martedì 13 aprile 2010

Stupro

Parma, 19enne marocchina stuprata e abusata dal marito e dal padre.

Una ragazza nata in Marocco ma cresciuta a Parma, ha trovato a soli 19 anni la forza di denunciare le violenze subite dal marito con la complicità del padre. La ragazza è stata picchiata e violentata dal marito che ha conosciuto due giorni prima del matrimonio e ha 20 anni più di lei. Matrimonio che, secondo la squadra mobile di Parma, è stato celebrato con rito islamico senza alcun valore legale in Italia. La polizia ha arrestato il marito della ragazza accusandolo di lesioni, percosse e violenza sessuale. Mentre il padre della giovane, che l'ha spesso picchiata, è stato fermato per lesioni e concorso morale in violenza sessuale. La vittima delle violenze e il marito si erano trasferiti qualche tempo fa in provincia di Como dove l'uomo (risultato poi essere un clandestino) lavorava come manovale. Stando alla denuncia presentata dalla giovane alle forze di polizia, l'uomo si sentiva in diritto di picchiarla e di abusare di lei ogni volta che lo desiderava. In famiglia il trattamento era più o meno lo stesso. La ragazza non riusciva a trovare alcun conforto e veniva spinta a ritornare dal marito ogniqualvolta riusciva a sottrarsi all'influenza dell'uomo. Nell'operazione hanno cooperato le questure di Parma e Como. La giovane ora è in una struttura protetta.

lunedì 12 aprile 2010

Asilo politico ai terroristi

Terrorista turco torna libero. Ha chiesto l'asilo politico

Roma - Condannato in via definitiva per associazione con finalità di terrorismo ed eversione dello Stato democratico, potrebbe ottenere l’asilo politico grazie a un giudice. Anche se la Commissione territoriale competente per l’attribuzione del diritto di asilo ha già detto no. È il sottosegretario Alfredo Mantovano a ricostruire questa ennesima paradossale vicenda della nostra giustizia. Il cittadino turco Avni Er condannato in Italia per associazione eversiva, articolo 270 bis, scontata la pena deve tornare in Turchia perché espulso. Allora fa richiesta di asilo politico ma la Commissione territoriale di Bari per il riconoscimento dello status di rifugiato il 29 marzo scorso gli risponde picche: nessuna possibilità di considerarlo un perseguitato vista la condanna per eversione. Ma esiste ancora un’altra possibilità: fare ricorso al giudice ordinario, chiedendo di nuovo lo status di profugo. E il 9 aprile scorso, Luigi Di Lalla, giudice monocratico di Bari, sospende il procedimento di espulsione e fissa per il 6 maggio l’udienza che stabilirà se Avni Er ha diritto o no all’asilo politico. Non solo. Di Lalla decide pure che Avni Er venga trasferito dal Centro di identificazione ed espulsione (Cie) verso un centro Cora, dove vengono assistiti gli immigrati in attesa di una risposta alle loro richieste di asilo e dove non esiste alcun tipo di controllo. E quello di Avni Er, assicura Mantovano, è un caso emblematico ma non isolato. Sono molti anche i clandestini che di fronte all’intimazione di espulsione giocano la carta della richiesta di asilo per allungare i tempi e trovare il modo di aggirarla. Certamente quello del cittadino turco è un caso particolarmente clamoroso perché ci si trova di fronte ad una persona condannata dal Tribunale di Perugia nel 2006, dalla Corte di Assise nel 2008 e definitivamente dalla Cassazione nel 2009 per eversione. L’uomo venne arrestato nel 2004 nell’ambito di un’operazione congiunta internazionale durante la quale vennero arrestate 82 persone in Turchia e altre 59 fra Germania, Olanda, Belgio ed Italia. Anche Avni Er fu accusato come gli altri di far parte del Dhkp, movimento rivoluzionario inserito dopo l’11 settembre nella lista delle organizzazioni terroristiche. Il cittadino turco viene condannato e a fine pena viene prevista la sua espulsione. Appena uscito dal carcere viene quindi trasferito in un Cie in attesa dell’espulsione, ma per lui si mobilitano in molti. Dall’Arci a Save the children ad Amnesty International. In Turchia, dicono, sarebbe immediatamente incarcerato e rischierebbe trattamenti disumani. Mentre si trova nel Cie di Bari lo va a trovare pure Nichi Vendola. La sua richiesta di asilo però viene respinta dalla Commissione territoriale preposta a questo tipo di decisioni. Le Commissioni territoriali per il riconoscimento dello status di rifugiato sono dieci in tutto e sono sempre composte da un funzionario del ministero dell’Interno, un prefetto o un viceprefetto; un rappresentante del territorio e anche da un rappresentante dell’Alto commissariato per i rifugiati, l’organismo dell’Onu. Eppure nonostante la condanna per eversione e il no della Commissione ad hoc il giudice ha sospeso l’espulsione. Un caso che si ripete molto spesso dicono dal Viminale e che è tanto più grave visto che poi alla fine queste domande di asilo vengono respinte nella maggioranza dei casi. Nel 2008 le richieste di asilo furono 29.975. Molte di meno quelle del 2009 vista la riduzione del numero degli sbarchi: 14.712 in tutto. In media sul totale di richieste ne viene accolto soltanto il 40 per cento. Soltanto ad una piccolissima parte, meno del 10 per cento, viene riconosciuto il pieno diritto di asilo mentre al restante 30 per cento viene attribuita una più generica protezione umanitaria. Non si tratta in sostanza di perseguitati politici ma di persone che arrivano da Paesi in stato di crisi o dove ci sono guerre in atto e dunque il rischio umanitario è tale da giustificare e rendere necessario lo stato di protezione.

