venerdì 12 agosto 2011

Punti di vista su Londra


“Abbiamo creato una cultura delle gang violenta, sessista, omofobica e razzista; è una vergogna che cadrà sui multiculturalisti bianchi”. E’ durissimo uno degli editor del Daily Telegraph, Damian Thompson, sui roghi e le rivolte di Oxford Circus, Edmonton, Tottenham ed Einfield. Comunità britanniche dove vige la common law, ma germina da anni anche la violenza sulle donne tipica di culture non occidentali, il delitto d’onore, la poligamia, la morte per apostasia e omosessualità. Secondo Roger Scruton, massimo intellettuale conservatore del Regno Unito, docente di Filosofia a Boston e alla St. Andrews, la colpa è del “curriculum multiculturalista”. “Lo sapevamo che sarebbe successo, l’integrazione è stata una ideologia semi religiosa, ma non ha funzionato”, dice Scruton al Foglio. “I multiculturalisti hanno sempre negato la connotazione identitaria, perché avrebbe frammentato il multiculturalismo. Coloro che hanno difeso la prima persona plurale della nazione sono stati attaccati in quanto ‘fascisti’, ‘razzisti’, ‘xenofobi’, ‘nostalgici’ o, nel migliore dei casi, ‘little englanders’. Lo avevamo già visto anche in Francia con il ‘mob rule’ delle banlieue. Nelle nostre città i giovani crescono in ghetti isolati, in un ordine politico schizzato, vogliono affermarsi contro la società, mai per essa. In Italia non è ancora successo, ma potrebbe accadere se non avverrà una integrazione corretta. L’islamismo tende a infiammare questo scontro per costruire una retorica anti occidentale, ma in questo caso è stato soprattutto un fallimento interno alla nostra società. Provo orrore e tristezza per come abbiamo distrutto il vecchio curriculum, dicevano che era monoculturale, che perpetuava l’idea della civiltà occidentale come superiore, che era patriarcale, il prodotto del maschio bianco europeo che aveva perso autorità. Ci avevano insegnato a vivere in un ambiente amorfo, nella città postmoderna aperta a tutte le culture. Ogni cultura avrebbe dovuto crescere nel proprio spazio, per godere dei frutti della cooperazione sociale e di un sistema educativo in cui la cultura maggioritaria avrebbe dovuto essere marginalizzata. Tutto quello che invece il multiculturalismo ha sancito è stata la distruzione della cultura pubblica condivisa e il diritto al rispetto, creando un grande vuoto. Il risultato è stato il relativismo”.

Scruton ne ha anche per i conservatori al governo. “La leadership di Cameron deve dimostrare di avere una cultura nazionale. Questo è il motivo per il quale Richelieu si era appellato ai francesi per far prendere in considerazione innanzitutto la loro fedeltà alla nazione, con lo scopo di superare il conflitto tra cattolici e protestanti. I conservatori inglesi da sempre sono considerati i guardiani della cultura nazionale, ma da anni sono stati anche loro intimiditi dalla correttezza politica. Michael Gove, il ministro dell’Educazione, sta cercando di fermare il multiculturalismo, ma a livello nazionale non c’è stata alcuna visione ideologica e intellettuale. Se Cameron ha davvero come modello Polly Toynbee (commentatrice liberal del Guardian, ndr), allora siamo persi. I politici sono sempre tragici quando cercano di essere ‘nice’”.

giovedì 11 agosto 2011

Stanlio e Ollio... ahem, Bersani e Di Pietro


Roma - "Serve una seconda Maastricht, altrimenti ad uno ad uno il mercato ci ammazza tutti". Ecco la proposta del leader del Pd, Pierluigi Bersani, espressa durante l'intervento dopo l’informativa del ministro dell’Economia Giulio Tremonti sulla crisi. "C’è l’esigenza - ha spiegato Bersani - di una presa di coscienza europea e l’Italia deve riprendere un suo ruolo che è sempre stato di punta. Che la Bce sostituisca la politica non può essere una cosa fisiologica. Mi sta bene che la Bce ci detti vincoli e compatibilità, ma non che ci detti anche le ricette per risolvere i problemi. Non mi sta bene che ciò avvenga per uno tra i dieci più grandi Paesi del mondo".

I punti di Bersani. Riduzione della spesa pubblica, a partire dal numero dei parlamentari; liberalizzazioni e lotta all’evasione fiscale, chi ha di più deve dare di più. Sono i quattro pilastri su cui si regge il piano di fuga dalla crisi dettato dal segretario del Pd, Pierluigi Bersani, di fronte al ministro dell’Economia Giulio Tremonti. "Quando si viene qui ancora oggi a dire che le scelte politiche le dobbiamo fare, perbacco, cosa abbiamo aspettato in queste settimane?", ha premesso Bersani per poi spiegare: "Non c’è bisogno di essere allarmati, perché siamo un grande Paese e ne verremo fuori. Ma preoccupazione e decisione quelle sì, ci vogliono".

Liberalizzazioni e tagli. Poi, il segretario del Pd, è passato ad elencare: "Riduzione della spesa: privilegiamo un taglio delle spese non tanto sul sociale ma su tutta l’area pubblica amministrazione. Partiamo domani mattina e facciamo il dimezzamento del numero dei parlamentari. Di lì in giù, occupandoci di piccoli comuni, accorpamento delle province e via dicendo. Liberalizzazioni: usciamo dalle nebbie. Ordini professionali, farmaci, rc auto, separazione Snam rete gas, siamo contro la privatizzazione forzata non contro la liberalizzazione". Poi Bersani ha detto la sua sulla riforma costituzionale in merito all'inserimento del vincolo del pareggio di bilancio nella Costituzione: "Per fare una legge costituzionale in tempo da record ci vogliono sei mesi, non so se abbiamo sei settimane o sei giorni".

Politica italiana nel cuore della crisi. E sulla crisi che sta investendo il Paese dice: "Noi non dovevamo arrivare qui, non c’era ragione nei fondamentali dell’Italia per cui essere così esposti nella bufera mondiale. L’economia doveva essere gestita con qualche riforma e la gestione della spesa pubblica. Questo non toglie nulla alla nostra responsabilità e al contributo che daremo". Per Bersani dunque "la situazione politica italiana è nel cuore della crisi, non possiamo essere zittiti su questo: come mai in Irlanda, Portogallo, Grecia e Spagna si è cambiato il governo? Il tema riguarda la possibilità di chiamare il maggior numero di forze a collaborare".

Fare qualcosa per la crescita. Occorre fare "qualcosina anche per la crescita. Quando si fa 30 bisogna fare 31 per dare un pochino di stimolo" all’economia. "Abbiamo problemi strutturali, la bilancia commerciale fa paura. Se non cresciamo un po'...", ha aggiunto Bersani che poi ha spiegato: "Se il governo parla di misure per rafforzare la disciplina della finanza pubblica, noi andiamo a nozze. Ma il ragionamento sia flessibile, non si discuta di cose che non esistono in nessuna parte del mondo".

