giovedì 26 agosto 2010

Cineserie


Il signor Giuseppe Grasso si alza ogni giorno alle cinque del mattino per coltivare i suoi campi. Possiede con i suoi due fratelli un'azienda agricola di 600 ettari in provincia di Foggia. L'hanno ereditata dai genitori. Gli affari sono andati sempre bene, ma dall'anno scorso hanno cominciato a subire perdite che sono aumentate quest'anno. Ad essere colpita la produzione di pomodoro, che viene prodotto soprattutto in questa parte d'Italia, tanto che è chiamata la terra dell'oro rosso e da sola copre 1/3 della produzione annua nazionale che tocca i 60 milioni di quintali. «Non ce la facciamo più rischiamo di chiudere perché i costi sono aumentati mentre con i guadagni non riusciamo neanche ad andare a pareggio con le spese». «E i conti - spiega Grasso, si fanno subito -: nel 2009 i pomodori venivano venduti a 80 euro a tonnellata, quest'anno invece il prezzo medio è sceso a 70 euro. Il guadagno lordo per un produttore è di 5600 euro per ettaro a cui si aggiungono 1000 euro di contributo comunitario. Il totale lordo dei guadagni è di 6600 euro per ettaro mentre il costo di produzione è di circa 6400 euro per ettaro». Dunque il signor Grasso lavora solo per coprire le spese. «La causa è l'invasione del concentrato cinese - spiega -. Le aziende di trasformazione preferiscono comprare un prodotto semilavorato piuttosto che cominciare la lavorazione del pomodoro dall'inizio usando la materia prima, così arrivano ad abbattere i costi di produzione anche del 50%». Ma l'esperienza di Giuseppe Grasso non è un caso isolato, fa parte, invece, di un problema più grande che è proprio l'invasione del concentrato di pomodoro cinese che sta mettendo in ginocchio i contadini, in questo periodo in primo piano proprio per la raccolta del pomodoro. Secondo i dati forniti dalla Coldiretti negli ultimi dieci anni sono praticamente quadruplicati (+272%) gli sbarchi di concentrato di pomodoro cinese in Italia e rappresentano oggi la prima voce delle importazioni agroalimentari dal gigante asiatico. Le cifre si basano su una comparazione tra i dati relativi ai primi cinque mesi del 2010 rispetto allo stesso periodo del 2000. «Dalle navi sbarcano fusti di oltre 200 chili di peso con concentrato da rilavorare e confezionare come italiano poiché nei contenitori al dettaglio è obbligatorio secondo le normative italiane ed europee indicare solo il luogo di confezionamento, ma non quello di coltivazione del pomodoro», spiega Lorenzo Bazzana, responsabile tecnico-economico della Coldiretti. Il quantitativo che sbarca in Italia dalla Cina, corrisponde - sottolinea la Coldiretti - a circa il 15% della produzione di pomodoro fresco destinato alla trasformazione realizzata in Italia che nel 2009 è stata pari a 5,73 miliardi di chili. La Coldiretti afferma che la situazione è insostenibile per i consumatori e i produttori del Made in Italy e provoca danni economici diretti e di immagine al prodotto italiano sul quale pesano gli effetti di una concorrenza sleale. «I cinesi vendendo merce sottocosto praticano un dumping feroce per penetrare il mercato europeo sbaragliando i competitors, il loro concentrato di pomodoro ha prezzi inferiori del 30% a quello americano e del 50% rispetto a quello italiano» aggiunge Bazzana. L’ambasciata cinese a Roma contattata sull’argomento ha taciuto, mentre parla Alcide Luini, segretario generale della Camera di Commercio Italo-Cinese: «È vero che la Cina pratica il dumping, ma se loro riescono a vendere i prodotti a prezzi dimezzati è perché sono agevolati dall’assenza di vincoli e delle leggi dell’Unione europea». Ma allora come risolvere la situazione? «Bisogna imporre maggiori dazi ai prodotti provenienti dalla Cina e importati in Europa, proprio per compensare il loro minore prezzo di vendita che danneggia i produttori europei, ma nel contempo è necessario che l’Unione europea spieghi alla Cina il motivo dei dazi per evitare che si arrivi a una guerra delle tariffe». Ma dietro il business cinese del pomodoro c’è ben altro, cioè lo sfruttamento del lavoro forzato dei detenuti da parte di molte imprese cinesi impegnate nell’export alimentare. A denunciarlo la Laogai National Foundation, impegnata in una campagna di informazione su cosa sono i laogai, i campi di concentramento cinesi, dove sono costretti al lavoro forzato diversi milioni di persone a vantaggio economico del solo regime comunista. «Nei Laogai spariscono, con i criminali comuni, religiosi di ogni confessione e oppositori politici. Crediamo che questi prigionieri siano coinvolti anche nella coltivazione dei pomodori» racconta Toni Brandi, presidente della Laogai Research Foundation Italia Onlus. La soluzione secondo la Fondazione è che la Ue vari una legge che impedisca l’importazione in Europa dei prodotti ottenuti con il lavoro forzato come accade in America.

Sull'immigrazione selvaggia


Il settimanale Spiegel pubblica oggi un ampio estratto del libro di Thilo Sarrazin, dal titolo “La Germania si distrugge da sola – Come mettiamo a rischio il nostro Paese”, pubblicato dalla casa editrice “Deutsche Verlags-Anstalt” (Dva), appartenente al colosso mediatico Bertelsmann. La procatoria tesi portata avanti dal politico tedesco è chiara ed estremamente provocatoria: il diverso tasso di natalità, il gap educativo e culturale e la mancanza di integrazione – se non si fa subito qualcosa per cambiare immediatamente la situazione, rischia di mettere a rischio l’esistenza stessa dei tedeschi; “Non desidero che il Paese dei miei nipoti e pronipoti diventi in gran parte musulmano, nel quale si parli prevalentemente turco e arabo, dove le donne portano il velo ed il ritmo della giornata e’ scandito dai muezzin. Se voglio questo, posso prenotare una vacanza in Oriente”, scrive Sarrazin. “Ogni societa’ ha il diritto di decidere chi vuole accogliere ed ogni Paese ha il diritto di salvaguardare la propria cultura e le sue tradizioni. Queste riflessioni sono legittime anche in Germania ed in Europa“. “Non vorrei che noi diventassimo stranieri in patria”, racconta Sarrazin secondo il quale “il confine geografico e culturale dell’Europa va chiaramente tirato sul Bosforo e non al confine della Turchia con l’Iraq e l’Iran”.

CI ESTINGUEREMO – Il manager della Bundesbank continua descrivendo la sua personale visione del futuro della Germania se non si mette un freno all’immigrazione: ”Più stupida, più povera e con una progenie scarsa”. Il contenuto dell’intervista che ha concesso a Bild non è diverso da altre dichiarazioni del politico dell’ SPD. Sarrazin descrive ciò in cui crede è sbagliato per la Repubblica federale. Parla di calo demografico: “Un tasso di riproduzione netto (figli per donna,) di 0.7 o meno, come lo abbiamo da 40 anni non significa altro che che la generazione dei nipoti è esattamente la metà di quella dei rispettivi nonni. Il tasso di natalità in Germania è sceso da circa 1,3 milioni l’anno nella prima metà degli anni Sessanta a 650 000 nel 2009. Continuando di questo passo - e perché dovrebbe cambiare qualcosa in questa tendenza, che dura da oltre quattro decenni – in 90 anni il numero delle nascite in Germania, arriveranno a circa 200 250 000, la metà dei quali saranno discendenti della popolazione vive 1965 in Germania” In parole povere: Sarrazin teme che i tedeschi si estinguano; il suo timore è che in futuro proliferino soprattutto gli immigrati figli degli immigrati e che questo potrebbe significare che i tedeschi potrebbero presto essere una minoranza nel loro stesso paese.

