martedì 6 aprile 2010

Magistratura italica impunita

Giustizia, boss scarcerato per carte non trasmesse: ordinò di uccidere 17enne

Napoli - Mancata trasmissione agli avvocati difensori dei file audio con le intercettazioni telefoniche. Per questo vizio formale è tornato in libertà Ettore Bosti, figlio di Patrizio Bosti, uno dei boss della camorra napoletana. Il giovane era stato arrestato con l’accusa di essere il mandante dell’omicidio del 17enne Ciro Fontanarosa, punito con la morte per essersi rifiutato di far parte del clan. Il ministro della Giustizia Angelino Alfano, ha disposto una verifica ispettiva per accertare se la vicenda relativa alla scarcerazione di Bosti sia stata determinata da eventuali negligenze.

La scarcerazione del boss. La scarcerazione è stata disposta ieri dal gip di Asti nel corso di una controversa vicenda giudiziaria ancora lontana dall’essere conclusa. Per la mancata trasmissione degli atti ai difensori (file audio e verbali di interrogatori di alcuni collaboratori di giustizia), già il Tribunale del Riesame di Napoli nelle scorse settimane aveva dichiarato l’inefficacia dell’ordinanza di custodia in carcere sia nei confronti di Bosti sia del presunto esecutore materiale del delitto. Per "sanare" la situazione i magistrati della Dda di Napoli avevano emesso un provvedimento di fermo che era stato eseguito prima che Bosti lasciasse il carcere di Asti. Chiamato a pronunciarsi sulla convalida del fermo il gip di Asti ha respinto la richiesta dei pm riportandosi alle motivazioni alla base dell’annullamento disposto dal Riesame.

Verso una nuova ordinanza. I magistrati antimafia di Napoli, una volta approfondite le motivazioni del Riesame e del gip, decideranno se richiedere l’emissione di una nuova ordinanza, disporre un nuovo fermo oppure proseguire l’indagine con l’indagato in stato di libertà. Ciro Fontanarosa fu ucciso il 24 aprile 2009 in via Pietro Lettieri, una traversa di corso Garibaldi, non lontano dalla Stazione centrale. L’8 marzo scorso i carabinieri arrestarono Ettore Bosti, 30 anni e Vincenzo Capozzoli, di 34 anni, il primo con l’accusa di aver ordinato l’omicidio di Fontanarosa e il secondo con l’accusa di essere l’esecutore materiale del delitto. Fontanarosa fu ucciso con sette colpi di pistola. Terzo arrestato, con l’accusa di favoreggiamento, Cristian Barbato, di 22 anni, cugino della vittima e testimone dell’agguato.

La ricostuzione dei fatti. Secondo il collaboratore di giustizia Vincenzo De Feo, Ettore Bosti in un primo momento aveva tentato di affiliare il 17enne al proprio clan perchè lo riteneva una persona capace sotto il profilo criminale. Fontanarosa - secondo il pentito - non aveva accettato la proposta perchè voleva continuare a fare il "mariuolo" fuori dal sistema. Il giovane era specializzato infatti nei furti di orologi e diceva che se proprio avesse dovuto scegliere un clan, avrebbe scelto il clan Licciardi, al quale era vicino suo padre. L’omicidio di Fontanarosa rappresentò, secondo gli inquirenti, anche un monito nei confronti dei piccoli delinquenti della zona per evitare che decidessero di agire autonomamente senza sottostare alle direttive del clan. La scarcerazione di Bosti segue quella dei giorni scorsi del presunto killer, Capozzoli, e di Barbato.

Gli ispettori del Guardasigilli. "E' una scarcerazione che avviene per motivi formali, provocata dai tempi tecnici ristretti per accludere numerosi atti a una urgente richiesta di convalida di fermo al gip di Asti, seguita da una scarcerazione, sempre per motivi formali, da parte del Riesame di Napoli", ha spiegato il procuratore capo di Napoli, Giovan Domenico Lepore. L’ispezione ministeriale riguarderà sia gli uffici giudiziari di Napoli che quelli di Asti.

lunedì 5 aprile 2010

Arricchimenti culturali

Firenze, uccide due amici: "Mi chiamavano gay"

Firenze
- Due cittadini extracomunitari sono stati uccisi nella zona di Santa Maria Novella, a pochi passi dalla stazione centrale, a Firenze. Il duplice omicidio è avvenuto in via Del Moro. Le due vittime sono cittadini cingalesi, massacrati a coltellate da un connazionale di 35 anni che è stato fermato ieri sera dai carabinieri. L’uomo, badante di un anziano fiorentino, è stato individuato grazie alle numerose testimonianze raccolte dopo il duplice omicidio e dalle impronte sull’arma del delitto: avrebbe agito in preda ad un forte risentimento personale perché veniva pesantemente e ripetutamente denigrato dalle due vittime: "Mi chiamavano gay".

La ricostruzione dei fatti. A uccidere i due cittadini dello Sri Lanka ieri pomeriggio è stato un uomo che ha colpito la prima vittima a un fianco con almeno tre coltellate. Poi avrebbe raggiunto l’altro che, forse, aveva cercato di difendere l’amico, con almeno quattro fendenti. Tutti i colpi avrebbero raggiunto organi vitali. Sembra che poco prima, tra l’omicida e le vittime, fosse scoppiata una lite all’interno di uno dei negozi, una rosticceria e un internet point gestiti da cingalesi, che si affacciano in via del Moro davanti ai quali si sono accasciati i due uomini. Prima dell’arrivo dei carabinieri qualcuno aveva steso un telo sui corpi.

L'intervento del 118. Dopo il duplice omicidio l’assassino, che alcuni testimoni hanno riferito "scuro di pelle", si sarebbe allontanato con il coltello ancora in mano, sembra inseguito da alcuni testimoni. Le vittime sono Kamal Misantha Narasooriia, 40 anni, e Sudath Rohana Jayalath Mudiyanselage, 36 anni. Sul posto, insieme ai carabinieri, a cui sono affidate le indagini coordinate dal pm Luigi Bocciolini, il 118 e gli agenti della Polizia municipale: una pattuglia, in servizio in piazza Duomo, sarebbe stata avvisata di quanto successo da uno dei testimoni che aveva cercato di inseguire l’omicida. La notizia si è sparsa velocemente nella comunità cingalese di Firenze e in via del Moro sono arrivati numerosi cittadini dello Sri Lanka. Secondo alcuni di loro le vittime erano entrambi sposati, con un figlio ciascuno, e con un regolare permesso di soggiorno. Mudiyanselage lavorava come domestico in una villa a Tavarnuzze alla periferia di Firenze.

Arrestato l'assassino. Il cingalese arrestato ha 35 anni ed è in Italia con regolare permesso. Si chiama Chaminda Atula Kumara Hetti Arachchige. Per anni ha fatto il badante ad un anziano solo, il quale aveva promesso che gli avrebbe lasciato in eredità la casa alla sua morte, circostanza che si è verificata nel novembre del 2009. La promessa della casa in eredità aveva suscitato invidia, secondo quanto hanno riferito i carabinieri, nella comunità cingalese e pare che le due vittime avessero cominciato a insinuare che il dono sarebbe avvenuto perchè Hetti Arachchige aveva con l’ anziano una relazione omosessuale. L’arrestato ha detto infatti ai militari che le vessazioni erano cominciate nel 2005, da quando appunto si era diffusa nella comunità straniera la voce della volontà dell’anziano di lasciare l’appartamento in eredità al suo badante.

La precedente aggressione. L’arma con cui il cingalese ha ucciso i due connazionali è un pugnale affilato artigianalmente ritrovato in casa dell’omicida, in via Frà Bartolomeo a Firenze, una casa avuta in eredità da un anziano rimasto solo a cui il cingalese aveva fatto da badante molti anni prima della morte. Già nel 2008, per un’aggressione con scimitarra ad altri suoi connazionali, sempre causata dagli stessi motivi, era stato arrestato. Proprio questa eredità sarebbe alla base delle voci discriminatorie fatte circolare nella comunità straniera sul conto del cingalese arrestato, ritenuto dai connazionali beneficiario dell’appartamento in quanto omosessuale. Nella casa i carabinieri hanno trovato anche abiti sporchi di sangue.

