mercoledì 17 agosto 2011

Crisi economica

L'Europa e la crisi perpetua ... di Marcello Veneziani

L’Europa ha due strade per uscire dalla crisi: fare un passo indietro e rompere l’unione economica, tornando alla piena sovranità degli Stati nazionali o fare un passo avanti e fondare davvero l’unione politica europea con un suo effettivo governo centrale. Oggi è nel mezzo, come si addice a chi costeggia il baratro. Ha i vincoli dell’unione monetaria ma non ha le prerogative della sovranità politica, è schiava del mercato e non è padrona del suo destino. È esposta a tutte le intemperie perché non ha una Casa e nessuno che possa decidere di aprire, socchiudere o chiudere la porta. Prima ancora dei poteri forti che mangiano quote di sovranità popolare e nazionale, l’Europa soffre i poteri deboli di un consorzio economico privo di decisione politica unitaria e di autorevole legittimazione democratica. Deve affidarsi a provvisorie coppie reali, come la Merkel e Sarkozy, prive di un mandato effettivo di sovranità per dettare legge agli altri Stati sovrani, o deve scivolare nel baratro della dipendenza economica o trascinati dal carro americano. A questo punto sono plausibili due vie: una di ripresa degli Stati nazionali con le loro piene sovranità politiche, popolari e monetarie, ammettendo che l’Euro non riesce ad attraversare la tempesta e dunque si scioglie. Fare il passo indietro, allacciare patti ma evitare le unioni. Oppure fare quel benedetto passo avanti. Come? Innanzitutto lavorando alla nascita d iuno Stato Europeo a partire dalla elezione popolare d iun capo dello Stato europeo. O meglio, se si vogliono preservare gli assetti interni e le differenze tra Stati monarchici e Stati repubblicani, un presidente del Consiglio europeo eletto dal popolo, con un governo europeo. L’investitura popolare rappresenterebbe simbolicamente l’unità del popolo europeo, darebbe autorevolezza al suo leader e al suo governo, che non sarebbe più una commissione col suo presidente ma un vero decisore politico, un sovrano seppure a tempo, con un suo governo super partes. E consentirebbe di rimediare al peccato originale dell’ Unione europea: quello di non essere stata mai decretata da un referendum del popolo sovrano europeo. Un mutamento così importante nella vita e nella costituzione degli Stati che non è mai passato dalla legge di fondazione della democrazia, il voto dei cittadini, la deliberazione dei sovrani. So che una scelta di questo genere comporterebbe mille traumi, problemi e controindicazioni. Ma non possiamo continuare con un’Europa impotente, che vive un rapporto diseguale con il principale partner, gli Stati Uniti d’America, che ha un suo leader a investitura popolare. Ma anche con gli altri grandi soggetti mondiali: la Russia, la Cina, l’India. La crisi finanziaria da pericolo può essere trasformata in una formidabile occasione costituente. In che cosa cambierebbe l’assetto europeo? Avrebbe unità di decisione in politica estera, militare, economica. Le identità nazionali resterebbero sul piano delle culture e dei popoli, e il campo delle sovranità territoriali su base nazionale riguarderebbe alcuni ambiti essenziali dell’assetto pubblico, quelli che più toccano la storia, il carattere e la vita dei popoli. Ci sarebbe poi un ambito intermedio in cui le differenze di partenza molto forti dovrebbero essere gradualmente superate: penso al sistema sanitario e previdenziale, per esempio, ad alcune leggi di sistema della tutela ambientale o dei codici civili e penali, insomma a una nutrita sfera di competenze in movimento. Questa attuale è un’Europa dimezzata, anzi decapitata. All’Europa manca oggi la testa e manca il simbolo visibile della sua unione, che è alla base di un vero patriottismo europeo, fonte di coesione e di proiezione nel futuro. Manca la grande politica che sa fondare nuovi assetti, vorrei quasi dire nuove tradizioni. Una confederazione europea sarebbe oggi una grande novità sul piano internazionale, un’iniezione di fiducia sulle piazze, i mercati e i palazzi d’Europa, e finalmente un investimento politico sul futuro, con un’investitura di popolo, come si addice a una vera democrazia. Ciò ridisegnerebbe la mappa dei poteri, i governi ripensati come governatorati, il ruolo della Banca centrale europea, interno e non superiore alla sovranità popolare e politica, la forza di un Grande Interlocutore unito sul piano internazionale. Da anni, forse da decenni, non nascono più novità, non si produce più storia, si gioca sulla difensiva e sulla ripetizione dell’esistente. È il momento di giocare all’attacco, di aver l’audacia di spostare l’agenda dei problemi dalle miserie del presente all’ambiziosa grandezza di un progetto futuro. E se va male, che tornino gli Stati nazionali, piuttosto che queste servitù senza potestà. Riportiamo la Borsa dentro la casa europea e non l’Europa dentro la Borsa. Siamo uomini, popoli e culture e non indumenti, carte e monete.

L'Fmi imbroglia (anche l'italia). Ecco la prova di Marcello Foa

Da molto tempo diffido del Fondo monetario internazionale, delle sue analisi e delle riforme che propone ai singoli Stati. L’Fmi non è sottoposto al controllo popolare ed è gestito secondo criteri che restano avvolti nell’ombra. Basta grattare un po’ la superficie per accorgersi che qualcosa non va e che l’autorevolezza che tutti gli attribuiscono è ingiustificata e pericolosa, così come ingiustificato e pericoloso è il potere immenso delle agenzie di rating. Ora i miei sospetti trovano confermo, grazie a un’inchiesta indipendente, meritoriamente ripresa recentemente dall’Unità, in un bell’articolo di Ronny Mazzocchi, che vi invito a leggere qui. Mi ha colpito questa frase: «la ricerca del FMI partiva da posizioni già predefinite e che spesso le raccomandazioni di politica economica non seguivano le analisi condotte». E ancora: “Buona parte dell’attività di ricerca del Fondo monetario ha subito in quegli anni un fortissimo condizionamento politico con il risultato di renderla funzionale alle direttive che i vari direttori generali avevano stabilito e che coincidevano proprio con il Washington Consensus” ovvero con le teorie elaborate dall’economista John Williamson d’intesa con certe lobby economico-finanziarie ben radicate nell’establishment statunitense.

Dunque: il Fmi mirava a raggiungere obiettivi che non erano affatto coincidenti con quelli degli Stati membri, ma, piuttosto, con quelli di queste lobby e che hanno condotto molti Stati sull’orlo della catastrofe (strozzati dai debiti concessi dallo stesso Fmi e dalla Banca Mondiale), con l’ingiustificato trasferimento di risorse e di aziende nazionali in mani straniere ovvero in quelle lobbz che condizionano lo stesso Fmi. Questo non è liberismo, ma manipolazione dei mercati. Pare che, secondo quanto scrive Marzocchi, con la direzione di Strauss-Kahn la situazione fosse migliorata, perlomeno sui risultati delle ricerche, che non sarebbero stati più manipolati; però dubito che l’impianto sia cambiato. E allora smettiamola di considerare il Fmi come un’autorità suprema indiscutibile e l’Italia non si faccia dettare l’agenda da organismi internazionali come questo, che non operano certo nel nostro interesse. Quando lo capirà la nostra classe politica?

martedì 16 agosto 2011

Parla Marrazzo... la vittima


Roma - "Ho sbagliato. Ho fatto un errore. Di questo errore voglio chiedere scusa. Ho sbagliato, scusatemi". Così Piero Marrazzo nella prima intervista a oltre due anni dallo scandalo che lo portò alle dimissioni da presidente della Regione Lazio. "So che non è bello da sentire e non è facile da dirsi, ma una prostituta è molto rassicurante", racconta Marrazzo nell’intervista a Concita de Gregorio su Repubblica. "E' una presenza accogliente che non giudica. I transessuali sono donne all’ennesima potenza, esercitano una capacità di accudimento straordinaria. Mi sono avvicinato per questo a loro. E', tra i rapporti mercenari, la relazione più riposante. Mi scuso per quel che sto dicendo, ne avverto gli aspetti moralmente condannabili, ma è così. Un riposo. Avevo bisogno di suonare a quella porta, ogni tanto, e che quella porta si aprisse". L’ex Governatore del Lazio precisa: "Io non sono omosessuale. Non ne faccio un vanto, ma non lo sono. E' così. Ho amato solo donne". Marrazzo fa autocritica ("Un uomo che assume un incarico pubblico non può avere debolezze. Le deve controllare") e ammette: "Avevo sempre usato la mia macchina. Quel giorno ero confuso, stanco, ho avuto un impulso di andare lì subito. Un impulso, ecco un errore grave"

L’ex governatore del Lazio, oggi separato dalla moglie e di nuovo attivo con documentari per la Rai, puntualizza: "Non faccio uso di droghe. Mi sarà successo tre o quattro volte nella vita, a distanza di molti anni. Da ragazzo, un paio. Un paio da adulto. Sono pronto a fare l’analisi del capello per dimostrarlo. So che non è un argomento, ma sono certo che moltissimi 'insospettabili', anche tra gli attuali miei censori, non potrebbero dire altrettanto. Quel giorno è successo: anche in questo ho sbagliato". Quanto alla "trappola" dei carabinieri che lo ha incastrato, Marrazzo afferma: "Aspettavano che arrivassi. Era successo altre volte. È un giro così. Ho saputo nei mesi successivi che quei cosiddetti rappresentanti dell’ordine erano coinvolti in molti altri episodi. Un sistema. Avrei dovuto accorgermene ma le difese, come le ho spiegato, in quei momenti sono molto basse". Il futuro? "Per il futuro vedremo, nessuno di noi può darselo da solo. Sconto il mio errore come è giusto. La vita è davanti".

lunedì 15 agosto 2011

Dolce far niente

Bhe... buon ferragosto a tutti!

