venerdì 11 maggio 2012

Facce come il culo

Niente, ogni singola parola di questo articolo non merita alcuna considerazione, risposta o riflessione. Ma forse, ci si sta svegliando da qualcosa...


Si alza la tensione contro Equitalia. Aggressioni, assalti e intimidazioni sono, ormai, all'ordine del giorno. Da Milano a Roma si moltiplicano i blitz contro il Fisco. Soltanto oggi tre i casi di cronaca: a Napoli decine di manifestanti hanno attaccato la sede di corso Meridionale innescando violenti scontro con la polizia; nel capoluogo lombardo un imprenditore ha preso a pugni e calci due finanziari di Equitalia; nella Capitale invece è stato spedito un busta contenente polvere pirica nella sede di via Grezar. Giovedì prossimo il presidente del Consiglio Mario Monti incontrerà i vertici di Agenzia delle Entrate e di Equitalia.

Monta la protesta contro il Fisco. Questa mattina, a Napoli, una nuova manifestazione contro il luogo simbolo della pressione fiscale e delle tasse: Equitalia. I manifestanti hanno preso d'assalto la sede di corso Meridionale incendiando numerosi cassonetti che erano stati utilizzati per sbarrare la strada. Contro gli uffici di Equitalia sono stati lanciati secchi di vernice rossa mentre i manifestanti cercavano di entrare nella sede partenopea. Immediata la reazione degli agenti in tenuta antisommossa che sono intervenuto spintonando e allontanando i manifestanti. A quel punto si sono sentite due esplosioni, forse petardi o bombe carta. Mentre le forze dell’ordine cercavano di aprire un varco al traffico veicolare formando un cordone a circa 50 metri dall’ingresso, è iniziato un lancio di pietre contro di loro e un nuovo tentativo di incursione negli uffici. Così c’è stata una carica: tra i manifestanti c’è un giovane ferito alla testa da una manganellata.

Picchiati due ispettori a Milano: A Melegnano, nella provincia di Milano, due ispettori di Equitalia sono stati aggrediti da Giuseppe Neletti, 50enne nato a Gela titolare di una impresa. I due funzionari sono stati presi a calci e pugni nella sede legale di un’impresa edile in via Turati 5 a Melegnano. I due avevano un appuntamento con l’imprenditore che li ha aggrediti nello studio del commercialista. Subito dopo l'aggressione i due sono andati al pronto soccorso per essere medicati.

Busta con polvere pirica a Roma: Una busta con all’interno della polvere pirica è stata recapitata questa mattina alla sede di Equitalia di via Giuseppe Grezar 14. Secondo quanto si è appreso dagli investigatori, la busta recapitata alla sede Equitalia non poteva esplodere: il plico non presenta, infatti, alcun tipo di innesco. L'allarme è scattato intorno alle 11.30 quando tra la corrispondenza è stata notata la busta da lettera sospetta. La busta, che è stata recapitata alla sede Equitalia di via Giuseppe Grezar, è stata sequestrata e verrà sottoposta ad accertamenti per risalire alla provenienza.

"Il sensazionalismo alimenta la violenza": Equitalia se la prende con la "superficialità" con la quale viene associata "al termine suicidio": "È inaccettabile continuare a scaricare irresponsabilmente su Equitalia la colpa di gesti estremi e situazioni drammatiche, che hanno invece origini diverse e lontane e che stanno esplodendo solo oggi a causa della crisi economica. Eventi tragici da non spettacolarizzare, per i quali Equitalia esprime profonda vicinanza alle famiglie coinvolte".

Equità, più soldi al sud... tanto per cambiare


MILANO - Il governo riprogramma la destinazione di fondi europei (già a bilancio) per 2,3 miliardi alle aree di fragilità del Paese, le regioni Sud. Il piano anti-povertà che il governo chiama «di azione e coesione» è stato presentato a Palazzo Chigi dal premier Mario Monti e da alcuni ministri, tra cui Fabrizio Barca, ministro per la Coesione, e Elsa Fornero, ministro del Welfare. Le voci più significative del piano riguardano i servizi alle persone non autosufficienti (anziani, malati, disabili), alla cura dell' infanzia, alla dispersione scolastica. Circa 900 milioni sono destinati alla competitività delle imprese.

RIGORE E CRESCITA - «Il rigore che abbiamo chiesto al Paese non è stato un cedimento a logiche e politiche decise da altri in altri luoghi ma l'opposto cioè l'invito a condividere uno scatto di orgoglio, un'assunzione di responsabilità per un futuro migliore», ha affermato Monti presentando il piano. «Ci sono molti modi per diventare colonie di altri paesi. Noi amiamo il sistema internazionale, siamo protagonisti attivi in Europa ma vogliamo avere lo stesso grado di autonomia e decisione responsabile che hanno gli altri paesi ed eravamo sul punto di perdere questo grado di autonomia», ha aggiunto Monti. L'Europa deve fare di più per la crescita ma «già oggi l'Europa, a saperla leggere, scrutare e penetrare, dà certi margini di crescita che spesso non sono utilizzati come in Italia è avvenuto per lungo tempo».

LA FASE 2 -«La Fase 2 del Piano di azione coesione - si legge in una nota - sposta fondi sottoutilizzati o allocati su interventi inefficaci o ormai obsoleti, di programmi operativi nazionali o programmi operativi interregionali e quindi gestiti dalle amministrazioni centrali dello Stato, per un valore pari a 2,3 miliardi di euro».

CURA DELL'INFANZIA - Dei 2,3 miliardi di fondi per il Sud 730 milioni andranno a cura dell'infanzia (400 milioni) e degli anziani non autosufficienti (330 milioni). Lo spiega una nota del ministero per la Coesione. Altro intervento di peso è quello per la promozione e lo sviluppo delle imprese e della ricerca (740,7 milioni).

giovedì 10 maggio 2012

Oh, che dispiacere...


FIRENZE - Una certa solitudine l'ha evocata lui stesso, richiamando «le notti» passate a immaginare una via di uscita sui debiti commerciali della pubblica amministrazione. Le imprese chiudono, i ritardi dello Stato le strangolano, ma la soluzione comunitaria di Monti passa da Berlino, e la Merkel non ha ancora detto di sì. Ancorché passeggera, la sensazione di sentirsi impotente è affiorata, sul filo dell'ironia, con altri concetti: «Come sarei felice di saldarli subito, domani mattina, quei debiti»; «peccato che non posso farlo», ha proseguito dopo, evocando spread , giovani, futuro, responsabilità.

