella dello stato e dunque peggiorando le condizioni di tutti. O siete completamente scemi o siete dei delinquenti. Caro Bersani, scelga lei.


Giuseppe Masala




mercoledì 12 marzo 2025

Criminali

La libertà stessa è in pericolo, non solo la democrazia. In pochissimo tempo abbiamo visto, tra tante altre cose


1) l'annullamento delle elezioni in Romania, che non erano state contestate dal candidato europeista che le aveva perso, il quale ha considerato anzi quell'annullamento un colpo al cuore della democrazia. Il fatto che il candidato non piaccia a qualcuno di noi non può essere motivo per annullare elezioni democratiche. Ora gli viene addirittura impedito di partecipare, per impedire che il popolo rumeno si esprima. Per farlo si usa la magistratura, ledendo il principio della separazione dei poteri, minando la credibilità degli stessi principi liberali. La separazione tra poteri e' oramai una favola cui nessuno più crede perché l'uso politico della magistratura la ha privata di credibilità. 


2) La Picierno chiede e ottiene che un giornalista non possa parlare perché putiniano. Il pluralismo cessa di essere un valore, si invita a volte qualcuno solo per mantenere un simulacro di pluralismo, che è ben altra cosa. Questa persecuzione si moltiplica. Chiunque dissente diventa, d'ufficio, puntiniano, viene escluso da tutto ciò che è nelle mani dei progressisti per la guerra. Già ora tutta la stampa e i media sono nelle mani di un sistema totalitario, le manifestazioni per la guerra e le adunate vengono promosse dai giornali che fanno capo a grandi gruppi industriali e finanziari, e ci possono scrivere solo progressisti per il capitale. Tra poco neanche potremo pubblicare un post su fb, forse rischieremo il lavoro. I progressisti non sentono alcuna censura. E certo, neanche i nazisti sentivano una privazione di libertà durante il regime nazista. 


3) il parlamento europeo, già inconsistente, viene privato di ogni funzione. La baronessa pretende che il suo piano da 800 miliardi di euro non venga sottoposto al voto parlamentare. Per motivi di urgenza dice. Ma quel piano, per essere implementato, richiede anni e anni. Davvero qualche settimana di dibattito parlamentare avrebbe ritardato in maniera gravissima le misure? A sostenere ciò sono poi persone che da noi urlano al fascismo per la riforma sul premierato, che depontezierebbe l'istituto parlamentare. Di fatto molti hanno abolito anche il principio di non contraddizione. Non è solo la democrazia ad essere minacciata: è la libertà stessa, di tutti noi. La minaccia reale è qui, il nemico reale è questo. La libertà la stiamo perdendo.


PS. Giunge notizia di Calenda paladino delle nostre libertà. Risultati elettorali che non piacciono potranno essere cancellati.


Vincenzo Costa

 


domenica 20 ottobre 2024

L’Albania, immigrazione e respingimenti. I crimini della UE

Vorrei avvisare tutti quegli imbecilli, ebbri di citrulla felicità, convinti che oggi l'eroica magistratura italiana ha condannato il "modello Albania", che non hanno capito una ceppa! In quella sentenza non c'entra niente la deportazione, i lager, Guantanámo, i soldi sprecati e tutto il cucuzzaro di stronzate blaterate in questi giorni. La situazione è ben peggiore e se in quei cervellini oggi festeggianti ci fosse un minimo di raziocinio dovrebbero anche loro preoccuparsi. L’Albania non c’entra nulla. Forse non vi è chiaro che la sezione immigrazione del tribunale di Roma, che non ha convalidato il trattenimento dei migranti all’interno del centro di permanenza per il rimpatrio in Albania, avrebbe fatto la stessa cosa anche se quei migranti fossero stati trattenuti in qualsiasi centro di permanenza in Italia.


