venerdì 21 dicembre 2012
Magistratura italiana
Milano - É un Babbo Natale un po' più generoso del solito quello arrivato in questi giorni per un piccolo esercito di magistrati milanesi. A una lunga lista di toghe - 204, per l'esattezza - una sentenza del Tar della Lombardia ha riconosciuto il diritto a vedersi risarcire, ovviamente «con rivalutazione ed interessi», il danno ingiustamente patito nel corso degli ultimi due anni, da quando un provvedimento del governo Berlusconi diede una sforbiciata alle loro retribuzioni e a quelle dei manager pubblici. Tutti stipendi, quelli dei 204 magistrati milanesi, sopra i novantamila euro all'anno, e per questo ricaduti - chi più chi meno - sotto la scure del decreto Tremonti. Dalla categoria si erano alzate proteste veementi. Tranne qualche voce isolata (una per tutti l'ex procuratore Francesco Saverio Borrelli, che aveva invitato i colleghi a fare la loro parte di sacrifici) il decreto era stato accusato dal popolo in toga di costituire un attacco alla sua indipendenza, oltre a violare l'uguaglianze dei cittadini. Il provvedimento prevedeva che tutti gli stipendi pubblici superiori ai 90mila euro vedessero un taglio del 5 per cento nella parte tra i 90mila e i 150mila euro, e del 10 per cento nella parte sopra i 150mila. Il 30 luglio 2010 il provvedimento era stato approvato dalle Camere. Ma i magistrati non si erano arresi. A Milano, una class action contro l'iniqua sanzione aveva raccolto l'adesione della maggioranza delle toghe milanesi.
Nell'elenco dei 204 che firmarono il ricorso al Tar compaiono i nomi di quasi tutti i protagonisti delle cronache giudiziarie di questi anni, tanto che si fa prima probabilmente a dire chi non c'è: tra i pochi vip del Palazzaccio che non hanno firmato il ricorso ci sono il procuratore Edmondo Bruti Liberati, i suoi vice Piero Forno, Ilda Boccassini e Alfredo Robledo, la presidente del tribunale Livia Pomodoro. Per il resto ci sono quasi tutti: dal giudice del Lodo Mondadori Raimondo Mesiano al procuratore aggiunto Armando Spataro, al giudice del caso «Ruby» Giulia Turri, all'ex giudice del caso Mills Nicoletta Gandus. E poi giudici, pubblici ministeri, presidenti di sezione, consiglieri di corte d'appello, esponenti delle correnti di sinistra, di centro e di destra del sindacalismo di categoria. Tutti concordi nel chiedere al Tar «il riconoscimento del diritto dei ricorrenti a ricevere le proprie decurtazioni di cui al comma 2 dell'articolo 9» eccetera. Investito della spinosa questione, il Tar della Lombardia aveva girato la palla alla Corte costituzionale, ventilando l'illegittimità del decreto tagliastipendi. E il 10 ottobre scorso la Consulta ha fatto propri questi dubbi, azzerando l'articolo incriminato della legge. Il decreto Berlusconi-Tremonti viene marchiato come un sacrificio «irragionevolmente esteso nel tempo» e «irrazionalmente ripartito tra diverse categorie di cittadini» perché colpisce solo i superstipendi pubblici ma non quelli privati. Inoltre il decreto viene giudicato lesivo dell'autonomia e della indipendenza della magistratura: l'aumento automatico degli stipendi, sostiene la Corte costituzionale, è una garanzia della libertà dei magistrati: che se dovessero dipendere dalla generosità del potere politico finirebbero per essere condizionabili. È un argomento, a ben vedere, un po' pessimista sul vigore morale dei magistrati; ma tant'è.
A stretto giro di posta, dopo la sentenza della Consulta, è arrivata nei giorni scorsi la decisione del Tar della Lombardia: «Il ricorso va accolto, attesa l'illegittimità delle trattenute effettuate sugli stipendi dei ricorrenti (...) Per l'effetto, l'amministrazione va condannata alla restituzione delle predette differenze stipendiali illegittimamente non corrisposte». E insieme alle tredicesime sono arrivati gli arretrati: intorno ai seimila euro per i magistrati di media anzianità, e a salire per i colleghi più esperti. Si compiace Luca Mastrantonio dell'assoluzione di Busi querelato da Veronica Lario che avrebbe manifestato la sua insofferenza «per corna o tradimenti o minorenni ecc...» e non avrebbe mai detto nulla sul fatto che a casa Berlusconi c'era un tale Mangano. Lo stalliere pluriomicida e mafioso di vaglia che stava lì e che probabilmente ha preso in braccio i suoi bambini. «Allora io mi sarei svegliata, magari vent'anni prima». Che Veronica Lario dovesse sapere che il signor Vittorio Mangano, che lavorò ad Arcore dal 1973 al 1975, fosse un pluriomicida per avere ucciso due persone nel gennaio del 1995, è una pretesa singolare di Busi che presuppone che Veronica Lario manifesti preventiva indignazione prevedendo il futuro. Ed è sorprendente che di fronte a una così evidente enormità il Tribunale di Monza assolva Busi. Luca Mastrantonio commenta, euforico: «Il diritto di critica, dunque, è salvo. E l'ipocrisia, in Italia, ha un velo in meno». Non sta nella pelle Luca Mastrantonio a ridicolizzare «il fronte che da sinistra a destra aveva trasformato Veronica Lario, moglie tradita, madre affranta, in una eroina dell'antiberlusconismo (Walter Veltroni voleva arruolarla...). Lidia Ravera, senza tema del ridicolo, dall'Unità, invitava Veronica Lario a licenziare Berlusconi». Finalmente Busi ha ristabilito la verità!
Peccato che nel '75 Veronica Lario avesse 19 anni e abbia conosciuto Berlusconi soltanto nel 1980, andando a vivere con lui in via Rovani a Milano, non ad Arcore. Ne consegue che non abbia mai visto né conosciuto Mangano. E quindi non si possa essere lamentata, come pretende Busi, che a casa Berlusconi ci fosse lo «stalliere pluriomicida», ancora non rivelatosi tale. Né possa avergli consentito di prendere in braccio i bambini non ancora nati. La pretesa di Busi è dunque insensata, contrapponendo indignazioni impossibili a corna reali. Evidentemente, con buona pace di Luca Mastrantonio, in Italia non c'è solo il diritto di critica, ma anche il diritto di idiozia. Con questo diritto la Busi può affermare la sua superiorità morale su Veronica. Ma Mastrantonio, che l'ammira, non avendo mai letto Giambattista Vico («Verum ipsum factum») è imperdonabile.
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Sempre più incredibile appare non quello che afferma Antonio Ingroia - che, prima di annunciare la sua probabile candidatura, invia dal Guatemala una lettera a Pier Luigi Bersani, augurandogli e augurandosi la vittoria per contrastare «una vecchia e nefasta conoscenza degli italiani, Silvio Berlusconi, artefice del disastro economico-finanziario, politico-istitituzionale ed etico-morale (sic) in cui è precipitato il Paese» - ma la mancanza di reazione del mondo politico che è stato ed è vicino a Silvio Berlusconi. Ingroia è lo stesso che ha dichiarato che «Forza Italia è stato un partito voluto dalla mafia». Io ho reagito e ho provocato reazioni, ma mi chiedo: il segretario del partito, che predilige attaccare Dell'Utri, e il presidente della Commissione Antimafia, possono accettare queste costruzioni senza reagire? Non mi aspetto nulla da Alfano, ma voglio ricordare che il presidente della Commissione Antimafia è Giuseppe Pisanu, uno degli uomini più vicini a Dell'Utri e uno dei fondatori di Forza Italia. È vero che apprendiamo che Pisanu lascia Berlusconi e va con Monti, ma fino a oggi e negli anni passati può accettare, lui presidente dell'Antimafia, di esser sostanzialmente considerato colluso con la mafia? Anch'io, a maggior titolo di Ingoia, posso dire: «Io so». E so quali erano i rapporti di dipendenza di Pisanu da Berlusconi; che tutti i ruoli politici, da Pisanu pretesi, li ha ottenuti grazie a Berlusconi; che lo ho visto in numerose occasioni, soprattutto nei giorni delle candidature, in rapporti strettissimi con Dell'Utri; e che non capisco come egli possa accettare che il suo partito, per più di 18 anni, sia considerato espressione della mafia. Lui non era una comparsa, una velina, un miracolato: è stato uno dei fondatori. Oggi, se accetta il teorema di Ingroia, può assumere il ruolo di pentito. Dando senso all'organo che presiede.