Finiani

E i finiani si mettono al Lavoro per fare il contropiede al Pdl di Antonio Signorini

Roma - Prima delle riforme istituzionali c’è l’economia. E, soprattutto, il lavoro. Lo aveva detto nei giorni scorsi il segretario del Pd Pier Luigi Bersani. Ma tra venerdì e ieri lo hanno ribadito con ancora più forza quelli di Generazione Italia, organizzazione vicina al presidente della Camera Gianfranco Fini. Nei giorni scorsi sul sito di Gi era comparso l’auspicio che nel dibattito sulle riforme trovi spazio, accanto a leggi elettorali e forme di governo, anche il fisco. Venerdì è stata la volta di un’analisi del presidente della commissione Lavoro della Camera Silvano Moffa, dove si auspica la revisione dello Statuto dei lavoratori. La ricetta di Moffa è la stessa del governo. «Già questo è tanto», ironizzavano ieri esponenti del Pdl, che temevano un nuovo fronte con i finiani. Che è stato puntualmente aperto. Il sospetto è che la «corrente finiana» voglia mettere il cappello su una riforma che il governo ha quasi completato. O, peggio, che voglia far saltare il banco delle riforme istituzionali. Come a dire: parliamo di lavoro e non di chiacchiere elettorali. Ieri sera l’affondo di Generazione Italia, che ha chiarito una volta per tutte la posizione di un pezzo di Pdl sulle riforme. «Siamo convinti - ha scritto Gianmario Mariniello - che prima di tutto per il nostro Paese e per il nostro futuro siano necessarie le riforme economiche e sociali. Siamo in buona compagnia: secondo un Sondaggio Crespi Ricerche in esclusiva per Generazione Italia, 85 italiani su 100 non sanno cosa sia il semipresidenzialismo, il modello francese e via dicendo. Il 75% degli italiani ritiene lavoro e disoccupazione le priorità. La seconda priorità degli italiani è la ripresa economica, necessaria per reagire alla crisi internazionale. Solo un italiano su dieci ritiene prioritarie le riforme istituzionali. E addirittura un misero 6% chiede la riforma della Giustizia». Il primo a esprimersi in questi termini era stato Pier Luigi Bersani. Venerdì, mentre tutti si interrogavano su maggioritario, proporzionale e presidenzialismo, il segretario del Pd chiedeva di rimettere al centro proprio l’occupazione: «Se Berlusconi fosse disponibile a discutere di come facciamo a dare lavoro anche ai giovani sarei disposto ad andare ad Arcore a piedi». Con tutta probabilità un tentativo di distrarre l’attenzione e dichiarare la propria indisponibilità a parlare di riforme istituzionali. Lo scetticismo di Bersani ha quindi trovato una eco in Generazione Italia. Anche se su questi temi Gi sembra pensarla come il governo. Moffa ha citato il Libro bianco di Marco Biagi e lo Statuto dei lavori, auspicando una revisione dello Statuto dei lavoratori. Peccato che la riforma sia già in cantiere da tempo al ministero guidato da Maurizio Sacconi. E peccato che i governi cerchino sempre di sottrarre questi temi al dibattito politico per affidarlo al confronto con i diretti interessati: sindacati e associazioni delle imprese. Nell’agenda del governo il tema non è mai tramontato. Il completamento della riforma ispirata alle idee di Marco Biagi - ha annunciato proprio ieri il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi - resta l’impegno prioritario e si concretizzerà entro maggio in un piano triennale che comprende il nuovo Statuto dei lavori, che sostituirà quello dei lavoratori del 1970. E non è un mistero che Sacconi voglia legare il suo nome alla riforma economica più attesa, quella degli ammortizzatori sociali. Il Pd è intenzionato a dare battaglia. Ieri Cesare Damiano, ex ministro del Lavoro, ha annunciato che il partito ripresenterà tutti gli emendamenti alla delega sul lavoro che contiene le norme sull’arbitrato. E già si dichiara indisponibile a discutere del piano triennale annunciato da Sacconi: «I titoli già ci preoccupano». Sindacati e aziende si dicono comunque ottimisti. Pensano che il confronto sulla riforma non potrà risentire più di tanto del clima che grava su altri temi, dalla giustizia alle regole della democrazia.

sabato 10 aprile 2010

The Best Is Yet To Come


E' un video tratto da un videogioco. Il videogioco è Metal Gear Solid. La canzone è tratta dalla colonna sonora. Bello il gioco e bellissima la colonna sonora.Yeah!

Dove sono Onu e Unicef?

In Pakistan cresce il fenomeno dei bambini soldato al servizio dei talebani di Gaia Pandolfi

