mercoledì 21 luglio 2010
Gianfranzo Fini e la bomba
Fini gongola: è la "bomba atomica" che aspettava di Paolo Bracalini
Roma - La vera bomba è quella che Gianfranco Fini sta aspettando da mesi per disarcionare Berlusconi e catapultarsi, dall’oggi al domani, nel vagheggiato dopo Silvio. La detonazione deve arrivare da qualche procura, verosimilmente siciliana, che scoperchi verità inaudite e terribili sul conto di Forza Italia. Che però, fino a prova contraria, è pur sempre il principale partito da cui nasce il Pdl, che fino a prova contraria è ancora il partito a cui appartiene Fini.
Lo ha ripetuto ancora ieri, il presidente della Camera, restando sulla consueta linea di un colpo al cerchio e uno alla botte: «Nel Pdl vogliamo continuare a rimanere perché è la nostra casa politica, ma con la ferma convinzione di chi sa che nel Pdl bisogna fare molto per migliorarlo». Insomma il Pdl non ci piace ma non ci faremo cacciare né ce ne andremo, per non «dare soddisfazione» a chi ce lo chiede, come fa per esempio Vittorio Feltri. Il livello dello scontro tra finiani e maggioranza berlusconiana è ormai prossimo al limite. La strategia di Fini è abbastanza chiara: tendere la corda finché può, vestendo i panni del rinnovatore del Pdl, e giammai quelli del traditore. Tutto in attesa (e nella speranza) di uno sconquasso che spazzi via l’avversario, eventualità che non può certo concretizzarsi con una prova elettorale - questo Fini lo sa bene - ma solo con un boato giudiziario. Da questo punto di vista le parole del pm di Caltanissetta lasciano ben sperare l’ala finiana, e qualcuno ieri si è ricordato del famoso fuori onda di Fini, mesi fa, in cui confidava al procuratore Trifuoggi le sue aspettative circa le deposizioni del pentito Spatuzza («il riscontro delle dichiarazioni di Spatuzza, può aprire scenari... perché è una bomba atomica»).
«È arrivato il momento di un congresso», spiega Fini ai suoi di Generazione Italia, «come si fa nei partiti democratici», lasciando intendere che il Pdl non lo è. Quel che pensa del suo partito è invece riassumibile in un’espressione, «centralismo carismatico», in cui «c’è uno solo che pensa per tutti: questo è inaccettabile, la democrazia è un’altra cosa e non può valere il “dopo di me il diluvio”». E poi: «Non dobbiamo limitarci a dire che abbiamo vinto tutto, bisogna guardare avanti». La sfida ormai è aperta, e Fini ieri lo ha esplicitato in modo più palese che mai, forse sull’onda del successo sul ddl intercettazioni, che è passato in una versione più finiana che berlusconiana. Così l’ex leader di An ha trovato modo di contraddire la linea del suo governo sostanzialmente su tutto. Sulla manovra, che non può essere appannaggio «solo di Tremonti». Sul federalismo, che mette a rischio «l’unità nazionale». Sui problemi giudiziari nel Pdl, che confonde «garantismo» col «giustificazionismo». Rotta di collisione calibrata perfettamente, il punto è capire dove porti. Fini punta a un congresso per ridefinire la leadership nel Pdl, ma su quali numeri? O forse aspetta notizie da Caltanissetta.
Punti di vista
Una risposta al Patriarca Angelo Scola. Un Islam senza burqa è possibile, lo dicono i mussulmani europei di Valentina Colombo
«La libertà è uno dei più preziosi doni che i cieli abbiano dato agli uomini» disse don Chisciotte a Sancho. Parole sacrosante del genio Cervantes che mi sono venute in mente alla lettura delle dichiarazioni del Patriarca di Venezia Angelo Scola riguardo alle iniziative anti-burqa nella sua regione, in particolare, e alle legislazioni restrittive in Francia e Belgio. “La libertà religiosa è integrale o non è. Non si può rinunciare a questo principio. La questione del velo verrebbe affrontata in modo più equo all’interno del normale ambito sociale piuttosto che con una legge” ha dichiarato Scola. A questo punto bisogna innanzitutto chiarire che il burqa, o niqab o velo integrale che dir si voglia, non è un obbligo religioso islamico, ma semplicemente il frutto di una interpretazione errata e integralista dei testi religiosi. Non sarebbe un precetto islamico nemmeno il velo semplice, o hijab, poiché quest’ultimo termine ricorre solo una volta nel testo coranico con il semplice significato di “cortina”, tenda che doveva separare le mogli di Maometto dagli estranei presenti nella loro abitazione. Se così stanno i fatti risulta evidente che non si tratta più di libertà religiosa, bensì di libertà di imporre, se vista dalla parte degli uomini, ciò che la religione non prevede. Non si tratta più di libertà religiosa, bensì la libertà di indossare, se vista dalla parte delle donne, un simbolo ideologico e politico, ma che non ha nulla a che fare con l’islam.
Tutto ciò si evince anche da quanto sta accadendo nel mondo islamico stesso. Molto esplicita è stata la sentenza della corte costituzionale del Kuwait dell’ottobre 2009. Ebbene quando alcuni deputati conservatori hanno sollevato la questione che due delle quattro deputate, ovvero Rola Dashti e Aseel al-Awadhi, non erano velate – e il riferimento qui era il hijab non il niqab - e che quindi contravvenivano alla legge elettorale che prevedeva che chiunque entrasse in parlamento dovesse vestire in conformità alla sharia, la Corte costituzionale ha stabilito che la Costituzione garantisce totale libertà personale e non discrimina in base al genere e alla religione e che quindi le due deputate avevano tutto il diritto di esercitare la loro funzione a prescindere dal fatto che indossassero o meno il hijab in quanto ciò non inficia la loro appartenenza o meno all’islam. Si è trattato di una sentenza storica il cui punto di partenza è lo stesso del cardinale, ma il risultato direi è opposto.
In Europa si considera il velo – integrale o parziale – un simbolo religioso, mentre nel mondo islamico, soprattutto nel caso del velo integrale, si vuole sottolinearne la non “islamicità”. A riguardo è interessante ricordare altri due fatti, l’uno accaduto in Italia l’altro sempre in Kuwait. Nel maggio scorso a Novara una donna con il velo integrale è stata multata con un’ammenda di 500 Euro perché si è rifiutata di farsi riconoscere, ovvero di togliersi il velo, dalle forze polizia, considerando la richiesta un oltraggio alla propria persona. Ebbene, pochi giorni prima in Kuwait, ribadisco paese dove il velo integrale è molto diffuso, compare su uno dei quotidiani più diffusi, il Kuwait Times, un articolo in cui si discute sulla liceità o meno per le donne con il velo integrale di guidare l’auto.
Nell’articolo vengono riportate alcune dichiarazioni, tra cui quella della ventisettenne Latifa al-Ajmi che sottolinea che il niqab non le impedisce assolutamente di guidare in tutta tranquillità, ma al contempo ricorda che “quando ci sono posti di controllo e i poliziotti mi chiedono di mostrare il viso per verificare la corrispondenza della mia persona con la fotografia della patente, lo faccio. E’ una necessità, devono sapere chi guida l’auto”. La ragazza ribadisce altresì che il niqab non ha alcun legame con la religione. Questi fatti dovrebbero fare riflettere chi, come il cardinale Scola, confonde la libertà religiosa con la libertà di indossare il niqab.
Di recente alcuni locali del litorale mediterraneo nei pressi di Alessandria d’Egitto, alcuni ristoranti e circoli del Cairo, hanno vietato l’ingresso alle donne non solo con il niqab, ma anche con il velo. D’altronde questi locali negli anni Cinquanta e Sessanta erano frequentati solo da donne e uomini del tutto simili ai frequentatori dei locali pubblici di Roma e Parigi. Anche in Siria il Ministro dell’Educazione superiore, Ghiyath Barakat, pochi giorni fa ha espresso l’intenzione di vietare l’ingresso nelle università siriane alle studentesse con il velo integrale poiché “i nostri studenti sono nostri figli e non li lasceremo cadere nella morsa di idee e usanza estremiste”.