domenica 4 aprile 2010

Eurabia

"Abbiate fiducia, Eurabia avanza anche coi pullman dei turisti" di Ugo Volli

Cari amici, oggi che è Pasqua vi parlo di una cattedrale e di un piccolo incidente avvenuto ieri al suo interno. La cattedrale è quella bellissima di Granada. L’incidente sta nel fatto che un gruppo di turisti musulmani austriaci, arrivati al suo interno, si sono messi a pregare (secondo il rito islamico, naturalmente, prostrati verso la Mecca). Ammoniti prima dalle guardie di sicurezza, ma incuranti della proibizione, un paio si sono addirittura ribellati violentemente alla polizia intervenuta nel frattempo e sono stati arrestati. Piccolo incidente, ma meritevole di attenzione. Dovete sapere che durante l’occupazione araba della Spagna questo edificio era una moschea, sorta a sua volta su un precedente luogo di culto cristiano. Fu riconsacrato come chiesa nel 1323, perché Granada fu ripresa dagli spagnoli prima della fine della Reconquista, alla fine del XV secolo. Quella della cattedrale di Granada è una situazione di alternanza di fedi sullo stesso edificio non inconsueta: pensate ad Aghia Sofia a Istanbul, alla grande Moschea di Damasco, ma anche al Monte del Tempio di Gerusalemme o alla grotta dei patriarchi a Hebron. La differenza è che gli islamici non sopportano che la storia tolga loro qualcosa. Se un luogo è stato una moschea, per loro continua ad essere una moschea; e soprattutto se un luogo è stato territorio islamico, continua ad esserlo anche 500 anni dopo: del programma di Al Qaeda fa parte la riconquista della Spagna col jihad, la guerra santa (e anche della Sicilia, se è per quello), parti inalienabili del Dar Al Islam. Ci sono altre due piccole riflessioni da fare su questo episodio. La prima è che i fedeli islamici provenivano non dall’Algeria o dalla Siria, ma dall’Austria. Siamo arrivati al punto che le forze aggressive dell’islamismo provengono dall’interno dell’Europa e anche della Comunità Europea. Non ci sono indizi per dire che si trattasse di un piano predeterminato, del centinaio di turisti islamici, solo una decina ha provocato i disordini; ma è evidente che anche fra musulmani austriaci abbastanza benestanti per fare i turisti lo spirito della guerra santa è ben diffuso. Il secondo punto è che la stessa cosa accade in Spagna. Un tal Mansur Escudero, leader della “Junta islamica” dichiara che la sua organizzazione ha spesso chiesto che la Cattedrale fosse adibita a un “uso condiviso ecumenico” e dà la colpa dell’avvenuto all’Arcivescovo locale Demetrio Fernández González, che non si è piegato alla richiesta di "condominio". (A proposito, immaginate le reazioni se Israele volesse il condominio del Monte del Tempio per le preghiere dei fedeli ebrei...) Cari amici, abbiate fiducia, Eurabia avanza, anche coi pullman dei turisti. Presto accadrà anche a Palermo, mi permetto di prevedere. Dopotutto anche la Cattedrale Maria Assunta è stata costruita su un’antica moschea (che aveva occupato lo spazio di una precedente chiesa).

Multiculturalismo, punti di vista

... e non servivano certo nè la Sbai nè tantomeno Quagliarello a venirci a dire che il multiculturalismo è una enorme falsità. E di immigrati ne sono davvero pochi quelli che si sono integrati. Smettiamola, una volta per tutte di fare i politicamente corretti.

Dietro l'ideologia del multiculturalismo si cela solo un grande inganno di Gaetano Quagliariello

Pubblichiamo di seguito la prefazione di Gaetano Quagliariello al libro di Suoad Sbai "L’Inganno. Vittime del multiculturalismo", edito da Cantagalli.

Souad Sbai scrive da una prospettiva illuminista. Si batte “per una politica dei lumi” e, contro l’oscurantismo dell’islam più estremista, si appella alla ragione. Individua nella libertà dell’uomo – e, nel caso in specie, ancor più della donna – la bussola che deve guidare l’azione di chi s’impegna in politica. Concepisce lo spazio pubblico come un ambito nel quale le sfere di autonomia delle persone siano costantemente destinate ad ampliarsi. E con questa dinamica, in fondo, identifica il progresso.

Per correttezza e per lealtà nei confronti di Souad, alla quale mi lega una profonda amicizia, dico subito che la mia prospettiva non coincide del tutto con la sua. Banalizzando potrei affermare che lei è più progressista di me e, se non si offende, che è più di sinistra. A differenza sua, io non credo al primato della “ragion pura”. Ho persino l’ardire di ritenere che sia un errore – e un rischio – rivolgere lo sguardo sempre e solo verso il futuro. Credo, infatti, in una libertà temperata, regolata dalla responsabilità più che dal diritto. E che, per questo, sappia fare i conti con quella sedimentazione di saggezza che si condensa nella tradizione. Una libertà che sappia darsi dei limiti rispettando le identità che i costruttivisti del nuovo secolo, con l’aiuto di quanti hanno eletto il progresso tecnico-scientifico a religione, vorrebbero invece abrogare. Insomma, mettiamola così: Souad è una liberale progressista sostenuta da un concetto di ragione che concede poco alle sensazioni, alle emozioni e ancor di meno alle convenzioni che io ritengo, invece, far parte del nostro Dna. Io, se proprio debbo classificarmi, mi definirei un liberale conservatore convinto che la ragione illuministica (quella dei lumi, per l’appunto) sia in grado di generare mostri. E, per questo, fautore di quel senso di responsabilità che si genera solo se si nutre rispetto per la propria origine, la propria identità, le convenzioni della propria comunità. Non è una distanza da poco. Leggendo questo libro me ne sono reso conto ancor di più: pur essendo d’accordo sul “contesto”, tante volte mi è successo di segnare con un punto interrogativo questa o quella affermazione. Non ho dunque potuto fare a meno di chiedermi: perché due persone con un corredo d’idee almeno in parte diverso si trovano a militare dalla stessa parte? Perché fanno le stesse battaglie e condividono in buona parte gli stessi obbiettivi? Ci stiamo sbagliando noi - Suad e io - o c’è qualcosa di più profondo che giustifica questa vicinanza? Una risposta soddisfacente, io credo, la si può trovare solo se consideriamo il contesto epocale nel quale da qualche decennio ci siamo infilati, e di cui non tutti hanno consapevolezza. Viviamo nella società globale, è una banalità. Ciò implica che tutto corre più veloce: le notizie, le transazioni economiche, le decisioni, i mutamenti culturali. E incomparabili rispetto al passato divengono anche i fenomeni governati dalle curve demografiche. Tra questi, ovviamente, innanzitutto l’immigrazione e l’integrazione. Inutile, a tal proposito, provare a recuperare dati e soluzioni che ci giungono dalle esperienze novecentesche. Si finirebbe presto fuori strada. Perché allora il contesto era quello postcoloniale e le ricette venivano ancora influenzate dalle peculiari caratteristiche della stagione degli Imperi. Oggi tutto è cambiato, per contesto geo-politico, dimensioni, proporzioni. E tra questi mutamenti ce n’è uno in particolare con il quale “i progressisti” faticano a fare i conti, al punto che, nella prospettiva di liberalizzare l’islam, essi sono portati a puntare in modo eccessivo sulle avanguardie intellettuali dei dissidenti e degli irregolari: persone eccezionali che spesso s’immolano in per-corsi eroici ma da cui non credo possa giungere “la soluzione” alla crisi di civiltà che stiamo attraversando. Il mutamento più profondo – le cui avvisaglie si sono viste già partire dagli anni ottanta del secolo scorso – riguarda infatti quel processo di secolarizzazione della società in virtù del quale la religione si sarebbe dovuta presto ridurre a un incidente nella storia dell’umanità. gli illuministi d’autre fois avevano puntato fortemente sulla sua ineluttabilità. E invece il processo si è interrotto e addirittura invertito: a nord come a sud, a oriente ma anche a occidente. Se si volessero immortalare i cambiamenti del costume, tra le immagini che hanno impressionato la pellicola degli ultimi decenni troveremmo senz’altro masse imponenti di fedeli inchinati verso la Mecca. Ma anche le adunate di giovani con i jeans e le chitarre in attesa della parola del Papa. Si potrebbe disquisire a lungo sulla profondità di questo fenomeno e sulla sua parentela con la vera fede. non di meno, però, nessuno potrà negare che esso attesti un profondo bisogno di senso, al quale la ragione da sola non sa dare soddisfazione. A questo punto si pone un problema. Questo ritorno della religione preconizzato da andré Malraux (uno che aveva provato le inebrianti sensazioni della droga ideologica ed era riuscito a liberarsene), che si produce sotto i nostri occhi da quasi un quarantennio, è indiscusso e indiscutibile per quel che concerne il mondo non cristiano e in particolare in quello islamico. Anche se qualcuno lo volesse negare, dalla rivoluzione khomeinista in poi vi sono i cambiamenti di regime non meno che la diffusione dei veli e dei burqua ad attestarlo. Diviene invece sconveniente – politicamente scorretto, per dirla con più chiarezza – sostenerlo qui da noi. Chi osa farlo passa per retrogrado, servo dei preti, baciapile. E questo diffuso negazionismo rappresenta una delle prime cause di quella “contaminazione asimmetrica” che rischia di far smarrire allasocietà occidentale la sua tenuta, ancor prima che la sua identità. Si corre il rischio, insomma, di trasformarci tutti in una enorme olanda, con fenomeni di liberalizzazione estrema che convivono, nelle stesse strade, con un processo di islamizzazione per niente strisciante. Le culture, infatti, non sono immobili. E, con grande scorno di tanti neo-positivisti, non evolvono neppure solo in linea retta verso sorti sempre più progressive. La storia si è incaricata d’insegnarcelo. Esse a differenza delle religioni – e in particolare di quelle rivelate – si modificano, s’influenzano a vicenda, si contaminano. Perché tutto ciò non accada a senso unico, però, vi è bisogno del rispetto, che è cosa ben più seria della tolleranza. rispetto verso gli altri ma rispetto anche per se stessi, per le proprie origini, per la propria identità. Questa convinzione spinge a perseguire, più che un’evoluzione dell’islam per linee interne, una nuova consapevolezza dell’occidente. Consapevolezza della sua forza in senso politico-culturale, ancor più che in senso economico o geo-politico. Perché le grandi svolte della storia, con buona pace di tante vedove inconsolabili del marxismo, sono state sempre provocate da idee e ideali. Qui risiede forse un altro punto di distinzione rispetto alla prospettiva di Souad. Lei infatti, nel libro, si rifà spesso e volentieri all’individuo e alla sua sfera. Io preferisco senza tentennamenti parlare di persona. Perché l’identità, come le idee, sono qualcosa che appartiene al singolo. Ma diventano rilevanti nello spazio pubblico quando si fanno patrimonio condiviso dei corpi intermedi e da qui giungono a fecondare realtà comunitarie nelle quali la persona resti la misura imprescindibile. Non c’è dunque da scandalizzarsi di fronte alle conseguenze del risveglio religioso del mondo islamico. Né è lecito rivolgersi a quel mondo sollecitando un dialogo, impossibile da accettare da loro come da noi qualora esso implichi una rivisitazione inprospettiva sincretistica di quei dogmi che per ogni religione rivelata non possono essere oggetto di confronto e tanto meno merce di baratto. Meglio, molto meglio puntare su un’altra prospettiva pretendendo che in occidente le religioni – tutte le religioni – non vengano considerate “affare privato” da dover fnascondere sotto l’obbligo di un velo di ipocrisia quando non proprio sotto il burqa di un multiculturalismo malinteso. Meglio, molto meglio battersi affinché le religioni siano chiamate a irrorare lo spazio pubblico regolato dai nostri costumi, dalle nostre Carte fondamentali, dalle nostre leggi, dai nostri tribunali. È altro – state tranquilli – rispetto al patriottismo costituzionale. È la rivendicazione di una identità che negli anni si è fatta Stato e che, per questo, cerca in tutti i modi di scongiurare che al riparo da occhi indiscreti e con la complicità del dogma illuminista della “religione come fatto privato” si compiano misfatti nei confronti della dignità della persona, soprattutto se essa è debole. Questa è la grande contraddizione di un occidente che non crede più a niente: in nome di una tolleranza astratta e di un concetto di equivalenza delle culture che si decontestualizza fino a smarrire i suoi ancoraggi storici, si finisce per restare disarmati al cospetto di pratiche che negano l’eguaglianza, la dignità della donna, i diritti del minore. È come se i progressisti e coloro che, nonostante i tanti rovesci, continuano a credere nelle sorti progressive della storia, dicessero: segregate pure le donne musulmane, riducetele in schiavitù, fate subire loro l’abominio della poligamia, fate lavorare i bambini cinesi a Prato per dieci ore ma, per favore, fatelo “in privato”, lontano dai nostri occhi, e non ci mettete nella condizione di modificare le nostre visioni sull’identità, sul relativismo, sul multiculturalismo. Troppo comodo. Chi è onesto, come lo è Souad, non può accettarlo. La sua fede nella ragione la porta a verificare se quel mondo che si vorrebbe governato dalla ragione astratta siaveramente il miglior mondo possibile. E se le risposta è no – come attestano le tante storie di donne narrate nelle pagine seguenti – ecco che la sua battaglia si avvicina a quella di un liberale conservatore. Souad è una illuminista politicamente scorretta. Con lei potrò litigare sul velo – se “teoricamente” sia giusto negarlo o meno – ma non su ciò che sia giusto fare per liberare dal giogo i più deboli, ovvero le vittime del politicamente corretto. oltre le propensioni ideali c’è l’onestà. Quella che ti porta a vedere le cose come sono e a comportarti di conseguenza.

