sabato 8 ottobre 2011
Via da confindustria
Riello il primo a lasciare: "Associazione troppo politica" di Gabriele Carraro
Quando aderivano entrambi al movimento dei Giovani imprenditori di Confindustria, lui era il presidente nazionale e lei la vicepresidente. Se a distanza di tre lustri il sodalizio s’è rotto, al punto tale che il primo non vuol più stare con la seconda, un motivo dovrà pur esserci. Di sicuro, testimoniano coloro che li conoscono bene, non è stato Alessandro Riello, presidente dal 1994 al 1996, a deviare dalla tradizione, bensì Emma Marcegaglia, che gli succedette nella carica dal 1996 al 2000, per poi insediarsi, otto anni dopo, ai vertici della Confindustria. Quella stessa Confindustria che Riello è arrivato a definire «una dea Kali» dalle mille braccia ormai insensibile alle necessità dei suoi stessi associati.
Ecco spiegati i motivi del clamoroso divorzio della società Giordano Riello international group dal «partito dei padroni», per usare il titolo di un libro scritto da Filippo Astone. Già da due anni, dunque ben prima della Fiat di Sergio Marchionne e delle Cartiere Paolo Pigna, il gruppo fondato nel 1961 dal padre di Alessandro Riello non fa più parte dalla Confindustria. Ne è uscito. Una botta pesante anche per i bilanci dell’associazione, considerato che la quota annuale («poco o tanto che fosse, non mi faccia dire qual era l’esborso, la prego») è rapportata alle dimensioni aziendali. E la holding veronese, specializzata nella produzione di impianti per il condizionamento e la climatizzazione, conta 1.500 dipendenti e fattura 270 milioni di euro con le aziende Aermec, Sierra, Fast, Elettrotest, Rpm, Aiax, Airlan operanti fra Italia, Ungheria, Francia, Germania, Regno Unito e Spagna.
«L’amministratore delegato della Fiat è un tipo senza peli sulla lingua. Speriamo che la sua rottura possa indurre finalmente al cambiamento. Confindustria finora ha fatto troppa politica e poca politica economica. Noi non siamo politici, il nostro mestiere è lavorare nelle nostre imprese», è la sentenza amara e senza appello di Alessandro Riello, che pure ha dedicato alla Confindustria molti anni della sua vita e molte energie: membro del comitato direttivo nazionale dal 1991 al 1998, presidente del premio Campiello patrocinato dalla Confindustria veneta, vicepresidente nazionale, presidente dell’Associazione degli industriali di Verona, vicepresidente della Federazione industriali del Veneto. Nel 2004 aveva declinato il pressante invito del presidente Luca Cordero di Montezemolo, che lo voleva a tutti i costi alla guida della Confindustria veneta.
«Mi aspettavo che Emma correggesse una deriva cominciata già da qualche anno: quella della politicizzazione di Confindustria», spiega Riello. «Invece non l’ha fatto. Da lei non è venuta alcuna spinta al cambiamento. Ho avuto la fortuna di frequentare i grandi vecchi, da Gianni Agnelli a Leopoldo Pirelli, fino a Cesare Romiti, e devo dire che, pur essendo portatori anche di interessi personali, mai e poi mai hanno smarrito il senso profondo della rappresentanza che un’organizzazione come questa deve avere».
Le difficoltà dialettiche all’interno di Confindustria sono evidenti da tempo, secondo Alessandro Riello, e gravate da tre nodi. «Primo: l’associazione è troppo condizionata dalla presenza di imprese private manifatturiere e grandi compagnie dell’ex parastato, che perseguono i loro interessi oligopolisti inconciliabili con i nostri. Secondo: Confindustria accoglie sempre più numerose le imprese del terziario e perciò da conf-industria è diventata conf-imprese. Terzo: è rimasta un’organizzazione molto centralizzata, che fatica a cogliere le differenze sul territorio e la domanda di cambiamento. A Roma non capiscono che ormai i rapporti sindacali e le trattative sulle retribuzioni devono avvenire nelle singole aziende o, al massimo, a livello territoriale. Invece Confindustria insiste sulla centralità nazionale. Assurdo. Viale dell’Astronomia dovrebbe occuparsi di regole generali, dei rapporti col governo, di crescita. E lasciar perdere invece le questioni che si risolvono più agevolmente all’interno delle singole imprese o in ambito provinciale».
Alessandro Riello non sa quantificare quante potrebbero essere le aziende venete pronte a divorziare dall’organizzazione guidata da Emma Marcegaglia: «Sono in grado soltanto di testimoniare che dentro la Confindustria non sono pochi a respirare un clima di disagio». Del resto anche suo cugino Ettore Riello, leader mondiale dei bruciatori e delle caldaie a muro, a capo di un gruppo che fattura 521 milioni di euro e ha 2.000 dipendenti, tempo fa in un’intervista al Giornale s’era detto pronto ad andarsene: «La Confindustria mi siringa 150mila euro l’anno e non ho ancora capito che cosa mi dà in cambio. Basta, esco». Ettore l’ha annunciato e non l’ha fatto. Alessandro non l’ha annunciato e l’ha fatto.
Immigrazione
I danni al turismo dopo l'ondata di clandestini: l'isola senza più immigrati non sbarca il lunario di Stefano Filippi
Qualcuno a Lampedusa aveva scommesso sull’emergenza immigrati. Aveva fatto il tifo per gli scafisti e per i ribelli islamici che costringevano i governi nordafricani a togliere i militari dal controllo dei porti. A lucrare sui quasi 60mila sbarcati sull’isola da gennaio non ci sono soltanto le Onlus ammesse ai finanziamenti dei fondi europei per i migranti e i rimpatri. A proposito: Medici senza frontiere e Terres des Hommes precisano di avere operato a Lampedusa esclusivamente con fondi privati e senza contributi dal Viminale.
A Lampedusa c’è chi avrebbe messo la firma sul prolungarsi dell’allarme. Sono i ristoratori e gli albergatori che hanno fiutato il business della sicurezza e della logistica. Migliaia di disperati da accogliere, assistere e trasferire significa centinaia di altre persone da sistemare e sfamare: operatori, volontari, poliziotti, funzionari incaricati delle identificazioni, addetti agli aerei e alle navi. Poca cosa, ma pur sempre qualcosa pur di occupare tavoli e letti. «Avranno guadagnato anche quelli della Meridiana e della Grimaldi», dice Tonino Martello, titolare dell’omonimo hotel in Rialto Medusa e presidente del Consorzio albergatori locale. Navi affittate per trasferire i profughi, velivoli carichi del personale di supporto. Spesso i poliziotti erano così tanti da riempire i voli, togliendo posti agli eventuali vacanzieri.
Tra alberghi, residence e case private, l’isola delle Pelagie mette a disposizione dei turisti circa 4.000 posti letto. Nelle fasi di crisi più acuta, quando nei centri di accoglienza scoppiavano le rivolte, dal Viminale partiva l’ordine di rafforzare le misure di sicurezza. In certi momenti a Lampedusa erano presenti anche 700 poliziotti: aggiunti agli operatori della Croce rossa e delle Onlus variamente finanziate, questo numero di persone poteva coprire fino a un quarto della ricettività. Alcuni alberghi e ristoranti hanno puntato su questo filone. La prefettura di Agrigento ha proposto una convenzione: 30 euro per ogni letto occupato dalle forze dell’ordine e 12 euro per ciascun pasto consumato. Prezzi fissi.