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Sono assolutamente certo della buona fede del grande Capitano del Palermo Calcio, Fabrizio Miccoli, ancora una volta trascinato nel maleodorante vaniloquio sulle frequentazioni, consapevoli o inconsapevoli, con parenti di mafiosi. Qualunque chiamata in responsabilità di Miccoli impone, a maggior ragione, un severo riferimento, morale e giudiziario, al non inconsapevole rapporto del dottor Antonio Ingroia e del Procuratore di Marsala Alberto Di Pisa, con Michele Aiello (ritenuto dai magistrati «prestanome» di Bernardo Provenzano), dal quale entrambi hanno avuto utilità materiali in dimostrati lavori nelle loro abitazioni, senza che fino ad oggi i due magistrati abbiano chiarito, pubblicamente, perché proprio Michele Aiello fosse in rapporti di confidenza con loro. Non soltanto è evidente lo stringente parallelo con le vicende del Capitano Miccoli (che, peraltro, non è magistrato), ma, per l'evidente anomalia, si potrebbe configurare per i due magistrati l'ipotesi di concussione. Inutile dire che nel caso del Capitano Miccoli la semplice frequentazione con il figlio di un presunto mafioso ha a che fare con il tifo, la stima (che deve essere consentito avere anche ai figli di presunti mafiosi) per un grande sportivo, il quale non ha ragione di ricusare manifestazioni di ammirazione e amicizia sportiva.
giovedì 20 dicembre 2012
Governo Monti e Mps
Lunedì scorso sono arrivati i primi 3,9 miliardi di euro da parte del Tesoro Italiano con destinazione Monte dei Paschi di Siena, approvati dalla Commissione Europea in cambio di un piano di ristrutturazione del debito. Questo prestito, si legge nella nota della Commissione, consentirà alla banca di conformarsi alle raccomandazioni dell’autorità bancaria europea (Eba) e costituirà una riserva supplementare temporanea di patrimonio per contrastare la sua esposizione al rischio di debito sovrano. Galeotta fu la nascente Unione bancaria europea di qualche giorno fa tra i 27 ministri economici dell’Unione, a favore di un piano di ricapitalizzazione (propagandisticamente meglio definita come «vigilanza bancaria») da parte della Bce per quelle banche con un patrimonio superiore ai 30 miliardi di euro. Per il resto delle banche, l’accordo prevede saranno gli stati nazionali a provvedere. Spiacente, si fa per dire, per tutti coloro che credevano che in Italia non ci sarebbero stati salvataggi bancari grazie alla indubitabile stabilità di cui gli istituti finanziari si supponeva godessero. Ecco appunto, perché di salvataggio si parla nel caso della Mps. Che tra l’altro, come anticipato da Standard & Poor’s il 6 dicembre, potrebbe non essere sufficiente per impedire comunque un deterioramento in materia di capitale della banca, oggi già ai minimi in tutte le valutazioni.
A detta dei ministri comunque la decisione dell’unione bancaria sarà un passo fondamentale per la sicurezza dei depositi bancari. Ma nulla nell’accordo si dice a proposito di ciò che Chesnais definisce come la socializzazione delle perdite, ovvero il fatto che milioni di cittadini stiano pagando i debiti che in realtà sono le banche ad aver accumulato. Crediamo veramente che le banche europee, anche quelle italiane, non abbiano nulla a che vedere con la crisi del debito? E’ un fatto che esse si siano fatte impigliare, non certo ingenuamente, dalla crisi immobiliare e bancaria negli Stati Uniti. Meno evidente è sbrogliare la matassa del cosiddetto sistema ombra che le stesse banche (insieme ai fondi e società di investimento) hanno creato indebitandosi attraverso l’investimento in prodotti derivati, che non risultano nei loro bilanci contabili. Ora, quando queste attività subiscono, come avvenuto, delle perdite, ciò si ripercuote su tutto il sistema bancario.
Secondo il Rapporto del Consiglio di Stabilità Finanziaria – organo creato dal G20 – dello scorso novembre, infatti, il peso del cosiddetto del cosiddetto shadow banking system per i 25 paesi che possiedono il 90% degli attivi finanziari mondiali è di 67.000 miliardi di dollari, ovvero la metà degli attivi totali delle banche e circa l’equivalente della somma del Pil di tutti i paesi del mondo. E’ un altro fatto che questa cifra probabilmente sfuggirà a qualsiasi regolamentazione e unione bancaria europea. Infine, contrariamente a ciò che si crede, ciò che minaccia le banche non è e non sarà un default di pagamento da parte degli stati per una ragione molto semplice: ciò che minaccia le banche dal 2007 ad oggi è la montagna di debiti privati (molto più alti di quelli pubblici) accumulati grazie alla deregolamentazione bancaria creata a partire dagli anni ’70 e implementata dagli anni ’90. A riprova di ciò il fatto che nessun fallimento bancario a partire dal 2007 è stato causato da un default di pagamento sovrano. La domanda è ora vogliamo davvero seguire l’esempio della franco-belga Dexia e della spagnola Bankia o degli Stati Uniti in primis, trasformando il debito privato in pubblico, o vogliamo denunciare questi fatti rimettendo in campo la questione non più procrastinabile della necessità di una nuova finanza pubblica?
Chiara Filoni
Legge di stabilità... o finanziaria
La nuova finanziaria di Monti di Beppe Grillo
La legge finanziaria per il 2013 si chiama Legge di stabilità. E' scritta da dei pazzi in libertà. Chi la legge rischia l'insanità mentale. Un esempio tra i tanti, l'inizio del comma 11 dell'articolo "Finanziamento di esigenze indifferibili":
"Al fine di finanziare interventi di natura assistenziale in favore delle categorie di lavoratori di cui gli articoli 24, commi 14 e 15, del decreto legge 6 dicembre 2011, n, 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n.214, 6. comma 2-ter, del decreto legge 29 dicembre 2011, n. 216, convertito con modificazioni, dalla legge 24 febbraio 2012, n. 14 e 22 del decreto legge 6 luglio 2012, n. 95, convertito con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135... ".
Ieri sera, la Legge è stata approvata dalla Commissione di Bilancio del Senato con le opportune modifiche dell'ultim'ora per amici, parenti, lobby e quant'altro. La scrittura del Testo pur nella sua oscurità montiana, nel suo stile kafkiano, nella sua neolingua propria dei burosauri, non riesce a rendere il minestrone legislativo di Rigor Montis del tutto intellegibile. Qualcosa trapela, dagli indizi si riesce a dedurre qualche dato. E quello che si capisce è sconvolgente. Tagli alla Sanità, articolo "Razionalizzazione e riduzione della spesa nel settore sanitario", comma 2, ridotti di 600 milioni per il 2013 e 1.000 milioni di euro a partire dal 2014. Tagli necessari per finanziare l'editoria fallita, con un incremento di 40 milioni rispetto all'anno precedente, e l'inutile Tav in Val di Susa, con due miliardi e 200 milioni in 15 anni. I fondi per le Università sono stati incrementati di soli 100 milioni contro i 400 previsti e per risparmiare si spengono anche i lampioni, si torna ai secoli bui, articolo "Riduzione di spese delle pubbliche amministrazioni", comma 25, punto a, "Spegnimento dell'illuminazione ovvero suo affievolimento, anche automatico, attraverso appositi dispositivi, durante tutte o parte delle ore notturne" per favorire la criminalità.
Imperdibile all'articolo "Finanziamento di spese indifferibili", comma 2, punto f, il "Fondo Speciale per lo Sviluppo della Banca per lo Sviluppo dei Caraibi per complessivi euro 4.753.000...". Fondamentale per lo sviluppo economico del Paese l'avvio immediato delle gare per nuove sale da gioco per rimpinguare la finanza pubblica. Meno salute, meno istruzione, più cemento, più Stato biscazziere, più pennivendoli a pagamento. Questa è la finanziaria dello Statista che tutte le banche ci invidiano. Ci vediamo in Parlamento. Fuori o dentro sarà un piacere.
Ps: I cittadini contribuenti, sono loro a pagare la Finanziaria, hanno diritto a un documento comprensibile, di non più di dieci pagine, con nuove spese, tagli e motivazioni in termini di ritorni sociali e economici di ogni articolo. Troppo complicato per il governo dei tecnici?
Del ritrovarselo tra i piedi
ROMA - Mentre i suoi uomini, la sua segreteria, il suo ufficio di gabinetto, i suoi collaboratori, partecipano in modo attivo alla formazione delle liste, o della lista, richiamando il principio che il Professore ha chiesto di osservare (massimo riserbo e meno politici possibili, un via libera di massima sui nomi decretato da lui stesso, quasi un'ultima parola), mentre succede tutto questo, con interlocutori come Casini, Montezemolo, Cesa, Olivero, Riccardi, lui, il presidente del Consiglio, quando può, quando ha tempo, scrive.
La scrittura del programma, del manifesto, o per usare un lessico gradito a Palazzo Chigi, dell'agenda Monti per un Monti bis, è a buon punto. È la scrittura di una traccia che diventerà discorso, sabato o domenica, nella conferenza stampa di fine anno. Sono stati richiesti e sono arrivati anche contributi da parte dei ministeri, con qualche imprevisto: in alcuni casi gli elaborati degli uffici legislativi, tracce tecniche, giudicate di scarso valore, sono stati rispediti al mittente. Lui, a chi gli ha parlato, descrive così i contenuti di un'agenda che darebbe da sottoscrivere alla lista o alle liste che lo sosterranno come candidato premier: al Paese occorrono «riforme epocali», tanto profonde da considerare minime quelle approvate negli ultimi dodici mesi; occorrono anche riforme costituzionali, perché ormai la macchina dello Stato ha bisogno di essere messa al passo dei tempi; c'è da riformare un'articolazione delle amministrazioni in cui si decida finalmente «chi fa che cosa»; ci sono da introdurre liberalizzazioni molto più incisive di quelle finora immaginate.