Le vedove nere, spose di allah

Le vedove nere (articolo rubato ad Inc@)

E anche storie di baby-kamikaze, convertite, figlie, madri, mogli, vedove e fidanzate di Allah. Storia di Dxhennet, la vedova teenager esplosa nel cuore di Mosca.

Vendetta. Le kamikaze sono merce “facile”. Non hanno bisogno di addestramento e sono mosse dalla rabbia e dal dolore. È stato così anche per la diciassettenne che è saltata in aria alla stazione di Lubjanka. Ha fatto più di 20 morti. Suo marito, l'emiro del Daghestan, era stato ucciso tre mesi fa.

Ha il viso di una diciassettenne arrabbiata con il mondo e un nome che in arabo significa “Paradiso”. Dzhennet Abdurakhmanova lunedì scorso è stata uno dei due “angeli” vendicatori che si sono fatti esplodere nelle viscere di Mosca. Lei, imbottita di tre chili di tritolo, si è suicidata alla stazione di Lubjanka, sotto il quartier generale dei servizi segreti del Cremlino. Il suo bottino di sangue è di più di venti morti. Un'altra donna, 20 anni, pochi minuti dopo si faceva esplodere alla fermata di Park Kultury. Anche lei era giovane e vedova. Dzhennet veniva dal Daghestan, teatro di un attentato a Kizlyar (12 morti) subito dopo la strage moscovita. Era nata a Kostek, famosa per l'eccellenza nella lotta greco-romana. C'è un detto in Caucaso che recita: «Vinci a Kostek e vincerai in tutto il mondo». Un posto di lottatori, insomma, e - in alternativa - di guerriglieri che non temono la morte. Anzi, la cercano. Dzhennet ha fatto tutto in fretta nella sua breve vita. Sposa a 17 anni e da tre mesi vedova. Suo marito era Umalat Magomedov, meglio conosciuto come “l'emiro del Daghestan”, alias Albar. Il 31 dicembre del 2009 la sua macchina fu fermata per dei controlli di routine a un posto di blocco poco fuori Grozny. I quattro sul velivolo cominciarono a sparare. Restarono immediatamente uccisi dal fuoco incrociato. Albar era uno dei leader del gruppo terroristico capeggiato dall'emiro del Caucaso, Doku Umarov, che ha rivendicato i due attentati alla metro di Mosca. La sua morte, del tutto casuale, gettò Dzhennet nella disperazione, vedova a soli 17 anni. Due ragazzini con le pistole. Così li ritrae la loro ultima foto insieme. Secondo il quotidiano russo Kommersant si erano conosciuti su internet e si erano dati un appuntamento “al buio”. Sembra che, però, una volta incontrata Dzhennet, Umalat comprese di aver trovato il suo “Paradiso” personale e «con la forza la portò a casa sua». Si sposarono dopo poco. Enfants terribles del terrorismo, i due si sono immolati alla causa degli irredentisti ceceni, radicalizzati all'islam. Sulla foto Dzhennet agita in aria una pistola e ha lo sguardo perso da qualche parte, lontano dai suoi coetanei nel resto del mondo. Quelli che alla sua età sono ancora sui banchi di scuola e la guerra la conoscono perché vedono le immagini su internet o in tv, come se fosse un film. Non è ancora chiara la storia di Dzhennet, ma sembra che dopo la morte di Umalat la ragazza sia stata “accudita” dal wahabita Said Buriaza, che l'avrebbe convinta a sacrificare la sua stessa vita per vendicare il marito. Così, lunedì scorso alle 7.52 del mattino, “Paradiso” era vestita di nero e indossava una cintura esplosiva. Qualcuno a distanza ha attivato l'ordigno attraverso un cellulare. È stato un attimo e la stazione di Lubjanka si è trasformata in un inferno. “Paradiso” era già “lontana”, mentre suonavano le sirene delle ambulanze che prestavano i primi soccorsi ai feriti coperti di sangue che uscivano dal budello sotterraneo. Le cosiddette “vedove nere” sono utilizzate dalla rete del terrore internazionale sin dal 1993. Fecero la loro prima comparsa in Libano. Erano nella scuola di Beslan nel 2004, durante il mega sequestro finito in tragedia (331 morti) e anche nel teatro Dubrovka di Mosca nel 2002, in cui morirono 33 terroristi e 129 ostaggi. Le “fidanzate di Allah”, come le ha definite la giornalista russa Yulia Jusik, sono carne da macello “facile”. Non necessitano di addestramento, ma basta solo alimentare la loro rabbia per un marito perso o un figlio, un padre o una madre uccisi. Basta mettere loro addosso una bomba e farle esplodere da lontano, come in un videogame dell'orrore. Il libro della Jusik, una raccolta di diari di donne kamikaze e di interviste ai loro famigliari «non esiste più in Russia», dice al Riformista Mia Bloom, docente di studi internazionali e storia delle donne alla Penn State University, nonché autrice di numerosi saggi sul fenomeno delle donne-terroriste, il più famoso “Dying to kill: the allure of suicide terror” è un best-seller. Raggiunta telefonicamente, la professoressa Bloom si dice «preoccupata» che vi siano molte altre donne pronte a fare quello che ha fatto Dzhennet Abdurakhmanova: «Il conflitto in Cecenia conta circa 180 mila uomini morti. Tutti avevano mogli, fidanzate, madri, sorelle. Non tutte sono disposte a diventare kamikaze, ma molte di loro sicuramente sì». Ma cosa può spingere una teenager a farsi saltare in aria? Forse vengono imbottite di droghe? «No, non credo - ci dice Mia Bloom - le droghe forse vengono utilizzate durante il processo di brain-washing al quale vengono sottoposte, ma nel momento dell'attentato non devono essere sotto l'effetto di farmaci e alcol, altrimenti l'intera operazione rischia di essere compromessa». Oltre alla motivazione della “follia”, cosa c'è alla base di questo fenomeno? «Le donne che si fanno esplodere dimostrano alla società di poter contare di più morendo che non quando erano in vita. Vede, nel 2003 la Duma (il parlamento russo ndr) ha emanato una legge che autorizza i poliziotti a perquisire e “svestire” qualsiasi donna giri per strada con un velo. Le donne sono spesso malmenate, trattate come oggetti. Per questo il loro gesto kamikaze riscatta gli abusi di una vita». La vendetta gioca però un ruolo cruciale. «Sì. È dimostrato che in tutti i gruppi terroristici, dall'Irlanda del Nord alle Tigri Tamil nello Sri-Lanka le donne-bomba sono legate all'organizzazione tramite un'appartenenza di sangue (padri e fratelli) o un matrimonio». Così è stato anche per Dzhennet. Chissà a cosa stava pensando quando un dito distante l'ha resa una martire.