E’ ovvio che la prima reazione è quella di scagliarsi tanto furiosamente, quanto inutilmente contro lo strapotere eversivo della nostra magistratura palesemente politicizzata. Ma ritengo che stavolta le toghe purpuree abbiano avuto gioco facile e la strada spianata dalla corte di giustizia europea. Il provvedimento giudiziario, infatti, non colpisce il trasferimento e la permanenza dei migranti in Albania, bensì il respingimento della loro richiesta d’asilo e la conseguente espulsione nei loro paesi d’origine. Paesi che, a dire dei magistrati italici, “non sono paesi sicuri”, malgrado compaiano come “sicuri” in una lista stilata dal Governo.


Detta così, parrebbe un’invasione di campo del potere giudiziario sul potere esecutivo e legislativo. Una delle tante irruzioni destabilizzanti alle quali la magistratura ci ha tristemente abituato.  Se il Governo ha legiferato che quei paesi sono sicuri, ci chiediamo ingenuamente, con che diritto i magistrati non applicano le disposizioni? Ma purtroppo non è così. Non lo è del tutto. La lista dei paesi “sicuri”, formulata con decreto interministeriale, in cui compare anche l’Egitto e il Bangladesh (ove i migranti in questione erano stati espulsi), era stata regolarmente compilata prima del fatidico 4 ottobre scorso. In quella maledetta data, però, ha fatto irruzione la pronuncia della corte di giustizia europea che all’improvviso ha cambiato le carte in tavola.  Se prima si consideravano “sicuri” quei paesi che erano tali, anche se avevano alcune porzioni di territorio che registravano condizioni inumane e degradanti (nelle cui aree ovviamente i migranti non potevano essere rimpatriati), ora, secondo la corte europea, i criteri per designare un paese di origine sicuro devono essere tali in tutto il suo territorio. Per cui, anche se un paese ha un piccolo settore di territorio non sicuro, è insicuro in tutta la sua essenza. E come tale l’immigrato non vi può essere rimpatriato.


Ne consegue che la lista del Governo non ha più validità. Figurarsi l’incontenibile gioia per i giudici “democratici” a cui non è parso vero avere un solidissimo appiglio giuridico per disporre l’immediata liberazione. Ma quel che è peggio sono le disastrose conseguenze future di tale pronuncia europea. Dato che tutti i migranti che approdano nelle nostre coste provengono da paesi oggi dichiarati non più sicuri, nessuno di loro potrà essere più trattenuto e tantomeno rimpatriato. Nessuna politica di difesa dei confini sarà possibile. Nessun respingimento ipotizzabile. Superflui gli accertamenti sui requisiti per i diritti d’asilo.Inimmaginabili i flussi regolamentati. Inutili gli accordi bilaterali con i paesi di origine o qualsivoglia soluzione creativa. Tutti dovranno essere accolti indiscriminatamente. Il sogno apocalittico della sostituzione etnica che finalmente si realizza. Nell’avvenire caotico che ci si prospetta, possiamo nutrire una sola speranza: quella di essere alla fine esclusi tra i porti di accoglienza in quanto dalla catastrofe che ne deriverà saremo catalogati anche noi tra i paesi… non sicuri. 


Salvino Paterno’

