lunedì 16 dicembre 2013

Heil Napolitanen! Discorso (e diktat) di un fallito

Napolitano blinda Letta: "Niente voto anticipato. Subito le riforme". Parlando alle alte cariche dello Stato, il Quirinale ha chiesto di procedere sulla strada delle riforme costituzionali e non puntare sul voto anticipato. A Berlusconi ha chiesto di non utilizzare "estremizzazioni che non giovano a nessuno". E sul suo mandato: "Renderò noti i limiti" di Lucio Di Marzo

Parlando alle più alte cariche dello Stato, in occasione del tradizionale incontro per i saluti natalizi, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha voluto ricordare oggi la centralità delle Assemblee, "pilastro della nostra democrazia", auspicando che in futuro il Parlamento sia luogo di "civile confronto ed impegno nei confronti dei diritti", secondo le "regole che si si sono date". Il dialogo tra le forze parlamentari - ha aggiunto il capo dello Stato - è tanto più importante in un momento in cui "la crisi che ha investito l’eurozona ha messo a dura prova la coesione sociale".

Previsioni sul nuovo anno parlano ancora di un diffuso rischio di tensioni e scosse sociali, che deve essere "fronteggiato", soprattutto in un quadro politico che ha subito "mutamenti incalzanti", che sono "ancora lontani dall'assestamento". Per questo, ha detto Napolitano, è necessario riuscire a coniugare "massimo rispetto della legge" e "attenzione a tutte le cause di malessere sociale". Il Quirinale ha ricordato poi l'esito del voto di fiducia nelle due Camere del Parlamento, che hanno dato "una nuova investitura" all'esecutivo, "in funzione di un patto di coalizione per il 2014". A dover giudicare sulle azioni del governo "è come sempre il Parlamento". Il Presidente della Repubblica ha lanciato un appello a chi, "il 2 ottobre scorso si è distaccato dalla maggioranza", auspicando che ciò "non comporti l'abbandono del disegno di riforme costituzionali".

A Silvio Berlusconi, il Colle ha chiesto di non "evocare colpi di Stato o oscuri disegni", che ha definito "estremizzazioni che non giovano a nessuno". Ha anche ricordato come il suo sia un "incarico gravoso" e che renderà note "valutazioni sul suo mandato". Per Napolitano è "vitale" il superamento del bicameralismo perfetto su cui si fonda il funzionamento delle Camere repubblicane. Una svolta che inciderà anche sul "prestigio del nostro sistema democratico" e che va preferita a elezioni anticipate "dall'esito più che dubbio". Alle parole del Presidente della Repubblica ha risposto Renato Brunetta, presidente dei deputati di Forza Italia. "Constatiamo con sconcerto e amarezza - ha detto - il ruolo di supporto che il presidente Napolitano esercita nei confronti del governo e della sua maggioranza, travalicando il ruolo assegnatogli dalla Costituzione su cui pure ha giurato".  Daniela Santanchè ha definito "omertoso" il discorso di Napolitano sul "tradimento del patto politico di cui lui si fece garante, di pacificazione nazionale".

sabato 14 dicembre 2013

Tagli ai rimborsi? Certo, come no...

Una riflessione di Marco della Luna, qui. Poi, ognuno è libero di pensarla a proprio modo.

Si tagliano la paghetta. Ma solo dal 2017. L'abolizione di tutti i finanziamenti ai partiti scatta fra tre anni. Poi donazioni liberali e 2 per mille dell'Irpef di Gian Maria De Francesco

Roma - Doveva essere un coniglio fuori dal cilindro per il «mago» Enrico Letta. In realtà, il decreto legge, varato ieri dal Consiglio dei ministri, che abolisce il finanziamento pubblico dei partiti rischia di lasciare aperti molti problemi che si volevano risolvere. Se da un punto di vista politico, tanto Forza Italia quanto il Pd a trazione renziana possono dirsi virtualmente soddisfatti perché hanno realizzato un punto programmatico, dal punto di vista pratico i cambiamenti reali potrebbero essere inferiori alle aspettative. Vediamo perché. In primo luogo, l'eliminazione dei rimborsi elettorali sarà pienamente effettiva solo a partire dal 2017. Per i 91 milioni previsti annualmente ci sarà una decurtazione progressiva: del 25% l'anno prossimo (54,6 milioni), del 50% nel 2015 (45,5 milioni) e del 75% nel 2016 (36,4 milioni). Insomma, i finanziamenti pubblici sopravviveranno almeno per un triennio. Con buona pace di tutti i trionfalismi.

Nel frattempo scatteranno altri meccanismi attraverso i quali la politica potrà reperire risorse. Il principale saranno le detrazioni Irpef e Ires sui contributi ai partiti. Si tratta del 37% per i contributi tra 30 e 20mila euro e del 26% fino a 70mila euro. Si parte con un limite di 100mila euro nel 2014 per le aziende private. A regime sarà fissato un tetto di 200mila euro per le società e di 300mila euro per le persone fisiche. Una manovra chiaramente anti-berlusconiana che ha lo scopo di limitare le libere donazioni delle persone facoltose. Se le detrazioni Irpef valgono per tutti i partiti che abbiano concorso almeno alle elezioni per un consiglio regionale, coloro che riescono ad eleggere almeno un deputato, un senatore o un europarlamentare potranno accedere al 2 per mille sulla dichiarazione dei redditi di persone fisiche.

Una libera donazione volontaria come già ci hanno abituati l'8 per mille e il 5 per mille. Ma con una sostanziale differenza: questo dispositivo rischia di far lievitare consistentemente l'ammontare dei finanziamenti pubblici. «Pubblici» perché anche le detrazioni sono soldi cui lo Stato rinuncia in favore dei partiti. Secondo la relazione tecnica del ddl approvato dalla Camera a ottobre che il decreto ha recepito, detrazioni e 2 per mille a regime valgono 55,1 milioni, ma in realtà potrebbe essere molto di più. Sia perché individui e società possono scegliere di essere più «liberali» delle attese sia perché lo stesso 2 per mille che dovrebbe fungere da camera di compensazione (cioè se Irpef e Ires portano più risorse del previsto, l'assegno staccato sarà di minore entità) è già di per sé un meccanismo poco efficace perché se ne conosce l'entità solo nel settembre dell'anno successivo a quello in cui i contributi sono devoluti. Per spiegare ancora meglio: le donazioni effettuate nel 2014 saranno subito incassate dai partiti, ma il 2 per mille sarà noto solo nel 2015. A tutto questo si aggiunge lo sgravio del 75% fino a 750 euro per i corsi di formazione politica: un altro regalino.