Buona Pasqua!


... a tutti!

sabato 3 aprile 2010

Generazione italia

Generazione Italia, ovvero il cavallo di Troia di Bartolomeo Di Monaco

Come Stendhal, anche Fini è stato preso da una sindrome; comincio a darmi questa spiegazione, dopo che tante altre mi sono passate per la testa. Fini è stato un uomo di destra per troppo tempo. Dalla culla si può dire. Almirante ne capì la vocazione e lo elesse a suo pupillo, al punto che ancora oggi Donna Assunta, la vedova del fondatore del Msi, lo tiene sotto la sua ala protettrice. Guai a parlarle male di lui. Tutto gli perdona. Chi sa però se arriverà a perdonargli il nuovo cavallo di Troia che ha mosso ieri i suoi primi passi dentro le mura del Pdl. Fini gli ha dato un nome: Generazione Italia e lo ha affidato ad un suo fedelissimo, Italo Bocchino. Il suo compito, nonostante le frettolose assicurazioni? Fare da sponda al Pd; fermare qualsiasi decisione che non sia gradita a Bersani & C. Come è potuto succedere? Quanto mi ci sono arrovellato! Ma ora una risposta sicura ce l’ho. Giunto all’età di 58 anni (è del mio stesso segno zodiacale, ahimè, il Capricorno) gli è precipitata addosso la sindrome della sinistra. Si è stancato di essere un uomo di destra, gli è venuta la nausea, quasi un mancamento. Necessaria la cura, dunque. Per prima cosa il cambio della moglie: Daniela Di Sotto viene sostituita con una più giovane Elisabetta Tulliani. È l’avvio di un percorso nuovo, forse un taglio netto. Poi realizza che quella sindrome è in realtà il passato degli avi che ritorna, non quello del padre, che fu tutto sommato un moderato, ma quello del nonno paterno, morto nel 1970, che fu invece comunista. Tra tutto questo rimescolio improvviso e inatteso, ecco che è bastato uno scaltro sorriso, un ammiccamento dei vecchi compagni del nonno, per fare il resto. Ora Fini è uno di loro. Per le strade di Roma, salvo Italo Bocchino e qualche altro naufrago, sono soltanto quelli del Pd che lo salutano. Molti dei suoi antichi camerati non lo riconoscono, e qualcuno si volta perfino dall’altra parte. Che cosa faranno ora che Fini ha introdotto nel gruppo dirigente del Pdl il suo cavallo di Troia? Lo ripudieranno definitivamente? Ne avranno il coraggio? Sarà difficile, infatti, che le proposte messe in discussione all’interno degli organismi direttivi del Pdl non incontrino i distinguo e il contrasto dei finiani. Bersani sarà il primo a conoscere ciò che accade nel Pdl, e messo così in condizione di preparare le contromosse. Ciò che è certo è che le riforme volute dal Pdl non coincidono con quelle del Pd. Ne abbiamo avuto la prova con le esplicite dichiarazioni di Luciano Violante (qui) e di Pierluigi Bersani (qui). Da queste dichiarazioni appare chiaro che le strade sono diverse. Le proposte del Pdl mirano a riconoscere la sovranità al popolo con la elezione diretta del premier; quelle del Pd mirano a lasciare le cose come stanno. Insisto su questa riforma, piuttosto che sulle altre, perché è la più importante, quella che creerà il definitivo spartiacque tra la prima e la seconda Repubblica. Se Bersani insiste nel mantenere la democrazia parlamentare, ossia, in sostanza, lo statu quo, la possibilità di un’intesa è pari a zero. Toccherà ai finiani, perciò, mettersi in azione. Essi cercheranno, in seno al Pdl, di intorpidire le acque, di rallentare i tempi delle decisioni, di confondere l’idee. La mia domanda è: Vale la pena di tenersi in casa una sponda del Pd o non è meglio ricacciare subito il cavallo di Troia fuori delle mura? Ovviamente, parteggio per questa seconda soluzione. Il Pdl metta subito le carte in tavola e svergogni i traditori.

Il popolo viola

Dal «popolo viola» al governo del mondo di Ida Magli

Pare che sia stato il finanziere Soros ad assegnare il colore viola al “Popolo di Internet”. Averlo chiamato “popolo” è con tutta evidenza una mistificazione in quanto fino a ieri si è identificato come Popolo un gruppo residente stabilmente in un determinato territorio, unito dalla lingua, dalla religione, dal passato storico. La somma di molti individui, quindi, non è un Popolo; ma il passaggio dal virtuale al reale, chiamando a raccolta i frequentatori della Rete, è stato deciso per cominciare a dare forma a quella omogeneizzazione mondiale delle persone, dei mercati e dei governi cui lavora già da molti anni l’alta finanza. Il vero colpo di genio è stato quello di fornire ad una massa “liquida” come quella di internet, una specie di “identità” e di comune appartenenza attraverso un colore unificante. Milioni di persone senza nome e senza volto, assolutamente ignote l’una all’altra, ma unite dal “viola”, sono apparse d’un tratto nelle strade e nelle piazze delle città, convinte di somigliarsi, di ri-conoscersi, e hanno fatto le prime prove di quella che nelle intenzioni dei grandi finanzieri che oggi possiedono il mondo, sarà la reductio ad unum dei popoli e la capacità di governarli a livello globale. La strategia usata per far sì che nessuno si accorgesse della gravità dell’avvenimento, è quella del dire e non dire, lanciare il sasso e ritirare la mano, scherzare e fare sul serio, con la convinzione, ben fondata, che giornalisti e politici comunque sarebbero stati al gioco, o perché complici, o perché incapaci di capire. Infatti, il “popolo viola” ogni tanto fa capolino fra le varie notizie del giorno, e subito scompare senza che nessuno se ne preoccupi o cerchi di approfondire l’entità e il significato del fenomeno. Ma Soros non è persona da prendere sottogamba: la sua acutissima intelligenza, e l’assoluta freddezza (o cinismo che dir si voglia) con cui l’adopera, sono strumenti troppo temibili per non doverli tenere sempre sotto osservazione. Ci sono soprattutto due dati “strani”, sia per la loro modalità che per la loro coincidenza, sui quali riflettere. Da una parte l’improvviso cambiamento d’umore nei confronti dell’UE da parte di alcuni politici ed organi di stampa, fino a ieri osannanti. La crisi economica ha influito senza dubbio su qualche ripensamento; ma gli economisti che oggi parlano senza reticenze della possibile crisi dell’euro perché: “nessuna moneta può essere forte senza un’organizzazione politico-statuale alle spalle”, sono gli stessi che hanno sempre respinto con disdegno chiunque facesse la medesima, e ovvia, affermazione. La “sacralità” dell’UE, inoltre, è stata imposta con una tale forza fin dall’inizio che il maggior quotidiano italiano ne ha innalzato la bandiera sulla testata quando ancora non esisteva neppure la moneta unica. Cosa più significativa del fatto che nessun quotidiano porti sulla testata neanche la bandiera italiana e il Corriere porti soltanto quella europea? Da qualche tempo, però, ogni tanto questa bandiera viene “coperta” da immagini quanto mai profane: calciatori, cantanti… Maria de Filippi! Contemporaneamente, compaiono sul Corriere i servizi più critici sulle “spese folli” del Parlamento Europeo, sul possibile scricchiolio dell’euro, perfino sulla eventualità che la Grecia esca dall’UE. Insomma il Corriere della Sera sta aggiustando il tiro proprio quando l’alta finanza ha dato inizio alla battaglia di primavera: il Popolo Viola e il governo mondiale. Alcuni interrogativi sono inevitabili. Che il dissesto economico e monetario sia voluto? Che la moneta unica europea debba lasciare il posto alla moneta unica mondiale? Difficile saperlo per chi non si trova nell’ambito degli invisibili posti di comando. Una risposta, però, si può intravedere nella scelta del colore viola. Tutti sanno che si tratta di un colore che “porta male”. Ma il suo “portare male” è molto complesso e indica una sfida con la “potenza” (radice “vi”), e di conseguenza con la “potenza virile” (vis), con tutto ciò che è sacro e che non deve essere “violato”, penetrato con violenza, posseduto. Una sfida superba da parte di chi oggi ha in mano le ricchezze del mondo e vuole passare dal possesso delle ricchezze al possesso del mondo stesso.