ORA HANNO TUTTI PAURA - “Nessuno ha mai voluto affrontare il problema dello sviluppo demografico in Germania nel corso degli ultimi 45 anni. E chi ha voluto farlo ha dovuto constatare di essere solo e si è ritrovato con l’etichetta di xenofobo: parlare delle conseguenze della bassa fecondità per decenni ha significato essere sospettato di ideologia nazionalista. Ora è tutto cambiato, da quando la generazione attuale che comincia a preoccuparsi della propria pensione futura. I costi sociali di un’immigrazione incontrollata sono sempre stati un tabù“. Il risultato spiazzante e crudo del politico dell SPD è questo: ”Per quarantanni non è stato possibile dire che: è vero che il 90% degli alunni sono in grado di arrivare all’università, ma solo il 10% di questi ha i requisiti per partecipare a un corso di una matematica; è stato un tabù dire che perdiamo un popolo intelligente , se una donna intelligente avrà meno figli o addirittura nessun figlio; che l’individuo è responsabile del suo comportamento e non la società. Che chi non impara, rimane ignorante. Le persone che mangiano troppo sono grasse. La verità è considerata politicamente scorretta, crudele e veramente immorale – o perlomeno non è saggio dirla se si vuole essere eletti alle cariche politiche“. La colpa della situazione attuale è quindi dovuta a un atteGgiamento da struzzi che non vogliono guardare la realtà e dare le responsabilità a chi le ha.

LI AVETE FATTI ENTRARE E RIPRODURSI – La conseguenza di questo atteggiamento è una deresponsabilizzazione generale: “Non si può insegnare nulla a uno studente, perché l’educazione la impartisce la famiglia. I bambiniche soffrono di sovrappeso a causa della mancanza di esercizio fisico, devono la loro condizione non alla negligenza dei genitori, ma alla situazione sociale della famiglia” fino ad arrivare al nocciolo della questione: “Parlare con gli immigrati turchi di terza generazione non vuol dire parlare davvero il tedesco, c’è una ostilità verso l’integrazione ben precisa. Ma perché, ci si chiede, si osserva queste difficoltà mentre in quasi tutti gli altri gruppi di immigrati non c’è questo problema? Tutto ciò è stato trascurato per troppo tempo, l’invecchiamento e la diminuzione della popolazione tedesca è accompagnata da cambiamenti qualitativi nella sua composizione. Per la perdita pura e semplice della popolazione sono a rischio, in particolare, la continua crescita dei meno forti e dei meno intelligenti, che renderanno meno forte il futuro della Germania”.

STANNO PER ARRIVARE LE VACCHE MAGRE – La Germania - continua Sarrazin – è da un punto di vista economico, in fase tardiva di un’età dell’oro che ha avuto inizio intorno al 1950 e lentamente volgendo al termine. Il problema demografico erode le basi della futura prosperità, quantitativamente e qualitativamente: “quantitativamente, perché per 45 anni, ogni nuova generazione è di circa un terzo più piccolo della precedente, mentre l’aspettativa di vita aumenta; qualitativamente, perché l’educazione peggiora le capacità del neonato. E’ inevitabile che la Germania sarà più piccolo e più stupida.Non vogliamo pensarci, figuriamoci parlarne. Ma ci preoccupiamo del clima del mondo tra 100 o 500 anni. Perché dovremmo essere interessato al clima tra 500 anni, quando il programma tedesco per l’immigrazione sta lavorando per l’estinzione dei tedeschi?” Nella Svizzera tedesca la Bundesbank non ha voluto commentare il libro di Sarrazin. “E la sua opinione personale, non commento“, ha detto Susanne Kreutzer, portavoce della Bundesbank.

PS: la cancelliera Merkel ha già prontamente definito Sarrazin “diffamatore”, mentre la SPD ha avviato le procedure per la sua espulsione in quanto “neonazista”.

Donne


Tutti con il sasso in mano. Tutti noi del Giornale, sia chiaro. A cominciare dal direttore, Vittorio Feltri, che, in quanto direttore, ha la sua fornitura di sassi personale, che gli viene consegnata quotidianamente in ufficio, mentre noi, scherani, siamo costretti a gironzolare attorno a piazza Cordusio, per rifornirci di munizioni. Sampietrini o scampoli di asfalto sbrecciato che siano.

Già, perché «ogni giorno - dichiara, con risolutezza da fare invidia, Flavia Perina, direttore del Secolo d’Italia e deputata di stretta osservanza finiana, data la sua scelta tutta Fli - Elisabetta Tulliani è sottoposta a lapidazione». Un trattamento «che le viene riservato in quanto donna del nemico, cioè di Gianfranco Fini». La reattiva Perina, che affida questo suo moto di indignazione al mare magnum di internet e, per sicurezza, magari a qualcuno sfuggisse, anche allo stagno paludoso di Repubblica, che accoglie sempre con magnanimità gli insulti contro Berlusconi, definisce l’inchiesta del nostro quotidiano su Elisabetta Tulliani, e la sua decisamente fortunata e facoltosa famiglia: «Uno spettacolo indecente, una quotidiana e tragica azione di killeraggio». E, facendoci rabbrividire, aggiunge: «È come vederla sfilare, metaforicamente rapata a zero e con al collo il cartello del disonore, sulle prime pagine del Giornale e di Libero».

Agghiacciante immagine, nella sua crudezza. Persino maestri dell’horror, come Dario Argento e Stephen King, non sarebbero stati capaci di descrivere meglio la terribile situazione. Un’affliggente situazione. Che Elisabetta (la quale, peraltro, al momento, e ne siamo felici, non ha la testa rapata ma continua a offrire alla brezza estiva, la sua bella, intera e folta chioma bionda), e il suo entourage parentale stanno vivendo per colpa nostra. Ma Flavia Perina non si ferma qui.