Mai pensato a un governo tecnico. Quanto all’ipotesi di governo tecnico, il leader del Pd ha detto di non aver mai pensato a un governo tecnico ma a un governo "in cui la politica si assume le proprie responsabilità offrendo personalità di spessore. Non sto parlando per il Pd ma per l’Italia: mi si spieghi perché Portogallo e Spagna cambiano governo e solo l’Italia è a posto? Questo governo è in grado di fare quello che gli chiede Bonanni?".

Di Pietro: questo governo si è rotto. "Ritengo che cambiare Governo sia una precondizione per stare meglio. Qualcuno non è d'accordo, ma prima si cambia il Parlamento meglio è per questo Paese". Così il leader dell'Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, durante il suo intervento di replica all'informativa del ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, davanti le commissioni Affari costituzionali e Bilancio di Camera e Senato presso la sala Mappamondo di Montecitorio. "Un governo che si è rotto e rompe i cosiddetti, che ha fatto proposte fumose. Tra aria fritta e fumo - ha detto ancora l’ex pm - c’è molto poco, qualche arrosticino di ferragosto. Vogliamo un documento, quali sono le sue proposte, su che cosa dobbiamo collaborare, la prossima volta ci porti un documento scritto sul quale possiamo dire questo condividiamo questo non condividiamo. Oggi ci ha detto una sola cosa, che è stato commissariato dalla Bce: tiri fuori questo documento, l’Italia è un Paese sovrano". "Diteci cosa volete fare di concreto, queste passerelle non servono. Noi esamineremo le vostre proposte senza preconcetti. Ma se non sapete cosa fare, lasciate fare a noi, sapremo fare di meglio".

mercoledì 10 agosto 2011

Giunta Pisapia


MILANO - Una task force per la prima accoglienza, la raccolta delle richieste d'asilo, l'identificazione e il rilascio del permesso di soggiorno provvisorio, lo screening sanitario e la consegna della tessera sanitaria, la verifica dei casi vulnerabili, l'orientamento legale e le informazioni sui servizi previsti e sul rimpatrio assistito. Cambia così la strategia milanese nelle politiche di accoglienza dei profughi provenienti dal Nord Africa: d'ora in avanti sarà, infatti, il Comune anziché la Prefettura, a coordinare e garantire gli interventi di assistenza a Milano. In particolare, la competenza sarà dell'Assessorato alle Politiche sociali e Servizi per la Salute.

PRATICHE PIU' RAPIDE - Si tratta di una novità a livello nazionale: la città sperimenta un modello di gestione attraverso un centro situato presso la sede della Protezione civile di via Barzaghi, che consentirà di velocizzare tutte le pratiche di riconoscimento svolgendole in un unico luogo. Il progetto è stato reso possibile grazie a un accordo raggiunto nelle scorse settimane tra Comune e Prefettura. «Vogliamo uscire dalla logica dell'emergenza - ha spiega l'assessore Politiche sociali e Servizi per la Salute Pierfrancesco Majorino - con cui è stato affrontato finora l'arrivo dei profughi. Un'adeguata assistenza, peraltro, è il modo migliore per evitare situazioni di tensione come accaduto nel Sud Italia. Il Comune s'impegna a garantire un sistema omogeneo di servizi sin dalla prima accoglienza, a differenza di quanto successo fino ad ora».

I SERVIZI - Un impegno al quale Majorino ha chiamato anche gli altri Comuni e Province perché, ha chiarito, «non si arrivi al paradosso che amministrazioni di centrosinistra danno seguito alle decisioni del Governo, mentre le Giunte leghiste no». L'assessorato verificherà direttamente che gli Enti convenzionati con il Comune offrano nel loro complesso non solo vitto e alloggio, ma tutti i servizi previsti dalla normativa vigente in materia di richiedenti asilo: controllo medico, sostegno psicologico, assistenza legale, mediazione linguistica per la prima fase di accoglienza; percorsi di inserimento sociale attraverso, per esempio, l'orientamento al lavoro e corsi di formazione per chi accede allo Sprar, il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati. Il tutto a parità di costo rispetto al passato (46 euro giornalieri a persona stanziati dal Governo).

IN ARRIVO 100 PERSONE - Il centro allestito presso la sede della Protezione Civile è pensato per accogliere un numero massimo di 40 richiedenti asilo; l'ospitalità in questa struttura non potrà superare i 15 giorni, nel corso dei quali gli operatori cercheranno di capire chi è la persona arrivata, in quali condizioni si trova e che tipo di esigenze abbia, in modo da predisporre il trasferimento di ciascun ospite in altri luoghi di accoglienza ritenuti più adatti al singolo caso. Per garantire la seconda fase di assistenza sono state individuate ulteriori strutture con disponibilità di posti sufficiente ad accogliere le 100 persone attese sino al 20 settembre, a scaglioni di 20 la settimana (a Milano ci sono attualmente 239 profughi). Chi non avrà ottenuto alcuna protezione internazionale, verrà comunque seguito dal Comune attraverso il programma Rivan, che organizza i rimpatri assistiti.

Uk

Londonistan, dal blog di Giovanni. Sbandati, vigliacchi, ratti, feccia si... ma di colore e magari quasi tutti islamici. E nessuno osa dirlo. Non serve scomodare gli hooligans, almeno quelli erano inglesi puri. Dal corsera: "Gli abitanti dei quartieri devastati a Londra reagiscono: in strada, scope in mano per ripulire"... ah, certo, se la reazione degli inglesi è quella di mettere mano alle scope piuttosto che chiedere il rimpatrio di tutta la feccia...


Delinquenti. Non altro. Hooligans miserabili, anche vigliacchi, mascherati, in fuga, nascosti nel canneto di una città che in queste ore non è più imperiale. Londra brucia, non ci sono sangue, sudore e lacrime, c’è il puzzo di fumo acre, ci sono muri anneriti non dal carbone ma dai falò e dalle bottiglie piene di benzina lanciate dai manifestanti. In verità non manifestano contro nessuno, non ne avrebbero coscienza. Si tratta di criminalità ignorante, incosciente, un fenomeno inedito di massa, ratti usciti dalle tane come in un video game, giocando con la violenza credono di partecipare a scene di un film, il loro Bronx, la loro banlieu, la loro Alexandras, sta a Croydon, passa a Hackney, si trasferisce a Peckham, viaggia verso Enfield, poi emigra a Bristol, Liverpool, Birmingham, va nel Kent, l’onda si trasmette con i telefoni cellulari, Blackberry e non Blak Bloc, sono affamati di lusso e sazi di nulla, sfondano le vetrine non dei panifici o dei fruttivendoli, vanno diritti agli empori di televisori e smartphone, si dispongono addirittura in fila indiana, secondo british style, escono fuggendo, tenendo dentro le giubbe, nascosti come le loro facce, ogni tipo di articolo.