Forse sono queste le notizie e le persone che il cardinale Scola dovrebbe ascoltare e sulle quali dovrebbe riflettere. E si accorgerebbe altresì che l’islam “moderato” – termine che sostituirei volentieri con islam liberale e democratico – esiste e che non è, come ha dichiarato nello stesso intervento alla Reuters, rappresentato da “pochi intellettuali occidentalizzati le cui riflessioni possono essere molto interessanti, ma raramente sono espressive del fenomeno musulmano che riguarda un miliardo di persone”. Direi che un ministro siriano sarà tutto fuorché un intellettuale occidentalizzato, che un gestore di uno stabilimento balneare di Alessandria d’Egitto sarà tutto fuorché un intellettuale occidentalizzato. E’ vero i musulmani sono un miliardo e trecento milioni, ma proprio per questo e proprio perché l’islam non prevede un rapporto mediato tra l’uomo e Dio, potremmo per assurdo trovarci d’innanzi a un miliardo e trecento milioni di islam diversi.
Perché mai dovremmo “demonizzare” i musulmani liberali al pari degli estremisti islamici che li vorrebbero morti in quanto apostati? I musulmani liberali e democratici non sono solo intellettuali, ma sono attivisti che si adoperano per proteggere le donne vittime di violenze e abusi, persone che lavorano e che hanno una famiglia e le cui priorità non sono la moschea o il velo, ma uno stipendio a fine mese, una casa e una vita serena. Quando il cardinale afferma che “Quando una comunità musulmana chiede uno spazio per la costruzione di una moschea, si dovrà verificare concretamente se questa richiesta è proporzionata al bisogno effettivo della comunità, quanto grande è la comunità che lo richiede e chi la rappresenta” cade in un ennesimo tranello. A quale comunità si riferisce? Si riferisce forse alle pseudo “comunità islamiche” che non sono altro che associazioni onlus? Si riferisce alla mitica e inesistente umma?
Sarebbe il caso di aprire finalmente gli occhi e comprendere che nell’islam non esiste un’autorità, che nessuno può rappresentare i musulmani, che ciascuno rappresenta solo se stesso. Sarebbe il caso di comprendere che non dobbiamo fare riferimento ai “musulmani europei”, cui tanto si rivolge Tariq Ramadan, bensì a tutti coloro che si sentono “europei musulmani”. Questi ultimi esistono e ribadisco non sono solo “intellettuali occidentalizzati”, ma persone che condividono i nostri valori e che come
Gamal Bouchaib, leader del movimento dei musulmani moderati in Italia, a proposito del burqa dicono a chiare lettere: "Nonostante certi personaggi invochino il diritto alla libertà religiosa, scambiando quella che è un'usanza tribale e medievale per un precetto religioso, non siamo disposti a cedere a questo ricatto. Queste persone sono rimunerate dagli estremisti che comprano a suon di denaro il silenzio e la compiacenza. Il burqa rappresenta il simbolo più visibile di una strategia politica tesa a diffondere la visione integralista dell'islam. Se l'Europa non lo comprende subito, presto sarà troppo tardi". Forse il cardinale Scola farebbe bene ad ascoltare queste persone, i veri musulmani e non i rappresentati di un inesistente “unico e vero” islam.
martedì 20 luglio 2010
Di P3, repubblica e altre cazzate...
Il berlusconismo dei poteri occulti di Alexander Stille
Colpisce la simultaneità di due grandi inchieste italiane. La retata contro la 'ndrangheta: 305 arresti tra Calabria e Milano. Lo scandalo eolico ha rivelato l'esistenza di un comitato d'affari. Un comitato d'affari con lo scopo di pilotare appalti, influenzare giudici, fare e disfare governi locali. In teoria le due inchieste non hanno niente a che fare l'una con l'altra. Il blitz contro le cosche calabresi è stato annunciato con orgoglio dal ministro dell'Interno e presentato come prova che il governo Berlusconi, nonostante tutte le calunnie, s'impegna come nessun altro nella lotta al crimine organizzato. Berlusconi, viceversa, ha minimizzato l'importanza della cosiddetta P3, parlando di "quattro pensionati sfigati". Lasciamo stare che tre di questi "sfigati" non sono affatto pensionati: Marcello Dell'Utri è ancora parlamentare, nonostante condanne in due gradi di giustizia per collusione con la mafia, ed è uno degli uomini più vicini a Berlusconi. Denis Verdini è ancora coordinatore del Pdl. Nicola Cosentino, ex sottosegretario all'Economia prima delle dimissioni forzate, è ancora coordinatore della Campania. Il quarto è Flavio Carboni, 78 anni, uno dei protagonisti del crac dell'Ambrosiano, (per cui è stato condannato a 8 anni e 6 mesi) e membro insieme allo stesso Berlusconi della vecchia P2, una reliquia della Prima Repubblica ma evidentemente ancora molto attiva nella Seconda.
In realtà le inchieste sono legate, perché tutte e due nascono quasi esclusivamente dalle intercettazioni telefoniche e ambientali, che sarebbero fortemente limitate dall'attuale proposta di legge del governo. Le procure di Milano e di Reggio Calabria, con la polizia italiana, hanno ascoltato oltre un milione di conversazioni nel corso di due anni. Troppe? Berlusconi sostiene che l'Italia è il paese più spiato nel mondo. Presumo che non intenda il milione di conversazioni captate per offrire la prima grande mappa dell'universo poco conosciuto della 'ndrangheta. Sarebbe stato altrettanto difficile penetrare il comitato d'affari di Carboni. La polizia italiana sospetta che dietro Carboni si nascondano anche clan della Camorra, interessati a riciclare denaro sporco in giochi da casinò in alberghi e online.
Essendo un'indagine di corruzione e non strettamente di mafia, è molto probabile che, se fosse già in vigore la legge-bavaglio voluta da Berlusconi, la magistratura non avrebbe avuto il permesso di fare le intercettazioni. È certo invece che questa inchiesta non sarebbe mai nata se Berlusconi fosse riuscito a far passare la "grande riforma della giustizia" che insegue da anni, grazie alla quale la magistratura sarebbe sottoposta al controllo dell'esecutivo. Ed è ancora più certo che, con il divieto totale di pubblicare il contenuto delle intercettazioni imposto dalla nuova legge in discussione alla Camera, oggi non sapremmo nulla della cosiddetta P3, perché ancora non è iniziato il processo. E, per inciso, è anche possibile che un processo non ci sarà mai: è sempre assai labile il confine tra un comportamento sporco e riprovevole e un comportamento illecito da dimostrare con tanto di prove in un'aula di tribunale.
Non è giusto che i cittadini sappiano che esiste dietro le quinte della politica un comitato d'affari impegnato a spostare magistrati e presidenti di regioni e a far vincere appalti lucrosi agli amici, magari in combutta con la criminalità organizzata? Corruzione e mafia non sono facilmente separabili. E la forza delle mafie italiane sta nella loro capacità di penetrare nelle istituzioni, proprio attraverso figure ambigue come Carboni, Dell'Utri o Cosentino. Colpisce molto, per paradosso, il discorso di un boss della 'ndrangheta a proposito delle mire del suo clan sugli appalti dell'Expo di Milano. Il boss dice al suo interlocutore di non voler "prendere tutto", ma solo una "buona fetta". "Se lui parte che pensa, adesso ti faccio l'esempio, di fare il ponte fra Reggio Calabria e Messina, e allora a me mi ha già perso! Perché io non miro al ponte, magari se mi danno la pulizia del ponte mi interessa!".
Queste indagini dimostrano (per l'ennesima volta) il fallimento totale dell'approccio di Berlusconi: un capitalismo personalizzato e clientelare, fatto dai suoi amici e dai membri del suo partito, i quali sono poi quasi sempre la stessa cosa. Le grandi opere pubbliche che dovevano essere il motore della ripresa italiana, in realtà, non sono praticabili anche perché sono fonte di corruzione dei vari comitati di affari e di sostegno economico alle cosche 'ndranghetiste. C'è poi un secondo motivo che rende evidente l'intreccio tra queste due inchieste, e riguarda la magistratura. Il magistrato di punta nell'inchiesta sulla 'ndrangheta è Ilda Boccassini, bestia nera della destra berlusconiana, che ha la colpa imperdonabile di aver condannato Cesare Previti, l'avvocato di Berlusconi che ha corrotto magistrati per conto dell'azienda del premier. Per la Boccassini, come per tanti altri magistrati, indagare sulla corruzione è un dovere, come quello di indagare contro il crimine organizzato. Corruzione e crimine organizzato sono due piaghe da estirpare, per avere uno stato di diritto dove tutti sono uguali davanti alla legge.
