mercoledì 15 gennaio 2014

Ma vah?

Financial Times contro la Troika: “Trio di burocrati non eletti amministra zona euro”. Il quotidiano economico certifica l'insuccesso dell'organismo internazionale e scrive che con le sue scelte ha contribuito "al crescente populismo e soprattutto al sentimento di xenofobia" di Francesco De Palo

Dal fallimento delle élite industriali e politiche a quello del memorandum per Grecia e Paesi Piigs. Il Financial Times, in un fondo che ripercorre la storia del Vecchio Continente a un secolo esatto dalla prima guerra mondiale, certifica l’insuccesso della troika. Definita “un trio di burocrati non eletti che amministra la zona euro portando ad un aumento dell’estrema destra”. E sottolinea i tre “buchi neri” del mondo moderno. In primis la mancata comprensione delle conseguenze della liberalizzazione finanziaria. Rassicurati da fantasie fasulle, i mercati finanziari non solo hanno autorizzato ma anche incoraggiato la grande scommessa sul prolungamento del debito. Le élite che guida la politica non è riuscita ad apprezzare i rischi di un fallimento sistemico, osserva il quotidiano economico. Per cui le economie sono crollate, la disoccupazione è aumentata, il debito è esploso. In secondo luogo l’ineguale distribuzione dei guadagni derivanti dalla crescita economica che favorisce la plutocrazia: ovvero l’emersione di un’economia globalizzata e di una nuova élite economica i cui membri sono diventati sempre più distanti dai Paesi che li hanno prodotti. Durante questo processo, il collante che lega ogni democrazia, cioè la nozione di cittadinanza, scrive il Ft, si è indebolito. Con la conseguenza che l’ineguale distribuzione dei guadagni derivanti dalla crescita economica ha migliorato solo le tasche dei più ricchi, con ormai prossimo l’inizio di un deterioramento a lungo termine. Infine il terzo neo delle élite: il funzionamento dell’euro e i problemi connessi creati.

Le difficoltà delle economie colpite dalla crisi è evidente: grande recessione, disoccupazione altissima, migrazioni di massa e accumulo di debito pesante. Tuttavia è il disordine costituzionale della zona euro a essere poco conosciuto. Ed ecco l’attacco alla troika: all’interno della zona euro, scrive il quotidiano finanziario, la potenza è concentrata nelle mani dei governi dei Paesi creditori, in particolare la Germania, con un trio di burocrati non eletti, la Commissione europea, la Banca centrale europea e il Fondo monetario internazionale. I popoli dei Paesi colpiti non hanno alcuna influenza su di loro. I politici che sono responsabili non sono perseguibili e “questo divorzio tra responsabilità di qualsiasi nozione e governance democratica” produce una crisi non solo economica ma “costituzionale”.

E conclude che questi tre fallimenti sono sufficienti a sollevare dubbi circa le élite, che portano con queste scelte al crescente populismo e soprattutto al sentimento di xenofobia. Intanto in Grecia sulla lista Lagarde, l’elenco degli illustri evasori ellenici che hanno portato in Svizzera circa 50 miliardi di euro, si registra una seduta del capo della criminalità finanziaria, Stelios Stassinopoulos, dinanzi alla commissione Istituzioni e trasparenza della Camera. In cui ha riferito che su 1700 file ne sono stati analizzati solo 266. L’ammontare totale di evasione è di 54 miliardi di euro, c’è perfino un cieco totale che ha portato via 10 milioni di euro. Quattro sono parenti dell’ex ministro delle finanze Georgios Papaconstantinou (che nei giorni scorsi ha detto “non sarò il solo a pagare”) con transazioni per totali sei milioni e trecento milioni.), oltre ad altri 3,7 milioni relativi a due nuovi volti. Ma Stassinopoulos, citando il segreto bancario, non ha dato prova di questi nuovi nomi. In attesa di giudizio anche Kostas Vaxevanis, il giornalista che per primo pubblicò la lista in Grecia nell’ottobre del 2012 e che per questo fu arrestato e processato per direttissima.

martedì 14 gennaio 2014

Musetti furbi...

Debito pubblico italiano e salvastati ue

Nuovo record del debito pubblico: pesa il sostegno ai fondi Ue "salva Stati". Sull'ennesimo incremento pesa il sostegno finanziario ai paesi dell’area dell’euro. Dal 2010 il contributo italiano è stato oltre i 55 miliardi di Sergio Rame

Il governo dei record. Negativi, ovviamente. Mentre il premier Enrico Letta si trova in Messico per siglare importanti accordi, la Banca d'Italia certifica un nuovo fallimento dell'esecutivo in carica. Lo scorso novembre il debito della macchina statale è, infatti, aumentato di 18,7 miliardi: raggiunge così un nuovo massimo storico superando i 2.104 miliardi di euro. A questo si aggiunge il dato negativo delle entrate tributarie che, nei primi undici mesi del 2013, sono in marginale calo. Nonostante il governo Letta abbia inasprito la pressione fiscale, le entrate si sono attestato sopra i 339 miliardi di euro, contro i 340,7 miliardi registrati nello stesso periodo del 2012. Secondo gli analisti di via Nazionale l’aumento del debito pubblico è riconducibile principalmente al fabbisogno del mese (6,9 miliardi) e all’aumento a 11,5 miliardi delle disponibilità liquide del Tesoro che hanno raggiunto 59 miliardi. "Come negli anni passati - fanno notare dalla Banca d'Italia - nel mese di dicembre è molto probabile che il debito si sia fortemente ridotto, riflettendo un consistente avanzo e il netto calo delle disponibilità liquide del Tesoro, tornate a fine anno poco al di sopra del livello di fine 2012". Nei primi undici mesi del l’incremento del debito a 114,6 miliardi di euro ha riflesso principalmente il fabbisogno delle amministrazioni pubbliche, che si aggira intorno ai 90,2 miliardi, e l’aumento delle disponibilità liquide del Tesoro che, invece, si attesta sui 24,6 miliardi. Per quanto riguarda il fabbisogno, gli analisti di via Nazionale hanno fatto presente che ha inciso per 12,8 miliardi il sostegno finanziario ai Paesi dell'Eurozona. "In particolare - si legge nel report - la quota di competenza dell’Italia dei prestiti erogati dall’European Financial Stability Facility è stata pari a 6,7 miliardi". I versamenti della terza e quarta tranche della sottoscrizione del capitale dell'European Stability Mechanism (Esm), effettuati nei mesi di aprile e ottobre, sono stati complessivamente pari a 5,7 miliardi. Dal 2010 il contributo italiano al sostegno finanziario ai Paesi dell’Eurotower è stato pari a 55,1 miliardi, di cui 33,6 miliardi riguardanti la quota dell’Italia dei prestiti dell’European Financial Stability Facility (Efsf), 11,5 riguardanti la sottoscrizione del capitale dell’Esm e 10 miliardi relativi ai prestiti bilaterali in favore della Grecia (la cui erogazione è terminata alla fine del 2011).

E buonanotte

Marò, l’Italia presenta ricorso alla Corte suprema dell’India. Si punta a scongiurare l’uso di una legge antiterrorismo

Di fronte al rinvio del governo indiano della presentazione dei capi di accusa per i due marò, l’Italia ha deciso di presentare un ricorso alla Corte Suprema indiana. Lo scrive l’Ansa. La «petition» - si è appreso - punta a «scongiurare l’uso di una legge antiterrorismo». Il ricorso si propone di sollecitare una presa di posizione della massima corte per ricordare agli investigatori ed al governo indiani che la legge che New Delhi utilizza per reprimere la pirateria marittima (SUA Act) non è fra gli strumenti (codici, leggi e convenzioni) specificate dallo stesso massimo tribunale nelle sue sentenze del 18 giugno e 26 aprile 2013 per condurre l’inchiesta e processare i due Fucilieri di Marina italiani. Una eventuale introduzione di questa legge, ha sostenuto la fonte, «cambierebbe radicalmente lo scenario del processo, perché si tratta di uno strumento antiterrorismo», inapplicabile a personale militare italiano imbarcato in funzioni di lotta alla pirateria. Il SUA Act, approvata nel 2002, capovolge l’onere della prova sull’imputato, si estende in acque internazionali e, soprattutto, prevede una richiesta automatica di pena capitale.

