sabato 5 gennaio 2013

Con la retroattività


ROMA - Adesso il Fisco ha un'arma in più contro gli evasori. Potrà controllare i redditi, dal 2009 (dichiarazioni 2010) in poi, con il nuovo redditometro, lo strumento che attraverso l'analisi di più di cento voci di spesa verifica se c'è compatibilità fra il reddito dichiarato dal contribuente e il suo tenore di vita. Insomma se uno dice che guadagna 20mila euro ma poi ha un'auto di lusso, domestici, manda i figli alle scuole private e fa le vacanze alle Maldive è chiaro che c'è qualcosa che non va. Ma in realtà il nuovo redditometro ha l'ambizione di essere uno strumento ben più sofisticato, capace di stanare anche l'evasore meno appariscente. Il decreto del ministero dell'Economia che è stato pubblicato ieri sulla Gazzetta Ufficiale contiene, nell'allegata tabella A, l'elenco dettagliato delle voci di spesa che vanno a formare il redditometro, ma anche una sorta di clausola di salvaguardia all'articolo 1, avvertendo che «resta ferma la facoltà dell'Agenzia delle entrate di utilizzare altresì: elementi di capacità contributiva diversi da quelli riportati nella tabella A». Che comunque abbraccia tutte le principali tipologie di spesa in 11 categorie: alimentari e abbigliamento; mobili ed elettrodomestici; combustibili ed energia; trasporti; comunicazioni telefoniche; casa; istruzione; tempo libero, cultura e giochi; sanità; investimenti; altri beni e servizi.

In ciascuna di queste categorie ci sono diverse voci. Si scopre così che il Fisco potrà prendere in considerazione non solo la spesa media della famiglia per mangiare, abitare, vestirsi, e i beni posseduti (case, auto, imbarcazioni, eccetera) ma che guarderà anche agli acquisti per biancheria, detersivi, pentole, riparazioni di elettrodomestici. Oppure alla spesa per l'olio per l'auto e per il meccanico. Verranno passati al setaccio anche tutti i canoni, d'affitto e di leasing, e perfino le spese per barbiere, parrucchiere, cura della persona, borse e valige, pasti fuori casa, giornali e riviste, lotto e lotterie, piante e fiori, abbonamenti pay-tv, giochi on line, iscrizione a palestre, piscine e circoli sportivi e ricreativi. Non sfuggiranno all'occhio del fisco neppure le spese per animali domestici, da quelle per la tolettatura a quelle per il veterinario. Ovviamente un peso forte avranno gli investimenti, da quelli in nuove proprietà immobiliari (incremento patrimoniale netto conseguito durante l'anno) a quelli in beni mobili (nuovi veicoli immatricolati) a quelli in titoli, azioni, fondi, buoni postali, oro, e perfino monete e francobolli, senza trascurare quadri e oggetti d'antiquariato.

Ma perché i controlli potranno essere fatti a partire dai redditi 2009 (dichiarazioni 2010)? Perché è già così, spiegano all'Agenzia delle entrate, nel senso che già oggi le verifiche si possono fare sugli ultimi 5 anni (2009-2013). Quindi il nuovo redditometro non è retroattivo, aggiungono, ma potenzia solo le modalità di verifica. Qualche settimana per mettere a punto la macchina e istruire il personale e poi, tra febbraio e marzo, l'Agenzia delle entrate selezionerà le liste dei contribuenti ritenuti a rischio, che verranno sottoposti all'accertamento attraverso il nuovo strumento. A comporre il redditometro non ci sono solo le 100 voci e passa di spesa, ma anche 55 tipologie di famiglia, nel senso che le 11 categorie di spesa declinate in cinque aree geografiche in cui è stata suddivisa l'Italia (Nord-Est, Nord-Ovest, Centro, Sud e Isole) individueranno appunto che tipo di famiglia si è (tenendo ovviamente conto anche della numerosità), che spesa dovrebbe si avere, sia sulla base di rilievi puntuali (le bollette per le utenze domestiche, per esempio) sia, dove questo non è possibile, utilizzando come riferimento la spesa media per quelle voci e famiglie rilevata dalle statistiche nazionali, e di conseguenza quale reddito minimo è compatibile. Secondo le previsioni dell'Agenzia guidata da Attilio Befera i contribuenti incompatibili potrebbero essere uno su cinque, ma questo non significa che scatterà automaticamente l'accertamento sintetico del reddito e la conseguente richiesta di versare le tasse evase. Ciò infatti avverrà solo quando il redditometro metterà in luce una differenza superiore al 20% tra quanto dichiarato e quanto ricostruito presuntivamente.

In questi casi cominceranno i guai: spetterà al contribuente dimostrare di non aver evaso, spiegando per esempio che le spese apparentemente incompatibili col reddito dichiarato sono giustificate da risparmi accumulati negli anni precedenti oppure da aiuti ricevuti da familiari o anche che le spese che l'Agenzia delle entrate gli attribuisce non sono state sostenute. I contribuenti, intanto, già dal mese di novembre possono fare il redditest sul sito dell'Agenzia, una sorta di simulazione del redditometro applicato al proprio caso, in modo da capire se si è a rischio oppure no. Befera nei mesi scorsi ha sempre cercato di rassicurare i contribuenti sul fatto che l'amministrazione finanziaria procederà senza soprusi e dialogando col contribuente, ma è chiaro che c'è molta preoccupazione per come concretamente verrà usato il redditometro. Esso infatti accanto a spese effettivamente sostenute e documentate (canoni, bollette, rette scolastiche, mutui, eccetera) valuta anche spese presunte che sulla base di indicatori statistici vengono attribuiti alla famiglia per il solo fatto di rientrare in una certa categoria ed area geografica. Il redditometro, inoltre, accende un faro sulle proprietà e gli investimenti del contribuente. La valutazione avverrà in termini di incremento patrimoniale nell'anno al netto dei disinvestimenti. E finirà per pesare molto. Per fare un esempio, se uno compra una casa l'acquisto peserà per intero al netto del mutuo.

Inoltre, a rilevare saranno non solo le spese del contribuente ma anche quelle dei familiari se questi sono a suo carico. Infine, si legge nel testo del provvedimento, riguardo alle spese sensibili ai fini del redditometro «si considera l'ammontare più elevato tra quello disponibile o risultante dalle informazioni presenti in Anagrafe tributaria e quello determinato considerando la spesa media rilevata dai risultati dell'indagine sui consumi» dell'Istat. Restano fuori dal redditometro solo quegli acquisti che «sono relativi esclusivamente ed effettivamente all'attività di impresa o all'esercizio di arti e professioni». Il nuovo redditometro, che nasce sulle ceneri di quello più semplice del '92, ha lo scopo, si legge nel decreto pubblicato ieri sulla Gazzetta Ufficiale e firmato dal ministro dell'Economia, Vittorio Grilli, di «adeguare l'accertamento sintetico al contesto socio-economico mutato nel corso dell'ultimo decennio». L'obiettivo è recuperare una parte maggiore di quei 120miliardi di euro di evasione stimata ogni anno. Ma il nuovo strumento debutta in un contesto reso difficile dalla crisi, da un rapporto già problematico tra fisco e contribuenti e da una pressione fiscale che quest'anno arriverà al 45,3% del Pil. Un peso così alto dovuto certamente anche al fatto che molti italiani le tasse non le pagano. E chi le versa lo fa per tutti.