Usando le parole del ministro Riccardi: «Monti sente che l'opera di cambiamento è incompiuta. Parlerà della sua agenda, di quello che considera un programma necessario di riforma della vita del paese, perché altrimenti dalla crisi non si esce». Usando una battuta che a Palazzo Chigi si faceva ieri sera: «Il nostro governo ha fatto trivellazioni sino a trenta metri, le necessità del Paese richiedono scavi sino a 300 metri». In sintesi, per tornare realmente a crescere in modo sostenuto, per restare nella fascia di primo livello dei Paesi sviluppati, Monti avverte che solo con la ricostituzione di forte centro moderato, che abbia la forza di proporre agli italiani un discorso di verità sullo stato delle cose, e sulle necessità di cambiamento, l'Italia possa costruire un futuro solido e prospero. È un modello, se non alternativo, diverso da quello che propone il Pd, dove «l'azione di governo ancora fa confusione fra i concetti di dialogo e concertazione sociale»: e qui a Palazzo Chigi toccano forse uno dei nodi della scelta di campo che il Professore sarebbe pronto a fare, ovvero l'assenza, a suo giudizio, al momento attuale, di un'adeguata rappresentanza politica in grado di modernizzare il Paese.
Le fasi dell'impegno nuovo del capo del governo, come venivano descritte ieri nel suo staff prevedono due step iniziali: prima la presentazione di un manifesto programmatico, intorno al quale raggruppare partiti, movimenti e personalità politiche che sostengono Mario Monti; successivamente sciogliere il nodo sulle modalità della discesa in campo: lista unica o federazione. La scelta di una lista unica, almeno secondo alcuni studi condivisi ieri mattina con Casini, potrebbe avere degli effetti virtuosi in termini di consenso, «sino al 10% in più dei voti che riscuoterebbero liste separate». In questa cornice appare scontato aggiungere che Monti farà campagna elettorale, ovviamente anche in tv, con la partecipazione a talk show politici. Mentre non c'è traccia dei dubbi, che pure serpeggiano fra alcuni membri del governo, sulla figura di un premier dimissionario che da Palazzo Chigi si ripropone al Paese: sarebbe legittimo? Esporrebbe una carica dello Stato a delle obiezioni fondate? Né al Quirinale, né intorno a Monti, al momento, sembra che il tema si proponga come un problema. Mentre su una riserva che ufficialmente è ancora da sciogliere basta notare che l'incontro con Casini e Montezemolo, ieri mattina, a Palazzo Chigi, è stata in fondo la prima riunione politica di un ex premier tecnico. Nessuno si è preoccupato di tenerla riservata.
Marco Galluzzo
Marchionne, Monti e gli operai fiat...
«Penso che sarebbe irresponsabile dissipare i tanti sacrifici che gli italiani si sono assunti facendo ripiombare il Paese in uno stato nirvanico». Sceglie queste parole e la platea degli operai Fiat, Mario Monti, per un' uscita pubblica che ha tutta l'aria di un avvio di campagna elettorale. I lavoratori Melfi lo accolgono un po' a sorpresa tra gli applausi. Ed è proprio il giorno in cui Silvio Berlusconi lo ha definito «un piccolo protagonista». «A Melfi nel '93 è nata la Punto oggi nasce punto e a capo, cioè una svolta, una ripartenza nel rapporti tra la Fiat e l'Italia», dice il premier ai vertici del gruppo italo-americano che a più riprese ha paventato il ritiro dalle attività domestiche. Tredici mesi fa «l'Italia aveva febbre alta e non bastava un' aspirina» spiega Monti, poi, ancora una volta, la politica del rigore ma serviva una «medicina amara non facile da digerire ma assolutamente necessaria per estirpare la malattia».
IL RACCOLTO DOPO LA SEMINA - Quanto accaduto a Melfi, per Monti «non è qualcosa di magico, ma è emblematico della svolta possibile in Italia. È il percorso che immagino e vorrei per il nostro Paese». L'amara medicina sono «le riforme strutturali», il cui percorso «è appena iniziato» ma che comunque «iniziano a dare frutti». Dunque «non bisogna scoraggiarsi, dopo la semina arriva il raccolto, e l'Italia sta diventando più sana e più forte».
IL PRIMO INVESTIMENTO - «È una giornata importante, molto importante» riconosce l'amministratore delegato Sergio Marchionne che di lì a poco illustra il piano di rilancio dello stabilimento lucano dove saranno prodotti due mini Suv, uno a marchio Fiat 500 e uno a marchio Jeep: «Il primo investimento di una serie in Italia», dice il manager confermando anche gli obiettivi di gruppo per il 2012. È tutto politico l'intervento del presidente del Lingotto, John Elkann per il quale «Monti ha ricollegato l'Italia con il mondo, garantendo credibilità e stabilità. Ora che si appresta a chiudere il suo mandato auspichiamo che la ritrovata credibilità non venga meno».
Paola Pica
Risorse preziose
Un commento: "C'era la legge: si chiamava bossi-fini. Questa legge diceva che se sei clandestino e non te ne vuoi andare, allora vai in galera. Questa legge è stata affossata dal partito dei magistrati, I centri sociali e la sinistra (anche vendola ricordatevelo) hanno manifestato contro questa legge."
MILANO - Rincorsa, gettata a terra, picchiata selvaggiamente a pugni e calci in faccia e violentata: l'orrore si è scatenato alle dieci di sera, in un giardino pubblico alla periferia di Milano. Una donna di 42 anni è stata stuprata all'interno dei giardini di largo Giambellino da un clandestino iracheno, con precedenti penali. L'uomo ha tentato anche un secondo assalto, urlando insulti alla «p... italiana», e questo l'ha tradito: le urla sono state udite da un passante, che ha chiamato i carabinieri, e l'uomo è stato riconosciuto e arrestato, anche grazie alla manica del giubbotto che la vittima era riuscita a strappare.
LO STUPRO - La violenza è avvenuta attorno alle 22 di mercoledì sera. La 42enne, che gestisce un chiosco nei mercati ambulanti, era uscita per andare a trovare un'amica e mettersi d'accorso con lei su come festeggiare il Natale. In via Odazio si è accorta di essere seguita dall'uomo e ha provato a fuggire, attraversando i giardini della zona. Qui però è stata raggiunta e aggredita alle spalle dall'iracheno, che l'ha afferrata per i capelli gettandola per terra e coprendola di pugni e calci in faccia. Lei ha reagito finché ha potuto, strappandogli una manica del giubbotto. Poi lui è riuscito a spogliarla e violentarla, urlandole insulti. Ha quindi tentato un secondo stupro, gridando «Brutta p... italiana, t..., devi stare con me».
L'ARRESTO - L'allarme è stato dato da un passante che ha sentito le urla e ha chiamato i carabinieri, segnalando una «lite» all'interno dei giardini. Pochi minuti dopo tre auto dei militari sono arrivate sul posto mettendo in fuga l'iracheno, che correndo ha perso le scarpe, ma si è portato via la borsetta della donna, con 200 euro. Lei l'aveva osservato bene ed è stata in grado di descrivere tutti i dettagli ai carabinieri: giubbotto scuro con la manica strappata, jeans, orecchie a sventola, denti storti e mancanti, qualche piccola cicatrice sul viso, un forte odore di sporcizia. Rintracciato sotto il cavalcavia della stazione di San Cristoforo, l'uomo è stato sottoposto a fermo al termine dei necessari accertamenti. Si tratta di Mohamed K., 32 anni, clandestino e con precedenti per furto e lesioni. Aveva ancora con sé i 200 euro rapinati. La 42enne è stata trasportata alla clinica Mangiagalli per essere curata.
mercoledì 19 dicembre 2012
Pneumatici termici
Salta la norma che imponeva l'uso dei pneumatici termici al di fuori dei centri abitati in caso di neve. Lo prevede l'emendamento dei relatori alla legge di stabilita' approvato dalla commissione Bilancio del Senato che ha abrogato la norma del dl sviluppo. "Sono state finalmente abrogate le norme che obbligavano gli automobilisti italiani all'uso esclusivo di pneumatici invernali, in caso di nevicate, e che mettevano fuori legge catene e altri sistemi omologati" ha detto il capogruppo del Pd in commissione Trasporti alla Camera, Michele Meta. "Ringrazio il governo per aver mantenuto l'impegno che aveva assunto alla Camera accogliendo un mio ordine del giorno. Avevo posto come punto irrinunciabile - ha ricordato Meta - la modifica di quella norma che per milioni di automobilisti sarebbe stata una spesa ingiusta, inessenziale e insopportabile. In altre parole ci saremmo trovati nei prossimi giorni di fronte ad una sorta di secona Imu". "Le giuste battaglie sono importanti e sono fiero - ha concluso Meta - insieme al mio partito di aver smascherato i presentatori, due senatori del Pdl, e di aver fatto cambiare idea al governo".
