lunedì 22 marzo 2010

Labour

Ministri laburisti in vendita: denaro in cambio di favori di Erica Orsini

Londra - Qualche migliaio di sterline per favorire le piccole e grandi lobby del mondo degli affari. Una bella mancia per far incontrare i politici che contano con i vertici di un'azienda o per far cambiare idea al governo su un regolamento poco gradito all'industria. Se sia successo o no, ancora non è chiaro, ma di sicuro questa era la promessa fatta ad alcuni giornalisti in incognito del Sunday Times e del programma televisivo Dispatches di Channel 4 che negli scorsi mesi hanno avvicinato 13 deputati laburisti e 7 conservatori facendosi passare per direttori di diverse compagnie. Nel corso dell'inchiesta sono stati registrati i colloqui avvenuti tra i falsi dirigenti aziendali e alcuni membri del partito laburista disposti a vendersi in cambio di lauti compensi. Tra questi anche nomi eccellenti, ex ministri come Stephen Byers, ministro ai Trasporti e al Commercio dal 1998 al 2002, Patricia Hewitt, ex ministro alla Sanità, Geoff Hoon, arcinoto ministro alla Difesa durante il conflitto iracheno. Dopotutto non è che la solita vecchia storia: affari e politica si ritrovano spesso a braccetto, soprattutto quando dovrebbero tenersi alla larga uno dall'altro. E si scopre che stringono patti sottobanco prendendo per il naso gli elettori. Solo che qui l'opinione pubblica resta più sorpresa, abituata com'è a sorbirsi la perenne critica dei media nazionali sui difetti del mondo politico degli altri Paesi, come se quello britannico ne fosse esente. E invece, guarda un po' che cosa ti combina quel briccone di Byers che senza sospettare di essere caduto in una trappola giornalistica si fa registrare mentre si autodefinisce un po' «come un taxi a noleggio» affittabile per 5mila sterline al giorno. La Hewitt era meno avida, ne costava soltanto 3mila, ma lei avrebbe soltanto aiutato un cliente ad ottenere un posto chiave in un gruppo di consulenza governativo mentre l'ex ministro al Commercio aveva perfino promesso di far incontrare ai propri clienti nientemeno che Tony Blair. Byers avrebbe anche affermato di aver stretto patti segreti in favore della compagnia National Express e di poter far conto sulla sua amicizia con Lord Mandelson, l'attuale ministro alle Attività produttive, per mandare a gambe all'aria le varie proposte governative che non erano gradite ai suoi clienti. A questo proposito Byers ha raccontato di aver telefonato a Mandelson per stoppare il regolamento «esageratamente burocratico» relativo alle informazioni alimentari dei cibi in vendita che dava fastidio alla catena di supermercati Tesco. Geoff Hoon era stato ancora più sfrontato nel confessare al reporter che stava cercando di trasformare le sue conoscenze e «in qualcosa che facesse guadagnare». Tremila sterline al giorno sarebbero bastate. Adesso che la bomba è scoppiata il Labour è corso ai ripari in tutta fretta. Byers ha diffuso un comunicato stampa in cui sostiene di aver «esagerato» le sue affermazioni e di averle ritrattate in una mail il giorno dopo l'incontro con i falsi dirigenti aziendali. Tesco naturalmente ha negato di aver mai stretto patti segreti con l'ex ministro. La Hewitt ha ammesso di aver offerto la propria consulenza, ma soltanto una volta dopo aver abbandonato il suo scranno ai Comuni. Hoon è riuscito a difendersi in modo assai blando. Prima ha ammesso di essere stato avvicinato da una società che gli aveva offerto una somma di denaro «imbarazzante», lavoro che avrebbe rifiutato per poi accettare di fornire alla stessa società alcune utili informazioni confidenziali. Subito dopo le dichiarazioni il suo legale si è premurato di smentirle una dopo l'altra.

Gli immigrati ci pagheranno le pensioni...

Pensioni agli immigrati, l’Inps rischia il crac di Gian Maria De Francesco

Roma - «Ora basta un semplice permesso di soggiorno per accedere alle prestazioni di assistenza sociale dell’Inps». La denuncia-choc è del senatore leghista e sindaco della cittadina bresciana di Chiari, Sandro Mazzatorta, che teme il dissesto definitivo delle casse dell’istituto di previdenza sociale. «Centinaia di migliaia di extracomunitari chiederanno una pensione di inabilità mettendo definitivamente in ginocchio l’Inps - ha dichiarato - e non consentendo di erogare le pensioni a chi per una vita ha lavorato in questo paese pagando regolarmente i contributi». Le lamentele dell’esponente leghista sono fondate. Venerdì scorso, infatti, è stata depositata una sentenza della Consulta nella quale la Corte riconosce l’illegittimità costituzionale della Finanziaria 2001 e del Testo unico sull’immigrazione come modificato dalla legge Bossi-Fini relativamente alle parti in cui si esclude che le pensioni di invalidità possano essere assegnate agli extracomunitari solo perché «non risultano in possesso dei requisiti di redditi già stabiliti per la carta di soggiorno». Il caso, infatti, riguardava un invalido albanese al quale non è stata riconosciuta la pensione di invalidità e l’indennità di accompagnamento perché sprovvisto della carta di soggiorno. La causa contro l’Inps e il ministero dell’Economia è stata sospesa proprio in virtù dei dubbi del Tribunale sulla legittimità delle norme italiane. E la Consulta, che già in un altro caso dello scorso luglio si era pronunciata in tal senso, ha sostanzialmente confermato l’orientamento più favorevole agli immigrati. L’Inps, costituitasi in giudizio, aveva fatto presente all’Alta Corte che le norme della Finanziaria 2001 che restringevano ai soli titolari di carta di soggiorno le prestazioni assistenziali (per quelle previdenziali non è prevista distinzione; ndr) erano dettate da «evidenti finalità di contenimento della spesa pubblica» e dalla necessità di evitare il «turismo sociale». Ossia il concentrarsi dei flussi migratori verso i Paesi più «benevoli» anche dal punto di vista del welfare. Tali istanze non sono state riconosciute. Ma quali potrebbero essere le ricadute della sentenza sull’Inps che ha chiuso il 2008 con un fabbisogno superiore ai 50 miliardi di euro? Innanzitutto, bisogna partire dai dati certi, ossia da quelli sulle prestazioni previdenziali. A fine 2005 i pensionati extracomunitari in Italia erano 100mila, mentre nel decennio che terminerà nel 2015 una ricerca Caritas-Inps prevedeva un flusso di altri 152mila pensionati per un totale di 252mila persone il 54% delle quali residente al Nord. Considerato che si tratta per la maggior parte di pensioni di vecchiaia (circa 500 euro mensili) e solo per una ristretta minoranza di pensioni di anzianità integrate al minimo, nel 2015 la spesa per i pensionati extracomunitari dovrebbe superare già quota 1,5 miliardi di euro. Secondo le ultime elaborazioni di dati Istat effettuate della Fondazione Ismu, gli immigrati regolari sarebbero circa 3,7 milioni. Ben tre milioni di essi nel 2008 hanno lavorato, mentre i disoccupati sono circa 200mila e gli studenti 574mila. Va ricordato poi che la spesa per le pensioni di invalidità in Italia supera i 26 miliardi annui con l’erogazione di oltre cinque milioni di prestazioni. L’estensione agli immigrati titolari del solo permesso (2,4 milioni) potrebbe perciò essere finanziariamente pesante considerato che nel 2007 gli extracomunitari hanno subito ben 140mila infortuni sul lavoro. Quindi, si tratterebbe di qualche miliardo di euro a fronte di un versamento di contributi molto modesto. Per questo motivo Mazzatorta, temendo che «i nostri concittadini dovranno lavorare sino a 90 anni per poter vivere», ha iniziato a lavorare «su una nuova norma che possa scongiurare il tracollo finanziario della previdenza sociale».

domenica 21 marzo 2010

Islam moderato...