Enrico Marro

venerdì 4 gennaio 2013

Antieurpeismo e antiamericanismo


Essere antieuropeisti e, pertanto, decisamente recalcitranti alla concretizzazione di questa Unione, basata su trattati ed accordi sconvenienti per i popoli che ne fanno parte, da quelli economici a quelli politici (con commissioni che si occupano della grandezza dei piselli e teste di pisello che non arrivano a capo di nulla), non significa essere contro l’Europa. Quest’ultima esiste, non solo in quanto innegabile espressione geografica, piuttosto perché ha un passato millenario fatto di prossimità, di battaglie, di alleanze, di pacificazioni, di tradimenti, di rivalità, di porosità e di sbarramenti reciproci, estrinsecatesi in un campo culturale omogeneo ma non meno conflittuale, frutto di un destino secolare d’interdipendenze e dipendenze tra nazioni e popolazioni che si sono abbracciate e massacrate; dunque, essa c’è negli eventi, nelle cose e negli uomini a prescindere dai suoi recenti apparati artificiali troppo deboli, corrotti, insignificanti e distanti dalla realtà per poter contribuire a dispiegare una vera sovranità continentale. Per questo, possiamo dire che l’Europa sussisteva più consapevolmente, con maggiore spinta e coerenza (di ciascuno Stato) , prima che fosse perfezionata la sua scialba architettura istituzionale attuale la quale, appunto, rappresenta la negazione del “sogno” urgente dell’ edificazione di un insieme geopolitico eterogeneo eppure indipendente, orientato ad una politica di potenza sinergica tra partner “cugini” (di affratellamento parlano solo gli idioti che non hanno il senso della Storia), come risultato di un grande gioco di prospettive ed orizzonti di entità statali contigue, non sovrapponibili ma, tuttavia, concordi nel perseguire comuni (per quanto possibile) obiettivi internazionali e mondiali. Forse, la Grande Europa invocata da De Gaulle, oppure, anche qualcosa di meglio. Qualche tempo fa in un articolo su l’Espresso, Lucio Caracciolo, ha scritto, con altre parole, che questa Europa non è se stessa perché il suo progetto, il piano che la informa e la modella, è estraneo alle sue genti e alla sua storia autentica.

Dice Caracciolo: “La sfera semantica della parola ‘Europa’ s’è allargata fino a perdere ogni contorno. Si offre dunque come strumento di politiche le più varie, spesso opposte, quasi mai coerenti, sempre vaghe… Non un progetto, il suo contrario: lo schiacciamento dell’orizzonte che corrode l’obiettivo della politica, cioè costruire una comunità. E la noia di ripetere all’infinito lo stesso frasario apotropaico”. Siamo, dunque, ben lontani da un perimetro politico d’intenti concreti, persino fuori dai confini evenemenziali della realtà, per questo fragilmente agganciati a formule magiche ed illusioni evidenti che metamorfosano il programma politico della fondazione unitaria in un dogma religioso col quale scomunicare gli scettici e gli eretici, denigratori di ciò che ormai è per molti diventato, inequivocabilmente, un vero incubo di sudditanza. Qual è il vulnus originario che impedisce all’Europa di darsi una vita propria e un percorso autonomo nelle direzioni strategiche di questa fase? Perché al posto di questi elementi abbiamo messo solidaristiche menzogne brussellesi e riti procedurali di vestali europeiste che non portano a nulla se non ad un maggiore asservimento delle collettività europee alle logiche mercantilistiche globali (mai neutrali) e a quelle militari di organismi orientati da Washington (come la Nato)?

In questo passaggio Caracciolo è, finalmente, dissacrante come pochi. Del resto, non se ne può fare a meno considerato che si tratta di stracciare un mito dell’origine europeista che fa mitologicamente pietà come tutto il resto dell’UE: Schuman, De Gasperi, Monnet, Spinelli, Spaak, Adenauer… Macchè, questi sarebbero stati padri impotenti senza lo zio Sam: “A Roma nel 1957”, prosegue Caracciolo, “si battezza una comunità che è la faccia economico-europea di una strategia americana avviata con il piano Marshall (1947) e strutturata militarmente nella Nato, braccio armato del patto Atlantico (1949)”. Il nostro mito dell’origine, quello discendente dai “numi spirituali” sopracitati, nasconde in verità qualcosa che ha ben poco di narrativo e troppo d’impositivo. In quel preciso istante abbiamo smesso di essere europei per diventare Occidentali, in contrapposizione all’altro mondo sovietico, il blocco Est che occorreva battere ed isolare, come deciso dai nuovi padroni egemonici dell’Ovest. Per tali ragioni “lo spazio CEE è scavato in quello della Nato, tanto che nel tempo i due insiemi finiranno quasi per condividere gli stessi confini. La ratio comunitaria è la crescita economica ed il benessere comune di ciò che residua delle potenze continentali, incardinandole nel campo delle democrazie alleate, protette e largamente eterodirette dagli Stati Uniti”. Fin qui Caracciolo ha ogni ragione ma si sbaglia quando afferma che con la caduta dell’URSS e la conclusione della Guerra Fredda gli statunitensi si disinteressano dell’Europa. Non è così, anzi proprio perché “meno importante” nella disfida geopolitica del XXI secolo l’Europa diventa maggiormente sacrificabile, essendo costretta anche pagare il prezzo più alto della crisi economica e delle manovre americane in tutta l’area eurasiatica. Da bastione di difesa contro il comunismo a zona cuscinetto dove scaricare le frizioni di specifiche e variegate azioni internazionali, il cui costo salirà mano a mano che aumenterà la potenza delle aree sfidanti l’egemonia yankee, Russia in primis. L’UE è stata così configurata proprio per svolgere al meglio questo ruolo passivo e arrendevole, per la preservazione d’interessi sovranazionali non suoi e persino in contrasto con la sua stessa sopravvivenza. Siamo, insomma, nati per soffrire e per perire in nome di un Occidente che ci ha sottomessi. Unicamente quando l’Europa si deciderà a rompere le sbarre occidentali che la tengono prigioniera si prefigurerà un nuovo destino, senza catene, di cui potrà sentirsi artefice.

giovedì 3 gennaio 2013

Coincidenze strane... e l'imbroglio dello spread


Forse c’è qualcuno che trova alquanto strana la discesa dello spread del btp con il bund, fino a 284 punti, centrando l’obiettivo dichiarato da Monti, proprio nel momento in cui Mario Monti scende nell’arena elettorale, “salendo” in politica per lordarsi le mani. Gli onnipossenti mercati finanziari hanno cessato il fuoco contro l’Italia? I fantomatici investitori (ma non troppo fantomatici …) che hanno imposto tredici mesi di direttorio Monti-Napolitano – il primo dimesso e il secondo in scadenza – hanno deciso improvvisamente di lasciar in pace questo disgraziato paese? Possiamo dubitarne, perché i globalisti non mollano facilmente la presa. Anzi, avvicinandosi le elezioni politiche anticipate, la loro presa dovrà essere ancor più stretta, per pilotarle a dovere nel senso voluto. E il senso voluto è nient'altro che la continuazione della famigerata e socialmente sanguinosa “agenda Monti”, aggregatore di cartelli elettorali centristi, sedicenti moderati, e perciò al servizio del peggior neoliberismo economico. Mentre migliora lo spread, che fino a qualche tempo fa sembrava una malattia incurabile che avrebbe ucciso il paese, crollano le vendite di automobili, in Italia e in Europa, riportando la situazione italiana, se è vero ciò che si dice, al lontano 1979. Particolarmente in ambasce la fiat marchionnista e montiana del dopo-Melfi, che sconta un calo delle immatricolazioni in Italia, nel 2012, di quasi il 20%, con una punta negativa del 20,2% nel solo mese di dicembre. Questi sono i concreti, tangibili effetti del marchionnismo e del montismo, che nel settore auto nostrano agiscono congiuntamente.