La fatica del sacrificio in cui si è imbarcato comincia a farsi sentire. Ieri mattina, nel salone dei Cinquecento, a Palazzo Vecchio, i «sei mesi di governo» sono diventati di colpo molto più pesanti («longer, much longer», il premier parlava in inglese) degli anni passati alla Commissione europea. Il giorno prima, a chi chiedeva se avesse letto le mail dei cittadini sulla revisione della spesa pubblica, aveva risposto, più o meno, così: «Avrei dovuto, visto che non ho nulla da fare...». Chiamatela se volete amarezza, forse sono i primi segnali di una stanchezza, di certo nelle ultime ore la comunicazione del premier è cambiata. Risponde alle critiche; dice e poi rettifica; provoca lui stesso reazioni, in primo luogo nel Pdl, che rischiano di complicare la navigazione dell'esecutivo. Persino nello staff qualcuno avrebbe ravvisato la necessità di una maggiore moderazione. Ma anche Monti ha il suo carattere, che non ha solo i tratti della sobrietà, per scomodare un luogo comune. Negli ultimi giorni, provocando un filo di allarme nei colleghi di governo, si è anche spinto più in là: i ragionamenti sull'appoggio esterno del Pdl (che poi, in realtà, è già tale) lo hanno lasciato stupefatto; quelli di una potenziale, costante, revisione parlamentare sui provvedimenti più importanti del governo, così come le polemiche sull'Imu, lo hanno invece innervosito al punto da arrivare a pronunciare davanti ad altre persone, per la prima volta, l'ipotesi di togliere il disturbo.

Chi lo conosce, nel governo, interpreta in questo modo: «È stato abituato a incassare elogi, interni e internazionali, incassa meno bene i riti, le critiche e il linguaggio della politica italiana». Persino i titoli di prima pagina dei quotidiani vicini al centrodestra provocano reazioni, per lo staff invece si potrebbe sorvolare. «Si è tecnici sino a quando non si mette piede nel Palazzo», gli è stato suggerito dai collaboratori. Come dire: non ti curar di loro. Evidentemente non è così semplice. Monti tecnico lo è stato per tanti anni: in fondo anche alla Commissione europea, dove un certo tipo di politica, aggressiva, personale, entrava di rado. C'erano sì le lobbies e interessi delicati e mille lotte di potere, ad esempio con giganti come Microsoft; mancava l'attacco alla persona, che oggi stenta a digerire. Su tutto ovviamente ha un peso ulteriore, e primario, l'enorme preoccupazione per la situazione, che continua a definire «drammatica», del Paese: con le banche il governo aveva ipotizzato, per luglio, l'obiettivo di uno spread a 250; se restasse intorno a 400, come in questi giorni, la differenza in termini di interessi, per le casse dello Stato, sarebbe di circa 15 miliardi di euro. Per non parlare del rischio, dopo il voto di Atene, ma non solo, che la situazione dei mercati «sfugga di nuovo di mano».  Cifre e timori che provocano frustrazione, mentre si fronteggiano critiche che si ritengono ingiuste. O mentre si chiedono ai partiti suggerimenti, collaborazione concreta, ricevendo in cambio riserve, distinguo, e persino l'accusa di aver ridotto il Paese in questo stato. Sua madre gli diceva, tanti anni fa: fai tutto quello che puoi e che vuoi, ma «non andare a Roma, non ti mischiare con la politica». I problemi, e l'amarezza di oggi, sembrano avverare, in parte, quell'avvertimento.

Marco Galluzzo


La bellezza del multiculti...


PERUGIA - «Ora vedrete quanti problemi possiamo creare». L’urlo di guerra del clan. Sbattuto in faccia agli operatori Gesenu e ai residenti terrorizzati. Il tam tam che uno dei loro è stato appena accoltellato, in piazza Danti,dal gruppo rivale degli albanesi li raduna in corso Garibaldi. Poche centinaia di metri su e giù per il centro storico, dal salotto buono al Borgo d’oro: scorci meravigliosi di una città vecchia devastata dalla guerriglia delle bande dello spaccio. Qualche minuto per ritrovarsi, armarsi di bastoni, coltelli, segnali divelti e un paio di pistole scacciacani. Poi il clan dei tunisini parte a caccia degli albanesi che mezzora prima hanno lasciato in piazza Danti un loro giovane connazionale in un lago di sangue. Rissa per la droga: in un rapporto di forze che non pare più cristallizzato in grossisti e spacciatori di piazza, all’origine della notte d’inferno ci potrebbe essere una partita di cocaina non pagata forse a seguito di qualche «fregatura».

Raid fino all'alba. La caccia all’albanese va avanti almeno fino alle tre del mattino. I tunisini devastano fioriere, cassonetti, sedie, tavolini. Volano bottiglie e bastonate, spari delle pistole a salve, la gente si ripara come può. Cercano gli albanesi, pensano si nascondano in alcuni bar fra corso Vannucci e piazza Grimana. «Siamo stati fortunati a chiuderci dentro in tempo. Quelli da fuori spingevano per entrare con i bastoni e le spranghe, e noi a tenere le porte. I clienti erano terrorizzati e piangevano»:  il racconto all’unisono dei gestori. C’è anche chi sconta la furia dei nordafricani. Una persona davanti ai bar di piazza Grimana tenta di calmarli: in cambio riceverà un paio di cazzotti che lo fanno crollare a terra. Ma la follia tocca l’apice qualche istante prima, quando i tuninisi tentano di impossessarsi in piazza Grimana dell’ambulanza che sta curando e trasportando il connazionale ferito. «Sbucavano da tutte le parti - raccontano ancora tremando i sanitari - abbiamo temuto volessero ammazzarci».