LA MISSIONE - I due marò italiani sono stati arrestati ventuno mesi fa, con l’accusa di aver sparato a due pescatori indiani al largo del Kerala, uccidendoli. L’accelerazione disposta da Roma è stata decisa per mettere fine all’impasse che allunga a dismisura la prospettiva di rientro in Italia dei due marò e scongiurare qualsiasi tentativo di introdurre lo spettro della pena di morte. Dopo le pressioni esercitate sui vertici dell’Unione europea, il Parlamento potrebbe inviare una missione in India: al Senato è in corso una riunione dei presidenti delle Commissioni esteri e Difesa di Senato e Camera, Pier Ferdinando Casini e Fabrizio Cicchitto, Nicola Latorre ed Elio Vito, per valutare l’invio di una delegazione parlamentare in India per verificare la situazione di Salvatore Girone e Massimiliano Latorre.

venerdì 10 gennaio 2014

L'incapacità italiana

 E già che ci siamo, parliamo anche delle forze armate italiane... letteralmente smantellate e relegate ad essere "forze militari umanitarie". Qui.

I fucilieri detenuti. Marò, torna il rischio della pena di morte. L’India: la decisione entro 2-3 giorni. Riunione a Palazzo Chigi. De Mistura: «Inaccettabile se New Delhi applicasse la legge antipirateria»

Il governo indiano non ha ancora deciso se consentire alla Nia di procedere contro i due maro’ in base al «Sua Act», la speciale legge marittima che prevede la pena di morte in caso di omicidio, ma lo farà «in due o tre giorni». Lo ha reso noto il ministro dell’Interno indiano, Sushil Kumar Shinde, all’indomani del vertice di governo a tre (insieme ai colleghi titolari di Esteri, Salman Khurshid e Giustizia, Kapil Sibal) proprio sulla delicata questione.

L’IPOTESI CONDANNA - «C’erano molti problemi da discutere», ha detto il ministro nel corso del suo incontro mensile con la stampa, rispondendo a una precisa domanda sul tema, «e per quanto riguarda la questione dei due militari italiani, una decisione sarà presa in due o tre giorni». Secondo le indiscrezioni che circolano sulla stampa indiana, la Nia potrebbe chiedere la pena di morte ma poi potrebbe rinunciarci, chiamando in causa l’impegno del governo indiano con l’Italia a non applicarla.

DE MISTURA: «PENA DI MORTE INACCETTABILE» - Se l’India decidesse di ricorrere al `Sua Act´, la legge antipirateria che prevede anche la pena di morte, sarebbe «inaccettabile» e «noi nel caso prenderemmo le nostre contromisure». Lo ha detto ai microfoni di Rainews l’inviato del governo per il caso dei maro’, Staffan De Mistura.

RIUNIONE GOVERNO - Il ministro degli Esteri, Emma Bonino, si riunirà alle 16,30 a Palazzo Chigi con il presidente del Consiglio, Enrico Letta, per esaminare gli ultimi sviluppi in India sul caso dei due maro’. Lo ha annunciato lei stessa ai giornalisti a margine della conferenza stampa sull’Ibac alla Farnesina, spiegando che «al termine dell’incontro verrà diffuso un comunicato stampa».

giovedì 9 gennaio 2014

Il jobs act che piace alla ue...

Lavoro, il Jobs Act di Renzi stoppato da Giovannini. Ma Bruxelles lo promuove. Il ministro del Lavoro parla di una proposta "non nuova" e che "va dettagliata meglio". Sulla stessa linea Zanonato, che pone "il problema delle coperture". Al contrario, il commissario Ue per il Lavoro, Laszlo Andor, parla di idee che rappresentano "un nuovo programma" e sembrano "andare nella direzione auspicata dall’Unione in questi anni". La Cisl si dice convinta del piano, più cauta la Cgil

Bocciato da Roma, promosso da Bruxelles. Il Jobs Act di Renzi, a poche ore dalla sua pubblicazione, incassa la diffidenza del governo Letta. “La proposta di Renzi sulla natura dei contratti e le tutele ad essi collegati non è nuova, ma va dettagliata meglio“, è il commento del ministro del Lavoro Enrico Giovannini. A preoccupare l’esecutivo, in particolare, è la mancanza di risorse: se Giovannini parla di “investimenti consistenti”, il titolare dello Sviluppo Economico Flavio Zanonato spiega che “c’è il problema della copertura“. Al contrario, il commissario Ue per il Lavoro, Laszlo Andor, parla di idee che rappresentano “un nuovo programma” e sembrano “andare nella direzione auspicata dall’Ue in questi anni”. E anche i sindacati sembrano aprire al progetto del segretario Pd. La Cisl si dice convinta dalla proposta del sindaco di Firenze, mentre la Cgil ci va più cauta: “Ci saremmo aspettati una maggiore ambizione, ma è già importante che il tema del lavoro sia tornato al centro del dibattito politico”. Un dibattito che i Cinque Stelle vogliano si sposti in Parlamento. “Renzi e Letta giocano d’azzardo sulla pelle degli italiani”, ha attaccato il capogruppo M5S alla Camera Federico D’Incà. “Basta con gli annunci televisivi e le bufale, vengano a discutere le proposte in Aula“. Ma al di là del luogo della discussione, rimane il problema più urgente: dove trovare la copertura finanziaria. “Molte delle proposte presentate dal segretario Pd in questa lista prevedono investimenti consistenti“, ha spiegato il ministro Giovannini. Che ha proseguito spiegando come “noi adesso abbiamo ogni trimestre circa 400mila assunzioni a tempo indeterminato e circa 1 milione e 600mila a tempo determinato. Allora riuscire a trasformare contratti precari in contratti di più lunga durata è un obiettivo assolutamente condivisibile, che però in un momento di grande incertezza come questo molte imprese siano disponibili ad andare in questa direzione è un fatto fa verificare“.

“Nel passato – ha concluso il ministro in un intervento a Radio 1 – vi sono state due proposte contrapposte: una dei professori Boeri e Garibaldi nella quale l’azienda può più facilmente interrompere un rapporto di lavoro all’inizio attraverso un indennizzo monetario, per poi invece con il passare degli anni lavorati tornare per il lavoratore a una situazione standard, quella protetta dall’articolo 18; una proposta invece del professore Ichino in cui l’articolo 18 entra in campo solo dopo molti anni. Quindi bisogna capire di cosa si sta parlando“. Sulla stessa linea il collega titolare dello Sviluppo economico, Flavio Zanonato. “I punti che il segretario del Pd Matteo Renzi ha presentato nel Jobs Act sono condivisibili, ma c’è il problema delle coperture“, ha commentato il ministro.”I punti sono tutti sollevati in modo corretto, ma bisogna risolvere un problema non banale che è quello delle coperture. Sulle idee del da farsi c’è sintonia, ma, ad esempio, per ridurre del 10% il costo dell’energia bisogna trovare 4,2 miliardi“, ha spiegato. E se i ministri ci vanno con i piedi di piombo, Laszlo Andor non nasconde la sua soddisfazione. Secondo il commissario, in Italia bisogna ”rendere il mercato del lavoro più dinamico ed inclusivo, affrontando i temi delicati della disoccupazione giovanile e dell’occupazione delle donne”. Tra le questioni che incidono di più sulla situazione italiana il commissario Ue sottolinea: “L’eccessiva segmentazione del mercato del lavoro”, “il gap generazionale tra le persone colpite dalla disoccupazione”. Quindi Andor ribadisce come il Job Act “stia andando nella direzione sostenuta dall’Ue nell’ultimo periodo” anche se “aspettiamo i dettagli”.