In Pakistan il fenomeno dei baby soldati continua a crescere in modo inarrestabile ormai da diversi anni. Hanno l’età in cui i bambini occidentali abbandonano i cartoni animati per passare ai videogiochi, vanno a scuola e fanno i compiti a casa dei loro amichetti. Ma per questi fanciulli di sette, dieci o dodici anni, la guerra non è più un gioco, ma una terribile realtà, fatta di sangue, odio e morte. Soltanto pochissimi si arruolano volontariamente, sia per povertà che per avere una chance di sopravivenza in più rispetto a chi non imbraccia il fucile, mentre la maggior parte viene rapita dalle proprie famiglie durante i raid compiuti nei villaggi dalle milizie talebane. Qualche giorno fa, l’autorevole Washington Post scriveva di un centro di addestramento per 86 baby terroristi nella Valle di Swat, nel nord-ovest del Paese. Secondo Zahid Hussain, editore del magazine Newsline e autore del libro “Frontline Pakistan”, circa il 90 per cento dei kamikaze pachistani è composto da giovani di età compresa fra i 15 e i 18 anni, educati fin dall’infanzia per diventare kamikaze, ladri o schiavi. Il corso per questi aspiranti (e inconsapevoli) attentatori suicidi comprende l’inevitabile lavaggio del cervello e un ferreo addestramento militare. Fra i sei e i quindici anni sono plagiati in nome dell’Islam, poi si dichiarano pronti a sacrificarsi nella lotta contro gli infedeli, secondo un progetto divino che non impedirebbe loro di uccidere persino i propri genitori, qualora Allah glielo ordinasse. Se all’inizio per molti può sembrare persino un gioco, con il passare del tempo le continue violenze e le atrocità cominciano a logorare le loro giovani menti. Spesso i comandanti, per evitare che fuggano, drogano i bambini con la marijuana o la polvere da sparo, che ha l’effetto di un allucinogeno e dà l’impressione di essere immuni dal freddo, dalla fame e dalle pallottole nemiche. Lo scorso luglio, una ventina di bambini sono stati liberati dalle forze di sicurezza pachistane sempre nella Valle di Swat. Il tenente Nadeem Ahmed, con il compito di gestire il ritorno degli sfollati nella provincia e nelle zone circostanti, allora dichiarò che i bambini rapiti potevano essere persino più di quattrocento e non esitò ad appellarsi ai genitori per chiedere di denunciarne la scomparsa. I kamikaze in erba furono condotti in campi di riabilitazione e lì aiutati ad inserirsi nuovamente in dei contesti familiari. Ma il percorso non fu (e non è) mai facile. Molti di loro si portano dietro un passato difficile, povertà, padri assenti e nessun punto di riferimento a cui rivolgersi, come scrive sul Post il neuropsichiatra Fericha Peracha, dopo aver studiato il caso degli 86 baby soldati della Valle di Swat. Oltre a ciò, subiscono il folle indottrinamento da parte degli addestratori talebani, quasi come se “fossero in trance”, secondo Sharmeen Obaid Chinoy, autore del documentario Children of the Taliban. E il maggiore Nasir Khan, anche lui di stanza nel Pakistan nordoccidentale, ricorda come i fanciulli, non appena liberati dal campo di addestramento qualche mese fa, non facessero altro che ripetere: “L’esercito pachistano è alleato con i Paesi occidentali ed è quindi nemico di Allah”. Come ha ricordato Arwa Damon, corrispondente della CNN da Islamabad, questi bambini sono persuasi anche dalla promessa del Paradiso: fiumi di latte e miele e giovani vergini in chiaro contrasto con il paesaggio brullo ed arido che li circonda. Il crescente fenomeno dei bambini soldato è una realtà orribile, probabilmente la peggiore nella guerra fra l’esercito di Islamabad e i militanti talebani. Ma non è l’unica. Sopra tutto nelle provincie nordoccidentali e nelle zone tribali, le violenze ai danni dei minori sono all’ordine del giorno, con abusi sessuali, omicidi mirati, sequestri e suicidi soltanto come esempi. L’intervento del governo pachistano sarà quindi fondamentale per investire in nuovi centri di riabilitazione, per aiutare questi ex baby kamikaze a reinserirsi nella società, anche attraverso corsi alternativi come lo sport. Che l’obiettivo non sia impossibile lo dimostra il caso dello Sri Lanka, dove il governo ha istituito diverse scuole come parte integrante di un programma di riabilitazione per i bambini rapiti dalle Tigri di Liberazione del Tamil. Anche l’International Cricket Coucil, l’associazione di Cricket nazionale e l’Unicef, che più volte ha denunciato il caso dei baby soldato, si sono uniti in questo progetto, a testimonianza del principio per cui ogni bambino ha diritto a vivere la propria infanzia. Questi giovani kamikaze, purtroppo, non sono presenti soltanto in Pakistan. Secondo un recente rapporto di Amnesty International, sono quasi 300 mila i bambini pronti ad impugnare un kalashnikov, un mitragliatore, schiavizzati in sessanta Paesi da eserciti regolari, ribelli o milizie per guerre religiose, etniche e regionali. Negli ultimi anni è stata l’Africa a detenere il primato. In Sudan, ad esempio, da più di trent’anni il Nord musulmano combatte il Sud cristiano e animista e i minori fanno parte del bottino di guerra delle truppe regolari del governo di Khartoum. E ci sono anche le bambine soldato. In Uganda e in Etiopia, infatti, le ragazze costituiscono un terzo dei minori che combattono nei conflitti armati, e spesso sono rapite per essere assegnate come mogli ai comandanti. La tragedia dei baby terroristi è raccontata egregiamente dallo scrittore Ishmael Beah, che nel libro “Memorie di un soldato bambino” (Neri Pozza, 2008) ricorda la sua lunga esperienza di guerra in Sierra Leone, iniziata nel 1991 e terminata soltanto dieci anni dopo. Beah parla della fame, dei lunghi cammini da un villaggio all’altro, della dipendenza dalle droghe, e della guerriglia notturna con una semplicità tale da gelare il sangue di chi legge. “Una delle maggiori fonti di disagio del mio viaggio era non sapere quando e dove sarebbe finito”, scrive Beah, dedicando il libro a tutti i figli della Sierra Leone derubati della loro infanzia e diventati troppo presto guerriglieri, carnefici e vittime.

Pd, Padova

Il sindaco rosso batte la Lega: ecco il muro antirom di Stefano Filippi

Dura la vita per un sindaco non leghista in terra di leghisti. «Fa’ qualcosa di sinistra», direbbe Nanni Moretti a Flavio Zanonato, sindaco di Padova che da ex comunista preferisce invece fare qualcosa di leghista. Anzi, con le sue ordinanze è quasi più sceriffo del capostipite Giancarlo Gentilini. L'ultima rincorsa «law and order» è un muro di cinta attorno al campo nomadi abusivo che sorge nel quartiere periferico di Mortise. Sotto i viadotti di autostrade e tangenziali che si incrociano, gli operai del comune hanno lavorato un giorno intero per isolare la zona dove decine di caravan di rom sostano da oltre tre anni. «Motivi igienico-sanitari e di sicurezza»: questa la spiegazione contenuta nell'ordinanza urgente firmata mercoledì dal sindaco con la stelletta. La stessa motivazione addotta cinque anni fa quando fu avviato lo sgombero delle palazzine di via Anelli. È toccato ai clandestini africani (nigeriani e magrebini) che spacciavano alla luce del sole in via Anelli. Poi agli stessi delinquenti che si erano spostati non lontano, nei cortili dei condomini «a palafitta» di via Manara. Alle prostitute che battevano sui viali delle periferie. Ai tossici della stazione che bivaccavano e si bucavano davanti ai passanti sbigottiti. Ora è la volta dei rom. Quando si manifestano problemi di ordine pubblico, Zanonato non segue il buonismo del centrosinistra: insegue la Lega. Pugno di ferro. Rispetto rigoroso della legge a costo di rischiare l'impopolarità fuori città, perché tra le mura amiche il quattro volte sindaco gode di un solido consenso. Zanonato piace perché fa il leghista e ruba voti al Carroccio. Alle regionali nel comune di Padova la Lega si è fermata al 21 per cento mentre il Pd è volato al 28,5; risultato opposto nella provincia: padani al 31,4, democratici al 20,5. Ruspe, trattori e operai comunali hanno ripetuto il copione visto in via Anelli quattro anni fa, quando si era scatenata la guerriglia tra bande di malavitosi africani. Blocchi di cemento hanno delimitato l'area del campo rom, dimezzandola; sopra il cemento è stata montata una recinzione metallica alta oltre un metro: ed ecco il «muro di via Bassette», formalmente eretto per impedire l'accesso di persone non autorizzate. Perfino il colore con cui sono stati dipinti i basamenti, il verde oliva del Sole delle Alpi, richiama la matrice leghista. Sono state abbattute le baracche abusive e rimosse alcune roulotte. Tutto si è svolto con un ingente spiegamento di forze dell'ordine. C'è però una differenza tra i leghisti doc e quelli di seconda mano come Zanonato: che questi ultimi mostrano i denti soltanto dopo aver trascurato ed esasperato i problemi. E poi devono comunque coprirsi a sinistra: «L'intervento - ha detto il sindaco - serve per consentire l'accompagnamento scolastico dei bambini nomadi e per garantire la sicurezza dell'insediamento. Il terreno a disposizione è stato ridotto in modo da evitare le presenze estemporanee e non autorizzate». A Mortise come in via Anelli il degrado era noto da anni, ma il sindaco è intervenuto quando i problemi di ordine pubblico erano diventati ingestibili. In un caso, un gruppo di proprietari (italiani) privi di scrupoli aveva affittato a peso d'oro i miniappartamenti a immigrati che li avevano stipati di clandestini, mentre in via Bassette un'area privata era stata affittata a tre famiglie nomadi che versavano ognuna 100 euro al mese per sostare, ma da qualche mese non pagano più e si sono presi una denuncia per occupazione abusiva. Situazioni poco regolari ignorate dalla giunta di centrosinistra. Case, cortili, strade, piazzali diventati terra di nessuno. Furti a ripetizione nelle case del quartiere e nelle aziende del circondario: chilometri di filo di rame, quintali di bronzo. Gli abitanti hanno cominciato a protestare nel silenzio dell'amministrazione. Comitati, firme, cortei: scene viste migliaia di volte. Alla testa c'è un parlamentare padovano del Pd, Alessandro Naccarato, che ha mobilitato il consiglio di quartiere (a maggioranza di centrosinistra come la giunta comunale) e denunciato la situazione a prefetto, carabinieri e questura facendo arrabbiare Zanonato. Per intervenire in via Anelli si dovette aspettare una notte di guerriglia con spari e feriti tra africani e forze di polizia; in via Bassette il parcheggio riservato a tre famiglie è diventato un campo nomadi abusivo con decine di vetture. Al momento dello sgombero i servizi sociali hanno censito 40 persone, di cui 27 ragazzini in età di scuola. Loro resteranno.