In tutto questo, c'è il rischio che la minore liquidità derivante dalla fluttuazione dei contributi imponga dolorosi tagli al personale. Ad esempio, a fine 2012 il Pd contava circa 160 dipendenti a tempo indeterminato e il «vecchio» Pdl circa 130. Un emendamento approvato alla Camera al ddl ora trasformato in decreto prevedeva uno stanziamento di 15 milioni nel 2014 per agevolare la cassa integrazione di questi lavoratori. «A noi dispiace molto che le persone possano essere lasciate a casa, ma l'abolizione del finanziamento pubblico è quello che ci ha chiesto la gente», ci ha spiegato Daniela Santanché (Forza Italia). E anche il tesoriere uscente del Pd, Antonio Misiani è soddisfatto perché «la politica ora cambia pelle». C'è un solo un ultimo «soldato fantasma» del vecchio regime dei contributi, il dalemiano Ugo Sposetti, l'uomo che salvò i Ds dal dissesto. «Ora che il dl arriva al Senato mi farò sentire».

giovedì 12 dicembre 2013

I senza palle di governo e la gente normale

Forconi, quarto giorno di protesta. Letta e Alfano: "È un attacco alla democrazia". I Forconi annunciano la marcia su Roma. Il premier: "Sostenere il mondo della rappresentanza". Il ministro: "Rischio deriva ribellistica" di Luca Romano

La protesta dei Forconi non si placa. Nel quarto giorno di mobilitazione, Danilo Calvani, uno dei leader del Movimento 9 dicembre, ieri ha annunciato: "Nelle prossime ore valuteremo la risposta adeguata al voto di fiducia a Letta: da tutta Italia andremo a Roma e ci riprenderemo lo Stato". E non si placa il dibattito politico. Il sindaco di Roma, Ignazio Marino, ha detto di essere "preoccupato" per la grande manifestazione dei Forconi indetta nella Capitale per la prossima settimana. "È molto facile che si possano infiltrare persone violente". "Ho letto il post di Beppe Grillo sulle scorte e le forze dell’ordine non è così fomentatore. Ci vuole grande prudenza ma senza rinunciare a mettere i puntini. Servono anche parole guerriere e verità dure, non ipocrite. Scusate, ma avete capito che la nostra presenza ha evitato il ritorno della stella a cinque punte? La gente è disperata", ha dichiarato in una intervista a Repubblica il senatore del Movimento 5 Stelle Nicola Morra.

Alfano: "Rischio deriva ribellistica": Il vicepremier ha riferito alla Camera dei deputati sulla situazione. "Già nella fase preparatoria, formazioni di estrema destra hanno partecipato a presidi e iniziative di piazza", ha detto Angelino Alfano, "Fin da questa fase sono state sensibilizzati prefetti e questori, per garantire il diritto di manifestare pacificamente in sicurezza". In particolare, ricorda il ministro dell’Interno "nella serata dell’8 dicembre sono stati organizzati i primi presidi, tra cui Roma, nello scalo ferroviario di Ostiense: la maggior parte delle iniziative si è svolta in modo sostanzialmente pacifica".

Le situazioni più critiche e gli scontri si sono verificati a Genova e Torino, dove "sono rimasti feriti 14 agenti di polizia e danneggiati tre mezzi di servizio". "C’è stato un fronte violento che ha violato le leggi", ha aggiunto, "Comprendiamo il disagio sociale, ma al tempo stesso non abbiamo esitazione nel dire che intendiamo difendere la libertà e la sicurezza dei cittadini. Il governo sa da che parte stare". Per quanto riguarda il gesto dei poliziotti che si sono tolti il casco, Alfano ha parlato di "strumentalizzazione" e ha sottolineato che "leggerlo come un gesto di sostegno alla protesta è arbitrario e irrispettoso verso gli stessi agenti".

Letta: "Un attacco alla politica": "La rappresentanza oggi è in grande crisi, gli attacchi alla politica in questi giorni sono attacchi alla rappresentanza", ha detto il premier Enrico Letta, all’assemblea elettiva della Cna, "Se salta meccanismo con cui il governo tratta con le categorie e i loro legittimi rappresentanti, c’è un problema di rappresentanza, e si raggiungono accordi che
tengono insieme più del 90% dei rappresentanti, esiste un principio di democrazia elementare".


Liguria: Un gruppo di manifestanti ha bloccato l’accesso alle frontiere a Ventimiglia mettendo di traverso alcune auto lungo la statale Aurelia. La polizia è stata costretta a lanciare un paio di lacrimogeni per disperdere i dimostranti che bloccavano i valichi di frontiera. Un gruppo di manifestanti sta occupando la rotonda di Roverino, mandando letteralmente in tilt il traffico in città.

Piemonte: Situazione più tranquilla nel capoluogo piemontese. Ci sono alcuni presidi del movimento dei Forconi in città e nei paesi limitrofi in cui si distribuiscono volantini ma non c'è nessun blocco stradale.

Toscana: Un corteo di circa 150 partecipanti alla protesta dei forconi ha attraversato il centro storico di Firenze. Il corteo è aperto da uno striscione tricolore con la scritta «Oggi più che mai questa è una bandiera rivoluzionaria». Nessun simbolo di partito e tanti tricolori e slogan contro Renzi, Letta e Alfano nella sosta del corteo davanti alle sedi del Consiglio regionale e della prefettura dove è stato intonato l’inno d’Italia. Dai megafoni anche messaggi alle forze dell’ordine: «I poliziotti sono nostri amici, ci faranno strada».

Veneto: Dal presidio davanti al Vega di Marghera alla sede di Equitalia in Via Torino a Mestre. I protagonisti della protesta dei Forconi si stanno radunando vicino allo stabile che ospita l’agenzia pubblica di riscossione. Già sul posto le pattuglie della polizia per garantire l’ordine in quella che si prospetta l’ennesima giornata di manifestazione per ora moderata nonostante i disagi del traffico e le code in tangenziale verso Venezia a causa del volantinaggio costante dei manifestanti.