Nel dibattito si inseriscono anche i sindacati. Una prima apertura arriva da Raffaele Bonanni, segretario della Cisl. “Siamo tendenzialmente favorevoli perché l’idea di dare forza ad un solo contratto eliminando tutti i contratti civetta, tipo le false partite Iva che servono solo a pagare meno i giovani, ci convince“, dice. “Certo dobbiamo parlarne ancora molto tra di noi ma tendenzialmente lo vediamo con molto favore”, ribadisce avvertendo però che non bastano le sole regole a sbloccare il mercato del lavoro, serve invece “una buona economia”. “La classe dirigente parla di occupazione ma l’unico sforzo che ha fatto è regolare solo le norme senza preoccuparsi di favorire gli investimenti. E questo produce un corto circuito pericoloso. Senza rimuovere gli ostacoli per attrarrre investimenti non avremo nessun lavoro”, ha spiegato ancora. Nel dibattito si inserisce anche il segretario della Cgil Susanna Camusso, che ha iniziato a vedere le proposte “del cosiddetto job act: avremmo sperato in una maggior ambizione, a partire ad esempio dalla creazione del lavoro o dalle risorse, penso alla patrimoniale, ma è già importante che il tema del lavoro sia tornato al centro”. In particolare, la leader sindacale considera una novità importante “che si dica esplicitamente che bisogna ridurre le forme del lavoro“. E ha sottolineato: “Finora lo dicevamo solamente noi. Credo che questa sia materia sulla quale si potrà sicuramente discutere”.

Così l'italia riparte, parola di fonzie renzi


Dalla semplificazione delle norme sul lavoro alla riduzione delle varie forme contrattuali «che ora sono oltre 40». E poi: un’«Agenzia unica federale» che coordini e indirizzi i centri per l’impiego, la formazione e l’erogazione degli ammortizzatori sociali e una legge sulla rappresentatività sindacale che disciplini la presenza dei lavoratori nei Cda delle grandi aziende. Sono alcune delle proposte contenute nella eNews di Matteo Renzi a proposito del «Jobs Act» che verrà illustrato nella direzione del Partito Democratico del 16 gennaio (LEGGI IL TESTO INTEGRALE). Un pacchetto di proposte che possono dare «una spinta agli investitori stranieri. E anche agli italiani». Tutto da realizzare in 8 mesi, con la presentazione «di un codice del lavoro che racchiuda e semplifichi tutte le regole attualmente esistenti e sia ben comprensibile anche all’estero».

IL PIANO PER IL LAVORO - «Il Pd crede possibile che il Jobs Act sia uno strumento per aiutare il Paese a ripartire» scrive il leader dem in una prima bozza del suo piano per il lavoro. Tra le idee, quella dell’assegno universale per chi perde il posto di lavoro, anche per chi oggi non ne avrebbe diritto, con l’obbligo di seguire un corso di formazione professionale e di non rifiutare più di una nuova proposta di lavoro.

DIBATTITO APERTO - E ancora, il dibattito è aperto: «Qui c’è un sommario, con le prime azioni concrete, formulato insieme ai ragazzi della segreteria a partire da Marianna, che si occupa di lavoro, e di Filippo, che è responsabile economia. Nella prossima settimana lo arricchiremo con le osservazioni ricevute e lo discuteremo nella direzione del Pd del 16 gennaio. Nessuno si senta escluso - è l’invito di Renzi -, è un documento aperto, politico, che diventerà entro un mese un vero e proprio documento tecnico».

ASSEGNO UNIVERSALE - Il segretario Pd parla di «processo verso un contratto di inserimento a tempo indeterminato a tutele crescenti» e propone un «assegno universale per chi perde il posto di lavoro, anche per chi oggi non ne avrebbe diritto, con l’obbligo di seguire un corso di formazione professionale e di non rifiutare più di una nuova proposta di lavoro».

STOP A STRAPOTERE BUROCRAZIA - «Un dipendente pubblico è a tempo indeterminato se vince concorso. Un dirigente no. Stop allo strapotere delle burocrazie ministeriali»
scrive Renzi.

IRAP GIU’ DEL 10 PER CENTO - «Chi produce lavoro paga di meno, chi si muove in ambito finanziario paga di più - è la proposta illustrata nella enews - consentendo una riduzione del 10% dell’Irap per le aziende. Segnale di equità oltre che concreto aiuto a chi investe».

«CREARE POSTI DI LAVORO» - L’obiettivo, spiega Renzi, «è creare posti di lavoro, rendendo semplice il sistema, incentivando voglia di investire dei nostri imprenditori, attraendo capitali stranieri», «basta ideologie e mettiamoci sotto». «Il dislivello tra aziende italiane e europee è insostenibile e pesa sulla produttività - continua il leader del Pd -. Il primo segnale è ridurre del 10% il costo per le aziende, soprattutto per le piccole imprese che sono quelle che soffrono di più». Per quanto riguarda la tassazione «chi produce lavoro paga di meno, chi si muove in ambito finanziario paga di più, consentendo una riduzione del 10% dell’IRAP per le aziende. Segnale di equità oltre che concreto aiuto a chi investe».

«FATTURAZIONE ELETTRONICA» - Renzi ha parlato anche «fatturazione elettronica, pagamenti elettronici, investimenti sulla rete», «eliminazione dell’obbligo di iscrizione alle Camere di Commercio. Piccolo risparmio per le aziende, ma segnale contro ogni corporazioni», e «funzioni delle Camere assegnate a Enti territoriali pubblici». Inoltre «eliminazione della figura del dirigente a tempo indeterminato nel settore pubblico. Un dipendente pubblico è a tempo indeterminato se vince concorso. Un dirigente no. Stop allo strapotere delle burocrazie ministeriali».

«SEMPLIFICAZIONE AMMINISTRATIVA» - A questo si collega «la semplificazione amministrativa sulla procedura di spesa pubblica sia per i residui ancora aperti (al Ministero dell’Ambiente circa 1 miliardo di euro sarebbe a disposizione immediatamente) sia per le strutture demaniali sul modello che vale oggi per gli interventi militari. I Sindaci decidono destinazioni, parere in 60 giorni di tutti i soggetti interessati, e poi nessuno può interrompere il processo. Obbligo di certezza della tempistica nel procedimento amministrativo, sia in sede di Conferenza dei servizi che di valutazione di impatto ambientale. Eliminazione della sospensiva nel giudizio amministrativo».

PROPOSTE PER SETTE SETTORI - Il Jobs Act prevede un piano industriale specifico per sette diversi settori: cultura, turismo, agricoltura e cibo, made in Italy, Ict, green economy, nuovo welfare ed edilizia. Per ciascun ambito, spiega Renzi, saranno indicate delle singole azioni operative e concrete necessarie a creare posti di lavoro.

La ripresa di Saccomanni

Disoccupazione, due milioni di richieste. Record di giovani senza lavoro: 41,6%. In totale sono 659mila gli under 24 disoccupati. Considerando tutte le fasce d'età, la percentuale dei senza impiego si attesta al 12,7%. E le ore di cassa integrazione tornano a superare il miliardo

La disoccupazione continua a crescere, battendo un record dopo l’altro. La categoria più colpita resta quella dei giovani, dove la percentuale dei senza lavoro è al massimo dall’inizio delle serie storiche, ovvero dal 1977. Il tasso rilevato dai dati provvisori dell’Istat tra gli under 24 ha toccato il 41,6%, in aumento di 0,2 punti rispetto a ottobre e di quattro punti rispetto a novembre 2012. Ma non sono solo i più giovani a soffrire la mancanza di lavoro: i dati Inps parlano di una marcata crescita (+32,5%) delle domande di disoccupazione rispetto al 2012. Tra gennaio e novembre 2013, all’istituto di previdenza sono state presentate quasi due milioni di richieste (per la precisione 1.949.570). Ed è record anche per il tasso di disoccupazione generale, che a novembre si attesta al 12,7%: il dato è in crescita rispetto al 12,5% di ottobre, mentre si registra un aumento di 1,4 punti su base annua. Il quadro non è più rassicurante sul fronte della cassa integrazione. Nel 2013 le ore autorizzate hanno abbondantemente superato il miliardo (1.075 milioni), anche se hanno registrato un leggero calo dell’1,36% sul 2012. A dicembre, in particolare, le ore autorizzate sono state 85,9 milioni (-0,7% su dicembre 2012). Il lieve calo è totalmente imputabile agli interventi di cassa integrazione ordinaria e in deroga, calate rispettivamente del -9,4% (da 26,1 milioni a 23,6 milioni di ore autorizzate) e del -16,7% (a 22,4 milioni di ore). La cassa integrazione straordinaria, sottolinea l’Inps, fa invece segnare un aumento del +18,8% raggiungendo i 40 milioni di ore.

