martedì 22 gennaio 2013
La smacchiatura dei giaguari...
Dopo le notizie diffuse lunedì dalla stampa internazionale sulla vulnerabilità dei cacciabombardieri F35 ai fulmini e sulle polemiche rimbalzate in tutto il mondo, anche Pier Luigi Bersani è intervenuto sulla vicenda. «Bisogna assolutamente rivedere e limitare le spese militari degli F35 perché le nostre priorità sono altre. La nostra priorità non sono i caccia ma il lavoro», ha spiegato il leader del Pd in un'intervista al Tg2.
COME VENDOLA - La scorsa settimana il segretario alla Difesa Usa uscente, Leon Panetta, in visita a Roma aveva rassicurato sostenendo che «l'F35 è l'aereo del futuro», garantendo che nello sviluppo del progetto sono stati fatti «progressi importanti» e i test del caccia sono stati «un grande successo». Ma da tempo una parte della sinistra chiede un taglio totale della spesa per i cacciabombardieri per utilizzare quei fondi in altro modo. Così dopo che Nichi Vendola (Sel) aveva detto lunedì «bisognare chiudere il programma di acquisto e di usare quelle risorse, si tratta di miliardi di euro, per mettere in sicurezza e finanziare la scuola pubblica», anche il segretario del Pd ha detto la sua.
PULIZIA DELLE LISTE - Durante l'intervista con il Tg2 Bersani è intervenuto anche sulle liste pulite. Nel Pdl «c'è una riflessione» sulle liste pulite. «Ma io rivendico di averla attivata», ha spiegato il candidato premier. Che ha aggiunto «se si applicassero le regole del Pd, ne dovrebbero saltare ben altre» di candidature. In ogni caso aggiunge, «la vera pulizia delle liste è la partecipazione, perché la pulizia della politica non si può decidere in una stanza. Sono le primarie la strada per ripulire la politica».
domenica 20 gennaio 2013
Il nuovo dio e gli incapaci
La domanda è una sola. Semplice. Perché ha deciso di «salire in politica»? Quali sono le vere ragioni di una scelta che chi scrive, pur conoscendola da molto tempo, mai avrebbe immaginato? Monti fa un grande sospiro. Siamo nel suo ufficio a Palazzo Chigi, in una piovosa mattinata romana. «Credo di aver fatto una cosa giusta, non quella più utile per me». Il racconto del presidente suddivide il suo periodo di governo in due parti. La prima, la più drammatica, con l'incubo quotidiano di restare senza i soldi per pagare gli stipendi pubblici («Quando incontravo Angela Merkel sapeva esattamente quanti titoli di Stato avevamo bisogno di vendere»). Poi i primi risultati, l'emergenza che si allontana. «Allora, pensavo che, dopo aver contribuito a salvare il Paese, restando al di sopra delle parti avrei svolto tranquillamente le mie funzioni di senatore a vita, in attesa che qualcuno, forse, mi chiamasse».
E invece no. «A un certo punto, con l'avvicinarsi delle elezioni, le riforme incontravano ostacoli crescenti, erano sempre più figlie di nessuno. La strana maggioranza cambiava pelle sotto i miei occhi. Il Pdl ritornava ad accarezzare l'ipotesi di un nuovo patto con la Lega, non con il Centro, ed emergeva un fronte populista e antieuropeo; il Pd alleandosi esclusivamente con Sel riscopriva posizioni radicali e massimaliste in un rapporto più stretto con la sola Cgil». E che altro poteva aspettarsi, professore? Che i partiti si suicidassero tutti sull'altare del rigore? «Ho intravisto due rischi. Uno a breve, che il governo cadesse prima che i partiti si accordassero finalmente su una riforma elettorale; uno più a lungo termine, e assai più grave, ovvero che sei mesi dopo le elezioni si dissipassero tutti i sacrifici che gli italiani avevano fatto, con grande senso di responsabilità, per sottrarre il Paese a un sicuro fallimento. Tutto inutile, pensavo. Sarebbero tornati al governo i vecchi partiti, i vecchi apparati di potere, veri responsabili del declino dell'Italia. In quello stesso periodo si erano poi moltiplicati gli incoraggiamenti di molti leader europei e internazionali, da Barack Obama a François Hollande, che però - chiarisco subito - non sono stati determinanti». Nemmeno l'incoraggiamento del Papa? «Non trasciniamo il Santo Padre nelle nostre vicende così terrene...». L'appoggio della Chiesa? «Gli auspici sono stati autorevoli, ma sono anche venuti da espressioni più semplici, parroci per esempio. Il mondo cattolico è articolato e composito. Va ascoltato e rispettato, non strumentalizzato». Il Partito popolare europeo? «Una scelta di campo significativa, soprattutto se si tiene conto che non appartengo a nessun partito, mentre il Pdl di Berlusconi è uno dei partiti più grandi nel Ppe».
Insomma, alla fine il dado è stato tratto. «È cambiata in me la percezione di che cosa sarebbe stato moralmente più giusto. Un amico milanese, che lei conosce bene, direttore, ma di cui non le dirò il nome, mi disse in un lungo colloquio che con il passare del tempo la bilancia delle valutazioni morali, dentro di me, sarebbe cambiata. Avrebbe pesato meno il piatto di ciò che io ritenevo in linea con il mio stile, di persona al di sopra delle parti; sarebbe invece aumentato il peso del senso del dovere, il dovere di fare in modo che i sacrifici che avevo dovuto chiedere agli italiani per salvare il Paese non venissero dissipati e costituissero invece la base di un'Italia più solida, capace di tornare a crescere, dopo tanti anni». La bilancia si è mossa e lei, professore, ha fatto il gran passo. Una scelta immorale, secondo D'Alema. «Ma sarebbe stato immorale se io avessi pensato a me stesso, non trova? Gratificazioni di prestigio non sarebbero mancate. Così, invece, rischio tutto». Il presidente della Repubblica non ha apprezzato. (Lungo silenzio). «Credo di averlo sorpreso, questo sì, ma penso che oggi abbia compreso le ragioni della mia scelta. Veda, il nostro è un rapporto di reciproca e profonda stima, e di grande riconoscenza da parte mia. Ma anche di pudore sui nostri personali sentimenti. Quando cominciai a dirgli che sentivo qualcosa cambiare in me, non mi sconsigliò, mi diede ascolto...».
La linea di confine fra l'immagine del tecnico super partes e del politico necessariamente «in erba», viene tracciata dalla sua conferenza stampa del 23 dicembre, poi dalla cosiddetta Agenda, con la quale nasce un nuovo soggetto politico, Scelta Civica, una lista che si apre alla società civile per farla finita con la vecchia politica, giusto? «Sì, e sa qual è stata l'altra considerazione di fondo che mi ha spinto a salire in politica?». Quale, presidente? «Anche dopo aver celebrato il centocinquantesimo anniversario dell'Unità d'Italia, questo Paese continua ad avere bisogno di essere unificato. Oggi, più di qualche decennio fa, sembriamo a volte non un Paese, con un senso del bene comune, ma quasi un insieme di tribù, di corporazioni, di fortini intenti a difendere interessi di parte, di incrostazioni clientelari. La mia iniziativa politica è stata sollecitata dalla società civile. E alla società civile io mi rivolgo, noi ci rivolgiamo. La risposta si sta rivelando straordinaria». E vi siete alleati con Casini e Fini che nella politica tradizionale hanno sguazzato per anni, mah... «Certo, può apparire una contraddizione, ma entrambi hanno avuto il merito di vedere per tempo quali guasti producesse un bipolarismo incompiuto e conflittuale. E nell'ultimo anno sono stati più disponibili del Pdl e del Pd a sostenere anche i provvedimenti sgraditi agli ambiti sociali a loro vicini. Infine, hanno accettato di sottoporre anche le loro liste ai criteri più esigenti da me richiesti. Quanto alla nostra lista per la Camera, Scelta Civica, faccio notare che è la prima volta che viene proposta agli elettori, su base nazionale, una formazione che non include alcun ex parlamentare, ma solo esponenti di valore del volontariato, del mondo dei lavoratori dipendenti, delle professioni, dell'associazionismo, dell'imprenditoria, della scienza, gente capace, persone che hanno scelto di rischiare, con coraggio e avendo fatto rinunce significative. Quanti colloqui, quante telefonate, quanti dubbi, quante crisi di coscienza. Ma quanta gioia, mi ha dato fare questa esperienza di mobilitazione! Li ringrazio tutti perché dimostrano una cosa importante, vitale». Quale? «Un'altra delle ragioni della scelta che anch'io ho fatto. Un tempo potevamo dire: io aiuto il mio Paese facendo bene e con onestà il mio mestiere, la mia parte. Oggi non basta più. Se non ci impegniamo direttamente, se non sacrifichiamo qualcosa di personale, questo Paese non avrà futuro e su di noi cadrà una colpa grave. Una colpa che non avrà prescrizione».
Presidente, Berlusconi dice che nessuno, dopo Mussolini, ha avuto tanti poteri come lei. «È evidente l'improponibilità storica del paragone. Ogni provvedimento proposto dal mio governo si avviava verso le Camere in perfetta solitudine. Zero deputati, zero senatori (o uno, il sottoscritto). Il mio governo partiva sempre da zero, doveva convincere volta per volta una maggioranza chiamata a decidere spesso qualcosa di contrario alla natura dei partiti che la componevano, ma necessario per salvare l'Italia». E dunque, ha ragione il Cavaliere a invocare riforme straordinarie che attribuiscano all'esecutivo maggiori prerogative? «La nostra è una repubblica parlamentare. Si può snellire la funzionalità del Parlamento, ma è soprattutto la composizione politica del Parlamento che va cambiata, con le elezioni, se vogliamo che vi siedano persone con la cultura del cambiamento e non della conservazione, delle riforme e non delle clientele». Ma non le conveniva, sul piano più squisitamente politico, accettare l'offerta di essere lei il federatore dei moderati, sotto l'egida del Partito popolare europeo? «Io apprezzai molto quell'offerta di Berlusconi. Ma gli dissi subito che, se mai, all'Italia sarebbe occorso un federatore dei riformisti, finora domiciliati in tre poli diversi e perciò incapaci di dare un maggiore impulso alle riforme di cui il Paese, i giovani hanno bisogno. È quello che ora mi propongo di fare». Le sollecitazioni e le offerte di attuali parlamentari sono state numerose? «Sì, sia dal Pdl che dal Pd, molti deputati, senatori e parlamentari europei sono venuti a dirmi: vorrei stare con lei, sono pronto. In alcuni casi non è stato possibile trovare una piena convergenza, in molti altri sì».