La questione Albania

Riassumo il discorso "Albania" che nulla ha a che fare con l'Albania. Se l'UE stabilisce che nessun Paese africano sia sicuro (di fatto l'Egitto è uno di quelli con la situazione politica più stabile oltre ad essere meta turistica fra le principali al Mondo) e che oltre metà dei paesi del Medioriente e dell'Asia non siano sicuri (come se io mettessi bocca sulla disposizione dei mobili di casa vostra), sostanzialmente sta dicendo che centinaia di milioni di persone sono legittimate a venire e restare in Italia che, in tutta risposta, non potrà attuare i respingimenti. Questa situazione va bene alla magistratura da sempre in linea con le politiche progressiste di "sinistra", va bene all'opposizione che dell'immigrazione ha fatto un pilastro ideologico ed economico (vedasi il caso Soumahoro), va bene a gran parte della stampa servile e, soprattutto (lo sottolineo), va bene a milioni di italiani che sono in minoranza ma pur sempre milioni. Tutti questi soggetti, tolta la quota degli analfabeti (una buona fetta), sono nemici del Paese perché permettere l'invasione quotidiana del terzo mondo, senza regole, senza una selezione (e qui ricordo la presenza di tanta brava gente che accoglieremmo volentieri e senza fiatare, se ci limitassimo a trattenere queste persone) è, in buona sostanza, un favoreggiamento alla criminalità. Dunque il problema è la magistratura? Certamente, ma non solo. I problemi sono diversi: ad esempio c'è la mancanza di coraggio di Giorgia Meloni che, nel suo certamente complicato ruolo di mediazione, dovrebbe imporre un sovranismo che mai le è appartenuto ad una Europa che si è da tempo disintegrata ma che continua a dettare legge, come un vecchio Re aggrappato al suo trono mentre il regno brucia. Questo è.


Giovy Novaro

sabato 24 agosto 2024

Jus scholae

Ragioniamoci un po’


All’affacciarsi del nuovo anno scolastico riprende vigore l’idea della cittadinanza attribuita tramite frequenza di un certo numero di anni (cinque) nella scuola, il cosiddetto jus scholae. Una proposta sostenuta da PD, Avs, 5 stelle e FI, mentre FdI e Lega esprimono ritrosia. Ancora una volta si “gioca” sul tema immigrazione con una superficialità che impedisce di mettere a fuoco la sostanza della questione. La demagogia utilizzata dai sostenitori di questo provvedimento lascia intendere che i poveri bambini figli di immigrati siano lasciati a se stessi, privati dei diritti elementari, senza dare di conto che in Italia si concede abbondantemente la cittadinanza agli stranieri e i bambini che nascono qui non subiscono nessuna discriminazione, godendo invece di ogni diritto. Un uso irresponsabile di una questione enorme, dietro il quale si cela l’interesse del capitale neo liberista di favorire un’immigrazione irregolare e caotica, le cui conseguenze sociali vanno a ricadere esclusivamente sulla qualità di vita dei ceti popolari. Perché, a proposito di scuola, i figli delle classi agiate frequentano scuole “protette” ed esclusive.


Il capitale globalista promuove, non certo per intenti umanitari, un’inclusività declinata nel senso liberista di libera circolazione di merci capitali e persone, per questo i suoi corifei decantano le magnificenze di un mondo senza frontiere. Ma noi sappiamo bene che flussi migratori indiscriminati hanno perseguito l’unico scopo di: a) deprezzare la forza lavoro autoctona; b) decontrattualizzare il rapporto di lavoro; c) introdurre una forte competizione a ribasso tra lavoratori residenti e immigrati; d) dequalificare il lavoro; e) svuotare di preziose energie giovanili i paesi generatori dei flussi migratori, così da poterli meglio controllare e sfruttare. Con l’inevitabile conseguenza di aumento del disagio sociale negli ambienti popolari, paradossalmente accusati dai liberal progressisti di insensibilità se non di vero e proprio razzismo. Insomma, un bel po’ di piccioni con una sola fava.  Lo jus scholae è la trovata furbesca e subdola che si muove nell’orizzonte della libera circolazione come intesa dal neo liberismo. Subdola perché utilizza il tema dei minori, presuntivamente discriminati. 