Loro non piacciono e allora sono feccia (per Alfano)

Forconi, la protesta che non piace alla gente che piace di Vittorio Macioce

Di cosa parliamo quando parliamo di forconi. Nessuno lo sa ancora bene, forse neppure loro. Sono in cerca di una forma, di un’identità, di una bandiera o di un cappello. Qualcosa però sta diventando evidente: non piacciono alla gente che piace. Non sono chic, non sono trendy, non sono cool, non indossano caschi neri e magliette del Che, non sono neppure figli di papà. Non spaccano vetrine. Non reclamano più Stato. Non si preoccupano del capitalismo. Poi, certo, uno di loro lascia Genova in Jaguar. Non è furbo. Non ci fa una bella figura. Era meglio un trattore, ma anche questi sono pregiudizi. Non vogliono cambiare il mondo, ma si accontentano di sopravvivere. Non occupano e pretendono di non essere occupati: dalla cosa pubblica, dalla burocrazia, dall’Europa. Non parlano in nome di tutti, ma per se stessi. Non chiedono giustizia, ma libertà. Non piacciono alle associazioni di categoria, ai sindacati, alla Confindustria e ai partiti di governo. Purtroppo non hanno letto Ayn Rand. Non baciano i poliziotti per provocarli e senza dubbio non hanno il fascino maudit della ragazza No Tav. Le loro foto non faranno storia. Non ci saranno film, poesie, masturbazioni. Non si vince lo Strega raccontando storie su di loro. Sono da locanda e da taverna, non da Cinque Stelle e non basta un Suv per sdoganarli. Sono facce paesane, di gente con l’accento di provincia, con le «panze» da padroncini dell’autotrasporto, tutta gente da non far entrare in società. Solo che davanti a loro, per caso o come un saluto discreto, i poliziotti si tolgono il casco. Forse perché in quei volti si riconoscono. C’è qualcosa di familiare, qualcosa dei padri o degli zii, c’è la frustrazione di un mestiere dove impari a ingoiare la saliva in silenzio, c’è che a un certo punto non vuoi più ascoltare quelli che parlano di spread, di debito e di Pil, di Imu e di Tares, di ogni discorso degli economisti sulle medicine amare per superare la crisi. Perché anche i poliziotti «tengono famiglia» e una busta paga con cui non arrivano a fine mese. Sono buoni o cattivi i forconi? E chi lo sa? Sono al bivio e quando scoppia la protesta c’è sempre qualcuno che grida più forte. C’è chi cerca una rivincita dai verdetti della storia, chi lo fa per professione, chi ci specula e chi scommette sulla confusione, c’è chi paga e chi spera di guadagnarci. C’è chi lancia la locomotiva, chi butta le bombe carta e chi prende schiaffi dai tifosi dell’Ajax. È come la rivolta del pane. Neppure Manzoni conosceva i nomi dei buoni e dei cattivi. Sapeva che Renzo stava lì, nella folla, affamato come gli altri e piuttosto incavolato con le prepotenze dei signori e dei suoi bravi. Niente marxismo, nessuna coscienza di classe, piuttosto una scarsa fiducia nella provvidenza. Lazzari o futuristi? Nessuno sa come finiscono queste cose. A Boston per una tassa del due per cento sul tè spararono in faccia alla madrepatria. E poi crearono un impero. A Parigi la Marseillaise la cantò pure la ghigliottina, con le tricoteuses a godersi sotto il palco il reality show. Washington o Robespierre? Libertari o giacobini? Probabilmente nessuno dei due. Restano due cose. Le ragioni della rabbia sono sacrosante e sarebbe un errore ignorarle. La rivolta dei forconi spiazza artisti, intellettuali e giornalisti. Quando mai si è visto che contadini, bottegai, pastori, artigiani e autotrasportatori scendono in piazza per reclamare qualcosa di così piccolo borghese come la riduzione delle tasse? Illuminante la risposta dei maestri del pensiero: questi puzzano.

lunedì 9 dicembre 2013

Primarie pd

Polli, imbecilli e farabutti alle primarie di Eugenio Orso

Domenica 8 dicembre, dalla mattina alle venti di sera, su tutto il territorio nazionale si ordirà l’ennesima truffa del potere sub-politico (il vero potere politico è rappresentato dai “mercati” e dall’eurozona) a danno degli italiani. La truffa si chiama primarie ed è parte del rito elettorale. Più precisamente, è una sorta di condicio sine qua non per andare al voto, in futuro, simulando democrazia, rispetto della volontà popolare, partecipazione. Fumo negli occhi da parte dei venditori di fumo. Con le primarie, si prepara adeguatamente il terreno per il rito elettorale liberaldemocratico, che equivale a una truffa elitista nei confronti del popolo, delle masse, delle classi subalterne (chiamatele come volete). In questo, cioè nel truffare il popolo, i piddini hanno dimostrato di essere piuttosto bravi. E’ la loro principale abilità, che li fa apprezzare dai padroni sovranazionali, che li rende utili ai mercati e all’eurozona. Questa abilità l’hanno coltivata e affinata per anni, lungo la catena involutiva pci-pds-ds-pd. Al punto tale che hanno allevato una nuova generazione di imbroglioni sub-politici del calibro di Matteo Renzi, in potenza ancor più pericolosi dei D’Alema, dei Bassolino, dei Fassino e dei Bersani. Ciò che gli importa di più, adesso, sono i numeri di partecipazione alla simulazione elettorale, essendo il vincitore predeterminato, nella persona dell’emergente ultraliberista Renzi.

La prima preoccupazione dell’infame pd, infatti, è la partecipazione popolare alla kermesse di domenica. Per tutti, anche per quell’imbroglione di Civati in corsa alle primarie con Renzi e Cuperlo, che si finge un “alternativo” senza macchia e senza paura. Tuttavia, i numeri della partecipazione a questa specie di pre-voto si possono sempre manipolare. La volta precedente, infatti, avendo già predeterminato il vincitore – il clownesco Bersani – hanno millantato ben quattro milioni di voti, ridottisi a poco più di tre milioni appena ventiquattr’ore dopo lo spoglio delle schede, poi a tre milioni, poi a due milioni e ottocentomila, eccetera. Se per “incoronare” Veltroni – mediocre critico cinematografico, affondatore dell’Unità e del comune di Roma e fondatore del pd – hanno votato a suo tempo oltre tre milioni e mezzo di polli e imbecilli, nonché un certo numero di farabutti, mentre per Bersani due milioni e ottocentomila, domenica si dovrà tenere a tutti i costi la “linea del Piave” della partecipazione. Il bottino ideale sarebbe, per quel che riusciamo a comprendere, a occhio e croce almeno due milioni di schede, superficialmente identificate con il numero di votanti.