Punti di vista


Venerdì il governo ha preso decisioni che avranno notevole impatto sull'economia e la società italiana e questa volta, come era atteso da tempo, anche sul settore pubblico. Le singole misure sono analizzate e commentate in altre parti del giornale. Qui vorrei mettere in luce una scelta di fondo di cui non si è parlato, ma che non deve essere stata facile per il Presidente del Consiglio. Una scelta che, per le sue implicazioni, potrebbe cambiare l'impostazione di politica economica del governo Berlusconi nella parte restante di questa legislatura.

Di fronte alle perentorie richieste dell'Europa e dei mercati, il governo ha dovuto scegliere tra la via dell'irredentismo e la via della redenzione. Avrebbe potuto cercare di sottrarsi alle indicazioni del «podestà forestiero» (l'articolo di domenica scorsa, 7 agosto, ha dato luogo a un dibattito sul quale tornerò prossimamente) e rivendicare con spirito irredentista un maggiore spazio, quello che l'Unione Europea normalmente riconosce, per le scelte politiche nazionali. Invece ha deciso, con lucidità e rapidità, di imboccare una strada di redenzione o, in termini più asettici, di modifica di alcuni connotati di fondo che avevano caratterizzato, fin dall'inizio, l'impostazione di politica economica del governo.

E' comprensibile che l'inversione di rotta venga ora attribuita per intero all'aggravamento, innegabile, della crisi internazionale. Ma quei limiti - di natura politica, non tecnica - erano evidenti da molto tempo ed erano stati segnalati da più commentatori. Il ministro dell'Economia, di cui molti tendono oggi a dimenticare il merito di aver saputo mantenere un certo rigore di bilancio con un governo e una maggioranza poco inclini a tale virtù, non ha affrontato, né forse valutato, adeguatamente i problemi della competitività, della crescita, delle riforme strutturali indispensabili per rimuovere i vincoli alla crescita (il federalismo fiscale, oggi oggetto di dibattiti accesi, è stato spesso presentato come la riforma strutturale introdotta da questo governo).

Il Presidente del Consiglio, da parte sua, non ha mai mostrato di considerare l'economia - tranne l'agognata riduzione delle tasse - come una vera priorità del suo governo, né ha mai assunto un visibile ruolo di coordinamento attivo e di impulso della politica economica, come fanno da tempo gli altri capi di governo. Essi lo esercitano soprattutto nel promuovere la crescita, assistiti da un ministro dell'economia reale o dello sviluppo di alto profilo, oltre che nel garantire copertura politica al ministro finanziario, nella sua azione rivolta prioritariamente alla disciplina di bilancio. Negli ultimi tempi, invece, Berlusconi pareva spesso infastidito dall'arcigno Tremonti e dai suoi «no» agli altri ministri, più che dedicarsi alla guida strategica dello sviluppo, in raccordo con l'Europa (due responsabilità a lungo lasciate scoperte di titolari). Negli ultimi giorni, tutto pare cambiato. Il Presidente del Consiglio ha preso visibilmente la guida. Si è schierato, per amore o per forza, dalla parte del rigore. Almeno su questo, non dovrebbero più esserci contrapposizioni con il ministro dell'Economia.

Entrambi, dopo avere prestato scarsa attenzione alle raccomandazioni rivolte loro per anni dalla Banca d'Italia, si premurano di seguire ora le indicazioni - molto simili! - della Banca Centrale Europea. È una svolta positiva e importante, pur se avvenuta nella precipitazione e perciò con due conseguenze negative. Le misure adottate, che potrebbero ben chiamarsi «tassa per i ritardi italiani malgrado l'Europa» e non certo «tassa dell'Europa», non hanno potuto essere studiate con il dovuto riguardo all'equità e gravano particolarmente sui ceti medi. Inoltre, la priorità crescita, pur sottolineata dalla Commissione europea e dalla Bce, rischia di essere vissuta come «meno prioritaria», nella situazione di emergenza in cui l'Italia, soprattutto per sua responsabilità, è venuta a trovarsi. Crescita ed equità. Come molti osservatori hanno notato, è ora su questi due grandi problemi, trascurati nei primi tre anni della legislatura, che l'azione del governo, delle opposizioni e delle parti sociali dovrà concentrarsi, con un comune impegno come auspica il Presidente Napolitano. E ciò, ben inteso, non a scapito della finanza pubblica, ma anzi per rendere duraturi i progressi realizzati in quel campo.

Mario Monti

La lettera. «Non sparate nel mucchio degli statali». «Provo un senso di frustrazione e una rabbia enorme per i provvedimenti del governo»

Caro Direttore, non sono mai stato un «fannullone». Sono uno dei tanti dipendenti ministeriali di fascia media (guadagno 1.500 euro al mese) che da più di venti anni fa ogni giorno il suo dovere, conciliando il lavoro in ufficio e la famiglia, in una città caotica e difficile come Roma.

LA FRUSTRAZIONE - Ecco perché provo un senso di frustrazione e una rabbia enorme per i provvedimenti del governo che, ancora una volta, colpiscono tanti lavoratori pubblici bravi, onesti, professionalmente preparati (sono la stragrande maggioranza, le assicuro). Non bastava già il blocco dei contratti dal 2009 fino al 2014, la visita fiscale anche per un giorno di malattia, il taglio degli straordinari, delle missioni e di tutte competenze accessorie. Adesso dovremo persino aspettare più di due anni per prendere la liquidazione, cioè soldi nostri, messi da parte nell'arco di una vita, con tanti sacrifici e rinunce. Conosco tanti colleghi al mio ministero che dopo quarant'anni di lavoro pensavano di impiegare la liquidazione per rinnovare i mobili o per estinguere il mutuo di casa. È una mazzata per loro. Sappiamo che c'è da tirare tutti la cinghia in questo momento difficile per il nostro Paese. Avere il posto fisso di questi tempi è già una gran fortuna, rispetto a tanti lavoratori del settore privato disoccupati o in cassa integrazione. Ma questa fortuna non può trasformarsi sempre in un accanimento nei nostri confronti.

LE DIFFICOLTA' - Dove vogliamo arrivare? Facciamo già tanta fatica ad arrivare alla fine del mese, con il mutuo da pagare, le bollette, l'assicurazione, la benzina che aumenta ogni giorno di più. E sa quanto ci danno ogni giorno come buono pasto? Sette euro netti, che alla fine dell'anno vengono pure tassati. Io che lavoro al centro di Roma, posso assicurarle che con quella somma non ci prendi nemmeno un tramezzino. Eppure ogni volta che c'è da tagliare si pensa solo a noi: agli statali. Per questo mi domando e le chiedo, Direttore: da quali menti così fantasiose sia potuto uscire ora un provvedimento che affida ai dirigenti più solerti e «risparmiatori» la responsabilità di elargire la tredicesima mensilità ai dipendenti pubblici? Ma perché debbo pagare io se magari il mio capufficio non è all'altezza del suo compito? O per la negligenza di qualche collega lavativo? Non le pare assurdo sparare così nel mucchio? Spero che tutti i sindacati reagiscano a questa palese ingiustizia nei nostri confronti.

LA RAGIONE - Qual è la ratio di questo provvedimento se non quello di una vendetta trasversale, di una specie di ricatto nei confronti dei dirigenti o degli amministratori locali che potranno scaricare su di noi l'incapacità a far quadrare i conti dello Stato? Riducessero ai politici, ai manager ed ai dirigenti la tredicesima e le ricche competenze accessorie! Siamo stanchi di pagare per responsabilità o colpe che non sono le nostre. Facessero davvero, non a parole, una seria lotta all'evasione fiscale, agli sprechi e alle ruberie, colpendo tutti quelli che anche quest'anno le ferie le stanno facendo in barche di lusso intestate a società fasulle o di comodo. Noi poveri ministeriali, che paghiamo le tasse con la ritenuta alla fonte fino all'ultima lira, ci accontentiamo come Fantozzi delle ferie in una spiaggia affollata. Ora mi hanno detto che con questa manovra, il dirigente potrà trasferire da una città all'altra gli statali senza colpo ferire. Un'altra punizione francamente insopportabile. In certi momenti mi sembra che parlino di bestie e non di persone in carne ed ossa che hanno una famiglia ed il desiderio di condurre una vita normale, in tempi già di per sé difficili.