Non è granché, ma non sono somme da disprezzare. In luglio e agosto gli altri albergatori hanno offerto la mezza pensione a 50-55 euro a persona, informa Martello; qualcuno è sceso anche sotto i 50 pur di guadagnare un minimo. Quei 30 euro del Viminale erano ben presi: hanno consentito di aprire la stagione già in inverno. E se l’emergenza si fosse protratta fino a gennaio, non ci si sarebbe certo lamentati. Soldi sicuri, in arrivo dalla prefettura. Che non ha ancora saldato il conto. Abituati a questo tipo di business da quando sono diventati la testa di ponte dei mercanti di disperati, i lampedusani fanno buon viso a cattiva sorte: «In passato i pagamenti arrivavano dopo 6-7 mesi - dice Martello - a volte passava un anno». Si può fare una colpa a chi ha scelto questo modo per raddrizzare i conti? Quest’anno la stagione turistica di Lampedusa è stata un disastro. Ancora Tonino Martello: «A giugno meno 80 per cento. Da metà luglio a metà settembre è andata un po’ meglio: meno 70. A fine settembre abbiamo recuperato con O’Scia’, lo spettacolo con Claudio Baglioni, ma quasi tutti i turisti sono arrivati dalla Sicilia in nave o aliscafo, pochissimi dal Nord Italia che è il nostro tradizionale bacino. Ora non c’è più nessuno, se ne sono andati sia i poliziotti sia i clandestini. Funzionano un traghetto al giorno e qualche volo settimanale per la Sicilia, i charter con il continente finiscono il 15 ottobre. Sono rimasti soltanto i danni».
Il governo si era dato da fare per portare i turisti nell’isola. Il ministro Michela Vittoria Brambilla aveva lanciato degli incentivi, come buoni vacanze e tariffe scontate con una compagnia aerea, oltre a spot pubblicitari sulle reti Rai e altre azioni promozionali. Fino a metà dell’anno prossimo per i lampedusani, privati e aziende, è stato sospeso il pagamento dei contributi Inps e del modello F24. Una boccata d’ossigeno. Che potrebbe non bastare. «Quest’anno abbiamo lavorato solo per pagare le spese, in inverno non so come faremo - scuote la testa Rosangela Mannino, assessore comunale e leader dei commercianti isolani - al governo abbiamo chiesto di creare due zone franche, urbana ed extradoganale, come fecero i Borboni nel 1845. Abbiamo portato copia di quel decreto al presidente Berlusconi. Qui paghiamo la benzina più cara d’Italia per i costi aggiuntivi di trasporto, quasi 2 euro il litro. Dalla regione Sicilia abbiamo quasi ottenuto una linea di credito speciale: contributi in proporzione al fatturato da restituire in 10 anni senza interessi». Ancora prestiti e incentivi. Come quelle che la regione ha erogato ai pescatori: 3.300 euro a testa. E un fondo straordinario di un milione destinato a marittimi e armatori. Gli scafisti erano una concorrenza sleale.
(3° parte)
Immigrazione
Inchiesta. Gli immigrati? Sono un business Per l'Italia è un salasso: ci costano un miliardo di Stefano Filippi
Lampedusa è deserta, svuotata. Spariti i turisti, che quest’estate comunque non erano accorsi in massa. Niente più clandestini sbarcati dalle carrette del mare, smistati sul continente dopo aver incendiato il centro di raccolta a colpi di molotov artigianali, fabbricate con gli aiuti alimentari ricevuti dalla Protezione civile: bottigliette di plastica vuotate dall’acqua e riempite di zucchero e olio d’oliva, inneschi infiammabili. Con loro, si è anche dissolta gran parte della truppa di accompagnamento. Giornalisti, fotografi, volontari e funzionari della Protezione civile, personale delle Onlus, forze di polizia. In mancanza dei vacanzieri, sono stati loro a riempire ristoranti e stanze d’albergo lampedusani.
IL BILANCIO
È tempo di bilanci per l’isola. E un dato giganteggia su tutto: gli sbarchi dal Nordafrica sono costati circa un miliardo di euro all’Italia, che ha sopportato da sola l’enorme peso dell’emergenza dopo lo scoppio delle rivolte nelle nazioni islamiche mediterranee. È un’operazione umanitaria di dimensioni difficilmente immaginabili. I numeri non esauriscono la complessità degli interventi, le responsabilità assunte dal governo centrale e dagli enti locali, l’immane sforzo organizzativo sostenuto dal Paese per dare a decine di migliaia di disperati cibo, vestiti, farmaci, un tetto. Per non lasciare i profughi in mare, come fanno Malta e Grecia. Per non cannoneggiare i barconi, come fa la Spagna.
QUANTI SONO
Secondo fonti del governo, dal 1° gennaio al 20 settembre sono sbarcate a Lampedusa 58.274 persone: una media di 1.500 ogni settimana. Il 20 settembre scorso, vigilia della drammatica insurrezione incendiaria, sull’isola erano presenti 1.219 migranti mentre altri 1.681 erano ospitati nel centro di accoglienza di Mineo (Catania) che un tempo alloggiava le famiglie dei militari americani di stanza alla base aerea di Sigonella e oggi è diventato l’imbuto che convoglia i richiedenti asilo. Dopo la sommossa, la situazione è drasticamente mutata. Nella settimana degli scontri sono sbarcati soltanto 365 fuggiaschi immediatamente trasferiti assieme alla quasi totalità dei rivoltosi: al 27 settembre a Lampedusa si contavano soltanto 40 irregolari mentre gli sbarchi totali ammontano a 58.639 persone.
CHE ASSISTENZA RICEVONO
Ufficialmente, meno del 40 per cento di questa massa di profughi è rimasta in Italia. La Protezione civile, infatti, al 19 settembre assisteva direttamente 22.268 migranti (il Viminale ne aveva previsti 25mila): degli altri non si sa nulla. Una quota consistente ha sicuramente proseguito la fuga verso la Francia, la Germania e altri Paesi europei, ma un numero imprecisato non ha varcato i nostri confini. Irreperibili, clandestini. In attesa del rimpatrio, i quasi 22.500 sono stati ripartiti sul territorio nazionale in proporzione al numero di abitanti di ogni regione (tranne l’Abruzzo terremotato). Sono soprattutto maschi adulti di nazionalità tunisina. Essi vengono ospitati dalle regioni, in coordinamento con Protezione civile, province e comuni, in strutture comunitarie pubbliche o private, soprattutto alberghi e vecchi edifici non più destinati a colonia estiva o casa di riposo.
I COSTI DELL’EMERGENZA
Per ognuno dei migranti assistiti, ai sindaci dei comuni ospitanti la Protezione civile versa 46 euro al giorno per vitto, alloggio e prima assistenza sanitaria. La retta raddoppia per i minorenni (3.500 ingressi dal 1° gennaio): può raggiungere anche i 120 euro quotidiani perché vanno affidati a strutture speciali. E siccome in Italia non ci sono posti a sufficienza in questi centri per minori, il ministero del Welfare come soggetto attuatore ha dovuto aprire una serie di comunità temporanee di prima accoglienza dotandosi di immobili, educatori, medici, psicologi, interpreti, mediatori culturali. Ma questa non è che una parte delle spese sostenute dal nostro bilancio pubblico. Vanno aggiunte quelle per l’ordine pubblico, i voli di rimpatrio, gli agenti di scorta, le spese legali: ogni pratica costa allo stato circa 650 euro. E ancora le spese sanitarie delle Asl, il lavoro della Croce rossa, le centinaia di militari inviati nell’isola. Tutti impegni ai quali governo ed enti locali non si sono sottratti. Davanti a questo epocale dramma umano, in questi mesi di crisi finanziaria generale, l’Italia ha messo in campo energie sconosciute e preziose: dagli agenti di polizia alla Protezione civile fino al personale delle Aziende sanitarie, che non hanno lesinato in vaccini, profilassi di malattie infettive e ogni altro tipo di cura, indipendentemente dal possesso del permesso temporaneo di soggiorno. Interventi che gravano pesantemente sui conti dello stato senza che dai partner internazionali sia arrivato qualcosa in più che una pacca sulle spalle. L’esecutivo calcola che l’emergenza nordafricana costerà alle casse pubbliche un miliardo di euro. Finanziato, all’italiana, con l’aumento delle accise sulla benzina.