La demotorizzazione del paese è dunque un obiettivo (prudentemente non dichiarato) sia della fiat “americana” di Marchionne, che concentra i suoi principali interessi oltreoceano, sia dell’austero Quisling in loden con la voce monocorde, riunitisi a Melfi in pieno sboom come Totò e Peppino, prima divisi e poi uniti a Berlino, negli anni remoti del boom economico? Ragionando un po’ sulla situazione, e sulla palese contraddizione del calo dello spread fino e oltre l’obiettivo indicato da Monti che si accompagna al crollo delle immatricolazioni delle auto nuove, è fin troppo facile concludere che lo spread è manovrato dai “soliti ignoti” in posizione dominante sui mercati, i quali lo stanno usando per supportare il centro filomontiano – e le linee programmatiche dell’”agenda Monti” – in piena campagna elettorale. Come dire: “Avete visto? Le politiche governative montiane, applicate per tredici, lunghi mesi di crisi, a suon di sacrifici e voti di fiducia in parlamento, stanno producendo finalmente effetti positivi. E allora è necessario che vi sia continuità programmatica, nei prossimi esecutivi, altrimenti il temutissimo spread riprende a salire. E chi, meglio di Monti che ha salvato l’Italia dallo spread, centrando l’obiettivo dichiarato sotto i 300 punti di differenziale, può garantire questa continuità e continuare con le riforme, sempre più strutturali e liberalizzanti?” Del resto è la stessa cosa che Napolitano va dicendo da qualche tempo, in odor di elezioni, come “consiglio paterno” e come monito concreto.

Il gioco è chiaro. I Mercati & Investitori, cioè le Aristocrazie finanziarie neocapitalistiche che ci controllano dall’alto, irrompono a modo loro nella campagna elettorale italiana, subito dopo l’”endorsement” a favore di Monti delle alte gerarchie vaticane. Questo appoggio, misurato dalla discesa dello spread, è più importante di quello della chiesa, degli alti prelati e del santo padre, per come si configura e funziona il neocapitalismo. Così, lo spread entra in campagna elettorale, questa volta non tanto quale strumento di ricatto, e di minaccia, ma per indurre quei poveri imbecilli di elettori a votare più convinti e numerosi – oltre il misero 12% attribuito dai sondaggisti – per le liste dell’”agenda Monti”. Si potrebbe ironizzare sulla situazione (per quanto ci sia ben poco da ridere) dicendo che lo spread in salita corrisponde a un bombardamento in piena regola, come quello areo della nato il Libia, e quindi rappresenta il bastone, mentre lo spread in discesa di questi giorni corrisponde alla lusinga, e quindi rappresenta la carota. Una carota, in funzione elettorale, agitata dalle Aristocrazie finanziarie per indurre a votare numerosi il centro filomontiano, i suoi partitelli, le sue liste, listine e listoni. Siate pur certi di una cosa: se la lusinga dello spread in discesa non funzionerà, e Monti con tanto di agenda sarà messo da parte, lo spread ricomincerà a salire, toccando nuovi record negativi, e il bombardamento speculativo riprenderà più furioso e distruttivo che prima. Lo spread in discesa che irrompe in piena campagna elettorale non è una buona cosa, tutt’altro, ma ci dimostra che il differenziale del btp decennale con il bund tedesco è un gigantesco imbroglio, un’arma di pressione e di ricatto, o una lusinga per orientare il consenso, a seconda delle circostanze. Per una volta ha avuto ragione il tanto vituperato Berlusconi, di ritorno dal limbo, quando ha denunciato pubblicamente l’imbroglio dello spread e ha consigliato di lasciarlo perdere. Così è, se vi pare, e anche se non vi pare.

Il maiale di Orwell


A muso duro. Contro tutti. Mario Monti smette i panni del moderato e indossa l'armatura. Il Prof entra nell'arena politica e non guarda più in faccia nessuno. Quello che conta è accaparrarsi voti e consensi. E per riuscire nell'opera deve provare a cambiare immagine e cancellare dalla mente degli italiani quel vivo ricordo intriso di tasse e rigore. È per questo che il premier dimissionario, ospite a Uno Mattina, chiede il bis. "Vorrei che ci fosse qualcosa di simile a un governo "Monti due" per far vedere che nel mio volto non c’è la cattiveria del tassatore ma che ho fatto delle cose per il bene degli italiani", spiega il bocconiano.

Che poi passa all'attacco. Berlusconi? "Se ritiene che io sia poco credibile vuole dire che sono poco credibile. Rispetto il suo giudizio, non è l’unico che esiste su di me, è importante e autorevole, una persona che ha dimostrato una certa volatilità di giudizio su vicende umane e politiche negli ultimi tempi". Brunetta? "Sta portando, con una certa statura accademica, il Pdl su posizioni piuttosto estreme e settarie". Bersani? "Spero che convinca ma non vinca". Al segretario democratico Monti ha rifilato una vera e propria bacchettata, invitandolo a "tagliare le ali estreme" (alias Vendola e Cgil) perché "in un anno di governo, parlando con il massimo rispetto, che chi ha impedito a varie riforme di andare più avanti, è stato chi è nel blocco più tradizionale della sinistra, Cgil e Fiom per i sindacati, Vendola e Sel e Fassina". Proprio il responsabile economico del Pd aveva in precedenza ironizzato sul premier paragonando la lista Monti a quella del Rotary club.

La risposta del bocconiano è arrivata a stretto giro di posta: "Simpatica immagine, io non la conosco ancora la lista Monti, si vede che lui ha una buona immaginazione, ma vorrei richiamare l’onorevole Fassina ad aggiornare il suo pensiero: io sono un uomo anziano, ho fatto diverse cose nella vita, come lui, quelle per cui sono un po' ricordato in Europa sono state tutte contro i potenti, come contro Microsoft, oppure in campo fiscale perché ho fatto la prima direttiva europea sulla tassazione del risparmio". Insomma, la simpatia tra i due non c'è. E lo si nota ancor di più quando Monti invita il leader Pd a "essere coraggioso e silenziare un po' la parte conservatrice del partito". Monti detta legge in casa Pd. Disfarsi della componente che si oppone ai cambiamenti e di quelle radicali ed estremiste: questo è il comandamento che rivolge a Bersani. Il presidente del Consiglio dimissionario ha poi parlato del suo imminente futuro politica e della ormai celebre lista. Lista che ci sarà e che avrà un nome molto simile a qualcosa tipo "Con Monti per l’Italia"", ha annunciato lo stesso premier, spiegando che la lista sarà unica al Senato, mentre alla Camera si sta ancora discutendo. Infine, quello che conta per Monti è ripulire la sua "fedina" di tassatore. Per farlo, il bocconiano punta alla "riduzione fiscale che grava sul lavoro", sulla "lotta all’evasione e la spending review".

mercoledì 2 gennaio 2013

In poche parole...

La luce, il tunnel, le tasse e le droghe pesanti

Lo spread senza il salvatore della patria.


«Un'idea interessante, stravagante, tardiva. Ben venga». È il giudizio di Mario Monti sulla promessa di Silvio Berlusconi - nel caso di sua vittoria elettorale - di istituire una commissione parlamentare d'inchiesta sul «complotto» internazionale che avrebbe a suo parere portato nel novembre 2011 alla caduta del governo del Cavaliere e l'affidamento di Palazzo Chigi a Monti. «Complotti contro l'Italia? Siamo seri, siamo adulti», replica Monti. «Berlusconi in queste settimane ha oscillato, con armi a dir poco improprie come il richiamo ai valori delle famiglie che sarebbe assente nei miei propositi, cosa che si commenta da sé», ha proseguito il premier intervenuto alla trasmissione Radio Anch'io. «In altri momenti, in cui allora sarei stato leaderone, mi ha generosamente chiesto di prendere la guida dei moderati. Sembra un secolo fa ma era poco tempo fa. Ha detto che il governo ha fatto solo disastri e in altri momenti, solo poche settimane dopo, che il governo dei tecnici ha fatto tutto quello che era possibile fare. Spero che gli elettori siano meno confusi di me».