Dipendente del ministero degli Interni Michele Ciervo

Pierfurby Casini


ROMA - Pier Ferdinando Casini, leader dell'Udc e del terzo polo, non volta le spalle al governo nel momento dell'emergenza. Ma contesta con forza i sacrifici imposti alle famiglie e al ceto medio e lancia una «grande mobilitazione» per convincere Berlusconi e Tremonti a fare marcia indietro sul contributo di solidarietà.

L'Udc voterà la manovra, presidente? «Per noi è invotabile, non è nel novero delle cose possibili. Perché mai dovremmo approvarla? È una stangata che la gente per bene non si meritava. Colpisce i soliti noti e non stana l'evasione spaventosa che c'è. Chiede sacrifici al ceto medio e alle famiglie, ma soprattutto a coloro che nella loro vita non hanno mai evaso dieci lire. È veramente una cosa iniqua».

Il cuore del premier gronda sangue... «Per anni Berlusconi si è vantato che non avrebbe mai messo le mani nelle tasche degli italiani, ora invece ce le ha messe davvero. Se il governo vuole la collaborazione dell'Udc e del terzo polo, questa manovra va cambiata profondamente».

In che modo? «Spazzando via il contributo di solidarietà e salvaguardando quella platea di ceto medio che non ha niente a che fare con le grandi ricchezze. Se noi riteniamo una grande ricchezza un italiano che guadagna 4.000 euro o poco meno al mese, ha la moglie che non lavora e due figli a carico, abbiamo un'idea particolare del Paese».

È così ingiusto chiedere un contributo a chi prende 90.000 euro? «È una tassa talmente iniqua che rende equa la patrimoniale, che per quanto odiosa avrebbe tassato i beni veri. Se uno ha la barca di venti metri e due o più case queste sì che sono cose vere, anche se magari la denuncia dei redditi non lo dimostra. E perché, dopo tutte le chiacchiere del governo, è scomparso il quoziente familiare? Spero che qualcosa spunti fuori nella riforma fiscale, ma purtroppo ne dubito».

E se salta il superprelievo sui ceti medi? «Uno degli elementi strutturali che si può inserire è la riforma delle pensioni. La durata della vita aumenta e dobbiamo adeguarci all'Europa, io sono favorevole a un sistema che consenta di andare in pensione a 65 anni o con quarant'anni di contributi. È positivo che le donne lavorino fino ai 65 anni, ma condivido l'idea di Savino Pezzotta di introdurre un quoziente, perché una donna che ha fatto tre figli merita una corsia preferenziale».

E i tagli alle spese di ministeri ed enti locali? «I grandi economisti apprezzano, forse perché hanno poca dimestichezza con le cose concrete. Ma come si fa a togliere ancora risorse per la sicurezza dei militari impegnati in missioni di pace? I tagli agli enti locali, poi, ricadono tutti sul sociale: asili nido, mense scolastiche, trasporti per i pendolari... Le Regioni saranno indotte ad alzare le aliquote Irpef e a imporre altre tasse locali, altrimenti non potranno chiudere i bilanci».

Possibile che non le piaccia nulla? «Riconosco che, seppur commissariati e sotto la spada di Damocle dei mercati e della Bce, qualcosa hanno fatto. Ci sono cose che abbiamo apprezzato, dalle liberalizzazioni alla tassazione delle rendite al 20 per cento. Bene anche l'accorpamento dei Comuni, mentre sull'abolizione delle Province bisogna essere seri. La soglia dei 300 mila abitanti è una baggianata. Fa scappare da ridere che in Liguria resti solo Genova per un calcolo ragionieristico».

Si dovrà pur cominciare a ridurre i costi della politica... «D'accordo, ma è assurdo che per salvare alcune Province leghiste si inserisca il criterio dell'estensione geografica, io metterei piuttosto un criterio generale di ragionevolezza. Se sono inutili aboliamole tutte, non rinnovando progressivamente quelle che vanno in scadenza a partire dalle prossime elezioni di aprile».

La crisi economica ha rafforzato Berlusconi? «Non sono appassionato ai contrasti tra Berlusconi e Tremonti, mi ricordano i ladri di Pisa che litigano di giorno e rubano insieme di notte. Io avrei preferito alzare l'Iva piuttosto che imporre tante scelte inique. Mezzo punto vale tre miliardi e mezzo, mica uno scherzo».

Berlusconi infatti voleva farlo. «E perché non lo ha fatto? Il premier è lui, non io. Non voleva nemmeno aumentare le tasse, però le ha aumentate. Noi chiediamo che la manovra sia cambiata sostanzialmente e lavoreremo a colpi di emendamenti già in Senato, con Rutelli, Baldassarri e D'Alia. Quanto al metodo, è importante che dopo anni di sottovalutazioni il governo abbia capito che bisognava farla, anche se male e sulla spinta di una sorta di commissariamento esterno».

Farete ostruzionismo? «Chi pensa all'ostruzionismo in una situazione di questo tipo è semplicemente irresponsabile. Così come chi volesse esporre solo un demagogico cartello dei no».

Perché allora esclude di votarla, se i vostri emendamenti dovessero essere accolti? «Per arrivare a un voto diverso dal no, che potrebbe essere solo l'astensione, ci deve essere un sostanziale cambiamento».

Il Pdl cerca la sponda dell'Udc. Molti sperano che la manovra sia un'occasione per allargare la maggioranza al terzo polo. «Allargare la maggioranza oggi? È una cosa ridicola. Il bilancio del governo è fallimentare, perché dovremmo essere attratti dal baratro?».

Si può scioperare per la manovra? «Chi evoca lo sciopero fa un favore immenso a Berlusconi. Se ho parlato anche di opposizione commissariata è perché la sinistra deve scegliere, non può chiedere liberalizzazioni e votare sì al referendum sull'acqua. O pensare che i provvedimenti sul lavoro siano un attentato ai diritti civili».

Le piace la contromanovra di Bersani? «Qualcosa di apprezzabile c'è, ma la manovra la fa il governo e non l'opposizione. L'aspetto positivo è che, anche nella maggioranza, si moltiplicano le voci critiche di chi non accetta più le imposizioni e le provocazioni».

Il governo di larghe intese è tramontato? «Tutt'altro, è l'unica prospettiva seria per un Paese in queste condizioni. Un governo, come ha detto Enrico Letta, che nasca dalla volontà dei principali protagonisti della politica di accantonare le divisioni, lasciando da parte la preoccupazione di perdere voti. Ma poiché siamo in un sistema democratico, il problema rischia di essere risolto da Berlusconi con la contabilità di Scilipoti e a noi non resta che prenderne atto».

Tremonti deve dimettersi a manovra approvata? «Che il ministro in Commissione non abbia trovato di meglio che spiegare alle opposizioni che lui chiedeva consigli e non aiuto, è un atteggiamento che si commenta da solo... A luglio gli abbiamo consentito di licenziare la manovra in tre giorni, tanto che Berlusconi ci ha riconosciuto grande senso di responsabilità. Se non si mette la fiducia non faremo ostruzionismo perché i saldi vanno salvaguardati, anche se non dovessero accettare i nostri consigli».

Trema all'idea che Berlusconi si ricandidi? «Forse tremerà Alfano, io no di certo!».

Monica Guerzoni

domenica 14 agosto 2011

Punti di vista


E va bene, fateci del male. Frugateci nelle tasche fino a lambire i testicoli, toglieteci soldi e servizi, costringeteci alla solidarietà verso ignoti. Quando c’è da fronteggiare la bufera niente diserzioni, sforziamoci di essere soldatini. E non discutiamo gli ordini, marciamo senza avventurarci a discutere sui criteri della maledettissima manovra. L’accettiamo come un evento meteorologico. Non dirò se hanno fatto bene o male, se c’erano alternative migliori, non mi improvviso ministro Tremari in opposizione al Tremonti. Resto nei panni inermi del cittadino italiano e mi limito a registrare le reazioni mie personali e dei miei compatrioti. Scandisco l’atto di dolore in quattro tempi. Atto primo. Io pago ma mi chiedo: servirà? Basterà quest'altro sacrificio o siamo di fronte a un pozzo senza fondo? La prima obiezione degli italiani è sull’efficacia della manovra e dei suoi effetti. Come versare acqua in una bottiglia senza fondo. La percezione che di qui a non molto ci diranno che la situazione resta comunque critica e che non sono bastati i sacrifici. Anche se ci dimezzano i servizi e ci raddoppiano gli oneri, usciremo davvero dalla crisi?

Atto secondo: io pago ma saranno in grado di gestire questa feroce manovra? Il secondo dubbio è sull’inadeguatezza assoluta della nostra classe dirigente, non solo quella di governo e di centro-destra, a gestire la straordinaria amministrazione. Vedi lo spettacolo di questi giorni, risali alle biografie e ai precedenti, soppesi la loro credibilità ed efficacia e ti prende lo sconforto. C’è chi invoca nuovi invasori, anche marziani, per mettere a posto le cose, e chi sottovoce evoca dittature a tempo, tanta è la disperazione; o il contrario, l’anarchia assoluta, il Far West dove ognuno si salvi come può. Ma con le crisi politiche sempre in agguato, con il baratro che si apre dopo Berlusconi, in che mani finirà questo sacrificio di popolo?