La Banca d'Italia, nel suo bollettino, afferma - e certo questo può essere letto anche come una critica autorevole e circostanziata al governo dei tecnici - che gli effetti dell'austerity sul prodotto interno lordo, previsto in calo dell'1 per cento anche quest'anno, sono maggiori del previsto. Il rigore non è una dieta. Per molte imprese, specie quelle piccole, e per tante famiglie, assomiglia a un drammatico digiuno. «Noi stiamo vedendo, al contrario, qualche risultato positivo grazie al sacrificio degli italiani: sui tassi d'interesse, sulle esportazioni, sull'andamento dei titoli pubblici. E dobbiamo sempre chiederci che cosa sarebbe accaduto se quelle decisioni non fossero state prese e se ci fossimo trovati nei panni dei greci. La Banca d'Italia non credo sostenga che bisognasse fare meno risanamento. Ma più riforme strutturali. Ha ragione. È anche per questo che oggi a Bergamo dirò che non possiamo rimettere l'Italia nelle mani degli incapaci, che l'hanno portata al novembre 2011. La vecchia politica non deve tornare. Il governo tecnico non sarebbe stato chiamato se la gestione della cosa pubblica fosse stata nelle mani di politici capaci e credibili». Lei è ormai un ex tecnico, presidente, non lo dimentichi. «D'accordo. Oggi gli italiani hanno di fronte una straordinaria opportunità con una proposta politica seria e del tutto nuova». A voler essere precisi le novità sono diverse, compreso il Movimento 5 Stelle. L'ha mai conosciuto Grillo? «No, ma non avrei difficoltà ad incontrarlo. La sua discesa nei consensi credo abbia a che vedere con la nostra iniziativa. Scelta Civica pesca molto, e bene, fra gli indecisi o fra coloro che pensavano, sbagliando, di astenersi. Noi e Grillo siamo due espressioni differenti dell'insofferenza popolare. Iconografia della rabbia la sua, gestuale, vivace ma temo inconcludente. Seria, composta, con tante persone capaci, e ormai con esperienze di governo, in Italia e in Europa, la nostra».
A Bergamo verrà scritta, o meglio aggiornata, anche l'Agenda Monti. Il professore è riservato su questo punto. Ma il piatto forte sarà costituito da una nuova, e dalle indiscrezioni dirompente, proposta sul mercato del lavoro. L'idea di trasformare, all'insegna della flexicurity , ovvero flessibilità più sicurezza, all'inizio in forma sperimentale, i contratti precari in contratti a tempo indeterminato per i quali l'articolo 18, quello famoso sui licenziamenti, verrebbe sospeso almeno nei primi due o tre anni. Una riforma che prevederebbe anche il reddito minimo di cittadinanza. E una sicura collisione con il Pd e con la Cgil. Anche, chiedo al presidente una sconfessione della legge Fornero, o no? «Da lei, direttore, sto apprendendo molte cose. Varie persone stanno lavorando ad affinare l'Agenda. Per ora non c'è, su questa materia specifica, nessun orientamento deciso».
La nuova Agenda conterrà anche alcune proposte in tema di giustizia e una posizione più ferma sulla lotta alla corruzione, segno che la legge approvata si è rivelata del tutto insufficiente. «Una constatazione corretta». E la già annunciata riformulazione dell'Imu con beneficio dei piccoli proprietari.
Sul finire di questa lunga conversazione, chiedo al presidente del Consiglio e al leader di Scelta Civica se su liberalizzazioni, privatizzazioni e terapie antidebito non fosse, anche lì, il caso di fare di più. E la risposta è positiva. «Qualche timidezza da parte nostra, è probabile; e qualche ostacolo imprevisto in quel Parlamento che a dispetto dei voti di fiducia, si è rivelato piuttosto refrattario alle vere riforme». E se non sia il caso di parlare di più alla gente comune, alle famiglie, alle piccole imprese che non tirano la fine del mese e che esprimono una più che giustificata insofferenza. «Un governo che avesse di fronte a sé cinque anni e non l'ultimo anno di una legislatura; un governo che nascesse in una situazione finanziaria tranquilla e non nell'allarme rosso, potrebbe e dovrebbe permettersi una ben maggiore attenzione al sociale. Nel novembre 2011 era diverso. Bisognava mettere gli italiani di fronte a verità colpevolmente negate fino al giorno prima. I finti buoni li avrebbero portati al fondo del precipizio, dal quale ci siamo fortunatamente allontanati. Oggi possiamo guardare alla crescita con maggiore ottimismo ed è possibile parlare, senza alcuna incoerenza, di una graduale riduzione delle tasse. Con senso di responsabilità. Senza esagerare in promesse che non si possono mantenere».
Ferruccio de Bortoli
venerdì 18 gennaio 2013
Retroscena
Dall'inciucio tra Mario Monti e Pier Luigi Bersani, tanto "chiacchierato" quanto smentito, dà conto in un luingo indiscreto il sito Dagospia. I due si sono incontrati all'alba, e secondo la ricostruzione avrebbe parlato soprattutto il leader del Pd, forte dei suoi voti, secondo i sondaggi molti di più di quelli appannaggio del professore. Dagospia dà conto di appunti che "noi abbiamo potuto scorrere" e "ve li riportiamo pressochè alla lettera". Noi, invece, ve ne offriamo un'ampia sintesi.
"Io premier, tu scegli il ministro dell'Economia" - Prima di tutto, Bersani spiega che "il Pd non molla, se vinciamo io farò il premier anche se al Senato dovesse mancare qualcosa, colpa di questa assurda legge elettorale che si chiama porcellum". Monti, invece ha "la prima scelta sul ministero dell'Economia o sul ministero degli Esteri per stare dentro la partita ai vertici dello Stato, in attesa che maturino le scadenze della presidenza della Commissione europea e di presidente del Consiglio d'Europa, presidenze che ti stanno particolarmente a cuore" (perché, al Professore, l'Europa interessa eccome ed è la sua vera ambizione; un'ambizione che con Draghi al vertice della Bce sarebbe difficile da appagare).
"Draghi al Colle" - Si parla poi del Colle, e Bersani spiega che "dobbiamo accordarci sul fatto che esprimiamo noi il presidente della Repubblica, che non potrà che essere Mario Draghi". Il motivo? Ve lo abbiamo anticipato: se non libera il posto all'Eurotower, le porte dell'Europa non si spalancherebbero per il Professore. Il nome di Draghi, inoltre, sarebbe apprezzato dalla Merkel.
"Casini presidente del Senato" - Il segretario democratico mette poi in guardia Monti sul suo futuro politico: "E' molto difficile che tu possa avere la credibilità necessaria per dare una casa ai moderati", e questo perché gli alleati - Fini, Casini, Cesa, etc - non avranno più la forza politica per attirare consenso. Secondo Bersani, Casini può "anche aspirare alla presidenza del Senato", poiché "forte del suo rapporto personale con Massimo D'Alema", anche se "baffino", secondo il resoconto di Dagospia e secondo quanto avrebbe detto Bersani, "non esprime più una influenza decisiva". Sempre sul Senato, Bersani avrebbe spiegato di contare "sul senso di responsabilità dei tuoi senatori", quelli di Monti.
"Il nemico è Berlusconi" - Infine il leader democratico avrebbe profetizzato che Monti andrà "via rapidamente", mentre "io rimarrò qui e mi assumerò la responsabilità pesante di una prospettiva lacrime e sangue". Poi Bersani avrebbe ribadito che "la maggior parte dei parlamentari che sono espressione della tua lista, appena tu andrai via prenderanno strade diverse. Fini e Casini, se mai hanno avuto una forza, sono in declino", mentre "Montezemolo ha preferito restare a occuparsi dei suoi affari". Infine, dopo la rituale stretta di mano, Bersani si sarebbe congedato con Monti ribadendo che "mi raccomando, il nemico è Berlusconi. Questo ha sette vite. Diamogli addosso".
Il presidente della repubblica (italiana)...
The untouchable di Byoblu
I poteri di Napolitano sono superiori a quelli di Dio. Egli è padrone del cielo e della Terra. E soprattutto: immune perfino al giudizio universale. Lo spiega bene l'ultimo professore di filosofia del diritto rimasto (ancora per poco?) libero, l'ultimo degli immortali della Costituzione: Paolo Becchi*.
La Corte Costituzionale ha depositato il testo della sentenza sul conflitto di attribuzioni sollevato da Napolitano nei confronti della Procura di Palermo. Si chiariscono, così, alcuni degli interrogativi che, nel corso di una “querelle” a distanza con Eugenio Scalfari, avevo ritenuto sarebbero verosimilmente emersi con l’avvenuto deposito delle motivazioni (P. Becchi, Non siamo tutti uguali davanti alla legge: le prerogative di Re Giorgio, 6 dicembre 2012). Iniziamo dalla definizione, data dalla Corte, dei poteri e delle prerogative del Presidente della Repubblica. La novità, qui, è rappresentata dal fatto che – per la prima volta a quanto mi consta – la Corte stabilisce una piena corrispondenza tra poteri formali ed «attività informali» del Capo dello Stato:
Per svolgere efficacemente il proprio ruolo di garante dell’equilibrio costituzionale e di “magistratura di influenza”, il Presidente deve tessere costantemente una rete di raccordi allo scopo di armonizzare eventuali posizioni in conflitto ed asprezze polemiche […]. È indispensabile, in questo quadro, che il Presidente affianchi continuamente ai propri poteri formali, che si estrinsecano nell’emanazione di atti determinati e puntuali, espressamente previsti dalla Costituzione, un uso discreto di quello che è stato definito il “potere di persuasione”, essenzialmente composto di attività informali, […]. Le attività informali sono pertanto inestricabilmente connesse a quelle formali.