(2° parte)
venerdì 7 ottobre 2011
Immigrati, una risorsa
Gli undicimila immigrati a rischio clandestinità. Prorogati di 6 mesi i loro permessi temporanei. Erano arrivati in Italia, nei primi mesi dell'anno, sull'onda della crisi e delle rivolte scoppiate in Nord Africa. I loro documenti provvisori, rilasciati nel mese di aprile, erano in scadenza. In extremis la decisione del governo. Il Pd: "Provvedimento giusto. Ora un accordo con il governo tunisino"
ROMA - Una proroga di 6 mesi per motivi umanitari. Questa la soluzione adottata per gli immigrati arrivati in Italia tra il primo gennaio e il 5 aprile di quest'anno, sull'onda della crisi scoppiata in Nord Africa. Si tratta in particolare di cittadini tunisini. Quasi undicimila persone. I loro permessi temporanei 1 stavano scadendo proprio in questi giorni. Da molte associazioni, impegnate a favore dei migranti, era stato lanciato l'allarme: "Si trasformeranno in clandestini", avevano detto Arci, Caritas, l'Alto commissariato per i rifugiati, l'associazione studi giuridici. Che avevano duramente criticato il silenzio del governo. Oggi, in extremis, la decisione della proroga adottata con un decreto firmato dal presidente del Consiglio e pubblicato sul sito di palazzo Chigi. Un provvedimento - si precisa in una nota - elaborato d'intesa con i ministri Frattini, Maroni, Tremonti e Sacconi. Insomma, nessun veto da parte della Lega. Dall'opposizione è arrivato un giudizio positivo. Livia Turco, responsabile del forum immigrazione del Pd, ha detto: "La proroga dei permessi di soggiorno per motivi umanitari è una decisione giusta. Si evita così di aggravare la situazione di persone che rischierebbero di ritrovarsi in uno stato di clandestinità. Adesso però è fondamentale che il governo impegni ogni sforzo per siglare un serio e duraturo accordo bilaterale con la Tunisia".
Questi immigrati - così come i libici arrivati nei mesi successivi, dopo lo scoppio della guerra - sono in gran parte ospiti di strutture pubbliche e associazioni. Ma, su di loro, non ci sono dati ufficiali. Non si sa quanti abbiano trovato lavoro e quanti siano riusciti a lasciare il nosto Paese, nonostante le misure restrittive adottate dalla Francia. Laura Boldrini, portavoce dell'alto commissariato Onu per i rifugiati, lancia anche un altro allarme: a fine anno, scadranno i fondi per le persone provenienti dalla Libia. Una scadenza che mette a rischio 22mila richiedenti asilo, inseriti in un sistema di accoglienza gestito dalla Protezione Civile. "E' importante - ha detto Boldrini - che questi fondi vengano rinnovati perchè si tratta di gruppi familiari con bambini che rischiano di trovarsi privi di alloggi o di assistenza. Essendo a ottobre, gli enti locali e gli enti gestori cominciano a chiedersi che cosa succederà allo scadere delle convenzioni che hanno firmato, e comincia a esserci uno stato di incertezza, che pesa perchè parliamo della vita di molte famiglie". Dunque "un segnale adesso sarebbe molto importante".
Immigrazione, una ricchezza...
Il Comune di Bologna tende la mano agli stranieri extracomunitari a rischio sfratto per via della crisi economica. E la Lega nord insorge: "E' razzismo al contrario". L'amministrazione ha deciso, secondo quanto riporta l'agenzia Dire, di dirottare un fondo ministeriale inizialmente previsto (dall'ex Governo Prodi) per l'inserimento abitativo delle famiglie immigrate ospiti dei centri d'accoglienza. Ora, con quei soldi, verranno pagati contributi a quei nuclei stranieri "che siano in situazione di morosità dovuta agli effetti della crisi economica", ad esempio con problemi di disoccupazione, cassa integrazione, "situazioni di redditività limitata o insufficiente per far fronte al pagamento di canoni di locazione pregressi".
Il progetto. "Territori in rete per l'accesso all'alloggio", era già salito alla ribalta delle cronache. Una torta complessiva da 1,4 milioni di euro (di cui poco meno di 224.000 euro per il Comune di Bologna) a disposizione con fondi del ministero del Lavoro. Sotto le Due Torri si stabilì da parte delle precedenti amministrazioni di centrosinistra di aiutare gli extracomunitari ospiti dei centri d'accoglienza a prendere una casa in affitto (al massimo 5.000 euro a testa per "caparra, prime mensilità di canone ed eventuale corrispettivo dell'agenzia") o per acquistarla ("corrispettivo dell'agenzia immobiliare, spese notarili", sussidio massimo 10.000 euro). Finora il Comune di Bologna ha speso solo la metà dei contributi, proprio nel momento in cui cresce l'emergenza sfratti (scattano al ritmo di 3.000 l'anno). Ed ecco l'idea di dirottare i fondi rimasti su questa esigenza. "Nell'attuale contesto socio-economico del territorio nazionale sono all'ordine del giorno, anche nel territorio bolognese, il manifestarsi di situazioni di difficoltà abitative legate prevalentemente a situazioni di morosità cui non si riesce a far fronte anche per accadimenti negativi legati alla situazione lavorativa", si legge nella delibera approvata lunedì pomeriggio dalla giunta commissariale. Si è ritenuto pertanto di "prevedere la possibilità di un ampliamento dell'erogazione", verso "altre situazioni di disagio abitativo legato a situazioni di morosità".
In particolare, vengono aiutate quelle "famiglie di immigrati non comunitari, in carico ai servizi sociali del Comune di Bologna, che siano in situazione di morosità dovuta agli effetti della crisi economica". Nella selezione, verrà data priorità "ai nuclei in condizioni di difficoltà economica che incida significativamente sulla capacità di mantenere la disponibilità dell'alloggio in locazione"; di seguito a quelli "con procedimento di rilascio per morosità avviato, che tramite il contributo possano evitare o posticipare lo sfratto, infine a quei nuclei con provvedimento di rilascio in esecuzione, che tramite il contributo ottengano una dilazione del termine di rilascio". La precedenza sarà data in ogni caso "con maggiore fragilità e disagio sociale".
Insorge la Lega nord. Manes Bernardini, consigliere regionale, parla senza mezzi termini di "razzismo al contrario" in merito al provvedimento adottato dal Comune di Bologna. "Se queste persone non hanno la possibilità di vivere o continuare a vivere sul nostro territorio, li si aiuti si', ma per tornare al loro paese- scrive Bernardini in una nota- non possiamo permetterci oggi come oggi di garantire certi privilegi agli stranieri extracomunitari, visto che non riusciamo a garantire neanche i cittadini bolognesi". Il consigliere del Carroccio parla di una misura che "ha dell'assurdo se non dell'incredibile". Questo, argomenta ancora Bernardini, "è il costo che l'immigrazione clandestina extracomunitaria sta presentando in termini di spesa sociale; la sinistra ci ha raccontato per anni che dovevamo importare lavoratori e manodopera straniera che avrebbe garantito il pagamento delle nostre pensioni e dei nostri servizi. Dopo la beffa il danno, ora siamo noi a dover garantire una casa, con i nostri soldi ed i collegati servizi sociali agli stranieri extracomunitari con sfratto e la loro permanenza sul nostro territorio. Questi soldi devono essere garantiti in primis ai bolognesi ed italiani che versano purtroppo in analoghe situazioni di crisi abitativa".
giovedì 6 ottobre 2011
Onlus e immigrazione clandestina
Inchiesta. Ecco il business dei diritti umani: per le Onlus i clandestini "valgono" 21 milioni di Stefano Filippi
Fino a due settimane fa, lo spettacolo pressoché quotidiano a Lampedusa e dintorni era il seguente. Le navi della nostra Marina avvistano il barcone carico di disperazione. A differenza di quanto sarebbe accaduto se si fosse trovata in acque maltesi, greche o spagnole, la carretta viene scortata in porto. I profughi sbarcano. La Protezione civile li rifornisce di acqua, cibo, coperte. Alcuni operatori salgono a bordo per prendersi cura di donne e minorenni, che vengono assistiti per primi. Gli agenti di polizia individuano lo scafista che aveva tentato di mimetizzarsi tra i fuggiaschi: sono loro a indicarlo alle forze dell’ordine. I migranti vengono portati al centro di prima accoglienza di Lampedusa per il riconoscimento fotosegnaletico. A quel punto subentra l’attesa per conoscere quale destino li attende: l’asilo, il permesso temporaneo di soggiorno, il rimpatrio. A un certo punto della trafila, si inserisce un elemento particolare. È il presidio delle Onlus, le associazioni umanitarie presenti in forze a Lampedusa. La loro non è un’attività clandestina: ogni organizzazione agisce in base a un progetto approvato dal ministero dell’Interno. E ciascuna Onlus è dotata di un cospicuo fondo spese per pagare, tra l’altro, vitto e alloggio non agli africani, ma ai drappelli di volontari. Cosa che ha fatto felici albergatori e ristoratori dell’isola disertata dai turisti.