In passato, abbiamo scritto molto sulle primarie cercando di analizzare questo fenomeno, importato dall’America. Vedi, ad esempio, Effetto primarie di Eugenio Orso in occasione delle precedenti primarie, quelle bersaniane. Il riferimento è al celebre film di François Truffaut Effetto notte (in lingua originale La nuit amércaine) del lontano 1973. Il titolo del film richiama una tecnica cinematografica, squisitamente hollywoodiana, che grazie ad un filtro davanti all’obiettivo consente di trasformare il giorno nella notte, ossia una scena ripresa in piena luce in una scena notturna. La metafora dovrebbe essere chiara a tutti. Trasformare il giorno nella notte, magari manipolando a dovere dati elettorali e partecipazione, con la complicità dei farabutti e il futuro scorno per polli e imbecilli (che erano e sono la maggioranza). Solo che domenica 8 dicembre nel “cast” non avremo il grande Truffaut, l’indimenticabile Jacqueline Bisset e altri attori francesi di razza, ma i guitti nostrani della politica minore Renzi, Cuperlo, Civati.

Fondamentale sarà la manipolazione dei voti e del numero dei partecipanti. Le primarie, è necessario precisare, non sono ufficialmente elezioni regolate dalla legge, previste dalla costituzione. Qui non c’è un Viminale che deve intervenire, che deve fare la conta dei voti. Le primarie sono assimilabili a una “festa privata”. Si può fare tutto ciò che si desidera, si può organizzare a talento, sempre che non si commettano reati e si violino le leggi, facendosi beccare con le mani nel sacco. Esemplificando per assurdo, gli organizzatori piddini non possono far sequestrare una corriera piena di passeggeri, tenendoli sotto sequestro per un paio d’ore e costringendoli a votare (non importa se per Renzi, Cuperlo o Civati), ma possono far votare i loro adepti più fidati cinque o sei volte, gonfiando il dato della partecipazione. Possono raccattare partecipazione al voto dalla criminalità organizzata, in certe aree del paese, dove il territorio è controllato dalla camorra, dalla mafia, dalla ‘ndrangheta. Possono far votare gli immigrati – anche quelli senza cittadinanza, com’è accaduto in passato – facendogli promesse che non manterranno mai. Tanto, come abbiamo detto è una specie di “festa privata” e, in quanto tale, le regole le dettano loro e il funzionamento lo controllano come gli pare. I regolamenti si lasciano scrivere. Si possono liberamente aggiungere beffe alle beffe, facendo pagare qualche euro (due o addirittura due e mezzo, se non ci sbagliamo) agli sprovveduti che vogliono votare e non hanno la tessera di partito. Almeno per ora, non si utilizza la drink card. Soltanto una sorta di biglietto d’ingresso per accedere alla “festa privata”, destinata a rivelarsi un bidone molto presto. Smaniosi come sono di privatizzare l’Italia, per conto dei loro potenti “datori di lavoro” europoidi e elitisti, si trovano perfettamente a loro agio nel “fai da te” delle primarie, festa privata per eccellenza. E’ evidente, però, che “biglietto d’ingresso” a parte, i costi della festa sono coperti con il finanziamento pubblico (rimborsi elettorali, chiamateli come cavolo volete), cioè con i miseri averi del popolo italiano gabbato. Il nostro appello, rivolto alle teste ancora pensanti, a tutti coloro che non intendono darsi la classica e infausta martellata sui coglioni, è di tenersi lontano dai seggi piddini, domenica 8 dicembre 2013. Non solo per non mettere qualche euro in più nelle tasche di chi, saldamente al governo, vi riduce i redditi e le opportunità di lavoro, ma per la consapevolezza che le primarie sono una truffa, un espediente per legittimare, prima delle elezioni effettive, i servi sub-politici delle eurocrazie globaliste e ultraliberiste. Lontano dalle urne, domenica prossima, e … stateci bene.

Poteri forti e nuovo pd...

I poteri forti hanno trovato il nuovo Berlusconi di Giulio Sapelli

Mentre scrivo queste note si svolgono le primarie del Pd. Un fenomeno solo italiano. Voteranno per i tre candidati in corsa tutti coloro che vorranno, dopo aver versato una piccola somma. È la prima volta nella storia mondiale dei partiti in cui un segretario di partito viene eletto da iscritti e non iscritti, financo da persone che non condividono le idee dei candidati. Ciò nonostante votano, certi di dare in questo modo un contributo alla visione che hanno della dislocazione delle forze politiche in campo a livello nazionale. È il voto non per qualcuno ma contro qualcun altro. Fenomeno che di solito accade nelle votazioni politiche, ma che non è mai avvenuto nella dinamica interna alla definizione delle cariche  di un partito. Altro primato italiano.

Naturalmente questo fenomeno disvela qualcosa del rapporto tra istituzioni e macchina dei partiti. La scienza politica classica, ossia quella che inizia con Vilfredo Pareto e Gaetano Mosca e raggiunge poi i suoi vertici con i lavori di Roberto Michels e di Moisei Ostrogorsky, poneva al centro della delineazione del sistema e della società politica le macchine dei partiti. Per comprendere il funzionamento sia della partecipazione politica sia dei meccanismi decisionali, secondo questa scuola bisognava e bisogna partire dai partiti. La politologia che invece si è affermata dopo gli anni Cinquanta del Novecento, con poche eccezioni, tra cui ricordo il compianto Paolo Farneti, Theodor Lowy e Mauro Calise, pone invece al centro i sistemi elettorali. Sono questi ultimi a determinare la meccanica dei sistemi istituzionali e della stessa partecipazione politica. Aristotelicamente, per la politologia moderna, i partiti sono accidente e non sostanza. Che invece i partiti siano sostanza e non accidente lo dimostra quanto sta capitando in Italia. Il Pd è diventato il punto archetipale della vita istituzionale. Anche qui un primato italiano alla faccia di qualsivoglia Costituzione. Il presidente della Repubblica convoca il primo ministro Letta per prender visione della situazione creatasi con la scissione e la scomparsa di Forza Italia e Popolo delle Libertà. Il presidente della Repubblica avrebbe dovuto chiamare subito il primo ministro seguendo le pratiche istituzionali. Ciò non è stato fatto. Si è atteso che si disvelasse l'esito delle primarie del Pd. Questo non ha suscitato nessuno scandalo e soprattutto non lo ha suscitato nell'establishment, piccolo (come lo chiama Ludovico Festa) o grande che dir si voglia (come non lo chiama più nessuno perché l'establishment grande non è più).