Tornando alla disoccupazione, i giovani alla ricerca di un posto sono 659mila, con un aumento di 23mila unità rispetto a novembre 2012: l’incidenza dei senza lavoro sull’intera popolazione in questa fascia di età è pari all’11 per cento. Il numero di inattivi, ovvero tutti coloro senza un impiego e quindi anche chi ha rinunciato a cercarlo, compresi tra i 15 e i 24 anni raggiunge i 4,4 milioni, in aumento dell’1,9% (+81 mila) rispetto a novembre 2012. Il tasso di inattività dei giovani è pari al 73,7%, in crescita di 0,2 punti percentuali rispetto a ottobre e di 1,7 punti nei 12 mesi. L’Istat precisa poi che a novembre 2013 erano occupati 924mila giovani tra i 15 e i 24 anni in calo dell’1,3% rispetto al mese precedente (-12 mila) e del 12,4% su base annua (-131 mila). Considerando invece tutte le fasce di età, i disoccupati a novembre erano 3 milioni 254 mila, in aumento di 57mila unità rispetto a ottobre (+1,8%) e di 351 mila unità rispetto a novembre 2012 (+12,1%). La crescita tendenziale della disoccupazione è molto più consistente per gli uomini (+17,2%) che per le donne (+6,1%). Il tasso di disoccupazione è pari al 12,7%, al top dal 1977, anno di inizio delle serie storiche trimestrali. A novembre gli occupati erano 22 milioni 292mila, in calo dello 0,2% rispetto a ottobre (-55mila) e del 2% su base annua (-448mila): il tasso di occupazione si attesta nel mese al 55,4%, diminuendo di 0,1 punti percentuali in termini congiunturali e di un punto rispetto a novembre 2012. Il dato tra gli uomini è diminuito più rapidamente di quello femminile (-0,3 punti su mese e meno 1,7 punti su novembre 2012).

Per quanto riguarda l’Eurozona, infine, il tasso di disoccupazione si è attestato al 12,1% nel mese di novembre. Lo rileva Eurostat, precisando che il tasso, corretto per gli effetti di stagione, è fermo dallo scorso aprile. Il dato è in linea con le attese. A novembre resta stabile anche la disoccupazione nell’Ue a 28 Paesi, che rimane al 10,9% da maggio. La disoccupazione, a novembre 2012, si era posizionata all’11,8% nell’Eurozona e al 10,8% nel complesso dell’Ue. Nello scorso novembre il tasso di disoccupazione giovanile era pari al 24,2% nell’area della moneta unica, in crescita dal 23,9% di un anno prima, mentre nell’Ue a 28 era al 23,6%, in aumento dal 23,4% di novembre 2012.

martedì 7 gennaio 2014

L'innovativo buffoncello Renzie...

Job Act: Renzi prepara l’attacco finale al lavoro di Eugenio Orso

I suoi padroni gongoleranno. I crucchi che contemplano esclusivamente il loro interesse – altro che Europa dei popoli! – gli diranno “Wunderbar, kleine italienische”, ossia meraviglioso, piccolo italiano! Sottinteso servo italiano. Insomma, le oligarchie tutte, del denaro, della finanza e dell’eurozona plaudiranno. Chi? Ma naturalmente lui, il pericoloso buffone emergente della sub-politica nazionale, all’anagrafe Matteo Renzi, esternante durante l’inaugurazione, nella “sua” Firenze, di Pitti immagine Uomo. Per ora c’è solo l’annuncio trionfale di Renzi, ma a giorni seguirà lo Job Act, chiamato così in (neo)lingua esotica, per sottolineare meglio la totale subalternità italiana all’occidente neocapitalistico e il liberal-liberismo che anima la marionetta Renzi. Sembra che questo obbrobrio, sicuramente pensato contro il lavoro stabile e ancora tutelato – con la scusa di creare occupazione per chi non l’ha e di estendere le garanzie ai precari – sarà articolato su tre semplici punti e non avrà come “cuore” la riforma dell’articolo 18 (dello statuto dei lavoratori del 1970). Ostacolo “ideologico” quest’ultimo, secondo Matteo, alle necessarie riforme del mercato del lavoro (e contro i lavoratori) che non si fermeranno nel dopo Monti e Fornero.

Come d’abitudine, esternando all’inaugurazione fiorentina di Pitti, il sindaco di Firenze/segretario del pd non ha detto nulla di veramente concreto, entrando a corpo morto nel dettaglio tecnico (forse per non sciupare la sorpresa?), ma si è riempito la bocca di slogan, banalità, di frasi fatte, di dichiarazioni generiche e inconsistenti sul piano pratico. Alcuni esempi? Contrastare il costo della burocrazia per evitare le delocalizzazioni industriali, in Austria e altrove (sopprimendo posti di lavoro nel pubblico e mantenendo alto il tasso di disoccupazione?). Cominciare dal Made in Italy che è una scontata parola d’ordine (ma esisterà ancora il Made in Italy nel futuro?). Avere attenzione per il tema dell’innovazione (Quale? Di prodotto o di processo?). Mettere chi fa impresa in condizioni di poterla fare (Renzi abbasserà veramente le imposte, le tasse e i contributi, i costi dell’energia?).

Quel che conta – e lo vedremo quando l’imbroglione-capo piddino presenterà i tre punti dello Job Act – è che dietro “il costo della burocrazia” vi sono centinaia di migliaia di posti nel settore pubblico a rischio, e non è per niente certo che una contrazione dell’impiego pubblico eviterà ulteriori delocalizzazioni industriali. Semplicemente contribuirà a mantenere alto il tasso di disoccupazione, da un lato, e dall’altro, risparmiando sulla “macchina dello stato”, libererà ancora risorse per il grande capitale finanziario. Del quale Renzi, con Letta, Napolitano e il resto del pd, è fedele servitore. L’esaltazione sloganistica del Made in Italy, da rilanciare, non tiene conto che un paio di finanzieri francesi (e non solo loro) sta facendo incetta di marchi italiani del lusso, della moda, del bello. La svendita continuerà, nonostante l’annuncio renziano, come tributo all’apertura definitiva al mercato. Per quanto riguarda la mitica “innovazione”, credo che si tratti di aria fritta. Anche nel caso di una diminuzione del costo della burocrazia, dei costi dell’energia, e persino delle tasse, le risorse in più a disposizione delle imprese nazionali superstiti non finanzieranno “innovazione”, ma semplicemente alimenteranno i profitti, le speculazioni finanziarie e i consumi “di prestigio” di pochi. Mettere chi fa impresa in condizioni di farla, poi, sembra una battuta, un vuoto slogan da campagna elettorale al quale gli italiani dovrebbero essere ormai abituati. E’ facile prevedere che pareggio di bilancio imposto e recepito in costituzione, la strenua “difesa dell’euro” e il rispetto del 3% massimo nel rapporto deficit/pil, non consentiranno abbattimenti di imposte e tasse e significativi sgravi in termini di contributi. Tagli alla spesa pubblica e aumenti fiscali – iva, irpef regionale e comunale, nuove e crescenti imposte locali, sulle immondizie e sulla casa – sono prevedibili anche nei prossimi anni. In queste condizioni, con queste politiche economiche imposte dalla bce, dai crucchi e dal fmi, si può mettere chi fa impresa in condizioni di farla – e di assumere qualcuno – solo precarizzando ulteriormente e sottopagando il lavoro.