Salta la staccionata di ciò che sembra fin troppo chiaro ai suoi occhi, per suonare la carica. Per svegliare le coscienze sopite delle donne di destra, di centrodestra e di simil-destra. E per chiedere, innanzitutto alle ministre Mara Carfagna e Giorgia Meloni e alla responsabile donne del Pdl, Barbara Saltamartini, «di dire qualcosa contro ciò che si sta consumando ai danni di un’altra donna, di rompere un silenzio imbarazzante». E qui sta la sua grande abilità di giornalista e parlamentare, abituata alla navigazione a vista. Già, perché con questo roboante appello, Flavia Perina cancella con un colpo di spugna, come solo le donne sanno fare quando si tratta di altre donne, tutto ciò che proprio la stessa Mara Carfagna ha dovuto subire e accettare senza fiatare, fino all’altro ieri. Tutti gli insulti che il ministro per le Pari opportunità, solo per il fatto di essere carina, presentabile e buona amica del Cavaliere, ha dovuto incassare senza mai trovare paladini pronti a sguainare la spada in sua difesa e madri badesse disposte ad accoglierla, con qualche riga in sua difesa nel buon convento di certi giornali. Se mai fossimo stati lettori distratti ce ne scusiamo in anticipo con l’interessata, ma non ci pare proprio, signora Perina che lei abbia speso un po’ d’inchiostro, a suo tempo, quando tutti, facevano a gara non per lapidare ma, ci passi il termine, per sputtanare il ministro Carfagna. E in quale remota isola del Pacifico si trovava quando, dal cilindro di qualche abile regista, è spuntata un’illustre sconosciuta, un’altra giovane donna, tale Noemi Letizia, cui in tanti, giusto per mettere in mezzo il premier, hanno rovinato l’esistenza buttando nel tritacarne anche la sua famiglia? Ci dica, era forse dall’altra parte di questo mondo, civile o incivile, che sia? A Norfolk, o a Pitcairn a conversare con i nipotini degli ammutinati del Bounty? Forse ricorderà lo slogan che i girotondini portavano in giro: «Presidente, che cuccagna la Carfagna». E le altre volgarità? Da Sabina Guzzanti a Travaglio (che in verità oggi le fa compagnia nella strenua difesa di Elisabetta Tulliani) a Massimo Donadi, parlamentare come lei, ma dell’Idv che paragonò Mara Carafagna a Monica Lewinsky? Scontato che a sinistra nessuno disse nulla, neanche le politicamente corrette Finocchiaro, Melandri, Bindi, ci fu è vero una tardiva e modesta solidarietà bibartisan ma non ci pare che la sua penna abbia sottoscritto appelli anti-lapidazione come oggi. E poi, a proposito di donne, che ci dice di Barbara Contini, eletta nel Pdl, ma saltata dalla parte di Fini, che se l’è presa in queste ore contro «quelle colleghe che fanno carriera su tacchi a spillo e armate di minigonne»? Tipo, il messaggio è chiaro, Maria Teresa Armosino, Viviana Beccalossi, Paola Frassinetti, Laura Ravetto, Rosaria Rossi e la stessa Barbara Saltamartini? Colpevoli solo perché sono dalla parte di Berlusconi? Suvvia. Mentre mezzo mondo, da Amnesty International a Human Rights Watch, si sta mobilitando per salvare dalla lapidazione, quella autentica, Sakineh Mohammadi Ashtiani, 43 anni e due figli, condannata a questa barbara pena di morte dalle autorità della repubblica islamica iraniana perché ritenuta colpevole di adulterio, per lei la vera lapidata da difendere è Elisabetta Tulliani.

Dopo i Sassi di Matera arrivano, dunque, i sassi di Flavia Perina. Chissà che la scoperta del Secolo non diventi anch’essa, con una spintarella dell’Unesco, patrimonio dell’umanità.

mercoledì 25 agosto 2010

Case (chiuse) cinesi autocertificate...


Roma - "Il business del sesso a pagamento non sembra risentire particolarmente della crisi economica che affligge il nostro Paese". È quanto emerge dall’indagine sulla prostituzione condotta nelle tre maggiori città italiane - Roma, Milano e Napoli - dal Codacons, che sottolinea un fenomeno relativamente recente: "L’ascesa delle prostitute cinesi, che applicano tariffe ’low cost’ davvero concorrenziali, sta dando nuova linfa al mercato".

L'impero cinese. In base all’indagine statistica a campione - realizzata con 1.500 interviste e 230 chiamate ai numeri degli annunci economici su giornali e internet - si ricava che il mercato della prostituzione assume sempre di più un volto con gli occhi a mandorla: nel 40% dei casi, infatti, vede per protagoniste proprio donne cinesi; nel 25% italiane; nel 20% europee dell’Est; nel 12% sudamericane; nel 3% africane e di altre nazionalità. I prezzi variano anch’essi: in media 30-40 euro con le cinesi, 50-60 euro con le slave, fino a 100-150 euro con sudamericane e italiane.

Annunci dalla carta al web. Tariffe che possono raddoppiare e anche triplicare per chi vuole consumare il sesso a pagamento nella propria casa o per un’intera notte. Quanto ai clienti, il 45% ha tra i 25 e i 50 anni; il 30% è ultracinquantenne; il 25% ha tra i 18 e i 25 anni. Agli annunci sui quotidiani locali, si stanno via via sostituendo quelli via internet che propongono on-line foto e talvolta anche video di ’presentazione'. Infine, le ’location’: contemporaneamente alla loro ’cacciatà dalle strade, cresce il numero delle prostitute che riceve in casa o in albergo, in centri massaggi o nelle saune.

martedì 24 agosto 2010

Don Sciortino contro il demonio


Roma - Non passa settimana che non arrivi una bordata. Sempre a senso unico, sempre col premier come vittima. Un nuovo, durissimo attacco di Famiglia Cristiana per colpire - ancora una volta - il governo e Silvio Berlusconi. Questa volta il settimanale di don Sciortino accusa il Cavaliere di voler governare senza i "formalismi costituzionali" e parla di "berlusconismo" che "distrugge chi dissente". Immediato lo sdegno della politica. Dal ministro Bondi che parla di "sconcerto e disgusto" al Pdl Giro che invece taccia il settimanale di "pornografia". Ancora più efficace Sacconi che accusa direttamente don Sciortino: "Sei accecato dalla faziosità".

Le accuse di Famiglia Cristiana. "In Italia comanda solo lui, grazie alla 'sovranità popolare' che finora lo ha votato", si legge nell'editoriale sul numero in edicola domani. Secondo il settimanale, "la situazione politica italiana è assolutamente unica in tutte le attuali democrazie, in Paesi dove la questione del potere, attraverso cento passaggi teorici e pratici, è stata trattata in modo che si arrivasse a sistemi bilanciati, in cui nessun potere può arrogarsi il diritto di fare quello che vuole, avendo per di più in mano la grande maggioranza dei mezzi di comunicazione". "Se promette alla Chiesa di appassionarsi all’embrione e a tutto il resto, con la vita quotidiana degli altri non ha esitazioni - conclude Famiglia Cristiana - il 'metodo Boffo' (chi dissente va distrutto) è fatto apposta".

Sconcerto e disgusto del Pdl. Risponde a stretto giro il ministro per i Beni Culturali, Sandro Bondi, che, "soprattutto come cattolico", prova "sentimenti di sconcerto e di disgusto dopo aver letto l’editoriale". Il coordinatore nazionale del Pdl osservan che "la crisi della società italiana deve essere giunta a livelli di allarme, e la Chiesa stessa non ne è affatto immune". Poi spiega: "Se perfino un settimanale cattolico giunge a tale accenti di unilateralità politica, di assenza di stile e di rinuncia alla moderazione". Duro anche il Pdl Francesco Giro che bolla l'editoriale come "una dimostrazione di pornografia politica per la scarsa decenza degli argomenti che vengono proposti".

Sacconi accusa don Sciortino. Al ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, dispiace constatare che "Don Sciortino appare accecato dalla sua personale faziosità politica al punto tale da non riconoscere il valore pubblico che meritano i fondamentali principi cristiani, discrimine inesorabile dello stesso consenso elettorale". "Anche nel recente voto regionale molti elettori hanno saputo distinguere tra Bonino e Polverini, tra Bresso e Cota, tra Bersani e Berlusconi per ciò che oggettivamente potevano e volevano garantire su questi valori", continua Saccondi spiegando che, pur non essendoci un partito unico dei cattolici, "larga parte di essi tenderanno a convergere con i non credenti che accettano i principi cristiani in quanto elementi costitutivi della nostra tradizione".