Servirà loro per fare denaro, per comprarsi le dosi di droga, per tornare nelle tane, a vivere miseramente, rifiutando l’istruzione, il lavoro, l’offerta di una società cattiva e stupida. Così cattiva e stupida da permettersi di allevarli. Tra gli hooligans del football, nei maledetti anni Ottanta-Novanta, veniva notato un dato singolare: erano rarissimi, quasi inesistenti, i ragazzi di colore, il fenomeno sembrava circoscritto ai bianchi, divisi anche nelle fazioni di propaganda politica, i fascisti del Front National e i trozkisti del Workers Revolutionary Party. In questa nuova ciurma made in Great Britain la presenza dei neri si è fatta imponente ma non è una questione razziale, semmai post razziale, non legata all’oppressione, alla negazione di diritti e di respiro, non c’è una guerra di religione, nemmeno di povertà ma soltanto sbandati che non hanno un passato, non vogliono avere un futuro, vivono un brevissimo presente.

David Cameron non è Margaret Thatcher, oggi non c’è rigore, nemmeno vigore, anzi la fragilità del governo, il caos provocato dalla vicenda Murdoch, la crisi che ha coinvolto e travolto Scotland Yard, insieme con alcune figure politiche, ha lasciato il fianco scoperto a questo blog incivile che presenta alcuni aspetti anche curiosi. I delinquenti hanno tentato di dare l’assalto anche alle aree cosidette «povere», quelle occupate dall’ultima generazione di etnia diversa ma hanno trovato la reazione, la difesa del territorio da parte di afghani, curdi, decisi a non arrendersi, scesi in strada per combattere e respingere gli invasori, go home. Come sta accadendo, un’ora dopo l’altra, con il popolo inglese, che ha scelto di uscire, brandendo le scope, per pulire la sporcizia, per spazzare il letame lasciato dagli incappucciati, un improbabile corteo di netturbini per rendere ridicola la rivoluzione dei vigliacchi.

È il blitz spirit della seconda guerra, fatti avanti herr Adolf Hitler, noi siamo qui pronti, sull’isola della regina, provaci soltanto e te ne accorgerai. Oggi non è guerra contro l’invasore ma è paura, fastidio, vergogna dinanzi a quei topi mascherati. Non è nemmeno il carnevale di Notting Hill, è roba seria. Proprio nel quartiere fascinoso di Londra, nel ristorante The Ledbury, premiato da due stelle Michelin, gli incappucciati si sono presentati all’ora della cena. Non avevano prenotato, ovviamente, né desideravano portar via carni, formaggi e vino; hanno rapinato i clienti terrorizzati, via gioielli, telefoni e orologi. Esproprio proletario si scriveva nei favolosi anni di piombo.

Non c’è lotta di classe. Di piombo, a Londra, c’è soltanto il colore del fumo che si alza dalle vecchie dimore, di legno e di mattoni infiammati, di piombo è l’esistenza clandestina di questo esercito di malavitosi che tra qualche giorno saranno dimenticati dai loro stessi complici. Non sanno quello che stanno facendo. Lo fanno e basta. Vomitano violenza contro le vetrine, le automobili, hanno il coraggio dei ratti, mordono, non combattono, fuggono. La notte di Londra scivola fastidiosa, come a Leeds,a Bristol, a Birmingham, a Liverpool. I volti dei topi sono sulle prime pagine di tutti i giornali. Non possono scappare dall’isola.

Genova, Pd e centri sociali


«Che Piero Fassino impari da lei, Marta Vincenzi, sindaco di Genova, come si tratta con i Centri sociali occupati autogestiti!». L’affermazione, una sorta di diktat, corre sul filo della Rete, postata e amplificata da Indymedia, il sito dei bravi ragazzi che amano insediarsi a sbaffo in locali pubblici, dove instaurano la legge del diritto all’okkupazione. Un diritto che rivendicano anche via internet per quanto riguarda la città della Mole, amministrata da quel sindaco Fassino, «democrat» come la collega genovese, ma forse meno disponibile.

Infatti: si dà il caso che la giunta guidata da Marta Vincenzi abbia concesso ai centri sociali della città, cioè Terra di nessuno, Buridda, Pinelli e lo «storico» Zapata, finora in spazi abusivi, una serie di locali particolarmente ampi e funzionali. Da qui, il plauso convinto di Indymedia che parla di «piano di valorizzazione dei centri sociali, che vengono ora concepiti dalle istituzioni come una risorsa utile alla comunità». Parole riprese pari pari dal testo della delibera del Comune. Che - insiste il messaggio in Rete - «meglio tardi che mai, una volta tanto passa dalle parole ai fatti», con un provvedimento che può rappresentare «volendo, un modello esportabile». Si sbrighi, dunque, Fassino a copiare la collega di grado e di partito, concedendo gli stessi diritti ai nullafacenti giovani torinesi degli «Csoa».

Tanto per dire: il Comune di Genova «ha siglato proprio in questi giorni gli atti propedeutici alla risistemazione di importanti spazi concernenti l’associazionismo dei movimenti», a partire dall’ex Mercato del pesce in pieno centro cittadino, assegnato al Buridda. Ancora (è sempre Indymedia a ricordarcelo): «In questi primi giorni d’agosto l’impresa B.O.Z. Serramenti provvederà alla sostituzione di porte e finestre, importo preventivato 38.336 euro oltre Iva, mentre - aggiunge il sito - l’altra impresa Edile Arapi Lamos avrà il suo bel da fare per la messa in opera dei lavori di demolizione di strutture metalliche e murature pericolanti, accatastamento dei materiali di risulta, il loro carico su autocarro e il trasporto alla pubblica discarica».

Importo di questi primi lavori edili: 15mila euro, oltre Iva. Analogamente si procederà nei confronti di Terra di nessuno (altri 15mila euro di spesa preventivata), Pinelli e Zapata. A suo tempo, il consigliere comunale Gianni Bernabò Brea (La Destra), aveva osato chiedere al sindaco e all’assessore Bruno Pastorino, titolare delle Politiche della casa, se «l’assegnazione di nuovi spazi ai Centri sociali fosse stata fatta previa la loro costituzione in associazione riconosciuta dal Comune, come disposto dalla stessa normativa comunale». Risposta dell’assessore: «Non è ancora pervenuta comunicazione dell’avvenuta costituzione in associazione dei Centri Pinelli, Buridda e Terra di nessuno. Quanto al canone - ha ammesso inoltre Pastorino - al momento è stato definito quello del Pinelli. La somma è stata richiesta al Centro sociale». Come prima è previsto che i Centri sociali paghino canone e utenze. Ma, come prima, è prevedibile che non lo paghino. Così l’applauso a Marta Vincenzi si trasformerebbe in standing ovation, magari - a pensar male... - anche in vista delle prossime elezioni amministrative.