Chiarito il quadro in cui si agita questa richiesta, poniamoci ora la domanda: “questa” scuola promuove davvero la cittadinanza? A questa domanda purtroppo bisogna rispondere negativamente. L’istituzione scolastica, oggi, non rappresenta affatto il luogo della costruzione del cittadino. Essa rappresenta invece il luogo dell’adeguamento forzato dell’individuo alle linee guide del credo globalista. Basti considerare il fatto che sia diventato curriculare l’insegnamento della davosiana Agenda 2030, con tutta la sua stucchevole retorica ideologica sulla Sostenibilità declinata in tutte le salse. La scuola odierna (da un bel po’ di anni ormai) non rappresenta più il luogo dell’“istruzione” (parola ormai considerata desueta), ma quello dell’apprendimento di “competenze”. Competenze che hanno sostituito i contenuti disciplinari. Ci si accorge del baratro culturale coltivato nella scuola di ogni ordine e grado quando si finge di stupirsi del fatto che i giovani non sappiano rispondere alle domande più semplici, che siano di geografia o di italiano o di storia o di matematica. Nella scuola contemporanea è tutto un insistere su percorsi preconfezionati, con tanto di “mappe concettuali”, test, griglie... cosa che, inevitabilmente, pone in essere il superamento della stessa figura dell’insegnante. A che serve infatti un insegnante quando tutto è deconcettualizzato, semplificato, banalizzato?


Chi conosce la realtà della scuola sa bene che essa non garantisce vera educazione alla cittadinanza, in quanto non favorisce ai figli degli immigrati l’integrazione nel tessuto culturale del paese ospitante ma, al contrario, ne sancisce l’estraneità. Si può davvero includere solo se non si rinuncia alla propria identità, in questo caso culturale. Quante volte – troppe – mi sono trovato di fronte ragazze e ragazzi pakistani, cinesi, filippini, peruviani, maliani… del tutto incapaci di comprendere una semplice frase, figuriamoci poi un concetto relativo alla disciplina! In questi casi sapete come avviene l’inclusione? Abbassando, diciamo pure eliminando, non dico la qualità dei contenuti, ma gli stessi contenuti.  L’acuto Boni Castellane coglie bene il punto. Qualche giorno fa scriveva: «Pensare che un percorso scolastico conferisca di per sé i fondamenti culturali, civili e linguistici sufficienti a rendere una persona un cittadino integrato in un contesto nazionale, significa credere, più o meno coscientemente, più o meno volontariamente a un equivoco». Ancora: «Far credere che invece sia ancora così, che una persona proveniente da qualsiasi parte del mondo per il solo fatto di frequentare la scuola per un certo numero di anni diventi automaticamente italiano, significa confondere il trascorrere del tempo in un luogo con la reale acquisizione di conoscenze e di valori». La scuola è diventata una palestra nella quale si rincorrono progetti sponsorizzati e finanziati (con tutta la corruzione che ne deriva in termini di accaparramento dei fondi e della loro distribuzione a un corpo docente purtroppo spesso complice) dall’Unione europea. Progetti che tutti, irrimediabilmente, si rivestono di propositi etico-sociali (razzismo, ciberbullismo, sessismo, ambientalismo, sostenibilità di ogni tipo…) apparentemente giusti, ma che ripropongono pari pari i temi cari all’agenda liberal globalista. Invertire la rotta.


Antonio Catalano

domenica 30 giugno 2024

Elly e il pride

Si incazzi pure qualcuno, ma una cosa la devo proprio dì. Un tempo le battaglie della sinistra erano in salita, scomode, invise al potere, financo pericolose. Si moriva per difendere gli operai, si sparava sui braccianti in protesta: Elly manco lo sa cosa accadde nel 1968 ad Avola probabilmente. Oggi la sinistrucola canta e balla durante manifestazioni talvolta grottesche, alimentando rivendicazioni vuote e tutt'altro che scomode. Quasi tutte le multinazionali, ad esempio, sostengono il pride, alcune lo sponsorizzano. Organizzano corsi di formazione sull'inclusività (finta) e cambiano persino i propri loghi, tingendoli di arcobaleno. La sinistrucola utilizza il terreno dei diritti civili con la stessa logica: fumo negli occhi, nuovo oppio dei popoli, catechesi e celebrazione del politicamente corretto che prova a distrarre dal nulla sul campo dei diritti sociali. Dopo aver diviso gli individui, atomizzato e polverizzato la società, hanno diviso i diritti. Quante sono le donne sfruttate e povere, quanti gli omosessuali? Lo sono insieme agli eterosessuali, ma questo non rileva. Come "includere" chi non ce la fa non è un problema della sinistrucola armocromista. Asterischi e schwa sono il velo da squarciare: mettere un asterisco costa nulla, le multinazionali ce la mettono volentieri una Ə, e la redistribuzione che costa, ma tanto EllySchlein non gliela chiede. All' UE non costa nulla una bella direttiva contro le discriminazioni lgbtq (che vanno ovviamente combattute, laddove si presentino): ciò che in #Europa non si vuole concedere è più spesa pubblica per chi non ce la fa. Ma tanto sta roba la federalista europea che canta e balla non la rivendica. Questo è il tempo delle battaglie confortevoli, della sinistra comoda, di quella simpatica ai potenti.