Nello scandalo sull'eolico vediamo invece coinvolto un altro tipo di magistratura: giudici che si riuniscono con politici e affaristi per gestire nomine giudiziarie e pilotare sentenze. Ma quelli, per Berlusconi, sono solo bravi amici. I veri nemici, invece, sono le "toghe rosse", i "giudici politicizzati" come la Boccassini, che rischia la vita tutti i giorni per il bene comune, e per arginare il potere soffocante delle mafie.
Nichi Vendola
Sommessamente di Gianni Pardo
I fatti sono scarni. Nichi Vendola afferma che la vittoria sul centro-destra dovrebbe avere “significato per gli studenti precari, per i ricercatori che sono costretti ad emigrare, per le donne e gli eroi dei nostri giorni, come Falcone, Borsellino e Carlo Giuliani”. Lasciamo da parte la vittoria - ci vuole coraggio a parlarne, per una sinistra oggi evanescente - ed occupiamoci solo dell’enumerazione degli eroi: Falcone, Borsellino e Carlo Giuliani. Vendola mette sullo stesso piano due magistrati abituati a combattere l’illegalità e i delinquenti, che per questo loro impegno proprio dai delinquenti sono stati ammazzati, e un giovane che, mentre cerca di ammazzare un poliziotto, viene da questi ucciso. Si sa, non si possono processare i morti, ma Carlo Giuliani, se fosse sopravvissuto, sarebbe stato processato per tentato omicidio, come ha implicitamente stabilito anche la Corte Europea. Essa ha infatti affermato che Placanica agì in condizioni di legittima difesa. Vogliamo proprio equiparare dei magistrati morti compiendo il loro dovere e un assassino che non riesce nell’intento per fatti indipendenti dalla sua volontà?
Luciano Violante, intervistato al riguardo, si limita a parlare di abuso e definisce comunque Giuliani “una vittima” . Pierluigi Battista, sul “Corriere”, dice con tocco felpato che quella di Vendola, di “mettere Carlo Giuliani sullo stesso piedistallo [dei due magistrati] non è stata una buona idea”. Eh sì, ce ne sono di migliori. È “un’equazione sbagliata”. Giuliani “non era un eroe, era un ragazzo degno di rispetto, ma non un eroe”. Forse, se fosse riuscito nell’intento di uccidere il poliziotto, invece del rispetto avrebbe meritato un monumento. Questo è esprimersi con cautela. Sommessamente. Pressoché vigliaccamente. Che diamine bisogna aspettare, per chiamare assassino, se pure mancato, un assassino?Qualcuno potrebbe dire che questa è una questione secondaria, addirittura minima, ma un sintomo non deve necessariamente essere drammatico, per denunciare una grave malattia. E qui la malattia è l’annosa suggestione esercitata prima dal Pci e ancora oggi dalla sinistra. Una verità ad essa favorevole va gridata sui tetti, se possibile stracciandosi le vesti; una verità ad essa contraria va taciuta. O almeno, un tempo la si taceva, ora, decenni dopo lo strappo da Mosca, se proprio è inevitabile, bisogna bisbigliarla. Sommessamente.
Bersani, D’Alema, Franceschini, Bindi e soprattutto Vendola, permettete che si ricordi che Giuliani ha cercato di ammazzare un poliziotto? Permettete che si giudichi scandaloso l’avere dato un posto di senatrice della Repubblica alla madre di questo giovanotto, Heidi Giuliani? Infatti non si conoscono altri meriti di questa signora. Il chiaro significato dell’operazione è stato quello di appuntare la medaglia sul petto dell’augusta genitrice, non potendola appuntare su quello dell’eroe stesso. Con questo atteggiamento la sinistra, mentre considera un pendaglio da forca chi si rende colpevole di (inefficaci) raccomandazioni e vuole che i “colpevoli” siano perseguiti per associazione segreta, indirettamente dice che chi prende le armi contro lo Stato, cercando di ammazzare un innocente, merita l’applauso e il laticlavio. Ed è comunque inutile chiedere conto di questo scandalo intellettuale e giuridico. Conosciamo la risposta: bisogna abbattere lo Stato borghese e, come dicevano le Brigate Rosse, si ammazza la divisa, non l’uomo che c’è dentro. Se questi non sopravvive è colpa sua. Forse, se fosse stato adeguatamente di sinistra, sarebbe sopravvissuto alle pallottole.
Professione: commemoratore
I professionisti della falsa commemorazione di Davide Giacalone
Copione perfetto. Suggestivo, ma fuorviante: prima lo sfregio alle statue di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, poi quattro gatti alla marcia del “popolo dell’agenda rossa”, quindi il governo assente alle celebrazioni per l’anniversario della strage di via D’Amelio. Non c’è altro da aggiungere, sono ingredienti più che sufficienti per la stampa originalmente conformista, pronta a scrivere che Palermo è ripiombata nell’omertà e nella connivenza, che lo Stato si prostituisce ai depistaggi e che solo pochi uomini, puri e coraggiosi, reggono il vessillo della verità e dell’antimafia. Tutto totalmente falso. Come ieri i politici dell’antimafia (Leoluca Orlando Cascio in testa a tutti) si scagliarono contro i migliori nemici della mafia, oggi i professionisti della commemorazione, veri profanatori del ricordo, si dedicano a inquinare la memoria, cercando ancora di sfregiare il volto di due uomini che morirono isolati e sconfitti, da palermitani che credevano nello Stato e lo servivano con non ricambiata lealtà.
Il Presidente della Repubblica lo ha detto in modo autorevolissimo: “si deve fare luce”. Forse sarebbe meno scontato e retorico chiedersi da dove è giunto il buio, e fare l’elenco dei nemici di Borsellino e Falcone. Che furono tanti. Qualcuno occulto, ma tantissimi noti e palesi, dentro e fuori il Consiglio Superiore della Magistratura. In tutti questi anni sono state raccontate panzane colossali, ripetutamente facendo fare a Falcone e Borsellino la parte degli stupidi o quella, a loro davvero estranea, dei cospiratori. Gli stessi che provvidero a togliere dalle mani di Falcone le inchieste contro la mafia poi si sono visti, in gramaglie e condolenti, piangere la sua scomparsa, quale irrimediabile danno ai siciliani e agli italiani onesti. Ah sì? E allora, di grazia, perché la magistratura politicizzata e la sinistra togata dedicarono tanto tempo e fatica all’opera di demolizione, isolamento e neutralizzazione di Falcone? Sono cose che ho già scritto, anche se si dovrebbe ristamparle ogni giorno. Vorrei porre, però, una questione ai congiunti di Borsellino, a quelli non si fanno mancare un’occasione per comparire, al punto da organizzare manifestazioni che non manifestano nulla: scusate, ma voi sapevate che il carabiniere Carmelo Canale era uno strettissimo collaboratore del magistrato, tanto stretto che questi lo chiamava “fratello”, e sapevate che detto carabiniere ha subito 14 anni di processo, accusato d’essere un traditore e un venduto alla mafia? Io lo sapevo, e scrivevo che quell’ipotesi d’accusa era, prima di tutto, un’offesa a Paolo Borsellino, un modo per descriverlo deficiente e incapace. Non ho sentito le vostre parole, fra le tante che avete avuto modo di dire. Oggi avete una possibilità: reclamate il suo reintegro nell’Arma, da definitivamente assolto, fatelo per la memoria di Paolo Borsellino. Che qui abbiamo difeso sempre, senza attendere le ricorrenze e senza farne strumento di personale affermazione.
L’ultima offesa a Borsellino, in ordine di tempo, consiste nel raccontare che egli morì perché si oppose alla trattativa fra la mafia e lo Stato. E’ offensivo perché banale (figuratevi se Falcone e Borsellino potevano anche solo concepire una simile trattativa fra “istituzioni”!), offensivo perché derivante dalle parole di un Ciancimino qualsiasi, discendente di un disonorato che si asservì al crimine per fare soldi, e lasciarli ai familiari, offensivo perché facendo finta di credere alla trattativa fra la politica e la cupola si occulta la trattativa vera, che ci fu, e consistette nel fermare le indagini sugli affari e scarcerare canaglie meritevoli della galera a vita. A questa roba Borsellino si oppose per davvero, ed è la ragione per cui, come prima Falcone, era visto come un ostacolo da chi intendeva utilizzare le inchieste per fare politica, anziché giustizia, per alimentare teoremi, anziché cercare prove, e pagò, Borsellino, in vita con l’isolamento (come Falcone) e con l’interdizione a compiere certi atti d’indagine (ritirata la mattina stessa in cui un’auto bomba lo aspettava), e pagò da morto, perché le preziose carte dell’inchiesta mafia-appalti finirono nelle mani della procura di Palermo, che provvide a spezzettarle, smembrarle, neutralizzarle. I carabinieri che le avevano condotte finirono, a vario titolo, sul banco degli imputati, accusati di mafia.