martedì 9 agosto 2011

L'orda devastatrice e saccheggiatrice


Seconda giornata di guerriglia urbana a Londra. Gli scontri scoppiati sabato notte a Tottenham durante una marcia di protesta per l’uccisione di un pregiudicato ventinovenne di colore da parte della polizia si sono estesi ieri ad altre aree della città come Enfield e Waltham Forest a nord della capitale e Brixton a sud. Nel tardo pomeriggio altri pesanti incidenti si sono verificati a Hackney e a Clapham. In serata i disordini sono dilagati a Kilburn, nella parte nord-occidentale della città, a Peckam, nel borgo di Croydon e a Lewisham, a Sud del Tamigi, con saccheggi ed edifici dati alle fiamme. Fino ad arrivare fuori Londra, a Birmingham e nella zona di Leeds, a Nord della capitale. La situazione è talmente degenerata, che il premier David Cameron ha deciso di interrompere le vacanze in Toscana e rientrare in patria. Oggi presiederà una riunione d’urgenza. Le scene di devastazione ricordano molto la terribile rivolta di Brixton del 1981, ma è più una questione di apparenza che di sostanza. Questa protesta è diversa perché non può essere semplicemente annoverata tra i disordini provocati da tensioni sociali e razziali. È vero, a scatenare il tutto è stata la morte di Mark Duggan, avvenuta nel corso di un’indagine della polizia, la rivolta però è montata grazie al passa parola tecnologico più in uso tra gli studenti universitari e i blogger anarchici che tra i componenti dei gruppi etnici minoritari. Per tutta la notte di ieri giovani sghignazzanti, incuranti dei poliziotti in divisa antisommossa, hanno continuato a vandalizzare le strade, svaligiando ogni negozio che capitavano a tiro. Le grandi catene di elettrodomestici e di abbigliamento sportivo sono state le prime a venir saccheggiate. La gente andava e veniva portandosi via la merce. I danni ammonterebbero a 10 milioni di euro.

Determinante per l’estensione delle violenze appare l’attività su Twitter. Ieri il vice commissario Stephen Kavanagh ha dichiarato che la polizia sta monitorando con attenzione tutti i messaggi postati sull’argomento e chiunque inciti alla violenza in questo momento rischia di venir arrestato. Una misura estrema forse che però si è resa necessaria vista l’influenza che ha avuto ed ha l’elemento tecnologico in questa protesta. Anche il sito del Daily-Telegraph ieri riportava i contenuti deliranti di alcuni messaggi inviati con il blackberry, vero protagonista di questi scontri, nei quali s’invitava chi avesse voglia di menar un po’ le mani, magari portandosi a casa un po’ di merce firmata senza pagare una lira, ad unirsi ai manifestanti. Paul Lewis, giornalista del Guardian, ha raccontato di aver ricevuto più volte lo stesso messaggio il giorno in cui la rivolta è iniziata. «Appuntamento da ogni parte di Londra nel cuore della città Oxford Circus- diceva il messaggio -. I negozi saranno sfasciati, venite a prendere un po’ di roba gratis. Se vedete un fratello salutatelo. Se vedete un poliziotto sparate. Abbiamo bisogno più di uomini che poliziotti quindi siete tutti invitati. Terrore puro, devastazione e roba gratis. È un mondo libero quindi buon divertimento per il vostro shopping selvaggio». Poche ore dopo gli obiettivi erano già stati colpiti e la polizia aveva già arrestato un centinaio di persone, portando a oltre 200 il totale da sabato notte. Circa cento arrestati hanno meno di 21 anni, tra loro c’è anche un 11enne. Una violenza organizzata a tavolino dunque, non esplosa sull’onda dell’emotività e della rabbia suscitata dall’uccisione di Duggan. Per la quale tra l’altro la polizia ha chiesto scusa in relazione alla gestione di alcuni aspetti. Ammettendo di non aver informato i suoi genitori: «È chiaro - si legge in un comunicato - che c’è una lezione che possiamo imparare». Il ministro dell’Interno Theresa May ha comunque espresso totale sostegno alle forze dell’ordine. «Una simile violenza è intollerabile. Abbiamo a che fare con criminalità pura e semplice», ha dichiarato dopo aver interrotto le vacanze, come il sindaco della capitale Boris Johnson. Anche il vice premier Nick Clegg ha stigmatizzato «l’inutile e opportunistica ondata di violenza che ha travolto la città e che non ha nulla a che fare con la morte di Duggan». La polizia ha confermato il suo punto di vista. «Non si tratta di gente che lavora per o con il sostegno delle comunità locali - ha chiarito il comandante Adrian Hanstock - questi sono individui che, al contrario, stanno attaccando le comunità, le attività commerciali, le abitazioni e stanno causando rabbia tra i cittadini».

lunedì 8 agosto 2011

Al via l'islamizzazione milanese


Tante parrocchie e poi il Duomo. L’immagine che usa il direttore dell’Istituto culturale islamico di viale Jenner, Abdel Hamid Shaari, forse non a tutti sembrerà azzeccata, ma rende bene l’idea. Oggi a Palazzo Marino è convocato un incontro importante fra l’Amministrazione comunale, rappresentata dal vicesindaco Maria Grazia Guida, e le comunità islamiche milanesi. Un vertice in cui i centri islamici ripongono grandi aspettative, dopo le aperture che dalla giunta sono arrivate negli ultimi giorni, vistosamente presentate come una svolta rispetto agli anni del centrodestra. Per la giunta Moratti il Comune doveva mettere a disposizione dei musulmani alcuni spazi per pregare, il venerdì e nel mese di Ramadan, ma non agevolare la costruzione di luoghi di culto veri e propri, almeno fino alla definizione di regole nazionali, necessarie per le note implicazioni legate al tema della sicurezza: possibili infiltrazioni di estremisti e di predicatori d’odio.

L’impostazione della sinistra è diversa: si parte dal riconoscimento dei centri così come sono. Il programma elettorale di Giuliano Pisapia prevedeva apertamente «la realizzazione di un grande centro di cultura islamica che comprenda, oltre alla moschea, spazi di incontro e aggregazione». «Può essere - diceva - non solo l’esercizio di un diritto, ma anche una grande opportunità culturale per Milano». Quest’obiettivo è stato, se non corretto, quanto meno integrato: oggi la priorità è la sistemazione dei centri esistenti e l’avvio di un percorso che in futuro - diciamo da qui all’Expo - può portare alla costruzione di un grande luogo simbolico, la moschea di Milano. Il vicesindaco Maria Grazia Guida, parlando col Giornale, lo conferma, pur con molte cautele: «L’incontro è il primo passo di un percorso di dialogo e conoscenza. Terremo conto della esigenza di avere spazi territoriali dignitosi e sicuri». Ma anche «ascolteremo con attenzione, anche se non abbiamo avuto ancora proposte, il bisogno di luoghi più ampi che vanno costruiti in un disegno complessivo di dialogo con la città. Ora non è l’aspetto principale ma non c’è una pregiudiziale». Insomma la linea è chiara: sostenere i centri esistenti e la loro ambizione ad avere piccoli luoghi di preghiera regolari, mentre «da qui alla costruzione di un luogo unico c’è un percorso» da fare.

Esiste un problema, però, con cui l’attuale amministrazione non si è ancora scontrata: la difficoltà di avere un interlocutore unico in un mondo islamico cittadino che è variegato dal punto di vista etnico, ideologico e religioso. Per la Guida è il dialogo, anche interno, la parola-chiave: «Il dialogo - ripete - permette di fare le scelte giuste». Si tratta di «creare ponti e non muri o steccati - sottolinea - per condividere percorsi comuni nel rispetto delle diversità». «Siamo fiduciosi». Shaari ha pronta la carta a sorpresa da giocare oggi: un portavoce unico per «la gran parte» dei musulmani milanesi. Per il resto la linea ipotizzata - prima i piccoli centri e poi la moschea - la sottoscrive in pieno: «È la mia idea, prima sistemare i centri, con luoghi di culto al posto di quelli che abbiamo ora, e poi pensare alla moschea». «Pensiamo alle parrocchie che ora è più urgente - sintetizza - poi penseremo al Duomo».