venerdì 9 aprile 2010

Dal vaticano

... anche la pedofilia viola i diritti umani... e il vaticano ne dovrebbe sapere qualcosa. Il reato di clandestinità, rimpatri ed espulsioni sono in vigore in tutti gli stati del mondo...

Parla mons. Marchetto, numero due del dicastero vaticano dei migranti. Migranti, critiche dal Vaticano: «Gli accordi con la Libia violano i diritti». «Nessuno può essere estradato dove c'è il pericolo che la persona sarà condannata a morte o torturata»

MILANO - «Nessuno può essere trasferito, espulso o estradato verso uno Stato dove esiste il serio pericolo che la persona sarà condannata a morte, torturata o sottoposta ad altre forme di punizione o trattamento degradante o disumano». A ricordarlo è monsignor Agostino Marchetto, segretario del Pontificio Consiglio per la Pastorale delle Migrazioni, che contesta la decisione italiana di intercettare in mare gli immigrati «respingendoli forzatamente in Libia, come previsto da un accordo bilaterale con quel Governo, e ciò senza valutare la possibilità che vi fossero fra di loro rifugiati o persone in qualche modo vulnerabili».

«CONDIZIONI DISUMANE» - «In Libia - ricorda Marchetto - esistono centri di detenzione e di rimpatrio dove le condizioni variano da accettabili a disumane e degradanti. E l'accesso a questi centri è difficile per cui è arduo monitorare il rispetto in essi dei diritti umani, tenendo poi conto che tale Paese non ha aderito alla Convenzione di Ginevra del 1951, nè al relativo Protocollo del 1967, e non riconosce l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati». «Confermo - ha sottolineato l'arcivescovo in una nota - la mia posizione di condanna a chi non osserva il principio di 'non-refoulement', che sta alla base del trattamento da farsi a quanti fuggono da persecuzione. E mi domando se in tempo di pace non si riesce a far rispettare tale principio fondamentale del diritto internazionale umanitario, come si farà a richiederne l'osservanza in tempo di guerra. E la domanda si può estendere alla questione della protezione dei civili durante i conflitti, che viene così indebolita nella sua radice, comune, umanitaria». Secondo il presule, «un altro diritto violato nell'atto di intercettare e respingere i migranti sulle coste africane del Mediterraneo è quello al "giusto processo", che comprende il diritto a difendersi, a essere ascoltato, a fare appello contro una decisione amministrativa, il diritto ad ottenere una decisione motivata, e quello di essere informati sui fatti su cui si basa la sentenza, il diritto ad una corte indipendente ed imparziale». Secondo monsignor Marchetto, inoltre, «le intercettazioni addirittura vanno contro allo stesso Codice frontiere Schengen, dove si dichiara che tutte le persone alle quali è stato negato l'ingresso al territorio avranno il diritto di appello». «Le persone respinte - spiega il presule citando un recente rapporto dell'Human Rights Watch che denunciava l'intercettazione da parte delle guardie costiere italiane di migranti e richiedenti asilo africani che navigavano nel Mediterraneo - non hanno possibilità di esercitare questo diritto d'appello, non sono informate su dove e come esercitare questo diritto, e ancor più, non esiste per loro nemmeno un atto amministrativo che proibisca ad essi di proseguire nel loro viaggio di disperazione per raggiungere acque internazionali e che disponga il ritorno al luogo di partenza o ad un altro destino sulla costa africana».

LE VIOLAZIONI - «Altri diritti violati - elenca il numero due del dicastero vaticano per i migranti - sono quelli all'integrità fisica, alla dignità umana e persino alla vita», come dimostrano i tanti che non superano la traversata dei quali il Mediterraneo è diventata la tomba, ma anche quelli che muoiono nella traversata del deserto per tentare la sorte partendo da Paesi affacciati sul Mediterraneo meno severi della Libia. Nella lotta contro l'immigrazione irregolare non bisogna dimenticare che «circa tre-quarti degli immigrati in situazione irregolare arrivano di fatto con un visto o permesso d'ingresso valido, e poi rimangono nel Paese scelto dopo la sua scadenza, confermano i dati in nostro possesso relativi a Italia e Spagna, principali Paesi di prima destinazione in Europa mediterranea». E in ogni caso - conclude mons. Marchetto - si «devono rispettare la Convenzione di Ginevra del 1951, e il relativo Protocollo del 1967, sullo status dei rifugiati, i trattati interni sulla estradizione, transito e riammissione di cittadini stranieri e asilo (in modo particolare la Convenzione di Dublino del 1990) e quella del 1950 sui Diritti Umani».