Per Renzi, il mondo del lavoro è spaccato, diviso fra chi è garantito (e il neo capoccia piddino freme per colpire le garanzie) e chi le garanzie non le ha mai avute. Segnatamente i precari, buona parte dei contratti stipulati in questi ultimi anni. Ricordiamo che i precari sono stati generati proprio dalle normative del sistema che ha “prodotto” Renzi e che Matteo serve. Il disegno renziano è chiaro e non è nuovo. Mettere i precari contro gli stabilizzati, cioè i “vecchi” lavoratori a tempo indeterminato, illudendoli che saranno stabilizzati anche loro e che in futuro godranno di maggiori tutele. Vedremo se la proposta finale di Renzi – o di chi per lui – assomiglierà a uno spolvero del cosiddetto “contratto di lavoro leggero”, con minori tutele per tutti e con paghe d’ingresso ridotte all’osso. In pratica, l’idea potrebbe essere quella di “spalmare” le tutele su un numero più grande di lavoratori, riducendole drasticamente per tutti e mettendo fine a quello che è stato chiamato il doppio mercato del lavoro. Naturalmente andando a ribasso, in quanto a garanzie per il posto di lavoro e retribuzioni. Per ora basti questo. Quando uscirà il tanto atteso (e temuto) Job Act renziano potremmo essere più precisi … e ancor più ferocemente critici.

lunedì 6 gennaio 2014

Alba Dorata, Grecia e sovranità perduta

Grecia 2014, fine della sovranità. I consensi ai neonazisti di Alba Dorata sono la conseguenza di una politica che ha rovinato il Paese di Francesco De Palo

Come nasce e si sviluppa la fenomenologia di Alba Dorata in Grecia? Ogni crisi che si rispetti porta con sé riverberi e disordini sociali, come quelli che si sono sviluppati al centro dell'Egeo dal 2010 ad oggi. Lecito chiedersi: solo colpa di estremisti e anarchici, o dietro la nuova spirale di violenza si nasconde anche disinformazione o un preciso conflitto tra poteri ormai in decadenza? Prima dell'omicidio del rapper Pavlos Fyssas freddato lo scorso settembre da un militante di Alba dorata e della replica 50 giorni dopo con i due chrisìavghites uccisi dinanzi alla sede ateniese del partito da un sicario in moto, già nelle prime settimane del 2013 si erano verificati episodi preoccupanti. Ragionare analiticamente sul fenomeno Alba Dorata in Grecia, e farlo alla luce degli ultimi fatti di sangue, impone un quesito: tornano gli anni di piombo, una guerra di estremi o una strategia della tensione per celare i fallimenti della politica?

La storia greca insegna che nulla è come appare, e che quel Paese è stato in svariate occasioni crocevia di interessi e dinamiche legate alla geopolitica. Oggi si può unire il disagio sociale incarnato da violenti partiti anti sistema, come appunto Alba Dorata, all'incubo degli anni di piombo che è tornato a circolare nella capitale greca? Alcuni analisti si spingono a ragionare sul fatto che il cambiamento delle circostanze, ovvero l'eliminazione delle principali minacce alla moneta unica rappresentate dal rischio default greco e il salvataggio de facto da parte della troika, possa essere stato controbilanciato dalla Lista Lagarde, la lista degli illustri evasori ellenici (politici, imprenditori, giornalisti) deflagrata contro l'intera classe dirigente, vero elemento di disordine interno al pari della svendita totale di un Paese che ha nel proprio sottosuolo idrocarburi, miniere di oro e argento fino ad oggi mai sfruttati. Ma come si intersecano le vicende legate alla xenofobia, al razzismo e al populismo applicato alla politica da Alba Dorata con la contingenza di un Paese in fiamme, dove il ceto medio è scivolato verso la soglia di povertà, dove a pagare dazio sono solo i soliti noti? In quell'interstizio di ingiustizia si è annidata la proposta di Alba Dorata, il cui elettorato non è stato composto esclusivamente da pericolosi nazisti, perché molti voti sono giunti anche dal popolo degli astenuti, da cittadini di centro, di sinistra e di destra che semplicemente hanno scelto il voto di protesta perché delusi dalla politica che si dice democratica e che ha prodotto l'attuale voragine finanziaria greca. Scelta sbagliata?

Oggi la politica con la P maiuscola, quella che annuncia ai cittadini di perseguire il bene comune su «consiglio» della troika, quella che ad Atene esclude altri sacrifici ma nei fatti li ha già avallati un anno fa firmando il memorandum, è fra le concause di Alba Dorata. Perché ha amministrato male un Paese per trent'anni, perché ha permesso che le sperequazioni sociali fossero legge, perché ha immolato la libera iniziativa imprenditoriale sull'altare dei sussidi, perché ha preso finanziamenti europei senza i necessari controlli, perché non ha contrastato un sistema clientelare che oggi ha fatto crollare non solo la Grecia ma l'Europa stessa: certificando che la sovranità nazionale, dopo il caso greco e quello cipriota scomparso dai radar della comunicazione europea, non è più un elemento fondante degli Stati membri. Alba Dorata altro non è che la logica conseguenza di chi pensava di essere più furbo degli altri e che oggi si trova in casa la troika, ospitandola con tutti gli onori. Ma anziché essere chiamata sul banco degli imputati per decenni di bugie, malagestione, clientelismi, assenza di politica industriale che ha fatto importare alla Grecia di tutto, perfino olio e cotone, la politica greca - democratica e non violenta - oggi si erge a difensore del popolo e dei diritti, dei deboli e degli affranti. Quando invece è l'imputato numero uno. Che però alla sbarra non andrà mai.

Punti di vista

Not politically correct? di Stefano Davidson

Credo che quello che pubblicherò qui di seguito potrebbe essere frainteso, quindi ci tengo a sottolineare che come essere umano sono molto dispiaciuto per quello che sta passando la famiglia di Pierluigi Bersani, ma ho sempre odiato le ipoc...risie e credo nel contempo che quanto sto per ricordare, attraverso le parole di Riccardo Ghezzi di quelsi.it, non sia facile da dimenticare per tante, tante, tante famiglie che proprio grazie al mostro costruito anche dallo stesso Bersani hanno passato, stanno passando e passeranno momenti orrendi.

"Pierluigi Bersani e Vincenzo Visco. Sono loro ad aver creato l’Equitalia che oggi stritola aziende, imprenditori, pensionati, lavoratori dipendenti, insomma chiunque finisca nel perverso ingranaggio della società incaricata della riscossione dei tributi per conto dello Stato. In questi ultimi anni si sono più volte levate voci di protesta, peraltro inascoltate: “usura di Stato”, “strozzinaggio legalizzato” le accuse più tenere mosse da chi ha avuto la sventura di finire nel mirino delle “cartelle assassine”.

Equitalia, come si sa, è una società pubblica, posseduta per il 51% dall’Agenzia delle Entrate e per il 49% dall’Inps. Prima del 2007 si chiamava Riscossione s.p.a., nata dalla riforma della riscossione prevista nel decreto legge n. 203 del 30 settembre 2005, convertita nella legge 248 del 2 dicembre 2005. Un provvedimento del governo di centro-destra allora in carica, da lì la leggenda metropolitana secondo cui Equitalia sarebbe stata un’invenzione di Berlusconi. In realtà non è stato inventato un bel nulla: il servizio di riscossione ovviamente già esisteva, era però affidato in concessione a privati, prevalentemente banche. Con l’articolo 3 del dl 203/2005 e la nascita di Riscossione s.p.a., è tornato semplicemente in capo al pubblico.
Ad “armare” Equitalia è stato il successivo governo Prodi, che con il decreto Bersani-Visco ha di fatto autorizzato la società di riscossione a utilizzare dati sensibili quali quelli dei conti correnti bancari. Nello stesso decreto è stata inoltre obbligata la tracciabilità dei compensi. Una sorta di “Stato di polizia tributaria” che ha causato l’escalation di cartelle impazzite. Il decreto cui facciamo riferimento è il dl n. 223 del 4 luglio 2006, “Disposizioni urgenti per il rilancio economico e sociale, per il contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, nonché interventi in materia di entrate e di contrasto all’evasione fiscale”, ribattezzato Bersani-Visco (dai nomi rispettivamente del ministro e viceministro allo sviluppo economico allora in carica), convertito nella legge numero 248 del 4 agosto 2006 pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale l’11 agosto 2006. Vediamo nel dettaglio gli articoli che ci interessano:

25. I dipendenti della Riscossione s.p.a. o delle società dalla stessa partecipate ai sensi dell’articolo 3, comma 7, del decreto-legge 30 settembre 2005, n. 203, convertito, con modificazioni, dalla legge 2 dicembre 2005, n. 248, di seguito denominate «agenti della riscossione», ai soli fini della riscossione mediante ruolo e previa autorizzazione rilasciata dai direttori generali degli agenti della riscossione, possono utilizzare i dati di cui l’Agenzia delle entrate dispone ai sensi dell’articolo 7, comma 6, del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 605.