Atto terzo: io pago ma cambierà la situazione se a gestire la crisi internazionale saranno gli stessi che ci hanno portato nel baratro o non hanno saputo evitarlo? Se gli assetti mondiali e interni restano immutati, se i mercati dettano legge assoluta, se l’America ha quel debito mostruoso con i cinesi, se l’Europa è una fetecchia intorno all'euro, se la politica non ha l’autorevolezza per bilanciare l’economia, come si può pretendere che, restando invariati equilibri, squilibri e protagonisti, si possa davvero uscire dalla crisi?

Atto quarto, ad personam. Io pago - ed è solo un esempio che conosco da vicino ma ciascuno sostituisca quest'atto di dolore con il suo personale - e pago già le tasse, ho redditi alla luce del sole, subisco fior di trattenute inique e obbligatorie di ogni genere, pago assegni non dovuti per obbligo di legge, pago anche per assistenze che non vorrei avere (c’è una cassa di previdenza obbligatoria che mi succhia 15mila euro l’anno e mi chiede pure contributi straordinari, coprendomi ogni anno manco mille euro di spese sanitarie), io che mi ritrovo colossali cartelle Equitalia per banali multe cresciute a ritmo esponenziale con interessi da strozzini di Stato, io che come tutti sconto i disservizi pubblici ogni giorno, perché dovrei essere solidale, e con chi, per che cosa? C’è una ragione morale e ideale, politica o sociale per farlo? No, c’è solo la forza dello Stato che me lo impone, più il fatalismo cosmico della paura unita alla rassegnazione, di vivere una catastrofe mondiale come un evento naturale o soprannaturale, indipendente dalla volontà umana e politica. La Borsa è la vita. Mi fermo qui e come vedete non tiro neanche in ballo la solita questione dei costi esagerati della politica, della necessità di dimezzare il personale politico e dunque le relative spese. Insomma, un Paese così stressato e tassato, ha un dramma in più, pratico ed esistenziale: non è motivato a fare sacrifici, deve solo convincersi che se non offre i suoi beni al Minotauro, lui ti mangia vivo. Può bastare la paura per motivare un Paese a sacrificarsi, a reagire e ad andare avanti? Non credo. Oltre la paura e la necessità, dateci una ragione, una sola, buona ragione per crederci e nutrire qualche fiducia. Perché non basta farlo, bisogna pure un po’ crederci.

Migrazione biblica


Ore di fuoco nel mare di Lampedusa. Centinaia di immigrati stanno arrivando sull'isola nelle ultime ore. Diciotto migranti sono stati rintracciati la notte scorsa dai carabinieri: alle 4.10 sono stati notati quattro algerini, alle 4.30 undici minorenni tunisini e alle 6.05 tre libici. Non si sa ancora se i 18 migranti siano sbarcati, perché non sono state viste imbarcazioni. Quindi si sta cercando di accertare se possano essere fuggiti dal Centro d'accoglienza. Il direttore del Centro di contrada Imbriacola, Cono Galipò, esclude una fuga: "Dal Centro non è scappato nessuno, neppure dalla ex base Loran - spiega Galipò - quindi forse potrebbero essere sbarcati". Sono invece 320 i migranti arrivati stamattina sull'isola. Si trovavano a bordo del barcone intercettato a mezzo miglio da Lampedusa e accompagnato sull'isola dalla Guardia di Finanza. Il comando generale delle Capitanerie di Porto fa sapere che tra di essi vi sono 35 donne e 11 minori.

Un altro barcone carico di migranti è stato avvistato da un velivolo della Guardia costiera 53 miglia a sud di Lampedusa. A bordo un centinaio di persone, arrivate in tarda serata. Un peschereccio ha avvistato un'altra imbarcazione con 200-250 immigrati a 16 miglia a nord ovest di Pantelleria. L'imbarcazione è diretta con ogni probabilità a Mazara del Vallo. Una motovedetta della Guardia costiera è già in navigazione verso la zona per accertare le condizioni di navigabilità del barcone. Il governo, intanto, ha deciso di estendere lo stato di emergenza, dal momento che non solo dal Nord Africa, ma anche da altre zone di quel continente potrebbero arrivare flussi massicci di migranti sulle coste italiane. Un decreto del premier Silvio Berlusconi pubblicato oggi in Gazzetta Ufficiale estende ad altri Paesi africani lo stato di emergenza umanitaria disposto lo scorso 7 aprile per "l'eccezionale afflusso di cittadini appartenenti ai Paesi del Nord Africa". Il decreto - proposto dal capo della Protezione civile Franco Gabrielli - richiama la nota con cui il "Commissario straordinario della Croce Rossa italiana ha rappresentato la gravissima situazione in cui versa il Corno d'Africa in cui è in atto la peggiore crisi umanitaria degli ultimi 60 anni".

Rileva inoltre che "oltre 12 milioni di persone tra Somalia, Etiopia, Kenya, Gibuti e Uganda sono state colpite dalla carestia" e questa situazione di emergenza "si sta allargando ad altri Paesi limitrofi". Questo contesto critico, si legge nel provvedimento, "rischia di aggravare ulteriormente la situazione di emergenza in atto nel territorio nazionale in relazione all'eccezionale afflusso di cittadini appartenenti ai Paesi del Nord Africa". E' stato quindi ritenuto "necessario avviare ogni iniziativa utile ad assicurare le attività di soccorso". Servono "misure di carattere straordinario ed urgente finalizzate ad assicurare le necessarie forme di assistenza umanitaria nei territori del continente africano, assicurando nel contempo l'efficace contrasto dell'immigrazione clandestina nel territorio nazionale". Il decreto definisce "ineludibile" l'esigenza di "assicurare l'urgente attivazione, in coordinamento con il ministero degli Affari esteri, di interventi in deroga all'ordinamento giuridico, sicché si impone l'estensione della dichiarazione dello stato di emergenza adottata" lo scorso 7 aprile.

Intanto altrove... esattamente in francia si decide che... (e magari è solo propaganda elettorale)

Adesso l'Europa chiude le porte agli stranieri I muratori? Se sono immigrati niente visto di Gabriele Villa

Autodifesa. Difficile definirla in altro modo. Anche se qualcuno adesso comincerà a parlare di sciovinismo, razzismo e quant'altro. Resta il fatto che la Francia dalle "generose" grandi aperture agli immigrati (tranne quelli che vi arrivano, passando per l'Italia, vi ricordate le tensioni al valico di Ventimiglia?), la Francia che, ogni due per tre, dà lezioni di buone maniere all'Italia, ha deciso di cominciare a chiudere un po' di porte e un po' di finestre in faccia agli extracomunitari, in cerca di un lavoro regolare Oltralpe. La misura, ventilata già dalla primavera e tradotta in legge ieri, prevede una drastica riduzione, da 30 a 14, del numero di mestieri aperti ai non europei, che danno diritto al permesso di soggiorno. Le restrizioni più importanti riguardano l'informatica e l'edilizia. Giusto per fare un paio d'esempi: i muratori e i capi cantiere non saranno più ammessi, mentre restano in gioco, anche per gli immigrati, altri lavori come la vendita a distanza, la lavorazione del legno e del vetro, la chimica farmaceutica, la manifattura di prodotti elettrici ed elettronici.

In buona sostanza, lo scopo «ufficiale» è quello di mantenere accessibili quei mestieri per i quali resta difficile trovare candidati tramite gli uffici di collocamento (che contano oggi in Francia 4 milioni di iscritti) ma l'altro obiettivo, nemmeno tanto recondito, resta quello di ridurre il numero di permessi di soggiorno (circa 20.000 nel 2010), concessi per motivi di lavoro. Un piano ben preciso, che rientra nella politica del governo di tagliare l'immigrazione legale portandola da 200 mila a 180 mila persone all'anno. La «stretta», anche se esclude gli immigrati già residenti in modo stabile in Francia ed i Paesi, come la Tunisia ed il Senegal, con i quali la Francia ha accordi specifici in materia di flussi migratori, ha già sollevato polemiche. L'opposizione l'ha definita «una mossa politica in vista delle presidenziali del 2012», ma non è un mistero che la destra di Nicolas Sarkozy stia facendo della politica dell'immigrazione, legale e no, il cavallo di battaglia della campagna. Il ministro degli Interni, Claude Gueant, ha infatti più volte ribadito di voler ridurre il numero degli immigrati «legali», che entrano in Francia per lavoro, studi o per raggiungere la famiglia mentre per quanto riguarda i clandestini, ha annunciato nei giorni scorsi 17.500 espulsioni nei primi sette mesi del 2011. C'è da aggiungere che la Francia in questa manovra di «autodifesa» non è sola. É ancora fresca la brusca retromarcia, innescata dalla Spagna che, sempre «per motivi di sopravvivenza», dati i livelli allarmanti della disoccupazione nel Paese, ha ottenuto il via libera della Commissione europea e potrà quindi bloccare alla frontiera gli immigrati rumeni in cerca di occupazione. É la prima volta che nell'Unione viene adottato un provvedimento che limita in questo modo la circolazione dei lavoratori tra Stati membri. La preoccupazione iberica si era già manifestata il 22 Luglio, quando Madrid aveva annunciato limitazioni per i lavoratori del settore agricolo, impegnati nelle attività stagionali. Solo sei giorni dopo, il 28 luglio, il governo Zapatero ha notificato a Bruxelles la richiesta di poter sospendere anche l'ingresso di tutti i lavoratori rumeni e per tutti i settori, considerata la grave crisi occupazionale (il tasso ha raggiunto il 21% contro il 9,9% della media dell'Eurozona e il 9,4% dell'Unione) e Bruxelles ha dato il permesso. Se è vero che quasi un giovane spagnolo su due è disoccupato è anche vero che quella dei rumeni in Spagna è la comunità che più continua a crescere: dal 2006 i rumeni presenti sono quadruplicati, e solo nel 2010 ne sono arrivati 33 mila. Oggi più di 300 mila residenti rumeni pagano i contributi sociali e 50 mila ricevono un sussidio di disoccupazione.