Il ruolo del Capo dello Stato sarebbe, pertanto, caratterizzato dall’ «intreccio continuo tra poteri informali e poteri formali» (E. Cheli, Tendenze evolutive nel ruolo e nei poteri del Capo dello Stato, in La figura ed il ruolo del Presidente della Repubblica nel sistema costituzionale italiano, Milano, 1985, p. 96. Cfr. anche G. Lucatello, Atti formali e attività informali nello svolgimento del ruolo del Presidente della Repubblica, in Studi in onore di Feliciano Benvenuti, Modena, 1996, pp. 985-1010).
Incontri, comunicazioni, telefonate, sono tutte attività informali che sarebbero inestricabilmente connesse, e non separabili, dai poteri formalmente attribuiti dalla Costituzione al Presidente della Repubblica. La Consulta, tuttavia, si spinge al di là di questa corrispondenza. Queste “attività informali” , infatti, sono «fatte di incontri, comunicazioni e raffronti dialettici» che «implicano necessariamente considerazioni e giudizi parziali e provvisori da parte del Presidente e dei suoi interlocutori». Il Presidente dev’essere, pertanto, sostanzialmente libero nei mezzi, e la sua attività deve essere valutata soltanto in base al fine, allo scopo raggiunto:
Le attività di raccordo e di influenza possono e devono essere valutate e giudicate, positivamente o negativamente, in base ai loro risultati, non già in modo frammentario ed episodico, a seguito di estrapolazioni parziali ed indebite […]. Non occorrono molte parole per dimostrare che un’attività informale di stimolo, moderazione e persuasione – che costituisce il cuore del ruolo presidenziale nella forma di governo italiana – sarebbe destinata a sicuro fallimento, se si dovesse esercitare mediante dichiarazioni pubbliche. La discrezione, e quindi la riservatezza, delle comunicazioni del Presidente della Repubblica sono pertanto coessenziali al suo ruolo nell’ordinamento costituzionale.
Per la Corte questo principio risponderebbe alle «esigenze intrinseche del sistema, che non sempre sono enunciate dalla Costituzione in norme esplicite, e che risultano peraltro del tutto evidenti, se si adotta un punto di vista sensibile alla tenuta dell’equilibrio tra i poteri». Occorre, pertanto, garantire il segreto su tutte le attività del Capo dello Stato, e ciò «non in rapporto ad una specifica funzione, ma per l’efficace esercizio di tutte».
Ciò, tuttavia, non elimina la distinzione, consolidatasi nella giurisprudenza della stessa Consulta, fra «atti e dichiarazioni inerenti all’esercizio delle funzioni» e «atti e dichiarazioni che, per non essere esplicazione di tali funzioni restano addebitabili, ove forieri di responsabilità, alla persona fisica del titolare della carica». L’art. 90 Cost., pertanto, non potrebbe comunque garantire alcuna immunità al Capo dello Stato per reati commessi al di fuori dell’esercizio delle sue funzioni, in relazione ai quali egli «è assoggettato alla medesima responsabilità penale che grava su tutti i cittadini».
Le intercettazioni, allora, dovrebbero essere ammissibili, come mezzo di ricerca della prova, quantomeno con riferimento ai reati extrafunzionali. In tali ipotesi, infatti, il Presidente della Repubblica non è né più né meno che un privato cittadino. La Consulta, tuttavia, risponde negativamente: Ciò che invece non è ammissibile è l’utilizzazione di strumenti invasivi di ricerca della prova, quali sono le intercettazioni telefoniche, che finirebbero per coinvolgere, in modo inevitabile e indistinto, non solo le private conversazioni del Presidente, ma tutte le comunicazioni, comprese quelle necessarie per lo svolgimento delle sue essenziali funzioni istituzionali, per le quali, giova ripeterlo, si determina un intreccio continuo tra aspetti personali e funzionali, non preventivabile, e quindi non calcolabile ex ante da parte delle autorità che compiono le indagini. In tali frangenti, la ricerca della prova riguardo ad eventuali reati extrafunzionali deve avvenire con mezzi diversi (documenti, testimonianze ed altro), tali da non arrecare una lesione alla sfera di comunicazione costituzionalmente protetta del Presidente.
Qualcosa non torna, evidentemente. La Corte proibisce, infatti, l’utilizzo di un mezzo di ricerca della prova spesso indispensabile indipendentemente dalla distinzione tra reati funzionali ed extrafunzionali. Cosa accade se il Presidente della Repubblica dovesse commettere uno di quei reati di cui, di fatto, è impossibile acquisire la prova in altro modo dalle intercettazioni? Si pensi proprio alle indagini sulla mafia, o a reati come la turbativa d’asta, l’estorsione, etc. Quante volte, negli ultimi anni, i magistrati hanno ripetuto che «quello delle intercettazioni è uno strumento indispensabile per scoprire chi commette reati, per garantire e assicurare alla giustizia i criminali ed evitare che ci sia impunità nel Paese» (Luca Palamara, Presidente dell’ANM)? Se un Presidente della Repubblica dovesse investire con la propria automobile un passante, è verosimile che saranno sufficienti le testimonianze per inchiodarlo. Ma se fosse coinvolto in un’associazione di stampo mafioso? La conclusione è evidente: nessuna parità di trattamento, nessuna eguaglianza, tra il Presidente della Repubblica ed i privati cittadini, e ciò proprio in quelle ipotesi in cui, come ribadisce la Corte, il Capo dello Stato si deve ritenere «assoggettato alla medesima responsabilità penale che grava su tutti i cittadini». Alla stessa responsabilità, sì. Allo stesso tipo di indagini, no. E che cosa resta della “responsabilità”, se non vi è modo di accertarla?
* Ordinario di Filosofia del Diritto all'Università di Genova
giovedì 17 gennaio 2013
Donne, anello debole della società
Dottor Francesco Dettori, procuratore della Repubblica, Bergamo si ritrova sulle prime pagine della cronaca nazionale per due fatti eclatanti, successi a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro. Prima la violenza su una ragazza nel centro della città, poi l’esecuzione di un barista a Cortenuova. Qualcuno torna a parlare di allarme criminalità. «I due episodi hanno matrice diversa. La violenza è stata compiuta da un singolo e, a prima vista, parrebbe qualcosa di non pianificato, l’opera di uno sprovveduto che ha agito nei pressi della propria abitazione, usando la propria vettura. Ovviamente, un episodio grave e da non sottovalutare, ma occasionale».
Alla luce di questi due episodi così gravi, si è indotti a pensare che ci sia stato un salto di qualità del crimine nella nostra provincia. «Non credo proprio. Non penso che fino al giorno della violenza sulla giovane la Bergamasca fosse un’isola felice e che da allora sia diventata un inferno. I due episodi non sono indice di un unico allarme, di un’unica matrice. Ecco, se ci fossero stati due omicidi della stessa natura o due violenze sessuali ravvicinate, allora sì si poteva ipotizzare il fenomeno preoccupante. Detto questo, è pacifico che non bisogna abbassare la guardia e che bisogna continuare a presidiare il territorio».
La ragazza è stata aggredita in una zona centrale della città. «Ovvio che è impossibile un presidio del territorio al 100%. E così anche ai cittadini sono richiesti sforzi che a volte sembrano cozzare contro i diritti della persona».
Tipo? «Le donne sono l’anello debole di una società in cui è parzialmente ancora inculcata l’assurda mentalità della femmina come oggetto del possesso. Lo dico con tutto il rammarico, ma sarebbe bene che di sera non uscissero da sole».
Ma così sembra che la ragazza sia andata a cercarsela. «Non voglio colpevolizzare la giovane che ha subito violenza, anzi a lei vanno le nostre scuse per non aver saputo offrire la degna protezione. Ma a volte bisogna ragionare in termini reali».
Non le sembra una sconfitta? «Sì, vero: è una sconfitta della convivenza civile».
Ci sono rimedi? «L’episodio è chiaramente collegato a un difetto di vigilanza. Bisogna intensificare il controllo del territorio, soprattutto di notte».
Fa i conti senza l’oste. È da anni che le forze dell’ordine lamentano la carenza di organico. «Siamo al lavoro per realizzare uno studio del territorio che permetta la razionalizzazione dell’utilizzo delle forze dell’ordine, mirando a una presenza capillare e continuativa sul territorio».
La Procura è entrata nel mirino di parte dell’opinione pubblica per essersi limitata a chiedere gli arresti domiciliari per l’aggressore. «Lo ripeto: la misura cautelare del carcere va utilizzata come extrema ratio e in questo caso la Procura, analizzando i vari fattori fra cui la personalità dell’indagato, ha ritenuto che i domiciliari fossero sufficienti».
Che ne pensa della protesta esplosa sotto l’abitazione del kosovaro accusato della violenza? «Questi episodi vanno condannati. C’è anche una questione di umanità».
Vale a dire? «Vale a dire che nell’abitazione presa di mira dai contestatori, venerdì sera c’erano anche la moglie dell’indagato e le sue figlie piccole, che non c’entrano nulla».
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Sinceramente, un uomo non in possesso delle facoltà mentali necessarie per fare il Procuratore. La sua intervista è un delirio dalla prima all’ultima parola. Sorvoliamo sul “povero stupratore” e sulla famigliola circondata dai contestatori – anzi, non sorvoliamo: se ne tornino in Kosovo, prima di fare altri danni. Ma laddove Dettori, anzi “il Dettori” – in gergo leguleio a loro tanto caro – giustifica la concessione dei domiciliari, il sangue và alla testa. Se il caso di uno stupratore reo confesso che per sua stessa ammissione non è riuscito a controllarsi non è l’extrema ratio che deve condurre al carcere, allora qual è? E non venga a dirci che non essendo riuscito nell’intento – come dice lui – dello “stupro in senso stretto”, grazie alla reazione della ragazza, allora il reato è meno grave. E se la Procura, ovvero lui, ha ritenuto sufficienti i domiciliari, allora, con rispetto parlando vadano a farsi “kosovare” dal loro protetto. L’essere immigrato e quindi con possibili contatti all’estero lo rende il candidato ideale ad evadere; l’essere reo confesso toglie ogni dubbio sulla sua colpevolezza; la sua mancanza di auto-controllo per sua stessa ammissione, lo rende invece pericoloso e in grado di reiterare il reato. E allora, Dettori, quali sono le motivazioni per le quali non è in carcere, tranne il fatto che è parte della minoranza privilegiata e coccolata dalle toghe?