Aggiornamento... poi, ma sarà vero che i musulmani "moderati" esistono sul serio?

Islam, Pisapia: luogo di culto in ogni quartiere. I musulmani moderati: "Noi esclusi dal dialogo"

Milano - Anche Milano avrà il suo minareto. La giunta guidata da Giuliano Pisapia preme l'acceleratore per risolvere entro un anno l'annoso problema dei luoghi di preghiera per le comunità musulmane. Il primo passo? La costruzioni di piccoli spazi di culto nei quartieri della città, per poi in futuro pensare a un’eventuale Grande Moschea. Sono queste le indicazioni uscite dal primo incontro tra l’amministrazione comunale e i rappresentanti delle comunità islamiche milanesi. Ma l'area più moderata dei musulmani attacca frontalmente Pisapia accusandolo di averli esclusi dal dialogo.

Pisapia aveva appena vinto i ballottaggi contro Letizia Moratti e il leader Sel Nichi Vendola era corso a Milano per arringare il popolo arancione: "Ora abbracciamo i fratelli rom e musulmani". Lo slogan subito disconosciuto dal neosindaco si è trasformata in una cruda realtà per il capoluogo lombardo. Mentre nel centro della città aumentano i nomadi che vivono abusivamente dove capita, la priorità della nuova giunta è la costruzione di nuovi luoghi di culto per i musulmani. "L’impegno della giunta è quello di creare luoghi di culto nei quartieri della città per uscire dalla modalità delle soluzioni tampone che non sono degne di una città come Milano", ha spiegato l’assessore al Benessere Chiara Bisconti che ha partecipato al tavolo insieme al vicesindaco Maria Grazia Guida e al collega alla Sicurezza Marco Granelli. "Il grande luogo di culto rimane comunque una priorità e c’è anche l’impegno affinché questo sia l’ultimo ramadan affrontato in emergenza" con i credenti riuniti sotto il tendone del Teatro Ciak. Le parole della Bisconti sono state confermate anche dal direttore del centro islamico di viale Jenner Abdel Hamid Shaari che ha sottolineato come ora "l’urgenza sia quella di trovare dei luoghi di preghiera nei quartieri per i diversi centri culturali e soltanto dopo, con calma, affrontare il tema di una Grande Moschea".

Un percorso che vedrà protagonisti i quartieri milanesi: Per quanto il vicesindaco assicura che vorraà coinvolgere nella scelta i residenti, Palazzo Marino vuole "uscire dall’impostazione radicale da scontro semplificato su 'moschea sì, moschea no'". Insomma, concertazione fino a un certo punto perché da qualche parte i luoghi di culti si dovranno pur fare. E su questo la nuova amministrazione vuole premere l'acceleratore per dare un netto segno di discontinuità con la passata giunta. Proprio per questo, il 14 settembre inizierà una mappatura della città per individuare gli spazi idonei ai centri culturali e di preghiera. "Un successo che aspettavamo da 20 anni", lo ha invece definito il direttore del centro islamico di viale Jenner Abdel Hamid Shaari. "Oggi, dopo vent'anni, abbiamo avuto la piena cittadinanza", ha aggiunto prima di concludere con una metafora per spiegare il progetto di creare prima piccoli luoghi di culto e poi una Grande Moschea in città: "Sistemiamo prima i centri culturali che già esistono, con luoghi di preghiera adatti. Insomma, prima pensiamo alle tante parrocchie nei quartieri, poi al Duomo".

"Pisapia e i suoi passano più tempo a incontrare rom e islamici che i milanesi delle periferie". La Lega Nord promette battaglia e assicura che lavorerà per fermare la giunta. Il capogruppo del Carroccio Matteo Salvini chiude, infatti, all’ipotedi di aprire una grande moschea. E assicura: "Una valanga di firme li fermerà". Non è solo la Lega ad attaccare Palazzo Marino, ma anche i musulmani moderati accusano Pisapia di averli esclusi dal confronto: "Apprendiamo con una certa inquietudine che a Milano vanno in scena incontri riservati fra associazioni non rappresentative della comunità islamica nazionale e istituzioni". I gruppi con cui si è confrontata la giunta non rappresentano l’islam italiano. La Consulta per l’Islam, istituita del Viminale, è infatti l’unico organo veramente ed efficacemente rappresentativo in cui i moderati si riconoscono. Il gruppo islamico, guidato da Gamal Bouchaib, si chiede "come può un esponente delle istituzioni, come il vicesindaco di Milano, che vorrebbe dialogare con tutti i musulmani, portare avanti trattative private con un gruppo piuttosto che con un altro?".