Salta l'obbligo dell'abs per le moto
Salta anche l'obbligo per le case produttrici di inserire l'Abs sulle moto. Il dl stabiliva che le case produttrici di moto avrebbero dovuto garantire l'offerta su tutti i veicoli di nuova immatricolazione, a due o tre ruote e di cilindrata pari o superiore a 125 centimetri cubi, i sistemi di sicurezza e di frenata avanzati, vale a dire l'abs.
La grecia
“Mi chiedo quanto ancora potrà sopportare questa società prima di esplodere” ha detto Georg Pieper, uno psicoterapista tedesco specializzato nella cura dei disordini post-traumatici a seguito di catastrofi, grandi incidenti (incluso quello tremendo verificatosi in Germania), atti di violenza, sequestri di persona; questa volta, però, parlava della Grecia. Aveva trascorso diversi giorni ad Atene, dando gratis dei corsi in terapie post-traumatiche a psicologi, psichiatri e medici, essendo questo un paese in profonda crisi. Era accompagnato da Melanie Mühl, giornalista del quotidiano Frankfurter Allgemeine. E nel suo rapporto (1), la Muhl denuncia il modo in cui la crisi greca è stata descritta ai “consumatori di notizie” in Germania. Non era che “una lontana minaccia che si profilava all’orizzonte”, definita in termini poco comprensibili, come stretta bancaria, taglio di spese, buchi di miliardi di euro, cattiva gestione, Troike, rifinanziamento di debiti… "Invece di riuscire a comprendere qual è il contesto generale, non vediamo altro che la faccia scura di Angela Merkel che sbuca dalle limousine nere a Berlino, Bruxelles ed altre città, avanti e indietro tra un summit e l’altro, dove si sta elaborando, pezzo dopo pezzo, la grande “manovra di salvataggio” della Grecia e dell’Europa". (Si legga anche: La Maledizione dell’Euro “Irreversibile”). (2)
Ma quello che succede veramente in Grecia viene completamente taciuto dai media. Pieper definisce questo fenomeno “Una gigantesca opera di repressione”. E quindi riportano le notizie che non possono essere rivelate camuffandole con acronimi e gergo finanziario incomprensibile all’uomo comune. Ci sono state donne in gravidanza che andavano da un ospedale all’altro, pregando di poter partorire lì, senza assistenza sanitaria e denaro, e nessuno che le aiutata. C’è stata gente, prima appartenuta alla classe media, che ora frugava tra i resti delle bancarelle della frutta e verdura a fine giornata. Ho visto queste attività persino a Parigi; se la Muhl ci facesse più caso, potrebbe vederle anche in Germania. Non succede solo in Grecia, dove la gente, distrutta per la disoccupazione e il taglio dei salari, tenta l’impossibile per sbarcare il lunario e mettere in tavola del cibo ogni giorno. E le maggiori aziende produttrici di beni di largo consumo stanno già reagendo: “L’impoverimento dell’Europa”. (3)
Spezza il cuore, la piaga della crisi in Grecia. C’era un anziano, che aveva lavorato per 40 anni, che si ritrovava con la pensione dimezzata e non poteva permettersi di comprare le medicine per il cuore. Per andare in ospedale doveva portarsi le proprie lenzuola e il proprio cibo. Poiché la società di pulizie se n’era andata perché non veniva più pagata da tempo, i bagni venivano puliti a turno dai medici e dagli infermieri. In ospedale scarseggiavano i medicinali e altri presidi come i guanti da chirurgo ed i cateteri. E la percentuale dei suicidi è raddoppiata nel corso degli ultimi tre anni – due terzi di questi sono uomini.
“Trauma Collettivo” è quello che Pieper vede in questa società a cui è stata strappata la terra da sotto i piedi. “I maschi in particolare sono i più colpiti dalla crisi” ha detto Pieper, poiché i loro salari sono stati decimati, o hanno perso completamente l’impiego. Guardano con profondo odio al sistema politico ultra-corrotto e ad un governo clepto-cratico che ha fatto così tanti danni al paese; e sono furiosi per le politiche internazionali di “salvataggio” che beneficiano solo le banche che le mettono in atto, non certo la gente. Questi uomini poi portano la loro rabbia nelle case, nelle loro famiglie, ed i loro figli portano poi questa rabbia in strada. Da qui il crescente numero di atti di violenza di gang di strada che attaccano le minoranze. “L’istinto di sopravvivenza negli umani è forte” – dice Pieper – “e quindi gli umani sono capaci di superare difficoltà anche gravissime. Ma per farlo, hanno bisogno di una società giusta che funzioni con reali strutture e “reti” di sicurezza. Ma in Grecia la società è stata per anni svuotata e depauperata fino al punto dell’attuale crollo definitivo”.
“In una situazione così drammatica come la vediamo in Grecia, l’essere umano diventa una sorta di predatore a cui interessa solo se stesso e la propria sopravvivenza” spiega Pieper. “Il puro bisogno lo spinge a gesti irrazionali e, nei casi più estremi, al crimine.” “In una società che ha raggiunto questo stadio, la solidarietà viene completamente sostituita dall’egoismo”. Pieper si chiede, quindi: “Quanto ancora potrà resistere una società in queste condizioni prima di esplodere?” La Grecia è sull’orlo della guerra civile, sembra soltanto una questione di tempo prima che la disperazione generale della gente si trasformi in violenza collettiva e si propaghi in tutto il paese. Tutto questo è il prodotto finale delle politiche europee di “aiuto”. Mentre l’Eurozona tenta ogni mezzo per rimanere in superficie mentre la valanga della crisi del debito travolge la Grecia ed gli altri paesi periferici, e mentre l’Europa cerca di restare in piedi legandosi con il nastro da pacchi, uno contro l’altro, continuando a sfornare norme emanate da eurocrati trans-nazionali non-eletti, la Svezia ci ripensa: non c’era mai stata prima così tanto avversione per l’Euro. Si legga: “Record di ostilità della Svezia per l’Euro.” (4)
Wolf Richter
Fonte: www.testosteronepit.com
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SKONCERTATA63
NOTE
1) http://www.faz.net/aktuell/feuilleton/debatten/krise-in-griechenland-eine-gesellschaft-stuerzt-ins-bodenlose-11992352.html
2) http://www.testosteronepit.com/home/2012/11/15/the-curse-of-the-irreversible-euro.html
3) http://www.testosteronepit.com/home/2012/8/29/the-pauperization-of-europe.html
4) http://www.testosteronepit.com/home/2012/12/12/swedens-euro-hostility-hits-a-record.html
Sanità
Un commento: "balduzzi non ha problemi, lui lo curano insieme ai suoi amici di merenda e parenti in cliniche private magari a spese nostre come al solito...vorrà dire che i corridoi degli ospedali si trasformeranno in camere, volevo suggerire che se non ci sono i letti e i materassi li potete sempre recuperare nei centri d'accoglienza visto che li non scarseggiano i posti per foraggiare i poveri emigranti-clandestini."
Oltre 7.300 posti letto in meno negli ospedali. È questo il taglio previsto dalla riorganizzazione della rete ospedaliera, alla luce dei parametri fissati dalla spending review. Numeri che hanno fatto scattare l'allarme da parte delle Regioni. "Con questi tagli il Servizio Sanitario Nazionale non è sostenibile", ha dichiarato il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani, secondo cui "l’ammontare complessivo dei tagli effettuati dalle manovre e dagli interventi finanziari negli ultimi anni ammonta, per il periodo 2012-2015, a poco meno di 30 miliardi. "Un quadro che mette in serio rischio servizi fondamentali per i cittadini", ha aggiunto Errani, invitando il Governo e il Parlamento nella discussione relativa alla Legge di Stabilità ad attenuare il quadro relativo al 2013, evitando il taglio di 600 milioni. Tuttavia, secondo il ministro della Salute, Renato Balduzzi, "la preoccupazione "Oddio, non ci sarà il posto letto per me" non ha ragion d’essere. I numeri che diffondiamo oggi servono anche a sedare questi timori". In base ai numeri forniti oggi dal ministero, i posti letto passano dai 231.707 censiti al primo gennaio 2012 a 224.318 dopo la spending review: i posti per acuto devono essere ridotti da 195.922 a 181.879, con un taglio di oltre 14 mila unità, mentre quelli per la post-acuzie devono aumentare da 35.785 a 42.438. Il saldo finale è di 7.389 posti in letto in meno nel complesso, con differenze anche significative fra le regioni. "Ad oggi, con la spending review e con la legge di stabilità, siamo ancora dentro una stabilità del Servizio sanitario nazionale, a condizione che si utilizzino gli strumenti previsti dalle leggi e si rafforzi la condivisione tra Stato e Regioni, perché senza collaborazione non si arriva a risultati positivi", ha dichiarato Balduzzi.