Terminiamo il commento con l’apoteosi sociologica. Ritenere responsabile un presunto “clima sociale” per lo stupro della 24enne è fondamentalmente idiota: l’immigrato è quanto di più estraneo vi sia – in termini di cultura – alla società ospite, quindi ascrivere il reato sessuale di un immigrato, alla cultura autoctona, è scientificamente errato e umanamente folle. Se un Kosovaro violenta una ragazza non sarà per caso “colpa” – prima di tutto sua – e poi della cultura d’origine? Ma come: ci dicono sempre di “non generalizzare”; che se uno straniero violenta, non è colpa di “un’intera” cultura; e poi, vorrebbero addirittura “generalizzare all’incontrario”, colpevolizzando la società che lo ospita. Hanno menti bizzarre e patetiche. Ricordiamo una cosa. Quando parlano a favore dei “ricongiungimenti familiari” – quella legge che permette agli immigrati di “importare” moglie e figli – i vari “esperti” d’immigrazione li giustificano come modo per evitare che “maschi in età sessuale diventino violenti predatori urbani”, la presenza della moglie e dei figli li renderebbe “meno pericolosi”: bè, abbiamo ora il caso – uno dei tanti – di un immigrato in Italia da anni con moglie e figli al seguito. Questo non l’ha resto “meno pericoloso”. Siamo consapevoli che con i nostri attacchi a magistrati e politici – soprattutto i magistrati che hanno la mano pesante con chi “pensa” – ci facciamo nemici potenti. E la cosa ci piace. Avere nemici potenti, significa essere liberi.
Ma non era solo supporto logistico?
Ricordandoci che pochi mesi fa la Ue ha vinto il nobel per la pace... E noi, a causa delle guerre altrui (poi ci becchiamo sempre e solo i profughi), mandiamo a morire i nostri soldati.
L'Unione europea dà il via libera alla missione di addestramento dell’esercito del Mali. L’Italia, fa sapere il ministro degli Esteri Giulio Terzi, invierà "fino a 24 uomini su un totale finora previsto di 250 unità, raddoppiabile a 500 se l’esigenza lo richiede". Si tratta solo di un supporto logistico, precisa il responsabile della Farnesina, con trasferimento di materiali e la concessione di basi. "In nessun modo ci sarà un intervento militare diretto", assicura Terzi al suo arrivo alla riunione straordinaria del Consiglio Ue, convocato per discutere della situazione nello Stato africano parzialmente occupato dalle milizie islamiste. "Non è previsto nessuno spiegamento di forze militari italiane nel teatro operativo. Questo è lo stato della riflessione all’interno del governo ed è quello che sarà proposto al Parlamento". Il ministro degli Esteri ha poi aggiunto che "si auspica un appoggio ampio di tutte le forze parlamentari", che è giudicato "essenziale" alla proposta sul sostegno logistico. "Speriamo - ha detto ancora Terzi - che ci sia lo stesso consenso che c’è stato ieri in Senato sulla partecipazione italiana alle misure Eutm".
La Francia impiega 1400 militari: Sono 1.400 i militari francesi impegnati nelle operazioni in Mali: lo ha reso noto il ministro della Difesa di Parigi, Jean-Yves Le Drian, che ieri aveva parlato di 800 effettivi. Le Drian - atteso in serata a Berlino per dei colloqui con l’omologo tedesco Thomas de Maiziere della crisi maliana - ha confermato che sono in corso operazioni terrestri ed aeree, mentre per quel che riguarda gli ostaggi sequestrati in Algeria il ministro si è limitato a ribadire la "totale fiducia" nelle autorità algerine "perché affrontino una situazione complessa".
mercoledì 16 gennaio 2013
Supporto logistico silenzioso... (in guerra con Hollande)
Si allarga l'intervento internazionale in Mali. E l'Italia non se ne laverà le mani, anche se al momento viene esclusa ogni partecipazione militare diretta. Il nostro governo fornirà infatti «supporto logistico» all'intervento francese e dell'Ecowas in Mali, ma non dispiegherà truppe da combattimento nella zona. Lo hanno annunciato il ministro degli Esteri, Giulio Terzi, e della Difesa, Giampaolo Di Paola, in un'audizione dinanzi alle commissioni Esteri e Difesa riunite del Senato. Intanto la Corte penale internazionale ha aperto un'inchiesta sui presunti crimini di guerra commessi nel Paese africano a partire dal gennaio 2012. «Ritengo che alcuni degli atti brutali e delle distruzioni commesse costituiscano crimini di guerra», ha detto il procuratore della Corte, Fatou Bensouda, in un comunicato.
L'INTERVENTO MILITARE - L'Italia dunque non prenderà parte alle operazioni sul campo, come avvenne invece in Libia. L'operazione militare contro i jihadisti che controllano il nord del Mali, ha sottolineato il ministro Terzi, è «perfettamente in linea con la risoluzione 2085 del Consiglio di sicurezza dell'Onu ed è indispensabile per arginare l'avanzata dei movimenti estremistici». «È un'operazione inevitabile e corretta per evitare il consolidamento di una presenza terroristica che minaccia il Paese», ha aggiunto Di Paola. Contatti ci sono stati anche tra Di Paola e il suo omologo statunitense Leon Panetta che ha detto: «Oggi ho incontrato il ministro Di Paola: è stato un incontro molto produttivo e c'è comune preoccupazione per il Mali».
L'APPOGGIO LOGISTICO - L'Italia sta valutando i termini del suo apporto logistico. Per quanto riguarda gli aeroporti militari, potrebbe essere replicata l'esperienza già vissuta nel 2011, con risultati positivi sotto il profilo operativo, in occasione della missione multinazionale in Libia. Anche in questa circostanza si torna infatti a parlare della possibilità di permettere l'utilizzo di una o più basi aeree ancora da individuare tra quelle di Trapani (la più plausibile), Gioia del Colle (Bari), Brindisi, Amendola (Foggia). In attesa della definizione dei dettagli per quanto riguarda la missione di addestratori militari da inviare nel Paese africano, dovrebbe essere quindi assicurata la fornitura di alcuni aerei da trasporto militari, presumibilmente due C-130, per il trasferimento in loco di truppe, mezzi e materiali.
LA GERMANIA - La Francia dovrebbe avere presto l'apporto anche della Germania. «Coglierò certamente l'occasione delle celebrazioni per il 50esimo anniversario del Trattato dell'Eliseo, che si terranno lunedì qui a Berlino, per discutere con il presidente (francese) Hollande se ci sono altre aspettative» sull'impegno tedesco in Mali che per ora prevede soltanto un contributo logistico. «E poi decideremo conseguentemente alla situazione» nel Paese africano, ha detto la cancelliera tedesca Angela Merkel durante una conferenza stampa a Berlino. Il rischio di un terrorismo che prende piede nel nord del mali va oltre l'Africa e può minacciare anche l'Europa ha aggiunto la Merkel. «La Germania - ha detto la Merkel parlando con i giornalisti - guarda alla sicurezza nel Nord Mali come alla sua stessa sicurezza perché naturalmente il terrorismo in Mali è una minaccia non solo per l'Africa ma anche per l'Europa».
IL BLOCCO ECOWAS - I soldati dell'Ecowas, il blocco dei Paesi dell'Africa occidentale, arriveranno in Mali «il prima possibile» ha assicurato il capo dello Stato della Costa d'Avorio e presidente di turno dell'organismo, Alassane Ouattara, durante una missione a Berlino organizzata per chiedere «il sostegno di tutti i Paesi europei». «Vogliamo mobilizzare le nostre truppe», ha specificato Ouattara, «il più velocemente possibile per aiutare l'esercito maliano e risolvere militarmente questa crisi». La Germania ha già garantito che metterà a disposizione due aerei da trasporto militari «Transall» per il trasporto delle truppe multinazionali dell'Ecowas perchè possano raggiungere la capitale del Mali, Bamako, e unirsi alle Forze armate locali e alle unità speciali francesi impegnate nella controffensiva al nord, controllato dalle milizie jihadiste.
LO SCONTRO - Le truppe francesi intanto hanno ingaggiato il primo scontro sul terreno con i guerriglieri islamisti nel nord del Mali. La battaglia-definita «difficile» dal ministro della Difesa francese, Jean-Yevs Le Drian- è avvenuta a Diabaly, dove ieri era giunto un convoglio militare partito nel pomeriggio da Niono, a circa 50 km di distanza. «Sia l'esercito maliano che quello francese sono sul posto», ha riferito una fonte della sicurezza del paese africano. Diabaly, caduta nelle mani dei ribelli del capo qaedista Abou Zeid lunedì scorso, si trova a 400 km di distanza da Bamako. Secondo Le Drian, è il covo dei jihadisti «più battaglieri, fanatici e meglio organizzati».