E, per concludere, un altro segnale di forte preoccupazione è arrivato nei giorni scorsi anche dalla placida e multi culturale Olanda che ha affidato a Henk Kamp, ministro per gli Affari sociali e il lavoro, un improvviso ultimatum per rimandare a casa con decreto d'espulsione, i polacchi ospiti nel Paese, ma disoccupati da più di tre mesi: «Dobbiamo sbarazzarci degli immigrati che non sono capaci d'integrarsi ma pretendono di vivere a lungo qui da noi», ha tuonato Kamp. Della serie: pochi giri di parole, ma un giro di vite.

Dittatura

La fine della democrazia? dal blog di Giovanni

Dal blog del deputato gollista Nicolas Dupont-Aignan, leader del movimento gollista "Debout la Republique" e candidato alla presidenza nel 2012, una triste analisi sulla fine dell'istituzione democratica ormai consegnata nelle mani dei banchieri. Una considerazione che parte proprio dalla lettera con cui Trichet e la BCE hanno dettato al governo italiano la manovra finanziaria, una manovra che ricalca in tutto e per tutto le stangate di prodiana memoria e che pone definitivamente fine alle distinzioni tra destra e sinistra. Buona lettura e buona debitocrazia bancaria. E già che ci siamo, chiudiamo direttamente i parlamenti, mettiamo Trichet a Palazzo Chigi. Almeno la finiamo con la farsa.

______________________________

La recente lettera di Jean Claude Trichet a Silvio Berlusconi è un dettame senza precedenti, che mette sotto tutela il governo italiano. Il presidente della BCE non fissa più degli obiettivi, ma impone i dettagli di una politica decidendo non solo per il capo del governo italiano, ma anche per il parlamento. E' una deriva particolarmente grave che pone fine alla democrazia nazionale senza pertanto sostituirla con una democrazia europea, ammesso che possa esistere. Imponendo una politica la cui efficacia non è mai stata provata (liberalizzazioni del mercato del lavoro, privatizzazioni tc.) Trichet s'arroga le prerogative delle autorità politiche del paese e si trasforma in un governatore non eletto di un protettorato. L'Unione Europea discredita così totalmente l'idea d'Europa che sarà, evidentemente, assimilata a sacrifici ingiusti quanto inutili. Considerando inoltre che se l'Italia è lì, come la Spagna e la Grecia, è perché vittima della politica dell'Euro ipervalutato imposto dal dogmatismo di Trichet. Insomma, il principale responsabile si finge il salvatore. Vediamo dunque bene come l'Euro, follia economica, diviene il mezzo per imporre un federalismo anti-democratico. Ma d'altronde non era questo l'obiettivo di partenza, poiché molti sapevano che era impossibile costruire una moneta unica applicata ad economie differenti? Il sogno di Trichet e soci è a favore di questa crisi tramite cui sbarazzarsi dei popoli e dei loro eletti. La famosa "governance" di cui parlano consiste sostanzialmente nel concentrare tutto il potere nelle mani di una ventina di persone: La BCE (non eletta); la Commissione UE (non eletta); la Corte di giustizia europea (non eletta). Una ventina di persone imbevute dei loro dogmi, al servizio del pensiero mondialista e agli interessi di una ristretta minoranza vogliono imporre ancora più sacrifici alle popolazioni e sempre più privilegi ai loro padroni. La scelta è semplice oggi, o i popoli si ribellano a queste manovre, o pagheranno caro la loro nuova schiavitù.

Nicolas Dupont Aignan

sabato 13 agosto 2011

Sprechi


È un giochino che ci costa 50 milioni di euro all’anno. Centesimo più, centesimo meno. Un pacco, rifilato agli italiani di buona memoria, dal dottor Sottile, alias Giuliano Amato, nel 2000 e perfezionato qualche anno dopo, nel 2007, da Romano Prodi, un altro specialista in ecumeniche fregature per le nostre tasche. Ve la ricordiamo quella bella pensata, la legge 388 del 2000 (inserita nella finanziaria 2001) che stabiliva quanto segue: gli immigrati che hanno compiuto i 65 anni e non hanno redditi oppure sono sotto la soglia dei 5mila euro annui, hanno diritto all’assegno sociale (quella che fino al 1996 si chiamava pensione sociale). Inutile dire che, appena gli extracomunitari con carta di soggiorno in regola e residenza si sono accorti di questa manna che pioveva dai cieli italiani non hanno fatto altro che presentare domanda di ricongiungimento familiare e far arrivare genitori o parenti anziani. Come funziona il giochino? Semplice. Gli extracomunitari con carta di soggiorno possono chiedere di farsi raggiungere dai propri genitori, dichiarando di averli «in carico». E questi, non appena varcati i nostri confini, hanno diritto a presentare la loro simpatica domanda per l’assegno sociale. Ecco dunque, approssimati per difetto almeno 50 milioni di euro che finiscono annualmente nelle tasche di stranieri che non hanno mai lavorato, né pagato tasse nel nostro Paese. Un esercito destinato a crescere in maniera esponenziale. All’Inps temono infatti soprattutto l’attacco alle già semivuote casse, da parte degli immigrati dell’Est, romeni e polacchi, in particolare. Paradossale è che, oltre a languire le casse, languono anche i dati perché l’Inps parla, sempre approssimando per difetto, di circa 19mila «percettori» di quest’assegno sociale nati in Paesi esteri, ma il dato sembrerebbe comprendere anche italiani nati fuori dai nostri confini. Tuttavia le dimensioni del pericolo sono sempre più preoccupanti considerato che gli stranieri residenti in Italia, al 1 gennaio 2011 erano 4 milioni 563mila, con un incremento di 328mila unità (per un saldo totale del 7,5 per cento) rispetto al 1 gennaio dell’anno scorso. D’altra parte fa la sua anche l’Unione Europea che impone all’Italia di estendere a tutti i cittadini comunitari qualsiasi forma di welfare sia offerta agli italiani e quindi non c’è via d’uscita. Almeno apparentemente. Per la cronaca il nuovo importo per l’assegno sociale 2011 è stato fissato dall’Inps in 5.424,9 euro. Facciamo una moltiplicazione e soprattutto molte addizioni, visto che il numero dei «pensionati importati» sta crescendo vertiginosamente, e si può ben capire il malcontento di tanti, troppi pensionati nostrani che vivono sulla loro pelle questa drammatica incongruenza con le loro pensioni di 500 euro al mese dopo aver versato contributi e pagato tasse per una vita. E quando, altro caso emblematico, l’Inps dopo mille, sacrosanti controlli e verifiche, per carità arriva concedere a un invalido (un invalido stra-vero, non stra-finto) una pensione per una invalidità al 100 per cento che ammonta meno di 300 euro. Certo ultimamente sono stati introdotti dei correttivi tipo quello previsto dalla circolare Inps 105 del 2 dicembre 2008 che impone o meglio imporrebbe almeno 10 anni di effettivo soggiorno in Italia, la residenza fissa e altre quisquilie che dovrebbero impedire ai furbetti stranieri di percepire l’assegno sociale senza mai aver lavorato e di andarselo a spendere nel loro Paese. Ma, come si sa, fatta la norma, trovata (anche dagli stranieri) la possibilità di aggirarla. Già, perché se vogliamo continuare a masticare fiele c’è di più. È vero che l’assegno sociale sulla carta è vincolato alla residenza sul territorio italiano e se il percettore torna a casa propria, il suo diritto decade. Ma se non lo segnala, o si «dimentica» di segnalare il suo trasloco, però, potrebbe continuare a incassare pur non avendone titolo. Controllare che questo non accada è di fatto impossibile visto e considerato che l’Inps può svolgere controlli solo tramite le anagrafi comunali, e non sono molte quelle in grado di segnalare all’ente previdenziale anomalie e abusi. Quindi se il genitore, il nonno, il parente straniero in Italia non si trova bene, può tranquillamente tornare in patria, tanto l’assegno continua a decorrere. E il Paese del Bengodi paga e spreca.