Le forze dell'ordine. Col passare dei minuti polizia, carabinieri e guardia di finanza riconquistano ai balordi metri su metri, e la guerriglia nei vicoli si arresta. Intorno alle tre la situazione torna definitivamente sotto controllo. Nel frattempo ci sono due fermati e l’accoltellato arriva in ospedale: la ferita all’addome non è di poco conto, e l’equipe del professor Donini qualche ora dopo al Santa Maria della Misericordia interverrà per scongiurare il peggio, con la lama del coltello passata molto vicina all’arteria. E’ ancora in prognosi riservata. I due fermati, Ahmed Chemmakhi e Abdeglil Miegeri (18 e 22 anni) vengono portati in questura con l’accusa di danneggiamento aggravato, resistenza a pubblico ufficiale aggravata e lesioni aggravate. Non solo loro, in tutto i partecipanti alla follia di martedì sera sono una decina. Di questi, almeno cinque sarebbero stati identificati. Ci sono poi altri feriti, tra cui un albanese di 26 anni (colpito sembra in via del Fagiano) e alcuni fra le forze dell’ordine con diverse auto di polizia, carabinieri, finanza e municipale danneggiate.

I controlli. Tempo di far sorgere il sole e parte la controffensiva di carabinieri e polizia. Tre appartamenti-covo della zona di piazza Grimana («vogliamo le pattuglie in piazza di sera» dicono i commercianti) vengono sgombrati dai carabinieri con l’aiuto dei vigili del fuoco: dentro, diversi clandestini. Arrivano i reparti mobili della polizia da Roma e i rinforzi per i carabinieri sempre dalla capitale. Vengono visionati i filmati delle telecamere, e mentre arriva la convalida dei due fermi e l’arresto di altre due persone per spaccio ecco servita la vendetta ancora a base di coltellate: una, anche se superficiale, scagliata alla gamba di un albanese accerchiato in zona Arco etrusco da cinque tunisini. Il ragazzo riesce a fuggire e rintanarsi in un bar, rannicchiato dietro il bancone. Fuori, gli aggressori lo minacciano puntando quel coltello: «Uno dei nostri è in ospedale mezzo morto, ora ammazziamo tutti gli albanesi». Una pattuglia dei carabinieri in zona li metterà in fuga. «Serve una risposta dei cittadini - dice Primo Tenca, presidente dell’associazione Vivi il Borgo - abbiamo ricevuto richieste di aiuto dalle studentesse della casa della Studentessa che si trovano in gravi difficoltà. Argomenti sui quali riflettere e prendere decisioni».

Il comitato. In serata dal comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, che si è tenuto in un clima di tensione, arrivano indicazioni forti: controlli ancora più stretti e presidi delle forze dell’ordine nelle zone calde della città, vista anche con la presenza anche dei reparti arrivati da Roma, maggior utilizzo delle telecamere e controlli dell’Asl nei locali notturni e quelli etnici.

mercoledì 9 maggio 2012

Mater lacrimarum e gli esodati


MILANO - Il decreto sugli «esodati», che il Governo aveva annunciato, è pronto. Riguarda circa 65mila persone, e anche il numero era stato annunciato. In entrambi i casi suscitando reazioni negative da parte dei sindacati. La comunicazione delle decisioni alle parti sociali è arrivata dal ministro Fornero nella riunione, al ministero del Lavoro, con i segretari generali di Cgil, Cisl, Uil e Ugl, Susanna Camusso, Raffaele Bonanni, Luigi Angeletti e Giovanni Centrella. Al termine dell'incontro i sindacati si sono detti «insoddisfatti».

DURATA - Il decreto copre due anni, il 2012 e il 2013. Problemi si potrebbero creare per il 2014. Secondo quanto riferiscono i sindacati, saranno salvaguardati i lavoratori esodati che hanno fatto un accordo con l'azienda e che raggiungeranno i requisiti per accedere alla pensione con le vecchie regole entro il 2013. «Mi prendo tutta l'impopolarità di un provvedimento impopolare» ha detto il ministro. Numeri complessivi e durata non corrispondono alle attese. Ma questo è il massimo che può essere fatto, ha spiegato il ministro: «Il vincolo risorse non può essere messo in discussione, per quelli che sono fuori dal decreto si vedrà».

CHI SONO - Chi sono i 65mila esodati che troveranno copertura? Questa la divisione secondo le differenti situazioni: 25.590 lavoratori in mobilità ordinaria; 3.460 in mobilità lunga; 17.710 quelli che fanno riferimento a fondi solidarietà; 10.250 i prosecutori volontari della contribuzione; 950 i lavoratori esonerati; 150 i genitori di figli disabili; 6.890 lavoratori che hanno risolto il rapporto al 31 dicembre scorso sulla base di accordi individuali o collettivi.

I SINDACATI- La prima a parlare è il segretario della Cgil Susanna Camusso: «Il decreto non va bene, va cambiato perchè non dà garanzie a tutti i lavoratori». Il governo «deve trovare i soldi, la mobilitazione continua». Le fa eco il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, secondo cui le risorse «non bastano per tutti» e, pertanto, «ad oggi non siamo soddisfatti».

Facce come culi


Sulla norma che consentiva trattamenti previdenziali privilegiati anche ai dirigenti pubblici che con il tetto agli stipendi avevano subito una riduzione delle retribuzioni, una settimana fa il governo era stato battuto a Palazzo Madama. E’ di nuovo polemica sulle pensioni d’oro per i manager. La Lega attacca l’esecutivo e fa sapere che il governo è pronto a reinserire nel decreto sulle commissioni bancarie all’esame della commissione Finanze della Camera, la contestata norma già abrogata dal Senato. A lanciare l'allarme è stato, in mattinata, il vice capogruppo della Lega Nord alla Camera, Maurizio Fugatti: "Il governo si è presentato in commissione e dicendo che il testo del decreto sulle commissioni bancarie è blindato e quindi non subirà modifiche alla Camera, a meno che la commissione non accetti di reintrodurre quanto abrogato al Senato. E’ una scelta scandalosa, fatta dall’esecutivo per salvare le pensioni d’oro degli alti manager di Stato", ha spiegato l’esponente del Carroccio. Sulla norma che consentiva trattamenti previdenziali privilegiati anche ai dirigenti pubblici che con il tetto agli stipendi avevano subito una riduzione delle retribuzioni, una settimana fa il governo era stato battuto al Senato. Il ministro per i Rapporti col Parlamento, Piero Giarda, ha smentito da parte sua l'intenzione di modificare la norma sulla pensioni d'oro.