Il problema è proprio questo: si svolgono le primarie di un partito i cui candidati a segretario hanno piattaforme sostanzialmente o indistinte o sovrapponentesi oppure che si differenziano per differenti opinioni su segmenti specifici dell'agenda politica, oppure ancora per l'evocazione mitologica di un passato che alcuni vorrebbero conservare (Cuperlo) (1) altri vorrebbero rinnovare senza rinnegarlo (Civati) (2) altri ancora lo rinnegano decisamente e a esso sostituiscono la vulgata neoliberista in salsa moderata (Renzi) (3). Il vincitore delle primarie sarà senza dubbio quest'ultimo. Il perché è chiaro. Eredita i morfemi, ossia la sintassi semantica, del ventennio berlusconiano: leader, invece che élite, decisionismo invece che tattica e compromesso, medializzazione e sondaggizzazione invece che pedagogia, competizione invece che comunione, etc. etc. E poi ha soprattutto l'appoggio dell'establishment, con forti agganci e sostegni nella finanza internazionale, nei ceti medio-colti, nell'alta burocrazia dello Stato la quale sa bene che can che abbaia non morde. La mia previsione è che difficilmente la vittoria che si profila non avrà ripercussioni nel partito. Infatti nel sistema politico italiano è iniziata un'era di disintegrazione, come già è stato reso evidente nelle vicende del Pdl. Credo che tale disgregazione continuerà pure nel Pd, anche se con forme meno eclatanti e sostanzialmente avversate dall'establishment a differenza di quanto è avvenuto nel Pdl. Perché l'establishment da tempo vuol farla finita con Berlusconi. Per questo non si può fare una nuova legge elettorale e deve pronunciarsi la Corte costituzionale, intervenendo persino sulle preferenze! Infatti, sono i partiti a dar vita alle leggi che li preformano e non viceversa. Se non vogliono farlo, non ci sarà nessuna legge elettorale, come hanno dimostrato questi anni di porcellum. Una bella conferma della scuola classica della scienza politica, non c'è che dire. È il colmo per un rottamatore!

giovedì 5 dicembre 2013

Il rimbambito re e la illegittimità legittima

Legge elettorale, Napolitano: "Non si discute legittimità delle Camere". Il Quirinale ha ribadito che la sentenza sulla legge elettorale non riguarda le Camere, chiamate a mettere in campo una riforma per completare il superamento del proporzionale. Ma Brunetta lancia l'affondo: "Il Parlamento non può fare riforme" di Lucio Di Marzo

La legittimità del Parlamento non è in discussione. Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha ribadito da Napoli, dove si trova in visita, che la sentenza della Corte costituzionale sulla legge elettorale non è un giudizio di merito sul governo. Ieri la Consulta ha bocciato il porcellum al termine di una lunga camera di Consiglio, accogliendo un ricorso che rilevava il profilo di incostituzionalità della legge, facendo leva su due punti: le liste bloccate e il premio di maggioranza senza soglia. La Corte, ha spiegato il capo dello Stato, non ha messo in dubbio la legittimità delle Camere.

Anzi, la sentenza la Consulta "si riferisce al Parlamento attuale dicendo che esso stesso può approvare una riforma della legge elettorale". Napolitano ha però anche ribadito che è ora "un imperativo" mostrare volontà di cambiamento e "ribadire il già sancito, dal 1993, superamento del sistema proporzionale". Per superare il bicameralismo perfetto e ridurre il numero dei parlamentari serve soltanto la "volontà politica". Ai microfoni del Tg2 Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati, ha replicato al capo dello Stato facendogli presente che, dopo la sentenza della Consulta, il Parlamento non solo non può affrontare le grandi riforme costituzionali, ma non può nemmeno riformare la giustizia. "Non si possono affrontare i grandi impegni del nostro Paese nei confronti dell’economia, basti vedere che tipo di legge di stabilità è stata fatta - ha commentato - nulla sarà come prima".

Il presidente della Camera, Laura Boldrini, ha annunciato nel pomeriggio che sentirà il collega Pietro Grasso per trovare un'intesa sulla riforma della legge elettorale, "urgente" e per cui è "cruciale la collaborazione istituzionale". I parlamentari del Nuovo Centro Destra di Angelino Alfano hanno criticato il presidente del Senato, a cui hanno chiesto di non "piegare i propri comportamenti alle pretese di partito o di frazioni di partito", che farebbero venire meno il "ruolo istituzionale" della prima carica dello Stato. Critiche a cui ha risposto il Pd, che ha definito "irricevibili minacce" le parole degli onorevoli.

Sull'illegittimità

Italia illegittima di Carlo Bertani

E così siamo tutti illegittimi... anzi, sono loro ad essere illegittimi..tutti: da Grillo a Letta ad Alfano. Ed illegittimo è anche il decadimento di Berlusconi, un bel rompicapo. Illegittimo è anche – oltre ai vari nomi che potete leggere sulla stampa mainstream, sui quali non mi dilungherò – il governo Monti e tutti gli atti che ha prodotto, come sono da invalidare tutti gli atti del governo Berlusconi e di quello precedente, ossia del secondo governo Prodi. Viene da chiedersi come la medicheranno e spunta il sospetto che “qualcuno” abbia desiderato il colossale rimescolamento di carte, perché questo è/può essere il crollo di una prima-seconda-terza Repubblica, come preferite. Attenzione: non crolli finti come i precedenti che hanno generato le macchiette della seconda o terza repubblica bensì crolli veri: come le “repubbliche” francesi, tanto per capirci, che ci hanno messo quasi due secoli per compiere il loro ciclo. E in Italia? Come è potuto accadere tutto ciò?

Prima di passare al “come”, vediamo quale può essere uno sviluppo futuro: qualcuno afferma che la Consulta abbia “dato tempo” al governo per elaborare ed approvare una nuova legge elettorale. In sostanza: quello che per anni non è stato mai fatto. Ma questo esula dai compiti della Corte e nemmeno nelle motivazioni della sentenza può esserci traccia di un tale “consiglio” giacché sarebbe illegittimo due volte: primo, perché anche parte della Corte – nominata negli ultimi 7 anni – è illegale, almeno per i nuovi membri ma, e soprattutto, perché la Corte (illegittima) mai potrebbe entrare così a gamba tesa in politica, dando “consigli” ad un altro potere, quello legislativo (illegittimo). Dilettanti allo sbaraglio – verrebbe da dire – e non cospiratori internazionali di larghe vedute: mezze tacche, galoppini del seggio, lacché del potere, ecco cosa capita agli sprovveduti. Vediamo un attimo com’è nata questa legge.