I tecnici multimilionari...
Ministri che guadagnano come Paperon de’ Paperoni, pensionati che hanno un 740 da far invidia al bilancio di una piccola impresa. Professoresse - prestate alla politica per riformare il Welfare - che guadagnano in un anno quanto 12 maestre delle elementari. Benvenuti alla corte del governo da complessivi 16 milioni di redditi dichiarati. L’operazione trasparenza sui redditi del gabinetto Monti è un paradosso del fato ricordando i discorsi sull’equità e i sacrifici. Di sicuro il Professore della Bocconi (reddito 2010 1.515.744 euro), che ha rifilato agli italiani negli ultimi 13 mesi una cura economica dimagrante per raddrizzare il vapore, non ha di che preoccuparsi. E il 17 dicembre ha fatto serenamente fronte all’Imu per le 16 unità immobiliari che possiede, grazie ad un patrimonio in liquidità e titoli per oltre 11,5 milioni. Chi non ha da preoccuparsi come incrociare il pranzo con la cena, è sicuramente la record woman della Giustizia. L’avvocato del bel mondo finanziario, Paola Severino, ha giustamente rivendicato con orgoglio un reddito 2010 di 7.005.649 euro, e oltre al villone sull’Appia Antica (valore stimato 10 milioni), può guardare alla pensione con tranquillità: un castelletto di investimenti prudenti da oltre 3 milioni e mezzo fanno apparire come un’elemosina l’emolumento da Guardasigilli: appena 195.225 euro.
Nessuno si preoccupa di come sbarcherà il lunario Corrado Passera, infaticabile ministro dello Sviluppo Economico prestato dalle grandi banche e approdato a Via Veneto. Nel 2011 ha dichiarato redditi per 3.529.602 euro. Chissà come farà a far quadrare il bilancio familiare con appena 231mila euro di appannaggio ministeriale (presunto). Forse dovrà attingere ai risparmi: 13,3 milioni più una casetta a Parigi di appena 141 metri quadri. Piero Gnudi (1.694.851 reddito 2010) potrà certo farsi passare lo sconforto del calo di reddito (appena 240mila euro l’emolumento da ministro del Turismo nel 2012), pensando alle gite sul gozzo (in leasing). Il grande strategia di Palazzo Chigi, Antonio Catricalà, dall’alto dei 740mila euro dichiarati nel 2010 guarderà come a un obolo ai 200mila euro che gli riconosce la presidenza del Consiglio per i suoi servigi. E magari la casa a Castiglion della Pescaia (al 50%) potrebbe passare di mano a qualche parente per smetterla di regalare quattrini ai sindaci di Grosseto. Ha dovuto rinunciare ad un arbitrato da 504mila euro l’ex consigliere di Stato Filippo Patroni Griffi, però l’appartamento al Colosseo comprato a prezzi di favore è ancora suo e certo potrà consolarsi se per fare il ministro ha dovuto rinunciare a 504.367 euro di reddito (2010) per appena 205.915,54 euro di quest’anno.
Sapete quanto guadagna un professore universitario? Certo non i 402mila euro e spiccioli che dichiara il ministro Elsa Fornero, che per arrivare a via Flavia ha detto addio ad un gettone da parte di Banca Intesa di oltre 200mila euro. E se i 199mila euro da ministro non bastano potrà sempre rifugiarsi a Courmayeur, nota località dove svernano i pensionati esodati e tutti coloro che il ricongiungimento dei periodi previdenziali (già versati) lo dovranno pagare di nuovo. E l’ammiraglio di Paola? Sta già facendo gli scatoloni ma con 369.142 euro nel 2010, per salire al più alto grado della difesa ha dovuto rinunciare a 170mila euro. Ma vuoi mettere la soddisfazione? Dicono che oggi esiga il lei - per il grado di ministro conquistato - anche da paricorso e ammiragli di pari o maggiore anzianità, roba da far incrinare la bandiera di guerra. Resta da chiedersi come facciano a campare gli altri. C’è anche chi vorrebbe lanciare una raccolta fondi. Non a caso il più povero dell’equipe Monti è uno che con la povertà va a braccetto da decenni. Il patron di Sant’Egidio Andrea Riccardi (ex docente in pensione), con appena 120mila euro di reddito nel 2010 è uno dei pochi che da ministro guadagna più che da semplice cittadino (l’emolumento stimato è di 199.778 euro). Se poi Vittorio Grilli, che vuole tagliare con il machete, intende comportarsi come hanno fatto con lui - che però ha espugnato la scrivania di Quintino Sella - tiamo freschi: da direttore generale del Tesoro incassava 518.978 euro. Da titolare di via XX Settembre arriva forse a 200mila. Un bel taglio di oltre il 50%. Gli italiani pregano che non voglia dare l’esempio...
martedì 18 dicembre 2012
Saccheggi
Una nazione saccheggiata di Walter Mendizza
(…) Negli anni ’80 i grandi potentati mondiali decisero che era arrivato il momento di mandare in soffitta la “terza via” italiana.
Lo stato imprenditore doveva essere bandito dall’economia lasciando ai “privati” la competizione sui mercati. Ho messo “privati” tra virgolette perché nel prosieguo capiremo meglio di che privati si tratta.
Per dare forma a questo piano c’era bisogno di personaggi che si prestassero a quest’opera di demolizione. I primi personaggi che avvallarono questa “privatizzazione” furono Romano Prodi e Carlo De Benedetti.
Il primo venne nominato presidente dell’IRI nel 1982, il secondo invece, era (ed è tuttora) il proprietario del gruppo Repubblica/Espresso. En passant, faccio notare che Prodi era anche dirigente della società di consulenze Nomisma, alla quale guarda caso darà incarichi miliardari per portare avanti le privazioni (sic! privatizzazioni) dell’IRI.
La prima cosa che fece fu vendere l’Alfa Romeo alla FIAT. Era una cosa logica e tutti si inchinarono compiaciuti: non aveva senso che lo Stato producesse automobili.
Solo che la vendita avvenne a rate per 1.000 miliardi di lire (là dove Ford offriva invece il doppio e in contanti!). Nessuno, allora, si chiese come mai e in base a quale criterio la Nomisma avesse deciso per Fiat.
Probabilmente ci sarà stata la solita baggianata di lasciare un marchio prestigioso in mani italiane… un po’ come anni dopo avverrà per gli aiuti alla compagnia di bandiera Alitalia. Un obbrobrio che vide solo i radicali battersi contro tali aiuti di stato.
Nel 1985 Bettino Craxi decise che era giunto il momento di privatizzare la SME che era il comparto agro-alimentare dell’IRI e che presentava da tempo bilanci in deficit e solo nel 1984 raggiunse un bilancio in attivo. Quindi fu incaricato per tale operazione il consiglio di amministrazione dell’IRI.
Anche in questo caso, Prodi si accordò con la Buitoni (presieduta da Carlo De Benedetti) svendendo quasi due terzi della SME per soli 393 miliardi nonostante il valore di mercato fosse 8 volte superiore. Anche in questo caso si ripeté lo stesso copione: Prodi non prende in considerazione le offerte maggiori degli altri acquirenti.
Probabilmente Craxi su suggerimento del ministro delle partecipazioni statali Clelio Darida, fiutò che qualcosa non andava e non diede l’autorizzazione alla svendita lasciando la SME ancora nell’ambito pubblico, cosicché la combriccola Prodi-De Benedetti, dovette far buon viso a cattivo gioco e non se ne fece più nulla, causa a quanto pare di una offerta anonima superiore del 10% rispetto a quella di De Benedetti.
De Benedetti si sentì discriminato e volle far valere l’accordo firmato con Prodi come se fosse stato un vero e proprio contratto portando l’IRI in tribunale.
La sentenza di primo grado, diede torto alla Buitoni e fece erompere alle cronache il celebre Processo SME, che vide imputati Silvio Berlusconi e altri per corruzione di giudici.
Berlusconi fu definitivamente assolto dall’accusa di corruzione in atti giudiziari per i 434 mila dollari che da un conto Fininvest finirono al giudice Renato Squillante attraverso Cesare Previti. Per questo capo d’accusa l’assoluzione per non aver commesso il fatto era già arrivata in appello, mentre in primo grado era stato prosciolto per prescrizione grazie alla concessione delle attenuanti generiche.
La sentenza di primo grado venne poi confermata sia in appello sia in cassazione. Nel 1988 un nuovo intervento del CIPI (Comitato interministeriale per la Politica Industriale) tornò invece a considerare “strategico” il mantenimento del gruppo.
Finalmente la SME fu poi venduta tra il 1993 e il 1996, in piena stagione di “mani pulite”.
Rivedendo questo “film” con gli occhi della storia, viene il sospetto che tutta la stagione di “mani pulite” sia stata organizzata ad hoc per permettere di spartirsi una torta di 50 miliardi di euro.