L’impegno dello Stato italiano per fronteggiare l’emergenza, valutabile in un miliardo di euro, non basta. Occorre l’intervento delle associazioni umanitarie. Il cui compito non è procurare prima assistenza ai profughi, ma inserirli in un circuito di protezione. Spiegare loro quali diritti hanno. Fare loro conoscere mediatori culturali, interpreti, avvocati. Organizzare la permanenza nell’isola. Aiutarli a sfruttare ogni piega della legge per poter restare in Italia. Metterli in contatto con i familiari, perché devono sapere che in Italia c’è posto per tutti. Appena sbarcati, i nordafricani ignorano dove si trovano, non conoscono la lingua e le leggi del posto, sono stralunati. Eppure in pochi minuti hanno già firmato un plico di moduli in cui si mettono nelle mani di un avvocato sconosciuto ma garantito dalla provvidenziale Onlus. La formula è standard: «Io Tal dei Tali attualmente trattenuto presso l’ex base Nato Loran a Lampedusa dal giorno X nomino mio avvocato di fiducia Pinco Pallino, presso il cui studio eleggo domicilio, affinché svolga le pratiche necessarie per porre fine al mio trattenimento e richieda per mio conto un permesso di soggiorno. Ai sensi delle norme vigenti in materia di autocertificazione autorizzo ai trattamenti dei miei dati personali». Spesso la firma è una sigla incerta ma certificata da un funzionario del comune di Lampedusa sulla base del numero identificativo dello sbarco.
L’emergenza nordafricani è un sacrificio per gli automobilisti, che pagano più cari i carburanti. È un aggravio ragguardevole per il bilancio dello Stato. Ma è anche un’occasione di business. Per il 2011 il Fondo europeo per i rifugiati ha stanziato all’Italia 7.740.535,42 euro, più altri 6.850.000 straordinari per le «misure d'urgenza». Ulteriori 6.921.174,29 euro arrivano tramite il Fondo europeo per i rimpatri. Con questi soldi il Viminale finanzia progetti presentati dai soggetti più vari (enti locali e pubblici, fondazioni, organizzazioni governative e non, Onlus, cooperative sociali, aziende sanitarie, università) selezionati attraverso concorsi pubblici. Si tratta di 21 milioni e mezzo di euro complessivi.
Molti dunque sfruttano l’emergenza per ottenere visibilità, rivendicare ideologie, attaccare il governo, e anche per fare soldi. Ogni carretta del mare approdata a Lampedusa mette in movimento un complesso apparato. I direttori operativi delle Onlus si precipitano, dettano appelli scandalizzati e li diffondono tramite solerti uffici stampa chiedendo interventi, trasferimenti, soldi, chiaramente in tempi improrogabili. Gli avvocati, tutti attivi nel campo dei diritti umani e spesso difensori di pacifisti e no-global (la genovese Alessandra Ballerini, legale segnalata da Terres des Hommes, si candidò con la sinistra alle regionali 2010), redigono denunce ed esposti. I parlamentari di opposizione presentano interrogazioni allarmate in cui si parla di «prigionieri», «reclusione», «condizioni indegne di un Paese civile». Il business dei diritti umani contagia perfino il mondo dell’arte. La scorsa settimana è stato presentato a Roma il progetto di trasformare le imbarcazioni abbandonate a Lampedusa in opere d’arte. «Un modo per dire che un relitto è tragica testimonianza - fanno sapere gli ideatori - ma anche porta verso il futuro». A ciò si aggiunge «la valenza epocale del fenomeno immigrazione», cui l’arte offre «un segno di solidarietà». Peccato che per la regione Sicilia le carrette siano rifiuti tossici perché verniciate da sostanze contenenti piombo. Altro che opere d’arte messe in vendita a beneficio dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati: dovrebbero essere smaltite con mille precauzioni. Assieme a tanta retorica assistenziale.
(1° parte)
mercoledì 5 ottobre 2011
Ulteriori pretese
... quanti italiani disoccupati da tempo, dicono la stessa cosa? E non sono nemmeno mantenuti dallo stato.
MILANO - Il malessere comincia a diffondersi tra i profughi arrivati dalla Libia nel maggio scorso nel nostro Paese. I sintomi più evidenti - dopo la protesta di qualche settimana fa a Montecampione, nel Bresciano - in mattinata a Pieve Emanuele, centro a sud di Milano, dove in circa 200, in gran parte centrafricani, sono usciti dal residence Ripamonti che li ospita e hanno bloccato il traffico, occupando la piazza antistante. Un nutrito schieramento di poliziotti, carabinieri e agenti della polizia locale ha impedito che sciamassero per le vie del paese o organizzassero cortei. C'è stato anche qualche minuto di tensione quando alcuni di loro si sono stesi a terra per fermare gli autobus di linea, ma, tutto sommato, la protesta si è svolta in modo pacifico, fino a quando è tornata una loro delegazione dalla prefettura di Milano. Qui, il funzionario addetto all'Immigrazione ha spiegato loro che arriveranno quelle famose tessere, le pocket money, per un importo di 2,5 euro al giorno che consentirà loro di acquistare tessere telefoniche, sigarette, biglietti dell'autobus. Protesta rientrata dopo il ritorno e le comunicazioni della delegazione. Più complicata la questione del permesso di soggiorno (quello attuale dura sei mesi) e sembra che già siano arrivati i primi rigetti contro i quali avranno 30 giorni di tempo per presentare ricorso. Dopo quel tempo nel loro futuro regna l'incertezza. Al di là di qualcuno che si è lamentato per il vitto, le loro richieste sono riassunte in una: «Vogliamo lavorare!». «Provate voi a stare cinque mesi senza fare assolutamente niente - spiegano in inglese e in francese -. Provate voi a non sentire vostra moglie e i vostri bambini». Per il sindaco di Pieve Emanuele, Rocco Pinto, quello che pesa loro di più è «non fare niente tutto il giorno». Per il sindaco di Pieve Emanuele, Rocco Pinto, «prima o poi è chiaro che doveva accadere qualcosà da 420 i profughi sono passati a circa 250 che comunque è un numero alto. Basterebbe metterne un paio in ogni comune del milanese - ha suggerito Pinto -, qui lasciarne anche 5 o 6, ma non così. Sono stufi di essere mantenuti mangiare e dormire». In paese è difficile trovare qualcuno che mal tolleri la loro presenza: «Sono bravi ragazzi - spiega davanti a un bar a 50 metri dal residence Salvatore, di origini meridionali ma da 40 anni a Pieve -, Finora si sono sempre comportati bene, in modo corretto. Probabilmente sono state fatte loro un sacco di promesse che non sono state mantenute. È chiaro che se non si comporteranno bene qualcuno dovrà rispondere - aggiunge Salvatore - ma, fino ad ora, non hanno creato affatto disagi: anzi, qualche volta offriamo loro il caffè». Della presenza degli immigrati si lamenta invece il sindaco di Opera, Ettore Fusco, che di profughi non ne ha invece voluti nemmeno uno. Anche lui è in piazza con cravatta verde di osservanza leghista. Il primo cittadino di Opera, che fu assolto per i disordini scoppiati nel 2006 nel campo nomadi del centro dell'hinterland milanese, è stato tra i primi a reagire alla protesta: «Difenderemo i nostri confini», ha detto, prima di inviare gli agenti della sua polizia locale ai margini del territorio comunale per evitare sconfinamenti che non sono stati tentati.