giovedì 8 aprile 2010

UE

Con la Lega

Ha ragione il sindaco leghista: chi non paga non va in mensa di Paolo Granzotto

Succede che l’associazione dei genitori che gestisce la mensa dell’Istituto Comprensivo (che aggrega, cioè, scuole dell’infanzia, primarie e secondarie) di Adro, in quel di Brescia, si ritrova, per morosità nel pagamento delle rette, con i conti in rosso. Non potendo più far fronte alle spese essa comunica al dirigente scolastico che non distribuirà più i pasti agli alunni delle famiglie in ritardo (e qualcuna è in ritardo di un anno) con i pagamenti. Il dirigente si rivolge allora al sindaco della cittadina, Oscar Lancini, invitandolo a coprire i debiti (20 mila euri) della mensa scolastica. Il sindaco risponde che anche le casse comunali sono al verde e che la mensa non è un servizio obbligatorio. Al termine del «confronto», il dirigente scolastico, Gianluigi Cadei, si trova così costretto a comunicare alle quaranta famiglie inadempienti che «non sarà più possibile la permanenza a scuola dell’alunno/a nell’orario di mensa in quanto l’organizzazione scolastica non ha nessuna possibilità e risorsa strutturale ed economica per garantire agli alunni il pasto». Facendo questo episodio seguito a quello di Montecchio Maggiore, nel Vicentino, dove gli alunni figli di genitori insolventi furono messi a «pane e acqua» (che poi era «panino imbottito e acqua»), vedendo coinvolti dei bambini, essendo i sindaci di Adro e di Montecchio leghisti e risultando in entrambe le scuole una massiccia presenza di discepoli extracomunitari, il provvedimento preso all’Istituto Comprensivo ha dato e darà occasione di polemiche di taglio politico-umanitario che, come è norma, prescindono sempre dalla ragione del contendere. Che è molto semplice: la mensa non è gratuita. È un servizio a pagamento e il pagamento è di poco superiore ai quattro euri al giorno. In pratica, con quello che le famiglie spendono per acquistare, mettiamo, l’immancabile e imprescindibile zainetto, si assicurano due mesi di pasti caldi. Forse qualche famiglia è in condizioni economiche così precarie da non poter versare i quattro euri quotidiani per il desinare del figlio (anche se i soldi per lo zainetto generalmente escon fuori). In tal caso sia lo Stato come le opere caritatevoli sono pronte a intervenire con contributi in danaro o con strutture apposite. Ma se il rifiuto di pagare la retta attiene all’opinione molto condivisa e molto rivendicata che zainetto a parte tutto ciò che concerne, anche alla larga, l’istruzione debba essere gratuito e dunque gratuiti anche i pasti, allora è giusto che il sindaco di Adro punti i piedi. Diritti, noi cittadini italiani per non parlare di quelli extracomunitari ne abbiamo a bizzeffe. In cambio, ci si chiede - e si chiede agli extracomunitari - di rispettare qualche dovere. Come ad esempio il retribuire un servizio. Come ad esempio pagare più o meno puntualmente la retta per la mensa delle creature in età scolare. Quattro euri virgola qualche centesimo il giorno. È prevedibile, anzi, è sicuro che la così detta società civile, il giornalismo impegnato e vigilante (lo staff di Michele Santoro ha già preso contatto con una delle madri morose) e parte del mondo politico darà furiosamente addosso all’iniziativa del sindaco di Adro. Tirando in ballo il pianto dei bambini (smunti per la fame), umiliati dal non poter sedere al desco coi loro compagni. Insistendo sulla appartenenza leghista di Lancini e accostandola al fatto che la stragrande maggioranza dei quaranta alunni colpiti dal provvedimento è extracomunitaria. Lasciando così intendere - o anche denunciando a chiare lettere - che ci troviamo di fronte a un’altra bieca e condannabile manifestazione di razzismo. Tutto come da copione, insomma, tutta la solita sceneggiata. Alla quale Oscar Lancini può far fronte in un solo modo: tenendo duro, forte della sua ragione di buon amministratore della cosa pubblica.

Brescia, mensa a scuola: le famiglie non pagano, niente pasto ai bambini

Brescia - Due settimane fa è accaduto a Montecchio Maggiore, in provincia di Vicenza, oggi è la volta di un’altra scuola elementare, situata ad Adro, in provincia di Brescia: entrambi i comuni, a maggioranza leghista, hanno deciso di non tollerare più la morosità delle famiglie che non pagano le rette per i pasti consumati dai figli a scuola. Se in Veneto due settimane fa la giunta ha però fornito loro almeno un panino con dell’acqua, la modalità prescelta dal sindaco di Adro è ancora più pesante: gli alunni non a posto con i pagamenti della mensa non potranno accedervi. "Il pagamento della mensa - ha spiegato una mamma musulmana che ha due alunni frequentanti l’istituto - è di oltre 50 euro al mese: per noi è una cifra altissima, che non riusciamo assolutamente a fronteggiare". (e basterebbe non fare richiesta della mensa... che non è obbligatoria.)

Bambini morosi. L’esclusione dei bambini dalla mensa coinvolge non solo figli iscritti alla scuola dell’obbligo di origine straniera, ma anche appartenenti a famiglie italiane in difficoltà. In una lettera inviata oggi al sindaco leghista di Adro, Oscar Lancini, e al dirigente scolastico dell’istituto lombardo, la mamma di una bambina esclusa dalla mensa sostiene di aver "pagato le rette di febbraio e marzo con un leggero ritardo. Quand’anche il Comune fosse sull’orlo della bancarotta - continua la signora - mi sarei aspettata più attenzione, prudenza e rispetto prima di umiliare una bambina di 10 anni davanti ai suoi insegnanti e ai suoi compagni".

Ed è polemica. In effetti, norme alla mano, la decisione presa dal sindaco di Adro sembrerebbe anche non rispettare l’obbligo di frequenza del tempo mensa previsto dall’art. 1 della legge n. 176 del 2007. "Siccome sono una madre di famiglia che lavora, separata con tre figli, forse - incalza polemicamente la mamma dell’alunno escluso - potrebbe ancora accadere in futuro che saldi la tariffa oltre la scadenza fissata per mancanza di tempo. In tal caso vorrei essere avvertita per posta della minacciata espulsione di mia figlia dalla mensa scolastica. Naturalmente - conclude - sono disponibile a rifondere il Comune del costo del francobollo".

Spose bambine, musulmane

Nel paese è in discussione una legge contro i «matrimoni di scambio». Yemen, bimba sposa muore tre giorni dopo le nozze. La tredicenne è deceduta per «lesioni gravissime all'apparato genitale»

SANA'A - Una bimba yemenita, data in sposa all'età di tredici anni, è morta ad Hajjah, città a nord di Sana'a, dopo soli tre giorni di matrimonio. Secondo quanto denuncia un'organizzazione yemenita per i diritti umani, citata dal giornale arabo 'al-Quds al-Arabi', dal referto medico si evince che la giovanissima sposa sia deceduta «per lesioni gravissime all'apparato genitale, che hanno portato ad emorragie fatali». Per i medici, Ilham Mahdi Shui al-Asi, è questo il nome della piccola, non era ancora pronta per il matrimonio e la violenza sessuale subita dal marito l'ha portata alla morte.