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Facce come culi (nuovi Torquemada)
Il procuratore capo: sarebbe bene che le donne di sera non uscissero da sole. Olivari (Pd): avrei voluto sentire ben altre parole. Oriani (Pdl): non ci si deve arrendere alla criminalità ma fornire maggiore sicurezza ai cittadini. Le parole del procuratore capo di Bergamo Francesco Dettori («Lo dico con tutto il rammarico, ma sarebbe bene che le donne di sera non uscissero da sole»), in un'intervista rilasciata all'Eco di Bergamo, stanno scatenando reazioni nel mondo politico, a destra come a sinistra. Le dichiarazioni di Dettori arrivano in seguito al caso di violenza sessuale di dieci giorni fa quando un kosovaro (ora agli arresti domiciliari), residente a Bergamo da dieci anni, ha violentato una ventiquattrenne incinta nel centro della città, nel quartiere di Borgo Santa Caterina. Di seguito le lettere di Elisabetta Olivari (candidata alle Regionali per il Pd) e di Matteo Oriani (consigliere provinciale Pdl)
Egregio Procuratore della Repubblica, Dottor Francesco Dettori, Sono una donna, ho 34 anni, abito in città, lavoro in città, faccio politica in e per la mia città. Sono Candidata al Consiglio Regionale della Lombardia per le prossime elezioni del 24-25 febbraio. Contando che la campagna elettorale si organizza anche con incontri, riunioni, assemblee serali – dopo cena e almeno fino alla mezzanotte – Le chiedo: ci sta forse suggerendo di restare a casa? Di rinunciare agli appuntamenti serali perché troppo rischioso rincasare la sera? Di rinunciare, perché donne? Voglio credere che il senso della sua frase sia stato male interpretato. Da Lei, dalle forze dell’ordine, dai rappresentanti delle Istituzioni e da tutti coloro che hanno un ruolo (e una responsabilità!) noi donne vorremmo sentire ben altre parole. Parole che devono contribuire, insieme ai fatti, a creare una cultura condivisa basata innanzitutto sul rispetto, 24 ore al giorno, 365 giorni all’anno. Questo per me significa: promuovere – anche dando un peso alle parole – una cultura basata sulle pari opportunità; costruire città vivaci, illuminate, pulite (sì, pulite!); incoraggiare in ogni modo possibile il senso di comunità che ci fa sentire, tutti, responsabili del bene comune; garantire alle forze dell’ordine le risorse adeguate per essere presenti sui nostri territori. E infine, affrontare con il cuore, con la testa e con il portafoglio le gravi marginalità, che restano sveglie anche quando si spengono le luci del giorno. Ad ogni modo, io continuerò a far circolare le mie idee anche dopo l’orario dell’aperitivo! Sono certa che farà il tifo per donne!
Elisabetta Olivari (candidati alle Regionali per il Pd)
«La dichiarazione rilasciata alla stampa dal Procuratore di Bergamo Francesco Dettori («Lo dico con tutto il rammarico, ma sarebbe bene che di sera [le donne] non uscissero da sole») mi lascia esterrefatto. Compito di chi si occupa della gestione pubblica non è arrendersi alla criminalità ma fornire maggiore sicurezza ai cittadini. Se le donne fossero costrette a girare “scortate” sarebbe un fallimento per qualsiasi servitore dello Stato, che sia un politico o un magistrato». Ad affermarlo è il consigliere provinciale del Popolo della Libertà Matteo Oriani, che insiste sulla necessità di investire sulla sicurezza a Bergamo: «La frase di Dettori ha il sapore di una vera e propria resa delle istituzioni. Ma non è alzando bandiera bianca che si impedirà ai criminali di colpire, anzi – afferma – È necessario reagire con forza e migliorare la sicurezza: con più forze dell'ordine a Bergamo, con maggiori controlli, con pene più severe e certe per chi compie reati».
Matteo Oriani (consigliere provinciale Pdl)
martedì 15 gennaio 2013
Ora, votateli...
Pochi giorni fa Stefano Fassina, responsabile economico del Pd e leader della corrente di “sinistra” del partito (figuratevi quella di destra…), si è recato a Londra per baciare l’anello ai grandi burattinai, artefici maligni di questa crisi utile per ridisegnare la società occidentale in senso oligarchico. Il damerino Fassina, che solo una informazione popolata da debosciati collusi e a panza piena poteva rappresentare alla stregua di un novello Simòn Bolivar, ha sostanzialmente giurato obbedienza e promesso continuità nella subalternità a tutela degli ingentissimi interessi speculativi della grande finanza massonica globalizzata (clicca per leggere). Il Financial Times, edito dalla società Pearson (clicca per leggere), è considerato non a caso la bibbia dell’economia mondiale. Una testata prestigiosa, braccio armato di una nuova aristocrazia dello spirito, che difende e diffonde un’idea di nuovo ordine mondiale funzionale ai desiderata di una ristretta cerchia di illuminati che minano le fondamenta della nostra civiltà. Per capire quale tipo di interessi ruotino intorno al colosso editoriale britannico, senza perdersi in lunghe ricerche ontologiche sugli equilibri proprietari, basta analizzare fugacemente la figura dell’attuale amministratore delegato in carica, l’americano Glen Moreno (clicca per leggere). Tutto chiaro? Bene, ora proviamo ad unire i punti per comprendere in profondità il perché di alcuni avvenimenti apparentemente casuali. La crisi dei debiti sovrani che ha messo in ginocchio quasi tutti i Paesi dell’area mediterranea, costituisce certamente un dramma per i diversi popoli impoveriti e afflitti ma, di converso, rappresenta una fonte di guadagno inesauribile e ingente per la cosiddetta finanza immorale, quella stessa che controlla pure giornali come il Financial Times. Poiché l’euro non è difeso da una vera Banca centrale di ultima istanza, i grandi speculatori possono tranquillamente affondare la lama nel burro ricattando gli Stati sovrani al fine di garantirsi interessi sul debito sempre più alti. Il costo di questi interessi speculativi sul debito, ca va sans dire, ricade di anno in anno sulle spalle di pensionati, salariati e disgraziati vari, costretti a fare i famosi “sacrifici” per ridistribuire la ricchezza all’inverso: dal basso verso l’alto. L’attuale architettura europea è pensata, geometricamente, per togliere ai poveri per dare ai ricchi. Di fronte a questo scenario, i complici (politici ed editoriali) della finanza massonica globalizzata rappresentano ai cittadini la necessità di interventi recessivi per scongiurare la presunta incombente catastrofe. Per perpetuare all’infinito queste politiche suicide sul piano economico, disumane sul piano sociale e luciferine sul versante etico, la speculazione massonica globalizzata (quella stessa, repetita iuvant,che edita giornali come il FT o il Wall Steet Journal) deve garantirsi circa l’affidabilità di sistema dei politici che, periodicamente, si candidano a governare importanti Paesi dell’area euro, Italia compresa. In sintesi, gli speculatori pretendono che nessuno metta in discussione i capisaldi che sorreggono l’infame euro mostro: Bce e Fiscal compact in primis. Poiché l’euro infatti, a differenza dello yen, del dollaro o della sterlina, non è una moneta sovrana, è possibile per la speculazione internazionale ricattare i singoli Stati sovrani brandendo il fantasma del default. E poiché il fantasma della bancarotta (che evaporerebbe immediatamente se la Bce facesse quello che fa una qualsiasi banca centrale al mondo) è utile per imporre irrazionalmente le “salvifiche” riforme strutturali (di stampo neoliberista of course), ecco spuntare a catena la necessità di adeguarsi ai dettami del Fiscal Compact per realizzare l’agognato “risanamento dei conti” tanto cari ai mercati (che altri non sono se non gli speculatori di cui sopra che attraverso questo ingegnoso meccanismo drenano continuamente risorse dal basso verso l’alto). Hollande, non a caso, in campagna elettorale aveva promesso di impegnarsi per risolvere alla radice queste storture. In breve tempo, evidentemente, i padroni del vapore hanno trovato argomenti validi per indurre il Presidente transalpino a più miti consigli. Il pentito Hollande, pur di eludere il cuore del problema, è perciò oggi costretto a sollevare un polverone al giorno (Depardieu, il Mali, l’adozione per le coppie omosessuali ecc.). Ora è il turno dell’Italia e, dopo avere inviato un uomo di fiducia come Mario Monti, la finanza massonica globalizzata vuole assicurasi che, dalle italiche urne, uscirà comunque la formazione di un governo che continui sulla strada tracciata dal bocconiano (impoverimento dell’economia reale inversamente proporzionale all’arricchimento della speculazione finanziaria). Qualche giorno fa, dagli studi di Unomattina, Monti ha individuato in Vendola e Fassina i principali elementi capaci in teoria di ostacolare i progetti degli euro-schiavisti. Tutti i sondaggi danno la coalizione di Bersani in vantaggio e, quindi, alcune posizioni interne al Pd, non perfettamente aderenti rispetto al pensiero unico neoliberista, hanno probabilmente indispettito i padroni. La fuga di Fassina a Londra al fine di garantire la City (rectius: la finanza massonica globalizzata) circa l’assoluta affidabilità del Pd rispetto al progetto tecno-nazista in atto, va inquadrata secondo questa prospettiva. I politici italiani, di ogni colore, sono intimamente subalterni poiché ritengono di non essere legittimati a governare se non riconosciuti e accreditati presso questi oscuri e vampireschi mondi. Per cui, cari lettori del Moralista, non affannatevi troppo per queste elezioni. In ogni caso, chiunque dovesse vincere, voi avrete perso in partenza. Le partite vere, quelle serie, si giocano sempre prima del fischio d’inizio. E la speculazione affamatrice e reazionaria che distrugge le vostre vite si è già assicurata ex ante l’obbedienza dei grandi favoriti. Alla finanza massonica globalizzata, infatti, come recitava il famoso ritornello di quella fortunata pubblicità, “piace vincere facile”. Ponzi ponzi popopò…
Francesco Maria Toscano
La cina è vicina... più o meno come l'arabia
Allarme: i cinesi si stanno comprando l'italia di Aldo Giannuli
Nella scorsa settimana, i servizi segreti hanno presentato un rapporto al governo nel quale lanciano un allarme: i cinesi si stanno comprando l’Italia. Hanno messo gli occhi sull’enorme area dismessa della Falck di Sesto San Giovanni, dove pensano addirittura di aprire una filiale della Bank of China; fanno man bassa azionaria nel settore della automazione industriale, della nautica da diporto, delle tecnologie ambientali, ecc. I brevetti sono a rischio, la posizione concorrenziale dell’Italia pure. Infine –suprema infamia!- nell’anno prossimo, sbarcherà in Italia la temibile Dagong, l’agenzia di rating cinese, per valutare la fattibilità degli investimenti in Italia! Orrore! Scusate ma dove è il problema? Con gli accordi di Marrakesh (1993) abbiamo sancito, in omaggio ai sacri principi liberisti, la libera circolazione dei capitali a livello mondiale senza alcuna barriera protettiva statale. E allora? Dovevate sapere che tutto questo avrebbe comportato anche problemi di sicurezza.