Sulla magistratura italiana
Ripubblico il post dove c'è il link dell'intervista al giudice (ormai ex, credo) Edoardo Mori che ha scelto di andare in pensione perchè "tra i suoi colleghi c'è troppa idiozia".
Processo Meredith: Csm e Anm contro Alfano. La difesa: "Volevano un colpevole a tutti i costi" di Chiara Sarra
Perugia - Amanda e Raffaele sono innocenti, secondo la Corte d'appello del Tribunale di Perugia, ma la loro libertà dopo quattro anni dall'omicidio di Meredith Kercher infiamma il dibatto sulla giustizia italiana. "Parlare di errore giudiziario di fronte a una sentenza di secondo grado che modifica il verdetto del Tribunale significa ignorare il funzionamento del nostro sistema giudiziario", ricorda il vicepresidente del Csm, Michele Vietti, che chiede di non strumentalizzare politicamente la sentenza. Il riferimento sembra essere destinato a Angelino Alfano, che aveva parlato di giudici che non pagano per i propri errori, ma il magistrato si è affrettato a smentire: "Non mi riferisco a nessuno in particolare". Poi aggiunge: "Gli errori giudiziari sono quelli in cui si appalesano colpe da parte del magistrato, qui sino a prova contraria stiamo parlando di valutazioni, sempre opinabili, soprattuto quando la sentenze si fondano su perizie molto sofisticate di carattere tecnico-scientifico che mutando, ovviamente, possono mutare le valutazioni da parte del collegio e quindi la valutazione definitiva del giudizio". Più dura l'Associazione nazionale magistrati, che critica Alfano: "E' cattiva propaganda - dice il segretario del sindacato delle toghe Giuseppe Cascini - ormai qualunque occasione è buona per parlare male dei magistrati. Questa sterile contrapposizione non aiuta il Paese a crescere e parlare dei problemi veri, anche della magistratura".
Del resto lo stesso presidente della Corte d'appello chiede di smorzare i toni almeno finché non saranno pubblicate le motivazioni. "Era un caso difficile, controverso, ma abbiamo fatto quello che era nella nostra coscienza", afferma Claudio Pratillo Helmann, "Troppa tensione, troppo fragore è la conseguenza dell’eccessivo interesse mediatico che ha suscitato questo caso. La gente si carica. Io l’ho detto in udienza. Avevo chiarito che non era una partita di pallone e non volevo vedere il tifo. Invece così...si creano troppe aspettative. E poi ci sono sfondi politici, molti volevano in carcere Amanda solo perchè americana".
Rivendica invece la validità della sentenza il legale di Raffaele Sollecito, Giulia Bongiorno, che continua a sostenere come nel processo ci siano stati stati due errori. "Il primo è quello di considerare subito il caso completamente chiuso. Quattro giorni dopo il delitto, Amanda e Raffaele sono stati portati subito dentro e i titoli dei giornali davano già per risolto l’omicidio. Il secondo errore è stato quello di rendere questo processo amandocentrico. Anche questo ha impedito di cercare meglio". Poi difende la sua scelta di difendere Sollecito: "Non potevo che essere certa della sua innocenza, perchè sono un personaggio pubblico, una parlamentare e insieme con Michelle Hunzicker dirigo una associazione contro la violenza sessuale. Per non compromettere tutto questo dovevo crederci fino in fondo".
Un ennesimo attacco arriva da Oltreoceano, dove Miss Gregory, procuratore distrettuale di Brooklyn ribadisce: "Io sono stata innocentista perchè nel seguire il processo mi ero convinta che non ci fossero prove solide e indubbie sulla sua colpevolezza. Il test del Dna sin dall’inizio appariva flebile. Poi le affermazioni dei testimoni. E anche il motivo mi sembrava poco credibile". Gregory però non è totalmente critica nei confronti del sistema italiano che ha ammirato perché offre "la garanzia dell’Appello". Ma, aggiunge, così si "prolunga il raggiungimento della giustizia, la conclusione sia per l’imputato che per la vittima". Tra gli aspetti negativi, inoltre "ho trovato inquietante che si sia dato poco spazio nell’opinione pubblica alla vittima. Credo che in parte la presa di posizione di tanti americani pro-Amanda sia maturata perchè è sembrato che il sistema italiano si stesse accanendo contro di lei, e si è dimenticato che c’erano anche Meredith e i suoi diritti".
martedì 4 ottobre 2011
lunedì 3 ottobre 2011
Diego Laqualunque
Adesso Dagospia si fa beffe di Mr Tod's di Paola Setti
In principio era «lo scarparo marchigiano», con la variante di «scarparo a pallini». Adesso che l’odio è tracimato, su Dagospia Diego Della Valle il patron di Tod’s e Hogan ha perso pure il pur dispregiativo titolo, declassato a «Diego Laqualunque», alias «Dieguito». Chi abbia iniziato per primo non è dato ricordare, anche se così a naso si direbbe quel provocatore di Roberto D’Agostino. Il perché di tanto astio non è qui il caso di indagare, ché la via potrebbe portare fuori strada. Il punto è che i due, il fondatore del sito più addentro alle segrete stanze del gossip e l’imprenditore che s’è comprato un po’ di pagine sui quotidiani per dire in imperfetto italiano a lorsignori politici che si levassero dai piedi, fossero pure, i piedi, fasciati nelle sue scarpe, ecco, i due si odiano.
Parlane bene o male purché ne parli, diceva Oscar Wilde. Ma se il risultato è certo quello, ché infine l’uno fa pubblicità all’altro il che non guasta a entrambi, l’intento è invece l’opposto, e cioè quello che in gergo dagospiniano risponde alla definizione di «sputtanamento». E infatti ecco l’ultima puntata, proprio ieri, con Dagospia a costruire un dossier di bordate, intitolato «De Scarpantibus, io speriamo che me la cavo (in italiano)». Al primo punto la lettera che un imprenditore ha scritto al Corsera insinuando il dubbio che Della Valle produca all’estero, altro che paladino del made in Italy: «Diego Laqualunque sputtanato (hogan alla cinese?) da una lettera al “suo” Corriere della Sera». Bum. Con chiosa di Dago sugli italiani che all’estero, a detta di Della Valle, lo fermerebbero chiedendogli di fare qualcosa per l’Italia: «Ce la vediamo la scena. Diego Laquelconque (alla francese, ndr) che passeggia per Faubourg Saint’Honoré senza Mastella al guinzaglio e viene fermato a ogni vetrina da frotte di indigné espatrié: “Facci qualcosa contro il degrado italiano, commendator Della Valle! Ce lo dica lei, a questi politicanti inutili, che così non si può andare avanti!”. E lui che si mette a posto il ciuffo, disincastra i braccialetti dalle ciocche dei capelli e rassicura: “Avete ragione, adesso gliene dico quattro a tutti quanti! Anzi, gliele scrivo sul Corrierrone. Sono anni che con i miei risparmi compro azioni di Rcs per far sentire la nostra voce, la voce della gente che produce per il bene dell’Italia!”».
Del resto, già la notizia l’aveva presentata così: «Diego Laqualunque pubblica un proclama alla nazione scritto con i piedi e con le scarpe (“gli” al posto di “loro”) il cui succo è: io so’ io e voi non siete un cazzo». Con aggiunta al veleno: «Tanto qualunquismo da marchigiano ripulito per far dimenticare all’ombra di quale fior di politico si è fatto largo nella finanza e nel palazzo: Mastella».