I tecnici, per assecondare il rigore voluto dalla Cancelliera, hanno caricato il Paese di tasse portandolo alla recessione. Con la modestia e la finezza che lo contraddistinguono, ieri Mario Monti ha elegantemente scaricato sulle spalle di chi lo ha preceduto la catena di suicidi per motivi economici che sta costellando i suoi primi mesi di governo: «Le conseguenze umane della crisi dovrebbero far riflettere chi ha portato l’economia in questo stato e non chi da quello stato sta cercando di farla uscire», ha scandito un premier sempre più nervoso per l’inefficacia dei provvedimenti adottati e per la fibrillazione dei partiti che lo sostengono, duramente puniti nelle urne elettorali e quindi tentati di fargliela pagare. Di fronte alle reazioni degli uomini del Pdl e dei leghisti, Palazzo Chigi ha poi emanato l’ormai consueta nota di rettifica («non ha parlato di suicidi») che non ha rettificato alcunché, essendo le «conseguenze umane» nient’altro che le tragedie indotte dalla disperazione, delle quali il Professore ritiene Berlusconi colpevole, mentre lui si considera immacolato come le sue camicie. Ora, che i problemi del Paese abbiano radici lontane è fuori discussione. E che l’esecutivo del Cavaliere abbia responsabilità per non averli affrontati con la dovuta risolutezza questo giornale l’ha scritto decine e decine di volte. Ma è piuttosto grave che Monti parli della crisi come di un prodotto esclusivamente italiano, anzi dei governanti italiani, ignorandone l’origine internazionale e fingendo di non sapere che, ben più delle nostre colpe, a portarci in questa situazione è stata la pessima gestione dell’attacco speculativo da parte della governance europea e in primo luogo della sua amica Angela Merkel.

Bastonata fiscale - E ancor più sbalorditivo è che se ne chiami fuori fischiettando, proprio lui che sulle spalle già curve degli italiani ha caricato una mole impressionante di nuove tasse, portando il Paese in recessione. Anche perché c’è una pesantissima ombra sulla necessità della bastonata fiscale da 40 miliardi inflittaci da Monti non appena insediato dal blitz di Napolitano nella stanza dei bottoni. Lui l’ha sempre giustificata con la sua litania preferita: «Eravamo sull’orlo del baratro, abbiamo rischiato di non pagare gli stipendi, senza di me facevamo la fine della Grecia». Ma tra gli economisti i dubbi c’erano, eccome. Già l’8 dicembre scorso su Libero scrivevamo: «Diciamo le cose come stanno. La manovra Monti è stata fatta per compiacere la Germania. Le precedenti stangate non avevano fatto schizzare abbastanza sangue e, di conseguenza, oltre le Alpi non avevano sentito i lamenti di quei lazzaroni degli italiani. Ora, finalmente, sì. E forse adesso la Merkel acconsentirà a ritoccare un po’ le regole europee».

Verità nascosta - Il governo dei sobri si era guardato bene, ovviamente, dall’ammettere le vere ragioni della spremuta di tasse. E anzi aveva poco sobriamente continuato ad aggiungere pennellate al quadro apocalittico che, parola di Professori, ritraeva alla perfezione l’Italia prima del loro provvidenziale intervento. Però ieri, 8 maggio, a pagina tre di Repubblica, abbiamo letto il seguente virgolettato attribuito a Mario Monti: «La Germania, prima di accettare di discutere di crescita, voleva che gli europei del Sud piangessero un po’. Adesso abbiamo pianto abbastanza». Non essendo stavolta arrivata alcuna smentita dai solerti portavoce montiani (usi, come detto, a smentire con prontezza qualsiasi affermazione priva del bollino doc, fosse pure favorevole al premier, come per esempio l’intenzione di parlare con l’uomo asserragliato con ostaggi all’Agenzia delle Entrate), siamo autorizzati a registrare che, esattamente cinque mesi dopo, il nostro leader in loden ammette di aver scarnificato il Paese per essere ammesso alla tavola di Frau Merkel e non per reale stato di disastro dei conti pubblici.

Strategia del bocconiano - Ha pensato di accreditarsi attraverso le nostre sofferenze, il bocconiano preferito dal Quirinale. Ha voluto dimostrare che lui i compiti a casa li sa fare meglio di chiunque altro, l’italiano che si considera più tedesco dei tedeschi. L’ha fatto, ha spiegato, per poi avere più voce in capitolo con i partner europei. E noi speriamo naturalmente che sarà così e che qualche risultato per il nostro povero Paese prima o poi dai suoi viaggi a Berlino, Parigi e Bruxelles lo porterà a casa. Ma non ci venga a raccontare che con «le conseguenze umane» della crisi lui non ha nulla a che fare: perfino ai robot può crescere il naso.

di Massimo De' Manzoni

Mater lacrimarum... ma dove è stata finora?


Sono solo lacrime da coccodrillo. Adesso che la situazione si è incartata su se stessa e che la crisi economica non è stata ancora spazzata via nonostante i sacrifici fatti dagli italiani e l'innalzamento della pressione fiscale al 45%, il mea culpa del ministro del Welfare Elsa Fornero stona un pochino. "Siamo in ritardo nell’attenzione ai più sofferenti e ai più deboli - dice - qui ammetto qualche mia responsabilità". E, subito, tornano, le lacrime (preventive) versate dalla Prof, in conferenza stampa con un robotico Mario Monti, mentre annunciava gli (imminenti) sacrifici da sopportare sulle pensioni.

La riforma del lavoro, ancora una volta. La quadra non c'è. E la riforma non è ancora diventata legge. I sindacati hanno annunciato nuove mobilitazioni, la ripresa non si è ancora vista, le imprese soffrono e gli imprenditori, strozzati dal Fisco, si suicidano. E la riforma non arriva: avrebbe dovuto risollevare il mercato del lavoro e far ripartire l'economia, ma ha avuto come effetto immediato quello di scontentare la gran parte delle parti sociali. Adesso è tutto nelle mani del parlamento. E la Fornero si lascia andare alle lacrime di coccodrillo. È tempo di mea culpa, insomma. "Siamo in ritardo nell’attenzione ai più sofferenti e ai più deboli - ha detto la titolare del dicastero del Welfare - qui ammetto qualche mia responsabilità". Poi ha rincarato: "Pensavamo che alle misure di rigore seguisse la crescita ma questo non si è verificato". Altro che professori. Altro che tecnici. Dilettanti allo sbaraglio.