"Conoscete la terra felice che non è inquinata da parrucchieri, ancore e lettere importune?" di Ugo Volli

Cari amici, vi chiamo a testimoni del fatto che io instancabilmente, giorno dopo giorno, canto le lodi di Eurabia e dei suoi progressi che ci portano fuori dall'abominio razzista e colonialista della civiltà occidentale. Ma devo ammettere, anzi riconosco con piacere e con entusiasmo, che l'Arabia vera, la terra del Profeta e della magnifica civiltà araba, con le sue valli verdeggianti, i suoi fiumi maestosi e le sue città piene d'arte, è tutt'altra cosa, un modello inimitabile. Oggi ve ne do qualche esempio. Sapete certamente che in quel felice paese dalle parti della Mecca alle donne è proibito guidare automobili, parlare a tu per tu con maschi che non siano i loro parenti più prossimi, e soprattutto è assolutamente interdetto loro compiere il peccato di fargli anche solo intravvedere i propri capelli. Un pover'uomo o almeno un vero arabo, di fronte a una tentazione così demoniaca come una ciocca che uscisse dal velo obbligatorio, non potrebbe certamente fare a meno di violentarla, con tutte le conseguenze del caso - ripudio, lapidazione, cose così – e naturalmente colpa e punizione sarebbero sue, sue di lei, beninteso, non sue di lui. Perché l'istinto sessuale di un vero maschio arabo è incontenibile, lo sanno tutti, e non si può chiedere a una persona sana per quanto eccezionalmente superiore e religiosa di contenerlo: che forma di automortificazione sarebbe? Tocca alle donne sottrarsi prudentemente, mantenere un comportamento corretto e modesto. Se non lo fanno, sono colpevoli di fornicazione e adescamento; meritano dunque certamente di essere ammazzate a pietrate dalla famiglia, dallo Stato o dalla tribù se la famiglia è così mollacciona da non pensarci lei. Ma nel sublime diritto familiare islamico, come sappiamo direttamente ispirato dal cielo e quindi perfettisssimo, ogni tanto si aprono non dico delle crepe ma delle fessure: non imperfezioni, mi guarderei di affermare una bestemmia del genere, ma dei casi così clamorosamente oltraggiosi da essere imprevisti. E proprio di recente uno di queste assurdità, tanto folle che sembrava impossibile si realizzasse, è stata individuata ed eliminate. Vi spiego. Avete mai pensato voi che potessero esserci dei parrucchieri per signora di sesso maschile? No, solo l'idea è abominevole e rivoltante, del tutto insensata. Impossibile. Contro natura. Eppure sembra che qualche degenerato abbia provato a mettere le mani nei capelli di signore perbene, pretendendo addirittura di essere pagato. Che schifo, eh?. Be' i religiosi o forse i principi dell'Arabia saudita, hanno mangiato la foglia e adesso in quel paese felice chi tentasse una cosa del genere sarebbe giustamente passato per le armi, come merita. L'ho appreso da un articolo del quotidiano "Il tempo" pubblicato un paio di giorni fa (qui), purtroppo a mio avviso insufficientemente adulatorio, ma comunque interessante, anche perché riporta qualche notizia ulteriore meritevole di riflessione. Quel che conta nel giornalismo è la notizia e la verità si fa certamente strada da sé. Dunque anche se l'articolista non capisce, la verità è che nella morale naturale condivisa da tutti gli uomini (che lo sapete, nascono tutti islamici e si traviano dopo, al contatto con la madre) nell'etica naturale universale dunque è contenuto il principio che le donne debbano coprirsi i capelli per non oltraggiare i maschi e indurli in tentazione. Per questo il burka è un elemento fondamentale del progresso civile. Altro che quelle sciocchezze che si usano in Occidente, come i computer e gli antibiotici. E a proposito di morale naturale, vi è chiaro, spero, quel che vi ho appena detto, cioè che l'Islam è la religione naturale? E che tutte le altre pretese religioni sono perversioni e menzogne? Se capite questo, vedete bene che un governo attento al proprio dovere etico non può che cercare di proteggere i propri sudditi da questa abominazioni, anche se il profeta, nella sua generosità, ha concesso ai portatori sani (non apostati) di quelle religioni un po' meno menzognere delle altre di sopravvivere, purché debitamente umiliati e obbligati a pagare tasse pesanti per la loro perversione. Generosi sì, ma non stupidi: non si può certo consentire agli infedeli di fare i loro comodi mettendo a rischio l'integrità della fede dei musulmani. Dunque giustamente in Arabia, come in buona parte del mondo islamico, non è possibile esibire i simboli di queste superstizioni: croci, stelle, candelabri, quelle robe lì. Per non parlare di fare chiese e sinagoghe di pregare in pubblico e altre follie del genere. Ma dovete sapere che gli infedeli, benché costituzionalmente inferiori al naturale genio arabo, sono furbi, furbissimi, per cui travestono le loro schifezze in mille modi, le nascondono, cercano di corrompere l'animo dei fedeli senza farsene accorgere. Per cui, pensate, hanno trovato il modo di camuffare la loro croce sotto varie forme, strumenti da navigazione, lettere dell'alfabeto, ogni strano oggetto a due braccia perpendicolari. Anche in questo caso però sono intervenuti imam, ulema, re, principi, la cavalleria cammellata, insomma tutta la potenza islamica di pensiero e di azione. La quale ha stabilito che nella felice penisola della Mecca e nei mari circostanti sono proibite le ancore in quanto ricordano le croci, compresa la loro riproduzione in marchi, logo e bottoni dorati; e anche la lettera X non è assolutamente benvenuta. Vi chiedete come fanno le navi? Be' come si è sempre fatto, buttando una grossa pietra legata con fibra di palma, oppure issandosi sulla sabbia. Se gli occidentali sono così sciocchi da fare navi che non si possono mettere in salvo a riva perché sono troppo grosse, fatti loro. Che comprino qualche centinaio di cammelli per tener ferma la nave con un grande guinzaglio, o vadano al diavolo con le loro navi. E come faranno quei grandi amici dell'Islam che hanno la X nel nome, tipo Craxi o Malcom X? Semplice, che imparino a scrivere in arabo il loro nome, e non avranno più problemi, con il vantaggio ulteriore di uno studio che potrebbe portarli magari anche a leggere il santo libro. Avete visto, voi uomini di poca fede, quanto è superiore l'Arabia alla sua pallida imitazione euraraba? Terra felice, senza parrucchieri, ancore o lettere importune a distogliere dalla vera fede!

L'indipendenza di chi?