È un po’ come essere arrivati allo scontro finale, il compendio di anni di guerriglia. Chissà se Della Valle reagirà andando al contrattacco, come fece nel 2009. Di certo D’Agostino è da allora che aspetta un’occasione come il manifesto di questi giorni per restituirgli la pariglia. Era di luglio. Ad aprire le danze del Billionaire fu una nuova hit, intitolata «Dagostrunz» e scritta, si disse, da tal Mario Del Viale, amico dell’imprenditore e ospite sulla sua barca. Ci investirono bei soldini, per diffondere il singolo del «giornalaio viscido» col «cervello dedito allo scazzo», «squallido e schizzato» e «sfigato». Con Della Valle il mecenate a rigirare il coltello in un’intervista a Grazia: «D’Agostino? Poteva tentare di essere un giornalista serio e di qualità invece si è sprecato occupandosi di pettegolezzi! Sputtana tutto e tutti, magari per accontentare il datore di lavoro di turno: ci si può guadagnare da vivere anche in modi più dignitosi». Furiosa la reazione dell’indegno accusato dall’indignato (il lettore perdoni la scurrilità, ma queste furono le parole esatte): «Sono strunz e me ne vanto. Nella vita bisogna scegliere se essere servi o stronzi. Io ho scelto di essere stronzo piuttosto che leccaculo. Nella vita c’è chi ha palle e chi ha i pallini. Salutame ’a soreta».
Per dire. Ma gli episodi non si contano. Tale è la carogna dell’imprenditore, che l’acerrimo nemico D’Agostino riuscì a infilarlo pure in un’intervista a Repubblica in cui parlava di Geronzi e Rcs, mica di gossip, definendo Dagospia, pur senza citarlo, «sito internet da quattro soldi». Lui, Dago, sull’«indignado a pallini» non se ne perde una. Visto lo becca in vacanza beato fra le donne in un’infuocata estate caprese? Dago subito commenta: «Cosa pensa la terza moglie (e sorella della prima) di un marito così ragazzino?». Il Fatto fa un retroscena sulle mosse azionarie di Della Valle? E Dago subito: «Il capitalismo de’ noantri? Fare i froci col culo degli altri! (Come ti smonto Della Valle)». E via così, di finezza in delicatezza, finché gommino antiscivolo li separerà...
domenica 2 ottobre 2011
Auff...
DUNEDIN (Nuova Zelanda) - Poteva essere una giornata da sogno. Invece, è stato un incubo. Contro l’Irlanda, nella partita che valeva l’accesso ai quarti di finale, l’Italia si è liquefatta dopo un tempo (chiuso in svantaggio rimediabile, 9-6) per naufragare nella ripresa e cedere 36-6 sotto i colpi incessanti dei verdi. L’Irlanda, nella travolgente ripresa, ci ha segnato tre mete e ha meritato in pieno la qualificazione ai quarti di finale, dove affronterà i cugini celti del Galles. Gli azzurri salutano invece il Mondiale di Nuova Zelanda e tornano a casa: si fermano ancora una volta, per la settima volta su sette partecipazioni, al girone eliminatorio, senza fare quel passettino in più, che tanto vorrebbe dire in termini di considerazione internazionale e di prestigio (e di soddisfazione dei tifosi).
ALTRO RUGBY - A dire la verità, qui in Nuova Zelanda nessuno ma proprio nessuno – tra giornalisti, addetti ai lavori e appassionati - ci concedeva grande fiducia, al di là della scontata simpatia per l’outsider. E forse, in tutta sincerità, malgrado gli evidenti progressi, è ancora troppo presto per far fuori dal mondiale un colosso del rugby come il Trifoglio. L’ha ammesso, subito dopo il match, anche il ct Mallett, che con il ko dell’Otago Stadium chiude la lunga (4 anni) avventura in azzurro: “In Irlanda si gioca un altro rugby rispetto all’Italia”. E forse un po’ di anni in più di gavetta (non è mai abbastanza) e qualche Celtic League in più ci regaleranno un’altra Italia nei tempi a venire.
L'USCITA DI CASTRO – Tornando al match di Dunedin, le partite si vincono in prima linea, recita un vecchio adagio del rugby. E anche Italia-Irlanda non è sfuggita alla regola: è stata una partita equilibrata, addirittura giocata punto a punto, finché è rimasto in campo Martin Castrogiovanni, il nostro uomo migliore lì davanti, dove i pacchetti si scontrano e la pressione sale alle stelle. Purtroppo per gli azzurri il barbuto pilone del Leicester, idolo dei tifosi e incubo degli avversari, è rimasto in campo poco meno di 35’, fatto fuori da una contrattura al flessore. Uscito lui, la nostra mischia – fino a quel momento praticamente impeccabile, preziosissima nel collezionare punizioni ben sfruttate da Mirco Bergamasco (alla fine per lui 2/3 dalla piazzola) – ha cominciato a faticare e a concedere metri e punizioni. Di fatto, con la nostra arma migliore spuntata, la partita è finita lì.
LA GRINTA IRLANDESE – Dopo le difficoltà della prima frazione, i trequarti irlandesi hanno preso fiducia al ritorno in campo: con gli azzurri in campo con Bocchino all’apertura al posto di Orquera (in stato confusionale dopo una colpo duro rimediato in un placcaggio) hanno segnato una meta dopo 7’ grazie all’efficace taglio di Bowe e al sostengo del capitano O’Driscoll, abile a schiacciare in meta. Cinque minuti dopo è stato Earls, la piccola ma scattante ala in verde, a punirci di nuovo. Incoraggiati da un pubblico caldissimo (su 28 mila paganti all’Otago Stadium c’erano almeno 20 mila irlandesi, accorsi anche dalla vicina Australia per sostenere il XV del Trifoglio) e gestiti alla perfezione dal solito vecchio O’Gara (alla fine per lui 6/7 dalla piazzola e 16/19 dal torneo: titolare inamovibile), la squadra di Declan Kidney è sembrata irresistibile.
LA REAZIONE MANCATA – Per fortuna, a un quarto d’ora dalla fine, i verdi hanno rallentato un attimo e messo in campo tutta la panchina per far rifiatare i titolari. L’Italia ha cercato disperatamente la meta che avrebbe salvato l’onore, ma gli irlandesi non sono tipi da commuoversi. Non solo non l’hanno concessa ma si sono anche presi lo sfizio di andare a segnare la terza meta con un plastico tuffo del solito Earls, praticamente allo scadere, dopo averne sfiorate un altro paio. Tra i verdi, detto di O’Gara, grande la prestazione della terza linea e in particolare del flanker Sean O’Brien, giustamente scelto come “man of the match”.
I SALUTI DI MALLETT - Non è cambiata molto la squadra di Nick Mallett dall’esordio di North Harbour alla serata di Dunedin: anche con l’Australia l’Italia giocò un buon primo tempo (6-6) e crollò nel finale (36-6, guarda caso lo stesso punteggio). Insomma, per dirla con una battuta, se le partite durassero un tempo soltanto sarebbe un’altra musica. “Ma stavolta è stato diverso – ha spiegato Malllett subito dopo il match – con l’Australia abbiamo commesso errori nel piazzamento difensivo davanti ai loro trequarti velocissimi. Qui a Dunedin ci è venuta a mancare la mischia dopo l’uscita di Castrogiovanni e tutto è diventato più difficile”. Anche perché, ammette Mallett, errori individuali non sono mancati: “Prima cosa, loro hanno vinto perché hanno giocato una grande partita. Noi gli siamo stati vicini solo nel primo tempo. Poi, non siamo più stati in grado di fermarli. E’ vero che le due mete irlandesi nella parte decisiva del match – ha detto il ct – sono arrivate per due errori di Bocchino nei placcaggi. Non voglio accusare Ricky di non placcare, sia chiaro. Voglio solo dire che a questo livello non possiamo commettere errori. Con un’Irlanda così lanciata era chiaro che a ogni sbaglio sarebbe arrivata una meta”.