Il cacasottismo mafiologico, la mollezza mentale e spinale di tanti biascicabanalità, usò le accuse a quei carabinieri quasi a dimostrazione che i due eroi, tali perché morti, sarebbero giunti chissà dove, avrebbero scoperto chissà quali santuari, se solo non fossero stati così velenosamente circondati e infiltrati. Sfuggiva un dettaglio: se quei due potevano essere circondati da mafiosi è segno che non erano eroi, ma cretini. Questo hanno finito con il far credere, i tanti marciatori della memoria bugiarda. Ora vorrebbero anche darci a bere che se i palermitani non si gettano in massa a sfilare dietro alle loro spalle è segno che sono ricaduti nella loro natura sicula: apatica, scettica, collusa. Essi offendono i morti, con i vivi.
Ho l’impressione che Palermo, vergine baldracca, assista a riti, voci, cortei e fiaccolate senza né commozione né indignazione. Ha la colpa di non credere mai. Ha l’attenuante che non ne vale la pena. Un atteggiamento che fa rabbia e paura. Ma, e riconosco la mia debolezza di panormense, sempre meglio di quel mondo che disarmò i due grandi palermitani, li consegnò alla morte e pretende di piangerli. Questo, fa schifo.
lunedì 19 luglio 2010
L'ennesimo utile idiota
... come se il burqa non rappresentasse l'islam radicale. Burqa e niqab non sono simboli religiosi. Sono simboli di appartenenza estremista. E non vogliono capirlo. Ricominciamo daccapo, poi si chiedono (questi grandi e importanti prelati) come mai la gente fugge dalle chiese e dalla religione cattolica...
VENEZIA — Divieti di ingresso nei bar, nei ristoranti, nei luoghi pubblici e perfino per strada. La battaglia dei sindaci leghisti contro il velo islamico continua imperterrita. «Una mascherata da vietare» per lo sceriffo Giancarlo Gentilini, una sfilza di ordinanze anche per i sindaci di Montecchio (Vi), Creazzo (Vi), Montegrotto (Pd) o Codogné (Tv), che hanno deciso di multare pesantemente chiunque indossi «indumenti disegnati per nascondere il volto». Ma questa volta sulla questione è intervenuto il Patriarca di Venezia che ha messo in guardia dalle iniziative anti-burqa perché queste operazioni rischiano di «radicalizzare il problema invece di risolverlo».
Così infatti ha detto Angelo Scola in un intervento all’agenzia Reuters di qualche settimana fa e ripreso dalla Misna a proposito delle iniziative anti- burqa alla luce anche della nuova legislazione restrittiva in Francia e in Belgio. Il Patriarca è tornato sull’argomento ieri in prefettura, a margine della visita pastorale, rispondendo alle domande del Corriere Veneto. Quali sono i rischi di una legislazione anti-velo? «La libertà religiosa è integrale o non è . Non s i può rinunciare a questo principio. La questione del velo verrebbe affrontata in modo più equo all’interno del normale ambito sociale piuttosto che con una legge. Non sono un irenista, quindi so che tutto questo implicherà un lavoro lungo, paziente, non privo di fatiche e sofferenze, ma il processo di meticciato e di civiltà in atto è inesorabile». Quali sono le soluzioni per un possibile dialogo interreligioso? «Un criterio che assicuri il diritto inalienabile alla libertà religiosa di ogni persona e di ogni comunità religiosa, senza ridurre questi stessi diritti in altri. La lunghissima tradizione e il peso della cultura cristiana è fuori discussione nelle nostre terre e nel nostro Paese. Le richieste degli altri attori religiosi devono essere valutate partendo dal bisogno reale e dalla consistenza effettiva di quel bisogno». Può fare un esempio? «Quando una comunità musulmana chiede uno spazio per la costruzione di una moschea, si dovrà verificare concretamente se questa richiesta è proporzionata al bisogno effettivo della comunità, quanto grande è la comunità che lo richiede e chi la rappresenta. Bene. Nel dialogo e nel rapporto con le autorità costituitesi dovrà tenere conto di questo, non di altro».
Il dialogo dunque è possibile con il cosiddetto «islam moderato»? «Chiariamo una cosa: la formula "islam moderato" rischia di essere un’espressione vuota. Spesso si tratta di pochi intellettuali occidentalizzati le cui riflessioni possono essere molto interessanti, ma raramente sono espressive del fenomeno musulmano che riguarda un miliardo di persone. Il dialogo va impostato con l’islam dei popoli e quindi in Europa con le comunità islamiche, in modo particolare con i giovani». Il dialogo tra i popoli però è reso più difficile dalle condizioni materiali. La crisi continua aumenta le tensioni. E' stato fatto abbastanza? «La Chiesa offre un senso alla vita, dà indicazioni sulla strada da seguire, ma le scelte in materia economica competono alle autorità e al mondo finanziario. Credo però sia necessaria la mobilitazione di tutti perché la crisi ora sta mordendo la carne delle persone». Oltre alla crisi economica, c’è anche la crisi dell’uomo. Recentemente abbiamo assistito a violenti fatti di cronaca che hanno coinvolto le donne. Come si può intervenire? «Dobbiamo lavorare perché il dolore dia frutto, imparare da queste vicende tragiche che sono prove terribili. Non dobbiamo però troppo rapidamente cercare colpe nella società. Generalizzare è spesso il modo per dimenticare rapidamente e non imparare. Sono fatti che devono farci riflettere sul senso del "bell’amore" che attraverso la virtù della castità consente di integrare la dimensione sessuale nella capacità di tenere in ordine tutto l’io».
Alessio Antonini
Consiglio d'eurabia
La Svizzera deve cancellare «prima possibile» il divieto generalizzato alla costruzione dei minareti, una decisione presa in seguito a un referendum tenutosi il 29 novembre scorso. È quanto richiesto dall’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa che ieri ha approvato un rapporto su «Islam, islamismo e islamofobia in Europa», votato all’unanimità. Nella risoluzione si afferma che l’Assemblea «è particolarmente preoccupata per il recente referendum svizzero»: questa iniziativa, si sottolinea, rientra in un contesto più generale in cui «autorità nazionali e locali stanno introducendo politiche e pratiche che discriminano i musulmani». Nel documento si evidenzia inoltre il pericolo legato «all’abuso del voto popolare per legittimare restrizioni alla libertà di religione e di espressione, chiaramente non ammissibili perché contrarie a quanto stabilito dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo». Il Consiglio d’Europa deplora infine «che un numero crescente di partiti politici in Europa stia sfruttando e alimentando la paura verso l’islam e che vengano organizzate campagne politiche che promuovono stereotipi semplicistici e negativi sui musulmani, equiparando spesso l’islam con l’estremismo». Il Consiglio d’Europa ha anche chiesto che nessun Paese adotti leggi che introducano la proibizione di indossare il burqa e il niqab.
Vendola e il suo eroe
Con l'ormai consumata retorica che gli permette di dialogare amabilmente con i moderati e i liberali del centrodestra, e farsi bello con i movimentisti e gli antagonisti di sinistra, ieri sera Nichi Vendola ha chiamato a raccolta il popolo delle Fabbriche, gente venuta addirittura dal Nord Italia per ascoltare la parola del governatore rosso grande promessa della sinistra. A contarli, i suoi fan, quelli in piazza e gli altri 4.000 che soltanto negli ultimissimi giorni gli hanno chiesto l'amicizia su facebook, in effetti viene da riflettere su quanto i maggiorenti del Pd, e tutti quelli che a destra si preparano a sopravvivere al Cavaliere, abbiano davvero compreso il fenomeno vendoliano. Un giorno si risveglieranno con le Primarie democratiche in corso, e un poeta gay comunista pronto a vincerle a mani basse, prima di prendersi il governo del Paese.
Per impedirglierlo, se a qualcuno interessa veramente la battaglia politica che vada oltre quei confini un po' limitati e limitanti a cui ci siamo abituati nell'ultimo anno e mezzo, bisogna prendere il governatore in castagna, infilzandolo alle sue contraddizioni, che lo rendono forte e convincente ma forse non proprio adatto a guidare l'Italia.