"Con il falso WAFQ a rischio soldi e indipendenza"

"Anche noi pensavamo di esserci affidati a un waqf islamico e, invece, ci siamo trovati in mano ad un'associazione a delinquere, che sfrutta il nome dell'islam per altri fini".
Non usa mezzi termini S.C., uno dei membri fondatori della moschea di Brescia che dopo l'articolo sul Sole 24 Ore di ieri sul caso di Milano, si fa avanti raccontando la sua esperienza nei minimi dettagli con il "Waqf al islami in Italia". Il waqf è un istituto molto diffuso nei paesi islamici che può essere paragonato a una fondazione: il suo scopo è la gestione dei beni legati a opere religiose. L'esperienza di S.C. ci apre uno scenario drammatico e non solo per la trasparenza e chiarezza dei fondi che i fedeli musulmani versano aspettandosi moschee degne per accoglierli. Ma va oltre. I soldi sono solo il primo mezzo. la vera e propria guerra interna in atto da alcuni anni è per il controllo delle moschee sul territorio italiano. Tra Ucoii (Unione comunità islamiche in Italia) per mezzo del Waqf al islami in Italia e associazioni o centri islamici che vogliono rimanere indipendenti. «C'è di mezzo a questa conflittualità – spiega Ali Schuelz, ex membro dell'Ucoii ma attualmente membro fondatore dell'associazione culturale Ibn Khaldun di Milano – una questione d'indipendenza delle moschee da una parte e la voglia di predominio dei fratelli musulmani attraverso l'Ucoii dall'altra. Che vogliono controllare il territorio attraverso le moschee per avere un peso politico maggiore di rappresentanza per un'eventuale trattazione di un'intesa con lo stato. In realtà noi vogliano indipendenza economica perché questo significa anche indipendenza politica e ideologica. Una cosa molto difficile, perché a tutt'oggi le interferenze arrivano da tutte le parti anche da paesi esteri, e questo sfavorisce molto, quello che poi dovrebbe essere l'islam italiano che deve essere indipendente culturalmente, politicamente e finanziariamente». «Abbiamo raccolto per anni i soldi dalla nostra comunità in prospettiva di acquistare un immobile da adibire a moschea – racconta S.C. – ma poi per varie cause un membro del nostro direttivo è venuto a contatto con il membro del "Waqf al islami in Italia", convincendoci che era il waqf islamico. A questo waqf sono stati intestati per intero tutti i soldi raccolti. Non meno di 700mila euro. Inoltre da questi 700mila euro sono usciti 200mila euro in nero, e noi non sappiamo come e perché. Noi pensavamo realmente di imbatterci in un waqf , e che questo fosse un modo per salvaguardare l'immobile, la moschea per i fedeli, e invece ora l'unica cosa che sappiamo è che i nostri soldi sono intestati ad una semplice associazione che fa riferimento ai fratelli musulmani siriani, che usa questo suo potere per controllare le nostre idee, le nostre posizioni. È un controllo vero e proprio: chi si ribella perde potere decisionale. Il vero potere delle moschee sotto il waqf è nelle mani di 4-5 persone che controllano il waqf, che possono gestire questi soldi come vogliono e a loro discrezione. Non c'è nessuna garanzia». Nel waqf ci puoi entrare ma dal waqf non puoi uscire. Una volta intestati i soldi non c'è modo per poterliavere indietro anche se adesso più di qualcuno si sta attrezzando, come lo stesso Mohamed Asafa, unico ad aver adito le vie legali contro il waqf. «Noi ci stiamo attrezzando per tutelarci da questa trappola – dice S.C. –: ormai la comunità si è svegliata».Cerca di abbassare i toni Maher Kabakebji, il legale del waqf al Islami in Italia. «Non voglio entrare nella polemica né aggiungere altro a quello già detto sul nostro waqf» dice Kabakebji. Possiamo dire finalmente che il waqf al islami in Italia non è in realtà un waqf così com'è inteso nella sharia, ma è una semplice associazione? «Siamo in Italia – ribatte il legale del waqf – il nostro intento era ed è quello di fare un waqf che cosi com'è inteso in Italia non c'è, ma siamo pronti e sempre aperti all'evoluzione e dalla nostra parte c'è la volontà di avvicinarsi e studiare la formazione di un ente più possibilmente che si avvicini al waqf e sempre in concordanza con le autorità». Una fondazione per esempio? «E perché no?» accenna con disponibilità. «Il problema è che quando questi signori vengono ai centri islamici e alle associazioni – ribadisce Mohamed Asafa della casa della cultura islamica di Milano – si presentano come il Waqf, che colpisce e dà fiducia, poiché in realtà la sua esistenza è un bene ed è una garanzia per i fedeli musulmani, ma la realtà è ben diverse, perché il Waqf al islami in Italia è solo un nome di un'associazione, è come se io chiamo la mia associazione ministero dell'interno e poi pretendo di avere gli stessi poteri del ministero dell'interno e mi presento come tale ai cittadini. È qui che sta l'inganno». Insomma almeno possiamo chiarire finalmente che il nostro waqf all'italiana in realtà è un'associazione occulta: per chi non ha fatto in tempo a saperlo, non rimangono che le vie legali per poter riprendere gli immobili e gestire in modo indipendente ciò che per anni hanno ambito a fare.

Immigrazione

Turista pugnalato a Roma, si cerca una gang di immigrati di Patricia Tagliaferri

Roma - Non avrà certo un bel ricordo della movida romana lo studente americano rapinato e accoltellato venerdì notte a Campo de’ Fiori, una delle zone più calde della mondanità, nel cuore del centro storico, dove giovani e giovanissimi amano tirar tardi spostandosi tra un pub e un bar e dove i fattacci di cronaca sono all’ordine del giorno. L’ultimo, appunto, alle 3.30 della scorsa notte in piazza Trinità dei Pellegrini, è costato caro a un ragazzo statunitense di 19 anni. Era appena uscito da un locale assieme al fratello, un marine di 21 anni. Per lui una vacanza a Roma prima dell’imminente partenza per l’Afghanistan. Sapevano, i due, che per trovare un po’ di movimento Campo de’ Fiori era il posto giusto. Non immaginavano certo che sarebbero finiti nei guai anche senza esserseli andati a cercare. Improvvisamente, invece, i due americani sono stati accerchiati da un gruppo di sette sudamericani, probabilmente colombiani, che hanno tentano di offrire loro droga e ragazze, anche se forse questo è stato solo un pretesto per avvicinarli. Davanti al loro rifiuto, gli extracomunitari si sono impossessati del portafoglio di uno dei malcapitati, che ha cercato invano di farselo restituire prima che il gruppetto di balordi fuggisse in direzioni diverse. I due fratelli hanno cercato di seguire i sudamericani tra le viette del centro storico, ma sono riusciti a bloccarne solo uno che, vistosi braccato, si è girato all’improvviso e ha pugnalato uno dei due fratelli al torace. Sei colpi con un coltello o con un taglierino che hanno reso necessario un intervento chirurgico, anche se il ragazzo non è mai stato in pericolo di vita. Mercoledì uscirà dall’ospedale Santo Spirito, dove è stato ricoverato e dove ieri ha ricevuto la visita del sindaco Gianni Alemanno. I medici gli hanno dato una prognosi di 15 giorni. «Ho dato tutta la mia solidarietà al giovane ferito e ho portato ai due fratelli le mie scuse come primo cittadino romano - ha detto Alemanno -. Gli ho messo inoltre a disposizione i nostri servizi per la loro permanenza sino a quando non partiranno. Mi hanno detto comunque che sono sereni e che queste cose possono accadere». I carabinieri della compagnia Roma centro sono sulle tracce degli aggressori. Sono state acquisite, infatti, le immagini di alcune telecamere presenti in strada, una di queste avrebbe immortalato parte dell’aggressione. Gli investigatori hanno circoscritto le indagini in alcuni locali frequentati da sudamericani e stanno valutando anche la versione dei due fratelli. Non è escluso che venerdì notte fossero ubriachi e abbiano per questo reagito in modo violento alla rapina. Una realtà diffusa a Campo de’ Fiori quella delle risse all’esterno dei locali. Basta poco, dopo una serata trascorsa tra i fumi dell’alcol, per far degenerare anche piccoli diverbi in accoltellamenti o episodi più gravi. Per arginare il fenomeno, soprattutto d’estate, il Comune è solito emettere ordinanze per regolamentare la vendita di alcolici.

Lazio

Lazio, il Consiglio di Stato boccia la lista del Pdl. E il vice di Marrazzo dice no al rinvio del voto

Roma - Niente da fare. Il Consiglio di Stato ha respinto l’appello presentato dal Pdl contro la mancata ammissione della lista provinciale di Roma. In base a questa decisione la lista provinciale del partito è definitivamente esclusa dalle prossime elezioni Regionali.