“Ma questi sono cinesi!” E allora, cosa c’è che non va? Il colore giallo? Che differenza farebbe se gli acquirenti fossero americani, francesi, tedeschi? “Ma americani, francesi e tedeschi sono alleati e questi no” A parte il fatto che le agenzie di rating americane (Jp Morgan e Moody’s) o franco-americane (Fitch) non si comportano granché da alleate, queste sono valutazioni di ordine politico che non dovrebbero influenzare le decisioni di mercato. O vi siete dimenticati di quello che ci avere insegnato sulla perfezione del mercato? “Ma americani, inglesi e francesi si muovono attraverso imprenditori privati, mentre dietro gli investitori cinesi si intravede l’ombra del loro Fondo Sovrano, il braccio armato del governo che userà le acquisizioni non per scopi economici, bensì politici”. Appunto: quando avete fatto festa per l’avvento del libero mercato globale dovevate sapere che avrebbe potuto verificarsi anche un rischio del genere. Peraltro, solo un anno fa pregavamo in ginocchio Wen Jabao di far comprare i titoli di debito pubblico italiani da parte del fondo sovrano cinese. Ed allora? I bond si e le aree dismesse e le industrie no? Diciamocela francamente: possiamo sospettare che qualcuno stia cercando di fare un favore a qualche amichetto? Mi spiego meglio: l’Italia si sta apprestando ad un piano di dismissioni che va dalle aree demaniali ai gioielli di famiglia come Eni, Alitalia, Finmeccanica ecce cc. Personalmente sono ostile a questo piano per ragioni che ho spiegato altrove, comunque, se asta di beni pubblici ci deve essere, meglio che ci siano più concorrenti possibili e che ci siano quelli che fanno le offerte più alte. I cinesi, oggi, sono indubbiamente i concorrenti più “liquidi” ed è prevedibile che la loro presenza sul mercato faccia salire il valore delle offerte. Dovremmo esserne contenti, vero? Ma questo potrebbe anche dispiacere a chi vuol partecipare all’asta, ma risparmiando. Ed allora un allarme del genere giunge davvero a proposito. Un Grande ci ha insegnato che “a pensar male si fa peccato, ma ci si indovina”. E noi siamo tanto peccatori!
Suona il Da-Gong su Romano Prodi al colle?
Allarme rosso! I servizi segreti italiani hanno tirato giù dal letto il presidente del Consiglio Mario Monti e già che c'era - no anche il presidente del Copasir, Massimo D'Alema. Non c'è tempo da perdere, perché proprio mentre i politici italiani si baloccano con le elezioni, il nemico è pronto ad approfittarne e sta per infiltrarsi nella Regione più ricca del paese e con furbizia da lì si cuccherà una ad una le più belle aziende italiane, mettendo ko l'economia nazionale. E chi è il nemico, la spia di segreti industriali intercettata dai valorosi 007 italiani? Un tipo da fare andare per traverso colazione, pranzo e cena sia a Monti che a D'Alema: Romano Prodi. Vero che nell'ultima relazione riservata dei servizi a governo e Copasir che lancia l'allarme sulla calata della finanza cinese in Italia il nome dell'ex premier italiano non viene mai fatto. Ma anche i bambini capiscono che a lui ci si riferisce quando nella relazione riservata i servizi italiani si inquietano per la prossima apertura a Milano della sede della «agenzia di rating cinese Dagong - global credit rating - arma strumentale per Pechino per la ricerca e valutazione di fattibilità degli investimenti in Italia».
Nel settembre 2011 Prodi apparve infatti con il suo faccione sulla prima pagina del China Daily, che rivelò proprio il suo contratto di consulenza con l'agenzia di rating cinese Dagong, di cui l'ex premier italiano era diventato «punto di riferimento per la strategia di crescita internazionale». Grazie a Prodi la Dagong voleva lanciare l'attacco alle tre sorelle del rating, tutte americane: Moody's, Fitch e S&P. Il fondatore dell'Ulivo che oggi alcuni ex compagni vorrebbero anche candidare alla presidenza della Repubblica è uno dei leader occidentali più gradito al regime di Pechino, tanto da essere stato invitato a tenere corsi alla scuola del Partito comunista cinese. Pochi mesi dopo quel matrimonio la Dagong fece il suo primo scoop, il 9 dicembre 2011 quando il governo Monti si era insediato da un mese: abbassò il rating del debito italiano come giudizio sulla manovra salva-Italia del governo tecnico. Bisogna ammettere che ci azzeccò, ma qualcuno con malizia vide in quel gesto proprio lo zampino di Prodi. È evidente che oggi l'avventura italiana della Dagong che preoccupa tanto gli 007 non può prescindere dai consigli offerti dal superconsulente, che certo è in grado di suggerire quali bocconi prelibati (dal punto di vista industriale) portare via a buon prezzo. Per questo fa ancora più sensazione l'allarme che i servizi italiani hanno lanciato su Prodi e i suoi amici a Monti e D'Alema.
Secondo il rapporto le prime mire dei capitali cinesi sarebbero immobiliari, tanto che già qualcosa si starebbe muovendo intorno alle aree Falck. Sarebbe questo il motivo dell'apertura di una filiale della Bank of China a Sesto San Giovanni. Probabile che gli stessi capitali abbiano qualche mira anche sul business e sugli appalti legati ad Expo 2015. Ma non ci si limiterà a quello. Il rapporto investigativo - il cui contenuto è stato rivelato ieri dal quotidiano Repubblica (che si è dimenticato però del legame Prodi-Dagong) sostiene che i cinesi hanno intenzione di acquistare a man bassa nei «segmenti di lusso dell'automazione industriale, dei beni strumentali e delle tecnologie ambientali». E che qualcosa hanno già portato a casa, come dimostra l'acquisizione avvenuta nel gennaio 2012 per 374 milioni di euro del 75% del gruppo Ferretti (yacht di lusso) da parte della Shandon Heavy Industry, che poi avrebbe già delocalizzato parte delle produzioni. L'allarme è serio, il pericolo Prodi per l'economia nazionale già sperimentato da milioni di italiani fra il 2006 e il 2008, l'unico biennio orribile prima dell'anno di Monti. Resta da capire se questa sia davvero materia per rapporti dei servizi, che spesso incollano ritagli di stampa per costruirli. Forse il caso è più adatto alla scrivania di Passera che a quella di D'Alema. Ma se non abbiamo altri pericoli per la Nazione, questo ci passano i servizi e bisogna accontentarsene.
Franco Bechis
lunedì 14 gennaio 2013
La scelta tecnica
... augurandoci che chi ha fatto tale "scelta tecnica" (e chi difende tale porcata) abbia una qualche figlia femmina alla quale possa un giorno toccare la stessa sorte della ventiquattrenne di Bergamo. O dovremo attrezzarci e diventare tutte come Lisbeth Salander? Peccato però, che Lisbeth Salander sia un personaggio uscito dalla penna di Stieg Larsson.
Mentre Vilson Ramaj, il kosovaro 32enne arrestato venerdì scorso per avere stuprato una ventiquattrenne a Bergamo e finito ai domiciliari, sta valutando la possibilità di inoltra la richiesta per cambiare domicilio, il ministro della Giustizia Paola Severino difende la scelta presa dalla procura. "Comprendo le tensioni perchè il caso è terribile, orrendo, aggravato ancor di più dallo stato di gravidanza della giovane vittima - ha spiegato la Guardasigilli - allo stesso tempo bisogna ricordare che il nostro codice prevede da sempre che si possa attendere la sentenza in carcere o ai arresti domiciliari, è una scelta tecnica del giudice". "Abbiamo applicato le norme del Codice di procedura penale", ha spiegato nei giorni scorsi il procuratore Francesco Dettori facendo presente che le linee del Codice di procedura penale impongono certe linee di comportamento "Sono linee di operatività imprescindibili - ha continuato - bisogna capire che il pm non è un accusatore puro e semplice, ma è anche il tutore della legalità. Il Codice va utilizzato come si deve, non possiamo essere asserviti alle reazioni più o meno razionali dell'opinione pubblica. Nemmeno noi magistrati possiamo essere al di sopra della legge''. Ai microfondi di Prima di tutto su Rai radio 1, la Severino è intervenuta spiegando che quello di Bergamo è "un caso orrendo" aggravato dalla circostanza che la donna è incinta. "Pensare che una ragazza non possa andare a riprendere la macchina al parcheggio senza rischiare di essere violentata è veramente atroce", ha continuato la Guardasigilli che, però, ha invitato a fare fare dei distinguo dal punto di vista tecnico. "Il nostro codice prevede che si possa attendere la sentenza vuoi in carcere vuoi agli arresti domiciliari - ha concluso la Severino - si tratta di una scelta di carattere tecnico e qui il giudice certamente avrà valutato anche i precedenti della persona, ritenendo che la sua vita trascorsa consentisse di dire che non avrebbe ripetuto quel reato e che comunque la detenzione domiciliare potesse essere sufficiente". Nel frattempo il legale di Romaj sarebbe pronto a chiedere il cambio di domicilio dopo che sabato sera, sotto la casa dell'immigrato kosovaro, si era raccolto un gruppo di duecento persone infuriate che avevano lanciato fumogeni, bottiglie e altri oggetti contro l'abitazione.
Scena tratta dal film "Uomini che odiano le donne"
domenica 13 gennaio 2013
Moralizzazione e scelte civiche...