I soliti musulmani

E in Svizzera un «cubo nero» riapre le polemiche coi musulmani di Fausto Biloslavo

Una discussa «opera d'arte» a forma di cubo nero, che evoca la Kaaba, il luogo più santo dell'Islam, sta dividendo gli animi di un cantone svizzero che sembra saltato fuori dalla pubblicità della cioccolata. A Neuchatel, il capoluogo dell'omonimo cantone, nel nord ovest della Federazione elvetica, sono in preparazione i festeggiamenti per il millenario che cadrà nel 2011. Il progetto del Centro d'arte contemporanea prevede di ospitare il «cubo nero», una monumentale opera del discutibile artista tedesco Gregor Schneider. L'unico problema è che il cubo evoca, nella forma e dimensioni, la Kaaba, che si trova in Arabia Saudita, al centro della Mecca, il luogo più santo dei musulmani. Secondo i pellegrini è un tempio fatto discendere dal Paradiso per volere di Allah. La stessa parola significa «cubo». La Kaaba è coperta da un telo nero. La controversa opera di Schneider è nera e a forma di cubo, con il chiaro intento di richiamarsi al tempio della Mecca. Il previsto arrivo del cubo nero agita gli animia Neuchatel. Da un parte c'è chi non vuol sentir parlare di Islam o di religioni in genere per il millenario del cantone. Dall'altro si temono ritorsioni di qualche invasato fondamentalista: la Confederazione elvetica ha votato da poco un referendum che proibisce i minareti. In realtà, a differenza delle proibitissime raffigurazioni di Dio, i musulmani rappresentano la Kaaba dappertutto a cominciare dai tappeti di preghiera e non. Il «cubo nero» viene usato come gadget religioso e tenuto in casa alla stregua della Torre di Pisa in miniatura per i turisti che viaggiano in Italia. Martedì prossimo si riunirà un'assemblea pubblica, come nelle antiche tradizioni cantonali, per decidere il da farsi. Nel frattempo si è dimesso Daniel Burki, presidente dell'associazione per i mille anni di Neuchatel, contrario a riferimenti religiosi. Il quotidiano svizzero Le Matin ha anticipato che il «cubo nero» dovrebbe venir esposto nella piazza del Porto della città, che sorge in riva ad un magnifico lago. L'opera aveva già creato imbarazzo alla Biennale di Venezia del 2005. Inizialmente accettata, avrebbe dovuto essere esposta in piazza San Marco. Qualche giorno prima dell'inaugurazione è stata fatta marcia indietro temendo ritorsioni degli integralisti. L'autore, Gregor Schneider, non è nuovo a provocazioni artistiche. Premiato alla Biennale del 2001 voleva recentemente mettere in mostra una persona in fin di vita o morta da poco. Il cubo nero è riuscito ad esporlo nel 2007 ad Amburgo, dopo che pure Berlino si era rifiutata. L'idea dell'opera sarebbe venuta ad un musulmano e non a caso Ahmet Yazici, il numero due degli islamici nella Germania settentrionale si è congratulato con l'autore. Secondo lui «nessuno della comunità musulmana avrà qualcosa da ridire». Sarà anche vero, ma lo stesso discorso non può valere con tutti, a cominciare dagli svizzeri.

Il giustizialista e la Cgil

Tonino da giustizialista a sindacalista Il suo nuovo alleato è la Cgil di Epifani

Roma - L’appetito vien mangiando. E talvolta, piuttosto che saltare dalla finestra, è meglio mangiare la minestra, specie se è quella del contadino di Montenero di Bisaccia. Sarà per il parlare schietto e rurale di Antonio Di Pietro, sarà perché sulla sua bocca anche le frasi fatte sembrano strafatte, sarà perché tante alternative, alla fin fine, non ci sono, ma ecco che tra Italia dei valori e Cgil è tutto un fiorire di rose. Anzitutto va premesso che, sparita la sinistra radicale, per l’area di sinistra cigiellina l’orizzonte dipietrista era più che scontato. E, dopo aver imbarcato il grosso della truppa, l’ex Pm ha aperto da tempo le porte di Idv a Maurizio Zipponi, già operaio bresciano reso noto da trasmissioni televisive degli anni Novanta e infine gratificato da Bertinotti di un seggio parlamentare nella scorsa legislatura. Il bresciano Zipponi, gran stakanovista (mai in fabbrica, semmai nel sindacato), è presto diventato responsabile lavoro dell’Italia dei valori e in questi mesi ha infittito una rete di relazioni tra il partito di Di Pietro e il maggiore sindacato italiano. Prova ne sia, per gli attenti esegeti del dipietro-pensiero, una sensibilità nuova dell’ex magistrato per i problemi economici. In particolar modo per quelli del lavoro. Anche dopo la sconfitta elettorale alle Regionali, chi si fosse imbattuto in Di Pietro su Repubblica tv non ha potuto fare a meno di notare che, in quasi tutte le risposte al filo diretto con i telespettatori, Tonino infarciva il suo italiano zoppicante di frasi che sarebbero state bene sulla bocca di Guglielmo Epifani. E nella sede nazionale della Cgil si è pronti a scommettere che il capofila del prossimo sciopero generale (dovrebbe essere a maggio) sarà proprio Di Pietro, lestissimo ad approfittare dei disorientamenti e distinguo del Pd. La batosta elettorale renderà ancora più imbalsamato Bersani, pensano molti dirigenti cigiellini, e la sponda dipietrista non potrà che essere grasso che cola. Qualcuno, negli uffici di corso Italia, s’è divertito persino a costruire in un fotomontaggio il futuro embrasson-nous tra Idv e Cgil, così che il palazzo del sindacato figura già in «corso Italia dei Valori» (e non corso Italia). Con la comparsa sulla scena dei «grillini», infine, all’ex Pm non è parso vero di poter abbandonare la sinistra estrema giustizialista per cercare una via che consolidi il partito alla sinistra del Pd. Riguardo il suo italiano approssimativo, fanno notare alla Cgil, non c’è alcun problema: anche il fondatore Di Vittorio bisticciava spesso con la lingua madre.

Pesce d'aprile...

Ginevra, approvata la risoluzione contro la diffamazione delle religioni di Maurizio De Santis

Alla fine, dunque, la lobby oscurantista ce l’ha fatta. Il Consiglio dei diritti dell’Uomo di Ginevra ha approvato una risoluzione contro la diffamazione delle religioni, presentata illo tempore dall'Organizzazione della Conferenza Islamica (OCI), per iniziativa del Pakistan (paese dove la libertà religiosa eccelle a livelli di basso medioevo). Una risoluzione adottata con risicata maggioranza, nel formare la quale sono stati decisivi proprio i paesi dell’OCI e del gruppo africano (20 voti). A fronte dello schieramento clerical-medievalista, hanno fatto risicato muro l'Unione europea, gli Stati Uniti ed alcuni paesi latino-americani, finalmente decisi a passare dall’astensionismo al “no” (17 voti). Determinanti, invece, le solite astensioni dei paesi “altermondisti” (ben 8), linfa di un movimento di non allineati che, nel concreto, fa molti più danni di quanto si possa immaginare. Assume particolare rilievo il fatto che, un intero paragrafo del testo approvato, fa esplicito riferimento al freschissimo divieto elvetico dei minareti, classificandolo come una chiara manifestazione di islamofobìa. Un chiaro “scappellotto” comminato all’elettorato svizzero, il quale in futuro dovrà evidentemente sentirsi democratico, ma solo se votasse nella direzione gradita alla potentissima OCI. Giunge dunque piuttosto dissonante il commento rilasciato da Julie Gromellon, responsabile della Federazione Internazionale della Lega dei diritti dell'uomo (FIDH), una ONG estremamente attiva nella lotta per l’eliminazione del ricorrente concetto di “diffamazione delle religioni” dalle varie risoluzioni dell'ONU. Che ha avuto l’ardire di classificare detta risoluzione come un buon risultato di compromesso. Ma compromesso su cosa? Ha un bel cantare, la signora Gromellon, quando dovrebbe rendersi piuttosto conto che il paragrafo che condanna il (democratico) voto referendario elvetico, rappresenta un avvertimento da parte dell’OCI ai paesi occidentali, segnatamente quelli europei. Sin dal suo primo utilizzo, il termine “diffamazione delle religioni”, rappresenta un’arma che sovente i paesi a maggioranza islamica amano brandire senza molto ritegno, trasformandola in moneta di scambio nelle più disparate trattative. Ed è indubbio che, anche in questa occasione, l’OCI abbia dato il meglio di se per alzare la posta. Lo stesso ambasciatore del Senegal, Babacar Ba, (egli stesso rappresentante dell’OCI a Ginevra), ha candidamente confermato che il paragrafo in questione è stato voluto dalla Conferenza Islamica, con il fine di stigmatizzare il voto popolare svizzero. Ora, anche se le risoluzioni votate in seno al Consiglio dei diritti dell'uomo non hanno capacità costrittiva, è innegabile che esse producono conseguenze diplomatiche sensibili. Ma nel marasma delle organizzazioni sinistrorse europoidi, così sollecite e presenti nel criticare (a ragion veduta o meno), le istituzioni clericali cristiane (cattoliche e non), manca la lucidità per riuscire a comprendere come fermare questo pernicioso concetto islamico dal sapore neanche tanto vagamente “da santa inquisizione”. Tanto che c’è voluto un arabo musulmano per suonare la sveglia. Hossam Bahgat, direttore esecutivo dell'iniziativa egiziana per i diritti individuali, ha dichiarato senza peli sulla lingua che “il concetto della diffamazione delle religioni è un potentissimo strumento per la restrizione delle libertà sulle questioni religiose e contribuisce a dare una legittimità a qualsiasi tipo d'abuso nel mondo arabo”. Della serie: chi ha il pane, non ha i denti…