Montino dice no. Sfoglia la margherita con gli occhi al Consiglio di Stato Esterino Montino. Poi l'ex vice di Piero Marrazzo alla Regione Lazio e ora reggente pro tempore, dopo lo scandalo trans e le dimissioni dell'ex giornalista di Rai3, dice no al rinvio del voto all'11 aprile. Bocciata la richiesta di Vittorio Sgarbi, sottoscritta dal premier Berlusconi, dopo l'accoglimento in ritardo della lista Rete Liberal dell'ex ministro della Cultura.

Applicato il dl salvaliste. La Regione Lazio ha respinto la richiesta di rinvio del voto avanzata da Sgarbi sulla base dell’applicazione del decreto salvaliste. La valutazione dei tecnici della Regione è che, riducendo i giorni di campagna elettorale garantiti da 15 a 6, il provvedimento consente di fare rientrare l’ammissione della lista Rete liberal Sgarbi nei tempi consentiti.

Le reazioni. "Vabbè, votiamo il 28-29 marzo come peraltro previsto. Nessuna novità, buona novità". Così la candidata del Pdl alla Regione Lazio, Renata Polverini, ha commentato con i giornalisti, al termine della manifestazione del Pdl a piazza San Giovanni, il pronunciamento del Consiglio di Stato che ha bocciato la riammissione della lista del Pdl e il no della Regione Lazio al rinvio delle elezioni.

Il Pdl: "Decisione singolare". La decisione del Consiglio di Stato "è singolare". È il commento, espresso a caldo dal rappresentante elettorale del Pdl e legale del partito Ignazio Abrignani, subito dopo la comunicazione della decisione dei giudici. "È singolare - ha spiegato - che i giudici amministrativi esprimano una valutazione sul fatto che i nostri delegati fossero presenti nell’ufficio elettorale con la prescritta documentazione. Quella è una cosa che può giudicare soltanto l’ufficio elettorale stesso. Aspettiamo, però, di leggere le motivazioni del provvedimento". La decisione della Regione Lazio, invece, di respingere la richiesta, avanzata da Vittorio Sgarbi di rinviare il voto, non ha sorpreso il Pdl: "Non c’erano i presupposti - ha detto Abrignani - dal momento che vige il decreto del 5 marzo che riduce i giorni di campagna elettorale a sei".

Sgarbi furibondo. "Con questo hanno perso, hanno dato la vittoria al centrodestra" ha detto Vittorio Sgarbi, candidato alla regione Lazio con la Rete Liberal. "È il fascismo globale, sono dei mascalzoni, delinquenti, peggio dei comunisti: vanno presi a calci in culo. E sono anche pedofili". Sgarbi è una furia. "Sono dei fascisti - aggiunge - hanno deciso di perdere le elezioni". Nei confronti del Pdl, la cui lista oggi il Consiglio di Stato ha deciso di non ammettere bocciando il ricorso presentato, "l’ingiustizia è di sostanza" sottolinea Sgarbi. "Nel caso nostro - conclude, riferendosi al no al rinvio delle elezioni - dove potrebbero applicare le regole non le applicano".

Bersani: "Vinciamo lo stesso". "Si è pronunciata, la Corte d’Appello, due volte il Tar, due volte il Consiglio di Stato e ancora Berlusconi dà la colpa ai comunisti e alle sinistre. Noi non abbiamo mai chiesto niente, abbiamo chiesto solo che si rispettassero le regole. Noi in Lazio vinciamo comunque, liste o non liste. Se il Consiglio di Stato ha deciso così, - ha detto ancora - noi rispettiamo la decisione e quindi si andrà a votare". Così il leader del Pd Pierluigi Bersani.

Il Pd: "Si vota il 28 e 29 marzo". "A questo punto la parola va agli elettori: non ci sono più ricorsi da fare, si va alle urne nei termini previsti, cioè il 28 e 29 marzo, senza rinvio". Così Luca Petrucci, uno dei legali del Pd che hanno seguito fin dall’inizio tutta la vicenda del caos liste nel Lazio, commenta la decisione del consiglio di Stato di respingere l’appello presentato dal Pdl per la riammissione alla competizione elettorale della lista provinciale di Roma.

sabato 20 marzo 2010

Senza burqa e niqab

Un sindaco del trevigiano vieta il burqa in pubblico: "Spaventa i più piccoli"

Treviso - Il sindaco leghista di Codognè, piccolo Comune del trevigiano, ha firmato un’ordinanza che vieta il burqa in tutti i luoghi pubblici, scuole comprese, dove il velo potrebbe spaventare i bambini. E l’opposizione attacca: "E chi le ha mai viste a Codognè le donne col burqa? A una settimana dal voto per le regionali è solo propaganda elettorale".

Problemi di riconoscimento. L’ordinanza proibisce di indossare "qualsivoglia copricapo che renda difficoltoso il riconoscimento, in particolare burqa e niqab", anche perchè il volto coperto o il velo potrebbero "ingenerare insicurezza tra i minori". Divieto esteso a tutti i luoghi privati aperti al pubblico, dunque anche bar, ristoranti e supermercati. "A chi è senza lavoro o in cassa integrazione di questi provvedimenti non interessa niente. Occupiamoci di argomenti seri",- polemizza sulla Tribuna di Treviso l’ex sindaco e attuale consigliere di opposizione Romolo Romano, che a Codognè donne in giro con il burqa non ne ha mai viste.

Col burqa al supermercato. "Qualche mese fa ne è stata vista una in un supermercato", gli replica oggi il sindaco Roberto Bet. Nel settembre scorso in un supermercato di Pieve di Soligo, distante una quindicina di chilometri da Codognè, una donna con il burqa che faceva la spesa insieme al marito suscitò le proteste di una cliente che al grido di "cacciatela" chiese l’intervento delle forze dell’ordine. Protesta che però non ebbe seguito: "Fare la spesa è un suo diritto - disse infatti il direttore del supermercato - Non siamo razzisti e non troviamo nulla di male se uno osserva le proprie tradizioni".

Lo stato di eccezione

L'intervista - «Ci si polarizza senza discutere di idee». «In Italia nessuno rispetta più le regole Anche dai magistrati scelte allarmanti». Guido Rossi: ogni istituzione recuperi la consapevolezza del proprio ruolo

«Viviamo in uno stato di allarme continuo. I fatti, o meglio le notizie che continuamente riceviamo, non fanno altro che evidenziare un conflitto permanente tra istituzioni dello Stato. Esecutivo, Parlamento e la stessa magistratura, paiono essere in una competizione senza fine. Nessuno si sente responsabile delle proprie parole e dei propri atti, ripeto, magistratura compresa. E quel che è peggio prevale una filosofia del piagnisteo, figliastra povera di quell’allarme che ci rende incapaci di uscire da una situazione che a essere gentili è di evidente stallo».

Guido Rossi non nasconde il fastidio e la preoccupazione con la quale assiste al dipanarsi di scandali che uno dietro l’altro si rincorrono. «Viviamo in uno stato di eccezione che giustifica l’assenza totale del rispetto delle regole. Situazione pericolosa che già delineò Carl Schmidt».

C’è solo da sperare che il paragone non sia con gli anni Trenta del secolo scorso... In quegli anni si misero i germi di una guerra mondiale, dell’Olocausto. Non è un’esagerazione? «Ovviamente non mi riferivo ai fatti ma a quello che diceva Schmidt. Vale a dire che uno stato di eccezione fa sì che le regole possano non essere rispettate. E questo vale per Guantanamo come per la Protezione civile italiana».