Sarkò e la commissione ue


Dopo le polemiche dei giorni scorsi, scatenatesi in seguito ai rimpatri di rom irregolari da parte della Francia di Nicolas Sarkozy, adesso la Commissione europea denuncia di non aver «ricevuto l'invito» del governo di Parigi a partecipare alla riunione di alcuni ministri dell'interno dell'Ue che dovrebbe tenersi il prossimo 6 settembre per confrontarsi, tra l'altro, sulle problematiche legate proprio ai rom. Lo afferma Matthew Newman, portavoce della commissaria europea per la giustizia Viviane Reding, rispondendo alle domande dei giornalisti oggi a Bruxelles.

Il punto chiave è: la Commissione europea in casi analoghi ha l'obbligo di essere coinvolta? «Questo tipo di riunioni informali - ha risposto il portavoce della Commissione europea dribblando di fatto la questione - sono state concepite molti anni fa quando le regole erano diverse dalle attuali. Si tratta del diritto di iniziativa congiunto degli Stati membri, della Commissione Ue e del paese che guida il semestre di presidenza, al momento il Belgio».

Della riunione informale del 6 settembre a Parigi ne ha anche parlato il ministro degli interni Roberto Maroni sabato scorso in un'intervista. Bruxelles tiene poi a sottolineare «di non aver ricevuto ancora il programma dei lavori» ma ritiene che la «ministeriale informale dovrebbe tenersi in concomitanza con la visita a Parigi del ministro dell'Interno canadese Stephen Harper, per l'appunto il 6 settembre, con la presenza dei ministri degli Interni di almeno cinque paesi dell'Ue» tra cui sicuramente l'Italia.

Accoglienza a tutti i costi...

I razzisti dell'accoglienza di Davide Giacalone

C’è del razzismo, nelle critiche internazionali, e della Cei, all’espulsione dei clandestini o dei Rom senza lavoro e senza fissa dimore. Critiche che colpirono l’Italia e oggi prendono a bersaglio la Francia. E c’è l’ostinazione a non volere fare i conti con la realtà, fingendo che tendere la mano verso l’accoglienza di tutti non equivalga a ritrarla da coloro che hanno maggiore bisogno dell’assistenza pubblica. Fa bene il ministro dell’interno, Roberto Maroni, a non mostrare timore per quelle critiche, anzi a rilanciare ricordando l’opportunità che anche i cittadini europei devono potere essere espulsi, se violano le leggi del Paese nel quale si trovano.

Perché mai un Rom, un qualsiasi altro nomade, dovrebbe avere il diritto di vivere mandando per strada i bambini a rubacchiare e le donne a elemosinare? Perché mai la nostra cultura dovrebbe accettare questo rapporto proprietario verso i propri familiari, ivi compresi matrimoni che considereremmo ai margini della pedofilia? Non è affatto vero che tutti i Rom vivono in quelle condizioni, non è affatto vero che lo zingaro equivalga al delinquente, è una leggenda quella che rapiscano i bambini, ma, proprio per questo, perché mai non si dovrebbe buttare fuori il non italiano che s’acconcia a vivere in quel modo, o in galera chi sia nostro cittadino? E’ da razzisti considerare “normali” quelle condizioni di vita, purché praticate o fatte valere su queste persone, per ciò stesso considerati “diversi”.

Credo, all’esatto contrario, che un bambino Rom abbia gli stessi identici diritti di un qualsiasi altro bambino, sicché deve avere una casa, pasti caldi, andare a scuola e non essere buttato inebetito fra le braccia di una madre strascicata che gli porge il capezzolo. Chi tollera questo spettacolo, e questo modo di sbarcare il lunario, non è un tollerante, è un razzista. Gli stati che reagiscono, facendo osservare agli adulti che chi non ha un lavoro, chi non può mantenere se stesso e la propria famiglia, non può vivere alle spalle delle comunità altrui, non sono Stati intolleranti, ma ragionevolmente civili.

Parliamo ora di quattrini, che sarà volgare e sgradevole, ma tanto necessario. Quando la polizia francese è entrata nel campo nomadi alla periferia di Parigi (senza alcuna violenza, accompagnata da interpreti che spiegavano quel che stava succedendo), ha notificato l’espulsione ad un padre che ha fatto osservare di avere il più piccolo dei figli in terapia intensiva, in un vicino ospedale. E’ ovvio che quel bimbo ha diritto all’assistenza sanitaria, ed è ovvio che i suoi genitori non saranno buttati fuori durante le cure. Ma c’è anche una domanda, ovvia, cui qualcuno deve rispondere: chi paga le spese sanitarie? Non gli interessati, perché si tratta di persone con nessun reddito (ma non è detto senza soldi). Ed è giusto, dalle nostre parti. Ma quello stato sociale lo abbiamo costruito, e pagato (pure troppo), per i nostri cittadini, per i figli della comunità che, scucendo le tasse, lo ha finanziato. Se lanciamo il messaggio che chiunque può accedervi state certi che tutti i bisognosi d’Europa e zone vicine si riverseranno da noi, come gli spinellatori ad Amsterdam. E noi non possiamo permettercelo. Non è che, solo, non è giusto, è che proprio non abbiamo i quattrini per pagare l’intero ammontare. La conseguenza, allora, sarà una diminuzione dello stato sociale per tutti, che significa meno assistenza per i più bisognosi, dato che gli altri se la pagano o sono assicurati.

Ancora una volta, quindi, la politica della falsa bontà è incarnata da quelli che la mettono in conto agli altri. Possiamo chiamarli in tanti modi, ma non “altruisti”.

Il problema è destinato a crescere, anche perché la bilancia della ricchezza mondiale si sposta. Una volta eravamo incontestabilmente i più ricchi, il che aiutava ad essere anche generosi. Ora lo sviluppo asiatico è di gran lunga più impetuoso del nostro, salvo il fatto che quei Paesi non sono certo democrazie, non hanno forme evolute di stato sociale ed è già tanto se tengono la contabilità dei nati e dei morti. Ciò significa che passerà ancora molto tempo prima di vedere dei nomadi che s’accampano in qualche periferia cinese, o gente che cerchi di sollecitare la pietà di quanti ne hanno a malapena per sé stessi. Noi, invece, li attiriamo nel mentre aumentano le difficoltà economiche.

Detto questo, ci sono due categorie di politici e burocrati che esistono solo per complicare le cose: quelli che fanno la faccia feroce e alimentano le campagne elettorali facendo il controcanto al razzismo buonista, alimentando quello (altrettanto presunto) cattivista, e quelli che abitano l’Onu e altre organizzazioni internazionali, che non sanno far altro che prediche sciocche e inconsistenti, con le quali cercano gi giustificare redditi scandalosamente elevanti e privilegi totalmente irragionevoli. Tutta gente, in fondo, anch’essa frutto del troppo benessere, talché si permette loro di ricoprire una funzione pubblica, pur non essendo di nessuna utilità. Ecco, da questo punto di vista si potrebbe cercare di conciliare la spesa pubblica che comportano con la pretesa che nutrono, mandandoli tutti a vivere in un campo nomadi, così, poi, ci dicono se sono così invidiabili o così accettabili le condizioni di quelli che avversano o appoggiano, sempre mantenendo la distanza degli ignoranti.