«UNA MARTIRE» - In una nota diffusa dall'organizzazione umanitaria 'Forum al-Shaqaiq' si legge che «la piccola è morta venerdì scorso dopo essere stata ricoverata all'ospedale al-Thawra, mentre solo il lunedì precedente, il 29 marzo, aveva partecipato alla sua festa di nozze». La giovane Ilham ha subito quello che nei villaggi dello Yemen viene chiamato 'matrimonio di scambio'. La tredicenne è stata data in sposa a un uomo che a sua volta ha dato in sposa la sorella a un uomo della famiglia di Ilham. Per questo l'ente umanitario definisce la piccola «martire dei matrimoni combinati con minorenni, ancora in uso nel paese». Questo episodio potrebbe riaprire di nuovo il dibattito sulla necessità di emanare una legge in Yemen che ponga un limite di età per il matrimonio. La proposta di legge presentata nelle scorse settimane si è arenata nel dibattito in parlamento dopo la serie di manifestazioni organizzate dai gruppi islamici che la considerano contraria alla sharia.

mercoledì 7 aprile 2010

E non sono politicizzati, no.

Lo scudo per il premier e i ministri. Legittimo impedimento, i pm di Milano pronti a ricorrere alla Consulta. I magistrati del capoluogo lombardo orientati a sollevare eccezione di costituzionalità

MILANO
- Bocche cucite in Procura a Milano dopo la firma da parte del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano alla legge sul legittimo impedimento del premier e dei ministri, che Silvio Berlusconi e i componenti del governo potranno invocare per non presenziare ai processi in cui sono imputati, e quindi ottenere il rinvio delle udienze. Ma i pm del capoluogo lombardo sembrerebbero orientati a sollevare eccezione di costituzionalità chiedendo che gli atti dei processi al presidente del consiglio Silvio Berlusconi siano inviati alla Corte Costituzionale per decidere se la norma contrasta con la Carta. Secondo quanto è trapelato, infatti, qualcuno al quarto piano del Palazzo di Giustizia sta già studiando in modo approfondito la nuova norma. Profili di incostituzionalità potrebbero anche essere posti all'attenzione dei collegi che stanno celebrando i due processi, quello per la compravendita dei diritti tv Mediaset e quello sulla vicenda Mills, in cui il premier Berlusconi è imputato. I pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro hanno concordato da tempo la linea da seguire in diversi incontri avuti con il capo della procura Manlio Minale. Il canovaccio del ricorso alla Consulta sarebbe più o meno quello tracciato dal docente della Sapienza, Alessandro Pace, costituzionalista di fiducia della procura di Milano (caso Abu Omar), in un lungo articolo pubblicato da Repubblica l’8 febbraio scorso.

APPUNTAMENTO IN AULA IL 12 APRILE - Il primo appuntamento in aula è per i diritti tv di Mediaset lunedì prossimo 12 aprile quando tra l’altro il premier, secondo quanto anunciato da tempo dai suoi legali dovrebbe essere in viaggio a Washington. Berlusconi è imputato solo di frode fiscale, dopo che il falso in bilancio e l’appropriazione indebita erano stati dichairati prescritti. Il secondo appuntamento è per il 16 aprile, processo per la presunta corruzione di David Mills, quando è in programma la deposizione della consulente della procura, Gabriella Chersicla.

I MOTIVI - Diversi sarebbero i motivi di incostituzionalità alla base dell'orientamento della procura di Milano. Punto primo, il provvedimento approvato dal Parlamento omette lo specifico accertamento di fatto da parte dei giudici quando si fa istanza di legittimo impedimento che per essere accolto dove essere «assoluto». La norma prevede per reati comuni una prerogativa di cui lo stesso premier non potrebbe godere per reati eventualmente da lui compiuti nell’esercizio delle sue funzioni di governo. Poi, solo una legge di rango costituzionale e non ordinaria potrebbe prevedere una presunzione assoluta di legittimo impedimento per il premier e per i ministri. Il bilanciamento tra due poteri, la politica e la funzione giurisdizionale non può essere effettuata una volta per tutte dal legislatore ordinario facendo prevalere un potere sull’altro. E invece secondo la procura può provvedere solo il magistrato competente. Infine con la legge sul legittimo impedimento il legislatore ammette che poi bisognerà fare una legge di rango costituzionale, anticipata per adesso con una norma ponte di tipo ordinario. E ciò sarebbe incostituzionale. Nel processo in cui il premier è accusato di frode fiscale durante un colloquio voluto dai giudici con le parti, i pm avevano preannunciato ai legali di Berlusconi, che davano ormai per cosa fatta il decreto, l’eccezione di costituzionalità. Infine sta per arrivare il terzo fronte. In questi giorni i pm chiederanno il rinvio a giudizio di Berlusconi, del figlio Piersilvio, di Fedele Confalonieri e di altre 9 persone per la vicenda legata a Mediatrade, società Mediaset al 100 per cento. L’avviso di conlusione delle indagini è di metà gennaio. La richiesta di rinvio a giudizio è pronta da tempo ma era stata posticipata per ragioni di opportunità legate alla campagna elettorale. L’udienza preliminare dovrebbe essere comunque celebrata prima dell’estate davanti al giudice Marina Zelante.

Emma Bonino e i sindacati

La vendetta della Bonino di Fosca Bincher

Assegnato in commissione Lavoro, stampato il 2 aprile a pochi giorni dal verdetto delle regionali, è piombato come un missile su palazzo Madama il disegno di legge di Emma Bonino e dei radicali (a firma Donatella Porretti e Marco Perduca) di riforma dei sindacati. Missile vero per Cgil e Cisl e Uil perché oltre a obbligare tutte le confederazioni sindacali a una certa democrazia interna e a una trasparenza di bilancio identica a quella delle società per azioni il ddl radicale stabilisce il divieto “di ogni trattenuta sindacale, anche se derivante da contratto di lavoro”. Alla Cgil e a tutte le altre confederazioni quindi si potrà aderire come a un partito politico o a un club: solo su base volontaria e con versamento diretto. Una tragedia per tutti i sindacati, visto che i loro bilanci custoditi gelosamente nel segreto delle confederazioni (salvo sintetiche note pubblicate) si reggono in gran parte proprio su quelle trattenute sindacali automatiche contrattate più che con i lavoratori con i datori di lavoro. Nel bilancio 2008 della Uil i proventi da tesseramento ammontavano a 11,2 milioni di euro, oltre a 2,3 milioni di crediti da tesseramento. Nel documento contabile della Cisl per lo stesso anno sono indicati 19,7 milioni di euro di ricavi per “quote di tessere annuali di competenza confederazioni” e nello stato patrimoniale fra le attività 28,5 milioni di euro di “crediti per tessere”. In quello Cgil del 2006, l’ultimo reso pubblico i ricavi da tessere erano in tutto 22,9 milioni di euro e i crediti alla stessa voce verso le strutture ammontavano ad altri 3,9 milioni di euro.