«QUIRINALE MENO PROBABILE» - Alla domanda se prevede una sua possibile successione a Giorgio Napolitano come presidente della repubblica, Monti ha replicato che il Quirinale «non è mai stato mio obiettivo, chi può proporsi un obiettivo di quel livello? Ma gli osservatori politici dicono che quella sarebbe stata un'eventualità probabile, oggi forse meno probabile».

«SALITA» IN POLITICA - «La salita in politica è un'operazione che trasforma dentro la mia coscienza, ho sempre voluto essere sopra le parti», ha detto l'ex rettore della Bocconi. «Sarei stato sopra le parti, forse al Quirinale come aveva prospettato qualcuno, ma sarei stato utile? Oggi sono meno sopra le parti, ma dalla parte del Paese».

ETICA - Poi Monti si toglie un sassolino dalla scarpa. «Io credo che i valori etici siano fondamentali e che debbano essere difesi. Detesto quei partiti che usano i valori etici, spesso disattesi nella realtà, come arma, come un'accetta contro i rivali». A chi gli chiede a chi si riferisca, Monti risponde: «Sto pensando per esempio ad alcuni esponenti del Pdl». Sempre sui temi etici: «Il nostro è un movimento di laici e cattolici che dà alla dignità della persona il valore centrale. Riguardo a questi temi, che sono anche più importanti ma che fanno meno parte dell'urgenza, vorremmo lasciare spazio alla coscienza individuale e al Parlamento, fermo restando la necessità di tutelare sempre la dignità della persona».

BERSANI, LAVORO E RIFORME - Infine Monti si sofferma sul rapporto con il Pd e i due grandi temi di contrasto con il centrosinistra: le riforme e il lavoro. «A Bersani, che mi ha chiesto di dire con chi sto, rispondo che io sto per le rifome che rendono l'Italia competitiva e creano posti di lavoro. Vendola e Fassina vogliono conservare, per nobili motivi e in buona fede, un mondo del lavoro cristallizzato, iperprotetto rispetto ad altri Paesi. Io sono per avere in Europa una tutela ancora più avanzata dei lavoratori, ma con condizioni che favoriscano la creazione di posti di lavoro».

TASSE E SPESA PUBBLICA - Secondo Monti è necessario «ridurre la tassazione che grava sul lavoro e sulle imprese e parallelamente ridurre la spesa. Gli italiani hanno bisogno di alleggerimenti per le famiglie, soprattutto quelle numerose, c'è bisogno di un sistema sanitario che funzioni meglio e a costi minori e di un sistema fiscale che consenta la redistribuzione del reddito dai più ricchi ai più poveri», ha proseguito su Radio Anch'io.

FINE TUNNEL - Il premier è ottimista per la soluzione della crisi finanziaria. «La luce alla fine del tunnel la vedo più vicina di prima. E sono molto più ottimista che nel frattempo il tunnel non crollerà come abbiamo rischiato. Molto dipende dall'economia mondiale», ammette Monti. «La decisione americana di questa notte toglie un'incertezza, se le politiche dell'Unione europee andranno avanti il tunnel si accorcerà. Dalla crisi finanziaria credo che ne siamo usciti, della ripresa si parla di fine 2013 inizio 2014».

PRIMA RIFORMA: TAGLIO PARLAMENTARI - «La prossima deve essere una legislatura costituente e la mia prima riforma sul piano istituzionale sarà la riduzione dei parlamentari», dice il professore, che ammette che «per le riforme istituzionali occorreranno comunque larghe maggioranze».

FINOCCHIARO - Anna Finocchiaro, presidente dei senatori del Pd commenta così l'intervento di Monti: «Leggo e ascolto con molto interesse quello che il professor Monti dice riguardo al futuro dell'Italia. Lui sa bene che abbiamo condiviso in questi mesi una esperienza di governo difficile e impegnativa. E siamo convinti di aver fatto la scelta giusta, necessaria per aiutare il Paese ad avviarsi sulla strada di una lenta ripresa. Una delle chiavi del successo di quel governo è stata aver guardato con realismo alla realtà del nostro Paese. La prossima competizione elettorale deve essere ispirata allo stesso realismo. L'Italia non ha bisogno di favole, di false promesse, nè tanto meno di demagogia e di antipolitica».

martedì 1 gennaio 2013

Il privilegiato


Ci ha provato, Mario Monti, a tenere distinti i ruoli: quello di premier tecnico e di candidato premier eminentemente politico. Lo ha promesso dal primo giorno in cui ha annunciato la sua "salita" in campo, ma i buoni propositi sono morti con l'inizio della campagna elettorale. Basta fare un salto sul sito del governo italiano e cliccare su "Un anno di governo". Un sito istituzionale, diremmo super partes anche perché quel governo lo ha sostenuto una maggioranza trasversale, dal Pd al Pdl. Eppure a leggere e rileggere il bilancio degli ultimi 12 mesi di Palazzo Chigi e gli obiettivi da raggiungere nel 2013 pare di avere di fronte un dispaccio della futura "Lista Monti", con tanti punti in comune con l'ormai celebre "Agenda Monti". Di fatto, uno spottone elettorale del professore travestito da messaggio istituzionale.

Vanti europei - Si parte con lo spread e il rischio corso nel 2011 di non avere i soldi per pagare gli stipendi pubblici. "Oggi la situazione è diversa, il clima che si respira intorno all'Italia è diverso", scrive Palazzo Chigi vantando la "mediazione vincente" in Europa sull'intervento della Bce in estate. D'altronde, parola del professore, il governo è stato un "protagonista autorevole, responsabile e attivo nel disegnare e orientare il percorso dell’integrazione europea". Alla faccia della modestia.

L'Italia del Bengodi - Il meglio però il comunicato lo dà quando si parla di economia, di Fisco, di cose da fare (sottintenso: "Fatecele fare, cari italiani, e toccherete il cielo con un dito"). Promette, per esempio, l'abbassamento di un punto delle tasse, "senza cedere alle sirene delle lobby" e partendo dalle fasce più basse. Non una parola sull'aumento progressivo del debito pubblico, perché lo staff del professore preferisce decantare i successi della spending review ("una parola che oramai è entrata di diritto nel vocabolario comune", gongolano a Palazzo Chigi) e sulla riduzione degli enti pubblici e il taglio dei costi della politica non manca un accenno velenoso ai partiti: "Il decreto di ottobre sulla finanza e funzionamento degli enti territoriali - si legge - è stato alleggerito nella parte in cui era stato previsto un sistema di controlli preventivi di legittimità della Corte dei conti. Si è preferito invece un ritorno al controllo successivo della gestione, che insiste sulla logica del recinto chiuso dopo che i buoi sono scappati". Seguono capitoli su liberalizzazioni, riforma del lavoro, giovani, scuola e università. Successi, trionfi: a leggere il testo pare si parli della Germania di Angela Merkel e non dell'Italia in cui la pressione fiscale reale è al 50%, il Pil è in calo costante, l'Iva è aumentata e aumenterà, così come la disoccupazione giovanile e non. Tutti dati negativi, misteriosamente spariti dal bilancio di un anno di Monti. D'altronde, in campagna elettorale meglio nascondere i problemi.