Savino Balzano 

mercoledì 22 novembre 2023

Su Valditara e “femminicidi”

Ci sono temi più importanti e preferirei tacere su tutto il circo che è partito dalla vicenda dell'ultimo omicidio volontario di una donna. Preferirei tacere anche per preservare la salute psichica, perché ogni qual volta ci si scontra con il muro ideologico costruito dai media correnti la frustrazione è inevitabile. Ma alla luce del fatto che il ministro Valditara sta davvero prendendo sul serio le fiabe ideologiche correnti, una parola mi sembra necessaria.  Speravo in uno scherzo, ma leggo che il ministro dell'istruzione, in una pregevole armonia di intenti con l'opposizione, sta davvero proponendo un'ora a settimana di “educazione alle relazioni” nella scuola secondaria. Non solo, la proposta prevede anche l'intervento in queste ore di educazione sentimentale di "influencer, cantanti e attori per ridurre le distanze con i giovani e coinvolgerli".


Forse fraintendiamo l'intervento del ministro, che probabilmente ha il solo scopo di incrementare l'afflusso alle scuole private. Come spiegare altrimenti questa ulteriore accentuazione della tendenza della scuola pubblica a diventare un interminabile catechismo dell'ovvio, che ripete in bianco e nero gli stessi contenuti che si ritrovano, a colori, su una rivista media da parrucchiere? Tra ramanzine moralistiche, alternanze scuola-lavoro e consulti psicologici gli spazi per insegnare qualcosa di sostanziale nella scuola pubblica si stanno riducendo a feritoie. Ma purtroppo questo è solo piccola parte del problema. Il problema più grosso è che l'interpretazione ufficiale degli eventi delittuosi aventi per oggetto donne ha subito da tempo un sequestro ideologico. Esiste una singola lettura che anche persone intelligenti e al di sopra di ogni sospetto ripetono pappagallescamente, come se fosse una sorta di verità acclarata. E questa lettura non è semplicemente sbagliata, che sarebbe il meno, ma è proprio socialmente dannosa, anzi dannosa per le stesse dinamiche che si immagina di voler correggere.


Provo a spiegarmi in breve. La lettura d'ordinanza di questi eventi delittuosi è la seguente. Si tratterebbe di espressioni di un'atavica, arcaica (patriarcale), concezione subordinante della donna che la concepisce come una proprietà, un oggetto a disposizione, e che perciò non ne accetta l'indipendenza e la punisce con la violenza e persino con la morte. Dunque, dissimulato sotto la superficie di un mondo moderno e formalmente egalitario serpeggerebbe ancora questo "residuo patriarcale", tenace e ostico da sconfiggere, che richiede perciò una rieducazione della popolazione - e della popolazione maschile in ispecie. Ora, io credo che questa lettura delle violenze e degli omicidi spesso per futili motivi che oggi riscontriamo, tra cui anche quelli che hanno per oggetto donne, non c'entri assolutamente nulla con alcuna presunta "cultura patriarcale". E credo che le ricette che vengono proposte, lungi dall'essere risolutive, possano soltanto aggravare il problema. Perché mai?