Il mea culpa della Fornero potrebbe infastidire anche Monti che proprio sulla ripresa economica e sulle riforme strutturali ha costruito la forza del proprio governo. Eppure, intervenendo all’assemblea di Confcooperative, il ministro del Welfare è andata avanti a ruota libera demolendo il lavoro svolto dal governo fino a questo momento. Non c'era certo bisogno della Fornero per capire che le misure di rigore, le tasse e l'austherity avrebbero portato a far crescere il Paese. Ma sentire dal ministro in persona che la riforma del lavoro rischia di peggiorare la situazione, è un colpo al cuore. Non fa stare tranquilli. "Fare la riforma del lavoro nel momento peggiore della crisi non è una cosa semplice - ha detto la Fornero - c'è il rischio di spingere in 'nero' alcune occupazioni".

Parlando delle risorse per gli ammortizzatori sociali, la titolare del Welfare ha spiegato che "trovarle non è stato facile e ne abbiamo trovate poche. E una parte di queste le abbiamo chieste a lavoratori e imprese". Secondo il ministro, si tratta di "costi tollerabili". Tuttavia, la Fornero ha riconosciuto il proprio fallimento. La riforma del lavoro non è piaciuta. E non solo ai sindacati, il cui "no" troppo spesso arriva ancor prima di leggere le proposte della politica. Anche Rete Imprese e la Confindustria hanno, a più riprese, dimostrato il proprio disappunto. "Io e i miei collaboratori ci siamo chiesti varie volte perchè - ha concluso il ministro - abbiamo riflettuto e siamo arrivati alla conclusione che quando si tratta di raggiungere un equilibrio tra interessi contrapposti è molto difficile". Stride sentire la Fornero fare un mea culpa sull'azione di governo e sulla mancata ripresa economica. Tuttavia, c'è ancora tempo per incidere. E per effettuare quelle riforme struttuali necessarie a rilanciare il Paese.

L'appello per lo ius soli


Una direttiva europea che inviti tutti gli stati membri all'approvazione di leggi nazionali per garantire ai figli degli stranieri nati in un paese europeo il diritto della cittadinanza per ius soli (diritto del suolo). È l'obiettivo dell'appello «Chi nasce qui è di qui» promosso dall'europarlamentare David Sassòli e dal presidente dell'Anci e sindaco di Reggio Emilia, Graziano del Rio.

DIRITTI DEI BAMBINI - Nel testo dell'appello - che tra i suoi firmatari vede, fra gli altri, Rita Levi Montalcini, Romano Prodi, Stefano Rodotà, Andrea Camilleri, Nicola Piovani, Carlo Verdone, Claudio Baglioni, Piero Fassino - si sottolinea come in Europa milioni di bambini, figli di migranti, nascano e crescano nei paesi membri senza godere del diritto all'uguaglianza e tantomeno dello status di cittadini. Una situazione in forte contrasto con quanto sancito dalle Nazioni Unite a proposito del diritto dei bambini ad essere protetti e rispettati. A Bruxelles i firmatari chiedono dunque di garantire questi diritti e di incoraggiare il coordinamento tra i governi affinché concedano la cittadinanza per ius soli ed evitino discriminazioni nell'accesso ai diritti fondamentali.

IN ITALIA UN MILIONE DI MINORI - In Italia, dove il numero dei “non cittadini” nati nel nostro paese sfiora oramai il milione e dove numerose sono state le prese di posizione, a cominciare da quella del Presidente Napolitano, a favore del riconoscimento dello status di cittadino a chi nasce sul suolo nazionale, è stata recentemente presentata un’iniziativa di legge popolare che chiede di riformare la normativa attualmente in vigore (legge 91/92) estendendo l’applicazione dello ius soli. «Riconoscere la cittadinanza a ragazzi che sono nati e cresciuti in un paese diverso da quello di origine dei loro genitori - spiegano Sassòli e Del Rio - ma che di questo paese parlano la lingua, che in questo paese studiano, consumano e si relazionano non è semplicemente un atto di buon senso ma una battaglia di civiltà imprescindibile per un paese che voglia definirsi democratico e in grado di affrontare le sfide del futuro»

L'INIZIATIVA A ROMA- Poi, oltre all'appello, per portare all'attenzione dell'opinione pubblica la questione, per il 31 maggio è stata organizzata una manifestazione a Roma in piazza San Silvestro con musica e interventi delle comunità straniere residenti in Italia, del mondo dell'associazionismo italiano e cattolico, i rappresentanti sindacali e politici. Il tutto senza bandiere e colori. Perché la cittadinanza è un diritto di tutti.