Autocandidatura a podestà


Mario Monti sul Correre della Sera in un editoriale con toni di superiorità, come si conviene al personaggio, ha posto, in modo criptico, ma non tanto, la sua can­didatura a presidente del Consi­glio di un governo tecnico. Ciò sulla base di un suo teorema, quello per cui la Bce, la Banca cen­trale europea, avrebbe commis­sariato l’Italia, imponendole un suo capo del governo tecnico, che egli chiama «podestà forestie­ro» ad immagine di quelli che i co­muni italiani spesso nominava­no nel XIII secolo. Tale «podestà forestiero» costituirebbe per noi un’onta e un danno e occorre so­stituirlo con un governo tecnico nazionale. Quando dice che la Bce ha com­mi­ssariato l’Italia, comportando­si da podestà forestiero del no­stro paese, Monti fa una afferma­zione errata che da un esperto di cose europee non ci si aspettereb­be. La Bce non ha potere politico essendo una banca centrale. L’Italia, invece, è soggetta ai vin­coli politici dell’Unione moneta­ria europea, che si determinano con le procedure attuate dal Con­siglio europeo, composto dai ca­pi di Stato e di governo dei paesi membri. Il piano varato da Berlusconi e Tremonti, che prevedeva il pareg­gio del bilancio entro il 2014, era stato sottoposto per l’approvazio­ne a tale Consiglio, che lo aveva ri­tenuto adeguato. Dunque, a diffe­renza di quello che afferma Mon­ti, se c’è stato uno sbaglio, questo è in primo luogo del Consiglio eu­ropeo. Il governo italiano e il suo Parlamento lo hanno approvato in una settimana, un record asso­luto. E l’Europa ha applaudito, non ha storto il naso. Ma le circo­stanze sono apparse peggiori di quel che in precedenza pareva, a causa di fattori, che hanno in gran parte origini al di fuori del­­l’Italia. Do you know Mister Oba­ma? E ora tale manovra italiana non è apparsa più adeguata: non nella struttura, ma nei tempi. E il governo la ha accelerata. Ma la di­mensione e i contenuti della ma­novra, nella sua parte finanziaria e in quella costituzionale sono sempre gli stessi. E non li ha sug­geriti Trichet. La manovra ogget­to della accelerazione, per fare il pareggio entro il 2013, ha com­portato scelte politiche, e non pu­ramente tecniche, consistenti nell’agire sul lato della spesa sfrondando spese assistenziali e sociali indebite e nell’usare la le­va fiscale solo come ultima ratio , nel caso in cui non si riesca a fare tutti i tagli richiesti. E ciò per con­ciliare il rigore con obbiettivi di crescita che comportano di favo­rire le energie produttive, con pri­vatizzazioni, liberalizzazioni, in­vestimenti in infrastrutture. I no delle Regioni al piano casa e i no Tav della val Susa hanno ral­­lentato il rilancio delle iniziative di investimento stabilite. Il refe­rendum contro l’energia nuclea­re e contro le privatizzazioni e li­beralizzazioni nel settore dei ser­vizi pubblici locali ha tagliato una parte degli impegni. I ricorsi giudiziari di Cgil-Fiom contro la contrattazione decentrata di Fiat auto hanno creato ostacoli a que­sta liberalizzazione e ai connessi investimenti. Il programma pro crescita, insomma, incontra osta­coli politici, che rallentano l’azio­ne del governo attuale, che opera nel quadro di una riforma della Costituzione attuata dal centrosi­nistra, che ha dato enormi poteri di veto alle Regioni e agli enti loca­li, nei riguardi delle infrastruttu­re e degli investimenti in nuove iniziative. Ma questo governo sta dando prova di grande vitalità e una par­te delle altre forze politiche ora ne appoggia la manovra consape­vole delle difficoltà. Il podestà fo­restiero dei comuni italiani non è un organo tecnocratico, come Monti vorrebbe far credere. Casa­lingo o forestiero, il podestà era una figura politica, scelta da un Consiglio di rappresentanti del comune, per amministrarlo. An­che Berlusconi è, in un certo sen­so, un podestà forestiero entrato in politica, con la sua esperienza di imprenditore sul campo di bat­taglia. Se Monti che sino ad ora non si è mai occupato di pubblici bilanci e di gestione, non ha mai discusso con i sindacati, sfidato le piazze, parlato con la gente co­mune nelle contese elettorali, ma è vissuto nelle sfere ovattate dei sinedri tecnici, intende scen­dere in politica, con uno suo pro­gramma, per il bilancio, per le re­gole costituzionali, per il fisco, per le infrastrutture, i contratti di lavoro, le pensioni gli standard sa­nitari, eccetera lo dica e lo presen­ti, senza cincischiare. Spunta il sole, canta il gallo, il podestà Mon­ti a cavallo.

domenica 7 agosto 2011

Clandestini in comodità...


MILANO - Adesso gli extracomunitari cercano di arrivare in Italia con mezzi più comodi: in aereo. Lo scorso 4 agosto, due ce l’hanno quasi fatta a volare fino a Roma. All’aeroporto di Rodi sono saliti su un aereo della compagnia low cost Ryanair in partenza per lo scalo di Roma Ciampino, dove era atteso alle 13 e 10.

SUPERATI TUTTI I CONTROLLI - Incredibilmente, i due clandestini hanno superato tutti i varchi senza che nessuno li fermasse. Non avevano biglietto ed erano senza documenti. Si sono mescolati ai passeggeri, in massima parte giovani italiani che tornavano da una vacanza sull’isola mediterranea. E sono tranquillamente riusciti a imbarcarsi sul velivolo. Per non dare troppi sospetti si sono seduti a distanza l’uno dall’altro.

LA CONTA DELLA HOSTESS - Quando l’aereo scaldava già i motori, l’hostess si è messa a contare il numero dei passeggeri. Con sua grande sorpresa, erano troppi. Rispetto ai biglietti venduti, c’erano almeno due poltrone occupate abusivamente. Un nuovo conteggio non ha lasciato dubbi. Ma siccome sui voli low cost ognuno si siede dove gli pare, non è stato semplice individuare i clandestini, i quali se ne stavano tranquilli e avevano già allacciato le cinture. Ci sono volute due ore e mezza per controllare e ricontrollare, smascherare i due intrusi, chiamare la polizia, protestare per le scarse misure di sicurezza dell’aeroporto. E finalmente l’aereo ha potuto far rotta verso Roma con i passeggeri ancora increduli: avevano dovuto aprire le valigie davanti al personale dell’aeroporto, avevano dovuto abbandonare i contenitori di liquidi superiori a 100 millilitri e poi si erano ritrovati in compagnia di due abusivi, che potevano essere anche terroristi.

Marco Nese

Di cose belle (2)

Qui il primo post con le foto degli anni ruggenti del summer jamboree. E in questo post le ultime foto. Sempre ricordando che la mia compattina sta perdendo parecchi colpi e io in primis, non ho alcun senso dell'inquadratura di un qualsiasi oggetto anche inanimato.

Foto di EleonoraM

Seconde ( e terze) generazioni

Come sempre, si parte da un commento: "Questo succede a cadenza ormai fissa in tutta europa nei quartieri abitati da neri, immigrati neri..... mai tra i rumeni, gli ucraini, o gli indiani.... con le migliaia di africani che arrivano ogni settimana in casa nostra, presto queste cose succederanno ANCHE da noi. Se poi quel poveraccio mentale di frattini riuscirà ANCHE a mandare le navi militari a prenderli direttamente a casa loro in africa, per portarli quì, allora quel che è successo a londra potrebbe succedere da noi entro il prossimo anno". Bhe, rispondo io che non è esatto che, come dice il commentatore, "potrebbe succedere da noi il prossimo anno", dico che è successo già con le "rivolte (tele)guidate" accadute nei giorni scorsi nei CARA di quasi tutto il sud e senza che nessuno aggredisse gli immigrati.


Londra - Notte di sangue a Londra. Le violenze sono scoppiate nel quartiere londinese di Tottenham dopo che un 29enne è stato ucciso dalla polizia, a quanto sembra durante uno scontro a fuoco. Due auto di pattuglia, un edificio e un bus a due piani sono stati incendiati durante gli scontri tra centinaia di persone e gli agenti, davanti alla stazione di polizia del quartiere.

La rivolta a Londra. Molte persone si sonoraccolte per "chiedere giustizia" per la morte dell'uomo. La gente scesa in strada ha anche infranto vetrine di negozi, spingendo poi carrelli pieni di merce nelle strade. Secondo un residente della zona, David Akinsanya, i dimostranti sarebbero circa 500, mentre la polizia ha parlato di circa 300 persone. Tottenham è un quartiere popolare della capitale britannica, con un alto livello di povertà. Nel 1985 è stato teatro di violenti scontri dopo che una donna ha avuto un infarto mentre la sua casa veniva perquisita dalla polizia. Furono tra i disordini più violenti nella storia del Paese, con un agente accoltellato a morte e circa 60 altri ricoverati.