Partiamo da un po' di pulizia terminologica e mentale. Tutti si riempiono la bocca di "patriarcato" senza avere per lo più alcuna idea di ciò di cui si tratta. Ora, l'unico senso antropologicamente accettabile della nozione di "patriarcato" (che non va confuso con la patrilinearità della discendenza) è il modello sociale diffuso un tempo in molte civiltà dedite all'agricoltura o alla pastorizia, dove l'ultima autorità cui ricorrere per i dissidi interni e per i rapporti verso l'esterno era rappresentato dal maschio più anziano del gruppo (patriarca). Queste strutture sociali erano (e in alcune parti del mondo ancora sono) caratterizzate da una sostanziale assenza delle legislazione pubblica, da forti nessi comunitari all'interno di famiglie estese connesse, che dovevano risolvere molte questioni oggi risolte dalla giustizia ordinaria. Gli ordinamenti patriarcali sono tipicamente preindustriali e definiti da ordinamenti famigliari estremamente solidi e vincolanti. La prima domanda che dovrebbe venire in mente è: cosa diavolo c'entra questa forma sociale con il mondo occidentale odierno? Ovviamente non c'entra assolutamente nulla, ma questa impostazione del problema nasce negli anni '70, in cui l'idea che ci fossero ancora residui patriarcali da abbattere era il principale oggetto polemico del second-wave feminism. Oggi, mezzo secolo dopo, stiamo ancora qua a berci un'interpretazione che era tirata per i capelli allora e che oggi è letteralmente fluttuante nel vuoto. A questo punto c'è sempre qualcuno che se ne viene fuori dicendo che sono questioni filologiche, di lana caprina, che se non va bene il termine patriarcato chiamiamolo maschilismo che va bene uguale.


Solo che il problema non è meramente terminologico, ma è legato a quale si ritiene essere la radice causale di violenze e assassini odierni. Se si evoca il "patriarcato" o simili si evoca l'immagine di un residuo ostico del passato che stentiamo ancora a lasciarci dietro le spalle. Dunque per superarlo dovremmo procedere ulteriormente con l'abbattimento di qualunque simile residuo del passato: bando al familismo, bando all'autorità paterna, bando al normativismo, sempre in odore di autoritarismo, ecc. Ora, prima di esporre quella che credo essere un'interpretazione più plausibile, provo a sottoporre all'attenzione qualche fatto empirico. Se il problema delle violenze si radica nei residui patriarcali in una qualche versione, allora i paesi che hanno società maggiormente modernizzate, con minori vincoli famigliari e con una posizione di maggiore indipendenza delle donne dovrebbero essere esenti da questo problema, o almeno presentarlo in misura molto minore. Ma è davvero così? Curiosamente ciò che si profila è esattamente l'opposto. Se guardiamo alle violenze domestiche vediamo che (dati di un paio di anni fa) i primi paesi per denunce di violenza subita dalle donne sono quattro paesi proverbialmente emancipati: Danimarca (52% delle donne lamentano di aver subito violenza), Finlandia (47%), Svezia (46%), Olanda (45%), in coda classifica in Europa troviamo la Polonia (16%).  Naturalmente qui c'è la replica pronta: si tratterebbe di un mero effetto statistico, dovuto al fatto che in quei paesi, proprio grazie alla maggiore emancipazione, le donne denunciano di più. Può darsi. 