Un miliardo: Ma tutte queste somme sono da considerare per grande difetto, perché quelle poche note inserite nei prospetti di bilancio resi pubblici non fotografano la verità sindacale. Potrebbe farlo un eventuale bilancio consolidato che non esiste, ma che così comprenderebbe tutte le strutture territoriali e di categoria dei sindacati. Si pensi che il reale fatturato della Cgil e spa secondo stime rese pubbliche e non smentite ufficialmente è assai più vicino al miliardo di euro che non a quella trentina di milioni indicati nei prospetti del bilancio nazionale. Più della metà di quel giro di affari dovrebbe arrivare proprio dalle trattenute sindacali dirette sui 5,7 milioni di iscritti Cgil dichiarati nel 2009. Abolire la trattenuta sindacale automatica è proprio come togliere il bancomat ai sindacati, Cgil in testa. Così invece della cassa continua da cui prelevare rischierebbero davvero la bancarotta. Perché la volontarietà del contributo diretto costringerebbe ogni volta i tesserati anche più affezionati a riflettere su cosa possano ricevere in cambio di quel gettone generosamente erogato. Il disegno di legge Bonino prevede il riconoscimento della personalità giuridica dei sindacati in cambio della quale si stabiliscono norme per la democrazia interna e obblighi di trasparenza. Nello statuto dei nuovi sindacati debbono essere indicati “gli organi dirigenti e le relative competenze, le procedure per l’approvazione degli atti che impegnano il sindacato, i diritti e i doveri degli iscritti, la previsione di un bilanciamento delle presenze di genere negli organi collegiali nella misura massima dei due terzi e la garanzia di presenza delle minoranze negli stessi, le misure disciplinari adottabili e le corrispondenti procedure di ricorso”. Si stabilisce l’obbligo di redazione e pubblicazione del bilancio annuale del sindacato, corredato di nota integrativa secondo quanto stabilisce il codice civile per le società per azioni. È obbligatoria la pubblicazione del bilancio entro il 30 giugno di ogni anno “su almeno tre quotidiani a diffusione nazionale e corredato da una sintesi della relazione sulla gestione e della nota integrativa”.

Multe salate: In caso di violazione di questi obblighi di trasparenza oltre a una sanzione amministrativa pecuniaria compresa fra 50mila e 500mila euro ai sindacati inadempienti con decreto verranno sospese le “contribuzioni a favore del sindacato o dell’associazione”. Dopo norme di agevolazione fiscale per le libere contribuzioni detraibili dalla dichiarazione dei redditi dei contribuenti fra 100 e 100 mila euro e l’esenzione fiscale per le attività sindacali proprie, arriva la mazzata dell’articolo 5 sulle trattenute sindacali: “A decorrere dalla data di entrata in vigore della presente legge è vietata ogni forma di trattenuta sindacale, anche se derivante da contratto di lavoro. Il pagamento delle quote associative ai sindacati da parte del lavoratore dipendente o autonomo avviene attraverso diretto versamento volontario. La legge 4 giugno 1973, n. 311, è abrogata”. Un testo chiaro e netto, che sicuramente risulterà indigesto al Pd, ma che farà convolare a nozze il Pdl rischiando così grazie ai radicali di fare trovare in Parlamento la stessa maggioranza che si è trovata in commissione di vigilanza per applicare radicalmente al par condicio in questa campagna elettorale facendo sospendere tutti i talk show.

Pd

Tra "territorio" e "giovanilismo" al Pd restano solo le chiacchiere di Antonio Signorini

Roma - C’è chi, con mille giri di parole, dice che bisogna cambiare, quelli che se la prendono con queste sbandate «giovanilistiche». C’è invece chi pensa che si debba andare nel «territorio». Poi l’immancabile fondazione con annessa scuola di politica. Di quelle che il Pd sforna al ritmo di un paio all’anno, ma fino ad oggi non hanno battezzato nemmeno un consigliere circoscrizionale. Dire che siamo all’anno zero democratico sarebbe troppo generoso, perché, per la sinistra italiana, le settimane dopo le regionali 2010 sembrano tanto un normalissimo post elezioni; tra riti per esorcizzare la sconfitta, analisi in sinistrese e tentativi falliti di rovesciare gli equilibri di partito. Di rinascita dopo la crisi, nemmeno a parlarne. Per semplificare la vita a chi voglia farsi un’idea di cosa si sta muovendo nel principale partito di opposizione, raccogliamo schematicamente le posizioni degli esponenti Pd emergenti, attraverso le loro dichiarazioni più recenti. Il dato nuovo è una categoria che è ormai parte della politica contemporanea: l’invidia della Lega. Più o meno in coincidenza con i buoni risultati del Carroccio nelle regioni centrali rosse, dalla Toscana il neopresidente Enrico Rossi ha fatto arrivare un messaggio in stile Bossi. Prima la denuncia che nel partito centrale ci sono «troppi fighetti», poi un «avviso ai naviganti» di Roma: «Noi non vi comprendiamo». Quanto ci sia di vero nell’orgoglio regionale della sinistra non è dato saperlo, almeno per il momento. Di sicuro una sponda politica per questi mal di pancia resta quella di Sergio Chiamparino. Che ieri ha fornito la sua ricetta per il rilancio: «Bisogna cominciare dal rapporto con il territorio. Io credo che il Pd abbia sul territorio delle figure che rappresentano dei pezzi di società, io comincerei di lì per farli giocare come squadra e non solo come singoli». Tradotto, il vertice nazionale del Pd faccia un passo indietro e lasci spazio a governatori e sindaci. Quanto sia difficile fare politica con l’eredità del Pci alle spalle, si capisce invece dagli appelli di chi vorrebbe ribaltare la leadership del partito, ma poi dice di no. Veltroni ha commentato le elezioni con un invito a riconoscere la sconfitta, ma ha negato di avere voglia di mandare a casa Pierluigi Bersani: «La tendenza conte Ugolino per cui ogni risultato elettorale serve a distruggere la leadership è un vizio nefasto». Un paradosso, come quello che vede da una parte le rassicurazioni di Veltroni, secondo il quale la scuola di Democratica sarà «contro le correnti», e dall’altra i compagni di viaggio che frenano per paura di essere iscritti d’ufficio alla nuova macchina per fare la guerra a Bersani e D’Alema. Che le cose stiano così nel Pd lo sanno tutti. Ma i difensori dei due eterni rivali negano. Persino Giorgio Tonini torna a difendere l’ex segretario negando la rivolta degli aderenti a Democratica. D’altro canto loro, i vecchi «compagni di scuola», non temono la concorrenza di nessuno. Basta guardare la ricetta di uno degli astri nascenti del Pd, il presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti, che propone di usare i tre anni di legislatura «per costruire finalmente un confronto che abbia al centro la nostra cultura politica, il progetto per l’Italia». Giorni fa Zingaretti aveva incrociato la spada con il sindaco di Firenze Matteo Renzi, che lo aveva tirato in ballo come esempio di scarso coraggio. Ma le schermaglie tra le giovani promesse non entusiasmano né la maggioranza né la minoranza del Pd. Per Giorgio Merlo: «È curioso che dopo la sconfitta elettorale riemerga, come d’incanto, l’eterna questione generazionale», agitata «da giovani esponenti che occupano, ormai da molti anni, i vertici apicali», una «collaudatissima e giovanissima nomenklatura di partito». È vero che non ci sono concorrenti a minacciare la leva venuta su nel Partito comunista degli anni Settanta. Ma il timore che il tema del ricambio generazionale emerga c’è. Si capisce da un altro allarme lanciato da un oppositore di Bersani: Beppe Fioroni. Per lui il «giovanilismo» è un «feticcio ridicolo». Pari solo «all’unanimismo». Tradotto: serve un altro leader, ma non cercatelo tra i giovani.