Sia la DC sia il Partito Socialista erano impregnati di statalismo e dunque inseriti nella concezione delle partecipazioni statali, perciò non avevano scrupoli ad offrire prebende ed elargizioni di Stato per comprare il consenso dei cittadini.
Questa mentalità non andava bene al neocapitalismo emergente ed ecco che puntuale arriva l’evento che fa saltare il banco: l’arresto di Mario Chiesa il 17 febbraio del 1992.
Questo episodio dà l’abbrivio alla stagione di mani pulite, da lì a poco crolleranno DC e PSI, e inizierà la lunga manovra delle privatizzazioni con l’aiuto dei “governi tecnici” (capitanati da pirati predoni come Ciampi, Dini, Amato, Draghi, Andreatta …).
Il 2 giugno 1992, a poco più di tre mesi dall’arresto di Mario Chiesa, sul panfilo “Britannia” della Regina Elisabetta, ci fu un incontro riservato per discutere delle “privatizzazioni” tra top manager italiani e britannici. Erano presenti i presidenti di ENI, INA, AGIP, SNAM, ALENIA e Banco Ambrosiano, l’ex ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e al direttore generale del Tesoro “Mario Draghi”.
Come abbiamo visto, l’Italia del ’92 non era ancora pronta a privatizzare alcunché, tanto, che l’allora consigliere di Confindustria Mario Baldassarri sentenziò: ”Per privatizzare servono 4 condizioni: una forte volontà politica; un contesto sociale favorevole; un quadro legislativo chiaro; un ufficio centrale del governo che coordini tutto il processo di privatizzazioni. Da noi oggi non se ne verifica nemmeno una”. Tuttavia a dispetto del pensiero di Baldassarri, molti dei nostri manager pubblici, incluso Draghi, erano già proiettati verso il nuovo indirizzo economico, e la loro volontà veniva incontro agli interessi degli “amici” britannici, che avevano fretta per spartirsi una bella torta dal valore di circa 100 mila miliardi di lire, cioè 50 miliardi di euro.
Mani pulite fu dunque la stagione che creò le condizioni per distruggere l’economia con privatizzazioni insensate e a bassissimo costo e soprattutto permise in pochissimo tempo di creare quelle 4 condizioni enunciate da Baldassarri: la volontà politica che a causa Tangentopoli fece arrivare i tecnocrati Ciampi, Dini & Co. Il contesto sociale favorevole grazie all’indignazione contro la classe politica “corrotta”. Il quadro legislativo che cominciò ad essere chiaro dal 1993, con l’ accordo Andreatta/Van Miert (che regolava la ricapitalizzazione del settore siderurgico a patto che lo si privatizzasse) e con il “decreto Amato” che trasformarono l’IRI, l’ENI, l’ENEL e l’INA in società per azioni. E infine la creazione di un ufficio centrale di governo che coordinasse le privatizzazioni:
fu istituito il “Comitato Permanente di Consulenza Globale e Garanzia per le Privatizzazioni”, presieduto dal tecnocrate Draghi, fu l’ufficio che coordinò le privatizzazioni.
Nel 1994 ci furono le prime elezioni post Tangentopoli, e al governo ci andò il centrodestra guidato dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. In questo governo c’era Alleanza Nazionale che aveva posizioni fortemente contrarie alle privatizzazioni. Non c’è da sorprendersi se questo governo durò pochi mesi.
Bisognava finire il lavoro appena iniziato, perciò ci fu un nuovo governo dove alla presidenza del consiglio venne messo Dini, un “tecnico” favorevole allo spezzatino delle nostre industrie. Dini subito iniziò la prima fase di privatizzazione dell’ENI dismettendo circa il 15% dell’intero pacchetto azionario.
Nel 1996, a vincere le elezioni è il centrosinistra guidato da Romano Prodi, che cedette un altro 16% delle quote ENI ed inoltre privatizzò la Dalmine e la Italimpianti appartenenti al gruppo IRI.
Nel 1997 Prodi ritorna a “trattare” col suo vecchio amico l’Ingegner Carlo De Benedetti al quale cedette in “regalo” Infostrada (la rete telefonica delle Ferrovie dello Stato) per 750 miliardi di lire da pagare in comode rate. De Benedetti la vendette subito per 14 mila miliardi di lire ai tedeschi di Mannesman.
Sempre quell’anno Prodi mise sul mercato “Telecom”, con le azioni che furono vendute ad un prezzo ancora di regalo dato che appena un anno dopo le stesse azioni varranno sul mercato 5 volte di più.
Dopo la caduta del governo Prodi nell’ottobre 1998, entra in scena un altro post-comunista convertito alla causa liberista delle privatizzazioni: Massimo D’Alema.
D’Alema diventa presidente del consiglio e immediatamente privatizza la BNL, con la consulenza della banca d’affari americana JP Morgan.
Nel 1999, dopo il “decreto Bersani” che liberalizzava il settore dell’energia, venne privatizzata l’ENEL e sempre quell’anno venne ceduta la società Autostrade alla famiglia Benetton.
Siamo arrivati ormai alle ultime fasi di privatizzazione riguardante quel poco che era rimasto dell’ENI.(…)
lunedì 17 dicembre 2012
Le tasse sono bellissime...
Imu e le tasse salutari di Grilli. di Nicola Porro
Ci sono delle dichiarazioni a caldo dei nostri ministri che rendono meglio di cento articoli la follia statalista a cui siamo condannati. “Se ci dovessero essere maggiori entrate, potrebbe essere salutare per i nostri conti”. Così il ministro dell’Economia, Vittorio Grilli, a margine della seduta della commissione Bilancio del Senato sul disegno di legge di stabilità, risponde ai giornalisti che gli chiedono dell’ipotesi che il gettito derivante dall’Imu possa essere superiore alle previsioni. Avete capito bene: sarebbe salutare dice il ministro. Ma salutare per chi? per la Bestia statale, che è ovviamente sempre affamata. Questi sono figli della burocrazia più malata che si possa immaginare. Chi paga loro gli stipendi? Chi mette la benziana nelle loro auto di servizio? Salutare un corno. Se l’Imu dovesse rendere più quattrini di quanti previsti dai tecnici sarebbe la dimostrazione della sua velenosità. Caro Grilli, parafrasando la Thatcher, non esistono i conti pubblici, non esiste il bilancio dello Stato, esistono gli individui, le persone, i cittadini per i quali il pagamento dell’Imu non è stato affatto salutare. Le imposte non sono belle, fanno schifo. Anche se chi vive grazie ad esse non se ne rende conto.
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Una ipotesi di dove possano finire i soldi dell'Imu... e un'altra ipotesi ancora... quindi, non serve solo alla bestia statale.
Punti di vista... realistici
Ecco come Monti ci porterà via gli ultimi soldi di Maurizio Blondet
Anzitutto, un pensiero compassionevole al povero Bersani. Aveva la vittoria già in tasca, la gioiosa macchina da guerra oliata e pronta, e cosa gli fanno gli eurocrati da lui tanto ossequiati? Gli candidano contro Mario Monti. Il quale – a riprova della sua fondamentale idiozia – si sveste dei panni del tecnico e si fa politico. Ossia da super-partes a partitante, capo di un blocco moderato in tumultuosa formazione con tutti i mozziconi spenti del centro-destra. Ma come può, povero Bersani, fare campagna elettorale contro Monti? Lo ha tanto servito, si è piegato a tutte le macellerie sociali del programma di Monti (e Merkel); gli ha promesso il Quirinale. E adesso, se lo trova avversario. Il lato tragicomico è che Bersani non ha un programma alternativo a Monti, da opporre al neo-partito moderato. Ha lo stesso programma di Monti. Ha definito Monti e il montismo «un punto di non ritorno». Adesso gli toccherà pensare a qualcosa che sembri diverso, e che nello stesso tempo rassicuri gli eurocrati – che chiaramente non vogliono la sinistra al potere. E quanti elettori «di sinistra» gli porterà via il Monti sceso in campo? C’è da tremare. Povero Bersani: tanto ossequio ai banchieri, ai tedeschi e ai creditori, tanta fedeltà inconcussa all’euro e al servizio del debito, ed ecco come ti ripagano.
È il trionfo della democrazia. Gli statisti del Partito Popolare Europeo, più i Kommissari, hanno dato l’ordine agli italiani: «Votate questo». E di colpo, tutti i partitanti sono per Monti. Berlusconi, poveretto, a Bruxelles ricordava a chi voleva sentirlo che era stato lui a scegliere Monti come Kommissario. Il suo partito, Pdl, intanto, a causa della sua ri-ri-ridiscesa in campo, gli esplode in mille schegge: ma il bello è che queste mille schegge sono tutte per uno: Mario Monti. I ciellini, i socialisti, i laici, i missini… persino Alemanno si è pronunciato per Monti, con la speranza di essere ricandidato nella nuova formazione dei mozziconi urlanti. Quindi ora lo sapete, italiani. Siete liberi di scegliere fra Bersani e Montezemolo, potete votare persino Berlusconi o la nuova AN. Ma chiunque votate, alla fine votate Mario Monti e il suo governo – in eterno (1). È il trionfo della democrazia terminale. La democrazia senza opposizioni. Dove le opposizioni si oppongono fra loro, combattendosi aspramente, per strapparsi l’onore di mettere al governo il Prescelto dalle Burocrazie. E sostenere l’Unico, approvando tutte le sue manovre e «riforme». Due grandi formazioni, e il Candidato Unico.