Se ben ricordate, la legge fu licenziata ancora da Ciampi e fu, ovviamente, precedente al referendum costituzionale (come norma prevede) che si svolse nel Giugno del 2006 e dal quale uscì bocciata dagli elettori la riforma costituzionale preparata dal governo di centro-destra. Quella riforma trasformava il Senato in organo consultivo quasi “territoriale” – ossia una sorta di Parlamento delle Regioni, sul modello del Bundesrat tedesco – e per questo motivo Calderoli creò la porcata: il premio di maggioranza assoluta per un solo voto di scarto è un abominio. La bocciatura della riforma, però, condusse ad un altro risultato: rimanendo il Senato assemblea legislativa quanto la Camera – ma con una legge elettorale pensata per una diversa architettura istituzionale – successe che ogni tornata elettorale contava solo più per le votazioni al Senato, essendo la Camera assegnata con il premio di maggioranza. Solo il governo Berlusconi (2008-2011) ebbe una maggioranza chiara, tutti gli altri risicarono e rosicarono voto su voto, e sempre solo al Senato. Chiarito questo passaggio, veniamo al successivo: può, questo Parlamento, legiferare in materia di legge elettorale? No, evidentemente, essendo illegittimo. La soluzione, quindi, è semplice e Beppe Grillo l’ha indicata: non bisogna essere dei costituzionalisti per capire che l’ultima legge elettorale valida è stata il cosiddetto “Mattarellum” e da questo non si può sgarrare. Ogni altra soluzione, che coinvolgesse l’attuale parlamento, sarebbe inutile perché subito cassabile da un ricorso alla Corte.

Non dimentichiamo la portata dei provvedimenti che – a norma di legge – hanno perso legittimità: il 5 per mille per il volontariato, tutte le norme in materia di lavoro delle ultime tre legislature, la riforma Gelmini, la riforma del mercato dell’acqua, la riforma Fornero delle pensioni insieme alla precedente riforma Damiano, gli aumenti dell’IVA del 2%, quelli sulle accise sui carburanti... insomma, dal 2006 tutto cancellato e da rifare. Viene da chiedersi come mai la Corte abbia osato tanto. Una traccia c’è, poi si dovrà valutare se è valida, ed è una traccia europea. Da molti anni – ossia dal caso Rete4/Europa7 – l’Italia è il Paese che più ricorre in sede europea: alla Corte di Giustizia Europea ed al Tribunale per i Diritti dell’Uomo. Quest’ultimo, addirittura, circa un anno fa se ne lamentò chiaramente: non è possibile – dissero i giudici europei – che metà del tempo sia assorbito dall’Italia e da fatti italiani! E che, una volta emanate le sentenze, nessuno in Italia le applichi! Di certo questa sentenza non gioca a favore dei potentati finanziari internazionali sorretti da tutti i governi in carica, soprattutto negli ultimi anni, che hanno messo in un angolo proprio la Costituzione (addirittura il Presidente!) ed ogni legge di garanzia. Per loro, di meglio che le garanzie del Porcellum è difficile trovare ed è anche faticoso pensare ad una riscrittura di un corpus legislativo così copioso da parte di un nuovo Parlamento eletto con il Mattarellum: che la rivoluzione l’abbiano fatta i giudici? Mah...

Quindi? Tutto illegittimo?

Porcellum fuori legge: il Parlamento è abusivo. La Consulta boccia l’attuale legge elettorale: incostituzionali liste bloccate e premi di maggioranza. Incertezza sulle conseguenze fino alle motivazioni di Anna Maria Greco

Il Porcellum è illegittimo, dice la Corte costituzionale. Bocciato il premio di maggioranza, bocciate le liste bloccate. Si ritorna al proporzionale con soglia di sbarramento. Ma non rivive il Mat­tarellum, come voleva un drappello di giudici costituzionali, perché la Consulta indica la necessità delle preferenze, non previste nel vecchio sistema. Accoglie in toto il ricorso contro la legge elettorale del 2005, l’Alta Corte. Ma nella lunga camera di consiglio è battaglia. Perché dopo il voto unani­me sull’ammissibilità del ricorso e poi sull’eliminazione del premio di maggioranza, sulla terza questione ci si spacca 7 a 8.

Sembra che i giudici più vicini alla sinistra, dal presidente Gaetano Silvestri a Sabino Cassese e Giuliano Amato (di nomina presidenziale), allo stesso Sergio Mattarella (scelto dal parlamento e padre del sistema precedente), volessero che l’Alta Corte affermasse che abolite le liste bloccate ci fosse la «reviviscenza» del vecchio sistema. Ma la manovra non sarebbe riuscita perché si sarebbero opposti lo stesso relatore Giuseppe Tesauro, il vicepresidente Sergio Mattarella, i giudici Paolo Maria Napolitano, Giuseppe Frigo e altri scelti da Cassazione e Consiglio di Stato. La sentenza è una batosta pesante che colpisce il parlamento inefficiente, i partiti divisi e la Casta dei politici che non hanno finora trovato un accordo sulla riforma. La Consulta dà, in sostanza, tre settimane alle Camere per correre ai ripari: il tempo necessario di solito per il deposito delle motivazioni della sentenza, perché solo da quel momento ne decorreranno «gli effetti giuridici». E agli occhi di tutti apparirebbe l’illegittimità dei mille eletti con un sistema incostituzionale. Una lunga discussione in camera di consiglio, iniziata in mattinata e proseguita, dopo una breve pausa, nel pomeriggio fino a poco prima delle 18, porta la Consulta a una decisione dai pesanti effetti politici sulla composizione delle Camere, sull’entità della maggioranza e sullo stesso governo.