Moralizzazione e scelte civiche di Dagospia
Minestrone Monti a tavola! Il prof ha imparato subito il Cencelli della politica: nella sua lista insieme gay e papalini, cattolici adulti e fondamentalisti vaticani, testimonial da tg e signori delle tessere (Casini acchiappatutto). Della serie "volti buoni solo per la tv": dopo aver inondato i tg con la campionessa ipovedente già cantante fallita, Annalisa Minetti, l'agendista stregone la piazza solo quinta dietro ai fedelissimi smontezemolati Calenda e Simoni. Anche il rappresentante del forum dei giovani Carmelo Lentino difficilmente sarà eletto: cannibalizzato in calabria dai politici locali, finisce quarto. In toscana, candidato al numero 3, un ex consigliere di amministrazione MPS, banca che Monti ha salvato a suon di miliardi proprio per il disastro del vecchio cda Mussari. L'ex dominus del corriere Abramo Bazoli, scalzato da Cariplo Guzzetti e abbandonato da Mucchetti, tenta di recuperare: piazza il genero Gitto con Monti.
Era stata tra i volti più graditi dai telegiornali: dal giorno dell'annuncio a Radio Montecarlo mercoledì scorso, la cantante e campionessa paralimpica Annalisa Minetti candidata nelle liste del Professor Monti ha inondato tv, siti e giornali. "Annalisa Minetti, cantante, atleta paraolimpica che ha stabilito il record del mondo della categoria ciechi a Londra 2012: rappresenta bene cosa cerchiamo negli italiani da valorizzare: gente che sa e vuole affrontare le difficoltà e le supera", aveva detto il premier. Supera le difficoltà, ma non tutte. Specialmente quelle della spartizione delle poltrone.
La Minetti buona, infatti, è finita nella lista "Con Monti per l'Italia" solo al quinto posto nel collegio Lazio 1, dietro ai fedelissimi di Montezemolo Carlo Calenda e Marco Simoni (Italia Futura). Una posizione decisamente poco favorevole: per essere eletta, la Lista Monti dovrebbe raggiungere da sola almeno il 10% dei voti, ma oggi i sondaggi danno al 10 l'intera coalizione che sostiene il Prof., compresi Udc e Fli. Altro caso di annuncio non proprio premiato, il trentatreenne esponente di punta del Forum dei Giovani, Carmelo Lentino. In Calabria è finito al quarto posto, dietro i politici locali Carolina Girasole e Sergio Nucci. Una posizione difficilmente eleggibile, se si pensa che nel 2008 l'Udc portò a casa in quel collegio 2 deputati con l'8%. Spulciando le liste di "Scelta civica", però, salta fuori un'altra sorpresa. In Toscana, al numero 3 della lista, compare Alfredo Monaci, che nel curriculum vanta la poltrona di consigliere di amministrazione della Banca Monte dei Paschi di Siena da aprile 2009 ad aprile 2012, non riconfermato con l'arrivo di Alessandro Profumo. Incredibile, ma vero: Monti mette in lista un amministratore della Banca che il suo governo è stato costretto a salvare a suon di miliardi dei contribuenti per la mala gestione degli anni passati, quando nel cda presieduto da Mussari sedeva anche lo stesso Monaci. Della serie: tutto quanto fa spettacolo. O, nel caso specifico, fa lista. Sì, insomma, può portare voti, da mare a Monti. Il professore, che ci apparve in loden e ci ha lasciato in braghe di tela, è arrivato col fiatone, sul filo di lana, a ritoccare disperatamente il suo puzzle. La sua impresa di cucire insieme nomi, aree, mentalità, tradizioni, professioni diversissime tra loro, pur di strizzare l'occhio al maggior numero di elettori possibili.
E così, tra le carte che ha voluto giocare in fotofinish, c'è quella di Gianluigi Cimmino, patron e fondatore della Yamamay, azienda di grande trend nel campo della biancheria intima, che ha legato il suo brand fortunato anche alle campionesse d'Italia, bustocche della pallavolo. Cimmino, pizzicato pure dagli strali di Saviano, e, tra l'altro, docente di Marketing alla seconda Università di Napoli, sarà capolista di «Scelta Civica» in Campania. E dall'intimo al reparto sportivo, con gli assalti in punta di fioretto cui è pronta la super mamma e super campionessa di scherma, Valentina Vezzali, ma anche con la performance di una splendida atleta paralimpica come Annalisa Minetti, la cantante non vedente che ha partecipato anche al Festival di Sanremo e a Miss Italia. Sport in questo caso che tocca o dovrebbe toccare, secondo il Professore, anche le corde di una certa sensibilità. Le stesse che dovrebbe sollecitare la candidatura di Mario Marazziti uno dei principali punti di riferimento della Comunità di Sant'Egidio. E i cattolici, dove li mettiamo? Anzi, dove li mette il premier uscente? Li mette pure in pole position: nelle sue liste ci sarà infatti anche Gian Luigi Gigli, classe 1952, professore di neurologia all'università di Udine, già direttore del dipartimento di Neuroscienze. Giova ricordare che Gigli è il neurologo che si è battuto perché non venisse interrotta l'alimentazione e l'idratazione a Eluana Englaro, è stato presidente della Federazione internazionale delle associazioni dei medici cattolici e, in questa veste, ha organizzato tre importanti congressi internazionali.
È stato nominato da Giovanni Paolo II membro ordinario della Pontificia accademia per la vita partecipando in prima fila alla battaglia contro l'eutanasia.
Ma anche gli omosessuali vanno accontentati si è detto Monti. E quindi ecco che il sobrio premier, giusto per ricordarlo, ha pescato per la sua lista anche Alessio De Giorgi, un protagonista del mondo omosex, prima come veltroniano, poi soprattutto renziano e poi come supporter dei tecnici centristi, amici del Vaticano per il tramite del professor Ichino, con il quale è candidato al Senato in Toscana. De Giorgi è un imprenditore di successo, infatti dal 1999 è inventore e titolare del locale Mama Mia di Torre del Lago, dove ogni estate si eleggono mister gay e miss drag queen. Il suo è stato il primo matrimonio tra persone dello stesso sesso: quando queste unioni si chiamavano Pacs ed è avvenuto nel 2002 al consolato francese di via Giulia, a Roma, con una cerimonia decisamente vistosa. Sempre per «Scelta civica» merita attenzione un'altra illustre quanto «casuale» candidatura individuata dal Prof, quella di Gregorio Gitti, genero di Giovanni Bazoli, grande e storico amico di Monti. Quel Monti che non si è mai sentito, per carità, condizionato dalle banche in ogni suo atto di governo e di carriera. E poi ancora un omaggino alla letteratura con Edoardo Nesi, scrittore ed ex imprenditore di Prato che si candiderà in Toscana per la Camera. Precisino e attento a tutto, l'ex uomo in loden. O no?
Un difficile vertice - durato oltre due ore - tra Monti, Fini, Casini e Riccardi. E alla fine la lista centrista ha avuto il via libera anche al Senato (tutti i candidati). Il leader dell'Udc fa la parte del mattatore. Pier Ferdinando Casini sarà capolista di "Con Monti per l'Italia" in cinque regioni: Lazio, Campania, Basilicata, Calabria e Sicilia. Enzo Moavero è l'unico membro dell'attuale governo in corsa per Palazzo Madama. Il ministro per gli Affari Europei è terzo in lista nel Lazio, alle spalle di Casini e di Giulia Bongiorno (Fli).
In Lombardia - la regione chiave per la vittoria finale, ormai ribattezzata l'Ohio italiana - il professore, come annunciato, schiera il tridente: Gabriele Albertini, Pietro Ichino, Mario Mauro, seguìti dal finiano Benedetto Della Vedova. Mario Sechi, ex direttore del Tempo, è invece capolista in Sardegna. A guidare la lista in Umbria è Linda Lanzillotta, in Piemonte Andrea Oliverio. Due ex esponenti di spicco del Pd che hanno ottenuto una testa di serie: si tratta di Pietro Ichino (in Toscana, ma è anche secondo in lista in Lombardia) e Alessandro Maran (in Friuli Venezia Giulia). A parte Della Vedova, Alessandro Ruben (quarto in Puglia), Giuseppe Consolo (quinto in Campania) e Mario Baldassarri (quarto in Sicilia) sono i 'finiani' di Futuro e Libertà che spiccano nella lista di Mario Monti al Senato. In 'pole position' nel Lazio c'è Giulia Bongiorno, candidata anche a governatore della regione. Per quanto riguarda l'Udc - oltre a Casini, che fa la parte del leone - si segnalano Roberto Rao (quarto in Lazio), Mauro Libè (secondo in Emilia-Romagna), Antonio De Poli (secondo in Veneto), Michele Trematerra (secondo in Calabria) e Salvatore Ruggeri (secondo in Puglia). Alessio De Giorgi, direttore di Gay.it, è quarto nella lista in Toscana. Mentre sono ancora al lavoro i partiti di Fini e Casini per mettere a punto le rispettive liste per la Camera, si è dunque completato il quadro delle liste che fanno direttamente riferimento al premier. E Monti parte ora con la battaglia per le firme: "Sottoscrivi il cambiamento! Firma con #Monti per l'Italia! @scelta_civica", scrive su twitter. La formazione del professore ha così avviato la campagna in diverse città italiane per la raccolta delle firme necessarie alla presentazione delle liste.
sabato 12 gennaio 2013
Estorsioni autorizzate
Si può credere alla befana ma non a Befera di Dagospia
"Partoriscono i monti, e nascerà un ridicolo topo" (Orazio)
Sul "Corriere della Sera" di martedì scorso, a firma di Massimo Fracaro e Nicola Saldutti, con grande perizia e senza sussulti demagogici è documentata (e spiegata) la somma intera di empietà (e imperizia) contenute nel nuovo Redditometro partorito da Equitalia (si fa per dire) per combattere la lotta all'evasione fiscale. I due eccellenti cronisti puntano l'indice anche sul paradosso di un controllo fiscale destinato, alla fine, a penalizzare i contribuenti virtuosi. Tra le tante assurdità dell'ennesimo Porcellum normativo mandato a pascolare sui prati istituzionali, c'è anche un ribaltamento di ogni principio giuridico civile: l'onere della prova della propria onestà è tutta a carico del contribuente. A pensare che quell'eversore del barone John Maynard Keynes, da buon economista liberal sosteneva che "sfuggire alle tasse è l'unica impresa che offra ancora un premio". Così, nei prossimi mesi se non sarà cancellato dai nuovi governanti un Tassametro (taroccato) spacciato per Redditometro (imparziale), milioni di cittadini-sudditi finiranno nel tritacarne dell'Agenzia delle Entrate. E toccherà soltanto a loro, davanti al giudizio del funzionario-sovrano, ricordare perché nel 2009 hanno acquistato un televisore nuovo, ho acquistato l'apparecchio correttivo per i denti della figlia.