Manovra economica


MILANO - Nel decreto varato del Consiglio dei ministri non ci sono solo i contributi di solidarietà addizionali all'Irpef, di cui si parlava già da due giorni e che vengono comunque confermati: 5% della quota eccedente i 90.000 euro e 10% della quota eccedente i 150.000 euro per i lavoratori dipendenti; e addizionale a partire dall'aliquota del 41% applicata ai redditi superiori a 55mila euro per gli autonomi. Nel documento contenente le «disposizioni per la stabilizzazione finanziaria» ci sono interventi in diversi altri settori, alcuni puramente di taglio - come i minori trasferimenti agli enti locali e la minore dotazione per le spese dei ministeri -, altri legati a nuove forme di entrata.

IL SETTORE PUBBLICO - Alcuni interventi - il sito di Palazzo Chigi li elenca solo per titoli, qualcosa dei dettagli è invece emerso durante la conferenza stampa di Berlusconi e Tremonti - riguardano in particolare il settore pubblico. Ad esempio, secondo le anticipazioni dell'Ansa, i dipendenti delle amministrazioni pubbliche che non rispettano gli obiettivi di riduzione della spesa potrebbero perdere il pagamento della tredicesima mensilità. E, ancora, potrebbe essere stabilito il pagamento con due anni di ritardo dell'indennità di buonuscita dei lavoratori pubblici. Non è invece prevista alcuna riduzione degli stipendi degli statali, notizia che era circolata nelle prime indiscrezioni nei giorni scorsi ma sarebbe al momento saltata.

GLI ENTI LOCALI - Quanto alla paventata riduzione delle Province considerate inutili, dalle prossime elezioni vi sarebbe la soppressione di quelle relative ad una popolazione complessiva al di sotto dei 300.000 abitanti, ovvero 36 enti sparsi nell'intero territorio nazionale. Il governo vorrebbe poi la fusione dei Comuni sotto i mille abitanti - e sarebbero coinvolti circa 1.500 enti su un totale di circa 8 mila - e la riduzione dei componenti i Consigli regionali.

LE PENSIONI - Ci saranno poi aggiustamenti in campo previdenziale, su cui probabilmente la Lega farà pesare la propria posizione negativa. In particolare, viene anticipato dal 2020 al 2015 il progressivo innalzamento a 65 anni (entro il 2027) dell'età pensionabile delle donne nel settore privato. Sono previsti inoltre interventi disincentivanti per le pensioni di anzianità, con l'anticipo al 2012 del requisito della quota 97 data dalla somma tra età anagrafica e anni di contribuzione.

LE FESTE INFRASETTIMANALI - Quanto alle festività infrasettimanali «non concordatarie», ovvero non religiose, verranno spostate alla domenica e di conseguenza non ci sarà vacanza da scuola o dal lavoro nel giorno esatto in cui cadono. Il 25 aprile del prossimo anno, ad esempio, cadrà di mercoledì ma all'atto pratico sarà un giorno come tutti gli altri. Le celebrazioni per la Liberazione saranno spostate alla domenica precedente o successiva. E lo stesso varrà per le altre festività laiche. In questo modo non ci sarà interruzione dell'attività produttiva e, come ha sottolineato Berlusconi, «non ci saranno più i ponti», considerati deleteri dalle aziende. Era stato ipotizzato anche uno spostamento delle festività al lunedì, per limitare solamente i ponti ma senza cancellare del tutto la festività infrasettimanale. Ma poi ha prevalso l'accorpamento alla domenica «come accade a livello europeo».

LOTTA ALL'EVASIONE - C'è poi il capitolo della lotta all'evasione fiscale. E' stata prevista la tracciabilità - vale a dire l'obbligo di pagare con assegni o trasferimenti bancari e non in contanti - di tutte le transazioni superiori ai 2.500 euro con comunicazione all'Agenzia delle entrate delle operazioni per le quali è prevista l'applicazione dell'Iva. È inoltre previsto 'inasprimento delle sanzioni, fino alla sospensione dell'attività, per la mancata emissione di fatture o scontrini fiscali.

NIENTE RITOCCHI DELL'IVA - Nella bozza di manovra non vi sarebbe invece alcuna traccia di un possibile aumento dell'Iva. Anzi l'ipotesi sarebbe accantonata. E salterebbe anche qualunque intervento sugli immobili e i patrimoni mobiliari. E' poi stato confermato l'aumento al 20% per tutte le rendite finanziarie, esclusi gli interessi dei titoli di Stato che restano al 12,5%.

VOLI IN CLASSE ECONOMICA - Non saranno interessati dalle riduzioni «del comparto pubblico la sanità, la scuola, la ricerca, la cultura e il 5 per mille», come ha sottolineato Tremonti nel corso della conferenza stampa a Palazzo Chigi. Un'altra delle misure adottate riguarda l'utilizzo di voli in classe economica da parte di parlamentari, amministratori pubblici, dipendenti dello Stato, componenti di enti ed organismi.

venerdì 12 agosto 2011

Allo sbaraglio...


Scrivo queste righe a caldo, senza trattenere la mia indignazione: un ministro che per risolvere i problemi dell’Italia proporne un contributo di solidarietà a chi guadagna oltre 90mila euroe – ed è già tassato oltre il 40% – non è un liberale, ma un compagno d’altro tempi; che anziché andare a colpire gli sprechi veri di uno Stato colabrodo o togliere le municipalizzate dalle mani dei partiti o colpire a fondo e duramente gli interessi finanziari della criminalità organizzata con leggi eccezionali, se la prende con i soliti che da sempre pagano tutto, senza evadere un centesimo (ricevendo in cambio servizi pubblici da Terzo Mondo), non è degno di considerazione. Abbiamo eletto un governo liberale di centrodestra, non un governo socialista che premia chi froda e punisce i cittadini onesti. E se Berlusconi non vuole farsi travolgere dalle follie del suo ministro corregga in fretta la rotta. Risanare senza ingiustizia è possibile, ma prima bisogna fermare il compagno Tremonti. O no?


Roma - «Certo che il Pdl è unito. Contro Giulio». Nel capannello di parlamentari azzurri in cui rimbalza la battuta ci sono “falchi” anti-Tremonti come Giorgio Stracquadanio e Isabella Bertolini e “colombe” come Maurizio Lupi, Gregorio Fontana e Donato Bruno, che ha appena presieduto la difficile seduta straordinaria delle Commissioni Affari costituzionali e Bilancio, dove il ministro dell’Economia ha tenuto la sua relazione. E soprattutto ha pronunciato la sua replica al dibattito. Una replica inaspettata e imprevista, tanto che, quando ha saputo che Tremonti aveva chiesto la parola a fine seduta, il capogruppo Pdl Fabrizio Cicchitto ha cercato di evitarlo. Ma era troppo tardi. Alla fine erano tutti furibondi: le opposizioni, da quella aperturista del Terzo Polo a quella più rigida del Pd, cui il ministro ha chiuso la porta in faccia punzecchiando Casini e Bocchino quanto Bersani; e la maggioranza, a cominciare dal Pdl. Angelino Alfano era pallido («Sono settimane che tesse la tela diplomatica con Udc, Fli e rutelliani e Tremonti arriva e gliela strappa mandando a quel paese i suoi interlocutori», spiega un parlamentare vicino al segretario). Le reazioni a caldo al discorso del ministro di Gianfranco Fini («Sono allibito») e di Pier Ferdinando Casini («ma questo è scemo, da ricoverare») giustificano il pallore. Il vice presidente dei senatori, Gaetano Quagliariello, scuoteva la testa sconsolato: «Era molto meglio non farla, questa riunione straordinaria, visto come è finita».

Non a caso, al termine dello show parlamentare di mezz’agosto, Pd e casiniani si sono attivati per chiedere un colloquio al Quirinale (nonchè l’apertura diretta di un canale di comunicazione con la Bce e Draghi), subito dopo l’incontro di Berlusconi, Letta e Tremonti con Napolitano. Il ragionamento fatto da Bersani e dal leader Udc con il presidente è stato analogo: il governo ci chiede responsabilità e disponibilità, poi Tremonti viene in Parlamento, non ci dice una parola su dove vuol trovare i 20 miliardi che servono e ci prende pure a pesci in faccia. «È intollerabile che l’opposizione non venga neppure informata di quel che ci chiede la Bce e che il ministro ci venga a dire che non ha bisogno del nostro aiuto», dice Bersani. Il capo dello Stato ha dato seguito alla richiesta, convocando ufficialmente sul Colle sia il leader Pd che quello Udc (oggi vedrà anche Fini); e ai suoi interlocutori ha ribadito la necessità di «collaborare tutti» al massimo davanti alla drammatizzazione della crisi. Trovando orecchie sensibili nell’Udc, ma molta più freddezza nel Pd: «Se quel che il governo propone è solo l’anticipo della manovra, non possiamo starci».