Un verdetto che per alcuni accorcia le prospettive di questa legislatura e avvicina un voto anticipato, per altri potrebbe congelare il quadro in attesa della riforma. Crea comunque instabilità e incertezza. La Consulta dichiara l’illegittimità costituzionale delle norme sul premio di maggioranza, per Camera e Senato, attribuito alla lista o alla coalizione che abbiano ottenuto il maggior numero di voti e non abbiano avuto almeno 340 seggi a Montecitorio e il 55 per cento dei seggi assegnati a ogni regione, a Palazzo Madama. Contrarie alla Carta anche le norme sulle liste «bloccate», perché non consentono all’elettore di dare una preferenza. Nel comunicato stampa la Corte precisa che «nelle prossime settimane» si conosceranno le motivazioni del verdetto, che avrà solo allora i suoi effetti. E sottolinea, per non dare l’impressione di un’usurpazione di poteri, un’ovvietà: «Resta fermo che il parlamento può sempre approvare nuove leggi elettorali, secondo le proprie scelte politiche, nel rispetto dei principi costituzionali». Scelte che, in teoria, potranno essere diverse dall’orientamento della Corte. Sarà la politica a dettarle. Esulta l’avvocato Aldo Bozzi, legale dei cittadini che hanno promosso il ricorso trasmesso dalla Cassazione: «Quattro anni di battaglie andate a buon fine - dice -. Siamo tornati a essere cittadini e non dei sudditi. E adesso non si crea nessun vuoto giuridico». Per Bozzi, si potrebbe tornare al Mattarellum e andare a votare «in estate». Ma non è d’accordo l’altro avvocato dei ricorrenti, Felice Carlo Besostri: «Se la politica non interverrà con una nuova legge elettorale -­ spiega -, farà sì che alle prossime elezioni si andrà a votare con una legge proporzionale con soglie di accesso e la possibilità di dare una preferenza». Ma decadranno i 148 deputati Pd «abusivi», come li definisce Forza Italia, che non hanno avuto ancora la convalida? Per Besostri, questa prospettiva è «puro terrorismo». Quanto alla cancellazione delle liste bloccate, sulla scheda ora «sarà possibile scrivere i nomi dei candidati».

martedì 3 dicembre 2013

Ovviamente, colpa nostra...


"La comunità cinese ha le sue colpe, noi abbiamo le nostre". Il ministro per l’Integrazione, Cecile Kyenge, in un’intervista al Messaggero, parla del rogo avvenuto nella fabbrica di Prato e spiega: "I cinesi hanno bisogno di uscire dalle loro comunità chiuse, ma per farlo devono potersi fidare di noi. Il ministro dell'Integrazione Cecile KyengeE noi forse non abbiamo dato loro tutta la protezione necessaria". Il ministro poi articola meglio il suo pensiero: "I bambini cinesi di Prato sono ormai italiani di terza generazione. Parlano i dialetti locali. Vanno a scuola e si direbbe che siano perfettamente integrati. Ma quando crescono ed entrano nell’età lavorativa si trovano praticamente tutti rinchiusi all’interno delle varie imprese a carattere familiare». E se sono sfruttati, non denunciano. Noi dovremmo dare loro la sicurezza della protezione, se denunciano lo sfruttamento. La loro difesa passa per un percorso di immigrazione regolare". Il problema però non riguarda solo Prato e nemmeno soltanto i cinesi. In Italia "tra ministero, Inps e Inail, ogni anno ispezioniamo 243mila aziende, circa il 16% delle aziende con dipendenti, di queste nel 2012 circa 155mila erano a vario titolo irregolari", ha affermato il ministro del Lavoro Enrico Giovannini. Che ha sottolineato come in Italia ci siano "molte" Chinatown, ma il "problema non sono solo i cinesi, è responsabilità di chi organizza la produzione. Serve una cultura della legalità generalizzata, c’è la necessità di un cambiamento dell’impostazione culturale". Per quanto riguarda Prato, gli ultimi dati dicono che ci sono 35.000 stranieri (14.000 i cinesi "ufficiali"). Di questi 8.000 risiedono altrove. I clandestini sono circa 25.000.

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Sempre costantemente colpa degli italiani e degli occidentali incivili e corrotti. Poi, però, le verità sono altre. Ma non sempre vengono dette.

domenica 1 dicembre 2013

Giocare a nascondino...

La demokrazia della troika

"Indignarsi" in Spagna costerà caro. Multe salatissime a chi manifesterà senza autorizzazione, traviserà il volto o brucerà bandiere di Giuliana De Vivo

In Spagna l'hanno ribattezzata «legge anti-indignados». A oltre una settimana dalla sua prima versione, la nuova ley de seguridad, che rivede in modo incisivo le norme in materia di sicurezza pubblica, continua a scatenare polemiche. L'opposizione, la magistratura e parte dell'opinione pubblica la ritengono decisamente troppo dura, mentre alcune associazioni di commercianti e cittadini ne auspicano l'entrata in vigore in breve tempo, invocando esigenze superiori di protezione e tranquillità. Quello che è certo è che il progetto di legge del ministro dell'Interno Jorge Fernández prevede regole più restrittive di quelle, ad esempio, in vigore qui da noi, persino ora che molte misure sono state riscritte e addolcite nel passaggio di mercoledì scorso in commissione del Segretario di Stato. La norma su cui molti hanno puntato il dito sanziona fino a 30mila euro (nella prima stesura fino a 600mila) chi partecipa a manifestazioni o riunioni non autorizzate: il movimento degli indignados, in ipotesi, non sarebbe stato possibile, se non a caro prezzo a carico dei partecipanti. Se la manifestazione avviene nei pressi di luoghi istituzionali - Congresso, Senato, sedi parlamentari delle comunità autonome - dev'essere comunicata in anticipo, mentre se nelle vicinanze ci sono infrastrutture critiche quali aeroporti o centrali nucleari (che in Spagna esistono, eccome) la sanzione sale fino a 600mila euro. Stessa, salatissima pena pecuniaria è applicata a chi viene beccato mentre punta laser o luci fastidiose contro piloti o conducenti di autobus e treni. Anche i simboli sono tutelati: vietato quindi bruciare la bandiera del Paese, delle comunità o dei municipi. Altissima l'attenzione verso i comportamenti durante le manifestazioni: chi, nascosto dietro maschere o passamontagna che coprono il volto, disturba l'ordine pubblico, pagherà fino a 30mila euro. Idem per chi danneggia l'arredo urbano - cassonetti incendiati, segnali stradali divelti, vetrine di negozi e banche spaccate - o per chi minaccia o insulta i poliziotti.