martedì 6 aprile 2010

Il nuovo che avanza...

Il Pd sente puzza di bruciato: è Veltroni il nuovo che avanza

Roma
- Il «Blair che può salvare il Pd sta ancora facendo le scuole medie», osserva l’acuto Michele Salvati. Nell’attesa, una folla si contende la cattedra del partito. Materia: come perdere meglio, e di più. Appurata l’insufficienza dei voti del maestrino Bersani, assodato l’accanimento terapeutico del preside D’Alema, neppure la vacanza pasquale porta segni di resurrezione. Tutt’altro. L’ultima «sorpresina» risale alla settimana scorsa quando, in gran segreto, era stata convocata una specie di seduta spiritica tra intellettuali «sensibili», anche se taluno già distintosi nell’omicidio del partito. Eppure, quando si sono resi conto che la riunione mirava a ripetere il miracolo di Lazzaro, persino costoro si sono rivoltati. Essendo Lazzaro, al secolo, Walter Veltroni. L’ex segretario s’era alzato dalle colonne pietose di Corsera e Repubblica, prima e dopo le Regionali, per avvisare il popolo che esisteva (e camminava assieme a loro). «Non facciamo processi, ma diciamoci la verità», aveva pregato. Analisi crude, accuse realistiche, proposte sorprendenti: «Facciamo un partito aperto, non schiacciato dalle correnti». Il redivivo aveva quindi indicato la salvezza: una corrente da lui presieduta, sotto forma di fondazione «culturale». Che sagacia, che rivoluzione. Ma non ci sono già Italianieuropei e Red di D’Alema, più un centinaio di fondazioni analoghe?, gli avevano chiesto. «Sarà un’altra cosa», aveva risposto. E ispirato aveva aggiunto: «Si chiamerà... Democratica». Fatto sta che alla prima riunione a porte chiuse di questo cenacolo di virtuosi, i più svegli hanno sentito puzza di bruciato. «La nostra idea originaria era quella di dar vita a una scuola di politica che fosse al servizio di tutto il Pd - ha fatto l’ex ministro Tiziano Treu -. Ma se adesso si vuole trasformare questa fondazione in uno strumento a disposizione di Veltroni, preferisco farmi da parte». Lo stesso hanno pensato Claudia Mancina, Massimo Livi Bacci, Alberta Soliani (assente alla riunione per motivi di salute), Mariangela Bastico, Pietro Ichino. La «rivolta», finita in pagina sul Riformista e Repubblica, ieri ha sollevato qualche ulteriore strascico da parte dello stesso Ichino, che puntualizza la natura della sua perplessità. Ma l’apostolo più vicino a Lazzaro, Giorgio Tonini, ha rassicurato tutti: «Nessuno, Veltroni in testa, ha intenzione di trasformare Democratica in una corrente mascherata. Non c’è niente di più lontano dalle intenzioni di Walter. Si tratta solo di un luogo di elaborazione culturale, che nasce sul ceppo della scuola politica voluta da Veltroni nel 2008, e che oggi lui ha pensato di riprendere con Salvatore Vassallo e di rilanciare mantenendone lo spirito plurale. Ci rivedremo la prossima settimana, ci sarà anche Veltroni, e affineremo gli aspetti organizzativi. Vediamo se la cosa si può fare, altrimenti faremo una cosa diversa». Sarebbe interessante un tressette. Meglio col morto.

Londra

È Londra il paradiso dei criminali di guerra

E' il Regno Unito il paradiso di autori di abusi o criminali di guerra. Non solo quindi il Paese dei diritti civili, la Gran Bretagna si rivela ottimo rifugio per chi ha sulle spalle una storia di delitti atroci. A dirlo è un rapporto dell'associazione per la difesa dei diritti umani Aegis Trust, secondo cui in Gran Bretagna vivono indisturbati, tra gli altri, alti funzionari del regime di Saddam Hussein e di Robert Mugabe. Sembra che siano almeno 51 i sospetti di reati come la tortura che vivono liberamente nel paese. Secondo il rapporto, il ministero dell'Interno avrebbe fornito i nominativi dei 51 sospetti alla polizia, che però non è riuscita a assicurarli alla giustizia. Secondo le attuali leggi britanniche (International Criminal Court Act 2001), un sospetto per crimini di guerra compiuti oltre i confini nazionali può essere processato dai tribunali britannici se il crimine è avvenuto dopo il 2001. Proprio questa settimana, la legge sarà ulteriormente modificata e diventeranno processabili in Gran Bretagna tutti i crimini di guerra compiuti all'estero dal 1991. Un passo avanti ma ancora non abbastanza, secondo Aegis Trust: «Queste leggi devono essere rinvigorite - ha detto uno dei dirigenti dell'associazione Nick Donovan - altrimenti la Gran Bretagna rimarrà un paradiso per i criminali».