Ieri Vendola ha ricordato chi sono i suoi eroi, anzi, gli eroi italiani di questi tempi bui. Falcone e Borsellino, chi potrebbe dargli torto (i giudici non solo sono stati ammazzati ma continuano ad essere sfregiati anche oggi, le loro state, qualche giorno fa), tanto più che Vendola in passato è stato anche in commissione Antimafia. Ma c'è un altro "eroe" che Nichi ha messo nel suo pantheon. Oggi si commemorano le "giornate di Genova", nel 2001, e l'eroe vendoliano si chiama Carlo Giuliani. Ecco i passi falsi di cui parlavamo. Vendola ci spieghi che relazione c'è tra i giudici caduti sotto i colpi della mafia e un ragazzo, morto per mano delle forze dell'ordine, in un contesto di disordine civile e repressione poliziesca su cui a stento è stata fatta chiarezza, una vittima, quindi, ma che stava lanciando un estintore contro la camionetta degli "sbirri", mica contro un macchinone dei corleonesi.
Ancora sul burqa
Qualche notiziola dal fronte del burka di Ugo Volli
Qualche notiziola dal fronte del burka, ovvero della libertà di religione che i cattivi reazionari colonialisti europei vogliono proibire alle povere donne musulmane perseguitate (in Occidente, non in Iran dove grazie al cielo c'è ancora la lapidazione per loro e come sempre è il più virtuoso di tutti).
1. Come forse sapete già, dopo il Belgio, la Camera dei deputati francesi ha approvato il progetto di legge antiburka a grande maggioranza. Il prossimo paese a farlo sarà probabilmente la Spagna (qui). La cosa interessante è chi non ha partecipato alla votazione nel parlamento francese, con l'eroico intento di delegittimare questa legge fascista e razzista ancor più che votando contro: non solo i comunisti, che è cosa ovvia e giusta per chi vuole la dittatura del proletariato, ma anche verdi e socialisti, che pure dicono di essere favorevoli alla libertà individuale e ai diritti delle donne. Che volete, l'alleanza fra islamismo e sinistra è il motore di Eurabia e certo non possono sottrarvisi gli eredi di Mitterand e di Cohn Bendit. In Italia un gruppo di deputati del PD ha addirittura presentato una legge per autorizzare esplicitamente il burka. Non li si è lodati abbastanza, la stampa è avara di riconoscimenti agli eurarabi più coraggiosi. Se volete un commento, purtroppo non tanto politically correct su questa faccenda, vi consiglio di leggere l'articolo di Christofer Hitchens qui. Naturalmente la questione non sono i burka in sé, ma il modo in cui l'Islam confina e opprime in generale alle donne.
2. Sarà deplorevole, dal punto di vista eurarabo, ma la maggior parte del pubblico europeo appoggia il bando del burka. Sono l'82% in Francia, il 71 in Germania, il 62 in Gran Bretagna, il 59 in Spagna. Ignoriamo le cifre italiane, ma è interessante il confronto con il dato degli Stati Uniti, dove prevale la diffidenza per l'intervento pubblico con solo il 28 per cento di sì. La fonte è il di solito assai attendibile Pew Institute. Trovate i dati qui.
3. Una piccola sorpresa viene da un giornale on line certo non amico di Israele (se non altro per l'odio al governo italiano in carica che li anima) come "Articolo 21" e da una giornalista di cui si può dire la stessa cosa, quella Tiziana Ferrario che ha fatto rumore con il suo divorzio più o meno forzato dal TG1. Scrive la Ferrario che prima della Francia e del Belgio il burka è stato vietato... in Siria (qui). Nota la Ferrario che "in realtà in Siria le proteste sono state piuttosto tiepide e nessuna donna di quelle destinate ad altro incarico si è opposta o ha lanciato campagne antidiscriminazione. Qui in Medio Oriente, dove mi trovo in questi giorni, nessuno ha alzato la voce. La notizia è apparsa sui giornali senza grande risalto. Quando i giorni scorsi il Parlamento francese ha introdotto un provvedimento simile, che vieta il velo integrale in tutti i luoghi pubblici, la decisione è stata definita dagli oppositori locali, ma anche dai paesi mediorientali discriminatoria contro gli immigrati musulmani."
Curioso, eh? Un governo arabo, debitamente dittatoriale, può fare tranquillamente quel che in Europa sarebbe abominio. Del resto le deputate ultrafemministe del partito "Die Linke" (La sinistra), pur di partecipare alla spedizione della flottiglia antisraeliana hanno accettato una discriminazione per sessi che le avrebbe fatto strillare furiosamente a casa loro... Figuratevi se un provvedimento del genere lo prendesse Israele. Ma è chiaro, il nemico per gli eurarabi non è la proibizione del burka ma la democrazia, la libertà individuale, il benessere. Grazie a gente nobile come i socialisti e i verdi francesi o i "democratici" italiani, i nemici di Eurabia saranno sconfitti.
Inglesi e burqa
Londra contro Parigi: qui non vieteremo il velo delle islamiche
LONDRA — Vietare il burqa o il niqab in Gran Bretagna è impensabile. Lo ha detto ieri a chiare lettere il sottosegretario per l’Immigrazione Damian Green: «Sarebbe una decisione poco britannica. Contraria alle convenzioni di una società tollerante e basata sul rispetto reciproco». Londra, insomma, non ha alcuna intenzione di seguire l'esempio di Parigi che nei giorni scorsi ha approvato a grande maggioranza una legge che proibisce alle donne di andare in giro con il volto coperto. «La cultura francese è molto diversa dalla nostra — ha spiegato Green —. Loro sono uno Stato secolare aggressivo. Vietano il burqa, i crocifissi nelle scuole e cose del genere. Io penso che non si possa dire ai cittadini cosa possono o non possono indossare quando camminano per la strada».
Questione chiusa? Non proprio. Cresce nel Paese il numero delle persone contrarie all' uso del velo integrale. Un sondaggio, condotto la settimana scorsa da YouGov, rivela che il 67% degli elettori vorrebbe la messa al bando del burqa esattamente come in Francia o in Belgio. A guidare la protesta è il tory Philip Hollobone che il 3 dicembre prossimo presenterà in Parlamento un suo disegno di legge nonostante la contrarietà del governo. Il deputato ha anche dichiarato che non permetterà più alle donne velate di partecipare agli incontri nella sua circoscrizione, a Kettering. Totalmente d'accordo i rappresentanti della formazione di destra Ukip che da tempo invocano una legge in merito.
La mobilitazione ha allarmato la comunità islamica (più di due milioni e mezzo di persone). Ieri il nuovo capo del Consiglio musulmano britannico Farooq Murad si è sentito in dovere di lodare la Gran Bretagna per la libertà che concede ai suoi cittadini: «Qui siamo i benvenuti come in nessun altro Paese europeo — ha detto — guardiamo orgogliosi i tribunali islamici, la crescita delle moschee e il fatto che sono sempre più numerose le persone che mangiano carne halal». Qualsiasi tentativo di limitare questa libertà, ha però sottolineato Murad, «per esempio vietando il velo o la costruzione dei minareti» metterebbe a rischio la coesione sociale.
Nel 2006 era stato l'ex ministro Jack Straw a definire il velo integrale «una vistosa dichiarazione di separazione e differenza nelle nostre comunità». E anche Tony Blair lo aveva bollato come «un simbolo di separazione». Oggi però Straw non condivide più quella battaglia: «Incontro spesso cittadine con il burqa — ha spiegato —, non ho bisogno di chiedere loro di farmi vedere il viso, alcune lo fanno spontaneamente, altre no. Non mi sembra un problema». Nei grandi magazzini, intanto, le donne musulmane si godono la libertà andando a caccia di vestiti. E i commercianti fanno di tutto per accontentarle. In questi giorni da Harrod’s si può ammirare un versione extra lusso dell' abaya, il tradizionale lungo camice nero che, per l'occasione, è stato arricchito di ricami, cristalli e inserti metallici dalla giovane stilista Hind Beljafla. I più belli costano anche 5 mila euro.