Paragone azzardato... «È chiaro che si tratta di situazioni opposte e di non identica gravità ma in entrambe si viene meno ai percorsi codificati dalle regole per rispondere all’eccezionalità degli eventi».

Ma c’è o no un’anomalia italiana? «Non c’è un’anomalia italiana. Le reazioni nel nostro Paese sono di intensità maggiore. Prenda ad esempio Obama. Ha perso il seggio che gli permetteva di arrivare a 60 voti e per far passare la sua riforma sanitaria del Senato che cosa fa? Non va certo al Congresso tentando di convincere i senatori. No, va in televisione. In questo senso la situazione è simile».

Perché simile? «Perché quello che vuol far contare Obama come in Italia è la persona, la comunicazione, più che le idee. In Italia è lo stesso. Non si discute delle idee o di programmi, ci si polarizza. Internet poi sta contribuendo a dividere i Paesi in tribù poco interessate a scambiarsi e a formarsi un’opinione quanto ad affermare la propria. Persino Facebook sorpassa Google: si cercano sempre più persone non profondità di ragionamento. Temendo l’astinenza ci si espone a un continuo flusso di informazioni non organizzate e prive di contesto che determinano un’amnesia sociale rispetto agli eventi dei quali si sta discutendo».

E arriviamo alla colpa dei giornali e dei giornalisti. Un alibi sempre funzionante se permette. «La colpa non è certo dei giornali o dei giornalisti. Ma è innegabile che ci sia una produzione di informazioni quantitativamente sbalorditiva ma qualitativamente assolutamente imprecisa. Ammetterà inoltre che alcune conversazioni che vengono pubblicate sono del tutto inconsistenti».

Allora ha ragione Berlusconi a prendersela con la magistratura? «No, non ha ragione perché anche lui telefonando alle autorità, al comandante dei carabinieri si autodelegittima. Le sue telefonate non ottengono nulla perché facendo saltare le regole è come se negasse anche per sé il proprio ruolo istituzionale. E questo rischio lo stiamo facendo correre anche a Napolitano».

Anche Napolitano adesso parla troppo? «No, cosa ha capito. Il contrario: le sue parole vengono continuamente interpretate. Ma si può? Il presidente della Repubblica non è una figura che possa essere messa al servizio di questa o quella opinione. È l’arbitro. E invece le sue parole vengono usate da una parte e dall’altra per attaccare altre istituzioni o peggio parti politiche».

Ma la magistratura ci sta mettendo del suo. «Lo sa che per me è un’istituzione che va sempre rispettata. Ma devo dire che alcuni magistrati ce la stanno mettendo tutta per partecipare a questa corsa nel gonfiare l’allarme continuo. Anche questa storia del commissariamento di società come Sparkle e Fastweb».

Be’ lì i reati ci sono: riciclaggio, perlomeno elusione fiscale... «Al di là di quello che dovrà essere accertato. Se i fatti criminali sono ancora in essere allora si dovrebbero arrestare tutti i vertici attuali. Ma se non si verificano più perché punire la società con una pre-sanzione come il commissariamento invece di punire le persone che hanno violato la legge? Senza tenere conto poi dei tempi».

L’ha detto lei, anche la magistratura ci sta mettendo del suo nel contribuire all’allarme. «Certo. Non si ha consapevolezza delle conseguenze delle proprie parole e dei propri gesti. Ma perché un giudice deve andare alla radio o in tv, a spiegare cosa? Perché deve avvenire tutto in diretta?».

Perché così almeno è tutto più trasparente. «No, assolutamente è il contrario della trasparenza. È solo rumore di fondo. È come se ci fossero in azione continua piromani e incendiari ma non si sentono suonare campane e i pompieri non arrivano».

E chi dovrebbe suonare le campane, fare il pompiere? «La politica sicuramente. La democrazia screma, sa quali sono i temi prioritari da porre al centro dell’attenzione. Quello che accade oggi è comunicazione, non trasparenza, è marketing, vendita del prodotto, non democrazia. La vitalità della democrazia si verificò persino ai tempi di Mani pulite».

Veramente anche Mani pulite è un altro mito che cade. «E si sbaglia. Certo a quei tempi abbiamo avuto un aiuto dall’Europa che andava formandosi e chiedeva scelte forti: ci ha donato un rigore di bilancio che ci ha messo al riparo anche durante questa ultima crisi».

Ma se persino le privatizzazioni sono state messe in discussione. «Ma certo, la superficialità impera. Per una Telecom andata non bene si dimentica la strada fatta dall’Enel, dall’Eni, da Unicredit, Intesa. Certo oggi l’Europa è quella che non si accorge della Grecia, dopo che passa il tempo a dare un mese sì e un mese no i voti. È quella di un Eurostat che non verifica i conti».

Così siamo molto vicini alla filosofia del piagnisteo. «Tutt’altro. Ci sono cose possibili da fare. Così come nel ’92 ogni istituzione deve riprendere consapevolezza del proprio ruolo. Capire che parole e atti hanno conseguenze e che buttare all’aria tutte le regole in assenza di nuove è solo un appiccare ulteriori roghi. Dobbiamo capire in questa situazione di crisi dove sono i germogli nascosti di una possibile rinascita. Si ricominci a parlare delle idee e meno delle persone. Si eviti come potrebbe accadere a queste elezioni di spingere le persone a non votare».

Anche il non voto è una scelta democratica. «No, in questo caso le persone stanno scegliendo di non consumare. Hanno capito che questa non è una campagna elettorale ma pubblicitaria e di marketing. Si vota per delle idee, lei le ha viste?».

Daniele Manca

Immigrazione

Scicli, guardia medica. Dottoressa violentata: fermati tre immigrati

Ragusa - Tre immigrati sono stati fermati dai carabinieri che stanno conducendo le indagini sullo stupro compiuto nella notte di mercoledì da un extracomunitario ai danni della dottoressa in servizio alla Guardia medica di Scicli (Ragusa). I tre fermati sarebbero corrispondenti alla descrizione dell’aggressore fornita dalla vittima della violenza, che prima di essere stuprata venne rapinata. I carabinieri della compagnia di Modica e della stazione di Scicli stanno verificando i loro alibi. Gli investigatori -secondo indiscrezioni che trapelano dallo stretto riserbo- sono convinti che tra i fermati ci sia il responsabile dello stupro.

venerdì 19 marzo 2010

Quelli puliti

L’assistente di Bersani incassa lo stipendio dalla Regione Emilia di Stefano Filippi