Allora per tagliare la testa al toro andiamo a vedere la categoria degli omicidi volontari di donne (cosiddetti "femminicidi"), che registra eventi non soggetti a filtri interpretativi. Qui, secondo i dati Eurostat aggiornati al 2019, il profilo appare leggermente diverso, ma non troppo. In testa in questa macabra classifica stanno costantemente i paesi baltici (Lettonia, Lituania, Estonia), insieme a Malta e Cipro, con Finlandia, Danimarca, e Norvegia poco sotto e Svezia a metà classifica. All'estremo opposto, costantemente agli ultimi tre posti troviamo Italia, Grecia e Irlanda, che si scambiano solo di posto di anno in anno. Per un confronto numerico (2019), l'Italia presenta un dato di 0,36 "femminicidi" ogni 100.000 abitanti, la Norvegia 0,61, la Germania 0,66, la Francia 0,82,la Danimarca 0,91, la Finlandia 0,93, la Lituania 1,24. Ora, cosa hanno in comune Italia, Irlanda, Grecia? Non molto, salvo il fatto di essere tutte società con un ruolo tradizionalmente molto forte delle famiglie, società di cui spesso si è lamentata la limitata modernizzazione, anche per il peso significativo delle istituzioni religiose. Cosa hanno in comune gran parte dei paesi del Nord e in parte dell'Est Europa? Sono società che hanno subito processi estremamente accelerati di modernizzazione, con laicizzazione forzosa, e frantumazione (riconosciuta al loro stesso interno) delle unità famigliari. Ecco, una volta messi giù questi dati, per quanto sommari, io credo che un'intepretazione molto più sensata delle eventuali radici culturali della violenza e dell'omicidio per futili motivi di donne sia rintracciabile nell'esatto opposto del "patriarcato". 


Lungi dall'aver a che fare con ordinamenti famigliari estesi, vincolanti, con elevata normatività, tipici del patriarcato, ci troviamo di fronte a contesti dove le forme famigliari sono dissolte o in via di dissoluzione, dove i giovani crescono educati più da tik-tok e dai video trap che dalle famiglie, società dove peraltro da tempo la figura del padre latita ed è spesso definita dagli psicologi come effimera. In questi contesti, "modernizzati ed emancipati" si allevano in maggior misura identità fragili, disorientate, anaffettive, che si sentono costantemente sopraffatte dalle circostanze, e che perciò, occasionalmente, possono più facilmente ricorrere alla violenza, che è il tipico modo di reagire a situazioni di sofferenza che non si è in grado di comprendere né affrontare. Molti altri aspetti andrebbero approfonditi, ma se, come io credo, questa è una lettura assai più probabile dei fatti, le strategie che stiamo adottando per affrontare il problema vanno precisamente nella direzione dell'ennesimo aggravio dei problemi. Questo in attesa delle lezioni di educazione sentimentale di Sfera Ebbasta.


Andrea Zhok 

lunedì 27 febbraio 2023

Il bolognese

Mi desta una certa sorpresa constatare che, proprio per rendere concreti i nobili obiettivi allora proposti, il Parlamento Europeo, nei confronti del futuro dell’automobile, si sia schierato in favore dell’unica scelta produttiva nella quale Cina e Stati Uniti si trovano fortemente in vantaggio rispetto all’Europa. La decisione di abbandonare la produzione di ogni tipo di automobile spinta da un motore a diesel o a benzina, per passare ad un sistema a trazione puramente elettrica in tempi così ristretti (entro il 2035), ci obbliga infatti a mettere in secondo piano i progressi in corso nel campo dei biocarburanti, dell’idrogeno e delle altre tecnologie che vedono l’Europa combattere ad armi pari. Eppure vi sono sostanziali dubbi che la scelta compiuta sia la strada più conveniente per affrontare il problema del degrado del pianeta, data la quantità e la qualità di materie prime necessarie a produrre le batterie che costituiscono il motore dell’auto elettrica e dato l’elevato costo della rottamazione delle batterie stesse. Il tutto senza tenere conto dell’energia necessaria per muovere il loro peso, assai maggiore di quello di un tradizionale motore a combustione interna. Bisogna inoltre sommare a tutto questo il costo delle infrastrutture necessarie per la ricarica delle batterie, l’inquinamento provocato dalla produzione dell’energia elettrica (solo in parte generata da fonti rinnovabili) e, anche se in via di progressiva soluzione, la limitata autonomia delle auto elettriche e i loro lunghi tempi di ricarica. 