26. Ai medesimi fini previsti dal comma 25, gli agenti della riscossione possono altresì accedere a tutti i restanti dati rilevanti, presentando apposita richiesta, anche in via telematica, ai soggetti pubblici o privati che li detengono, con facoltà di prendere visione e di estrarre copia degli atti riguardanti i predetti dati, nonché di ottenere, in carta libera, le relative certificazioni.

26-bis. Ai fini dell’attuazione dei commi 25 e 26 l’Agenzia delle entrate individua in modo selettivo i dipendenti degli agenti della riscossione che possono utilizzare ed accedere ai dati.

Piena autorizzazione ad accedere ai dati sensibili pur di riscuotere i tributi. Non altrettanta tutela è stata garantita però ai cittadini finiti nel mirino di Equitalia, che spesso non hanno le conoscenze legislative necessarie per potersi difendere dai soprusi dell’ente di riscossione. Né si accorgono quando Equitalia commette errori talvolta “contra legem”. A questo proposito è da segnalare la nascita dello sportello “Sos debiti: difenditi da Equitalia” su iniziativa dell’associazione ”Codici-centro per i diritti del cittadino”. I risultati sono pubblicati in un esaustivo ed eloquente dossier che riporta dati su cui vale la pena soffermarsi: tra gennaio ed aprile 2012, ad esempio, le richieste di aiuto presso lo sportello sono aumentate del 53% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. E gli errori di Equitalia sarebbero di ogni tipo. Ad esempio, come riportato sul dossier elaborato da Codici:

1) In tutte le cartelle Equitalia viene riportata solo la cifra globale degli interessi dovuti, senza indicare come si è arrivati a tale calcolo, non specificando le singole aliquote prese a base delle varie annualità rendendo il computo degli interessi criptico e non comprensibile. Per tale ragionamento la cartella esattoriale, deve contenere a pena di nullità il calcolo degli interessi per consentire una corretta verifica del contribuente delle somme richieste. (Corte di cassazione, sez. Tributaria, 21 marzo 2012, n. 4512)

2) In merito agli interessi di mora, Equitalia ha in tutti questi anni applicato gli stessi anziché solo sulla sorta capitale, anche su interessi, sanzioni e spese, provocando inevitabilmente il fenomeno anatocistico vietato dalla legge.

Altri rilievi rilevati sull’operato di Equitalia in base alle richieste di aiuto pervenute allo sportello:

-Nullità per difetto di motivazione del ruolo e della cartella di pagamento: numerose pronunce di legittimità hanno evidenziato che la cartella deve essere motivata in modo esaustivo e comprensibile da un non tecnico.

-Decadenza dal potere di riscossione per decorrenza dei termini all’uopo previsti- art. 25 D.P.R. n° 602/73.

-Eventi successivi che hanno determinato l’estinzione del credito: la ferraginosità dell’apparato burocratico-amministrativo messo in piedi da Equitalia fa sì che non di rado la riscossione parta senza che si sia preso atto dell’estinzione del diritto.

-Mancato invio dell’avviso bonario in relazione alle cartelle emesse a seguito di liquidazione per controlli formali e sostanziali delle dichiarazioni – artt. 36 bis e ter D.P.R. n° 602/73 e 54 bis D.P.R. n° 633/72.

-Non corretta identificazione del debitore.

-Omessa notifica dell’atto prodromico alla cartella:

-Illegittimità della riscossione in caso di annullamento dell’atto impositivo già avvenuto in via giudiziaria
(vedi punto “3”).

-Errori di calcolo: irregolarità della cartella: entità delle somme aggiuntive portate in cartella senza alcuna indicazione della normativa di riferimento applicata.

-Irregolarità nella notifica della cartella stessa: notifica della cartella di pagamento in assenza della preventiva notifica del verbale di accertamento produce nullità. Così come è nulla l’intimazione di pagamento o l’avviso di mora per mancata notifica della cartella di pagamento. Su questo punto la giurisprudenza è in costante evoluzione ma quasi sempre dopo un’apertura nei confronti del contribuente segue un aggiustamento più restrittivo.

-Mancata indicazione del responsabile del procedimento di emissione del ruolo e di notifica della cartella – solo per quelle emesse a seguito del 1 giugno 2008.

-Sanzione pagata.

-Cartella di pagamento riferita ad un verbale il cui credito risulta prescritto.


Mentre Bersani e Visco, ministro e vice-ministro del governo Prodi, armavano Equitalia contro contribuenti e classe produttiva, gli italiani si sono trovati del tutto impreparati a fronteggiare le angherie del nuovo sistema di riscossione. (...)"

CHI HA FIRMATO LA LEGGE?

PIERLUIGI BERSANI
Ministro dello Sviluppo economico,
VINCENZO VISCO vice Ministro Economia e Finanze,
MARIO LETTIERI Sottosegrtario Economia e Finanze,

ANGELO FORNARI Presidente “CASARTIGIANI”,
IVAN MALAVASI Presidente CNA,
N. GIORGIO GUERRINI Presidente “CONFARTIGIANATO”,
CARLO SANGALLI Presidente “CONFCOMMERCIO”
MARCO VENTURI Presidente “CONFESERCENTI”

So perfettamente che un essere umano è in grave difficoltà e che quanto ho riportato e sto dicendo mi procurerà più impopolarità di quanta non ne abbia già ma chiedo a voi tutti che state leggendo, considerato anche che l'essere umano in questione ha anche ratificato con Monti e Berlusconi a "nostra insaputa" (grazie ai media corrotti) MES e Fiscal Compact che ci obbligano a versare all'Europa 50 miliardi di euro l'anno per i prossimi vent'anni. E questo per salvare la Germania che come sistema per levarsi dai guai finanziari in cui presto avrebbe navigato ha pensato bene di mettere in croce tutti, così da fare in modo che l'Europa abbia (costi quel che costi) i soldi per il suo futuro salvataggio*. Considerato che pare si facciano le acrobazie per 7 miliardi di manovra provate a pensare cosa comporterà quanto firmato in termini di svendite, di lacrime e sangue. Io non credo che chi ha contribuito fattivamente a ciò senza avvisare nessuno, nemmeno i propri elettori, dello scenario che ci aspetta se non si cambia subito direzione non meriti troppa pietà, giusto quella cristiana per chi lo è, ma mi risulta che lui non lo fosse (Cfr. intervista a Claudio Sardo per il giornale L'Unità, il 24/11/2012). Concludo con un'altra domanda a chi dovesse scandalizzarsi per questo mio irresponsabile post: se fosse stato Berlusconi nelle condizioni di Bersani e io avessi scritto un articolo molto simile a questo per lui, cosa avreste provato? E a tutti quelli che si scandalizzano insieme però a tutti quelli che solidarizzano tranne per quanto attribuito a B. chiedo infine: se ci fosse stato Grillo?

Auguri...

... e buona Epifania a tutti... anche se le feste si porta via.

... e la realtà delle cose

Imposte: Il governo prepara l’emendamento. Nuove tasse sulla casa, si cambia ancora: al 3,5per mille l’aliquota della Tasi sulla prima. Tetto a quota 11,6 sulla seconda. La prima rata in teoria entro il 16 gennaio, i comuni devono stabilire detrazioni e importi

ROMA
- La facoltà ai comuni di aumentare la Tasi, la nuova tassa sui servizi indivisibili, verrà data e lo si farà con un emendamento al decreto legge che ha abolito la seconda rata dell’Imu sulla prima casa per il 2013. Questo provvedimento debutterà lunedì nell’aula del Senato e sarà proprio qui che il governo presenterà la modifica che consentirà ai comuni di portare dal 2,5 per mille al 3,5 per mille il prelievo Tasi sulla prima casa e dal 10,6 per mille all’11,6 per mille quello sulle seconde. È questo l’orientamento maturato al ministero dell’Economia. In questo modo i sindaci avranno quel miliardo e mezzo in più che ritengono indispensabile per far quadrare i bilanci, ma dovranno usare le nuove risorse, almeno in parte, per stabilire detrazioni a favore delle famiglie e dei soggetti svantaggiati.