La sensazione, nell’opposizione, è che nel governo si stia assistendo alla «rivincita di Gianni Letta», che «gioca contro Tremonti la triangolazione con Napolitano e Draghi». E sarebbe questa, si spiega, la ragione dei toni bellicosi usati dal ministro dell’Economia nella sua replica. Resta l’incognita sul ruolo della Lega, che con Tremonti nei giorni scorsi pareva aver rispolverato l’asse. Nel Pdl si danno letture divergenti: c’è chi teme un’azione convergente di Tremonti e Bossi per rompere ogni ponte con i centristi e «far saltare la maggioranza sulla manovra»; e chi invece che sia stata proprio la battutaccia di Bossi sul «discorso fumoso» del ministro dell’Economia a far saltare i nervi a Tremonti. «Se pensava di poter far sponda con la Lega per chiudere la porta ad ogni riforma strutturale, come quella previdenziale, e puntare ancora sulla stretta fiscale, oggi Bossi lo ha deluso», ragiona Stracquadanio, «prima accusandolo di fare fumo e poi aprendo ad un “compromesso” sulle pensioni». E l’avanguardia anti-Tremonti (Crosetto, Bertolini, Malan e lo stesso Stracquadanio) esce allo scoperto avvertendo: «Se la ricetta del ministro è sempre quella, tasse e ancora tasse, il nostro voto al decreto non è affatto scontato».

Punti di vista su Londra


“Abbiamo creato una cultura delle gang violenta, sessista, omofobica e razzista; è una vergogna che cadrà sui multiculturalisti bianchi”. E’ durissimo uno degli editor del Daily Telegraph, Damian Thompson, sui roghi e le rivolte di Oxford Circus, Edmonton, Tottenham ed Einfield. Comunità britanniche dove vige la common law, ma germina da anni anche la violenza sulle donne tipica di culture non occidentali, il delitto d’onore, la poligamia, la morte per apostasia e omosessualità. Secondo Roger Scruton, massimo intellettuale conservatore del Regno Unito, docente di Filosofia a Boston e alla St. Andrews, la colpa è del “curriculum multiculturalista”. “Lo sapevamo che sarebbe successo, l’integrazione è stata una ideologia semi religiosa, ma non ha funzionato”, dice Scruton al Foglio. “I multiculturalisti hanno sempre negato la connotazione identitaria, perché avrebbe frammentato il multiculturalismo. Coloro che hanno difeso la prima persona plurale della nazione sono stati attaccati in quanto ‘fascisti’, ‘razzisti’, ‘xenofobi’, ‘nostalgici’ o, nel migliore dei casi, ‘little englanders’. Lo avevamo già visto anche in Francia con il ‘mob rule’ delle banlieue. Nelle nostre città i giovani crescono in ghetti isolati, in un ordine politico schizzato, vogliono affermarsi contro la società, mai per essa. In Italia non è ancora successo, ma potrebbe accadere se non avverrà una integrazione corretta. L’islamismo tende a infiammare questo scontro per costruire una retorica anti occidentale, ma in questo caso è stato soprattutto un fallimento interno alla nostra società. Provo orrore e tristezza per come abbiamo distrutto il vecchio curriculum, dicevano che era monoculturale, che perpetuava l’idea della civiltà occidentale come superiore, che era patriarcale, il prodotto del maschio bianco europeo che aveva perso autorità. Ci avevano insegnato a vivere in un ambiente amorfo, nella città postmoderna aperta a tutte le culture. Ogni cultura avrebbe dovuto crescere nel proprio spazio, per godere dei frutti della cooperazione sociale e di un sistema educativo in cui la cultura maggioritaria avrebbe dovuto essere marginalizzata. Tutto quello che invece il multiculturalismo ha sancito è stata la distruzione della cultura pubblica condivisa e il diritto al rispetto, creando un grande vuoto. Il risultato è stato il relativismo”.

Scruton ne ha anche per i conservatori al governo. “La leadership di Cameron deve dimostrare di avere una cultura nazionale. Questo è il motivo per il quale Richelieu si era appellato ai francesi per far prendere in considerazione innanzitutto la loro fedeltà alla nazione, con lo scopo di superare il conflitto tra cattolici e protestanti. I conservatori inglesi da sempre sono considerati i guardiani della cultura nazionale, ma da anni sono stati anche loro intimiditi dalla correttezza politica. Michael Gove, il ministro dell’Educazione, sta cercando di fermare il multiculturalismo, ma a livello nazionale non c’è stata alcuna visione ideologica e intellettuale. Se Cameron ha davvero come modello Polly Toynbee (commentatrice liberal del Guardian, ndr), allora siamo persi. I politici sono sempre tragici quando cercano di essere ‘nice’”.

giovedì 11 agosto 2011

Stanlio e Ollio... ahem, Bersani e Di Pietro


Roma - "Serve una seconda Maastricht, altrimenti ad uno ad uno il mercato ci ammazza tutti". Ecco la proposta del leader del Pd, Pierluigi Bersani, espressa durante l'intervento dopo l’informativa del ministro dell’Economia Giulio Tremonti sulla crisi. "C’è l’esigenza - ha spiegato Bersani - di una presa di coscienza europea e l’Italia deve riprendere un suo ruolo che è sempre stato di punta. Che la Bce sostituisca la politica non può essere una cosa fisiologica. Mi sta bene che la Bce ci detti vincoli e compatibilità, ma non che ci detti anche le ricette per risolvere i problemi. Non mi sta bene che ciò avvenga per uno tra i dieci più grandi Paesi del mondo".

I punti di Bersani. Riduzione della spesa pubblica, a partire dal numero dei parlamentari; liberalizzazioni e lotta all’evasione fiscale, chi ha di più deve dare di più. Sono i quattro pilastri su cui si regge il piano di fuga dalla crisi dettato dal segretario del Pd, Pierluigi Bersani, di fronte al ministro dell’Economia Giulio Tremonti. "Quando si viene qui ancora oggi a dire che le scelte politiche le dobbiamo fare, perbacco, cosa abbiamo aspettato in queste settimane?", ha premesso Bersani per poi spiegare: "Non c’è bisogno di essere allarmati, perché siamo un grande Paese e ne verremo fuori. Ma preoccupazione e decisione quelle sì, ci vogliono".

Liberalizzazioni e tagli. Poi, il segretario del Pd, è passato ad elencare: "Riduzione della spesa: privilegiamo un taglio delle spese non tanto sul sociale ma su tutta l’area pubblica amministrazione. Partiamo domani mattina e facciamo il dimezzamento del numero dei parlamentari. Di lì in giù, occupandoci di piccoli comuni, accorpamento delle province e via dicendo. Liberalizzazioni: usciamo dalle nebbie. Ordini professionali, farmaci, rc auto, separazione Snam rete gas, siamo contro la privatizzazione forzata non contro la liberalizzazione". Poi Bersani ha detto la sua sulla riforma costituzionale in merito all'inserimento del vincolo del pareggio di bilancio nella Costituzione: "Per fare una legge costituzionale in tempo da record ci vogliono sei mesi, non so se abbiamo sei settimane o sei giorni".

Politica italiana nel cuore della crisi. E sulla crisi che sta investendo il Paese dice: "Noi non dovevamo arrivare qui, non c’era ragione nei fondamentali dell’Italia per cui essere così esposti nella bufera mondiale. L’economia doveva essere gestita con qualche riforma e la gestione della spesa pubblica. Questo non toglie nulla alla nostra responsabilità e al contributo che daremo". Per Bersani dunque "la situazione politica italiana è nel cuore della crisi, non possiamo essere zittiti su questo: come mai in Irlanda, Portogallo, Grecia e Spagna si è cambiato il governo? Il tema riguarda la possibilità di chiamare il maggior numero di forze a collaborare".

Fare qualcosa per la crescita. Occorre fare "qualcosina anche per la crescita. Quando si fa 30 bisogna fare 31 per dare un pochino di stimolo" all’economia. "Abbiamo problemi strutturali, la bilancia commerciale fa paura. Se non cresciamo un po'...", ha aggiunto Bersani che poi ha spiegato: "Se il governo parla di misure per rafforzare la disciplina della finanza pubblica, noi andiamo a nozze. Ma il ragionamento sia flessibile, non si discuta di cose che non esistono in nessuna parte del mondo".

Mai pensato a un governo tecnico. Quanto all’ipotesi di governo tecnico, il leader del Pd ha detto di non aver mai pensato a un governo tecnico ma a un governo "in cui la politica si assume le proprie responsabilità offrendo personalità di spessore. Non sto parlando per il Pd ma per l’Italia: mi si spieghi perché Portogallo e Spagna cambiano governo e solo l’Italia è a posto? Questo governo è in grado di fare quello che gli chiede Bonanni?".