Tornano gli zombie


Caro Direttore, scrivo al mio Paese. Scrivo agli italiani che tornano a casa, a quelli che non si sono mossi perché lavoravano o perché non possono lavorare. Scrivo agli imprenditori che fanno e rifanno i conti della loro azienda chiedendosi perché metà del loro lavoro di un anno debba andare a finanziare uno Stato che non riesce a finire da sempre la costruzione di un'autostrada come la Salerno-Reggio Calabria o che alimenta autentici colossi del malaffare come quelli emersi in questi mesi. Scrivo ai lavoratori che sentono che si è aperto un tempo nuovo e difficile, in cui, per resistere alla pressione di una globalizzazione diseguale, dovranno rinegoziare e ritrovare un equilibrio nuovo tra diritti e lavoro. Scrivo ai nuovi poveri italiani, i ragazzi precari, che arrivano a metà della vita senza uno straccio di certezza, senza un euro per la pensione, senza un lavoro sicuro, senza una casa, senza la sicurezza di poter mettere al mondo dei figli. E senza che politica e sindacati si occupino di loro. Mi permetto di scrivere agli italiani solo perché sento di avere un minimo di titolo per farlo. In fondo due anni fa, un secolo di questo tempo leggero e bulimico, quasi quattordici milioni di italiani fecero una croce sul simbolo che conteneva il mio nome come candidato alla presidenza del Consiglio. Se un milione e mezzo dei 38 milioni di votanti avesse scelto il centrosinistra riformista invece di Berlusconi ora saremmo noi a guidare il Paese.

Ma non è successo, per tanti motivi. Come cercherò altrove di approfondire, credo più per ragioni profonde e storiche che per limiti di quella campagna elettorale che si concluse con il risultato elettorale più importante della storia del riformismo italiano. Non è successo e dopo alcuni mesi io mi feci da parte. Forse è questo l'altro titolo per il quale sento di potermi rivolgere al mio Paese. Sono stato tra i pochi che si sono fatti da parte davvero (caricandomi responsabilità certo non solo mie). Non ho chiesto alcun incarico, non ho fatto polemiche, non ho alimentato veleni. Ho semmai taciuto e ingoiato fiele, anche di fronte a varie vigliaccherie. Cosa sta succedendo a noi italiani? Abbiamo trascorso la più folle e orrenda estate politica che io ricordi. Una maggioranza deflagrata, un irriducibile odio personale e politico tra i suoi principali contraenti, toni e giudizi che si scambiano non tra alleati ma tra i peggiori nemici. E poi dossier, colpi bassi, una orrenda aria putrida di ricatti e intimidazioni che ha messo in un unico frullatore informazione, politica e forse poteri altri costruendo un mix che non può non preoccupare chi considera la democrazia come un insieme di regole, di valori, di confini. Il Paese assiste attonito allo sfarinarsi della maggioranza solida che era emersa dalle urne, a ministri che sembrano invocare freneticamente la fine della legislatura, nuovi voti, nuovi conflitti laceranti. Mentre stanno per essere messe in circolo emissioni consistenti di titoli pubblici per finanziare il nostro abnorme debito pubblico chi governa questo Paese sembra dominato dal desiderio della instabilità. E, tutto, senza una parola di autocritica. Chi ha vinto le elezioni e ne provoca altre neanche a metà delle legislatura vorrà almeno dichiarare il proprio fallimento politico?

L'alleanza di centrodestra sembra immersa nello scenario dei Dieci piccoli indiani di Agatha Christie. Prima l'abbandono di Casini, ora la irreversibile crisi con Fini. Le forze più moderate hanno abbandonato uno schieramento sempre più dominato dalla logica puramente personale degli interessi di Berlusconi e dallo spirito divisivo di una Lega che alimenta ogni forma di egoismo sociale con lo sguardo solo al tornaconto elettorale immediato. Con effetti che già registriamo nel sentire diffuso e nei comportamenti. Un Paese che smarrisce il suo senso di comunità, la sua anima solidale, la sua coscienza unitaria finisce con lo sfarinarsi violentemente. Quella che stiamo vivendo è una profonda crisi del nostro sistema. Era la mia ossessione quando guidavo il Pd. Mi angoscia l'idea che la democrazia rischi sotto la pressione delle spinte populistiche e dei conservatorismi di varia natura. E la crisi di questi mesi rafforza una distanza siderale tra la vita politica e i reali bisogni dei cittadini e della nazione. Berlusconi forza costantemente e pericolosamente i confini immaginando di vivere in un regime che non esiste. Se ci fosse un semipresidenzialismo lui certo non potrebbe disporre, ciò che è già una insopportabile anomalia oggi, di giornali e tv con i quali promuovere se stesso e randellare i suoi avversari. Ma neanche quella che su questo giornale è stata giustamente definita la «repubblica acefala» può fare sentire al Paese che il sistema politico tempestivamente ascolta, comprende, decide. Indeterminatezza di tempi, modalità, sedi di decisione hanno accompagnato anche altre stagioni politiche.

Questo è il rischio che corriamo, l'alternativa tra una monarchia livida e una pura difesa dell'esistente. E tra i cittadini rischia di rafforzarsi l'idea che di fronte alla velocità del nostro tempo, dei suoi repentini mutamenti sociali e finanziari, a essere più «utile» sia un sistema che decide, qualsiasi esso sia. Il rischio è che si faccia strada, anche in Occidente, quella suggestione di «democrazia autoritaria» che è già una realtà in sistemi, come quello russo o, in forma diversa, in quello cinese, che stanno segnando il tempo della fine dei blocchi. La possibilità che la società globale porti con sé un principio di disunità e che questo reclami poteri centrali forti e semplificati è molto di più di un rischio. Rimando per una analisi più compiuta al volume di John Kampfner Libertà in vendita o al bellissimo lavoro di Alessandro Colombo La disunità del mondo. In una società globale una democrazia che non decide è destinata a soccombere. Ma in una società globale la suggestione autoritaria si scontra con una irrefrenabile esigenza di libertà, libertà di sapere, dire, pensare. Dunque l'unica strada che i veri democratici devono percorrere è quella di una repubblica forte e decidente. Ma questa comporta profonde e coraggiose innovazioni, nei regolamenti delle Camere, nell'equilibrio dei poteri tra governo e Parlamento, nelle leggi elettorali, nella riduzione dell'abnorme peso della politica, nella soppressione di istituzioni non essenziali. Bisogna semplificare e alleggerire, bisogna considerare il tempo delle decisioni come una variante non più secondaria. E, soprattutto, l'Italia, tutta, deve ingaggiare una lotta senza quartiere alla criminalità che succhia ogni anno 130 miliardi di euro alle risorse del Paese. Non basta che si arrestino i latitanti. La mafia è politica, è finanza. La mafia compra e condiziona. La mafia invade tutto il territorio e credo che ora, guardando le cronache di Milano o di Imperia, ci si accorga finalmente che non è un problema della Kalsa di Palermo o una invenzione di Roberto Saviano, ma una spaventosa realtà che altera il mercato, distorce la concorrenza, limita la libertà delle persone.