Le persone ferite. Il servizio ambulanze di Londra ha fatto sapere che 10 persone sono state curate sul posto e nove portate in ospedale. Otto poliziotti sono stati portati in ospedale, almeno uno di loro con ferite alle testa. Lo riferisce la versione online di Bbc News, citando il comandante della polizia locale, Stephen Watson, che ha spiegato che molti agenti sono stati schierati nella zona con lo scopo di riportare "calma e normalità nell'area prima possibile". La Independent police complaints commission sta investigando sulla morte del 29enne Mark Duggan. Secondo ricostruzioni, la polizia ha fermato il taxi su cui viaggiava Duggan, ucciso in uno scontro a fuoco mentre si opponeva all'arresto.

Notte di rivolta, in crisi la Londra multietnica di Erica Orsini

La scena è quella della peggiore guerriglia urbana. Interi edifici distrutti, automobili, negozi, perfino un autobus, dati alle fiamme. Dopo la rivolta iniziata sabato sera il quartiere londinese di Tottenham è ridotto ad un ammasso di macerie. Il bilancio finale è di 26 feriti e più di una quarantina di persone arrestate. E l’atmosfera nella zona resta carica di tensione, tutti sono consapevoli che basterebbe un nonnulla per far esplodere nuovi disordini. I residenti si dicono sorpresi da quest’ondata di violenza. Nonostante quello che era successo giovedì scorso, nessuno si aspettava una simile risposta. «Pare di essere tornati indietro ai tempi del Blitz» ha detto incredulo un uomo al corrispondente della Bbc mentre tentava invano di andare nella sua chiesa per la solita funzione domenicale lungo una via cordonata dalla polizia. «Mai vista una cosa simile» ha commentato l’uomo. Tottenham è un quartiere di frontiera, non nuovo a tensioni sociali e scontri. La povertà e le condizioni di vita difficili ne fanno un’area dove la storica Londra multietnica si è più volte inceppata.

Tutto è cominciato sabato, durante la marcia di protesta per l’uccisione di Mark Duggan, da parte di un agente di polizia. L’incidente ha avuto luogo giovedì, nel corso di un’operazione di routine nel quartiere che aveva lo scopo di investigare sui crimini da arma da fuoco avvenuti nell’ambito della comunità africana e caraibica che vive nell’area. La polizia aveva fermato un minicab sul quale viaggiava mister Duggan che poi era stato ucciso nel corso di una sparatoria. Sul caso è stata aperta un’inchiesta e con la marcia di ieri la gente voleva far sentire la propria voce, far capire al governo e alla polizia che non intendeva dimenticare quanto era accaduto e che voleva fosse fatta giustizia. Tutto avrebbe dovuto svolgersi con calma invece la violenza è scoppiata quasi subito. I dimostranti hanno ingaggiato uno scontro corpo a corpo con gli agenti, hanno lanciato bombe molotov, hanno incendiato edifici e negozi, non hanno risparmiato nulla e nessuno. Gli agenti hanno fatto fatica a controllare la situazione, gli scontri sono durati tutta la notte e al mattino, Tottenham era ridotta ad un campo di battaglia. Ventisei poliziotti erano finiti all’ospedale, molti con ferite gravi alla testa e i vigili del fuoco accorsi sul posto avevano dovuto domare ben 49 incendi. La famiglia di Duggan ha subito condannato le violenze prendendo le distanze da quanto è accaduto. «Tutto ciò non ha nulla a che fare con Mark - ha dichiarato il fratello di Duggan - lui era una brava persona». La polizia ha messo in guardia l’opinione pubblica sulle insinuazioni che sono state fatte su eventuali comportamenti scorretti da parte delle forze dell’ordine e il ministro agli Interni Theresa May ha condannato con forza le violenze. «Una simile mancanza di rispetto per le persone e le cose è intollerabile - ha fatto sapere - e la polizia ha il mio pieno appoggio». La calma ora è soltanto apparente. Un amico di Duggan ha detto lapidario: «La polizia sapeva perfettamente che cosa avrebbe dovuto fare dopo l’uccisione di Mark. Avrebbe dovuto parlare alla comunità, ma non l’ha fatto. La verità è che a loro, di noi, non importa nulla».

Di cose belle...

... di Summer Jamboree (con circa 34° all'ombra) e di favolosi anni ruggenti marinaretti. Lascio parlare solo le immagini. Ahem, chiedo scusa per la qualità delle foto ma la mia piiiccola compattina sta tirando le cuoia.

... continua

Zapatero, il lavoro e gli immigrati


Madrid - Immigrati sì, anzi no. A un passo dalle elezioni, il governo di Zapatero fa marcia indietro e torna a sbarrare l'ingresso agli immigrati. Proprio come fece nel 2007, quando, dopo l'adesione di Bucarest e Sofia all'Unione europea, venne imposto l'obbligo di un permesso di lavoro a cittadini romeni e bulgari che chiedevano la residenza in territorio spagnolo. Un voltafaccia della sinistra o una mossa calcolata per riprendere posizioni nei sondaggi? Dopo l'annuncio che il governo scioglierà le Camere il prossimo 26 settembre, sembrerebbe più la seconda.

Nel 2008 il governo, anche a causa delle pressioni che venivano dall'Europa, aveva rinunciato alla moratoria fino al 2014. Ma lo scorso 22 luglio, in quello che sarà uno dei suoi ultimi provvedimenti, il governo Zapatero ha ripristinato la restrizione per far fronte - questa la motivazione ufficiale - alla disoccupazione record (oltre il 21%) che sta colpendo la Spagna. "Non ce n'è per noi, figuriamoci per gli altri", avrebbe detto una fonte dell'esecutivo, mentre il portavoce José Blanco, ha detto che l'obiettivo è quello di "regolare l'afflusso" dei romeni secondo i "bisogni" del mercato del lavoro e di "impedire che finiscano nel lavoro nero o siano vittime di abusi e sfruttamenti". Blanco ha sottolineato anche che la misura "non riguarda coloro che già vivono in Spagna, ma limita solo i nuovi ingressi". Una decisione passata un po' in sordina, ma destinata a far discutere. La reintroduzione di una moratoria deve infatti essere approvata dall'Ue, come ha detto anche il portavoce delle Commissione europea David Boublil: "La Spagna in linea di principio non può reintrodurre un nuovo regime transitorio per i lavoratori rumeni".

La norma non è, di per sé, contraria ai patti di Schengen, che prevedono provvedimenti simili in casi eccezionali. L'adesione di Romania e Bulgaria alla Ue è avvenuta nel 2007, ma il trattato prevede una moratoria di 7 anni per cui solo dal 1° gennaio 2014 i loro cittadini potranno godere della piena circolazione in Europa. La popolazione romena in Spagna però è quadruplicata dall'apertura delle frontiere e oggi nelle città spagnole più di 86mila romeni, di cui circa 50mila disoccupati, secondo i dati di maggio. Il tasso di disoccupazione in Spagna è al 21,29%, il più alto nell'Unione europea. Tutti presupposti per il sì dell'Europa al provvedimento. Una norma che potrebbe quindi rimettere in discussione i patti di Schengen. L'eccezionalità della Spagna, infatti, potrebbe avere esempi nel resto d'Europa. Certo, a quattro mesi dalle elezioni anticipate, difficile non pensare a una mossa politica di Zapatero per riottenere quel consenso ormai perso. Anche se il leader socialista non si ricandiderà, infatti, il suo partito è in ribasso: nei sondaggi il candidato della sinistra Alfredo Perez Rubacalba è in svantaggio rispetto a quello del partito popolare Mariano Rajoy.