martedì 8 maggio 2012

Punti di vista

L'Europa fasciocomunista di Mario Sechi

Uno spettro s’aggira per l’Europa e si chiama «Fasciocomunismo». Le elezioni in Francia, Grecia e Germania danno un esito che è incredibile solo per chi non si è ancora ripreso dalla sbronza euroentusiasta. Vent’anni dopo il trattato di Maastricht e dieci anni dopo il varo dell’Euro, si sta chiudendo un ciclo e si apre un’era di caos generata da una politica miope, dissennata, figlia di una classe dirigente sciagurata e di una Germania dominata dall’egoismo. In Grecia i due partiti pro Euro - Pasok e Nuova Democrazia - sono stati sconfitti, i neonazisti di Alba Dorata entrano in Parlamento dopo 40 anni e l’ultra sinistra e i comunisti avanzano a passo di carica. Astensione? Quaranta per cento. Il risultato è che formare un governo - in un Paese ridotto allo stremo dalla ricetta berlinese - è un’operazione difficile. Lo ripeto: alla fine il popolo brucia la casa di chi lo affama. In Francia Nicolas Sarkozy paga la sua alleanza cieca con la Germania, mentre Francois Hollande va all’Eliseo con un programma che prevede la revisione del Fiscal compact, l’abbassamento dell’età pensionabile e una politica di deficit spending. Il dato anche qui è il «no» radicale a Bruxelles e al dispotismo dell’establishment finanziario. La destra non esprime il presidente ma rappresenta la maggioranza degli elettori. Alle legislative madame Le Pen farà il pieno e i neogollisti rischiano di essere fagocitati dal lepenismo nel giro di pochi anni. In Germania Angela Merkel subisce uno stop serio nel land Schleswig-Holstein, il cui destino ora sembra quello di essere governato da una Grosse Koalition. La Cdu di Angela è al primo posto, ma la coalizione con la Fdp cola a picco, mentre il partito dei Piraten entra nel Parlamento regionale tedesco. Chiari segnali di crac. Siamo di fronte alla grande avanzata di un’armata che urla contro la politica economica europea, contro l’austerità che serve al capitale finanziario e non all’economia reale. È la devastazione di tutti gli equilibri, la rottura dell’asse Parigi-Berlino, l’abbattimento dei totem eurocratici e l’inizio di un periodo di instabilità che potrebbe portare alla rottura dell’Eurozona. Queste cose a Il Tempo le scriviamo da almeno due anni. Ricordo qualche parruccone guardarmi con aria di sufficienza quando sostenevo nei dibattiti l’evidenza di questo scenario da battaglia fumante. Eccolo qua, davanti a voi. Ora contemplate il disastro che avete contribuito a creare non raccontando la verità e piegando i fatti alla logica della finanza per la finanza e non della politica. La storia è maestra: non si umiliano le nazioni. In questo quadro cupo dove volano ceneri e lapilli, l’Italia ha votato per un turno amministrativo che darà certamente una linea di tendenza. Attendo curioso l’apertura delle urne. Aspetto anche di vedere cosa faranno i «tecnici» italiani al cospetto del terremoto in corso nel Vecchio Continente. Un governo nato sotto gli auspici di Berlino, ancorato alla Germania, devoto al dogma del rigore e smarrito nella ricerca del Graal della crescita, dovrà prendere atto che la politica non la fa la finanza, ma il popolo.

Monti Alì babà.


Per uscire dalla crisi l'Europa ha bisogno di soldi. Tanti soldi. La Merkel e i tedeschi (che sono gli unici che li hanno, i soldi) ce li vogliono mettere, ma fino a un certo punto. Ed ecco, allora, la ricetta-Monti per l'uscita dalla crisi: far entrare nell'Unione europea la Turchia. Il premier lo ha detto oggi, durante la conferenza stampa al termine dell'incontro con il primo ministro di Ankara Tayyip Erdogan: "L’Italia garantirà un sostegno forte e convinto" all’adesione della Turchia, che potrà "portare un valore aggiunto economico, geopolitico, strategico, culturale ad un’Europa anziana demograficamente, stanca e non piena di impulso economicamente". La Turchia rappresenta invece un esempio "di Paese vibrante, più giovane come struttura demografica, in ascesa economica, con l’ottimismo sul futuro".

L'idea, al di là delle motivazioni economiche, non è nuova: la sostenne Romano Prodi nel 2007 nel corso del suo ultimo governo e poi anche Silvio Berlusconi, che si fece addirittura "alfiere" dell'ingresso di Ankara in Europa, suscitando le ire dell'alleato leghista per il quale "il no alla Turchia nella Ue non è negoziabile". E c'è da giurarci che l'uscita odierna di Monti sarà un nuovo fronte che il Carroccio aprirà nei prossimi mesi nella sua opposizione al governo tecnico. Geograficamente parlando, solo una piccola parte del territorio turco, la Tracia, fa effettivamente parte dell'Europa, mentre la penisola del'Anatolia si trova la di là del Mar di Marmara ed è quindi la propaggine più occidentale del continente asiatico. Ma tutto questo potrebbe essere superato dalla forza economica del paese: nei primi sei mesi del 2011 il Pil turco è cresciuto dell'11%, cioè più di quello di qualsiasi altro paese al mondo, Cina compresa. E nei primi nove mesi dello scorso anno la crescita era dell'8,2% (media europea +1,6% - Italia +0,4%). In termini di Parità del potere di acquisto (Ppp), la Turchia è la 16esima economia mondiale e aspira a entrare fra le prime dieci nel 2023. Negli ultimi otto anni il reddito pro capite turco è triplicato. Argomenti forti da mettere sul piatto (che piange) di Bruxelles.

Il cieco imbecille

Prima qui, qui e poi qui. Eh, si, fa rabbia. Fa tanta, tanta rabbia che fior fiore di politici con decenni e decenni di politica sulle spalle vengano scalzati (per protesta o per convinzione o perchè ci si è stufati delle solite facce) da dei signori nessuno con zero esperienza politica e forse tanto, troppo populismo. La sconfitta è davvero pesante, checchè si voglia far credere tutto il contrario. Sia chiaro, Grillo mi piaceva di più quando faceva il comico. Ma sono contenta per lui, qualsiasi cosa faccia da ora in poi, non può far peggio degli altri.


"Grillo chi?". Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano fa spallucce. All'indomani del terremoto amministrative, il capo dello Stato non ammette la sconfitta della politica travolta dalla valanga dell'antipolitica e minimizza i dati bulgari incassati dal Movimento 5 Stelle. "Di boom ricordo quello degli anni Sessanta, altri non ne vedo", si è limitato a rispondere Napolitano sminuendo, con poche parole, i risultati incassati dal Movimento 5 Stelle. Immediata la replica di Beppe Grillo che ha lanciato un chiaro avvertimento al primo inquilino del Quirinale: "L’anno prossimo si terranno le elezioni politiche e, subito dopo, sarà nominato il successore di Napolitano, che potrà godersi il meritato riposo". Ancora più duri i "seguaci" del comico: "Napolitano non è il nostro presidente".

Secondo il capo dello Stato, l'esito delle elezioni amministrative deve far riflettere le forze politiche e i cittadini. "Una volta si diceva che le amministrative avessero un rilievo essenzialmente locale, e magari era vero fino ad un certo punto", ha detto Napolitano spiegando che il voto di ieri è stato un "test piuttosto circoscritto perché il numero degli elettori non era grandissimo", ma ugualmente da "motivi di riflessione". Riflessione che, a detta del presidente della Repubblica, deve essere "delle forze politiche e dei cittadini, sui rapporti con la politica e i problemi della governabilità". Questi "si pongono oggi a livello locale ma anche a livello nazionale in diversi Paesi".