Norme che, se fossero in vigore in Italia, alleggerirebbero di molto il conto in banca di alcuni partecipanti a certe manifestazioni: ricordate il provocatorio «bacio» di una dimostrante No Tav, che, come ha dichiarato la protagonista, «non era un messaggio di pace, al contrario volevo ridicolizzare i poliziotti»? Pagherà fino a 30mila euro chi si oppone all'esecuzione degli sfratti, anche se non è il diretto interessato e anche se lo fa in modo non-violento: episodi che in Spagna, con la crisi, sono divenuti molto frequenti, ma che si verificano anche in alcune città italiane. A Milano, ad esempio, alcuni centri sociali sono molto attivi nella difesa degli inquilini, pure quelli abusivi. Cancellata, invece, la norma che proibiva di fare video e scattare fotografie agli agenti di polizia nell'esercizio delle loro funzioni. Restano «infrazioni gravi» (e scattano in automatico, senza che si vada davanti a un giudice, ma a questi il multato potrà fare ricorso) il rifiuto di identificarsi, la mancata collaborazione nell'accertamento di un delitto. Fa molto discutere anche la previsione di un «registro delle infrazioni», uno schedario di chi commette azioni contro la sicurezza dei cittadini, con nomi e cognomi degli autori e data e luogo del fatto. Non è ancora chiaro chi controllerebbe il registro e chi vi avrebbe accesso. Pugno duro anche contro prostituzione e droghe. Le lucciole - assieme ai clienti - saranno punite quando l'adescamento avviene in parchi, nei pressi di scuole o agli angoli delle strade. E siccome le case chiuse in Spagna non sono ammesse, c'è da chiedersi come farà chi esercita il mestiere più antico del mondo, se i controlli davvero ci saranno. Sanzione da 30mila euro anche per chi coltiva o consuma in pubblico sostanze stupefacenti, per chi giustifica il terrorismo, la xenofobia e la violenza sulle donne. E persino per chi disturba la quiete pubblica mentre fa il botellòn: ma a credere che per sradicare la tradizione di riunirsi per la strada con bottiglie di vino da bere in compagnia basti una legge, sono davvero in pochi.

sabato 30 novembre 2013

Cose buffe...

... pelosetti di casa okkupano il divano. Meowwww....

L'occidente lo distrugge...

Legnano. «Sono Dio!». Poi picchia la compagna e la figlia di lei e aggredisce i carabinieri. Il 27enne senegalese, regolare in Italia, si è svegliato in preda a un raptus di follia: bloccato a stento da cinque pattuglie

«Sono Dio. L’Occidente mi distrugge».
Parole farneticanti. Poi, al culmine della follia, ha cominciato a picchiare la convivente e la figlia usando quello che gli capitava per le mani. Quando si è trovato davanti i carabinieri ha reagito anche contro di loro, prendendoli a pugni. Un’aggressione in famiglia che poteva avere conseguenze molto più gravi quella avvenuta venerdì mattina a Legnano, in un appartamento all’angolo tra le vie Firenze e Sabotino, alla periferia della città.

TELEFONATA - L’uomo, un gigante senegalese alto circa 2 metri di 27 anni, regolare in Italia, al termine di una lite con la convivente 48enne non ha trovato di meglio da fare che colpirla, usando anche una sedia poi ha picchiato anche la figlia 17enne di lei, che in un momento di distrazione del ragazzo è riuscita a chiamare i Carabinieri della compagnia di Legnano, due dei quali sono giunti sul posto con un’ambulanza del 118. Alla vista dei militari il senegalese ha però diretto la sua furia rabbiosa verso di loro, colpendoli con calci e pugni e facendoli cadere dalle scale. Ha poi aggredito il personale medico e con un morso è riuscito a perforare il giubbotto dell’infermiere, affondando i denti fino alla carne. A questo punto i carabinieri hanno chiamato i rinforzi e solo l’arrivo di altre tre pattuglie, più due della polizia, ha consentito di fermare l’uomo.

CONTUSIONI - Convivente e figlia sono state trasportate all’ospedale di Legnano, dove sono state medicate: la donna, che ha riportato una forte contusione allo sterno, guarirà in due settimane mentre la figlia, che ha riportato la frattura del mignolo della mano destra, guarirà in un mese. In osservazione all’ospedale i due carabinieri caduti dalle scale, per trauma cranico. Non sono gravi.

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Poi, magari vogliamo anche parlare della "storia" d'amore di una 48enne con un immigrato di 27 anni?

giovedì 28 novembre 2013

Monti e lo stato di diritto


La decadenza di Berlusconi dal Senato ha "resuscitato" Mario Monti, che da tempo aveva fatto perdere le proprie tracce. In un'intervista a "Radio anch'io" il senatore a vita manifesta una malcelata soddisfazione per la cacciata del Cavaliere da Palazzo Madama. "L’Italia può avere adesso più fiducia in se stessa - dice - non perché Silvio Berlusconi ha dovuto lasciare il Senato ma perché lo ha dovuto lasciare a seguito di una serie di misure che hanno reso l’Italia oggi, più che ieri o l’altro ieri, uno Stato di diritto e che hanno dimostrato che in Italia, se si vuole, si può governare, si posso fare leggi rigorose, serie, severe, applicabili a tutti". Non è proprio un'esultanza ma ci manca poco.

Poi Monti spiazza tutti e ricorda che se la decadenza è avvenuta il merito è suo. "Vorrei dire che non è stata la sinistra, non è stato il Movimento 5 Stelle a portare a questo fatto riguardante il senatore Berlusconi: è stato un governo di grande coalizione, che io presiedevo, che, sul finire del 2011, corrispondendo alla richiesta che veniva da tutti i partiti, che non volevano presentarsi alle elezioni di quest’anno con tutti gli scandali che i cittadini vedevano, di realizzare un pacchetto anticorruzione e di un provvedimento che mettesse fuori i condannati dal Parlamento". E continua: "Quando all’estero mi si chiedeva, per tanti anni, ma come mai avete Berlusconi per la terza volta, io non esprimevo giudizi ma dicevo guardate che Berlusconi gli italiani l’hanno eletto tre volte perché diventasse presidente del Consiglio. Lui, nel bene e nel male, rappresenta molte caratteristiche degli italiani".

Poi insiste: "Anche se l’Italia rimane largamente berlusconiana, e Berlusconi non scompare dalla scena politica, la cosa acquisita ora è che evasione fiscale, abusi della politica, corruzione sono cose per le quali il sistema italiano si è attrezzato con leggi e, cosa importantissima da spiegare anche all’estero, questa legge è stata fatta applicare non solo nei confronti di una trentina di consiglieri comunali ma anche nei confronti della personalità più potente, più popolare e che aveva dato un contributo di portata storica alla vita italiana. E qui, con buona pace dei sostenitori di Berlusconi, la legge - conclude Monti - è stata uguale per tutti".