Di Pietro: questo governo si è rotto. "Ritengo che cambiare Governo sia una precondizione per stare meglio. Qualcuno non è d'accordo, ma prima si cambia il Parlamento meglio è per questo Paese". Così il leader dell'Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, durante il suo intervento di replica all'informativa del ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, davanti le commissioni Affari costituzionali e Bilancio di Camera e Senato presso la sala Mappamondo di Montecitorio. "Un governo che si è rotto e rompe i cosiddetti, che ha fatto proposte fumose. Tra aria fritta e fumo - ha detto ancora l’ex pm - c’è molto poco, qualche arrosticino di ferragosto. Vogliamo un documento, quali sono le sue proposte, su che cosa dobbiamo collaborare, la prossima volta ci porti un documento scritto sul quale possiamo dire questo condividiamo questo non condividiamo. Oggi ci ha detto una sola cosa, che è stato commissariato dalla Bce: tiri fuori questo documento, l’Italia è un Paese sovrano". "Diteci cosa volete fare di concreto, queste passerelle non servono. Noi esamineremo le vostre proposte senza preconcetti. Ma se non sapete cosa fare, lasciate fare a noi, sapremo fare di meglio".

mercoledì 10 agosto 2011

Giunta Pisapia


MILANO - Una task force per la prima accoglienza, la raccolta delle richieste d'asilo, l'identificazione e il rilascio del permesso di soggiorno provvisorio, lo screening sanitario e la consegna della tessera sanitaria, la verifica dei casi vulnerabili, l'orientamento legale e le informazioni sui servizi previsti e sul rimpatrio assistito. Cambia così la strategia milanese nelle politiche di accoglienza dei profughi provenienti dal Nord Africa: d'ora in avanti sarà, infatti, il Comune anziché la Prefettura, a coordinare e garantire gli interventi di assistenza a Milano. In particolare, la competenza sarà dell'Assessorato alle Politiche sociali e Servizi per la Salute.

PRATICHE PIU' RAPIDE - Si tratta di una novità a livello nazionale: la città sperimenta un modello di gestione attraverso un centro situato presso la sede della Protezione civile di via Barzaghi, che consentirà di velocizzare tutte le pratiche di riconoscimento svolgendole in un unico luogo. Il progetto è stato reso possibile grazie a un accordo raggiunto nelle scorse settimane tra Comune e Prefettura. «Vogliamo uscire dalla logica dell'emergenza - ha spiega l'assessore Politiche sociali e Servizi per la Salute Pierfrancesco Majorino - con cui è stato affrontato finora l'arrivo dei profughi. Un'adeguata assistenza, peraltro, è il modo migliore per evitare situazioni di tensione come accaduto nel Sud Italia. Il Comune s'impegna a garantire un sistema omogeneo di servizi sin dalla prima accoglienza, a differenza di quanto successo fino ad ora».

I SERVIZI - Un impegno al quale Majorino ha chiamato anche gli altri Comuni e Province perché, ha chiarito, «non si arrivi al paradosso che amministrazioni di centrosinistra danno seguito alle decisioni del Governo, mentre le Giunte leghiste no». L'assessorato verificherà direttamente che gli Enti convenzionati con il Comune offrano nel loro complesso non solo vitto e alloggio, ma tutti i servizi previsti dalla normativa vigente in materia di richiedenti asilo: controllo medico, sostegno psicologico, assistenza legale, mediazione linguistica per la prima fase di accoglienza; percorsi di inserimento sociale attraverso, per esempio, l'orientamento al lavoro e corsi di formazione per chi accede allo Sprar, il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati. Il tutto a parità di costo rispetto al passato (46 euro giornalieri a persona stanziati dal Governo).

IN ARRIVO 100 PERSONE - Il centro allestito presso la sede della Protezione Civile è pensato per accogliere un numero massimo di 40 richiedenti asilo; l'ospitalità in questa struttura non potrà superare i 15 giorni, nel corso dei quali gli operatori cercheranno di capire chi è la persona arrivata, in quali condizioni si trova e che tipo di esigenze abbia, in modo da predisporre il trasferimento di ciascun ospite in altri luoghi di accoglienza ritenuti più adatti al singolo caso. Per garantire la seconda fase di assistenza sono state individuate ulteriori strutture con disponibilità di posti sufficiente ad accogliere le 100 persone attese sino al 20 settembre, a scaglioni di 20 la settimana (a Milano ci sono attualmente 239 profughi). Chi non avrà ottenuto alcuna protezione internazionale, verrà comunque seguito dal Comune attraverso il programma Rivan, che organizza i rimpatri assistiti.

Uk

Londonistan, dal blog di Giovanni. Sbandati, vigliacchi, ratti, feccia si... ma di colore e magari quasi tutti islamici. E nessuno osa dirlo. Non serve scomodare gli hooligans, almeno quelli erano inglesi puri. Dal corsera: "Gli abitanti dei quartieri devastati a Londra reagiscono: in strada, scope in mano per ripulire"... ah, certo, se la reazione degli inglesi è quella di mettere mano alle scope piuttosto che chiedere il rimpatrio di tutta la feccia...


Delinquenti. Non altro. Hooligans miserabili, anche vigliacchi, mascherati, in fuga, nascosti nel canneto di una città che in queste ore non è più imperiale. Londra brucia, non ci sono sangue, sudore e lacrime, c’è il puzzo di fumo acre, ci sono muri anneriti non dal carbone ma dai falò e dalle bottiglie piene di benzina lanciate dai manifestanti. In verità non manifestano contro nessuno, non ne avrebbero coscienza. Si tratta di criminalità ignorante, incosciente, un fenomeno inedito di massa, ratti usciti dalle tane come in un video game, giocando con la violenza credono di partecipare a scene di un film, il loro Bronx, la loro banlieu, la loro Alexandras, sta a Croydon, passa a Hackney, si trasferisce a Peckham, viaggia verso Enfield, poi emigra a Bristol, Liverpool, Birmingham, va nel Kent, l’onda si trasmette con i telefoni cellulari, Blackberry e non Blak Bloc, sono affamati di lusso e sazi di nulla, sfondano le vetrine non dei panifici o dei fruttivendoli, vanno diritti agli empori di televisori e smartphone, si dispongono addirittura in fila indiana, secondo british style, escono fuggendo, tenendo dentro le giubbe, nascosti come le loro facce, ogni tipo di articolo.

Servirà loro per fare denaro, per comprarsi le dosi di droga, per tornare nelle tane, a vivere miseramente, rifiutando l’istruzione, il lavoro, l’offerta di una società cattiva e stupida. Così cattiva e stupida da permettersi di allevarli. Tra gli hooligans del football, nei maledetti anni Ottanta-Novanta, veniva notato un dato singolare: erano rarissimi, quasi inesistenti, i ragazzi di colore, il fenomeno sembrava circoscritto ai bianchi, divisi anche nelle fazioni di propaganda politica, i fascisti del Front National e i trozkisti del Workers Revolutionary Party. In questa nuova ciurma made in Great Britain la presenza dei neri si è fatta imponente ma non è una questione razziale, semmai post razziale, non legata all’oppressione, alla negazione di diritti e di respiro, non c’è una guerra di religione, nemmeno di povertà ma soltanto sbandati che non hanno un passato, non vogliono avere un futuro, vivono un brevissimo presente.

David Cameron non è Margaret Thatcher, oggi non c’è rigore, nemmeno vigore, anzi la fragilità del governo, il caos provocato dalla vicenda Murdoch, la crisi che ha coinvolto e travolto Scotland Yard, insieme con alcune figure politiche, ha lasciato il fianco scoperto a questo blog incivile che presenta alcuni aspetti anche curiosi. I delinquenti hanno tentato di dare l’assalto anche alle aree cosidette «povere», quelle occupate dall’ultima generazione di etnia diversa ma hanno trovato la reazione, la difesa del territorio da parte di afghani, curdi, decisi a non arrendersi, scesi in strada per combattere e respingere gli invasori, go home. Come sta accadendo, un’ora dopo l’altra, con il popolo inglese, che ha scelto di uscire, brandendo le scope, per pulire la sporcizia, per spazzare il letame lasciato dagli incappucciati, un improbabile corteo di netturbini per rendere ridicola la rivoluzione dei vigliacchi.

È il blitz spirit della seconda guerra, fatti avanti herr Adolf Hitler, noi siamo qui pronti, sull’isola della regina, provaci soltanto e te ne accorgerai. Oggi non è guerra contro l’invasore ma è paura, fastidio, vergogna dinanzi a quei topi mascherati. Non è nemmeno il carnevale di Notting Hill, è roba seria. Proprio nel quartiere fascinoso di Londra, nel ristorante The Ledbury, premiato da due stelle Michelin, gli incappucciati si sono presentati all’ora della cena. Non avevano prenotato, ovviamente, né desideravano portar via carni, formaggi e vino; hanno rapinato i clienti terrorizzati, via gioielli, telefoni e orologi. Esproprio proletario si scriveva nei favolosi anni di piombo.

Non c’è lotta di classe. Di piombo, a Londra, c’è soltanto il colore del fumo che si alza dalle vecchie dimore, di legno e di mattoni infiammati, di piombo è l’esistenza clandestina di questo esercito di malavitosi che tra qualche giorno saranno dimenticati dai loro stessi complici. Non sanno quello che stanno facendo. Lo fanno e basta. Vomitano violenza contro le vetrine, le automobili, hanno il coraggio dei ratti, mordono, non combattono, fuggono. La notte di Londra scivola fastidiosa, come a Leeds,a Bristol, a Birmingham, a Liverpool. I volti dei topi sono sulle prime pagine di tutti i giornali. Non possono scappare dall’isola.