La presa di posizione (netta e sin troppo chiara) di Napolitano nei confronti dell'antipolitica e del Movimento 5 Stelle non è affatto piaciuta a Grillo che, dalle colonne del suo blog, non ha fatto attendere la replica. "L’anno prossimo si terranno le elezioni politiche e, subito dopo, sarà nominato il successore di Napolitano, che potrà godersi il meritato riposo", ha risposto a muso duro rivelando di essere rimasto a bocca aperta dinnanzi all'attacco lanciato in mattinata dal Colle. Citando la Costituzione il comico genovese ha ricordato che il presidente della Repubblica deve rappresentare l'unità nazionale: "Dunque rappresenta anche il Movimento 5 Stelle e anche, dopo queste elezioni, i suoi circa 250 consiglieri comunali e regionali scelti dai cittadini". E per Grillo il boom del suo (non)partito "non si vede, ma si sente".

Sul blog di Grillo, i militanti e i sostenitori del Movimento 5 Stelle hanno sommerso Napolitano di fischi e "vaffa". "Napolitano, ti devi dimettere!", "Napolitano vergogna", "Non è il nostro presidente", "Chi ha l’arteriosclerosi non dovrebbe governare". E ancora: "L’unico boom che ricorda è quello degli anni Sessanta? È la conferma che politicamente è fuori dal tempo e dalla storia". I messaggi e gli insulti hanno continuato ad affluire per tutta la giornata: "Oggi alla riunione di condominio ho mandato affanculo l’amministratore... mi ricordava Napolitano". C'è anche chi ha chiesto una badante per il capo dello Stato e chi gli ha augurato la morte ("Napolitano trovati un loculo e sparisci").  "Napolitano è un vecchio rincoglionito che spara cazzate per difendere la vecchia marcia politica nella quale mangia anche lui perchè è più corrotto degli altri - si spinge oltre Franco - Napolitano è la spazzatura dell’Italia e andrebbe fucilato alla schiena per tradimento alla patria". Insomma, un assaggio di cosa può essere il Movimento 5 Stelle al potere.

Non gliene può fregare di meno...

... anche lui, il cyborg o il rigor montis dovrebbe riflettere sul peggioramento della situazione... ma la colpa non è mica sua. Lui è lì da pochi mesi per risolvere i problemi.


MILANO- «Le conseguenze umane» della crisi «dovrebbero far riflettere chi ha portato l'economia in questo stato e non chi da quello stato sta cercando di farla uscire». Lo ha detto il presidente del Consiglio Mario Monti, a un convegno della Commissione Europea, parlando dei suicidi legati alle conseguenze della crisi economica.

I RAPPORTI CON LA GERMANIA - «La riduzione dello spread non è avvenuta con la velocità che avremmo sperato» ha poi dichiarato il premier. Ma le cose sarebbero andate peggio se non si fosse cercato il sostegno della Germania: «Ci è stato chiesto di battere i pugni sul tavolo per chiedere alla Germania più crescita. Osservo che se il 16 novembre o anche in queste settimane avessimo picchiato il pugno sul tavolo anziché cercare di persuadere la Germania, il tavolo avrebbe determinato un sobbalzo e il grafico dello spread sarebbe salito, ma non sarebbe salita la crescita». È ora di agire, ha infine ammonito il presidente del Consiglio: «Non possiamo più solo studiare in vista di misure per la crescita» e «mi sento davvero di poter esortare» la Commissione europea ad avere un ruolo «molto attivo di trascinamento» su questo in Europa.

LE REAZIONI: LA LEGA - Fioccano subito dure reazioni da parte di Lega e Idv: «Ci saremmo aspettati più vicinanza alle famiglie di chi si è tolto la vita perchè strozzato da questo Stato-predone piuttosto che tirare fuori le colpe di altri. La frase di Monti è uno schiaffo alla Costituzione che garantisce la dignità e la salvaguardia del lavoro e dell'impresa» afferma il senatore della Lega Nord in commissione Finanze, Enrico Montani. Mentre per Massimo Donadi, capogruppo Idv alla Camera, «Monti sta dismettendo la sobrietà e che il traballare della sedia su cui è seduto mette in crisi anche il suo proverbiale aplomb. Il tono del presidente del Consiglio e dei ministri diventa ogni giorno più arrogante e stizzoso, ma su una cosa hanno ragione da vendere: il responsabile della crisi che ha portato il Paese sull'orlo del baratro, ha gettato nella disperazione tantissime persone e provocato una vera ondata di suicidi è stato il tragicomico governo Pdl-Lega».

domenica 6 maggio 2012

Squali psicopatici criminali

Un commento: "Se mai ce ne fosse stato bisogno, la dichiarazione di Murdoch (nota personcina per bene) chiarisce ampiamente perché Berlusconi se ne sia dovuto andare e perché gli sia stata fatta la guerra vergognosa che gli è stata fatta. Il Cav. non era "consono", tanto meno gradito, all'apparato Tecno-finanziario che vuole scalzare la politica e governare il mondo mettendo per Premier fedeli subordinati come il Prof. Monti. Il Cav. era capace di dire della Merkel "culona inch......." con ciò dimostrando d'essere libero e non sottomesso ai poteri forti internazionali. Solo quei deficienti di catto-sinistrorsi italioti non hanno ancora compreso come stanno realmente le cose e non c'è speranza che aprano gli occhi (sono accecati dall'odio)."

Ora che ci penso... ma non era costui quello che faceva intercettare migliaia e migliaia di telefonate comprese quelle che parlavano di bambine sparite nel nulla e uccise senza dire una parola ai genitori? Si, si, è lui. E l'unica cosa che dovrebbe fare è quella di impiccarsi per le sue malefatte. Invece questo psicopatico criminale parla da twitter. E ci parla di grande leadership...


"L'appello di Monti per la crescita è dimostrazione di una leadership vera". Mentre in Italia la maggioranza in parlamento sembra distaccarsi dal governo tecnico, dall'estero arriva un aperto sostegno al presidente del Consiglio Mario Monti. A farlo è, a sorpresa, il magnate dell’editoria Rupert Murdoch. In un post pubblicato questa mattina su Twitter, il presidente di News Corporation ha accolto positivamente l’impegno del Professore ai nodi del dibattito politico-economico internazionale. "C’è qualcuno che pensa alle terribili statistiche di ieri sull’occupazione negli Usa e alle elezioni in Francia? - ha scritto Murdoch su Twitter - l'appello di Monti per la crescita è dimostrazione di vera leadership".