Sul nocciolo (duro) del problema che riguarda la civiltà fiscale, ben poco ha aggiunto il battibecco pseudo ideologico, sviluppatosi sulle pagine del "Corriere della Sera", tra il direttore di Equitalia, l'impenitente Attilio Befera, e l'opinionista col blà blà weberiano, Piero (e/o) Ostellino. Ai quali si è aggregato, con una posizione "terzista", il solito Salvatore Bragantini, che ancora non si è avveduto che nell'anno del governo Monti il debito pubblico ha raggiunto la cifra-record di oltre duemila miliardi. Riguardo ai buchi di bilancio (pubblico) l'agenda del manager-analista è ancora ferma agli anni Ottanta. Mai aggiornarla! Il che dimostra come spesso le opinioni separate dai fatti sono soltanto "fuffa" accademica. Pensieri e convincimenti (radicati) a mezzo stampa sul rapporto cittadino-tasse che, però, non affrontano mai la vera emergenza istituzionale che da almeno una ventina di anni di ministri "tecnici" (da Visco 1999 a Grilli 2012) stiamo drammaticamente vivendo: la politica fiscale è compito precipuo (missione) del governo e del Parlamento e non può essere delegata a Equitalia o a qualsiasi altra agenzia. Come recita lo stesso dettato costituzionale, i ministri, nominati dal capo dello Stato su proposta del presidente del Consiglio "sono responsabili, individualmente, degli atti adottati dai dicasteri loro affidati e, collegialmente, delle deliberazioni del Consiglio dei Ministri".
Fa un certo effetto, allora, che nel pieno di una campagna elettorale difficile e ricca di colpi di scena, con i cittadini alle prese con povertà e disoccupazione crescente, nessuno dei leader in gara - da Bersani a Berlusconi passando per Casini -, abbia finora preso posizione sul'iniquo Redditometro messo a punto da Equitalia. Il Grande Inquisitore dostoevskijano del terzo millennio che con il suo modello organizzativo sofisticato vuol far credere alle sue vittime (i contribuenti) di agire per il suo bene: far pagare le tasse a tutti. Dopo le esperienze del passato ("cartelle pazze" e tanto altro) si può continuare a credere ancora alla Befana, ma non a Befera! Chissà, forse dimentichi i nostri politici, che nella scorsa primavera c'è stata una forte mobilitazione contro l'agire persecutorio dell'Agenzia con assalti agli uffici, attentati e suicidi. Una società per azioni a capitale pubblico (una multiutility che deve macinare profitti) che è stata accusata pure di praticare lo "strozzinaggio", esigendo, a torto o a ragione, comunque un agio del 9% per ogni tassa non pagata. Una situazione insostenibile fino al punto che la Cgil aveva minacciato uno sciopero generale contro l'Agenzia delle entrate. Tutti silenti, invece, i futuri candidati premier nonostante che nel tritacarne di Equitalia finirà soprattutto il lavoro autonomo e d'impresa. E qualche pensionato che non appartiene, come Salvatore Bragantini, al ristretto club dei contribuenti mezzi-milionari, ma che per una volta si è permessa una follia: spendendo in sola volta i suoi mille euro (mensili) per una vacanza-premio sul lago insieme ai cari nipotini.
Per non dire del premier-pesce Rigor Montis e del suo ministro dell'Economia, Vittorio Grilli, che ancora non si sono resi conto della bomba sociale lanciatagli sotto la poltrona (a loro insaputa?) da Attila Befera proprio alla vigilia della consultazione elettorale. Ma spesso, accade anche i bocconiani, non si possono prendere impegni superiori alle proprie debolezze.
giovedì 10 gennaio 2013
Sul redditometro e sul nulla da nascondere
Il redditometro di Vito Schepisi
Per il 2013 avevo pensato di cambiare il mio scooter, poi ho letto che il motorino rientra nel redditometro e ci sto riflettendo. Avevo idea di cambiarlo prima di spenderci soldi per rifare i freni e per cambiare le ruote e la batteria. Voleva essere un modo per risparmiare e per muovermi in sicurezza. Non voglio sostituirlo con un cabinato di 12 metri! Mia moglie mi ha detto: «Ma dai! Che problemi t’inventi? Non farti i film, non abbiamo niente da nascondere.» Ingenua! Non ha capito che è proprio perché non abbiamo niente da nascondere che ci dobbiamo preoccupare di più. In Italia funziona tutto all’inverso: se si tratta di pagare, gli ultimi sono sempre i primi ad essere presi di mira. Qualcosa di simile è scritto anche sul Vangelo secondo Matteo. Non è sufficiente non avere niente da nascondere. L’Agenzia delle Entrate, con i nostri soldi, paga 500.000 Euro l’anno a Befera, ma questi deve guadagnarseli. E su chi se non su di noi?
La centrale operativa dell’Agenzia delle Entrate è come la Cia, ti becca non appena metti il naso fuori di casa. I contanti non li puoi avere e se usi il bancomat e la carta di credito sono guai. Bisogna tenersi alla larga dalle banche – salvo che per pagare le tasse – e dalle attività commerciali. Non si sa come facciano – avranno un sistema di pesa dei contribuenti all’entrata e all’uscita dai centri commerciali – ma sanno cosa ciascuno di noi mangia a colazione, a pranzo e a cena. Figuriamoci se non conoscono anche le abitudini intime! E fanno gli accertamenti. Nooo! Non sulle intimità – almeno, non ancora –: solo sul tenore di vita. L'onere di dimostrare il contrario spetta al malcapitato. Nessuno parla di Costituzione violata. Dicono che la nostra Carta fondamentale sia la più bella del mondo, e ci prendono in giro. Anzi c’è chi ci fa soldi: un comico sulla tv di Stato lo dice più forte degli altri. Il guitto ci mette la faccia, ma da prendere a fischi è chi lo paga con i nostri soldi. L'Agenzia delle Entrate, quando meno lo aspetti, t’invia una lettera raccomandata delirante come un comunicato delle Brigate Rosse. Mentre tu nicchi e reagisci e fai ricorso, l'Agenzia delle Entrate ti propone uno sconto, come i saldi di fine stagione. Sconto di che, se non ho evaso un euro? Ma è inutile illudersi, il fisco non ti molla. Se non paghi, per venti anni e oltre ti tampinerà senza tregua. Sarà come aver dietro un segugio. Che gente!
Vorrei chiedere a Monti: ma chi tra i ricconi, con tanto di auto di lusso, di barche, di case e di ville – rigorosamente intestate alle società con utili di esercizio vicino allo zero – circondati da fior di consulenti, sarà tanto stupido da lasciarsi andare a spese senza controllo e da farsi beccare? Solo chi spende soldi non suoi o i truffatori che non hanno niente da perdere o i poveri cristi che, come me, s’illudono di potersi permettere di cambiare il motorino. Ci sarà chi si farà comprare l'Iphone dall’autista, il caviale e lo champagne dalla cameriera e chi pagare il veterinario per "fufù" dal suo dipendente. Compreranno all'estero l'abitino di Prada e la borsa di Vuitton per la signora. Nessuno più comprerà in Italia il brillantino o il collier per l’amante. Chi cambierà lo scooter, invece, rischierà d’essere beccato! Gli italiani onesti, terrorizzati, non spenderanno più, per non trovarsi nei casini. Si prepara un altro brutto colpo al Pil: il rapporto col debito pubblico arriverà al 200%. Tutto andrà a rotoli in Italia. La Merkel si fregherà le mani e ci comprerà a saldo di fine Nazione. Ci chiederanno persino di ringraziare la Signora, per aver salvato l’Italia, com’è capitato con il salasso di Monti. Che imbecilli che siamo! In che Monti di Fini Casini ci bersaniamo da soli! Poi si legge che un ministro si compra una casa "pubblica" a Roma con vista Colosseo, pagandola come un appartamento in periferia di una città di provincia, dopo averla fatta allocare in zona a rischio sismico, e nessuno dice niente. Neanche uno strumento di tortura per questi impuniti. Neanche un giro attorno a Piazza Colonna col cilicio. Neanche un giro tra quegli incazzati che hanno comprato le obbligazioni del MPS. Neanche un coscienziometro. Solo un redditometro.
Disponibile a distruggere ancora l'italia
Docente a metà. La Fornero torna all'università di Torino ma chiede un altro posto a Roma. Elsa Fornero fa un passo indietro e quattro avanti. Dopo aver annunciato di non volersi candidare torna a fare la Professoressa all facoltà di Economia dell'università di Torino. E fin qui sembra che Elsa voglia farsi da parte ma attenzione a cosa dice: "Torno all'insegnamento, ma sono sempre disponibile a servire il paese, servire il paese con la stessa disponibilità dimostrata in questi mesi. Magari ruoli legati al tema delle pari opportunità". Insomma fa un appello. Vuole il ministero per le pari opportunità. Più chiaro di così? Dopo i disastri al ministero del lavoro e con le pensioni ora pensa già ad un altro incarico fingendo di mollare la politica. Sulle elezioni alle porte è chiara: "Comunque vadano le cose - dice - c'è un'agenda Monti. E qualsiasi scelta di Monti sarà dettata dalla stella polare dell'Europa". Ora che torna ai suoi studi attacca frontalemnete i sindacati che tanto l'hanno criticata: "Mi hanno delusa. Le parti sociali - afferma - sono state per me fonte di delusione per la loro resistenza al cambiamento, per il loro arroccamento a difesa di posizioni che ancora reggono ma che non hanno futuro".
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