Anche se l’aumento è una facoltà è probabile che molti comuni lo decideranno, rendendo di fatto per i proprietari il costo della Tasi, la tassa sui servizi indivisibili (illuminazione, polizia locale, eccetera), molto simile alla vecchia Imu, le cui aliquote di base erano del 4 per mille sulla prima casa e del 7,6 per mille aumentabile fino al 10,6% sulle seconde. Su queste ultime, in particolare, la Tasi rischia di aggravare il prelievo rispetto al 2013. Protesta, non a caso, la Confedilizia, parlando di «stato di esasperazione dei piccoli proprietari». E anche nella maggioranza c’è chi, come Scelta civica, non è d’accordo, al punto che Enrico Zanetti, responsabile delle politiche fiscali del partito, minaccia di non votare un eventuale emendamento del governo con gli aumenti della tassa. In attesa di questi sviluppi restano i comuni, ma soprattutto i cittadini che, ad oggi, non sanno né quanto né quando dovranno pagare. La versione finale della legge di Stabilità ha infatti mantenuto la data del 16 gennaio come scadenza per la prima rata della Iuc (Tasi e Tari), ma ha dato ai comuni la facoltà di posticipare questa data, oltre che di stabilire il numero di rate annuali in cui dovrà essere suddivisa la nuova imposta. Se il comune non avrà preso entro il 16 una decisione né sull’aliquota da applicare né sulla scadenza della prima rata, come dovrà comportarsi il cittadino? Dovrà pagare, al massimo il 16 gennaio, la Tasi con l’aliquota base dell’uno per mille e la Tari versando la stessa somma pagata per la vecchia tassa rifiuti con la prima rata del 2013, spiegano i tecnici del Tesoro. Stando così le cose è evidente che tutti si ridurranno all’ultimo minuto a meno che i comuni non stabiliscano in massa uno slittamento del termine del 16 gennaio.

Resta ferma, invece, la scadenza del 24 gennaio per il pagamento della cosiddetta mini-Imu in quei comuni, circa 2.500, che hanno deliberato un aumento dell’aliquota base del 4 per mille. Qui i proprietari dovranno coprire il 40% della differenza tra l’aliquota maggiorata e il 4 per mille. Nella maggior parte dei casi si tratta di qualche decina di euro, ma anche qui bisognerà ricorrere ai Caf o comunque all’assistenza di professionisti. Il rischio di un grande ingorgo è reale. I sindaci dell’Emilia-Romagna hanno proposto al governo di sostituire la mini-Imu del 24 gennaio con un prelievo una tantum sul gioco d’azzardo. Il ministro degli Affari regionali, Graziano Del Rio, ha promesso un’attenta valutazione della proposta, aggiungendo però che è difficile cambiare le norme in corso.

Le cazzate di Saccomanni

... ma le tasse non erano già calate a fine 2013?

La promessa di Saccomanni: "Nel 2014 caleranno le tasse". Intervista al ministro dell'Economia: è l'anno della svolta, la ripresa si consoliderà e gli italiani pagheranno meno di Massimo Giannini

"Il 2014 sarà l'anno della svolta. La ripresa si consoliderà e famiglie e imprese pagheranno meno tasse. Ma la precondizione è la stabilità politica, senza la quale l'Italia è a rischio. Questo deve costringerci tutti, governo, Parlamento e parti sociali, a una forte e condivisa assunzione di responsabilità". Il nuovo anno è appena iniziato, purtroppo all'insegna delle solite turbolenze della politica e delle ben note criticità dell'economia. Fabrizio Saccomanni traccia la rotta che dovrebbe condurre il Paese "fuori dal tunnel". Il ministro del Tesoro si dice ancora una volta "ottimista"...

Ministro Saccomanni, la vicenda delle dimissioni di Stefano Fassina non contribuisce a rasserenare il quadro. "Me ne rendo conto. Ma le ragioni del suo gesto sono tutte politiche e non sono riconducibili al rapporto tra di noi, che è sempre stato ottimo. Stefano è stato leale e collaborativo, abbiamo lavorato bene insieme, pur nella diversità di idee su alcuni aspetti specifici della politica economica. Per questo mi dispiace molto che si sia dimesso, anche se spero che questo non abbia ripercussioni sulla vita e sull'azione di governo".

Almeno una buona notizia in questi giorni c'è stata. Il calo record dello spread sotto quota 200. Qual è la sua chiave di lettura? "Sono molto soddisfatto, perché è un riconoscimento oggettivo dei progressi del Paese. Quella sullo spread è una mia battaglia personale, fin dai tempi della Banca d'Italia, anche durante il governo Monti. Oggi sono mutate le variabili di fondo, i nostri tassi sono sotto il 4% e questo è indubbiamente un grande risultato. Dobbiamo consolidarlo. Sarei contento se i rendimenti dei nostri bond arrivassero al 3%"...

Eppure la Spagna, non migliore dell'Italia nei fondamentali, ha un differenziale inferiore al nostro. Perché? "Qui veniamo al cuore del problema. La Spagna può contare su un quadro politico più stabile, e su un governo che lavora su un orizzonte temporale più lungo. Questo spiega il differenziale tra il nostro e il loro spread. Gli analisti finanziari legano l'incertezza politica, che da noi permane, alle prospettive dell'economia. L'abbiamo visto all'inizio del 2013: subito dopo le elezioni, che non avevano fatto emergere una prospettiva di governo, l'incertezza ha punito i nostri titoli. Ora dobbiamo evitare che quelle dinamiche si ripetano. La stabilità politica è decisiva: questo devono capirlo tutti, classi dirigenti, corpi intermedi e società civile".

"L'Italia riparte", ha detto Letta. Ma la crescita non si sente. Non coglie una contraddizione tra le rappresentazioni mediatiche del Palazzo e le condizioni reali del Paese? "L'Italia è arrivata in ospedale con fratture multiple, una commozione cerebrale e un febbrone. Per ora abbiamo debellato il febbrone e la terapia sta funzionando. Rimangono gli altri problemi, per i quali servono tempi più lunghi. I segnali positivi ci sono, su questo non c'è dubbio: ordinativi, domanda interna, esportazioni. Lo dice l'Istat, lo confermano i dati dell'indice europeo Pmi. Purtroppo questi focolai di ripresa non producono ancora effetti sul fronte che ci sta più a cuore, cioè la creazione di nuovi posti di lavoro e la disoccupazione giovanile. Ma questa asimmetria è tipica delle fasi di inversione del ciclo: quando una recessione finisce, i benefici sull'economia reale non sono immediati. Ma io sono fiducioso: in questo 2014 gli italiani cominceranno a sentire concretamente che l'economia si è rimessa in moto"...

L'ipoteca politica dell'Imu ha pesato sulle strategie del governo. Per esentare la prima casa avete aumentato altre tasse, e comunque da quest'anno con la Tasi si profila comunque un'altra stangata. Non era possibile trovare un'altra soluzione? "... Abbiamo ridotto le tasse sulla casa quest'anno, e le coperture le abbiamo trovate non con nuove tasse, ma con anticipi d'imposta, con qualche ritocco sui bolli e sulle transazioni finanziarie, e con qualche primo taglio alle spese".

D'accordo. Ma resta il caos sulle scadenze, e poi anche il nodo delle detrazioni per chi già prima non pagava l'Imu. Servono 1,3 miliardi, dove li troverete? "Il governo nei prossimi giorni interverrà sulla materia. Penso che una valida opzione potrebbe consentire ai sindaci di aumentare l'aliquota massima, e trovare così le risorse per garantire le detrazioni a vantaggio delle fasce più deboli".