Le culture di progresso non possono declinare solo un verbo: difendere. Agli italiani non sembra di vivere in un Paese da conservare così come è. Un Paese che non ha una università tra le prime cento del mondo (dopo averle inventate), che ha una metà, meravigliosa, di sé sotto il condizionamento di poteri criminali, che ha evasione altissima e altissima pressione fiscale, che ha una amministrazione barocca e il primato dei condoni, che scarta come un cavallo l'ostacolo ogni volta che deve sfidare sondaggi e corporazioni. Un Paese fermo, che ha bisogno di correre. Che ha bisogno di politica alta, ispirata ai bisogni della nazione. Non è retorica. Parri, De Gasperi, Moro, Ciampi, Prodi e altri hanno dimostrato che si può stare a Palazzo Chigi per servire gli italiani. Bene o male, ma servire gli italiani. Non se stessi. Spero che si concluda rapidamente l'era Berlusconi. Ma forse con una visione opposta a quella di alcuni protagonisti della vita politica italiana. Spero che finisca questo tempo non per tornare a quello passato. Non per mettere la pietra al collo al bipolarismo e riportare l'orologio ai giorni in cui pochi leader decidevano vita e morte dei governi, quasi sessanta in cinquanta anni, come l'andamento del debito pubblico testimonia in modo agghiacciante. Anche perché quei partiti avevano storie grandi che affondavano nel Risorgimento o nelle lotte bracciantili e quei leader avevano fatto, insieme, la Resistenza o la Ricostruzione. Berlusconi è stato un limite drammatico per il bipolarismo, perché la sua anomalia (una delle tante, troppe della storia italiana) ha costretto dentro recinti innaturali, pro o contro, una dialettica politica che avrebbe potuto e dovuto esprimersi nelle forme tipiche della storia del moderno pensiero politico occidentale. Senza Berlusconi in Italia potremo finalmente avere un vero bipolarismo, schieramenti fondati sulla comunanza dei valori e dei progetti, capaci di riconoscersi e legittimarsi reciprocamente in un Paese con una politica più lieve e perciò più veloce ed efficiente nella capacità di decisione del suo sistema democratico. Solo così sarà possibile affrontare, in un clima civile, l'indifferibile esigenza di ammodernamento costituzionale per dare alla democrazia la capacità di guidare davvero la nuova società italiana. Se saremo invece tanto cinici da pensare che il declino di Berlusconi possa aprire la strada a un nuovo partitismo senza partiti e alla sottrazione ai cittadini del potere di decidere il governo, finiremo con l'allungare l'agonia del berlusconismo e l'autunno italiano.

In questa estate orrenda non per caso la frase più citata dai leader politici è stata «Mi alleo anche con il diavolo pur di...». Lo ha detto Calderoli parlando del Federalismo, lo hanno detto alcuni leader del centrosinistra parlando della necessità di una santa alleanza contro Berlusconi. Io rimango dell'idea che invece le uniche alleanze credibili, prima e dopo le elezioni, siano quelle fondate su una reale convergenza programmatica e politica. In fondo il repentino declino del centrodestra conferma proprio questo. È giusto semmai che, in caso di crisi di governo, si cerchino soluzioni capaci di fronteggiare per un breve periodo l'emergenza finanziaria e sociale e di riformare la legge elettorale dando forma, per esempio attraverso i collegi uninominali e le primarie per legge, a un moderno e maturo bipolarismo. Perché poi, alle elezioni prodotte dal dissolvimento della destra, si presenti uno schieramento alternativo capace di assicurare all'Italia quella stagione di vera innovazione riformista che questo nostro Paese non ha mai conosciuto. Perché questo Paese deve uscire dall'incubo dell'immobilità che perpetua rendite e povertà. Deve conoscere un tempo di radicale, profondo cambiamento. È questo, da decenni, il frutto dell'alternanza nei diversi Paesi europei.

Il nostro è un meraviglioso Paese. Amare l'Italia e gli italiani dovrebbe essere una precondizione per partecipare alla vita politica. Chiunque alzi gli occhi nella Cappella Palatina di Palermo o nella galleria di Diana di Venaria Reale non può non sentire tutto intero l'orgoglio di essere figlio di questo Paese e della sua straordinaria e travagliata storia. Lo stesso orgoglio che si prova pensando agli italiani che lavorano per la nazione, imprenditori od operai, insegnanti o poliziotti. Per questo il nostro Paese merita di più. Merita di più dei dossier e dei veleni. Di più della politica ridotta a interesse di un leader. Di più delle alleanze con il diavolo. Il nostro Paese deve smettere di vivere dominato solo da passioni tristi. È difficile. È possibile.

Walter Veltroni

lunedì 23 agosto 2010

Souad Sbai, veli e integrazione...

Roma, 23 agosto 2010 - "Gli estremisti hanno cambiato tattica. Ora lavorano sottotraccia". Souad Sbai, 49 anni, marocchina di Settat, una città vicina a Casablanca, deputata del Pdl, finiana moderata e presidente dell’Associazione Comunità Marocchina in Italia delle Donne (Acmid), squarcia il velo di silenzio che avvolge il mondo dell’immigrazione: "Le giovani di seconda generazione vogliono scappare. Sapesse quante mi chiedono una mano per andare in Francia o per tornare in Marocco dove c’è sempre qualche zia, qualche parente o qualche associazione che le protegge. Lì è in vigore il nuovo diritto di famiglia. Se violenti qualcuno, in galera ci finisci di sicuro!".

Invece in Italia? "Sto ospitando due ragazze del Marocco e una pachistana in fuga da matrimoni combinati, unioni che si celebrano di solito d’estate. Una delle due marocchine ha il passaporto italiano. I suoi vogliono che sposi uno zio per fargli acquisire la nazionalità del nostro Paese. Fa la parrucchiera. Il padre l’ha già minacciata di farle fare la fine di Sanaa (ndr, la diciottenne uccisa a Pordenone perché aveva un fidanzato italiano). Di solito stanno da noi nei tre giorni che passano prima che si riesca a trovare un centro di accoglienza che le ospiti".

In un silenzio assordante succedono fatti inquietanti. Souad ne conosce molti, ma si limita ad aprire qualche spiraglio: "Ghrislan voleva dar vita a una piccola associazione femminile. Thè e dolci, cose da donne. Dopo una settimana le hanno fatto saltare in aria l’auto. E’ successo lo scorso novembre. I tradizionalisti fanno un ragionamento semplice. Le donne hanno la possibilità di stabilire rapporti e di integrarsi uscendo di casa e frequentando altre persone. Per questa ragione le tengono chiuse in casa. In altri casi tentano altre strade. Gamal Bouchaib ha fondato l’Associazione dei musulmani moderati. Un mese fa un imam estremista l’ha avvicinato offrendogli denaro. E’ successo anche a me".

In altre occasioni i metodi sono diversi. Souad Sbai non ama parlare di se stessa. Proprio in questi giorni ha in programma una gastroscopia, il preambolo obbligato di un intervento all’esofago. E’ il secondo, necessario per evitare che si restringa irrimediabilmente. Da mesi vive di yogurt, di liquidi Sansur, di gelati, sotto l’occhio vigile di una nutrizionista di Parma. E’ calata 14 chili. Nel centro culturale Averroè, fondato da lei a Roma, le avevano offerto un cous cous molto piccante. L’ha salvata un sms che l’ha richiamata a Montecitorio per una votazione. Per sua fortuna è riuscita a ingollare solo un cucchiaino di cibo. A New York il professor Kevin Cahill, specialista di armi batteriologiche, le ha diagnosticato un inizio di avvelenamento con cristalli acidi che provocano una inesorabile contrazione dell’esofago. "E’ un handicap che mi porto", taglia corto la presidente dell’Acmid.