Il bando serve a difendere la laicità dello Stato
Kepel dichiara, riguardo all'omicidio di Dubai : "Israele assassinando in gennaio il dirigente di Hamas a Dubai, Mahmoud al-Mabhouh, ha voluto soprattutto lanciare un messaggio forte agli Emirati". Non ci sono le prove che sia stato il Mossad ad assassinare il terrorista di Hamas a Dubai. Non è ben chiaro, perciò, in base a quali prove Kepel lo dia per scontato... Ecco l'intervista:
PARIGI— «Il burqa nelle città europee va regolato. Stando attenti però a non trasformarlo in uno scontro cultural-religioso e limitandosi a farne una questione di ordine pubblico», dice Gilles Kepel sorseggiando il caffè di fronte ai giardini del Luxembourg. È un lungo esame articolato il suo, che va dalla critica ragionata al progetto di legge francese contro il velo integrale nei luoghi pubblici alla speranza che la Turchia possa «competere» con il regime estremista iraniano come nuovo «Paese ispiratore» tra le masse del Medio Oriente. A oltre un quarto di secolo dalla pubblicazione de «Il profeta e il faraone», il libro che non ancora trentenne lo promosse tra i precursori degli studi sul fenomeno Al Qaeda, Kepel resta tra i maggiori sostenitori del dialogo tra Occidente e mondo musulmano. Le sue recenti visite negli emirati del Golfo si accompagnano all’osservazione diretta delle comunità di immigrati nelle banlieue parigine.
Entro ottobre dovrebbe essere approvata in Francia la legge contro il velo integrale. Come la vede? «Penso che questa legge sia molto diversa da quella che passò nel 2004. La conosco bene, feci parte della commissione preparatoria. Si deliberò che gli studenti nelle scuole pubbliche non potessero ostentare segni della loro fede. Fosse il velo per le musulmane, la kippà per gli ebrei o una croce sul petto per i cristiani, la legge era eguale per tutti. E la cosa ha tutto sommato funzionato. Fu il trionfo del principio della laicità dello Stato. Gli studenti devono capire che ciò che hanno in comune è più importante delle differenze. La nuova legge è diversa. Non resta limitata alle scuole, ma si allarga a tutti gli spazi pubblici: strade, ospedali, metrò, aeroporti. Il problema è che i salafiti, gli estremisti musulmani sunniti, la combattono su basi religiose, culturali e morali. Ne approfittano per propagandare la superiorità del loro credo».
La legge può diventare funzionale agli integralisti? «È un rischio. L’effetto boomerang è che si forniscano argomenti agli estremisti, indebolendo i moderati. Chiunque indossa il velo, e viene perseguitato dalla polizia per questo, diventa ai loro occhi un martire, un esempio di rettitudine. Non dimentichiamo che oggi ci sono tante ragazze francesi che si convertono e indossano il velo, per protesta, disagio, o per sposare musulmani. Parliamo di sacche di povertà, diseredati. Ma proprio qui il credo estremista ha più presa». Che fare? «La legge va presentata come un provvedimento di ordine pubblico. Occorre insistere sul fatto che qualsiasi individuo deve poter essere riconosciuto per la strada. È vietato nascondere la propria identità. La legge è già stata approvata dall’Assemblea nazionale, ora andrà in Senato. Prima della sua entrata in vigore ne va però studiata la formulazione finale e le modalità di applicazione».
Proprio al tempo degli attentati dell’11 settembre 2001 lei sostenne che la capacità qaedista di raccogliere consensi era in decadenza. Lo pensa ancora? «Ora più che mai. Al Qaeda è vista come una setta esoterica, remota. Bin Laden appare un profeta lontano, incomprensibile, isolato. Non sono riusciti amobilitare le masse. E oltretutto l’estremismo sunnita subisce ora due gravi minacce dall’interno dell’Islam. In primo luogo l’Iran, che rilancia il fondamentalismo sciita rivoluzionario. E poi il crescente contrasto tra democrazia e radicalismo. Lo si vede bene in Turchia, dove è in atto il braccio di ferro tra l’esercito di formazione kemalista-laica, non privo di elementi totalitari, e invece i partiti religiosi nella società civile, che vanno da Giustizia e Sviluppo del premier Erdogan ai più radicali dello IHH che hanno partecipato alla flottiglia pro-Hamas verso Gaza a fine maggio. Il governo di Ankara è la sintesi di queste tendenze. Un po’ come l’Hezbollah in Libano, che è passato dalla fase iniziale rivoluzionaria mirata a islamizzare il Paese, alla lotta contro Israele, e ora vede crescere l’elemento più politico volto a integrare gli sciiti nel sistema democratico nazionale alleandosi persino con ampie componenti della minoranza cristiana».
Gli Stati Uniti sostengono che le resistenze all’entrata della Turchia in Europa favoriscano l’asse Ankara-Teheran. «Sbagliano. In verità una Turchia più aperta al mondo arabo diventa una forte alternativa al radicalismo iraniano. La grande novità evidenziata dalle conseguenze del raid israeliano contro la flottiglia al largo di Gaza è stata proprio questa. Ahmadinejad perde di popolarità. Piace il suo antisionismo, la sfida all’America. Ma non l’antimodernismo. Il radicalismo estremo fa paura a tanti sunniti. Il nuovo modello diventa dunque la Turchia. Che resta comunque un Paese molto più moderato, democratico e con una forte componente laica. Sono stato a cena poche settimane fa dal presidente Gül. E lui stesso ha continuato a ripetermi che la priorità resta l’alleanza con l’Europa, fatta di legami politici ed economici. L’elemento più interessante delle ultime settimane è però l’evidenziarsi sempre più della debolezza americana».
Non è una novità, sono occupati con Iraq e Afghanistan. «Certo. E in quei Paesi i fallimenti sono drammatici. Ma è clamorosa l’incapacità di sanare i dissidi tra i due alleati storici degli Stati Uniti in Medio Oriente: Turchia e Israele. Sino a poco tempo fa sarebbe bastata una telefonata di un qualsiasi sottosegretario di Stato a Gerusalemme e Ankara per rimettere a posto le cose. Ora non più. Washington sta via via perdendo di peso. E di questo se ne rendono ben conto anche tra i Paesi produttori di greggio nel Golfo. Qui cresce la paura per l’Iran, si guarda alla Cina. La Turchia fa bene a cercare di guadagnare nuovi spazi».
E un attacco israeliano sull’Iran per bloccare l’atomica? «Possibile. Israele assassinando in gennaio il dirigente di Hamas a Dubai, Mahmoud al-Mabhouh, ha voluto soprattutto lanciare un messaggio forte agli Emirati: non fate da banchieri dell’Iran, altrimenti metteremo a rischio la vostra sicurezza interna. Segno che la determinazione non manca. Ma un attacco sull’Iran sarebbe molto pericoloso, complicato, dagli esiti imprevedibili. Nulla prova che il regime dei mullah non riesca a rafforzarsi in nome del pericolo esterno e mobilitare le masse arabe. Sarebbe deleterio».
Ue e burqa
(ANSA) - BRUXELLES, 19 LUG - L'Unione europea non intende esprimersi e neppure assumere iniziative sulla questione del divieto dell'uso del velo integrale. ''Non e' di competenza europea e non ho intenzione di prendere posizione'', ha chiarito il presidente della Commissione Ue, Barroso, interpellato durante un incontro con venti rappresentanti delle religioni cristiana, ebraica e islamica e delle comunita' Sikh e Indu'. ''Da parte mia, c'e' la stessa risposta'', ha detto il presidente dell'Ue, Van Rompuy.
domenica 18 luglio 2010
Immigrazione clandestina
Milano - Rivolta la scorsa notte a Milano al Cie di via Corelli che ospita poco più di 100 immigrati. Un gruppo di loro ha distrutto suppellettili e ha inscenato un sit-in sul tetto. Alcuni immigrati hanno tentato di scavalcare le recinzioni tentando la fuga. La rivolta è cominciata attorno a mezzanotte e mezza: l'intervento della polizia ha scongiurato la fuga. Dieci immigrati hanno poi tentato di scappare ma sette di loro sono stati bloccati mentre di tre se ne sono perse le tracce. Due immigrati sono stati ricoverati per accertamenti rispettivamente al San Raffaele e al Policlinico. Sei poliziotti e un militare sono stati costretti a fare ricorso a cure mediche.
Sono due marocchini, rispettivamente di 35 e 40 anni e un tunisino di 24 anni gli immigrati che sono riusciti a fuggire. Soltanto il marocchino di 35 anni ha precedenti per spaccio di droga. Una trentina in tutto i rivoltosi che sono saliti sul tetto della struttura: dieci coloro che hanno tentato la fuga e i sette che sono stati bloccati dalla polizia sono ora formalmente indagati per resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamento. Oltre ai distributori di bevande automatici sono stati danneggiati il sistema di allarme sul tetto, due telecamere di sorveglianza, quattro oblò delle porte. La rivolta ha interessato il settore "E" del Cie che ospita al momento 119 persone, 80 maschi, 22 femmine e 17 transessuali. Dei due feriti il più grave ha riportato lesioni alle gambe perché, secondo la polizia, è saltato dal muro di cinta. L'altro aveva ingoiato una batteria per protesta. Non si esclude una "regia" unica tra la rivolta di Milano e e quella avvenuta, la scorsa notte alla stessa ora al centro di Gradisca in provincia di Gorizia.