Punti di vista

Conquiste delle donne islamiche possibili anche con il velo di Asghar Ali Engineer

Due morti, 50 feriti, decine di auto ribaltate e negozi distrutti. È questo il bilancio delle proteste di migliaia di musulmani avvenute In questi giorni in Karnataka. Oltre 15mila persone sono scese in strada nella città di Hassan, 1500 invece a Shimoga. A scatenare le violenze la pubblicazione sul quotidiano Kannada Prabha di un articolo della scrittrice dissidente bangladeshi Taslima Nasreen, dove si dice che Maometto era contro il velo islamico. La Nasrenn afferma di non aver mai sostenuto questa tesi e nega qualsiasi rapporto con il giornale. La polizia ha imposto il coprifuoco in quattro località interessate da scontri per evitare tentativi di rappresaglia da parte della popolazione indù, ma afferma che la situazione resta tesa. Atti intimidatori si sono verificati anche a Mangalore dove il 3 marzo scorso ignoti hanno fatto esplodere una bomba molotov nella sede del quotidiano Kannada Prabha e scagliato pietre contro le sedi di altri due quotidiani. Questi fatti hanno destato preoccupazione nella popolazione di religione indù, nonostante la condanna di alcune organizzazioni islamiche locali. In India i musulmani sono circa 137 milioni (12,1% della popolazione) e in stati come il Karnataka, governati dai nazionalisti del Bharatiya Janata Party (Bjp), la rigida cultura islamica si scontra con il nazionalismo indù. Questo è spesso fonte di incomprensioni che sfociano in violenze e accuse reciproche. Pubblichiamo di seguito un articolo dal titolo: “Le donne musulmane e il cambiamento” scritto proprio in occasione degli scontri da Asghar Aki Enginneer, musulmano indiano e responsabile del centro Studi sulla società e il secolarismo di Mumbai.

“La maggior parte della gente pensa che le donne musulmane siano costrette con la forza a portare il velo e che siano confinate all’interno delle mura domestiche. Questo avviene perché leggiamo ogni giorno sui giornali che i talebani costringono le donne a portare il velo, incendiano scuole femminili e raffigurano le donne sempre avvolte in scialli scuri che le coprono da capo a piedi. Questa immagine delle donne musulmane è stata anche rinforzata dalla controversia sul burqa avvenuta nelle scorse settimane in Francia. Questa immagine sarebbe giustificata se tutte le donne musulmane seguissero le severe regole propugnate dai teologi islamici sviluppatesi nel periodo medioevale e da loro utilizzate oggi per giustificare le loro imposizioni. Ma c’è una grande differenza tra ciò che è espresso da progetti teologici e ciò che avviene sul piano reale. Potrei non sbagliarmi se mi azzardassi a dire, che le donne musulmane hanno sfidato le regole da più di un secolo. E ora un secolo dopo, le donne islamiche stanno andando avanti nella loro affermazione pubblica. È vero che ancora oggi molti teologi islamici discutono se la donna abbia o no un minore capacità di comprensione (rispetto all’uomo n.d.r) , ma molte donne musulmane hanno rimpiazzato gli uomini in molti campi. In Arabia Saudita, dove le donne non possono guidare le macchine, una donna ha ottenuto il brevetto da pilota e guida gli aerei. Abbiamo notizie dalla Malaysia che Farah al-Habshi, un ingegnere di professione, è stata scelta come sottufficiale per gli armamenti e nella strumentazione elettrica della KD Perak, nuova ed eccellente nave da guerra della marina. Ora lei veste l’uniforme bianca e blu della Marina reale malaysiana. Quello che interessa è che lei indossa anche l’hijab per coprire il capo. Sostiene che l’hijab non l’ha in alcun modo ostacolata nel compiere il suo dovere. La Malaysia è un Paese islamico e l’ortodossia degli ulema esercita un forte controllo sulla vita delle persone. Di recente il governo malaysiano si è tirato indietro quando gli ulema hanno sostenuto che i cristiani non possono utilizzare la parola Allah nella loro letteratura religiosa e nei loro giornali. Le donne musulmane affrontano molti problemi nel rispettare il diritto familiare in questo Paese in mano a ulema conservatori. In questo stesso Paese, una donna è stata scelta come sotto ufficiale con mansioni di combattimento. In India le donne non hanno ancora il diritti di avere ruoli di combattimento nella marina e non è permesso loro volare su aerei da guerra o servire nelle unità di combattimento. Esse non hanno nemmeno il permesso di servire come marinai sulle navi da guerra. Inoltre, Farah al- Habshi ha di recente partecipato a Milano a un’ esercitazione realizzata insieme ad altre donne. Farah è anche molto preparata e ha risposto a tutte le domande che le hanno posto i giornalisti. E questo è solo uno degli esempi. Ci sono altri esempi. Molte donne islamiche eccellono anche nel campo teologico e in modo abbastanza indipendente rispetto ai teologi tradizionali. Esse hanno mostrato coraggio nell’affrontare gli ulema ortodossi. Qui posso fornire l’esempio di Amina Wudud, americana, che insegna Studi Islamici all’Università di Washington. Essa sostiene che le donne possono guidare nella preghiera congregazioni miste e guida circa 100 persone tra uomini e donne da circa un anno, e questo pure il venerdì, giorno della preparazione del khutba (sermone), un fatto praticamente impensabile nel mondo musulmano tradizionale. Questo ha sollevato una forte controversia e anche Yusuf Qaradawi, un teologo moderato dal Quatar, ha scritto un articolo, con il quale si è opposto alla possibilità che una donna guidi gruppi misti nella preghiera. Alcune donne del Kuwait, elette in parlamento dopo molto difficoltà, hanno rifiutato di indossare l’hijab e hanno combattuto per il loro diritto di andare alle sedute del parlamento senza velo e hanno portato il loro caso fino alla Corte suprema del Kuwait, vincendo. Possono essere citati molti esempi di audacia delle donne musulmane nel battersi per i loro diritti. Ma i media, che sono interessati solo alle notizie sensazionali, rifiutano di sottolineare le conquiste compiute dalle donne musulmane e continuano a dipingerle come sottomesse alle autorità tradizionali accettando docilmente la loro condizione. Questa immagine deve cambiare, la realtà è molto più complessa e deve essere compresa. Con questo non si nega che in molti Paesi islamici le donne affrontano difficoltà e problemi e la loro libertà non è qualcosa di scontato. Però, è anche vero che molte di loro combattono e rifiutano di sottomettersi docilmente. Quello che ci dà speranza è la loro continua lotta e sfida delle autorità tradizionali. Si dovrebbe anche citare qui che molti ulema e giuristi islamici hanno capito che le formule della Shari’ah medievale rispetto alla donna non possono essere forzate ancora di più e alcuni di loro come l’egiziano Muhammad Abduh, l’indiano Maculavi Mumtaz Ali Khan e il pakistano Maulana Umar Ahmed Usmani hanno espresso le loro serie riserve rispetto alla tradizionale concezione della donna. La lotta piena di determinazione da parte delle donne islamiche potrà costringere molti più teologici a rivedere le loro posizioni e considerare alla questione della donna in modo più serio partendo il Corano e dalle regole della teologia medievale”.