Due passi nel Transatlantico di Montecitorio, quattro chiacchiere con un parlamentare qualsiasi, una domandina innocente lasciata cadere: «Conosce Zoia Veronesi?». La risposta, scontata per chiunque frequenti i palazzi della politica romana, sarà la medesima: è la segretaria storica di Pier Luigi Bersani. E da chi riceve lo stipendio, l’assistente del segretario? Dal segretario stesso? Dal partito? Da un ente benefico? No: dalla Regione Emilia Romagna. Cioè dai contribuenti. Il Resto del Carlino, che ieri ha sollevato il sipario su questa vicenda su cui la magistratura potrebbe presto aprire un fascicolo, parla di un «giallo». Ma molti elementi sono già definiti, almeno a quanto risulta al Giornale. La signora Zoia Veronesi è per Bersani quello che Marinella Brambilla è per Silvio Berlusconi, un’assistente personale inseparabile e insuperabile. Lo affianca dall’inizio dell’attività politica. Approdò tra i dipendenti della regione Emilia Romagna nei primi anni Novanta, quando l’attuale numero 1 del partito democratico ne fu eletto presidente. Da allora la Veronesi ha seguito Bersani in ogni nuovo incarico: parlamentare, ministro, e ora segretario politico. Senza mai perdere il rapporto di lavoro con la Regione rossa. «È tutto trasparente - ha spiegato la signora Zoia al Carlino - sono arrivata in Regione quando Bersani diventò presidente. L’ho seguito quando è stato possibile, le norme lo consentivano. Quando è diventato ministro sono andata in aspettativa per essere assunta come esterna al ministero delle Attività produttive e poi dei Trasporti. Nel 2001 sono rientrata nel mio ufficio in Regione, nel gabinetto del presidente. È tutto verificabile. Il rapporto di lavoro andrà in scadenza a fine marzo. Nel frattempo ho maturato altre scelte, ma non credo che questo interessi. Non sarò più dipendente regionale. Non sono la segretaria di Bersani, sono stata la segretaria del presidente Bersani». La faccenda, in realtà, è un po’ più articolata. Zoia Veronesi, che ha seguito Bersani al governo anche fra il 2006 e il 2008, approdò nel 1993 in viale Aldo Moro, sede della Regione. Dal 1996 al 2001, periodo in cui Bersani fu ministro nei quattro governi di centrosinistra (Prodi, D’Alema Uno e Due, Amato), prese aspettativa. Dopo la sconfitta dell’Ulivo, la signora ritornò in regione non più come dipendente ma come dirigente (pur essendo priva della laurea), assunta a chiamata senza concorso per lavorare nel gabinetto del presidente della giunta, cioè di Vasco Errani, ufficio guidato dall’ex senatore e sottosegretario Bruno Solaroli, imolese. In quello stesso 2001 Bersani e Vincenzo Visco fondarono l’associazione Nens («Nuova economia nuova società») il cui factotum era - ovviamente - la signora Veronesi. Incarico che essa ricopre tuttora, al punto da figurare come capo del coordinamento generale del Manifutura festival, l’appuntamento annuale più importante dell’associazione che per il 2010 si è già svolto a Pisa dal 12 al 14 febbraio scorsi. Il compito dirigenziale assolto da Zoia Veronesi per la Regione è quello di «raccordo con le istituzioni centrali e con il Parlamento». Un incarico strano: che bisogno c’è di un dirigente di vertice a Bologna per tenere i rapporti con le Camere quando la Regione Emilia Romagna ha una sede a Roma in via Barberini, con una decina di dipendenti addetti al Servizio politiche di concertazione istituzionale? La risposta è semplice: la signora Veronesi funge da raccordo con il Parlamento come assistente di Bersani. Il lunedì mattina timbra il cartellino a Bologna, poi se ne va a Roma per raccordarsi con il segretario del Pd. A fine marzo, assieme alla legislatura regionale in corso, scade anche il contratto dei dirigenti. Quello di Zoia Veronesi non sarà rinnovato. La decisione è già presa, oggi lei risulta in ferie in quanto ha «maturato nuove scelte». Nei corridoi di viale Aldo Moro circola una versione più dettagliata: che Errani abbia preso paura con il caso Delbono, l’ex vicepresidente finito nei guai per il trattamento di favore riservato a un’altra segretaria (che in quel caso era anche la sua fidanzata). E quindi abbia preferito chiudere un rapporto di lavoro che potrebbe richiamare l’attenzione dei magistrati.

giovedì 18 marzo 2010

Il reato c'è... e la magistratura?

La svolta è arrivata con il reato di clandestinità

La questione dell’immigrazione clandestina è di grande importanza e delicatezza. Distinguere l’immigrazione clandestina dagli immigrati regolari è la prima forma di tutela per questi ultimi e per accelerare il loro processo di integrazione nella società italiana. L’Italia non è un Paese razzista ed è intenzione del governo agire affinché non lo diventi. Proprio per evitare questo pericolo e per colpire lo sfruttamento dei clandestini da parte della criminalità, sono state approvate nuove leggi e messe in atto nuove iniziative nazionali e internazionali. Come notato da diversi osservatori non di parte, il reato di clandestinità è la rivendicazione da parte dello Stato del suo diritto al pieno controllo del territorio e dei suoi confini, il «tratto fondante» delle prerogative di uno Stato: il principio della sovranità territoriale. Il reato di clandestinità, le norme più dure contro i trafficanti di uomini e contro chi favorisce la permanenza dei clandestini in Italia, l’attuazione a partire da maggio 2009 dell’accordo con la Libia che ha di fatto portato alla cessazione degli sbarchi, sono misure che hanno cominciato a dare frutti nel 2009.

ACCORDO ITALIA-LIBIA PER BLOCCARE I CLANDESTINI

Dal 6 maggio 2009 sono iniziati i pattugliamenti italo-libici per prevenire la partenza degli immigrati clandestini verso l’Italia. Le imbarcazioni intercettate in acque internazionali sono dapprima soccorse e poi subito riaccompagnate ai porti di partenza in Libia. L’obiettivo di bloccare gli sbarchi è stato raggiunto. Gli sbarchi da maggio a dicembre 2009 sono diminuiti del 90% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

LA CLANDESTINITÀ È REATO

Rendere la clandestinità reato ha anche lo scopo di facilitare l’effettiva espulsione del clandestino: per le norme europee sui rimpatri, l’espulsione con accompagnamento nel Paese d’origine è possibile solo se c’è condanna per un reato. L’immigrato irregolare è punito con una ammenda da 5.000 a 10.000 euro. Da agosto 2009 sono stati denunciati 12.500 immigrati irregolari. Inoltre è prevista l’espulsione anche per i cittadini stranieri comunitari privi di reddito o che siano stati condannati a una pena di due anni di reclusione (fino al 2008 per essere espulsi la pena doveva essere di dieci anni).

SEI MESI DI TEMPO PER IDENTIFICARE ED ESPELLERE I CLANDESTINI

I Centri di permanenza temporanea (Cpt) sono diventati Centri di identificazione ed espulsione (Cie). La permanenza nei centri è stata triplicata (da due a sei mesi) per permettere l’identificazione e organizzare il rimpatrio. Questa norma è in linea con la direttiva dell’Unione Europea del 24 dicembre 2008, che afferma che i clandestini possono essere trattenuti fino a sei mesi quando vi sia pericolo di fuga o se il Paese di provenienza ostacola il rimpatrio. Il datore di lavoro che occupa alle proprie dipendenze lavoratori stranieri privi di permesso di soggiorno o con permesso scaduto e del quale non sia stato chiesto il rinnovo nei termini di legge, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa di 5mila euro per ogni lavoratore irregolare impiegato.

CARCERE E CONFISCA A CHI AFFITTA AI CLANDESTINI

Carcere fino a tre anni per chi affitta casa allo straniero senza permesso di soggiorno. Con la condanna scatta anche la confisca del bene. A fine maggio 2009 sono 796 le persone denunciate per questo reato: 533 nel 2008 e 263 nel 2009.

mercoledì 17 marzo 2010

La sinistra e il burqa

La sinistra vuole fare una legge per consentire alle donne islamiche di portare il burqa