Le belle notizie di capodanno

Prima qui ma ovviamente, erano belle notizie che sapevamo già dall'ingresso trionfale di monti nella scorsa legislatura. E c'è ancora gente che continua a comprare schifezze cinesi... Ma è evidente che certe "fortezze" non si vogliono "espugnare". Molto più semplice tartassare gli italiani... perchè loro sono cattivi e pericolosissimi. Ah, si, poi anche questo post è particolarmente interessante.


L’evasione fiscale, quella vera, si consuma in dogana. Mentre Finanza e Agenzia delle Entrate sono impegnate tutti i giorni a dare la caccia ai furbetti del Fisco, ai varchi doganali italiani, ogni anno, la Cina evade 30 miliardi di euro. Una frode colossale, che il paese asiatico porta avanti con un sistema ben collaudato: la sottofatturazione. Attraverso false fatture e documenti artefatti all’origine, le aziende cinesi importano nel nostro Paese una marea di merci omettendo di dichiarare il reale valore dei prodotti, risparmiando così il 30 per cento circa dall’evasione del dazio e dell’Iva. I funzionari delle dogane, che trattano oltre 13 milioni di dichiarazioni l’anno, riescono a recuperare in media 9 milioni di euro dalla sottofatturazione. Le stime emerse dalle indagini effettuate su un campione di 20mila transazioni, però, portano alla luce cifre diverse. Secondo i numeri di chi tutti i giorni ha a che fare con i prodotti “made in China” sottofatturati di 3,5, 10 o addirittura 20 volte, il gigante asiatico froda all’Italia 30,2 miliardi di euro all’anno. Il calcolo è stato effettuato dagli investigatori prendendo in considerazione i dati ufficiali delle importazioni dalla Cina nel 2008, ovvero 23,6 miliardi di euro. La cifra, moltiplicata per 5 quale parametro medio di sottofatturazione, ha svelato un valore reale delle importazioni pari a 118 miliardi, con uno scostamento rispetto al dato ufficiale di ben 94,4 miliardi. Applicando l’aliquota media del 10 per cento di dazio e quella del 20 per cento d’Iva, i doganieri sono arrivati alla conclusione che, nel solo momento dello sdoganamento, viene compiuta l’evasione record. E di fronte a questi numeri, aggiornati al 2010, quei “miseri” 9 milioni recuperati dagli accertamenti si perdono nel mare magnum della frode cinese, che continua ad alimentarsi con la distribuzione sul mercato interno. Perché tutti quei prodotti non dichiarati diventano merci fantasma e spariscono dalle strette maglie del Fisco, venduti in nero e “lavati”, attraverso triangolazioni con l’estero, da aziende fittizie. Allarmante a livello sociale la sovrafatturazione.

Esistono due tipologie: all’export, che consente di costituire plafond Iva, e all’import, la forma più pericolosa. Perché è all’atto dell’importazione che gonfiare le fatture determina i maggiori danni per l’economia italiana e genera tre fenomeni: la costituzione illecita di fondi all’estero attraverso l’esportazione di capitali, l’aumento fittizio dei costi industriali e il ricorso al licenziamento o all’utilizzo di ammortizzatori sociali. Dalle indagini è emerso che sono sempre di più le aziende italiane a mettere in atto la sovrafatturazione grazie a sodalizi con la criminalità cinese. Tutto inizia con la produzione di una fattura falsa all’estero. L’impresa nostrana costituisce una società in un paese extracomunitario che abbia un accordo di non doppia imposizione fiscale con l’Italia (ad esempio l’Albania). Vengono quindi create una società fiduciaria nel nostro territorio e una finanziaria in un Paese che garantista la riservatezza sui dati societari, come il Lussemburgo. Attraverso la fiduciaria, l’azienda italiana controlla la finanziaria e di conseguenza la società albanese. In questo modo può importare dalla Cina un prodotto con una fattura gonfiata, dichiarando alla dogana un prezzo maggiore ed evadendo Iva e dazio. Il container viene inviato in Albania e rientra in Italia con un costo maggiorato dopo la simulata lavorazione all’estero. Un fenomeno devastante per la nostra economia, che perde le imposte e si ritrova con sempre più disoccupati. Mentre la Cina “congela” i nostri soldi.

di Rita Cavallaro

lunedì 31 dicembre 2012

Auguri!


Auguri di Buon Anno!

domenica 30 dicembre 2012

Di agende (miracolose) montiane e di rubriche...


Alcuni amici mi hanno sconsigliato di indugiare sul promemoria di Monti http://www.ilpost.it/2012/12/24/agenda-monti/agenda-monti-01/

Una perdita di tempo per un documento dal sapore preelettorale. Quanto all’ecumenismo, ha poco da invidiare alla letteratura che ha infestato le precedenti e infesterà l’attuale campagna. Già a poche ore di distanza dalla pubblicazione, la cruda realtà degli eventi comincia a beffarsi, però, delle intenzioni pie e ipocrite impresse a futura memoria. A pagina 12, il documento recita “Per aiutare la crescita sostenibile del settore agroalimentare italiano occorre fermare la cementificazione e limitare il consumo di superficie agricola come proposto nel disegno di legge per la valorizzazione delle aree agricole e il contenimento del consumo del suolo”; a poche ore di distanza lo stesso Monti, sostenuto dai buoni uffici di Corrado Passera, autorizza, oltre all’aumento del 70% della tariffa riscossa per ogni passeggero, il raddoppio delle piste dell’aeroporto di Fiumicino con il conseguente esproprio, a prezzi di mercato e relativo sovrapprezzo legato all’esercizio di attività, della quasi totalità dell’area agricola Maccarese, uno dei terreni agricoli più fertili esistenti in Italia e la probabile urbanizzazione della parte restante. Un’opera in gran parte superflua solo con un semplice processo di ottimizzazione delle attuali strutture aeroportuali. Il particolare intrigante risiede nei Benetton, proprietari dell’azienda agricola, acquistata a suo tempo a prezzi politici dallo Stato e contemporaneamente importanti azionisti di Adr, gestore dell’aeroporto http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/12/27/aeroporti-di-roma-lultimo-regalo-di-monti-a-benetton/456079/

Probabile che l’accavallarsi degli impegni in “Agenda”, porti a qualche incongruenza, qualche distrazione se non allo sdoppiamento della personalità del nostro Primo Ministro “tecnico”. Come vedremo, non si tratta, però, di un episodio isolato. Lo stesso Monti deve, in qualche maniera, essere cosciente della sua eccessiva propensione ad aderire a realtà antitetiche tra loro e temere che qualcosa sfugga al controllo se non alla sua coerenza di immagine; il suo vezzo di prendere appunti e rinviare di qualche tempo le decisioni, tra le altre cose, deve servire a riordinare le scadenze e gli argomenti; qualche particolare può sempre sfuggire. Una qualsiasi espressione dell’uomo rivela sempre, per quanto mimetizzati, una rappresentazione, un “non detto”, un “mondo vitale”; l’Agenda, a suo modo, ne rivela tante del nostro Professore sino a farlo scendere sempre più dall’Olimpo alle beghe e furberie del conflitto politico quotidiano. [continua qui]

Terzomondismi, mondialismi e massoneria...