Souad Sbai non ama parlare della sua vicenda. "Un caso simile – le strappiamo - è successo a Palidano di Gonzaga, in provincia di Mantova". Là è morta Sobia Noreen, pachistana di quindici anni, incinta di tre mesi. Era il maggio 2003. "Un anno dopo si è scoperto che era stato usato un acido", riassume la Sbai. Ufficialmente il caso risulta archiviato dal Gip.

"Lo sa che sia il padre di Hina Salem (ndr, uccisa a Brescia perché era andata a vivere con il fidanzato italiano) sia quello di Sanaa erano a pochi mesi dall’ottenere la cittadinanza italiana?", chiede scandalizzata. "L’integrazione da noi funziona così. Ci sono persone che vivono con la parabola puntata per captare al Jazeera. Ci sono donne che dopo venti anni in Italia non parlano una parola di italiano. Noi come associazione promuoviamo l’alfabetizzazione. Ma in soggetti sulla cinquantina è quasi impossibile. Esistono mediatori culturali che curano gli stessi soggetti a vita, anziché per cinque o sei mesi al massimo. Al contrario, il permesso di soggiorno o il visto per venire qui dovrebbero essere condizionati alla conoscenza della lingua e delle leggi italiane. La madre di Sanaa, per esempio, non spiccicava una sola parola di italiano".

"Non è possibile accettare tutto — continua — A volte abbiamo paura perfino del lessico. Alla Commissione affari costituzionali della Camera abbiamo discusso di recente sul divieto del niqab saudita, che permette di vedere solo gli occhi, e del burqa. Il vicepresidente Roberto Zaccaria, del Pd, ha proposto di chiamarli veli che coprono il volto. Dietro il niqab o il burqa c’è solo l’inferno. La verità è questa. Le ospiti della mia associazione dopo due o tre giorni vogliono buttare via anche il velo".

Degrado extracomunitario


Milano - Ancora in azione la banda del Corvetto. Un agente della polizia Locale in servizio di controllo con due pattuglie per le ordinanze al quartiere è stato aggredito sabato sera da un gruppo di persone che lo hanno preso a calci e strattonato. La sua colpa? Era intervenuto per dirimere una lite scoppiata tra due italiani e due nordafricani. Il vigile ha riportato lesioni alla spalla e al collo.

L'aggressione all'agente. "Sono in corso accertamenti e tre persone risulterebbero già identificate con conseguente denuncia penale", ha assicurato il vicesindaco Riccardo De Corato. Sei agenti si trovavano in servizio in via dei Cinquecento quando hanno notato una lite tra due italiani e due nordafricani, uno dei quali stava avendo la peggio. A seguito dell’intervento dei vigili è scattato un fuggi fuggi e un italiano è stato fermato in direzione via Ravenna. A quel punto è spuntato un gruppo di altre venti persone, poco più che ventenni, che si sono scagliate contro il vigile e con spinte e calci hanno liberato l’italiano. Che prima di far perdere le tracce ha dato un cazzotto a un altro nordafricano fratturandogli il naso.

Il quartiere e il crimine. La lite sembra sia nata per il controllo dello spaccio. Non è un caso che un’altra maxirissa è scoppiata ieri in area via Padova tra bengalesi e nordafricani. Al Corvetto ieri sera probabilmente a causa della partita di calcio al Meazza c’era un deficit di presenze delle forze dell’ordine. De Corato si augura che "ciò non accada questa sera visto che si replica con un altro match. Per fortuna è andata bene ma poteva finire peggio". Ma del gruppo di balordi che hanno aggredito l’agente almeno tre persone sono state identificate. E a breve saranno indagate per lesioni. "Il Corvetto - sottolinea il vicesindaco - è stato oggetto di ispezioni costanti da parte della polizia Locale già prima dell’entrata in vigore delle ordinanze. Nei tre mesi precedenti i vigili hanno controllo 429 persone e 243 veicoli, con 11 denunce per vari reati".

domenica 22 agosto 2010

Bontà sua...

Magari è solo una bufala...


PARIGI - Padre Arthur Hervet, sacerdote di una delle parrocchie della città di Lille (Francia settentrionale), ha riconosciuto pubblicamente che prega perché il presidente, Nicolas Sarkozy, abbia una crisi cardiaca che gli impedisca di continuare la sua «guerra» contro i rom. «Prego, chiedo perdono, perché il signor Sarkozy abbia una crisi cardiaca», ha detto ai giornalisti il sacerdote, 71 anni, dopo aver officiato la consueta messa domenicale.

MEDAGLIA RESTITUITA - Dicendosi «scioccato» per la campagna del governo nei confronti dei rom e «delle minoranze in generale», il sacerdote ha anche deciso di restituire al ministro dell'Interno, Brice Hortefeux, una medaglia al Merito con la quale era stato decorato. «Non so che altro fare» per frenare questa «guerra», ha aggiunto padre Arthur, molto noto nella zona per il suo appoggio alla comunità gitana, che aiuta raccogliendo fondi con cui comprare tende da campo, cibi e vestiti (fonte: Agi).

Il vaticano apre le porte?


CASTEL GANDOLFO - Salutando i pellegrini di lingua francese presenti alla celebrazione dell'Angelus a Castel Gandolfo, Benedetto XVI ha ricordato che è proprio del messaggio cristiano l'accoglienza verso le genti di tutte le nazioni e di tutte le culture e quindi verso «le legittime diversità umane». «I testi liturgici di oggi - ha scandito il Pontefice in francese - ci ripetono che tutti gli uomini sono chiamati alla salvezza». «Contengono quindi - ha aggiunto Benedetto XVI - un invito a saper accogliere le legittime diversità umane, seguendo Gesù venuto a riunire gli uomini di tutte le nazioni e di tute le lingue. Cari genitori possiate educare i vostri figli alla fraternità universale».

PREGHIERA PER LA PACE - Le parole del Papa (scandite proprio in francese) arrivano dopo la decisione del governo di Sarkozy di espellere decine di immigrati rom e dopo il monito della Cei all'Italia in tema di immigrazione. Mons. Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes della Conferenza episcopale italiana (Cei), ha dichiarato infatti che «l'Italia non può decidere di espellere in modo indiscriminato i rom né altri cittadini comunitari». Una presa di posizione che ha seguito le affermazioni del ministro dell'Interno, Roberto Maroni, secondo il quale la Francia, con le sue espulsioni, non avrebbe fatto altro che seguire l'Italia.

Immigrazione


ROMA - Ubriachi, gonfi di alcol tanto da non riuscire più a ragionare, hanno dato vita ad una rissa. Poi in 5 hanno aggredito un operaio di 53 anni a colpi di spranga e martello, riducendolo in fin di vita. E' accaduto nella notte tra venerdì 20 e sabato 21 agosto nei pressi di Saxa Rubra, alla periferia nord della Capitale.