Grecia


Atene, 6 ago. (TMNews) - Barriere di filo spinato e un enorme fossato: è il Muro che la Grecia vuole costruire tra sé e la Turchia per impedire l'ingresso ai migranti. Oggi, il ministero greco della Protezione del cittadino ha annunciato la costruzione di una barriera in filo spinato, co-finanziata dal Fondo europeo per le frontiere esterne. Il progetto, in discussione da diversi mesi, costerà 5.498 milioni di euro e prevede "due barriere parallele in filo spinato lunghe 10,3 chilometri e alte tra i 2,5 e i 3 metri; saranno costruite sul confine vicino a Kastanies", nell'area più frequentata dai migranti per attraversare il fiume Evros che separa Grecia e Turchia, secondo un comunicato del ministero. Il quotidiano greco 'Ta Nea' ha rivelato, la scorsa settimana, che la Grecia sta costruendo un fossato di 120 chilometri nei pressi dell'Evros per proteggere la regione dalle esondazioni del fiume e impedire l'immigrazione clandestina. Il fossato - la cui realizzazione è stata decisa dopo uno studio dell'Università di Salonicco - è "un'opera di irrigazione e prosciugamento" che potrebbe anche servire per "dissuadere i migranti", aveva dichiarato una fonte del ministero della Difesa.

sabato 6 agosto 2011

Sui nomadi


Pretendere sicurezza e case agibili quando si offre un servizio alla comunità è comprensibile. Pretenderle quando il servizio è costituito da spaccio e malavita è inaccettabile. Potrebbe sembrare di cattivo gusto commentare col dito ammonitore una tragedia quale può essere la perdita di un bambino, ma nel momento in cui i genitori dello stesso si scagliano contro il Comune per la scarsa vivibilità dei campi rom, il commento diviene lecito. La notizia è apparsa su tutti i tg e i giornali e la storia del piccolo rom morto folgorato nel campo di Tor de’ Cenci, a Roma, ha fatto già il giro del web. “Stava camminando carponi” racconta la nonna del bimbo “all’improvviso ho sentito una piccola esplosione, poi piangere e un rantolo”.

Gli zii lo avevano conosciuto da poco, tornati solo di recente dall’Olanda e già con l’hobby del paragone tra l’uno e l’altro luogo di residenza: “Una fine orribile che si sarebbe potuta evitare, se solo i nostri connazionali vivessero in condizioni più umane”. Ed ecco la stura, un lungo elenco delle condizioni disastrose in cui versa il suddetto campo rom: “una fiorente attività di spaccio di eroina e cocaina”, “fili elettrici scoperti e bombole del gas lasciate in giro”. L’aspetto più deprimente è che i locali si lamentano come se la colpa fosse dello scarso intervento del sindaco, come se gli spacciatori fossero esterni e le bombole le sganciassero in mezzo al campo gli assessori della giunta.

A chiusura dell’articolo, venenum in cauda, l’intervento di un ragazzo rom di 18 anni, Feritz, che si lamenta del fatto che ci sono più di quattrocento individui nel campo di Tor de’ Cenci e che le persone vivono come nei carri bestiame. E aggiunge che non ha un’altra “scelta su dove vivere”. Feritz, tu puoi scegliere: puoi scegliere un lavoro congruamente stipendiato, puoi scegliere un domicilio regolamentato e non abusivo, puoi scegliere di allontanarti dalla topaia in cui hai trovato ricetto e di non avere nulla a che fare con la malavita che puntualmente viene ospitata nei campi nomadi. Puoi recarti in chiesa, puoi trovare una moglie italiana, puoi essere a tutti gli effetti un cittadino di Roma. Devi solo abbandonare la cultura parassita che inevitabilmente impregna i tuoi educatori, i tuoi parenti, i tuoi compagni di campo.

Altro veleno, stavolta in un servizio di Studio Aperto: una donna rom che esprime la sua indignazione perché “nessuno viene a pulire” il posto dove vive. Parliamone: ci sono persone che pagano tasse sostanziose per una nettezza urbana di qualità minima, con strade sporche e marciapiedi invivibili, e lei chiede che vengano gratis a mondarle casa? Per quanto ancora dovremo aspettarci il nomade questuante e non il nomade lavoratore in regola, che si guadagna pane, casa e -perché no?- nettezza urbana? Tremiamo ancora quando ci troviamo da soli in una stazione con la sola compagnia di un nomade, saturi come siamo delle notizie atroci che riguardano i tanti Feritz sparsi per la capitale, e alla fine proprio chi vive nelle Torri di Avorio ci chiede comprensione ed ospitalità.

Eppure di iniziative ce ne sono state: alcune del tutto inutili, come la distruzione di molte baraccopoli romane, puntualmente ricostruite, altre bollate come progetti discriminatori dall’opposizione. La schedatura dei nomadi ne è un esempio; in quest’ultimo caso si era proposto di prendere le impronte digitali di tutti gli individui rom e sinti in modo tale che essi fossero provvisti di un documento d’identità valido, ma… ANATEMA! Vogliono marchiarli come vacche da macello! Discriminazione razziale! Fu esplosione di polemiche prima ancora che la proposta erompesse dalle labbra del Governo. Non si pensò nemmeno che, a prescindere dalla discriminazione, questo strumento avrebbe permesso l’identificazione di migliaia di nomadi e che non solo dalla parte degli ospitanti, ma anche dalla parte degli ospiti ci sarebbe stato un netto miglioramento della qualità della vita: basti pensare a quanti datori di lavoro sarebbero stati più predisposti ad assumere manodopera con regolare carta d’identità e quanti, invece, ora come ora, rifiutano di assoldare in nero. Sarebbe stata una chance di occupare un posto di lavoro regolare.

E allo stato attuale forse avremmo tolto ai disoccupati nomadi l’occasione di giustificare la propria inattività e di debellare una volta per tutte l’odiosa frase: “Ma nessuno vuole un rom come dipendente in Italia”. Feritz, sei causa del tuo male: ora piangi te stesso. La carità cristiana invocata da Benedetto XVI è, sì, uno slancio, un impeto che dovrebbe attraversarci e farci dire: “Ti aiuterò io”. Però, Feritz, devi anche incoraggiarla: lamentarti di ciò che hai, nella tua posizione di estraniamento dalla legge, non è un buon inizio. Non sai quante volte di fronte ad una ragazza-madre con un bimbo aggrappato al bel seno, ci si è stretto il cuore alla sua richiesta d’aiuto e in contemporanea la nostra mano è scattata, impulsiva e guardinga, alla borsa. Non prendere il fatto per quel che è: chieditene anche le cause, Feritz. Nel corso degli anni abbiamo subito furti, siamo stati aggrediti, siamo stati scippati, i nostri bambini sono stati malmenati addirittura a scuola, un luogo che dovrebbe appianare tutte le faide etniche: rispondici, Feritz, abbiamo forse tanto torto a diffidare?