Rivolta la scorsa notte nel Cie di Gradisca (Gorizia) con disordini e un tentativo di fuga di una trentina di persone. La protesta - secondo una prima ricostruzione - è stata inscenata sui tetti della struttura, che ospita circa 140 immigrati clandestini. I protagonisti dell'episodio, che hanno cercato invano di scavalcare la recinzione del centro, hanno anche dato fuoco ad alcune suppellettili. La rivolta è stata sedata dall'intervento della Polizia intorno alle ore 3. De Corato: nuovo Cie a Malpensa Aprire una nuova struttura di identificazione e espulsione di immigrati clandestini a Milano vicino a Malpensa che è "la nuova frontiera dell'immigrazione al Nord". Così il vice sindaco e assessore alla Sicurezza del capoluogo lombardo, Riccardo De Corato a seguito della rivolta del Cie di via Corelli avvenuta questa notte. "E' grave l'episodio di questa notte degli immigrati hanno messo in atto una rivolta che ha permesso a tre di loro di fuggire - dice De Corato - Una rivolta che, guarda caso, ha le stesse dinamiche di quella accaduta la scorsa notte a Gradisca. E che ripropone con urgenza la questione dell'insufficienza dei centri di identificazione ed espulsione in Lombardia e al Nord rispetto all'enorme flusso di clandestini da espellere. E' necessaria subito una nuova struttura che, ribadisco, potrebbe sorgere vicino a Malpensa così da rendere più immediate e snelle le procedure di espulsione". "Malpensa - spiega De Corato - a detta dello stesso ministro Maroni è la nuova frontiera dell'immigrazione clandestina dopo Lampedusa. Anche i numeri dicono che a Milano sono presenti 50 mila irregolari secondo la Cgil, mentre nella Lombardia sono 150 mila, pari a quelli dell'intera Grecia. E a fronte di un così ampio bacino di immigrazione abbiamo solo 338 posti, di cui poche centinaia in via Corelli, ospitati nelle tre uniche strutture (Milano, Torino, Gradisca d'Isonzo) presenti al Nord. Se è giusto che ogni Regione abbia una propria struttura, è necessario potenziare quelle presenti al Nord per non rischiare di rendere meno incisiva la lotta alla clandestinità sul nostro territorio".
sabato 17 luglio 2010
Legge coranica
La legge di Maometto in Italia: arrestato dalla polizia un marocchino di 36 anni si giustifica così: "L'ho comprata con un regolare contratto e per il diritto del mio Paese sono a posto". Ma la nostra Costituzione, che lo vieta, vale per tutti: anche per gli islamici.
La sua donna: una schiava comprata al mercato. Di cui disporre a piacimento, di cui fare ciò che si vuole, con potere di vita e di morte su di lei. Sembra una storia antica come quelle dei gladiatori. Eppure si ripete ancora nel Terzo millennio. Protagonista una coppia marocchina, trapiantata in Italia, a Montecchio, in Emilia. L’immigrato viveva da tempo in Italia e all’inizio del 2009, dopo il matrimonio a Casablanca, era stato raggiunto dalla moglie ventiduenne. Ora è in cella e deve rispondere di maltrattamenti in famiglia, violenza, lesioni, violenza sessuale.
Un marocchino che picchia la moglie non fa quasi più notizia in Italia. Abbiamo purtroppo dovuto commentare casi ben più gravi, addirittura l'uccisione di una moglie o di una figlia sulla base di motivazioni assolutamente incomprensibili e inaccettabili per la legge e per il costume italiano. Questa volta, però, non sarà inutile tornarci sopra, per due aspetti particolari. Il primo è che si tratta di un caso non di una singola esplosione di violenza motivata da una ragione particolare, ma di maltrattamenti continuati e gravissimi da parte di un marocchino che vive da parecchio tempo in Italia e che la giovane moglie, sposata con regolare contratto a Casablanca, ha poi raggiunto nella sua sede italiana. Un uomo, quindi, violento e brutale di per sé, a prescindere dalla sua cultura e dal comportamento della moglie. Ci chiediamo perciò: che mestiere fa questa persona? A che titolo, per quali meriti è ammesso a vivere regolarmente in Italia? Come mai è stato concesso il ricongiungimento familiare? Siamo pieni di psicologi, di assistenti sociali nelle nostre strutture sanitarie: nessuno segue e assiste il processo di adattamento psicologico degli immigrati?
Il secondo aspetto è quello che riguarda noi, e soprattutto i nostri politici, i quali si sono sempre rifiutati di riflettere sull'abisso che esiste fra la società europea e quella musulmana. La nostra è una civiltà sostanziata dall'unico concetto laico di diritto esistente nell'antichità, quello creato da Roma, sul quale si è poi radicato il dettato evangelico che ha messo alla pari uomini e donne condannando ogni discriminazione e ogni gesto di violenza (ovviamente padri e mariti violenti ce ne sono sempre stati, ma si trattava appunto di casi singoli diventati sempre più rari). Quale punto di contatto può esistere con la cultura musulmana? Maometto ha costruito il Corano sui primi cinque Libri della Bibbia (i più antichi), riguardanti una popolazione di pastori nomadi il cui senso della giustizia si fondava sulla legge del taglione, ossia sulla pena fisica.
Su questo «diritto» è basata la legge islamica. «La donna è di un grado inferiore all'uomo», recita la Sura della Vacca. Essendo inferiore, dipende dagli ordini dell'uomo, padre o marito che sia, lo deve servire. Questa è la fede dei musulmani: che vivano in Marocco o in Italia non fa nessuna differenza. In che modo far capire ai musulmani che esiste un codice di diritto «laico» che non ha nulla a che fare con il Corano? Credo che sia impossibile.
I nostri politici si debbono convincere che, contrariamente a quanto prescritto dalle norme europee, le religioni vanno giudicate e criticate quando affermano o prescrivono concetti e valori che confliggono, prima che con le nostre leggi, con ciò cui noi abbiamo dato il massimo valore: l'uguaglianza delle persone, in primis l'uguaglianza fra uomo e donna. In alcuni Stati d'America si è creduto di risolvere i problemi giudiziari della numerosa popolazione musulmana permettendo l'instaurazione di tribunali coranici. Si tratta di una decisione vergognosa per una democrazia che si vanta di essere la migliore del mondo. Di fatto una cittadina americana di religione musulmana è «di un grado inferiore all'uomo».
L'Europa, ma per prima l'Italia, patria dei maggiori giuristi che siano mai apparsi nella storia, deve impegnarsi a trovare il modo, insieme alle autorità islamiche, per eliminare quest'affermazione. Sono i principi della Costituzione italiana che devono essere affermati, al di là dagli eventuali reati, affinché questa Costituzione non sia «falsa» per i musulmani che vivono da noi.
venerdì 16 luglio 2010
Mah...
Il Cnel: i Romeni la comunità meno criminale in Italia. Il pericolo viene semmai dai magrebini di Sergio Bagnoli
Presentando alla stampa il proprio rapporto annuale, il Presidente del Cnel Antonio Marzano, già Ministro delle Attività Produttive nel secondo governo Berlusconi, ha sfatato un mito negativo che voleva gli immigrati romeni in Italia come una comunità in buona parte dedita alla criminalità ed alla delinquenza. I Romeni, unitamente ai loro “cugini” moldavi, risultano essere infatti, tra gli stranieri dimoranti nel nostro paese, quelli che meno spesso infrangono la legge penale in proporzione al numero di residenti allogeni in Italia. Bisogna, per onestà, comunque sotto lineare come sia ovvio che in termini assoluti gli inquisiti di origine romena rispetto ad esempio a quelli di altra origine sia molto maggiore giacché la loro è una comunità che oggi conta più di un milione di residenti entro i nostri confini nazionali. Tanto per rendere l’idea basta osservare come le altre due nazionalità maggiormente presenti in Italia, cioè quell’albanese e quella marocchina, assommate abbiano una consistenza numerica ad essa inferiore. La spietata realtà delle cifre correttamente espresse in valori percentuali, come in ogni seria facoltà di diritto si insegna si debba fare quando si voglia studiare l’indice di criminalità di un determinato gruppo di persone, contraddice dunque clamorosamente, come giustamente ha sottolineato il professor Marzano, le spietate campagne “romenofobiche” in cui si è distinta, ad ondate periodiche, negli ultimi anni la stampa italiana, particolarmente quella di sinistra. Fu infatti all’indomani dell’orribile omicidio della signora Reggiani, che agonizzante fu fatta oggetto di turpi atti di libidine, consumatosi in un quartiere di Roma ad opera di un criminale romeno di etnia rom che l’allora Sindaco della Capitale, nonché segretario del Pd, Walter Veltroni, affermò che la Città Eterna sino all’ingresso della Romania nell’Unione Europea era uno dei luoghi più sicuri al mondo e che a causa dell’immigrazione entro i suoi confini municipali di tantissimi cittadini del paese danubiano aveva raggiunto picchi di criminalità inaccettabili per una metropoli del mondo civile.