Pauperismo e marketing. Terzomondismo, ma senza perdere la consuetudine con il potere. L'abilità è la prima virtù nella comunità di Sant'Egidio, uno degli snodi strategici nelle ore in cui Monti sta partorendo la sua creatura. E la nascita è assistita dai guru della comunità, elegante biglietto da visita delle migliori istanze pacifiste della nostra epoca. Sant'Egidio ha meriti indubbi, per esempio aver portato la pace nel Mozambico devastato da una lunghissima guerra civile, ma Sant'Egidio gode anche di buona stampa. Specialmente quella di sinistra che poi è quella che forma buona parte della coscienza nazionale. E Sant'Egidio ha ottime entrature nei palazzi che contano, nelle stanze di chi comanda, nelle sagrestie più accreditate. Così quando nel 1992 la diplomazia parallela della comunità fece scoppiare la pace nel paese africano, nessuno si ricordò dell'opera preziosa e infaticabile del sottosegretario Gabrielli. I giornali lo oscurarono, come capita in una eclissi, e tributarono la standing ovation d'ordinanza alla comunità romana. In principio, un trentina d'anni fa, c'erano due preti. Don Vincenzo Paglia, classe 1945, e don Matteo Zuppi, di dieci anni più giovane. Il primo è stato per molti anni parroco della basilica romana di Santa Maria in Trastevere, l'altro il suo vice. Poi, sia pure a tappe, entrambi hanno fatto carriera. Oggi Paglia è vescovo di Terni, Zuppi è vescovo ausiliare di Roma con raggio d'azione fra i vip del centro storico. Il terzo del gruppo, Andrea Riccardi esce dai fermenti postsessantottini del Virgilio, uno dei licei storici della Capitale. I tre fondano Sant'Egidio, una comunità che mette le proprie energie al servizio dei poveri. È un po' la loro chiave di violino: il cristianesimo viene a liberare gli ultimi. E i poveri, per loro, sono soprattutto quelli che non ce la fanno, che non arrivano alla fine del mese, che faticano a mettere insieme il pranzo con la cena. Intendiamoci: non c'è niente di più cristiano, ma l'enfasi è tutta in quella direzione perché Nostro Signore è venuto a salvare tutti, chi sta bene e chi se la passa male. Insomma, la realtà viene letta con il cannocchiale della tradizione cattolica democratica. Un menù perfetto per la sinistra, anche se la comunità sa essere trasversale. Lo si capisce bene quando Paglia diventa, il 2 aprile 2000, vescovo di Terni: la consacrazione avviene davanti a migliaia di persone nella basilica d San Giovanni in Laterano. Paglia fa il giro del tempio, manco fosse il Papa, per raccogliere l'applauso scrosciante dei fedeli fra i quali ci sono politici di tutto l'arco costituzionale. Paglia, e con lui i suoi amici e collaboratori, è fatto così: sembra intimo della destra, del centro e della sinistra e infatti, come una lobby superaddestrata, Sant'Egidio batte cassa con tutti i governi. Ma il cuore sta a sinistra, nella cornice di quel pauperismo che privilegia chi si dibatte in fondo alla scala sociale. Dove il povero non è il povero di spirito ma quello cui manca tutto. A Sant'Egidio invece non manca nulla: finanziamenti, consenso, sostegno dei grandi giornali. Se Cl e l'Opus Dei sono sempre state nel mirino dei quotidiani progressisti, con accuse talvolta al limite della fantascienza, Sant'Egidio e i suoi capitani sono sempre stati portati in palmo di mano e la comunità ha sempre ricevuto cospicui aiuti per i propri progetti: per esempio 600 milioni di lire per combattere l'Aids in Mozambico con tanto di assegno arrivato da Bill Gates tramite il presidente di Microsoft Italia Roberto Paolucci.

Si sanno vendere bene, benissimo, gli apostoli della pace universale: l'Onu di Trastevere, la chiamano i suoi ammiratori. E anche ora, alle grandi manovre del governo Monti, non si sono fatti cogliere impreparati. Con quella collocazione, vicina alla lista Monti cui è approdato Riccardi, e la spiccata sensibilità per i temi sociali cari alla sinistra, sono all'incrocio strategico fra Monti e Bersani, al crocevia di quello che dovrebbe essere il domani dell'Italia. Formalmente solo Riccardi è sceso in campo, ma di fatto tutta la comunità è schierata sulle stesse posizioni e non vive quella lacerazione che ha attraversato l'area che fa riferimento a Comunione e liberazione. Anzi, Riccardi e Paglia sono di casa non solo nelle capitali africane sfregiate dalla miseria e dalla guerriglia, ma anche nei salotti che contano. E così, non c'è da stupirsi che l'altro giorno si sia sparsa la voce, poi smentita in una giostra incontrollabile di versioni, che l'incontro chiave per il costituendo centro montiano, cui ha partecipato anche Riccardi, si sia svolto nell'istituto di Nostra Signora di Sion, ai piedi del Gianicolo, residenza di monsignor Paglia che è vescovo e Presidente del pontificio Consiglio per la famiglia ma resta consigliere spirituale di Sant'Egidio. E si prepara a dare la benedizione al nuovo governo.

Requisiti necessari


ROMA - A quanto punta Monti? A Palazzo Chigi, fra i suoi collaboratori più stretti, le cifre ballano di alcune decine di unità: si va dal 15% al 30% e passa. C'è incertezza, voglia di ottimismo e prudenza allo stesso tempo, l'auspicio di andare incontro a un exploit. I sondaggi attuali, dicono, sono tutti in qualche modo virtuali. Quelli veri, o che cominceranno a tenere conto dell'impegno elettorale del Professore, arriveranno solo con il nuovo anno. Monti punta a scongelare quanti più voti possibili dall'astensionismo, punta a fratturare gli schemi attuali. Nelle riunioni di questi giorni, con il suo staff e con gli esponenti delle liste che a lui si richiameranno, ha detto chiaramente che non intende rifare la Dc, né tantomeno riconoscersi nella categorie che gli si affibbiano in questi giorni: «Non siamo né di centro e tantomeno moderati». Queste, ha lasciato intendere il capo del governo, sono vecchie scatole ideologiche che non vanno più bene per una campagna che si annuncia e deve essere diversa. Avrà un cifra multimediale, per esempio, oltre che votata ai contenuti: il premier dimissionario potrebbe aprire un canale dedicato su YouTube , farà largo uso di Facebook e Twitter , cercherà di raggiungere il maggior numero di cittadini che si trovano sulla rete e fuori dagli schemi tradizionali, e in alcuni casi ormai obsoleti, di comunicazione. «In qualche modo, se volete, un Grillo istituzionale ed europeista», era il commento che si trovava ieri in un servizio dell'Ansa. «Con tutto il rispetto per coloro che hanno finora rappresentato i partiti vogliamo superare la mappa attuale dell'offerta» politica ai cittadini italiani, ha detto ancora Monti ai suoi recenti interlocutori. È anche per questo, ha aggiunto, che occorre costruire qualcosa che abbia una vocazione maggioritaria, che non punti a essere ago della bilancia, bensì una vera e propria rivoluzione nel modo di intendere l'impegno politico.


«Abbiamo intenzione di aprire il programma ai cittadini, di offrire e valutare innesti alla cosiddetta Agenda Monti», dicono a Palazzo Chigi, rafforzando la sensazione di viverla anche come una scommessa, di cui si sono soppesati i rischi come le opportunità, la necessità di non seguire i tempi e i modi di Bersani o di Berlusconi, la voglia di presentarsi come offerta totalmente nuova. Enrico Bondi avrà certamente l'ultima parola su quella che il Professore ha definito come lista civica, alla Camera, ma che in realtà sarà una vera e propria lista Monti, da lui controllata. Ha già in qualche modo incorporato team e lavoro svolto sin qui da Italia Futura, lanciata da Montezemolo. E saranno almeno quattro i criteri che lui stesso ha chiesto al superconsulente di osservare per vagliare le candidature: fedina penale immacolata, conflitto di interessi inesistente, storia professionale di valore e radicamento sul territorio. Forse non sarà facile trovare tantissimi candidati con questi requisiti ma questo è l'obiettivo, certamente ambizioso. Come forse è ambiziosa l'intenzione di recuperare la candidatura di Passera, che nelle ultime ore sembra averla esclusa: ieri sera Monti e il suo ministro avrebbero avuto una conversazione, incentrata sulla possibilità che anche il titolare del dicastero allo Sviluppo possa dare un contributo alla vittoria della coalizione montiana. Esistono diverse versioni sulle modalità dell'offerta alla Camera: «Una sola lista centrista - ha detto Monti nella riunione avuta due giorni fa con Casini - avrebbe il sapore di una formazione dal sapore tecnocratico e poi rispettiamo le articolazioni locali e la storia dei singoli partiti che ci sosterranno». A cominciare dall'Udc.