L’articolo 5 della legge 22 maggio 1975, numero 152, dice che “.. è vietato l’uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo o indumento atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo.” Se passasse invece la proposta di legge 3205 presentata ieri alla Camera dai deputati del Pd Giachetti, Giulietti, Orlando, Vassallo, Bordo, Bossa, Minniti, Mogherini, Rebesano, Parisi, Pes, Sarubbi, Schirru, Siragusa e Tocci ci sarebbe un’eccezione: quella che riguarda il burqa e il niqab. Infatti a questo comma ne verrebbe aggiunto un altro: “..ai fini del divieto di cui al comma 1, costituisce giustificato motivo la circostanza che l’uso di indumenti che coprono il volto sia motivato da ragioni di natura religiosa o etnico-culturale. In tali casi, ove richiesto da un pubblico ufficiale o da un incaricato di pubblico servizio per motivate e specifiche esigenze di pubblica sicurezza la persona deve tempestivamente consentire di essere riconosciuta mostrando il volto, al fine della momentanea identificazione.” E’ bene precisare che il “burqa” non ha niente a che vedere con l’Islam. Ma con le mode politically correct dei giorni nostri sì e si capisce che per un bel pezzo del gruppo Pd alla Camera il richiamo della “Foresta Amazzonica” è stato più forte. E i deputati del Pd motivano così la loro trovata: “Noi riteniamo che se si vuole meglio tutelare la libertà individuale delle donne si deve intervenire con programmi che contrastino sul piano culturale gli arcaismi da cui esse sono eventualmente oppresse e con norme che sanzionino in modo più deciso le eventuali violenze private di cui sono vittime..” Nessun divieto di portare il burqa in giro per strada quindi, neanche negli uffici pubblici. Libero burqa, in libero stato, si potrebbe dire. Pertanto, sostengono i deputati Pd, “la presente proposta di legge, seguendo la linea argomentativa esposta dal Consiglio di Stato, modifica l’articolo 5 della legge numero 152 del 1975, specifica che tra le ipotesi di giustificato motivo che consentono la copertura del volto rientra espressamente la circostanza che l’uso di indumenti che coprono il volto sia motivato da ragioni di natura religiosa o etnico-culturale”. Il Pd, poi, si nasconde dietro le gonnelle del clero francese che avrebbe tenuto analoga posizione con Sarkozy. Per le donne del Maghreb cui nessuno a casa propria impone alcun velo, venire in Italia fra un po’ diventerà un incubo.

Punti di vista

Generazione di Fini: futuro alle spalle di Marcello Veneziani

No, Generazione Italia, la nuova corrente finiana, non è un parto prematuro, annunciato due settimane prima delle elezioni, quando non si dovrebbe mostrare discordia. Generazione Italia nasce in ritardo. Se i suoi fini, come spiegano i promotori, sono riportare la democrazia nel partito e pensare il futuro, aveva necessità di nascere già in Alleanza nazionale guidata da Fini. Perché An era un partito privo di democrazia interna, di cui Fini era il monarca assoluto e di cui i colonnelli avevano paura, come mostrò la vicenda delle chiacchiere al bar. Ed era un partito ormai svuotato di senso e di contenuti, privato di futuro e di una sua identità, omologato a Forza Italia, come riconosce il politico di maggior spessore della conventicola finiana, Fabio Granata. Provo ad entrare in questo secondo laboratorio finiano e a capirne il progetto politico. Evito di capirlo tramite Fini la cui strategia ha un solo canone, l’opportunismo: prima trarre profitto dal largo consenso a Berlusconi e poi dissociarsi appena insorge una difficoltà. Così si ottengono due risultati: si vince le elezioni con Berlusconi e si ottiene il consenso di giornali e avversari. Oscar del pubblico grazie a Silvio, Oscar della critica grazie alle posizioni antisilvio. Fare Furbizia. Fini ha sempre fatto così, ora anche con la Polverini: prima l’ha eletta a vessillo della generazione finiana e poi l’ha scaricata appena sono sorti problemi. Ma usciamo dal piccolo tatticismo finiano, cerchiamo di ravvisare una linea politica in Generazione Italia. Cominciamo però dalla domanda: ma diventerà un partito? Dipende dalle elezioni e dal loro esito. Ma io non credo che succederà; Fini sa che avrebbe larghi apprezzamenti da avversari e stampa ma gli mancherebbe un piccolo particolare: un popolo. Sarebbe un partito di minoranza che non conterebbe nemmeno sul vecchio elettorato missino o di destra, perché le posizioni finiane sono ancora più lontane da loro di quelle berlusconiane. Per taluni lo smarcamento finiano è un modo per prendere le distanze rispetto ai guai giudiziari; ma a parte il fatto che quei guai ci sono sempre stati, si sottovalutano almeno un paio di filoni d’inchiesta che hanno toccato pure il piccolo mondo finiano. Semmai la loro presa di distanza da Berlusconi serve da portafortuna con i magistrati. Per taluni Generazione Italia vorrebbe essere una specie di Partito d’azione rispetto ai partiti di massa; ma quello era un partitino di veri intellettuali, pur con tutti i limiti politici. Qui mi pare difficile ravvisare un profilo culturale: non confondiamo la risonanza mediatica con lo spessore culturale. A proposito di neoazionisti, i finiani sono stati adottati a distanza dalla rivista azionista e giacobina MicroMega. Che da anni pretende di scegliere il proprio avversario e di stabilirne i requisiti. È inutile dire che la scelta va sempre a chi è di destra contro la destra in campo. La miglior destra è sempre quella che non c’è, la destra dei morti o degli zombie, comunque la destra perdente e minoritaria. Appena vince, va squalificata. Ieri Montanelli quando disse di votare Ulivo, poi Fisichella quando passò con la Margherita, ora i finiani. E per far capire cosa intendono per destra civile lanciano l’uomo di destra ideale, Marco Travaglio. Che in un articolo spiega appunto «La mia destra». È una sinistra completa, quella italiana, fornisce perfino la destra di uomini e di idee. Quelli che sono di destra per conto proprio sono ritenuti intrusi, rozzi e superflui; in un regime micromegalico sarebbero rinchiusi nello zoo, in quanto bestie incivili. Il campione adottivo della destra finiana è Granata, il quale in un dialogo con Camilleri sulla rivista si sforza di compiacere i suoi ospiti e per farsi rilasciare il passaporto di destra civile si dice eroicamente disposto a far cadere il governo se Berlusconi insisterà a proporre alcune leggi. Poi confessa di aver preso la tessera di Legambiente, professa la sua fede nel testamento biologico, sottolinea di lavorare in senso «gramsciano» ed elogia la Mussolini, che «al di là del suo cognome è una persona avanzatissima sui temi civili». Vorrei solo far notare che la Mussolini è là in virtù del suo cognome (è avanzata sì ma dal regime precedente); altrimenti sarebbe una femminista radicale qualunque. Ma già l’espressione avanzatissima implica una sudditanza culturale verso i progressisti e mostra l’orrore di passare ai loro occhi per retrivi. Per lo stesso complesso, ad esempio, a Roma promosse più iniziative culturali non conformiste l’assessore venuto dal Pci, Gianni Borgna che l’assessore finiano Umberto Croppi, smanioso di compiacere la sinistra. A ridatece il compagno Borgna... Come Fini, anche Granata sposa una tesi tipica della sinistra europea: il patriottismo costituzionale, ovvero riconoscere la propria patria nella Costituzione e nelle sue leggi. Ma ogni destra, nuova o antica, laica o cattolica, nostalgica o liberale, moderata o radicale, preferisce il patriottismo della tradizione. Ovvero ama l’Italia più che la Carta. I finiani hanno compiuto un altro strappo rispetto al popolo che li ha eletti: come la sinistra, oggi difendono la centralità del Parlamento. Invece la sua tradizione, i suoi elettori, la sua cultura preferiscono una democrazia presidenziale, fondata sulla decisione e sulla responsabilità diretta di chi governa. Insomma, capirei una nuova destra che mettesse in discussione il modello culturale berlusconiano, che difendesse il senso dello Stato dalle derive anarchiche e la libertà dalle scelte restrittive (penso alla sciocchezza di chiudere i talk show in Rai, ad esempio). Capirei una nuova destra che ponesse il primato del cittadino sul consumatore, della comunità sull’individualismo, della civiltà italiana, mediterranea ed europea sull’americanizzazione globale. Ma le linee su cui Fini e i suoi ragazzi vogliono costruire la loro alternativa mi sembrano fumose, succubi della sinistra e del politically correct, tardomoderniste, laiciste e radicali. Segnano una distanza dal paese, nella premura di compiacere alcune élite di potere. Tradiscono il vecchio complesso del fascista ripulito, che deve farsi accettare e fa di tutto per rendersi simpatico a lorsignori, anche le capriole. Il loro movimentismo somiglia a quello delle mosche che ronzano nell’abitacolo dell’auto ma avanzano perché qualcuno intanto guida. Sperate che non apra mai il finestrino.