RIPARTIRE SUBITO - L’immagine della serata nera degli azzurri è il capitano Sergio Parisse, con il volto insanguinato, costretto dall’arbitro a lasciare il campo con un sopracciglio rotto a pochi minuti dalla fine: una resa amara, come ha detto lo stesso numero 8: “E’ triste uscire così, abbiamo dato tutto ma non è bastato. Non riesco a trovare le parole per esprimere la delusione mia e dei ragazzi”. Le parole giuste, anche in questo caso, le trova Mallett: “Questi ragazzi sono eccezionali. L’ho già detto e lo ripeto. Sono stati la mia famiglia per quattro anni e mi hanno sempre abituato a ripartire più forte dopo ogni delusione. Anche questa volta faranno di tutto per migliorarsi”. Già. E a novembre si ricomincia, con una guida tecnica tutta nuova. E in panchina il francese Jacques Brunel.
Il ritorno degli zombie
Un commento: "A nessun ex-presidente degli USA, a nessun ex-cancelliere della Germania e a nessun ex-premier inglese verrebbe mai in mente di criticare il governo in carica del loro paese. Non lo hanno mai fatto e non lo faranno mai. Solo in Italia Prodi puo' impunemente criticare il suo successore a Palazzo Chigi senza neanche minimamente rendersi conto che cosi' svilisce la carica istituzionale del Presidente del Consiglio. La cultura politica di accettare il responso delle elezioni e di lavorare bene come opposizione per cercare di vincere le prossime elezioni e' lontana dall'Italia. Prodi, che occasione perduta per tacere!"
Il Professore dà lezioni di politica: "Chiunque meglio di Berlusconi" di Ignazio Stagno
Milano - Dopo essere stato incoronato da Vendola come "uomo nuovo" della sinistra, essere tornato alla ribalta nel dibattito politico e dopo aver annunciato un programma televisivo su La7 in cui darà lezioni di economia, il Professore torna a parlare e punta il dito contro Berlusconi. In un editoriale apparso su Il Messagero l'ex premiere afferma che "dopo la drammatica estate che abbiamo passato bisogna giungere alla conclusione che, pur navigando in un mare in tempesta, qualsiasi nuovo timoniere è meglio di quello esistente e che il rischio di un cambiamento è certamente preferibile alla certezza che la nostra nave vada a schiantarsi contro gli scogli". Una metafora marittima per dire sostanzialmente: "Metteteci chiunque altro al governo, ma non il Cavaliere".
L'attacco a Berlusconi e al suo governo diventa ancora più diretto quando affronta il tema della manovra preparata e varata durante l'estate. "Di fronte a questo stato di fatto - accusa Prodi - la reazione del governo italiano non è stata, sotto alcun aspetto, all’altezza della situazione. Le successive manovre economiche si sono distinte per la loro insufficienza, frammentarietà e contraddittorietà". Prodi conclude poi il suo intervento citando anche le ultime frizioni fra la Marcegaglia e il governo, parlando "di un distacco dall’esecutivo di molti dei pilastri che lo avevano sostenuto, a partire dalle associazioni di piccoli imprenditori e della Confindustria, e a un raffreddamento di quella parte delle gerarchie ecclesiastiche e di quei sindacati che, finora, avevano sostenuto il governo".
Non è la prima volta questa nello spazio di pochi giorni che l'ex premier torna a occuparsi della situazione politica del Paese. Già tre giorni fa aveva detto: "Occorre trovare una piattaforma condivisa e un pensiero alternativo. Ma occorre anche, se necessario, fare un passo indietro rispetto alle proprie emozioni politiche altrimenti ci aspettano altri 45 anni di Berlusconi". I primi segnali di un suo ritorno si erano manifestati a luglio quando aveva ventilato l'idea di andare in tv su La7 per organizzare una serie di puntate in cui tornava a fare il professore d'economia con un talk show in cui come un maître à penser si confrontava con i giovani. Come un panchinaro in attesa di entrare in campo, sembra giunto il momento di fare il suo ritorno in politica, almeno ne è convinta la sinistra, che considera Prodi l'uomo per tutte le stagioni. Infatti sempre questa settimana Nichi Vendola lo ha indicato come il futuro per il centrosinistra. "E' un punto di riferimento per tutti coloro che intendono costruire un centrosinistra capace di guardare al futuro", aveva detto il leader di Sel. Alla fine a sinistra è sempre la stessa storia. Si parla di "rottamare", di svecchiare ma a dettare la linea è sempre quel professore bolognese che "fermo", "immobile", come diceva nelle sue gag Corrado Guzzanti, attende solo il momento giusto per ributtarsi nella mischia.
sabato 1 ottobre 2011
Ci mancava lui...
Anche Della Valle fa l'anticasta: "Politici, ora basta: vergognatevi" di Domenico Ferrara
Verba volant scripta manent. L'adagio latino, Diego Della Valle lo ha seguito alla perfezione. Le parole, le comparsate in tv, le conferenze stampa non bastano più. E così, per esprimere il suo malcontento, se non un vero e proprio sdegno nei confronti della classe politica tutta, l'imprenditore ha deciso di metter mano al portafoglio e acquistare una pagina intera del Corriere della Sera, della Repubblica, della Gazzetta dello Sport e del Sole24ore. Nessuna pubblicità, però. Se non quella a se stesso e al proprio j'accuse. "Politici ora basta", è il titolo dell'avviso a pagamento, che inizia così: "Lo spettacolo indecente e irresponsabile che molti di voi stanno dando non è più tollerabile da gran parte degli italiani e questo riguarda la buona parte degli appartenenti a tutti gli schieramenti politici".
Il presidente della Fiorentina aveva anticipato ieri sera i contenuti della lettera aperta al Tg La7 di Enrico Mentana, spiegando le ragioni che lo avevano spinto a questa iniziativa. Ragioni che si fondano essenzialmente sulla repulsione nei confronti "dell'agire attento solo ai piccoli o grandi interessi personali o di partito", ma che potrebbero celare una candidatura alla nuova presidenza di Confindustria, vista la non lontana scadenza del mandato di Emma Marcegaglia. E quindi Della Valle scende in campo, avvisando che la strada intrapresa "ci sta portando al disastro e sta danneggiando irrimediabilmente la reputazione dell'Italia nel mondo, portando gli italiani a non avere più nessuna stima e nessuna fiducia in molti di voi".
Il proprietario delle Tod's ha poi paventato il rischio che il Paese non voglia più "farsi rappresentare da una classe politica che, salvo alcune eccezioni, si è totalmente allontanata dalla realtà delle cose e dai bisogni reali dei cittadini". "Per uscire da questo momento molto preoccupante", Della Valle richiama alla "serietà, competenza, buona reputazione, senso dello Stato e amore per il proprio Paese". Ma attacca: "Invece purtroppo, bisogna prendere atto che solo una piccola parte dell'attuale classe politica possiede queste caratteristiche, mentre il resto è composto da persone incompetenti e non preparate che non hanno nessuna percezione dei problemi del Paese, della gravità del momento e tantomeno una visione mondiale degli scenari futuri che ci aspettano".
La chiusa infine contiene una condanna durissima: "A quei politici, di qualunque colore essi siano, che si sono contraddistinti per la totale mancanza di competenza, di dignità e amor proprio per le sorti del Paese saremo sicuramente in molti a volergli dire di vergognarsi". Un attacco, quello di Della Valle, che non risparmia nessuno e non fa distinzioni tra maggioranza e opposizione, tra centrodestra e centrosinistra. Un attacco che ha destato critiche, polemiche ma ha anche ricevuto aprezzamenti da parte di alcuni esponenti del mondo politico. Come per esempio, Carmelo Briguglio, il falco di Fli che non ha esitato un attimo a utilizzare le parole di Della Valle come prova dell'inefficienza del governo. "La paginata di Della Valle, il manifesto-ultimatum della Marcegaglia e l’uscita di Versace dal Pdl segnano l’abbandono di Berlusconi da parte del suo bocco sociale. Gli hanno suonato il gong, la partita del premier in nome e per conto degli industriali italiani è finita. Berlusconi ne prenda atto e passi la mano".