venerdì 2 aprile 2010

Integrazione islamica

Blitz islamico nella cattedrale di Cordoba

Madrid - Si è concluso con due arresti il blitz di un gruppo di musulmani nella celebre e bellissima cattedrale di Cordoba, costruita all’interno di una antica moschea dei tempi del Califfato di El Andalus, l’attuale regione spagnola dell’Andalusia. Secondo il quotidiano El Dia de Cordoba, un gruppo di un centinaio di “turisti” musulmani provenienti dall’Austria è entrato mercoledì sera nella chiesa principale della città andalusa e ha cercato di pregare secondo il rito islamico, fingendo di ignorare che si tratta di una pratica esplicitamente proibita dal regolamento della Cattedrale. Davanti all’intervento dei custodi, la maggior parte dei “turisti” si è dispersa. Due di loro si sono però scontrati con i custodi, minacciandoli anche, secondo fonti della sicurezza, con un coltello. Secondo l’edizione online di El Mundo è stato necessario l’intervento della polizia, che ha arrestato i due uomini per violenza e resistenza alle forze dell’ordine. Un agente è rimasto ferito in forma leggera. Secondo le fonti della sicurezza, il blitz del gruppo di musulmani era stato in realtà pianificato. Diversi di loro avevano infatti con sé dei walkie-talkie per sorvegliare i movimenti dei custodi. Gruppi islamici integralisti rivendicano il ritorno della cattedrale-moschea all’islam. La numerosa comunità musulmana andalusa ha chiesto più volte di potere usare parte della cattedrale per riti islamici, una richiesta che è stata respinta dall’arcivescovado di Cordoba.
In una nota la diocesi della città andalusa ha confermato l’accaduto ma ha scelto di abbassare i toni e le tensioni, dichiarandosi «convinta che questo incidente puntuale non è rappresentativo della vera identità musulmana». Secondo la tradizione musulmana, le terre che sono state soggette in passato al dominio islamico si devono considerare occupate temporaneamente dagli infedeli e destinate a tornare dar el-islam (territorio dell’islam). L’Andalusia, riconquistata agli arabi dai re cristiani spagnoli circa ottocento anni fa, è uno di questi territori. Nella propaganda di Al Qaida e di altri movimenti integralisti islamici si parla esplicitamente della necessità di ricorrere alla “guerra santa” per restaurare l’antico Califfato e riconquistare alla religione musulmana le province meridionali della Spagna. Il gesto simbolico compiuto mercoledì a Cordoba rientra in questa visione storico-religiosa.

Le fidanzate di Allah

Mosca, le due kamikaze sono "fidanzate di Allah". Una aveva solo 17 anni

Mosca - Aveva 17 anni una delle due kamikaze che si sono fatte esplodere lunedì scorso nella metropolitana di Mosca. Gli inquirenti, riferisce una fonte della polizia, sono praticamente certi di avere identificato l’attentatrice suicida entrata in azione alla fermata Lubjanka: si tratta di Dzhannet Abdullayeva, vedova di un militante islamico di peso in Daghestan, Umalat Magomedov, ucciso a fine 2009. L’identificazione "si basa su informazioni ricevute attraverso molteplici canali. Abbiamo quasi la certezza al 100% che sia stata lei a compiere l’attentato" spiega la fonte. L’ipotesi che si trattasse della Abdullayeva era circolata ieri e oggi la stampa russa riporta la notizia, ma a questo punto l’indiscrezione sembra una certezza.

La foto. Kommersant pubblica una foto della coppia, dove si vede una giovanissima con il velo e vestita di nero. I due, abbracciati, tengono in mano entrambi un’arma. Sempre secondo la stampa moscovita l’altra kamikaze, quella che si è fatta saltare in aria alla fermata Park Kultury, sarebbe una giovane di 20 originaria della Cecenia, Markha Ustarkhanova, a sua volta vedova di un ribelle ceceno ucciso nel 2009. Si tratta di due "fidanzate di Allah", due giovanissime vedove di militanti islamici che hanno deciso, o forse sono state costrette, di porre fine alla propria vita nel nome della jihad contro Mosca.

Le "vedove nere". Per la Russia è una tragica conferma. Le "vedove nere" erano nella scuola di Beslan durante il mega-sequestro finito in tragedia nel 2004 (almeno 331 morti) ed erano nel teatro Dubrovka, a Mosca, nel 2002: uccisi almeno 33 terroristi e 129 ostaggi. Le donne kamikaze, o "shahidki", o vedove nere, sono un retaggio del terrorismo ceceno lanciato dal leader separatista Shamil Basayev e sopravvissuto alla sua morte. In passato ci sono stati persino casi di kamikaze in gravidanza al momento dell’attentato, a dimostrazione che le fidanzate di Allah non sono altro che pedine nelle mani di folli. Per loro nemmeno una formazione o preparazione al suicidio, racconta la scrittrice Yulia Jusik nel suo libro Le fidanzate di Allah: basta una cinghia imbottita di esplosivo e non devono neppure innescarla per farsi saltare in aria, perché il tutto avviene attraverso un telecomando. Tra le fila delle vedove nere ci sono in genere fanciulle di un’età compresa tra i 15 e i 19 anni. Secondo la Jusik - che ha passato in Cecenia un intero anno per descrivere il fenomeno - molte di queste donne sono vendute dai loro genitori, altre sono rimaste senza marito, padre e fratelli: prive di qualsiasi protezione, sono state rapite. E forzate alla lotta terroristica.

giovedì 1 aprile 2010

Contro il belgio

"In Belgio primo sì al divieto di velo integrale" (Corriere)

BRUXELLES — Poche righe asciutte: «Sono punite con un’ammenda dai 15 ai 25 euro (indicizzati) e/o con la reclusione da uno a 7 giorni le persone che, fatti salvi i regolamenti particolari di lavoro o le manifestazioni festive previste con l'autorizzazione della polizia, si presentino in luoghi accessibili al pubblico con il viso mascherato o nascosto in tutto o in parte, in modo tale da non essere identificabili ». Poche righe asciutte, ma quasi una bomba ideale: perché vietano per motivi di sicurezza e ordine pubblico il burqa e il niqab, veli integrali che nascondono il viso di alcune donne musulmane; e perché sono, quelle stesse parole, il cuore di una proposta di legge che la commissione Interni del Parlamento belga ha approvato ieri all’unanimità. Il 22 aprile ci sarà il voto dell'assemblea plenaria. E se confermerà quello della commissione, quest'estate il Belgio diventerà il primo Paese dell'Unione Europea dove portare il burqa o il niqab è un reato. A Bruxelles, capitale federale e dell'Unione Europea, si calcola che un cittadino su tre sia di religione musulmana: mentre le donne che abitualmente portano il niqab sarebbero finora poche centinaia, e il burqa è praticamente sconosciuto. L'esito del voto in commissione, dove sono rappresentati tutti i maggiori partiti, non era scontato. «Non possiamo consentire a qualcuno di scrutare il viso altrui senza mostrare il proprio: il burqa non è compatibile con una società libera e tollerante, e del resto nessuna norma islamica lo impone», è stato l'esordio di Daniel Bacquelaine, capogruppo del Movimento riformatore, cioè del partito primo firmatario della proposta. Per Denis Ducarme, un suo collega, «questo è un segnale molto forte per gli islamisti». Proprio come in Francia, anche in Belgio vi sono però altri gruppi e vari costituzionalisti che ritengono questa misura una violazione dei diritti umani. «Ma allora — si chiede Isabelle Praile, belga, vicepresidente dell'Esecutivo dei musulmani — domani sarà vietato il velo e dopodomani il turbante dei Sikh? E dopodomani ancora? Io sono contro l'imposizione del burqa, ma anche contro il suo divieto. Che è una violenza per le donne, oltre che un attentato alle libertà fondamentali e alla nostra Costituzione».

"Legge sbagliata. Così si minano i diritti individuali" (L'unità)