E la fuga di notizie soffoca nella culla la fondazione finiana.

martedì 16 marzo 2010

Fatti linciare e taci!

Ti devi far linciare in tv, e anche in silenzio! di JimMomo

Scandalosi i processi mediatici di Santoro-Travaglio, non le "pressioni" Non solo Berlusconi. Anche Masi e i legali di imputati come Cosentino, Tarantini e Mills fanno "pressioni" sull'Agcom perché intervenga su Annozero. O meglio, si lamentano - e giustamente - per le puntate in cui i loro assistiti vengono esposti ad una vera e propria gogna mediatica. "Pressioni" non solo comprensibili, ma anche fondate e giustificate. Per cercare di fermare quello scempio di Annozero, a tutela dell'immagine di cittadini già sotto processo e innocenti fino a sentenza definitiva (se avessi avuto i numeri, avrei telefonato anch'io ai commissari Agcom). Invece di interrogarci sulla liceità di quelle "pressioni", o piuttosto lamentele, bisognerebbe chiedersi come sia possibile che vadano in onda (ancor più grave: sulla tv pubblica) processi mediatici senza contraddittorio e a colpi delle "docu-fiction" confezionate da Santoro e da Travaglio. E' questa la vera inciviltà. E' questo ciò di cui dovremmo discutere. E' legittimo - direi doveroso - che ci siano forme di pressione e lamentele per fermare tutto questo. E' singolare, piuttosto, che a qualche magistrato sembri strano che all'Authority per le comunicazioni venga chiesto quanto meno di occuparsene e di porvi rimedio. Insomma, pare che ci si debba far linciare in tv, e rimanendo pure in silenzio, senza neanche potersi lamentare con chi di dovere.

Sergio Romano ama l'eurabia

CORRIERE della SERA, 16/03/2010, a pag. 51, la risposta di Sergio Romano ad un lettore dal titolo "I diritti delle Chiese responsabilità degli Stati". Nella sua risposta Sergio Romano è stato insolitamente onesto con il lettore. Di solito la sua tecnica preferita consiste nell'evadere la domanda o attaccare l'interlocutore. Questa volta, quando il lettore gli fa notare che, pur professandosi laico, spesso prende le difese dell'islamismo, Romano risponde "credo che l’islamizzazione dell’Europa sia soltanto un drappo rosso agitato di fronte agli occhi degli europei dalle componenti più xenofobe delle loro società nazionali". A suo avviso Eurabia non esiste, è un'invenzione degli xenofobi. Evidentemente Romano non è mai stato in Olanda, o in Svezia, in città come Malmoe, dove la comunità islamica locale non è più minoranza e dove i valori delle democrazie occidentali non hanno più significato. Ne deduciamo anche che Romano non ha letto la notizia della Gran Bretagna che, tempo fa, vietò il visto d'ingresso a Geert Wilders per evitare disordini con la comunità musulmana locale. Chissà che cosa ne pensa, Romano, del referendum svizzero contro i minareti. Quello non ha nulla a che vedere con minoranze xenofobe. La maggioranza della popolazione si è dichiarata contraria alla costruzione di nuovi minareti. Un freno a Eurabia, approvato dalla gente comune. Romano scrive ancora: "Difendo le comunità musulmane quando sono trattate con diffidenza e private di diritti (come la costruzione di una moschea a Milano) che lo Stato deve garantire a tutte le minoranze". Le comunità musulmane godono dei diritti che lo Stato deve garantire alle minoranze. Nel caso specifico italiano (dato che lo cita Romano), sono presenti centinaia di moschee. E non ci sarebbe nulla da ridire se fossero adibite solo a luogo di culto. Non è così. E' dimostrato come molto spesso le moschee diventino centri di reclutamento per terroristi islamici. Anche questo è un diritto che lo Stato deve garantire agli immigrati islamici? Quello di organizzare attentati fondamentalisti contro la popolazione indigena? In ogni caso, visto che a Romano stanno a cuore i diritti delle minoranze religiose, come mai non protesta per i massacri dei cristiani nei Paesi islamici? E per quale motivo non scrive una sillaba sugli episodi di antisemitismo verificatisi a Roma di recente, in coincidenza con al Giornata della Memoria? Saremmo curiosi anche di sentire un'accorata difesa degli ebrei israeliani che non possono entrare nei negozi a Petra, in Giordania. Invece niente. La verità è che a Romano interessa solo la difesa di Eurabia. Ecco lettera e risposta:

Sergio Romano, Rileggendo alcune sue risposte alle lettere relative al laicismo e all'islamismo, mi è venut spontaneo chiedermi come faccia lei a continuare a professare coj forza la sua fede laica ( e in particolare contro al cristianesimo) e a non opporsi a una islamizzazione dell'Italia e dell'Europa. E' noto che in tutti i paesi islamici l'unica legge che conta è quella del Corano. Quindi a me pare che sia una grossa contraddizione nel suo comportamento. Sbaglio?

Pasquale Rampazzo

Caro Rampazzo, Non esiste un solo concetto di laicità. Nella cultura politica della Terza e Quarta Repubblica i democratici francesi di tradizione giacobina hanno cercato di ridurre le Chiese a semplici associazioni private e hanno trattato la Chiesa cattolica, in particolare, alla stregua di un potenziale nemico. Per un liberale, soprattutto se realista, la fede è una parte non indifferente della personalità umana e molto più di un semplice legame associativo. Ma lo Stato ha il diritto e il dovere di trattare tutti i suoi cittadini allo stesso modo e non dovrebbe quindi consentire ad alcuna confessione religiosa il diritto di prevalere sulle altre imponendo la propria dottrina in materia d’insegnamento, diritto di famiglia, sessualità. Lo Stato liberale deve difendere le Chiese, non la Chiesa. Deve tutelare e proteggere tutti i suoi cittadini, non soltanto quelli che aderiscono ai principi del cristianesimo romano. E ha il dovere di scegliere, quando affronta determinate questioni (dalla fecondazione assistita al matrimonio fra omosessuali, dall’interruzione di gravidanza al testamento biologico) formule che non ignorino i diritti delle minoranze. Per un liberale, lo Stato, non la Chiesa, è responsabile in ultima analisi dell’ordine sociale e della pacifica convivenza fra cittadini di opinioni e credi religiosi diversi. Le sono parso «anticristiano», forse, quando ho scritto che la Chiesa stava invadendo la sfera delle responsabilità statali. L’aborto, tanto per fare un esempio, non mi piace; ma mi piace ancora meno che qualcuno cerchi d’impedire a una donna di abortire. E credo che sia diritto dello Stato, non della Chiesa, avere in queste materie l’ultima parola. Ma un liberale realista riconosce che le Chiese svolgono una importante funzione sociale e, a differenza di molti laici democratici, ammette che lo Stato possa assistere finanziariamente le istituzioni confessionali per aiutarle a svolgere finalità pubbliche. Quanto all’Islam, caro Rampazzo, credo che l’islamizzazione dell’Europa sia soltanto un drappo rosso agitato di fronte agli occhi degli europei dalle componenti più xenofobe delle loro società nazionali. Difendo le comunità musulmane quando sono trattate con diffidenza e private di diritti (come la costruzione di una moschea a Milano) che lo Stato deve garantire a tutte le minoranze. Non le difenderei se davvero pretendessero d’imporre la sharia al Paese che le accoglie.