La pressione fiscale e diminuita di uno 0,1%. Eppure sia lei che il premier avete sostenuto che il 2014 sarà l'anno del calo delle tasse. Ha senso continuare con queste promesse? "Si, perché noi abbiamo promesso cose che abbiamo fatto, che stiamo facendo e che faremo. Lo dico senza alcuna esitazione: le famiglie, i lavoratori e le imprese pagheranno meno tasse. Capisco che la gente si aspettava di più. Ma quest'anno la riduzione dell'Irpef non sarà insignificante. E nel prossimo triennio le tasse si ridurranno di ben 9 miliardi, con un calo graduale anno per anno. È un impegno che ho preso, con l'Europa e con gli italiani, e oggi lo rilancio".

Dove troverete i soldi? "Dalla spending review e dal provvedimento sul rientro dei capitali, che vareremo all'inizio di febbraio. E anche dal recupero dell'evasione fiscale, che anche nel 2013 ci ha consentito di far emergere 12 miliardi, e che nel 2014 intensificheremo. Certo, anche su questo serve consenso politico: non si può invocare sempre la lotta all'evasione, e poi scandalizzarsi quando la Guardia di Finanza fa un certo tipo di interventi, gridando allo stato di polizia"...

La scoperta dell'acqua calda...

I forconi, le piazze, i suicidi. Le affinità con una crisi (greca) già consumata. E irrisolta. Gli stessi fatti accaduti ad Atene si concretizzano due anni dopo anche nel Belpaese, sotto il comune denominatore di una congiuntura economica negativa che sta spazzando via tutto, dall'impresa privata al ceto medio di Francesco De Palo

Una faccia, una razza: protesta dei forconi, strade e ferroviarie bloccate, studenti in piazza, suicidi da crisi e tentativi di darsi fuoco, memorandum imposti o minacciati, con l’ombra della troika a supervisionare il tutto. Sono i punti di contatto tra l’Italia e la Grecia, con gli stessi fatti accaduti ad Atene a partire dal 2011 e che, due anni dopo si concretizzano anche nel Belpaese sotto il comune denominatore di una crisi sistemica che sta spazzando via tutto: dall’impresa privata al ceto medio, dalla sovranità nazionale alla fiducia nella politica che si dice alta e democratica. E con all’orizzonte un futuro tetro e incerto. L’annus horribilis 2011 in Grecia si aprì con due giornate di sciopero generale promosso dai principali sindacati del Paese contro il piano di tagli presentato dal governo, allora presieduto dal socialista Giorgios Papandreou, su “consiglio” di Bce, Ue Fmi. La troika, scoperto il buco nero nelle finanze del Paese, inviò ad Atene i propri emissari con la lista dei compiti a casa. Austerità solo per impiegati, lavoratori privati, studenti e cittadini con un piano-licenziamento di 150mila dipendenti pubblici, blocco dei contratti collettivi, riduzione del 20% a stipendi, indennità e pensioni, iva al 23%, ma nessun taglio per benefit e prerogative della casta.

Erano i giorni in cui una folla oceanica invadeva la centralissima piazza Syntagma di fronte a quel Parlamento che, un anno dopo, avrebbe votato (senza leggerlo) il memorandum da trecento pagine imposto ad Atene dalla troika. La cui prima tranche di prestiti da 250 miliardi di euro finì per l’80% nelle tasche delle banche e solo le briciole nelle casse delle amministrazioni locali. Diseguaglianze praticate anche in Italia e che presto potrebbero dare gli stessi esiti della Grecia se la spending review avviata dall’ex premier Mario Monti e proseguita in queste settimane da Carlo Cottarelli taglierà servizi e diritti, senza andare a intaccare anche i privilegi. Come? Con provvedimenti di solo rigore tout court che non immettono risorse per la ripresa; con le imprese sempre in difficoltà nell’accesso al credito; con il pasticcio dell’Imu che costringe gli enti locali ad aumentare le imposte come spazzatura e Irpef regionale; con aumenti a raffica dalle marche da bollo alle spese per avviare una causa civile. Mentre, ad esempio, i cda delle municipalizzate continuano a distribuire gettoni e consulenze.

Agorà e forconi:  La benzina verde schizzata a due euro al litro provocò in Grecia la dura reazione degli autotrasportatori e del personale in servizio sui traghetti. La grande arteria autostradale Atene-Salonicco, ultimata in occasione delle Olimpiadi del 2004 – costata tre volte la cifra prevista e unico collegamento tra il sud e il nord del Paese – viene bloccata nel 2011 a più riprese da camion e cortei: con il risultato di paralizzare uno Stato intero. Gli allevatori riversano il loro latte sulle corsie, al pari dei coltivatori diretti che, soffocati da margini di guadagno ormai inesistenti, scaricano nel centro di Atene tonnellate di arance. Ma come, si chiedevano gli agricoltori giunti nella Capitale da tutta la Grecia, “il paese abbonda di frutta e verdura e noi la importiamo dal Sud America?”.

Al pari di ciò che è accaduto recentemente in Italia - con i Forconi a bloccare stazioni ferroviarie e svincoli autostradali, inneggiando al “Made in Italy” sbeffeggiato da politiche miopi – anche in quella circostanza, all’iniziale protesta di specifiche categorie produttive, (autotrasportatori, portuali e coltivatori), si sommano le voci indignate di greci comuni. Come gli studenti universitari “paralizzati” da mesi di proteste dei Rettori per i tagli annunciati con la conseguenza di perdere alcuni semestri. O liberi professionisti vessati da nuovi balzelli (ce n’è anche uno sulle auto a metano, mentre nel resto d’Europa si incentivano le auto verdi) che diedero vita al movimento associativo “Den plirono” (letteralmente “non pago”, ossia persone che si presentavano ai caselli autostradali o nei grandi ipermercati e andavano via senza pagare).

Altra e diversa reazione venne, da un lato, dal Movimento Pente Drachmì, sulla falsariga dei Cinque Stelle di Grillo, e dall’altro dal partito neonazista di Alba dorata, che alle scorse elezioni ha fatto ingresso in Parlamento dopo 40 anni di embargo e che in questi primi veni mesi di vita parlamentare si è caratterizzato per aggressioni a immigrati, proposte xenofobe e razziste, negazionismo. Con un’inchiesta penale per riciclaggio di denaro, estorsione e tentativo di colpo di Stato a carico dei suoi dirigenti.

Scontri e sangue: Ma lo scontro-simbolo della protesta ellenica si concretizza nel lancio di yogurt contro il Parlamento, a cui prende parte anche il celebre compositore Mikis Theodorakis. Il motivo? Non solo l’austerità imposta per legge ai cittadini da un soggetto estraneo alla democrazia del Paese, la troika, ma soprattutto l’ipocrisia di un’intera classe politica che, nonostante fosse stata essa stessa causa della voragine finanziaria, in quei giorni aveva l’ardire di proclamarsi “salvatrice della Grecia”. Slogan e promesse a cui si assiste anche in Italia. Prendono così l’avvio, da quella considerazione, anche una lunga scia di scontri tra manifestanti e forze di polizia, culminati nell’assedio al Parlamento in occasione della visita della cancelliera Merkel ad Atene nell’ottobre del 2012, passando per la protesta di tutte le categorie professionali. In Italia si ricorda la grande manifestazione studentesca del novembre 2012, con l’allora premier Monti che poche ore prima al Financial Times Summit for Italy si era vantato di non aver subito contestazioni per l’austerità imposta dal suo governo. E ancora, crisi in Grecia fa rima con suicidi: più di duemila gli imprenditori strozzati dai debiti, impiegati che avevano perso tutto. Due i casi più significativi. Un imprenditore di Salonicco nel 2012 si diede fuoco nel centro cittadino per i troppi debiti a cui non riusciva più a far fronte. E un anziano farmacista ateniese decide di farla finita a pochi passi dal Parlamento, sparandosi un colpo di fucile. Insomma, tutte affinità con una crisi (greca) già consumata (e abbondantemente irrisolta) in cui il Belpaese si sta specchiando.