Dunque, sarà Monti. Ricordiamo brevemente a quale scopo i partiti d’accordo avevano messo il tecnico Monti al potere: Ridurre il debito pubblico. Monti ha aumentato il debito pubblico: da 1.850 miliardi a quasi 2 mila miliardi, più 80 mila miliardi. In un solo anno. E questo, nonostante tagli e tasse sanguinose, da record storico mondiale (la pressione fiscale sulle imprese impossibilitate al nero è ormai al 70%). Nel primo anno del governo Monti, il debito è aumentato di 282 milioni di euro al giorno (nel 2011, sotto Berlusconi, era cresciuto di 152 milioni al giorno). Assicurare che l’Italia paghi il debito. Per dare questa assicurazione ai «mercati», bisogna che l’economia italiana cresca. Un debito pubblico è sostenibile quando cresce meno (almeno un po’ meno) del PIL. Strangolando le imprese produttive, perseguitandole con la Polizia tributaria, pretendendo pagamenti fiscali su guadagni non realizzati, ritardando i pagamenti dovuti da parte del settore pubblico, Monti il tecnico è riuscito nella luminosa impresa: trasformare la recessione in depressione profonda. Crollo e paralisi del settore edilizio, blocco dei credito bancari, riduzione per paura dei consumi, disoccupati alle stelle; i dati sui consumi ed energetici in genere sono da 1929. Quattro trimestri filati di caduta del PIL: Monti non sarebbe riuscito a far meglio se avesse chiesto ai tedeschi di bombardare le fabbriche del Nord, come fecero gli Alleati su richiesta del Partito d’Azione…
Fare le «riforme» del settore pubblico. Ridurre la spesa improduttiva, visto che il PIL si inabissa, è una pura e semplice necessità. I tecnici hanno annunciato: spending review, ossia esame analitico delle spesa: mai fatto. Accorpare i Comuni: mai realizzato. Abolire le provincie: programma ridotto a «accorpamento», mai realizzato. Rendere ragionevoli le paghe scandalose dei dirigenti pubblici a 670 mila euro annui: niente di niente. La presidenza della repubblica continua a costare 5 volte Buckingham Palace. Le Regioni continuano a spandere senza controllo, ad alimentare centinaia di Fiorito e Polverini ancora sconosciuti. Diminuire un pochettino il numero dei parlamentari: niente, li avremo ancora lì, più affollati di un treno-pendolari in ritardo fra Milano e Varese. Solo che i pendolari non prendono 15 mila euro al mese. La legge elettorale? Voteremo ancora col Porcellum, e le liste determinate dai capi-partito. La liberalizzazione delle spiagge, come ci chiede persino l’eurocrazia? Macché: la lobby degli ombrelloni-sdraio è più forte della lobby ebraica. In una cosa Monti è stato più bravo, perfino più bravo di Berlusconi: negli annunci, seguiti da completa inattività. Tant’è vero che gran parte degli italiani crede davvero che le cose sopra dette siano state realizzate; anche perché i media sussidiati le hanno salutate con nuvole di incenso al tecnico.
Il governo tecnico, con Monti a capo, è incapace? Incompetente? Fino a ieri propendevo per questa interpretazione. Adesso, comincio a pensare il peggio: che tutto ciò sia voluto. Persino un imbecille, però con un’infarinatura bocconiana, capisce che tasse e tagli e persecuzioni al settore privato porta alla miseria e dunque all’insolvenza. Ma guardate lo sguardo gelido di Monti, così simile a quello di Alesina e Giavazzi quando dicono che bisogna abolire le pensioni e rimandare a lavorare gli ottantenni, far morire le novantenni perché i letti di ospedale costano, eccetera. È questa la neo-ideologia made in Chicago. Eliminare 4 miliardi di esseri umani (2); tanto il lavoro oggi non serve più, all’uno per cento interessa soprattutto trovare domestici e servitù a basso prezzo, l’industria del lusso va benissimo nella crisi generale: i ricchi sono autosufficienti, e i poveri inquinano il bel pianeta azzurro, oggi di loro proprietà. Allora, qual è il vero scopo di Monti? Lo sappiamo: salvare l’euro, non salvare l’Italia. Approfittare della crisi per costringere i popoli ad accettare il federalismo europoide, secondo il progetto Monnet-Delors-Padoa Schioppa. E il progetto, per quanto lo riguarda visto che è stato messo a governare l’Italia, è: de-industrializzarla. Vedete la Grecia: non ha più niente con cui vivere, per questo è totalmente dipendente da programmi che la spopolano, e da un euro che la uccide. Dipende totalmente dalla «carità» a credito tedesca.
Riducendola come la Grecia, all’Italia si toglie ogni velleità e possibilità di uscire dall’euro e di ripudiare il debito. Di gettare all’aria il progetto eurocratico, riacquistando competitività e mettendosi a far concorrenza alla Germania. Un futuro capo «populista» non avrà i mezzi per una politica popolare, di ripresa. Sì, mi sono convinto che Monti completerà la spoliazione, ci ridurrà tutti a razzolare nella spazzatura a cercare bucce di patata. Con il sostegno inconcusso di tutti i nostri partiti storici. E gli applausi dei giornali e TV. Quindi, ecco cosa farà. Il sospetto è venuto ad una cara lettrice molto addentro al sistema economico milanese, Carla L. Lei dice di aver sentito Monti accennare alla cosa in qualche discorso, subito però tacendosi. Qual è la cosa? Cambiare le banconote. Dare un nuovo formato ai biglietti da 100, 200, 500 euro, nuovi colori. Con l’obbligo di presentare in banca le vecchie banconote entro un certo termine tassativo (dopo il quale non hanno più corso) per farsele sostituire con le nuove.
Molti italiani, l’estate scorsa, quando l’euro sembrava agli ultimi, hanno ritirato parte dei loro risparmi dai conti. I pesci veramente grossi hanno trasferito i loro grossi fondi all’estero, in Svizzera o nei paradisi fiscali. I piccoli, timorosi di veder devastati i loro risparmi, hanno ritirato banconote e le hanno messe sotto la mattonella, o in cassetta di sicurezza. Sono centinaia di miliardi. Che sono scomparsi all’occhiuto sguardo del Fisco, non sono più visibili al Grande Fratello, sottratti alle banche, disponibili per pagamenti in nero. È per le banche e per Befera che si parla sempre più con insistenza di vietare l’uso del contante anche per pagamenti da 10 euro. Ma soprattutto, quei soldi invisibili e reali sono la speranza di sopravvivere al «dopo». Dato che per ordine dei creditori e della Merkel, il debito in Europa non può più essere diluito col sistema storicamente più usato – l’inflazione – questo denaro mantiene abbastanza bene il potere d’acquisto. Costituisce una speranza. Questa speranza va troncata: ridurre alla fame, alla fame vera, senza cuscinetto di risparmi, è il metodo più «efficiente» per rendere il lavoro «flessibile» al massimo: senza un soldo nella calza, vedrete che i vecchietti torneranno a lavorare per 5 euro al giorno, come già fanno in America. E i giovani «choosy», e le donne casalinghe, la gente dei PIIGS accetteranno qualunque paga.
Per Monti, il cambio di banconote ha un vantaggio aggiuntivo. Immaginate: avete in cassetta di sicurezza, poniamo, 15 mila euro in banconote da 500. Arriva l’avviso che queste tra dieci giorni non avranno più corso legale; vi affrettate a presentarle alla vostra banca per farvele cambiare con le nuove. E siete in trappola. Il bancario allo sportello è, ormai, l’occhio del miliardario-di-Stato Befera: «Come mai tanto contante? E di grosso taglio?». Ciò è altamente sospetto. Avete intenzione di fare pagamenti in nero: «Evasore Fiscale!», grida il bancario; e tutti si voltano, pronti a linciarvi (i giornali, le TV e Report li hanno messi già contro di voi, evasori che usate il contante). Come minimo, dovete pagare una multa per il possesso ingiustificato di moneta (di corso legale, ma che importa). E poi, la Finanza: questi soldi sono un suo reddito che lei ha nascosto; ci paghi sopra le tasse! Hai voglia a cercare di dimostrare che non sono un reddito, che sono soldi vostri, già tassati, che avete semplicemente ritirato dal vostro conto corrente. Potete dimostrarlo? La Finanza sostiene che la vostra documentazione è falsa: multa! aggravi di mora! Penali varie e sovrattasse! Cercate di opporvi all’accertamento persecutorio e truffaldino? Bene, provate ad «adire la magistratura», come si dice. Intanto pagate e poi se ne riparla fra 20 anni.