Eppure, nel suo staff, si articola anche una versione che offre altre sfumature: nessuno pensi che la scelta sia il frutto di un cedimento del Professore al desiderio di Casini di mantenere una certa autonomia, anche nella scelta dei candidati; la decisione può essere letta come l'esatto contrario. Una lista civica, diversa dai partiti, squisitamente montiana, riflette anche la voglia esplicita del capo del governo di pesarsi. Lui e il progetto che ha intenzione di mettere in pratica nelle prossime otto settimane. Secondo questa versione Mario Monti non ha insomma voglia di essere solo una guida, l'autore di un progetto di idee al quale è stato fornito un contenitore politico. Ci tiene a rappresentare in modo emblematico che sarà lui ad avere i maggiori consensi: ha voglia di affermare una ben precisa leadership politica, per un percorso che va certamente oltre le elezioni Politiche di febbraio. In questa cornice le dissonanze sulle candidature e il ruolo del commissario Enrico Bondi, ieri, alimentate dalle parole di Casini, confermano la sensazione che anche dentro lo schieramento che sosterrà Monti è già scattata una corsa interna: come si articoleranno gli endorsement che il professore farà nei prossimi giorni? Quanto punterà sulla vittoria della propria lista rispetto alla vittoria dell'intera coalizione? Domande e temi che nei prossimi giorni, in qualche modo, il premier dimissionario avrà modo di affrontare, più o meno direttamente.

Marco Galluzzo

Conflitto d'interesse...


Roma - Chiesa, mondo cattolico, grande industria, banche. Sono gli azionisti del marchio «Monti in politica», molto più strategici degli alleati di facciata Pier Ferdinando Casini e Gianfranco Fini, costretti a sposare il Professore per mancanza di alternative. No, qui si parla di pezzi fondamentali del sistema-Italia il cui endorsement il presidente del Consiglio uscente si è garantito con l'opera di una serie di efficienti «pontieri» ma anche con qualche provvedimento ad alleatum approvato nella sua opera di governo. Siamo insomma in zona conflitto di interessi. L'appoggio più entusiastico negli ultimi giorni è stato quello delle gerarchie ecclestiastiche, con tanto di benedizione dell'Osservatore romano, mai così esplicito nell'appoggiare un leader politico di quello strano Paese straniero che è l'Italia. Forse un ringraziamento per alcuni favorucci resi dal governo dei professori negli ultimi tredici mesi. Prendete l'Imu: Monti ha fatto passare il concetto che il suo è stato il primo governo a far pagare l'imposta sugli immobili alla Chiesa. In realtà la rivoluzione è stata abilmente annacquata da una serie di scappatoie previste dal regolamento. Ad esempio le attività commerciali e alberghiere della Chiesa possono continuare a non pagare l'Imu se le loro prestazioni sono svolte dietro il pagamento di cifre non superiori alla metà «dei corrispettivi medi previsti per analoghe attività svolte con modalità concorrenziali nello stesso ambito territoriale». Un principio simile salva di fatto buona parte delle scuole paritarie cattoliche. E che dire delle mancette da 12,5 milioni al Bambin Gesù di Roma e da 5 milioni al Gaslini di Genova erogate nelle pieghe di uno dei tanti emendamenti al decreto sviluppo che è stato il congedo del Monti-1? Trattasi di due istituti cattolici molto cari alla Cei, che avrà certamente gradito il cadeau natalizio. E poi c'è uno dei provvedimenti più controversi del governo tecnico, quella sanatoria utilizzata da oltre 100mila lavoratori stranieri in nero per regolarizzarsi molto invocata dalla Comunità di Sant'Egidio, del quale guarda caso Andrea Riccardi, ministro della Cooperazione internazionale, è fondatore ed ex presidente. Proprio quel Riccardi che, dopo esser stato uno dei più attivi portatori d'acqua del governo Monti, svolge lo stesso ruolo nel partito-Monti.

Tifa a gran voce per un Monti legittimato dall'elettorato a Palazzo Chigi quel blocco di potere che si raggruma attorno alle grandi imprese e alle banche e che vuole avere un piede se non tutti e due nelle stanze dei bottoni. Quelle che si beano di provvedimenti del governo come il decreto legge del 24 gennaio 2012 che, all'articolo 32 comma 1, prevede a proposito dell'assicurazione obbligatoria per i veicoli sconti e agevolazioni per gli automobilisti che acconsentano a installare sul proprio veicolo la cosiddetta «scatola nera». Si prevedono tempi gloriosi per le aziende leader in questa tecnologia tra le quali c'è, toh, la Octo Telematics partecipata dal fondo Charme che fa capo a Luca di Montezemolo. Magicamonti il valore della Octo è volato a cifre siderali: secondo Goldman Sachs addrittura un miliardo. Capito come? E poi c'è stato un altro regalino in extremis: lo sblocco da parte del ministero del Tesoro del ritocco delle tariffe aeroportuali a Fiumicino. Ogni passeggero pagherà 10,50 euro in più a tratta e grazie a questo super-obolo Adr, la società che gestisce gli scali romani, avrà una bella boccata di ossigeno e potrà sbloccare investimenti per 12,5 miliardi entro il 2044. Un futuro luminoso per la società controllata dalla Gemina e quindi dai Benetton, e presieduta da Fabrizio Palenzona, che è anche numero due di Unicredit e membro di alcuni strategici cda. Gente importante, che si spenderà con entusiasmo per un Monti premier. È il minimo, no?

venerdì 28 dicembre 2012

La "nuova formazione politica"...

Qualche commento: "E' inutile dire che a questo individuo è consentito tutto, ma la legge elettorale attualmente in vigore, il tanto vituperato porcellum non consentirebbe la manovra che questo bieco individuo vorrebbe fare, ma lo farà perchè lui può."

"Semplicemente osceno, in quanto si tratta di un vero e proprio attentato alla democrazia, attraverso un pesante ridimensionamento del voto popolare, probabilmente suggerito anche dagli amici del signor Monti a Bruxelles. Sicuramente non verra' valutato come tale dalle presunte grandi firme giornalistiche italiane, nella realta' assolutamente inesistenti."