Applausi a mater lacrimarum


Un conto salatissimo (18,2 miliardi dal 2013 al 2020 più altri 2 miliardi e 225 milioni l’anno dal 2021), che in gran parte sarà sostenuto da imprese, lavoratori e contribuenti. Considerando che l’analisi impietosa della riforma del lavoro arriva dall’Adapt (l’Associazione fondata da Marco Biagi nel 2000), c’è da chiedersi se la tirata d’orecchie alla rivoluzione Fornero sia da derubricare alla voce “liti tra professori”, oppure affrontare i punti oscuri di una norma sbilenca e quindi avventurarsi tra le 368 pagine dell’istant book realizzato da giuslavoristi, avvocati, sindacalisti ed esperti di ogni sorta. La sostanza è che i costi di questa “rivoluzione” saranno pesantissimi e che finiranno in capo alle imprese. Con un paradosso: per rilanciare l’occupazione si tassano ancora di più le imprese che i quattrini dovrebbero (o potrebbero) adoperarli per assumere. Tra i tanti contributi che compongono il trattato, spicca l’analisi di Michele Tiraboschi, professore di diritto del lavoro all’Università di Modena (ma anche ex consigliere del ministro del Lavoro Maurizio Sacconi). Tiraboschi fa di conto: sui costi e sulle coperture. E qualcosa non quadra.

Scrive l’economista: «In definitiva la norma non consente di comprendere (...) quanto la riforma prospettata peserà sulle maggiori entrate imposte direttamente a cittadini, lavoratori e imprese, e quanto, invece, deriverà dalle ulteriori misure fiscali». Vaghezza «che potrebbe pesare sulle future generazioni di lavoratori». Insomma, secondo Tiraboschi, la vaghezza delle norme lascia ampio margine d’intervento e fa balenare la possibilità che tutto il ballo in maschera orchestrato da Fornero possa dopo il 2013, dare una bella mazzata su tutti noi. Direttamente o indirettamente. Aumentando le imposte (come per l’Aspi), o riducendo la detraibilità per alcune spese delle aziende e dei professionisti. L’economista si avventura in un esempio di deducibilità per le «spese relative ai mezzi di trasporto a motore per professionisti, artigiani e commercianti (+12,5% di spesa per l’imprenditore) o per i loro dipendenti (+20%)». Le aziende ma anche i comuni mortali a reddito fisso. A copertura della riforma faraonica arriverà anche «l’addizionale comunale sui diritti di imbarco di passeggeri di aeromobili». Vale a dire un ennesimo balzello per chi ha l’ardire (spendaccione) di salire su un aereo.

Malizioso, Tiraboschi, affronta poi i presunti risparmi ventilati dalla compagnia Monti-Fornero per il super mega Inps (più Inpdap già fagocitato a fine 2011) e per l’Inail. In sostanza, la riforma dovrebbe portare in dote una profonda razionalizzazione che farebbe risparmiare complessivamente ai due enti la bellezza di 90 milioni di euro l’anno. «Precisamente», spiega l’analisi effettuata dall’Adept, «le riduzioni imposte ai due “super-Istituti”, previdenziale e assicurativo, sono quantificate in 18 milioni di euro l’anno per l’Inail e in 72 milioni di euro l’anno per l’Inps». Taglio di costi che, ovviamente, dovrebbe partire ma soltanto dal 2013. E la riduzione potrebbe avere effetti pesanti sul servizio ai cittadini e aprire la porta ad una privatizzazione: «L’entità della riduzione complessiva delle spese di funzionamento dell’organizzazione di Inps e Inail», prevede l’economista, «appare talmente elevata da lasciar presagire interventi di riassetto organizzativo di vasta portata che non potranno prescindere da una decisa minore presenza territoriale dei due Istituti e, forse, anche da manovre di futura privatizzazione che drammaticamente inficerebbero il sistema complessivo di welfare. Ma senza ombra di dubbio, anche a voler credere che nessuna operazione di privatizzazione farà seguito a tale drastico ridimensionamento delle spese di gestione di Inps e Inail, l’effetto più pesante della riorganizzazione dei due Istituti, con spese di funzionamento annualmente enormemente ridotte», prevede, «sarà avvertito dai lavoratori che da essi ricevono assistenza e tutele».

di Antonio Castro

Non succederà come in grecia...

... disse Rigor Montis qualche settimana fa. Ma lui, algido com'è... dorme sonni tranquilli perchè problemi di soldi o di lavoro non ne ha.


La crisi economica continua a mietere vittime. Il bilancio degli imprenditori, dei precari e degli artigiani che decidono di farla finita e di togliersi la vita perché strozzati dal Fisco o a causa del fallimento lavorativo si fa sempre più pesante. Anche oggi un altro, tragico suicidio segna le cronache nazionali: la difficoltà nel riuscire ad arrivare a fine mese e continuare pagare il mutuo, assieme ad uno stato di prostrazione psicologica, hanno portato un giovane artigiano a farla finita.

Ieri pomeriggio gli italiani avevano appreso - attoniti - la tragica storia di Pietro Paganelli, l'imprenditore 72enne di Pozzuoli che dopo aver scritto due righe ai suoi cari ("La dignità vale più della vita") si è sparato un colpo alla testa con la sua pistola perché aveva ricevuto una cartella esattoriale da 15mila euro. Sempre ieri un precario si è impiccato a Enna. Una settimana fa, nel Nuorese, un altro imprenditore di 55 anni si era tolto la vita dopo che, fallita la propria azienda, si era visto costretto a licenziare i due figli. Tragiche storie profondamente segnate dalla crisi economica. Una lunga scia di morte che le istituzioni non riescono a stroncare. Federico Pierobon, 40enne residente a Martellago, si è ucciso con un cavo elettrico fissato al soffitto del suo appartamento. come riporta La Nuova Venezia, i primi ad arrivare sul posto, la notte scorsa, un amico e la fidanzata, con cui da qualche tempo viveva un rapporto altalenante: inutile ogni soccorso. Sul posto i carabinieri e il 118. Il 40enne prima di compiere l’estremo gesto ha mandato un messaggio alla propria ragazza che dopo averlo letto, con qualche tempo di ritardo, ha subito avvisato un conoscente che ha fatto scattare la macchina dei soccorsi. Ma è stato troppo tardi.