Secondo me, questo è il modo con cui, se avete 15 mila euro in banconote, ve ne porteranno via 5 mila. La famosa patrimoniale, con altri mezzi. La patrimoniale che colpisce i pesci medi e salva, come al solito, i pesci grossi. La patrimoniale che definitivamente proletarizza la classe media che non ha saputo essere, né darsi, classe dirigente. Lorsignori sanno che voi italiani, collettivamente, avete 9 mila miliardi di euro di ricchezza privata; (3) più di quanto ne abbiano i tedeschi, pro capite. È un tesoro che hanno deciso di prosciugarvi, – serve a loro, serve al Quirinale, serve alle opposizioni con candidato condiviso, e a tutti i parassiti miliardari che manteniamo come contribuenti – e con Monti, ci riusciranno. Togliervelo, serve anche ai tedeschi: così non potrete più uscire dall’euro, dovrete lavorare per 400 euro mensili nei mini-jobs, come già fanno 7 milioni di loro. È l’Europa che avanza. Ovviamente, il mutamento formale delle banconote dovrà avvenire a livello europeo. Ossia, dovrà essere d’accordo il Cancelliere in carica. Ma basta che Monti lo chieda, e l’avrà. I cittadini tedeschi lo accetteranno? Certo che lo accetteranno: da loro, il possesso di contanti mica è un delitto. Possono presentarsi a comprare un’auto con 20 mila euro in banconote, e il concessionario non chiama la Finanza, non vede in lui un evasore; perché là, il fisco funziona bene o male, meglio del nostro. Là, mica hanno Befera. Ecco cosa succederà se ha ragione la signora Carla L.
1) L’ultima flebile speranza è dunque votare per Beppe Grillo e il suo movimento: almeno, ha definito Monti «Rigor Montis». Già vedete come lo stanno triturando, con i traditori interni pagati (spesso, solo con promesse). E con l’obbligo di presentare 60 mila firme in due mesi… Bisognerà andare in massa a fargli raccogliere le firme.
2) Il progetto di eliminare 4 miliardi di esseri umani è stato effettivamente elaborato dal professor Eric R. Pianka, zoologo evoluzionista all’università di Austin, Texas, e comunicato ad una selezionata platea di economisti, politici e «decisori» alla Texas Academy of Science il 3 aprile 2006. Non erano ammesse telecamere e giornalisti; esattamente come alle riunioni di Bilderberg e Trilaterale. Si veda Maurizio Blondet, «Cretinismo scientifico e sterminio dell’umanità». Effedieffe, pagina 225. Arthur Schlesinger jr. suForeign Affairs (il giornale del Council on Foreign Relations), agosto 1975 già scriveva: «Non otterremo il Nuovo Ordine Mondiale senza pagare un prezzo col sangue, oltre che con il denaro e le parole». Brock Admas, all’epoca direttore della Organizzazione di Sanità dell’ONU, aveva preconizzato: «Per ottenere il governo mondiale, è necessario togliere dalle menti degli uomini il loro individualismo, la lealtà a tradizioni familiari, al patriottismo nazionale, ai dogmi religiosi». Questo è ciò che persegue l’eurocrazia. Con parecchio successo.
3) Dai giornali: «L’Italia è più ricca della Germania in termini pro capite, con circa 9.000 miliardi di euro di ricchezza privata. Il suo debito pubblico e privato combinato è al 265% del PIL, inferiore a quello di Francia, Olanda, Regno Unito, Stati Uniti o Giappone. Il Paese si piazza in cima alla graduatoria dell’indice del Fondo Monetario Internazionale per ‘sostenibilità del debito a lungo termine’ tra i principali Paesi industrializzati, proprio perché ha riformato da tempo il sistema pensionistico».
domenica 16 dicembre 2012
La mostruosa balena bianca
Sebbene Mario Monti sia stato incoronato leader del futuro governo da un endorsement corale che va dai poteri forti dell'Eurozona all’Economist, ad oggi una lista a sostegno del Professore non c'è ancora. Ieri sera il ministro Andrea Riccardi, Pier Ferdinando Casini, Luca Cordero di Montezemolo ed Andrea Olivero hanno convenuto che fosse meglio attrezzarsi per una raccolta di pre-firme, anche se non si può siglare liste in assenza di un nome, di un simbolo e del candidato. In attesa delle decisioni di Monti, hanno pensato di raccogliere elenchi di nominativi di persone che, al momento opportuno, siano disponibili ad andare effettivamente a mettere una firma per "Verso la Terza Repubblica". Un escamotage che diventerebbe utile nel caso in cui fosse necessario procedere a sostegno di Monti con una formazione a "tre gambe" che vede, fianco a fianco, il Terzo Polo, il movimento di Montezemolo e i "montiani" del Pdl che, domani, dovrebbero uscire allo scoperto alla convention di "Italia Popolare".
Gli accordi sulla lista unica non sono affatto chiusi. "Ci sono tanti che hanno creduto nella rivoluzione liberale del ’94 e che negli anni si sono allontanati, come me, per una questione di fondo, perché i loro valori non erano in vendita", ha spiegato Casini in una intervista al Corriere della Sera ribadendo la necessità di costruire un nuovo centro che sostenga le politiche iniziate l'anno scorso dai tecnici. Tuttavia, Casini continua a insistere perché anche Gianfranco Fini sia della partita, sebbene Montezemolo sia profondamente contrario temendo di perdere i voti del Pdl in libera uscita. Non solo. Mentre il leader dell'Udc si tiene ancora una porta aperta con il Pd di Pier Luigi Bersani, Riccardi ha detto chiaramente che lo schieramento a sostegno di Monti deve essere "alternativo" alla sinistra. "Questa idea del rassemblement nasca dall’esperienza che stiamo facendo nella società italiana - ha spiegato il ministro in una intervista a Repubblica - il governo dei tecnici ha riacceso la voglia di fare politica della società civile". Su un punto, tuttavia, sia Riccardi sia Casini si sono trovati d'accordo, ovvero che la ricetta proposta da Monti non è compatibile con quella di Silvio Berlusconi. Di tutt'altro avviso è, invece, Franco Frattini che punta, invece, a costruire "una federazione di liste che concorrano tutte insieme al successo" del Professore.
Il vertice dei montiani, galvanizzati dal blitz europeo di Monti, è stato ancora interlocutorio. Cosa incredibile, visto che tra una settimana le Camere potrebbero essere sciolte così come la riserva del Professore. Secondo indiscrezioni, il progetto potrebbe essere definito il 22 dicembre quando la lista "Verso la Terza Repubblica" si dovrebbe trasformare in quella Monti, apparentandosi così con l'Udc. Casini sta, infatti, lavorando alla convention del 20 dicembre e continua a nutrire ottimismo sulla possibilità di una convergenza dei centristi su Monti. Resta, comunque, il timore che il Professore possa, infine, optare per un ruolo super partes o scegliere un endorsement soft predisponendo magari un documento, una sorta di bussola europeista e riformista far sottoscrivere ai moderati. In questo modo, però, Monti sarebbe un mero esecutore del completamento delle riforme dell'attuale esecutivo.
venerdì 14 dicembre 2012
Quanto conta l'italia (il caso marò)
Un calvario. Un ulteriore e incomprensibile rinvio. La corte indiana ha rinviato di altri tre mesi la sentenza di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, ancora ingiustamente detenuti in India. Palazzo Chigi esprime delusione e rammarico per la decisione della giustizia di New Delhi, ma la responsabilità è anche del governo italiano che ha iniziato troppo tardi a fare pressioni sulle autorità indiane. Questa mattina i due marò avevano presentato una richiesta a un tribunale dello stato indiano del Kerala dove sono detenuti per ottenere il permesso di andare a casa per trascorrere il Natale.
Alla richiesta, che è stata presentata dall’avvocato Udey Banu, infatti, l’Alta Corte del Kerala, che ha sede a Kochi, ha accettato l’istanza e fissato un’udienza per la prossima settimana. Secondo quanto ha appreso l’Ansa, la richiesta di andare in Italia per trascorrere il periodo di Natale con le loro famiglie dovrebbe essere discussa per martedì. Massimiliano Latorre e Salvatore Girone si trovano dal 30 maggio in libertà vigilata dietro cauzione: sono rinchiusi in un hotel di Kochi con l'accusa di aver ucciso, lo scorso 15 febbraio, due pescatori che erano stati scambiati per pirati somali mentre si trovavano al largo della costa indiana in acque internazionali e a bordo di una petroliera italiana. I due militari non possono allontanarsi dalla circoscrizione della polizia di Kochi, dal momento che gli è stato ritirato il passaporto, e sono obbligati a presentarsi quotidianamente al commissariato per la firma di presenza. Secondo quanto precisa la Press Trust of India, la polizia aveva rifiutato in passato di concedere maggiore libertà di movimento per il timore di fuga dei due imputati.
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