Nawal El Saadawi è contraria alla legge introdotta in Belgio per vietare il burqa nei luoghi pubblici e dichiara: "in Occidente, nella “libera” ed emancipata Europa, vige la convinzione che una donna musulmana che indossa il burqa, il niqab o lo chador, sia di per sé una donna violata, costretta da una società o comunità o famiglia maschilista, patriarcale, sessuofobica, a nascondere il proprio corpo o parte di esso. Non nego che vi sia anche questo, ma eviterei di assolutizzare questo dato". Secondo El Saadawi, perciò, le donne veramente costrette dal marito a nascondersi sotto a un burqa sarebbero una minoranza. I diritti delle vittime del fondamentalismo islamico vanno tutelati, anche se si tratta di poche persone. In ogni caso il burqa non è un costume folkloristico. E' un simbolo ben preciso. Rappresenta la discriminazione e la sottomissione della donna all'uomo. L'occidente ha valori diversi, il burqa non fa parte di questi. Integrazione non significa ignorare completamente il nuovo Stato in cui si vive e i suoi costumi, ma accettarli e condividerli senza perdere la propria identità. Il burqa in Occidente non è il benvenuto per via del suo significato. Vivere in Occidente significa accettare il fatto che la donna deve avere gli stessi diritti dell'uomo, la stessa dignità, la stessa libertà. Il burqa non è conciliabile con questi valori. Nawal El Saadawi continua: "Ero e resto fermamente convinta che la maggioranza dei musulmani non ritenga che sia impossibile coniugare la fede religiosa e la costruzione di una società sostanzialmente laica, plurale nelle sue espressioni politiche, culturali, di fede. La tolleranza e il rispetto delle diversità non sono affatto estranee alla millenaria cultura islamica". Esistono al mondo Paesi musulmani laici? Nawal El Saadawi può fare qualche esempio? E' un dato di fatto che, al giorno d'oggi, le teocrazie esistenti sono tutte musulmane (eccezione il Vaticano che, per altro, si batte per i minareti in Svizzera...), come musulmana è la quasi totalità degli attentati terroristici. El Saadawi che cosa ne pensa di questi dati? Trova che siano compatibili con le sue dichiarazioni sulla presunta tolleranza dell'islam? In ogni caso, finora, a difendere il burqa sono solo musulmani e donne occidentali neoconvertite e fanatiche, un po' poco per convincere che sia giusto permettere agli uomini di imporlo alle donne. Nawal El Saadawi, che difende il burqa a spada tratta, però non lo mette, come si può ben vedere dalle sue immagini, perciò il suo giudizio sulla presunta libertà di portarlo ha poca credibilità. Avremmo letto volentieri una domanda di Udg nella quale svelasse il suo pensiero... invano. Eppure, anche con una domanda si può contraddire l'intervistato. Ecco l'intervista:

"Non è con i divieti o le imposizioni di legge che si modificano i costumi o si rendono più libere le donne musulmane. Non credo in una “via giudiziaria” all’emancipazione". A sostenerlo è Nawal El Saadawi l'autrice egiziana femminista più conosciuta e premiata. I suoi scritti sono tradotti in più di trenta lingue in tutto il mondo. Per le sue battaglie in difesa dei diritti delle donne e per la democrazia nel mondo arabo, la scrittrice egiziana compare su una lista di condannati a morte emanatada alcune organizzazioni integraliste. Le donne musulmane non potranno portare nè burqa nè niqab camminando per le strade, nei parchi, in ospedali e scuole, sugli autobus e in tutti i luoghi pubblici. Così ha votato all’unanimità la Commissione affari interni del Parlamento belga. Cosa ne pensa? «Vede, in Occidente, nella “libera” ed emancipata Europa, vige la convinzione che una donna musulmana che indossa il burqa, il niqab o lo chador, sia di per sé una donna violata, costretta da una società o comunità o famiglia maschilista, patriarcale, sessuofobica, a nascondere il proprio corpo o parte di esso. Non nego che vi sia anche questo, ma eviterei di assolutizzare questo dato. Per tornare al Belgio, mi sembra che siamo di fronte ad un provvedimento forzato, che finisce per intaccare profondamente il principio di libertà individuale». «È un segnale molto forte che inviamo agli islamici», ha detto il liberale francofono Denis Ducarme, «fiero» che il Belgio sia il primo Paese europeo a legiferare su una materia così sensibile. «Francamente faccio fatico a capire di cosa il signor Ducarme sia fiero. E ancor più mi preoccupa il presunto “segnale forte” che si è inteso mandare “agli islamici”. Ma di quale Islam parla il signor Ducarme? Quello degli integralisti teocratici e sessuofobici, o l’Islam che punta decisamente a coniugare modernità e tradizione, che rivendica libertà ma non per questo ritiene che la libertà significhi, anche nel campo della liberazione femminile, assumere il modello occidentale? Il segnale è distruttivo e finirà per fornire altro materiale di propaganda a quanti, nel complesso mondo musulmano, teorizzano e praticano lo “scontro di civiltà”». Lei ha sperimentato personalmente l’odio dei fondamentalisti. «Questi fanatici che dicono di agire per conto dell’Islam sono in realtà i primi nemici dell’Islam. Ero e resto fermamente convinta che la maggioranza dei musulmani non ritenga che sia impossibile coniugare la fede religiosa e la costruzione di una società sostanzialmente laica, plurale nelle sue espressioni politiche, culturali, di fede. La tolleranza e il rispetto delle diversità non sono affatto estranee alla millenaria cultura islamica. Non bisogna negare i diritti ma garantirli a tutti, a cominciare dalle donne, che per i fondamentalisti, in Afghanistan come in Egitto, in Bangladesh come in Arabia Saudita e in Iran, esistono solo in quanto “figlie di”, “madri di”, “mogli di”… E la cosa ancor più allarmante e che in molti dei Paesi che discriminano le donne e perseguitano chiunque si batta per i loro diritti, al potere vi sono regimi sostenuti dal civile e democratico Occidente. Quel civile e democratico Occidente che in Belgio decide di dare una lezione agli islamici... Ma il problema non riguarda solo il rapporto tra Occidente e mondo islamico. Riguarda un’Europa sempre più multietnica, multireligiosa. Un’Europa che deve integrare e non vietare. Evitando di considerare le comunità islamiche come incubatrici di fondamentalisti e potenziali jihadisti».

"La sfida della casalinga in burqa: I miei versi contro il fanatismo" (Corriere)

Questa non è la poetessa della quale si racconta nell'articolo. Ma non fa differenza? Voi sapreste riconoscerla? I riflettori sono puntati su una donna, nell’enorme teatro di Abu Dhabi dove ogni mercoledì si gira il programma televisivo «Il Poeta milionario», un concorso popolarissimo nel Golfo. Quella donna si chiama Hissa Hilal, è una casalinga saudita di Riad, 43 anni, madre di quattro figlie. Il suo corpo, avvolto nel velo integrale, è invisibile. Guarda il mondo da due fessure, e il mondo vede l’ombra dei suoi occhi. Ma non ha avuto paura di dire ciò che vede, in versi da lei composti. «La nostra società è in pericolo». La voce, da ragazzina, a tratti tremava. Ma quando Hissa ha accusato i religiosi islamici per i loro editti che opprimono le donne e spingono la società all’estremismo, il suono era forte e limpido, il tono privo d’esitazione. «Ho visto il male negli occhi delle fatwe, in un tempo in cui ciò che è ammesso viene confuso e distorto per poterlo vietare», ha declamato. «Quando svelo la verità, un mostro emerge dal suo nascondiglio: crudele nel pensiero e nelle azioni, rabbioso e cieco, indossa una veste e una cintura di morte», ha aggiunto alludendo ai kamikaze. Hissa è stata elogiata per il suo coraggio dalla giuria, che l’ha scelta per andare in finale, il 7 aprile. Il cameraman inquadrava le donne tra il pubblico. Molte erano giovani, alcune col velo spinto indietro per far vedere i capelli. Applaudivano contente. Insieme alla fama, però, sono arrivate le minacce di morte. Un utente del sito «Ana Al Muslim», usato anche dai seguaci di Al Qaeda, chiedeva indicazioni per trovare l’abitazione della poetessa. «Allah ti ha maledetto», ha affermato un altro, chiamandola «prostituta». C’è chi non accetta che Hissa appaia in tv: anche se velata, fa sentire la sua voce. C’è chi non tollera che abbia criticato i religiosi. I giornali in Arabia Saudita, dove vige una rigida separazione tra uomini e donne, hanno interpretato la sua poesia come un’accusa contro un religioso saudita, Abdul Rahman Al-Barrak, che ha proclamato di recente che chi incoraggia contatti tra i sessi in ufficio o a scuola merita la morte. Lei ha replicato di riferirsi non a lui in particolare, ma in generale al fanatismo. «Ci sono uomini che non stringono la mano nemmeno alle parenti. Una volta non era così. Ora la gente si chiede se sia haram (proibito) persino dire ciao agli estranei». Non è stato facile per Hissa uscire allo scoperto. Le minacce non le impediranno di andare in finale. «Sono prevedibili — ha osservato — quando parli di certi argomenti». Sin da bambina scrive poesie e per 15 anni le ha pubblicate sotto falso nome per paura della reazione della tribù. «Quando mio padre lo scoprì, si infuriò», ha raccontato. Si placò quando un uomo, commosso dalle poesie, chiese Hissa in moglie. Hanno avuto quattro figlie, una delle quali autistica. Il premio in palio di 5 milioni di dirham (un milione di euro) le farebbe comodo. «Vorrei viziarle, comprare una casa, pagare per la loro istruzione». Ma non è solo una questione personale. «La gente nelle strade è contenta che io abbia parlato così apertamente». In Arabia Saudita, in particolare, tante donne l’hanno incoraggiata su internet. «Voglio far capire che una donna, anche se non viene da una famiglia importante, può farcela». Dice queste cose attraverso la poesia Nabati, un genere beduino recitato nel dialetto nel Golfo, come richiesto dal concorso. Una struttura tradizionale che già nelle passate edizioni ha permesso di veicolare contenuti controversi. «Ma non è una contraddizione presentarsi in burqa?», le hanno chiesto i giornalisti stranieri. Lei ha replicato che vuole proteggere gli uomini che ama. «Viviamo in una società tribale. Se non mi coprissi, mio marito e mio fratello verrebbero criticati dagli altri uomini».