Non ha in mente un vero e proprio partito, piuttosto una federazione delle forze centriste che possano portarlo nuovamente sullo scranno di Palazzo Chigi. Così, per mera opportunità, il premier dimissionario Mario Monti ha deciso di correre al Senato con una lista unica, mentre alla Camera si presenterà con una coalizione di liste. "Non immaginiamo alleanze con gli uni o gli altri - ha spiegato il Professore - questa è una operazione di rinnovamento nel profondo della politica italiana che deve avere un giorno vocazione maggioritaria". Tuttavia, per provare ad essere rieletto premier, si è visto costretto ad allearsi con Pier Ferdinando Casini, Gianfranco Fini e Luca Cordero di Montezemolo. "Oggi nasce una nuova formazione politica". Dopo oltre quattro ore, il vertice tra il Professore e le forze centriste si conclude con l'archiviazione dell’idea di scegliere, come modalità operativa della aggregazione centrista, un nuovo partito da presentare a entrambe le Camere. "Non ho mai pensato di creare un nuovo partito, non sono l’uomo della provvidenza", ha spiegato lo stesso Monti che, nei giorni scorsi, aveva sollecitato l'opzione di creare una lista unica anche a Montecitorio. Ci sarà dunque una sola lista, che si richiamerà a Monti, al Senato e più liste alla Camera (una dell’Udc e una civica) così da accantonare i personalismi della politica e, al tempo stesso, rispettare diverse storie. L'idea, di per sé, è piuttosto semplice: aggregare le forze di centro in modo da essere alternative al bipolarismo tra destra e sinistra e creare un terzo polo, appunto, che raccolga il consenso di movimenti, spicchi della società civile e individui singoli che si riconoscono nell'agenda presentata settimana scorsa dal Professore. A Enrico Bondi ha affidato una sorta di due diligence per valutare i candidati. Tuttavia, alcuni nomi è lo stesso Monti a snocciolarli: oltre agli scontatissimi centristi (Pier Ferdinando Casini, Benedetto Della Vedova, Linda Lanzillotta e Nicola Rossi), si sono già schierati il piddì Pietro Ichino, il ciellino Mario Mauro, i vertici di ItaliaFutura (all'incontro erano presenti Carlo Calenda e Andrea Romano), il presidente della Provincia Autonoma di Trento Lorenzo Dellai e il presidente delle Acli Andrea Olivero. Dei tecnici, invece, erano presenti Corrado Passera, Andrea Riccardi, Ezio Moavero Milanesi e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Antonio Catricalà.

Durante il vertice di oggi pomeriggio i centristi hanno preparato uno statuto che permetterà la coesistenza tra forze politiche, associazioni, movimenti e individui. E sta tutto qui il "trucchetto" del Professore che potrà contare su una macchina ben oliata per fare la campagna elettorale senza partecipare ai comizi, su cui ammette di non aver molta pratica. "La mia terzietà nell'esercizio dei poteri dell'ordinaria amministrazione non verrà assolutamente messa in gioco", ha continuato Monti, convinto di aver dimostrato in questi mesi di "essere fuori dalla pressione degli interessi di parte". Dribblando abilmente l'endorsement fatto nelle ultime ore dal Vaticano e la marcata componente cattolica presente tra i suoi sostenitori, il premier ci ha tenuto a sottolineare che si tratta di movimento teso a persone credenti e non credenti. "Credo che le questioni etiche siano fondamentali, non le considero meno importanti delle situazioni dell'economia ma non è su queste questioni che si articola questa formazione e questo impegno", ha aggiunto rimandando alla coscienza personale e alle sedi parlamentari il confronto.

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Nel frattempo, in rai per par condicio, succede anche questo.

Contenti loro, contenti tutti...


Non sappiamo se sia un bene o un male, ma è un fatto che non è più la Chiesa di una volta: ha perso la capacità di nuotare sott'acqua. Non è colpa sua: sono cambiati i tempi e i prelati si adeguano, molto in fretta. Mario Monti in VaticanoSessant'anni orsono, le cose della politica erano drammatiche (scontro tra Occidente e Unione Sovietica) ma semplici, direi schematiche: gli elettori decidevano se stare di qua o di là, ed era finita lì. I partiti che contavano erano due: la Democrazia cristiana e il Partito comunista. Tutti gli altri movimenti erano di contorno. Ovvio che la Chiesa confidasse nella Dc, alla quale non lesinò aiuti e appoggi, dalla Madonna Pellegrina portata in giro per l'Italia alle prediche domenicali dei parroci, quando le parrocchie erano affollate e guidavano, oltre alle anime, anche le matite copiative in cabina elettorale. Oggi il costume dei cattolici, nel senso di battezzati, è profondamente mutato: la maggioranza di essi, pur rispettosi della tradizione, ascoltano poco o nulla i sermoni (specialmente se scivolano in politica) e assistono raramente alla messa domenicale. Agiscono di testa loro, non danno retta al prevosto e al curato, salvo in punto di morte: nel caso, diventano osservanti, si confessano e accettano, anzi chiedono, l'estrema unzione. Non si sa mai. Basti pensare che il 90 e rotti per cento dei defunti vengono portati in chiesa prima di essere trasferiti nella dimora definitiva.

Cosicché le parrocchie pesano assai meno, quasi zero, nelle scelte elettorali dei cittadini. I quali però sono influenzati dai mezzi di comunicazione, in particolare dalla tivù. Ovvio. La parola delle gerarchie ecclesiastiche, se divulgata da giornali ed emittenti, riesce ancora a persuadere una buona percentuale (15-20 per cento?) di persone, che possono determinare la vittoria e la sconfitta alle urne. Ecco perché ogni partito si preoccupa di avere la benedizione del Vaticano. Il quale, consapevole di ciò, in occasione di consultazioni, si sbilancia verso quelle forze che garantiscono (almeno sulla carta) rispetto per il proprio verbo. Dato che la Dc (esclusa la particella infinitesimale denominata Udc) è svaporata, i cardinali hanno il loro bel daffare a identificare il gruppo politico da sponsorizzare, e spesso falliscono l'obiettivo; ma questo è un altro discorso. Con l'avvicinarsi del 24 febbraio, i porporati hanno sentito l'esigenza di esprimersi: l'uomo su cui hanno posato gli occhi, sperando di averlo azzeccato, è - manco a dirlo - Mario Monti, che ha il pregio di essere credente e apprezzato in alto loco (banche e finanza rapace). La nostra non è indiscrezione, ma una notizia pubblicata dall'Osservatore Romano, la voce del Papa e del suo entourage. L'articolo è un elogio del premier dimissionario e può anche essere letto quale incitamento ad andare avanti nei suoi propositi: coagulare consensi attorno alla famosa Agenda, una specie di Vangelo in cui si spiega come procedere nella spoliazione degli italiani usando la garrota fiscale. Un bestseller per chi nella povertà vede una virtù (povertà degli altri, s'intende).

Non ci stupisce la santa indicazione, ma le tribolazioni da cui è sortita: non tutti i principi della Chiesa erano della stessa opinione. E le divisioni sono rimaste. Normale che tra i prelati ci sia chi giudica in un modo e chi in un altro; meno normale è che ultimamente quanto avviene nelle segrete stanze si sappia. Diciamo che ha prevalso il parere di Angelo Bagnasco, erede di Camillo Ruini alla guida della Cei, quello che accettò le dimissioni di Dino Boffo dalla direzione di Avvenire per la nota vicenda della quale mi sembra si sia discusso abbastanza. Transeat. Il succitato Ruini all'epoca dei cinque referendum (uno di essi riguardava la fecondazione assistita) passò per un grande politico perché avrebbe convinto gli aventi diritto al voto a non recarsi al seggio, causando così il mancato raggiungimento del quorum. Sottolineiamo che quella legge era stata approvata dal centrodestra, «regnante» Silvio Berlusconi, considerato nella circostanza, quindi, il premier della Provvidenza. La quale evidentemente è di umore mutevole, dato che ha cambiato idea: ora predilige Monti, semi-leader del semi-centro destinato a trasformarsi in un centro forte e potente al punto da obbligare Pier Luigi Bersani a soccombere. Sarà come Dio vorrà e può darsi che Bagnasco si debba rassegnare alla volontà celeste, che spesso non coincide con quella dei porporati: e non è solo un problema cromatico. Intanto un miracolo il Professore lo ha già compiuto: l'ospedale Gaslini di Genova (sta a cuore ad Angelo Bagnasco) e l'ospedale Bambin Gesù di Roma (sta a cuore a Tarcisio Bertone) hanno ricevuto dal pio governo Monti, in articulo mortis, un finanziamento rispettivamente di 5 e 12 milioni di euro. Incoraggiante.