FERMATI ALL'ALBA - Sono stati gli uomini di una pattuglia dei carabinieri della Compagnia Roma Cassia a ritrovare la vittima riversa in un lago di sangue nei pressi di piazza Saxa Rubra e a prestargli i primi soccorsi fino all'arrivo dell'ambulanza. In meno di 24 ore, gli uomini dell'Arma hanno rintracciato e arrestato i presunti colpevoli: si tratta di 5 cittadini dell’Est, ora in stato di fermo per concorso in tentato omicidio di un loro connazionale. L'operaio ridotto in fin di vita, infatti, è un romeno che lavora nei cantieri della capitale.

BOTTIGLIE E BOTTE - Secondo la ricostruzione dei carabinieri, poco prima del loro arrivo, la piazza era stata scenario di una violenta rissa tra cittadini dell’Est, scaturita per futili motivi e, soprattutto, per uso eccessivo di alcol. I cinque aggressori - 4 romeni e un albanese, di età compresa tra i 21 e i 26 anni - armati di spranga e martello avevano massacrato l'operario, che tuttora combatte tra la vita e la morte. All’atto del fermo, i carabinieri hanno rinvenuto nell’auto di uno dei fermati un martello intriso di sangue ed una spranga. Tutti e cinque sono stati rinchiusi nel carcere di Rebibbia.

La cei e i nomadi


La tesi del ministro dell’Interno Roberto Maroni, secondo cui in tema di immigrazione è il momento di fare un passo in più ed arrivare alla «possibilità di espellere anche i cittadini comunitari», trova subito l’opposizione della Chiesa italiana, che richiama invece al «diritto di insediamento e movimento» stabilito dall’Unione Europa. «Il governo italiano non può autonomamente decidere in riferimento a una politica europea che invece stabilisce sostanzialmente il diritto di insediamento e di movimento», è l’altolà, dettato dai microfoni della Radio Vaticana, da monsignor Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes della Cei.

In un’intervista al Corriere della Sera, il ministro Maroni ha plaudito all’espulsione dei rom decisa in Francia dal governo Sarkozy, che in questo «sta copiando l’Italia», e per il futuro ha promesso misure ancora più dure. Il titolare del Viminale ha parlato di «espulsioni come per i clandestini, non rimpatri assistiti e volontari», per chi viola «la direttiva che fissa i requisiti per chi vive in un altro Stato membro» (reddito minimo, dimora adeguata e non essere a carico del sistema sociale del Paese che lo ospita). Inoltre, ha detto, «le espulsioni dovrebbero essere possibili per tutti i cittadini comunitari, non solo per i rom».

Per i vescovi italiani, però, i rimpatri decisi da Sarkozy, «sono illegittimi», perchè - dice monsignor Perego - «riguardano sostanzialmente persone che hanno il diritto di movimento in Europa e d’insediamento». Secondo il direttore di Migrantes, «la Francia purtroppo ha seguito la strada dell’Italia di un’espulsione indiscriminata dei rom». Un’espulsione che, a suo dire, ha generato «nuovi campi abusivi», «ancora abbandono della popolazione rom» e «l’annullamento di tutta una politica sociale che era stata fatta per la scolarizzazione dei bambini».

In sintonia con Maroni è il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini: «Sono favorevole alle espulsioni dei cittadini anche comunitari, e condivido appieno la posizione del ministro Maroni a riguardo. Non è possibile infatti - sottolinea in una nota il ministro dell’Istruzione - che il Governo italiano legittimi situazioni di palese illegalità e di non rispetto delle regole». Con il titolare del Viminale si schiera il Pdl. Isabella Bertolini della direzione nazionale del Popolo della Libertà, dice che «la linea dura, ribadita dai vertici del Pdl, contro la presenza di stranieri irregolari è quello che ci vuole. Poco importa che siano comunitari e quindi anche rom, o extracomunitari. Chi non ha i titoli per rimanere in Italia deve essere espulso».

Sui nomadi


Ai governi oggi alle prese con il problema dei Rom provenienti da Romania e Bulgaria si può dire una cosa sola: signori miei, dovevate pensarci prima. Dovevate pensarci quando avete ammesso i due Paesi nella Ue, senza riflettere che tra i loro cittadini c'erano complessivamente circa due milioni di zingari che, dopo secoli di tribolazioni, non vedevano l'ora di trasferirsi nell'Eldorado europeo; dovevate pensarci al momento dell'effettiva entrata delle due nazioni balcaniche nell'Unione, quando i Trattati consentivano ancora di bloccare la libera circolazione di romeni e bulgari per un periodo di transizione di alcuni anni (il governo Prodi, allora in carica, non ritenne opportuno farlo e la Francia nemmeno). Adesso, quando le tensioni dovute alla presenza di una popolazione che ha la cultura del furto e sembra incapace di integrarsi nel mondo del lavoro salgono alle stelle, non rimane che ricorrere ad azioni dimostrative come i "rimpatri assistiti" ordinati da Sarkozy. Ma si tratta, appunto, solo di azioni dimostrative, sia perché gli 850 rom in via di espulsione sono una piccola parte di quelli che si sono già installati in Francia, sia perché quegli stessi che sono stati rispediti a Bucarest e Timisoara con una «dote» di 300 euro potrebbero addirittura utilizzare questi soldi per comprarsi un biglietto aereo e ritornare a Parigi.

Come c'era da aspettarsi, l'iniziativa del presidente francese gli ha attirato l'accusa di razzismo, perché essa è finora rivolta esclusivamente contro gli zingari; ma - con buona pace della commissione Ue e del Vaticano - non è colpa di Sarkozy se sono gli zingari e non altri a suscitare problemi di ordine pubblico e la reazione della popolazione francese. L'Eliseo si è avvalso di una direttiva che prevede la possibilità di rimpatriare quei cittadini comunitari (che siano Rom o no) che non abbiano i requisiti per vivere in un altro Paese membro: reddito minimo, dimora adeguata e non essere a carico dei servizi sociali. Come ha ricordato il ministro Maroni, ha adottato un metodo che avevamo sperimentato anche noi, con una sequela di reazioni ancora più virulente, perché «per la sinistra se una cosa la fa Zapatero va bene, se la fa Sarkozy insomma, se la fa Berlusconi bisogna dargli addosso». Ma anche nel caso dell'Italia si è trattato di un palliativo, o al massimo di un deterrente psicologico che può indurre i tanti Rom ancora in attesa di emigrare a scegliere un'altra destinazione. Ormai siamo - per così dire - in trappola, e non abbiamo alcuna possibilità di uscirne, perché gli zingari romeni e bulgari sono cittadini comunitari a pieno titolo e limitare la loro libertà di movimento e di insediamento non è tecnicamente possibile, se non nei casi particolari; né vale invocare un intervento dell'Europa, perché questo richiederebbe addirittura una modifica dei trattati, non solo politicamente scorrettissima, ma anche impossibile da fare approvare.

Non rimane quindi che prendere atto che, qualunque rimedio temporaneo escogitiamo può forse servire - sul momento - a soddisfare una opinione pubblica esasperata, ma non a risolvere il problema di fondo. Questi Rom ce li dovremo tenere, e l'unica possibilità che abbiamo è cercare di attenuare l'impatto della loro presenza sulla società civile convincendoli (o costringendoli) a modificare le loro abitudini. Ma sarà una integrazione maledettamente difficile, più difficile che con molta immigrazione extracomunitaria. «L'unico vantaggio», mi ha detto con un po' di cinismo un alto funzionario che si occupa del problema «è che almeno non sono musulmani».