Non ci si deve quindi sorprendere se, a differenza di altri studi che giungono a conclusione opposte, una recente ricerca dell’Università di Monaco sostiene che, tenendo conto di tutti questi aspetti, un’auto elettrica finisce con il produrre, insieme a una cospicua caduta dei posti di lavoro, una quantità di CO2 superiore a quella di un motore a combustione interna di ultima generazione. Tanto più che, dati gli elevati costi delle auto elettriche, diverrà conveniente utilizzare per un tempo il più lungo possibile anche le auto più inquinanti oggi sul mercato. Nonostante i progressi tecnologici di Cina e Stati Uniti nella produzione delle batterie, i costi delle auto elettriche rimangono infatti ancora molto superiori a quelli delle tecnologie fino ad ora dominanti. Per un lungo numero di anni dovremo quindi incentivare gli acquirenti dell’auto elettrica con pesanti sussidi, dedicati ad acquistare prodotti che, nella quasi totalità, sono fabbricati in Cina o nei giganteschi impianti di batterie in costruzione negli Stati Uniti, sotto la spinta degli incentivi forniti dal governo. Mancando infine una politica industriale a livello europeo, le grandi imprese dell’Unione si stanno attrezzando per fare fronte a questa sfida con nuovi grandi progetti, naturalmente sussidiati dagli Stati nazionali sia sotto la forma di un cospicuo incentivo agli investimenti, sia tramite un contributo agli acquirenti che, secondo l’affermazione del Commissario Europeo all’industria Thierry Breton, si colloca nell’ordine di 6.000 euro per ogni auto acquistata.


In Italia il problema assume un aspetto del tutto particolare in quanto, pur essendo ormai marginali nella produzione di vetture finite, siamo un Paese di straordinaria importanza nella produzione dei componenti, la gran parte dei quali non esiste nelle vetture elettriche, che sono molto più semplici e si muovono spinte unicamente dalle costosissime batterie. Le auto elettriche non hanno infatti bisogno di filtri, valvole, testate, iniettori, monoblocchi, pompe, serbatoi e delle tante altre diavolerie che compongono un’auto spinta da motore diesel o a benzina. Di conseguenza, nel nostro Paese, si produrrà una riduzione di oltre cinquantamila posti di lavoro e un notevole danno alla nostra bilancia commerciale, dato che siamo grandi esportatori verso le imprese automobilistiche europee. Altre risorse saranno quindi necessarie per porre rimedio a questa ulteriore conseguenza, comune a tutta Europa ma che, in Italia, assume un peso del tutto particolare. Di fronte a tutte queste considerazioni, mi chiedo se scelte così drastiche e tempi così ristretti siano la decisione migliore per proteggere il futuro del nostro pianeta. Forse gli stessi legislatori europei hanno nutrito qualche dubbio in materia quando hanno proposto un possibile riesame nel 2025. Come si suole dire in questi casi, si tratta però di una “pezza peggiore del buco” perché, nel frattempo, tutte le grandi decisioni saranno già state messe in atto, con le loro conseguenze, compresa quella di bloccare ogni ricerca per migliorare il funzionamento del motore endotermico.


Romano Prodi, il Messaggero, 18 febbraio 2023

mercoledì 21 dicembre 2022

Corruzione in UE

Tenete sempre conto che quando dicono +Europa stanno dicendo più trolley carichi di banconote in piccolo taglio. Sono come riciclatori della Mafia, questo sono. Tenete sempre conto che Antonio Panzeri è un ex parlamentare europeo, pertanto non ha alcun ruolo politico e nessuno - tantomeno i qatarini - buttano via soldi per persone ininfluenti. Dunque ci vuole poco a capire che questo era il collettore, il distributore, il filtro del flusso di danaro che partiva dal Qatar, dal Marocco e Dio solo sa da dove. In altri termini Antonio Panzieri era il Facilitatore (o uno dei facilitatori, più probabilmente) del meccanismo del consenso all'interno della UE.  Ora i giornali dicono che è pronto a collaborare. Comunque politicamente è tutto chiaro, per chi vuole capire. Io vorrei solo sapere quanto ha accumulato Prodi per svendere l'Italia allo straniero.


Giuseppe Masala