Rosy Bindi invece la butta sull'ironia: "Della Valle, se non come politico, mi rispetti almeno come consumatore...", dal momento che indossa le scarpe Tod's dell'imprenditore. Ma finito l'attimo di spirito, la presidente del Pd tira fuori le unghie: "Non si fa in questo modo", sbotta, parlando con l’ex ad di Unicredit Alessandro Profumo prima di un dibattito. "Ma è un avviso a pagamento su tutti i giornali? - domanda - Mi dispiace che hanno speso i soldi così. Ora mi farò vedere con questa pagina e le cozze in mano da qualche parte", aggiunge Bindi, riferendosi ad una manifestazione di protesta organizzata settimane fa a Montecitorio dal movimento di Beppe Grillo.
Chi invece ha posto maggiore attenzione alle parole dell'imprenditore è il ministro dell'Interno, Roberto Maroni che ha chiosato: "Sono parole pesanti e con il dovuto distinguo sono almeno parzialmente condivisibili, è un grido di allarme di un imprenditore che tiene alto nel mondo il made in Italy e che non possiamo liquidare semplicemente, come invece mi pare abbia fatto la Bindi, con una battutaccia". Per trovare un altro schieramento che ha accolto con minore ostilità la pubblicità di Della Valle, basta andare a cercare all'interno dell'Idv per trovare il presidente dei senatori dell’Italia dei valori, Felice Belisario che dichiara: "L’appello di Della Valle va raccolto perché rappresenta la punta dell’iceberg del disagio degli imprenditori italiani e fa il paio con lo strappo tra Confindustria e il governo di qualche giorno fa. La classe politica deve sentirsi interamente chiamata in causa ma non c’è dubbio che i livelli di responsabilità sono diversi e, in primis, è il governo a dover sentire il peso della condizione di palese disagio delle imprese italiane strette dalla morsa della crisi da un lato e dall’incapacità di chi regge il timone del Paese ad affrontarla dall’altro. Berlusconi ha fatto il suo tempo".
Il leader dell'Idv, Antonio Di Pietro è invece fermamente convinto che Della Valle non si riferisca né a lui né al suo partito: "L’Idv è orgogliosamente all’opposizione e crede di avere fatto il suo dovere per il bene dell’Italia. Abbiamo raccolto le firme per i tre referendum di giugno scorso e per quello sulla legge elettorale. Per questo Della Valle non può rivolgersi a noi".
Fabrizio Cicchitto, capogruppo Pdl alla Camera è di tutt'altro avviso. "È evidente che lo sdegnoso rifiuto dei giovani industriali nei confronti della presenza di politica a Capri e adesso il manifesto di Della Valle esprimono una cosa precisa, il disegno di spazzar via le attuali forze politiche, sia quelle di centrodestra sia quelle di centrosinistra in nome non si sa bene neppure di che cosa", ha tuonato Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera, che poi ha aggiunto: "L’unica risposta ad attacchi che oltre l’acqua sporca rischiano di buttare dalla finestra anche il bambino è che il governo affronti i temi dell’abbattimento del debito, della crescita, delle riforme istituzionali e che la polemica politica non abbia più il carattere distruttivo che attualmente ha. Ma per far questo bisogna essere in due". Insomma, dopo il manifesto delle imprese, presentato ieri da Emma Marcegaglia, oggi è arrivato anche quello di Della Valle.
Anche Susanna Camusso ha espresso la sua opinione sul manifesto. "Ci sono responsabilità precise del Governo ma per lungo tempo le imprese e una gran parte della classe dirigente sono state zitte", ha spiegato il leader della Cgil che poi ha aggiunto: "Ci sono responsabilità precise del Governo ed è strano questo ritornello che si sente dire che tutti sono uguali, non è vero, c’è un’opposizione e c’è un Governo, che hanno ruoli diversi. Il vero problema è che una grande parte della classe dirigente è stata a lungo tempo zitta e solo oggi ci si accorge quale situazione c’è, il silenzio delle imprese per così lungo tempo è stato preoccupante". Pur non citando espressamente Della Valle, la frase del ministro della Difesa, Ignazio La Russa lascia poco spazio a fraintendimenti di sorta: "Ha bisogno di pagare una inserzione perché quando parla senza pagare non lo ascolta nessuno".
Il soldato napolitano
I sospetti di Berlusconi sull’attivismo del Colle di Adalberto Signore
Roma - Che da giorni il Quirinale fosse piuttosto irritato Silvio Berlusconi lo sapeva bene. E questa volta senza che servissero i buoni uffici di Gianni Letta. Il timore del Cavaliere, però, è che l’affondo arrivato ieri da Giorgio Napolitano non sia legato solo alle recenti frizioni sulla Banca d’Italia ma sia invece il segnale di una vera e propria «discesa in campo del Colle». Un’uscita «a gamba tesa destinata a destabilizzare il quadro politico». Perché - ragiona il premier con chi ha occasione di vederlo nel corso della giornata - che Napolitano fosse su tutte le furie per la frenata sulla nomina di Fabrizio Saccomanni alla guida della Banca d’Italia non è certo un mistero ma un «attacco» di queste proporzioni fa «presagire altro». Il tentativo, spiega più d’un ministro, di «dividere la maggioranza» in un momento già delicatissimo. Perché, racconta un importante dirigente del Pdl, «ormai il Quirinale ha fatto la sua scelte e nelle prossime settimane si muoverà direttamente sul governo». Per metterlo all’angolo e cercare di favorire la nascita di un esecutivo tecnico che arrivi a fine legislatura. Napolitano, insomma, avrebbe deciso che è arrivato il momento di staccare la spina. Ed è chiaro che se in una situazione così complicata si aggiunge anche la fronda del Colle per il Cavaliere la vita rischia di diventare davvero dura.
Certo, la vicenda Bankitalia non ha aiutato affatto. Perché per Berlusconi il nome di Saccomanni (gradito anche al presidente in pectore della Bce Mario Draghi) non è mai stato un problema. Anzi, fosse stato per il premier il nodo sarebbe già stato sciolto giorni fa. Il punto, però, è che s’è messo di traverso Giulio Tremonti. Che ha alzato le barricate su tutti i fronti. Non solo quello interno alla maggioranza trovando la solita sponda di Umberto Bossi ma anche quello del mondo bancario. Già, perché a fare andare su tutte le furie il Colle sarebbe stato il giro di telefonate informali fatto qualche giorno fa ai vertici degli istituti di credito italiani per sondarli su Saccomanni. La risposta - a cominciare da Banca Intesa - sarebbe stata piuttosto freddina con rilancio sul nome di Vittorio Grilli, l’attuale direttore generale del Tesoro sponsorizzato dal ministro dell’Economia. Una risposta - questo pensano al Quirinale - che sarebbe stata «imposta» dallo stesso Tremonti dopo fortissime pressioni sulle banche. Di qui l’irritazione verso il ministro dell’Economia e verso la Lega. Ma in qualche modo anche verso Berlusconi che pur preferendo Saccomanni - se non altro per evitare che Tremonti controlli non solo la Consob ma pure la Banca d’Italia - non riesce a sbloccare l’impasse.
Come detto, però, lo scontro su Bankitalia sembra essere solo la punta dell’iceberg. Perché l’affondo di Napolitano di ieri è stato durissimo. Con tanto d’invito a rivedere la legge elettorale che a Palazzo Grazioli interpretano come una spinta affinché la Consulta dichiari il referendum ammissibile. Altro elemento, questo, che per mille ragioni diverse contribuirebbe a rendere ancor più agitate le acque in cui navigano maggioranza e governo. Ecco perché sono in molti a pensare che Napolitano abbia deciso di «scendere in campo». Un’ipotesi concreta se sembra che il Pd abbia deciso di rompere ogni dialogo con la Lega sul federalismo. Francesco Boccia fa infatti sapere che lascerà la Bicamerale e sembra che Pier Luigi Bersani si stia preparando per un affondo in questo senso con l’obiettivo di «isolare» il Carroccio. Che se salta la Bicamerale sul federalismo perderebbe davanti al suo elettorato l’unica vera ragione per restare al governo con il Cavaliere.
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