Successivamente fu soprattutto la stampa di sinistra, l’Unità ed Il Riformista in primis, a pubblicare articoli apertamente denigratori contro la Romania ed i romeni, ben presto imitata dai cosiddetti altri giornali italiani “indipendenti”. Non tutti comunque nel Partito Democratico seguirono l’esempio del loro segretario e, per esempio, l’onorevole Guido Melis, sardo di Sassari, oggi è tra i più convinti sostenitori della necessità di instaurare un buon rapporto d’amicizia tra i popoli italiano e romeno. Marzano ci dice, per giunta, che il tasso di criminalità della comunità di immigrati romeni in Italia è di sei punti e mezzo percentuali inferiore a quello presente tra gli autoctoni e che dunque subito dopo gli immigrati moldavi, tra l’altro parenti stretti dei romeni di cui parlano la medesima lingua e da cui furono separati solamente per volere del dittatore sovietico Stalin, i cittadini della nazione neo- comunitaria sono quelli che in Italia commettono, in proporzione alla loro consistenza numerica, meno reati.
Anche gli albanesi, una volta molto temuti, non si segnalano particolarmente per la loro pericolosità pur se rimangono tra gli europei quelli che più spesso infrangono il codice penale. Particolarmente pericolosi invece gli appartenenti ad altre nazionalità extra- europee come marocchini, tunisini, nigeriani, senegalesi e cinesi. Per tutte queste comunità, compresa quella albanese, bisogna però operare una distinzione importantissima: non è l’appartenenza ad una nazionalità piuttosto che ad un’altra l’elemento di per se sufficiente a sottolinearne la pericolosità, quanto piuttosto la condizione giuridica in Italia dei loro appartenenti nonché lo stile di vita perseguito. Moltissimi extra- comunitari sono clandestini e, spessissimo, tale condizione è di per se il fattore criminogeno per eccellenza. Se alla clandestinità si aggiunge poi l’adesione ad una condotta esistenziale incompatibile ed antagonista a quella occidentale ecco che compiutamente si spiegano i sorprendenti dati snocciolati ier l’altro dal Cnel.
Sono dati che contraddicono clamorosamente quanto ha pensato sino ad oggi l’italiano medio che non avverte tanto la pericolosità sociale di cinesi ed africani quanto soprattutto, anche perché influenzato da certa stampa, quella dei romeni. Sono dati però che confermano quanto va da tempo, almeno un anno, predicando il Ministro degli Interni Roberto Maroni che i numeri reali li conosce per davvero.
Giustizia e governi
Riformare la giustizia per liberare il Paese. Ci risiamo, un altro governo rischia il tracollo per via giudiziaria di Tiziana Maiolo
Ci risiamo, un altro governo rischia il tracollo per via giudiziaria. Silvio Berlusconi è in bilico. Ha fatto qualche errore, soprattutto nella scelta dei dirigenti di partito. E anche per non aver incastrato l’opposizione ripresentando la legge sulle intercettazioni già fatta votare a una Camera dal ministro Mastella del governo Prodi. Ma su una cosa ha da tempo l’intuizione giusta: questo Paese non è riformabile, i suoi antichi vizi non saranno mai estirpati, se non si riesce a mettere mano seriamente alla “questione giustizia”. Il che significa prima di tutto scardinare la corporazione dei magistrati (anche rivoluzionando il Consiglio superiore) e poi avviare senza timidezze una riforma del processo penale che si ispiri a quello dell’antica Roma poi fatto proprio dai sistemi anglosassoni. E’ proprio il concetto di “magistratura” che deve sparire ed essere sostituito dai giudici. Tutti gli altri protagonisti, accusa e difesa sono solo avvocati, la cui parola, essendo di parte, come tale dovrà essere trattata. Anche e soprattutto dagli organi di informazione.
Se non si riesce, attraverso una buona riforma, a sciogliere il perenne conflitto tra la magistratura e il mondo politico, ogni governo sarà a rischio e il voto popolare vanificato. La via giudiziaria è proprio l’ultima spiaggia, contro un Silvio Berlusconi che è apparso finora invincibile sul piano elettorale e difficilmente attaccabile con la normale dialettica parlamentare. Non solo perché mai nella storia d’Italia c’era stata una maggioranza numericamente così solida, ma anche perché, una volta tanto, il premier ha potuto contare su una serie di ministri capaci e stimati. Il “fuoco nemico”, cioè quello sparato dai tristissimi partiti delle minoranze, era partito un anno fa in una specie di festival dei guardoni che partiva da Noemi Letizia per arrivare a Patrizia D’Addario e che ci ha intrattenuto per un’estate intera. Il “fuoco amico” del presidente Fini e dello sfasciacarrozze Bocchino ha preferito ascoltare le sirene della gauche-caviar (quella di liberté, égalité, jet privé) e agitare tematiche “politicamente corrette” come il voto agli immigrati, che hanno fatto arrabbiare quel poco che restava del suo elettorato. Ma anche creato difficoltà al governo.
Ed ecco finalmente il vincente coniglietto dal cilindro, la via giudiziaria. Aveva funzionato benissimo all’inizio degli anni novanta per decretare la fine della Prima Repubblica, ma anche come clava contro il ministro di giustizia Clemente Mastella per uccidere in culla il governo Prodi. Non potendo abbattere direttamente Berlusconi, contro il quale diversi procuratori si esercitano fin da quando non era ancora stato eletto né candidato, si applica la politica dell’accerchiamento. Cominciano a cadere ministri, sottosegretari, dirigenti politici. E anche magistrati. La corporazione coglie l’occasione per espungere dalla casta quelli non di sinistra, sospettati di intelligenza con il nemico, l’odiato Berlusconi.
Non conosciamo le carte processuali né i testi delle intercettazioni di questo ridicolo processo che i giornalisti chiamano P3 pur sapendo benissimo che non c’è nessuna loggia massonica inquisita né all’attenzione da parte della magistratura requirente. Non siamo veggenti come l’onorevole Bocchino, il quale sa (lo ha detto a gran voce) che Denis Verdini avrà da impallidire quando ne usciranno altre, di intercettazioni. Ma, anche senza leggere le carte, possiamo fare una facile previsione: l’inchiesta sull’associazione segreta finirà in una bolla di sapone. In sintesi, ci sono alcuni personaggi (il principale è Flavio Carboni) che si danno un gran da fare per piazzare persone nei posti giusti o per fare pressioni su organi istituzionali perché si verifichino determinati eventi. Nulla di ciò che Carboni e i suoi amici auspicano si verifica: il Lodo Alfano viene bocciato, non ci sarà alcuna ispezione al palazzo di giustizia di Milano eccetera.
L’inchiesta conta 14 inquisiti, di cui 4 arrestati. Si spera (ne va della reputazione della nostra magistratura) che non sia vero quel che si dice negli ambienti giornalistici, e cioè che al centro dell’inchiesta ci siano solo delle cene a casa Verdini in cui si facevano chiacchiere e qualcuno millantava regolarmente quel che poi non si verificava. Si spera che i Pubblici ministeri romani abbiano in mano solide prove su appalti truccati e altri gravi reati.
Se non è così, possiamo dire con tranquillità che si tratta del solito pallone che poi si sgonfierà, messo insieme da magistratura politicizzata, “fuoco nemico” e “fuoco amico”. Un pallone che si sgonfierà quando il danno sarà fatto. Un pallone che rischia di produrre una situazione di particolare gravità con l’eventuale caduta del governo nel momento della più grave crisi economica che il nostro paese abbia subìto. Qualcuno se ne prenderà la responsabilità?
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